CHIESA

1/27 ottobre 2001: l'ultimo Sinodo dei vescovi ha lanciato l'episcopato nel nuovo millennio

IL VESCOVO DEL III MILLENNIO

di Silvano StraccaL'ultimo sinodo

Qual è la missione del vescovo oggi nella chiesa e nel mondo? Che immagine ha di lui la gente dopo il rinnovamento del ministero episcopale voluto dal Concilio? Come vive il suo compito di annunciare il Vangelo sino ai confini della terra? Quali sono le sfide principali che deve affrontare all'inizio del nuovo millennio?

Per un mese duecentocinquanta rappresentanti dell'episcopato di ogni angolo del pianeta sono stati chiamati a dare una risposta, nel Sinodo convocato a Roma da Giovanni Paolo II, agli interrogativi di fondo sulla consacrazione, la vita e la missione del vescovo del ventunesimo secolo in quanto segno e sintesi di tutte le vocazioni nella Chiesa. Soprattutto del vescovo "in cura d'anime", per riprendere un'antica e bella espressione, ossia di quanti alla guida di una delle innumerevoli diocesi cattoliche sperimentano più acutamente sulla propria pelle il crollo dei valori, la diffusa crisi del sacro, le diverse forme di negazione del Dio vivente nel nostro tempo.

L'IDENTIKIT

Chi è dunque il vescovo del terzo millennio? Nell'omelia dell'inaugurazione del Sinodo, il Papa risponde con le parole dell'apostolo Paolo al discepolo Timoteo: "Tu sei uomo di Dio, tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede". L'identikit di un uomo non di potere, come viene ancora considerato il vescovo da molti, ma di un servitore del Vangelo. Un padre e pastore libero, semplice, povero, in mezzo ai suoi sacerdoti e al suo popolo. Sale, luce, fermento, anima della Chiesa in modo che possa compiere la sua difficile missione nel mondo d'oggi. Un profeta di giustizia, come lo sono stati tanti vescovi che hanno pagato di persona nel ventesimo secolo, come monsignor Romero nel Salvador. Un testimone della fede sino al martirio come i numerosi pastori vittime del nazismo o del comunismo e quelli che tuttora soffrono per la loro fedeltà a Roma nella Cina continentale.

Un tessitore d'unità dentro e fuori la chiesa. Un annunciatore di pace, di riconciliazione, di fraternità, di amore e, soprattutto, di speranza ad un'umanità cui, dopo l'apocalisse di Manhattan, sono venute meno le fondamenta stesse sulle quali poggiavano le sicurezze della civiltà del benessere e della tecnologia. Un uomo di preghiera che non si esime dal riflettere sul momento della storia che attraversiamo. Con la convinzione che sia scoccata l'ora di voltare pagina e leggere i risvolti della nostra società capitalistica, per la quale la morte di innocenti, le situazioni di miseria, malattia, violenza hanno spesso costituito un puro dato statistico.

EPOCA DRAMMATICA

In questo senso il Sinodo dei vescovi dell'ottobre scorso è stata un'occasione privilegiata per un esame di coscienza in un momento di smarrimento anche nella Chiesa e per una presa di consapevolezza delle povertà che affliggono il pianeta e costringono più della metà della popolazione sulla faccia della terra a lottare per la sopravvivenza. "Non possiamo non ascoltare l'eco di tanti drammi collettivi", scrivono i vescovi del Sinodo nel messaggio rivolto alla Chiesa e al mondo alla fine dei loro lavori. Nelle loro parole c'è "l'orrore del terrorismo" che "nulla può giustificare" e da condannare "in maniera assoluta". Ma ci sono anche le "strutture di peccato", più volte denunciate dal Papa, che costringono un miliardo e duecento milioni di persone a vivere con meno di un dollaro al giorno. Ogni pastore dei tempi nuovi deve portare nella sua bisaccia i dolori del suo gregge. Fame e povertà, malaria e Aids, analfabetismo. Bambini abbandonati, donne sfruttate. Business della droga e delle armi. Masse di rifugiati e di migranti messe in moto dalle guerre, dall'oppressione politica, dalla discriminazione economica. Persino l'intolleranza e lo sfruttamento della religione per scopi violenti. Ma ciò che sconvolge "maggiormente" i nostri cuori, scrivono ancora i vescovi del Sinodo, "è il disprezzo della vita, dal suo concepimento al suo termine, e la disgregazione della famiglia. Il no della Chiesa all'aborto e all'eutanasia è un sì alla vita, un sì alla bontà originaria della creazione, un sì" che interpella la coscienza di tutti, non solo dei credenti, è "un sì alla famiglia".


MAESTRO TESTIMONE ANNUNCIATORE

In questo contesto il Sinodo delinea i tratti ideali del vescovo "servitore del Vangelo". Innanzitutto la sua risposta alla "chiamata universale alla santità", che per i vescovi "si realizza nell'esercizio del ministero apostolico, con l'umiltà e la forza del Buon Pastore". Una forma molto attuale di santità, di cui il mondo ha bisogno, è l'apertura a tutti che deve essere un tratto distintivo del vescovo, chiamato oggi più che in passato a "rendere ragione della speranza" con pazienza e coraggio.

Ecco, poi, il vescovo che annuncia, celebra, insegna, testimonia l'amore di Cristo; che fa della chiesa "la casa e la scuola della comunione" sull'onda della calorosa raccomandazione del Papa a conclusione del grande Giubileo del duemila; che sa essere "padre e fratello dei poveri" e non esita, quando necessario, "a farsi voce di quanti sono senza voce perché i loro diritti vengano riconosciuti e rispettati".

Ecco, sopra ogni altra cosa, il vescovo maestro della fede che vigila "quale sentinella e profeta" sul suo gregge per smascherare falsificazioni ed abusi. Mai dimenticando il preoccupato monito di Giovanni Paolo II al termine del Sinodo: "E' importante che il vescovo abbia coscienza delle sfide che oggi la fede di Cristo incontra a causa di una mentalità basata su criteri umani che, a volte, relativizzano la legge e il disegno di Dio". Il vescovo soprattutto, sono ancora parole del Papa, "deve avere il coraggio di annunciare e difendere la sana dottrina, anche quando ciò comporti sofferenze. Egli, infatti, ha il dovere di proteggere i fedeli da ogni genere di insidia, mostrando in un ritorno sincero al Vangelo di Cristo la soluzione vera per i complessi problemi che gravano sull'umanità". Il servizio che il vescovo del ventunesimo secolo è chiamato a rendere al suo gregge, sottolinea con forza Giovanni Paolo II, "sarà sorgente di speranza nella misura in cui rispecchierà un'ecclesiologia di comunione e di missione. La forza della Chiesa è la comunione, la sua debolezza la divisione e la contrapposizione".