MISSIONI FMA
IL GRANDE MERCATO

Benin: le Figlie di Maria Ausiliatrice e il "Progetto fillettes placées": aiuto alle bambine .

di Graziella Curti Le fillettes placées, piccole venditrici al mercato


A Cotonou, lungo la laguna,si allineano e s'incrociano più di trentamila banchi vendita.
In mezzo ai colori e agli odori del più grande emporio dell'Africa Ovest,si aggirano centinaia di bambine.Portano sulla testa povere cose da vendere.
Sono le ricercate dalle FMA.

Siamo al mercato di Dantopka, la parte più viva e colorata di Cotonou, città con altissimo tasso di inquinamento a causa dei gas prodotti da una miscela di benzina a basso costo. Sono più di quarantamila le moto taxi che sostituiscono i mezzi di trasporto pubblici e mandano fiumi grigiastri al cielo. Oggi, nella solita routine degli acquisti e delle vendite, si celebra una nascita. Un gruppetto di persone: missionarie FMA, gente del posto che s'interessa ai problemi del disagio giovanile, sono pronti per il taglio del nastro di una baracca-container che deve servire come centro di ascolto e scuoletta di alfabetizzazione per bambine a rischio, che lavorano al mercato.

UNA STORIA SEMPLICE

Suor Antonietta racconta: «Da marzo a giugno con l'équipe che ho costituita: tre donne con il compito di animatrici e Roger, sociologo ed educatore, in veste di consulente nella conduzione del progetto, abbiamo condotto un'indagine per individuare la zona di maggior presenza delle vidomegon o fillettes placées. Ci siamo rese conto che il luogo in cui queste ragazzine sono numerosissime è il mercato. Nigeriani, beninoises, togolesi, burkinabè sono presenti in questo spazio che costeggia la laguna di Cotonou. Moltissimi di questi venditori (la stragrande maggioranza sono venditrici) hanno una o più bambine a servizio. Esistono poi ragazzine "erranti" che vendono in giro quello che trovano, e a sera cercano un luogo in cui dormire pagando 50 franchi (150 lire).

Nella nostra ricerca abbiamo individuato anche le diverse tipologie delle "padrone" (qui le chiamano tanties) di queste ragazzine. Alcune sono "umane", altre invece sono dispotiche e anche crudeli; tutte le sfruttano in quanto le fanno lavorare dal mattino alla sera senza compenso, dando solo loro qualcosa da mangiare e di che vestirsi».

Da questa prima indagine è nata tra le FMA, presenti in Benin da quasi dieci anni, l'idea di umanizzare la situazione di queste bambine e adolescenti.

LA BARACCA ROSSA

Le sorelle missionarie e autoctone sanno bene che non è facile sradicare la tradizione delle ragazzine poste a servizio e destinate, spesso, alla prostituzione, ma si sono proposte di rendere migliori le loro condizioni di vita, di offrire ascolto e alfabetizzazione, aiutarle a mantenere memoria delle proprie radici... Alcune, infatti, non ricordare più nemmeno il nome della propria famiglia, o la loro età.

Si è così aperta una baraque proprio nel parcheggio del mercato di Dantokpa, luogo di passaggio di centinaia di fillettes . «Ci alterniamo - dice suor Maria Antonietta - dal mattino alle 8.30 alla sera alle ore 18 per ascoltarle, aiutarle e, nei casi di maltrattamento, cerchiamo di trovar loro una sistemazione alternativa. In questo senso siamo collegate col Foyer per ragazze in difficoltà della nostra Comunità e con altre, poche, istituzioni. Le animatrici lavorano anche sul terreno, percorrono i vari étalages del mercato per incontrare le ragazzine, parlare con le tutrici, sensibilizzare il pubblico per aiutare a creare una nuova mentalità. Siamo agli inizi e le difficoltà non mancano, ma la gente ci ha accolte anche perché non esiste nulla di simile sul campo. Radio Tokpa, una emittente che è all'interno del mercato, ci ha chiamati per illustrare il nostro progetto alla gente dello stesso mercato e alla popolazione in genere, e abbiamo concordato di offrire periodiche informazioni».

La baraque inaugurata è solida, spostabile, ben aerata, anche se è posta abbastanza vicino a una discarica... All'interno ci sono una ventina di posti a sedere con banchi e panche. Loro, le fillettes, si alternano a piccoli gruppi durante i momenti in cui possono fermarsi un po'. Molte arrivano alla baraque, depositano il loro carico che portano sulla testa (sapone, o sacchetti con acqua da bere, o pane, o ananas, o banane...) e si mettono a scrivere o a parlare. Altre vengono direttamente dai loro posti vendita. È solo un inizio, che comporta ancora tanti ostacoli, battute di arresto, ma le fma hanno nel cuore la stessa speranza di don Bosco, quando, nei primi tempi della sua opera, andava a cercare i ragazzi al mercato di Porta Palazzo a Torino.

LA PORTA DEL NON RITORNO

Il Benin (chiamato Dahomey fino al 1975) è una stretta fascia di terra che si eleva e si allarga verso il nord, nel Golfo di Guinea. Stretto tra il Togo, a ovest, e la Nigeria a est, dalle sue coste, lunghe circa 120 km, sono partiti, nei secoli bui della tratta dei neri, circa 30 milioni di schiavi diretti verso il Brasile e le isole delle Antille: Cuba e Haiti. Oggi, sulla riva dell'Oceano Atlantico, c'è Ouidah, la città della memoria, che conserva la route des esclavages, la via della schiavitù e l'antico forte portoghese (uno dei cinque), trasformato in museo. Ci siamo andate e, in un silenzio rotto solo dal frangersi delle onde e dal vento tra le piantagioni di cocco, abbiamo percorso anche noi quella sottile linea rossa di terra, due chilometri, che unisce il forte al mare.

Siamo arrivate alla Porta del Non Ritorno, dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità, meta di pellegrinaggi internazionali per non dimenticare. In questo stesso luogo, nella seconda metà del 1800 sono giunti i primi missionari e missionarie. In occasione del Giubileo, la Chiesa del Benin vi ha costruito un altare. Due segni della storia per fare memoria, perché, come diceva Primo Levi, chi non conosce il passato è destinato a ripeterlo.