IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco

NON FAREMO LA NOSTRA GUERRA

Le contraddizioni dell'animo umano. Dichiarare di volere la pace e fare in realtà la guerra. C'è molta retorica nelle dichiarazioni di intenti di tutti e di ciascuno... Vincere la pace resta l'ideale degli educatori? La civiltà dell'amore resta l'ideale della Chiesa.

Da giovane, ogni generazione ha rivendicato e cantato le sue utopie per un mondo migliore. "Mettete fiori nei vostri cannoni"; "meglio l'amore che la guerra". Poi, una volta cresciuta e arrivata nelle cabine di regia la stessa generazione ha combattuto - a malincuore (tutti dicono) e con spirito afflitto s'intende - la sua brava guerra. Con la scusa di voler ripristinare il diritto violato.

o Ai figli di ogni generazione combattente, si lascia in eredità il bottino di guerra, con l'augurio di non doversi trovare costretti, da sciagurate circostanze simili a quelle dei padri, a imbracciare essi pure il fucile. Neppure la nostra generazione di adulti che si erano entusiasmati chiedendo "l'immaginazione al potere" è sfuggita a questo rito inquietante che si tramanda dalla notte dei tempi. Al pacchetto di ideali per un mondo nuovo che avevamo tramandato, possiamo aggiungere ormai - con orgoglio o vergogna, scelga ciascuno - anche l'esempio maschio di una bella guerra (anzi 4 in un decennio). Con tutta la retorica del caso che giustifica persino la militarizzazione della libertà e della società civile.

o Ma la retorica che in tempo di guerra pervade tutte le cariche dello Stato, e si diffonde a cascata in tutte le pieghe della società, non serve a formare o a educare. E appare una triste prospettiva quella di dover incoraggiare i giovani a credere nella pace soltanto come spazio residuo tra una guerra e l'altra. Finora, quando una guerra termina, se ne celebrano gli anniversari e i veterani sono indicati quali eroi nazionali. Cade nella smemoratezza, invece, il nome di quanti prima e durante la guerra, di fronte ai bombardamenti e alle atrocità, hanno levato alto e chiaro il cartello: "not in my name - non in mio nome". E per loro è già tanto se qualche zelante non li accusa di vigliaccheria o di essere scappati di fronte al nemico vero o presunto, quando uccidere si può.

o Nel tempo di pace gli educatori non si possono permettere il riposo del guerriero che si prende una vacanza in attesa di scatenare un nuovo conflitto. Vincere la pace per scacciare la guerra dalle consuetudini umane resta un grande ideale per ogni educatore. E anche per ogni giovane. Si dice che siano finite le ideologie e gli entusiasmi non abbiano un perché sufficiente.

Ma pare proprio che, invece, tantissimo resti da fare. In un mondo globalizzato delle esclusioni, la pace, come grande festa condivisa della vita, rappresenta l'unica vera idealità per cui spendersi. Essa sintetizza la qualità, l'estensione e la profondità della solidarietà e della fratellanza.

o E gli educatori sono chiamati a ricostruire una cultura nuova, scarsamente cantata nei poemi e nei libri di storia, di come sia bello e interessante un mondo di pace. Paolo VI lo chiamava "civiltà dell'amore". Si tratta di una rivoluzione copernicana che viene ostacolata con maggiore intensità e risorse di quanto non abbiano fatto gli avversari di Galileo per conservare l'idea della centralità della terra nel sistema solare. C'è da chiedersi, e i giovani senza dircelo lo pensano, quanti tra gli adulti del nostro tempo siano disponibili e preparati a costruire un'etica mondiale che preveda un pianeta abitabile e una convivenza solidale. In un tempo di gravi conflitti e di pianificazioni di grandi interessi economici, ridisegnati con la forza prima che con il diritto, ciascuno di noi che sia genitore oppure educatore, si potrebbe interrogare se un maestro di vita possa educare alla guerra, suprema discriminazione tra gli umani, appellandosi seriamente al cosiddetto realismo.

o E' tempo di mettere responsabilmente mano ai cantieri di pace, con gli educatori in prima linea, in ascolto delle utopie giovanili per la vita.