NON SI UCCIDE IN NOME DI DIO
di Silvano
Stracca
Assisi 24 gennaio 2002: ancora un gesto carico di significato, dopo il foglietto al muro del pianto del 26 marzo 2000, dopo la visita alla Moschea degli Ommayyadi il 6 maggio 2001, dopo il digiuno del 14 dicembre 2001 e dopo 15 anni dalla visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, dalla prima sorprendente convocazione dei capi religiosi ad Assisi il 27 ottobre 1986, e quella seguente del 9 gennaio 1993.
Ancora una volta Assisi si è imposta davanti al mondo come una capitale dello spirito con il no al sangue, alla violenza, al terrorismo, alla guerra, all'oppressione, all'ingiustizia, gridato insieme dai rappresentanti delle più antiche ed importanti religioni. Un gesto profetico d'altissimo valore, fortemente voluto dal Papa, per riaffermare dinanzi a tutti, credenti e non credenti, che il conflitto accesosi
l'11 settembre del 2001 non è una guerra di religione e che non si uccide mai in nome di Dio. Un altro gesto profetico di questo Papa straordinario per ribadire, contro ogni fanatismo fondamentalista, che una vera fede religiosa vuole la libertà, la giustizia, la pace per tutti i popoli della terra, a cominciare da quelli del Medio Oriente martoriati da un conflitto che dura ormai da più di cinquant'anni.
"In questo momento storico l'umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di ascoltare parole di speranza", aveva detto Giovanni Paolo II dando appuntamento per la terza volta nella città di Francesco dopo gli storici incontri interreligiosi per pregare contro la minaccia di una guerra nucleare e per chiedere la fine delle ostilità nei Balcani. Un invito accorato rivolto ai leader delle religioni del mondo, in particolare cristiani e musulmani, per proclamare assieme che la religione non deve mai diventare motivo di conflitto, di odio e di violenza, e confutare così gli estremisti d'un campo e dell'altro che hanno evocato lo spettro di crociate e guerre sante. L'auspicio del vecchio Papa che ha conosciuto la guerra e una volta l'ha definita "avventura senza ritorno" si è concretizzata sul colle di Assisi con l'atto di "impegno comune per la pace" pronunciato a una voce sola, in inglese, arabo e italiano, da esponenti cattolici, ortodossi, riformati, ebrei, musulmani, induisti, buddisti e delle religioni tradizionali africane. L'uno accanto all'altro hanno acceso un candelabro e si sono scambiati un commosso segno di pace, mostrando come da parte loro non si trattava solo di rifiuto culturale o politico di uno scontro di religione o di civiltà, ma di convinzione che la prossimità religiosa può smuovere profonde energie di bene, che sono nel cuore degli uomini e delle grandi tradizioni religiose d'Occidente e d'Oriente.
Così all'inizio del ventunesimo secolo Assisi è diventata una delle più espressive immagini dell'impegno delle religioni contro ogni forma di violenza, dopo l'ombra delle migliaia di vittime innocenti dell'attentato terroristico di New York, della risposta armata in Afghanistan e dell'escalation tra palestinesi e israeliani, che ha funestato l'avvio del terzo millennio. "Sono convinto che i leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani debbano prendere l'iniziativa mediante la condanna pubblica del terrorismo, rifiutando a chi se ne rende partecipe ogni forma di legittimazione morale o religiosa", aveva sottolineato il Papa alla vigilia del 24 gennaio andando al cuore della crisi attuale e anticipando possibili polemiche sull'utilità e l'efficacia di simili incontri. Già nel messaggio per la giornata mondiale della pace del primo dell'anno, Giovanni Paolo II aveva precorso il pronunciamento corale dei presenti ad Assisi condannando il terrorismo come "un vero crimine contro l'umanità", riconoscendo il diritto degli Stati a "difendersi", ma precisando che si tratta di un diritto " che deve, come ogni altro, rispondere a regole morali e giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi". E la prima regola è che la responsabilità di atti criminali "non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni, alle quali appartengono i terroristi". E una seconda importante puntualizzazione riguarda la collaborazione internazionale nella lotta antiterroristica, che "deve comportare un particolare impegno per risolvere le situazioni di oppressione e di emarginazione che fossero all'origine dei disegni terroristici".
NESSUNO TOCCHI CAINO
In questo grande sforzo il Papa ha inteso evidenziare con l'iniziativa di Assisi la specifica responsabilità dei leader religiosi. "Le confessioni cristiane e le grandi religioni dell'umanità devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell'unità del genere umano".
E' convinzione radicata del Pontefice ottuagenario che i capi delle religioni devono testimoniare "la verità morale secondo cui l'assassinio deliberato dell'innocente è sempre un grave peccato, dappertutto e senza eccezioni". E' questo il presupposto necessario per il formarsi di una società internazionale "capace di perseguire la tranquillità dell'ordine nella giustizia e nella libertà". L'esperienza di Assisi è ormai consegnata alla storia. Solo in seguito se ne potrà comprendere tutta la portata. Cristiani e seguaci delle altre religioni si sono ritrovati, gli uni a fianco degli altri, per riparare a quel terrorismo che "disonora la santità di Dio". Assieme hanno invocato da Dio la pace, anche se non potevano pregare insieme perché ogni sincretismo è stato escluso. Nondimeno ad Assisi hanno scoperto di condividere il senso e il rispetto di Dio, il rispetto per la vita, il desiderio della pace con Dio, fra gli uomini, con il cosmo, e molti valori morali. Hanno capito che possono e devono collaborare per difendere e promuovere insieme, a vantaggio di tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la libertà, la pace. Ciò vale particolarmente per le religioni monoteiste, che vedono in Abramo il Padre nella fede. "Ebraismo, Cristianesimo ed Islam", ha affermato Giovanni Paolo II al momento del congedo, "sono chiamate a pronunciare sempre il più fermo e deciso rifiuto della violenza. Nessuno,per nessun motivo, può uccidere in nome di Dio, unico e misericordioso .