ESPERIENZE

 

I giovani continuano a sorprendere… per la loro generosità. Un esempio dal Madagascar.

 

MORA MORA, VASÀ!

di Marta Rossi

 

Gruppi numerosi di giovani, scelgono di passare le loro vacanze non a St. Moritz, o alle Seychelles, o alle Bahamas, ma tra i disperati del mondo. Nell’estate 2001 solo dalle ispettorie salesiane d’Italia sono partiti una ventina di gruppi per un totale di 232 persone. Una formidabile esperienza di formazione.

 

Quando in TV vedevo le scene delle guerre tra etnie in Africa, quando mi capitavano sotto gli occhi immagini di bambini con le pance gonfie e le mosche sugli occhi, mi si stringeva il cuore, ma consideravo quel mondo tanto lontano dal mio. Quasi irraggiungibile. Calpestando la terra rossa del Madagascar, guardando il suo cielo terso, ho capito che con quelle “strette al cuore” Dio mi stava spianando la strada.

 

UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE

 

Sono partita carica di scatole piene di cose, medicine e quant’altro potesse aiutare quelle persone. Sono tornata a mani (e valigie) vuote, ma con il cuore traboccante. Con la mia personale “macchina fotografica” (di quelle speciali che non si trovano in commercio perché scattano le foto con il cuore), ho fissato molte immagini: visi, mani, piedi, pance gonfie, ossa sporgenti, denti neri, zecche tra i capelli, pulci sotto i piedi, case di fango e paglia, ma anche un cielo stupendo, l’aria buona, le risaie, il silenzio, la pace. Il mio sguardo spesso si perdeva nel cielo, tra le nuvole e il sole di giorno, tra le stelle e la Croce del Sud di notte. Mi incantava, mi toglieva il fiato. Tornando non ho più provato quella sensazione di “contemplazione”, di estasi davanti a un cielo che mi ha aperto il cuore e la mente. Senza di lui non sarei tornata traboccante. Senza di lui non avrei vissuto appieno la mia esperienza, sarebbe rimasta lì, tra quei bambini, tra quelle case. Invece ce l’ho ancora qui, nel mio cuore. Aprire la sua porta non è facile, ha la serratura difettosa, difficile, ma basta toccare il “tasto giusto” e tutto riaffiora, sembra successo ieri...

 

LA PREPARAZIONE

 

Le settimane che hanno preceduto la partenza sono state cariche, piene di attesa, di ansia, di piccole ma, per me, grandi paure. I momenti di vera e propria fibrillazione si alternavano a un certo orgoglio per il “salto nel buio” che stavo per compiere, momenti di emozione, quasi di lacrime, alternati a momenti di sconforto, di nostalgia. Il calore della gente intorno a me, le promesse della preghiera quotidiana per noi che partivamo, fatta da chi restava qui (ma con il cuore ci avrebbe accompagnati), come unico contatto, hanno caricato ulteriormente il pre- partenza. Ma è l’aereo, il decollo, lo “stacco” da terra e l’aeroporto sempre più piccolo che ti fa capire che stai svoltando, che stai prendendo una strada diversa, sconosciuta, che ti porterà lontano. Già! Fin dove?

L’aereo atterra: “Assistenti di volo, disarmare gli scivoli…”. Inizia l’avventura. Tutto in Madagascar ti fa sentire lontana. Da casa, dalla famiglia, dagli amici, dall’occidente, anche da te stessa. Eppure… ti senti protetta, a tuo agio, senza “lacci” e puoi provare a spiccare il volo, senza paura. Sai che, abbandonandoti nella mani di Dio, ce la puoi fare. E da quel momento tutto ti è familiare, le case, la gente, l’acqua sempre fredda, l’onnipresente riso, la terra rossa, la mancanza di TV, del computer, del cellulare. La gente è splendida, gentile con i “vasà” (stranieri), ai quali cercano di trasmettere la loro filosofia di vita, “mora-mora vasà” (piano, piano, straniero!). E a te non rimane che adattarti, lasciarti andare, perdere la concezione del tempo, guardare sempre di meno l’orologio, abituarti a scandire le tue giornate con il sole, le nuvole, la pioggia. Farti aiutare dalla luna e dalle stelle, dal tuo orologio “biologico”, dalla natura stessa. Pensi: se ci riescono loro, posso farlo anch’io! E così impari a vivere il Madagascar, impari a fare tua questa terra, i suoi costumi, i suoi usi. Senza azzardarti mai a violarli in una minima parte.

 

TUTTO COME PRIMA… O NO?

 

E poi? E poi torni a casa, alla tua vita di sempre, dai tuoi familiari, dagli amici; alla tua piccola abituale realtà quotidiana. Ma sei diversa, cambiata. Rafforzata da un’esperienza che non ti lascia come prima. Mi sono chiesta come avrei potuto sfruttare questo scossone. Ho capito che, intrappolata dalle etichette e dall’opulenza occidentali, non è facile provare a cambiare. Ho capito che viviamo convinti che la felicità la si possa trovare in una macchina, in un cellulare, in una vacanza. Poi non ci basta, e vogliamo di più. La “semplice” automobile non va bene, non fa tendenza. E allora parte la corsa alla macchina potente. Il “semplice” cellulare non va bene, c’è bisogno di quello piccolo, colorato, che “wappa”. Il “semplice” televisore non basta, urge quello super piatto, che si appende al muro come un quadro, o si attacca al soffitto come un lampadario. E se il PC non è dell’ultima generazione, se lo stereo non ha il dolby, se il vestito non è griffato...

Sono riflessioni banali, lo so. Anche io avrei pensato la stessa cosa sentendo un discorso così. Il segreto sta nel cercare di trovare una dimensione più “normale”, di vivere cogliendo l’attimo, di imparare a rispettare gli altri e l’ambiente. Imparare a essere se stessi, a sentirsi felici con le piccole cose, a farsi scaldare il cuore anche solo da una bella giornata di sole. E ringraziare il cielo per quello che hai. Ecco cosa ho imparato dal mio Madagascar, a saper dire GRAZIE perché sono felice, GRAZIE perché ho la mia famiglia, i miei amici. GRAZIE perché ci sono.