COME DON BOSCO - l'educatore
di Bruno Ferrero

DISCIPLINA
LA GRANDE SFIDA DELLA FAMIGLIA

La vignetta più divertente rappresenta mamma porcospino che sta sculacciando il suo piccolo porcospino con la lacrime agli occhi e dice: «Credimi, fa più male a me che a te!»

Adattata, addolcita, negata, rovesciata, esaltata, invocata, comunque sia, la "disciplina" continua a far più male ai genitori che ai bambini. La sentono, giustamente, come la vera sfida della famiglia attuale. Disciplina significa semplicemente insegnamento. Per i genitori perciò i figli dovrebbero essere semplicemente dei discepoli. Nulla a che fare quindi con il capitolo punizioni e castighi.

La disciplina è la seconda cosa più importante che i genitori devono ai figli, dopo l'amore. Gli elementi che la compongono sono intuitivamente semplici.

< Può pretendere molto solo chi dà molto. Tutto l'apprendimento, anche quello dei limiti e delle strutture, comincia con l'"accudimento", dal quale i bambini imparano la fiducia, il calore, l'intimità, l'empatia e l'attaccamento nei confronti di coloro che li circondano. Il novanta per cento del compito di inse­gnare ai bambini a interiorizzare i limiti si basa sul loro desiderio di piace­re a coloro che li circondano. I bambini desiderano piacere: perché ama­no chi si occupa di loro e ne vogliono l'approvazione e il rispetto. Se si considera la disciplina come un insegnamento, e la si trasmette con grande empatia i bambini si sentono bene quando osservano tale disciplina. Sapere di essere la luce degli occhi di qualcun altro è una sensazione che nutre e infonde calore. Quando un bambino riceve uno sguardo di disapprovazione per aver picchiato la sorella, sperimenta un senso di perdita perché perde la considerazione positiva che aveva ricevuto quando si era comportato bene. Se non pro­vasse mai questi sentimenti positivi, non vi sarebbe alcun senso di perdita o di delusione che potesse spingerlo dall'interno a cambiare il suo com­portamento.

< Come tutte le forme di insegnamento, la disciplina è una faccenda a lungo termine. Gli scapaccioni e i castighi sono solo il tentativo di trovare una scorciatoia illusoria. Si tratta di costruire una "struttura", e perciò occorre molto lavoro di pavimento: i genitori devono approfittare di ogni oppor­tunità per sedersi con un bambino e dirgli: «Dovrò farti smettere ogni vol­ta che ti comporti in questo modo, fino a quando non sarai in grado di smetterla da solo». E' una vera dichiarazione d'amore: «Ti amo tanto e perciò, a qualunque costo, ti impedirò di sbagliare».

Quello del tempo è il vero problema della disciplina, oggi. I genitori che lavorano fanno fatica a concepire i limiti. Genitori che rientrano alle sette e mezzo di sera (con due lavori che li mettono sotto pressione) vivono con i figli in "fretta e furia". Dicono: «Non sopporto di stare via tutto il giorno e di tornare per essere colui che impone una disciplina». Per questi genitori è importante ritrovare un adeguato tempo di intimità con i figli alla fine della giornata. Se il genitore non ha visto il figlio per tutto il giorno e questi si comporta male, il genitore si sente cattivo e in colpa se si mette immediatamente a stabilire dei limiti. D'altra parte nell'importante questione dei limiti la madre e il padre devono lavorare insieme, come una squadra. Questo può avvenire solo se essi si nutrono a vicenda di intimità, affetto e comprensione. Molti genitori non si occupano dei figli solo perché non si occupano di loro stessi.

< La buona disciplina è preventiva: i genitori devono essere chiari e precisi, perché la disciplina è fonte di sicurezza. Devono decidere in anticipo quale aspetto specifico desiderano che il bambino modifichi, cercando di essere concreti e non astratti. Non serve a niente dire a un bambino di essere ordinato. Bisogna spiegargli che deve raccogliere le costruzioni prima di uscire. I genitori devono dire al bambino che cosa esattamente vogliono da lui e mostrargli come farlo. Devono lodare il comportamento corretto e continuare a gratificare i figli che si comportano bene, finché la disciplina esteriore non si trasforma nel "piacere dell'autodisciplina". I bambini imparano soprattutto prendendo a esempio coloro che li circondano. La moralità nasce dal cercare di essere simili a un adul­to che essi ammirano. I genitori devono proporsi con decisione come adulti di riferimento, guide, sostegno, rifugio, modello. Anche Gesù disse ai suoi discepoli: «Imparate da me!». Per questo la disciplina richiede presenza.

< I genitori non devono aver paura di chiedere troppo ai figli. Devono fornire obiettivi di ampio respiro: i bambini devono sentire l'entusiasmo dei loro adulti di riferimento adulti per la bellezza e la grandezza della vita in tutti i suoi aspetti. Il rischio è che le regole che i genitori attuali contrattano o anche impongono al figlio siano addomesticate, familiari, legate alla specifica età, adattate temperamento del bambino. Si tratta quindi di regole semplici e personalizzate, senza alcuna ambizione di definire il giusto e l'ingiusto, ma solo l'oppor­tuno e l'inopportuno, ciò che fa contenta la mamma e ciò che la scontenta, rendendola ansiosa o pericolosamente depressa.

