CASA NOSTRA

 

Salgono gli altari tre eminenti figure della santità salesiana latino-americana.

 

UNIFICATI

DA UN MEDESIMO CARISMA

di  Pasquale Liberatore

 

Un salesiano sacerdote e amico dei lebbrosi: Luigi Variara; un salesiano laico instancabile infermiere: Artemide Zatti; una Figlia di Maria Ausiliatrice, fondatrice di opere sociali: Maria Romero Meneses. Espressioni di un’ unica spiritualità e significativamente accomunate dalla stessa data di Beatificazione: il 14 aprile 2002.

 

Mentre non poche case salesiane dell’America latina festeggiano il loro primo centenario di vita, la beatificazione di tre nuovi figli di Don Bosco acquista il valore di una firma di Dio su quanto è stato compiuto in un secolo di evangelizzazione. Variara, Zatti, Romero, una triade di nomi che aggiunta agli altri - Vicuña, Namuncurà, Komorek, Lustosa, Ortiz - sta a indicare la fecondità di un carisma germogliato nel nuovo continente, vivente ancora il fondatore. Don Variara, l’anima del lebbrosario di Agua de Dios; Zatti, l’infermiere che si china su tutti gli infermi; suor Maria Romero, creatrice di un dispensario medico in Costa Rica. Le loro vite abbracciano un secolo intero che va dal contatto diretto con Don Bosco (Variara lo conobbe nel 1887), ai nostri giorni (suor Romero è morta nel 1978).

 

VARIARA: IL CORAGGIO DELL’INEDITO

 

Inedita fu per i salesiani la cura dei lebbrosi: don Unia ne fu il pioniere, don Rabagliati l’organizzatore. A don Variara si devono la tenacia e la perseveranza nel dare continuità. Ebbe non pochi contrasti: fu osteggiato dall’Ispettore, preoccupato non a torto dei risvolti psicologici presso i confratelli di una malattia infettiva e allora inguaribile; e pagò di persona la sua predilezione per i lebbrosi, fatto oggetto di dolorose incomprensioni e costretto a peregrinare da un luogo all’altro: da Contratacion a Mosquera, a Bogotà, a Baranquilla, a Táriba. Ai suoi infermi Variara diede il meglio di sé, sorretto dall’inventiva, dalle doti umane, dalla passione per il canto. Tra le sue prime realizzazioni, dopo il teatro, fu la banda. Essendo riuscito ad avere gli strumenti di un battaglione dell’esercito, ne insegnò l’uso ai giovani lebbrosi, accostando con disinvoltura le sue labbra agli strumenti che loro usavano. Fu un’iniziativa di inimmaginabile efficacia in quel luogo di dolore, che strappò lacrime di commozione allo stesso Presidente della Repubblica. Costruì un orfanotrofio, stendendo la sua mano in ogni angolo della Colombia mediante un giornalino; si chinò su ciascun ammalato con amore materno, più che paterno. “Ai bambini prestava persino i servizi più umili e ripugnanti, curando le loro piaghe. Ai più invalidi, che venivano chiamati “decaduti”, faceva la toletta personale come una mamma”, si legge negli atti processuali. Il coraggio dell’inedito si manifestò ancor di più nella fondazione delle “Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”. Egli diede la possibilità di emettere i voti anche a ragazze lebbrose o figlie di lebbrosi che in nessun’altra congregazione avrebbero potuto realizzare l’ideale della consacrazione. Anche questo seme fu innaffiato da non poche sofferenze, dovute a dolorose incomprensioni e a facile scetticismo sul futuro dell’Istituto. Ma il seme crebbe rapidamente, e oggi è un albero di 375 religiose diffuse in 11 nazioni di America, Europa e Africa, e dedite alla pastorale della salute.

 

Todo viene  de Dios

A don Variara non fu risparmiata neppure l’umiliazione della calunnia, artefice un giovane che poi ritratterà e chiederà perdono. Egli l’accettò con dignitoso silenzio.  “Quando ne venne a conoscenza – dice un testimone – senza pronunziare parola andò in chiesa, e rimase per lungo tempo davanti al tabernacolo”. Gli fu invece risparmiato di ammalarsi di lebbra, ma ci fu un momento in cui ciò sembrò avverarsi: alcune screpolature della pelle indussero a diagnosticare il temutissimo morbo. Fortunatamente la diagnosi risultò infondata. In quella circostanza, egli si limitò ad esclamare in perfetta serenità di spirito: “Todo viene de Dios y todo va a Dios”.  E Dio ha benedetto l’opera di questo suo servo compiendo per mezzo suo il miracolo più difficile: accettare la sofferenza con gioia. Agua de Dios prima della venuta di don Variara era la cittadella del dolore. Egli insegnò il segreto per trasfigurare il dolore in gioia. E il miracolo si compì. A una donna in carrozzella, il corpo roso dalla lebbra, un giornalista chiese: “Come sta?”. “Sto molto bene in questo paradiso!”.  Oggi Agua de Dios è la cittadella della speranza.

 

Variara, non variare!

Conquistato da uno “sguardo insistente di Don Bosco”, era partito dall’Italia e approdato ad Agua de Dios, dove consacrò tutti i 28 anni che gli restavano da vivere. Intersecò quattro santi nella sua vita: Don Bosco, don Rua, don Rinaldi e don Beltrami. Da ciascuno ricevette una spinta speciale. Don Beltrami gli trasmise quello spirito di immolazione da cui egli trasse un carisma nuovo per le sue suore. Don Rua si prese cura della sua anima fin dal noviziato: ricevendo i suoi voti religiosi, gli aveva sussurrato all’orecchio “Variara, non variare”. Ed egli fu fedele a questa consegna. Il segreto della sua santità sta nel non essersi mai arreso di fronte alle difficoltà.

