di Vito Orlando
La chiamano più comunemente sindrome di Peter Pan. Si tratta di un fenomeno sociale nuovo, rilevante per il suo significato e la sua portata. Si è venuto precisando come un insieme di atteggiamenti e comportamenti identificati come "adolescenza prolungata". Coinvolge trentenni e ultra con la paura di crescere, di diventare adulti, anche se ostentano una falsa sicurezza di sé.
Gli under quaranta stanno diventando un problema e richiamano fortemente interrogativi sul diventare adulti, sulla fatica di superare la soglia di un'infanzia sognatrice, comodamente espansa in una adolescenza che non si vuole abbandonare. Siamo in piena sindrome di Peter Pan. Sul fenomeno e soprattutto sui suoi protagonisti si sono fatti dei film, e scritti libri e canzoni; su di esso ritornano spesso la stampa quotidiana e le riviste; anche gli psicologi sono interpellati a vari livelli.
ATTENZIONE DEI MEDIA
Il film di Gabriele Muccino L'ultimo bacio, nel groviglio di amicizie e passioni, fughe e ritorni, inquietudini e abbandoni, pone decisamente il problema dell'identità di una generazione che sembra non essere in grado di giungere a scelte definitive nella sua vita. Di Peter Pan si era occupato anche Steven Spielberg nel suo Hook Capitan Uncino. Né si può dimenticare la canzone di Bennato L'isola che non c'è. Una ventina di "trentenni mammoni" raccontano della propria difficoltà di decidere il distacco da mamma e papà nel libro di Paolo Bianchi Avere 30 anni e vivere con la mamma. Anche questi protagonisti hanno confessato tutta la loro incertezza, le loro ansie, la superficialità del loro mondo attraversato da fantasmi, e privo di una consistenza esistenziale. Questi trentenni non se la sentono di vivere relazioni impegnative, hanno difficoltà a staccarsi dal caldo nido dell'ambiente familiare, non hanno voglia o si sentono incapaci di rinunciare ai comodi e agli agi della casa paterna. Sono abituati a una vita che non ammette rinunce e si spaventano alla sola possibilità che la vita possa richiederle.
VIETATO CRESCERE
L'egocentrismo infantile e il rifiuto di responsabilità li portano a rifiutare progetti e scadenze di vita; preferiscono vivere secondo quel che piace al momento, liberi da ogni condizionamento e avvertono il disagio di adulti che ricordano loro il senso del dovere, l'impegno, la responsabilità, la capacità di affrontare i problemi e saperli risolvere. I trentenni e ultra appaiono piuttosto chiusi in orizzonti individualistici; possono anche arrivare, per scelta e un po' anche per pressione familiare, a decidere di sposarsi, ma è una decisione che ha insito il virus della reversibilità: se non va, si può sempre tornare indietro. Questo stesso virus può portarli alla scelta della non generatività perché questa impegnerebbe (o dovrebbe farlo) in modo irreversibile.
Il quadro è piuttosto fosco. Bisogna
precisare subito che si tratta di tendenze che possono essere riscontrate in un
numero ridotto di soggetti. In quanto tendenze, possono trovare sviluppo in
situazioni generazionali non certo esaltanti. È urgente riflettere su questi
sviluppi e trovare qualche antidoto a questi virus devastanti. Non vogliono
saperne di diventare adulti. Nel profondo sembrano impauriti dalla vita. Non
amano il tempo che scorre e che vorrebbero quasi fermare. Schiacciati sul
presente, si accontentano degli attimi che non fanno storia, non hanno voglia
di entrare in una storia. Intenti a contemplare se stessi e a curare l'immagine
di sé, entrano in conflitto con la realtà di cui non sopportano contrarietà e
dolori. Rallentano i percorsi della propria vita, vogliono prendersela comoda,
senza imporsi rigide esigenze e scadenze per essere pronti a cogliere le
opportunità e a non lasciarsi sfuggire le possibilità; intenti ad accumulare
esperienze più per curiosità che per sperimentarne il significato e il valore.
Come spiegarsi questa paura di crescere, questa adolescenza infinita? Vi è chi fa riferimento alla realtà sociale attuale, ai suoi ideali, all'omologazione, al divismo, agli stereotipi, alla propaganda di una vita fatta solo di successo e di piacere. Il clima culturale e i modelli propagandati non sono tali da stimolare a realizzare un'identità personale. Viene comunque fortemente chiamata in causa la famiglia e in modo particolare la precarietà della paternità e dell'autorità. Il giovanilismo degli adulti, il farsi "amico e compagnone" dei figli, alla lunga produce disorientamento perché privano i figli di figure adulte di riferimento nella crescita. Il forte indebolimento della figura paterna ha fatto prevalere lo sviluppo del polo affettivo ed emotivo, più legati alla figura e al ruolo della madre. L'indebolimento dell'esigenza della norma ha portato a sviluppare più il capriccio che la responsabilità. L'atteggiamento della famiglia timorosa di educare, di intromettersi nella libertà dei figli; la scelta della estrema tolleranza senza interventi di correzione, l'assenza di autorità/autorevole da parte dei genitori sono all'origine dell'infantilismo e della voglia di prolungare l'adolescenza. I genitori che hanno paura di educare o scelgono di non educare in nome di un falso rispetto della libertà dei figli perché hanno paura di ferire la loro libertà, "disertano il loro compito di genitori". Questo diventa ancor più grave quando si aggiunge la mancanza di un minimo di esemplarità nel cammino di realizzazione di chi deve saper assumere responsabilità e un progetto di realizzazione personale e di reciprocità relazionale ed affettiva.
A differenza dei trentenni, i ventenni sono immersi in un contesto più incerto, soprattutto dopo i tragici avvenimenti dell'11 settembre scorso. Stanno vivendo lo sfaldamento del mito globalista, ma non hanno la forza di promuove eventi generazionali significativi. Hanno acquisito competenze comunicative prima sconosciute e si fanno presenti alle grandi manifestazioni; amano muoversi in contesti più controllabili (territorio, ambiente urbano, gruppi, club...) in cui sperimentano ed esprimono nuove forme di disponibilità. Sono su nuove piste di ricerca di senso, ma non hanno sempre certezza della rotta. Invocano silenziosamente chi li sappia incontrare sul loro cammino, li attrezzi con una bussola e li aiuti a saperla adoperare.