Questa è una scelta importante e gravida di conseguenze, poiché la famiglia comincia a costruire regole per la pro­pria manutenzione e cessa quasi del tutto di trasmettere al figlio i valori della storia e del sacro. La famiglia avvia una produzione legislativa di basso profilo culturale e valoriale ma molto pratica, tanto da riuscire ad orga­nizzarsi cosi bene dal punto di vista delle relazioni interne da garantire una serena convivenza con i figli fino a quando hanno più di trent'anni, battendo tutti i record delle famiglie dei decenni precedenti sia in Italia che all'estero.


Il genitore
di Marianna Pacucci


L'OBBEDIENZA

NON E' PIU' UNA VIRTU'

Cominciava così un bellissimo recital sulla figura di don Lorenzo Milani, che tanto fascino ha esercitato nel periodo della mia formazione giovanile.

Erano gli anni immediatamente a ridosso del '68 ed io provavo una straordinaria sintonia con l'idea che l'obbedienza non solo non possa essere considerata una qualità positiva, ma addirittura debba essere considerata una tentazione subdola, perché azzera le risorse della responsabilità personale.

Partendo da questo presupposto, ho sviluppato gradualmente una forte allergia alla logica della disciplina, nonostante rivelassi nel rapporto con i miei genitori una grande disponibilità al rispetto delle regole e delle norme piuttosto rigide che allora regolavano la vita famigliare.

g Divenuta a mia volta madre, mi è rimasta dentro una grande perplessità nel dover chiedere ai figli di adeguarsi a uno stile di comportamento che in qualche modo poteva essere imposto dall'esterno. Nello stesso tempo, però, avvertivo essi avevano una grande fame di amore, ma anche un certo bisogno di disciplina. le regole erano in qualche modo per loro fonte di sicurezza, antidoto alla paura di sbagliare e di non sentirsi accettati. A questo non potevo non essere sensibile: nessun genitore si sottrae al confronto con i bisogni dei figli, né può negarsi di fronte a invocazioni educative espresse con assoluta fiducia.

Di qui, il mio impegno per realizzare la quadratura del cerchio: come dosare in modo opportuno amore e disciplina, libertà e responsabilità, autonomia e rispetto delle regole?

g Prima esigenza: recuperare dentro di me il senso dell'autorevolezza, per evitare atteggiamenti autoritari. Su questo fronte, era inevitabile che sbattessi il naso su una verità scomoda: la credibilità uno non se la può dare da solo, ma gli deve essere riconosciuta come qualcosa di evidente negli atteggiamenti e nei comportamenti abituali. I figli, ovviamente, si dimostrano ipercritici al riguardo, ma sono anche pronti a fare credito alla buona fede dell'amore materno; il problema non è farsi scoprire in momenti di debolezza o di errore, ma sbagliare di proposito per difendere i propri interessi o tentare di barare sulle interpretazioni un po' labili del ruolo di genitore.

g Secondo impegno: sforzarmi di motivare ogni richiesta, di spiegare le mie "pretese", affinché i figli comprendano che le richieste dell'adulto non sono un abuso di potere, ma un faticoso allenamento per educare i bisogni e le disponibilità dei ragazzi, per orientare le loro scelte ed esperienze, per renderli più esigenti con se stessi. In questo compito, non è permesso nessun alibi: mancanza di tempo, stanchezza, difficoltà comunicative non ci esonerano dalla responsabilità di rendere comprensibile ai figli il perché di quel che gli stai chiedendo. Può non piacere, ma è una verità fondamentale: la maturazione di una persona avviene proponendo e non imponendo qualcosa.

g Terza scelta, la più scomoda: accettare il rischio che i figli si ribellino quando non condividono le regole e che rivendichino la possibilità di partecipare alla loro eventuale ridefinizione. È una situazione dura da buttar giù, ma bisogna portarne il peso, perché i giovani possano continuare ad usare la testa mentre cercano di interiorizzare le regole che la realtà esterna mette loro dinanzi. L'autonomia resta un obiettivo prioritario della crescita, soprattutto quando un ragazzo vive in bilico fra dipendenza e indipendenza.

g Ultima scoperta: nella relazione educativa fra genitori e figli, il rispetto delle norme è un mezzo, non un fine. Un atteggiamento rigido non aiuta i ragazzi a scoprire che la vita chiede autodisciplina, ma anche flessibilità, disponibilità, tolleranza. La richiesta di obbedienza può diventare molto stupida, se non aiuta a sviluppare l'intelligenza e l'amore verso la realtà in cui si vive e le persone con cui si convive. Questi atteggiamenti, peraltro, non si possono improvvisare: sono il frutto maturo di una ricerca di armonia interiore che impegna per tutta la propria esistenza. Forse è questo ciò che noi adulti dobbiamo testimoniare ai nostri figli, senza tentennamenti e senza indossare maschere di alcun tipo.