 

 

ARTEMIDE ZATTI: CON DON BOSCO COMUNQUE.

 

Artemide ebbe modo di temprare il suo carattere sin da bambino. L’emigrazione in Argentina, a 15 anni, fu una conseguenza necessaria della povertà della famiglia. La sua vocazione sbocciò dalla lettura della vita di Don Bosco, dopo aver fatto amicizia con un salesiano “calamitante”, come era il parroco don Cavalli che lo seguì per tutta la vita.

 

Resto con Don Bosco

In questo salesiano laico rivive la celebre espressione del Cagliero che davanti ai dubbi di alcuni suoi compagni se farsi “frate” o meno, esclamò con significativa immediatezza: “Frate o non frate, io resto con Don Bosco”. Anche per Zatti ci fu un momento in cui, dovendo rinunziare al sacerdozio per una malattia intervenuta, si trattò di scegliere tra salesiano laico o non salesiano. Lui non ebbe bisogno di riflettere a lungo per capire che sacerdote o no, intendeva restare con Don Bosco. E ci restò, vivendo in pienezza l’originale vocazione del “coadiutore”. Consacrò la sua vita ai malati, in ringraziamento all’Ausiliatrice per essere stato guarito da una malattia allora inguaribile, la tbc. Si procurò la dovuta preparazione con i titoli di farmacista e infermiere. Responsabile in pratica dell’ospedale, ne curò il trasferimento in una nuova sede; allargò la cerchia dei suoi assistiti raggiungendo, con la sua inseparabile bicicletta, tutti i malati della città, specialmente i più poveri – sarà ricordato in tutta la Patagonia come l’amigo de los pobres - senza mai esigere compensi, ma sempre generosamente ricompensato. Tra i suoi prediletti una povera muta e un ragazzino handicappato: quasi simboli della sua grandezza. Ha conosciuto la strettezza dei debiti, ma la provvidenza non gli è venuta mai meno. Ha amministrato tanto denaro, ma la sua vita fu poverissima: per il viaggio in Italia gli si dovettero prestare vestito, cappello e valigia. Amato e stimato dagli ammalati che a volte preferivano lui ai medici; amato e stimato dai medici che gli conferivano la massima fiducia, e si arrendevano all’ascendente che scaturiva dalla sua santità: “Quando sto con Zatti, non posso fare a meno di credere in Dio”, esclamò un giorno un medico che si proclamava ateo.

 

E se fosse Gesù in persona?

Il segreto di tanto ascendente? Eccolo: per lui ogni ammalato era Gesù in persona. Alla lettera! Da parte dei superiori fu raccomandato un giorno di non superare, nelle accettazioni, il numero di 30 ammalati. Lo si sentì mormorare: “E se il 31° fosse Gesù in persona?”. Da parte sua non c’erano dubbi: trattò ciascuno con la stessa tenerezza con cui avrebbe trattato Gesù stesso, offrendo la propria camera in casi di emergenza, o collocandovi anche un cadavere in momenti di necessità. Spesso la suora guardarobiera si sentiva interpellare: “Ha un vestito per un Gesù di 12 anni ?”. Per i suoi ammalati andò anche in carcere. Un detenuto, infatti, ricoverato in ospedale era riuscito a scappare e ne fu incolpato Zatti che conobbe così la prigione per un paio di giorni. Lo andò a prelevare una moltitudine di persone che - banda in testa - lo riaccompagnò al suo ospedale. Giunse anche per lui il momento della malattia (un tumore al fegato) che lo condusse alla morte. Scrisse egli stesso il suo certificato di morte e si preparò serenamente all’incontro col Signore, che lo chiamò nella mattina del 15 marzo 1951. Oggi a Viedma c’è un nuovo ospedale. Porta il suo nome e, ben visibile, il suo volto scolpito nella pietra. Ogni ammalato che entra è accolto dal suo sorriso.                   

 

LUIGI VARIARA

15 /01/1875: nasce a Viarigi (Asti ).

20/12/1887: «quel dolce sguardo di Don Bosco…»

29/05/1894: parte per Agua de Dios (Colombia)

24/04/1898: ordinazione sacerdotale a Bogotà.

07/05/1905: inizio della Congregazione delle Figlie dei SS. Cuori

15/12/1922: a Cúcuta (Colombia) per curarsi.

01/02/1923: morte a Cúcuta

18/08/1959: si introduce la causa di beatificazione

02/04/1993: è dichiarato venerabile

14/04/2002: beatificazione.

 

ARTEMIDE ZATTI

12/12/1880: nasce a Boretto (Reggio Emilia).

09/02/1897: immigrato a Buenos Aires con la famiglia.

19/04/1900: entra nel seminario salesiano di Bernal.

04/03/1902: a Viedma per curarsi la tbc.

1904          : promette alla Vergine di prendersi cura degli ammalati, se guarirà.

1911          : gli si affida l’amministrazione della farmacia.

1915          : è nominato responsabile dell’ospedale di Viedma.

1934          : in Italia per la canonizzazione di Don Bosco.

19/07/1951: cade da una scala e si scopre un tumore al fegato.

15/03/1951: morte.

22/03/1980: introduzione della causa di beatificazione.

02/04/1993: è dichiarato venerabile

14/04/2002: beatificazione