di Jean François Meurs
“Caro Doctor J., avevo deciso di andare a visitare Monica, una collega che aveva lasciato il lavoro. Telefono per un saluto, e lei ci invita a cena. Ci andiamo tutti e quattro: io, mio marito, Matteo 8 anni e Antonina 12. Terminato il pasto, Monica ci propone di giocare tutti insieme, grandi e piccoli. Siamo rimasti sorpresi, ma questo era per loro del tutto naturale. Le loro figlie, 17 e 14 anni, sono andate a prendere dei giochi di società. Poiché eravamo numerosi – loro hanno anche un ragazzo di 10 anni, Andrea – ci hanno proposto un gioco che consiste nel costruire ciascuno una torre con pezzi di legno di tutte le forme ricevuti dagli altri giocatori; ero attonita nel vedere giocare mio marito, non l’avevo mai visto così accanito. Matteo era radioso e Antonio attentissimo e allegro, lui che non gioca mai se non da solo col suo PC. E ho anche osservato la grande complicità che esisteva tra i nostri amici e le loro figlie, si stuzzicavano, ma si felicitavano anche a vicenda. Terminato questo gioco, il loro figlio Andrea ha chiesto di giocare a nascondino, fuori, al buio, al lume di candela. Infantile come gioco, ma ci siamo divertiti un mondo. Rientrando a casa, Matteo ci ha fatto un rimprovero: “Voi non avete mai il tempo per giocare con me!”. Io mi domando dove abbiamo sbagliato, considerando che giocare è l’occupazione dei nostri figli, non la nostra. A casa di Monica giocare è una tradizione, mentre da noi, sempre sovraccarichi di lavoro, non c’è questo spirito! Forse sarebbe bello proporre di quando in quando una serata di giochi in famiglia.
Marinella, Vercelli
Cara Marinella,
Io credo che esista una « cultura del gioco » in certe famiglie – poche a dire il vero – che si riservano del tempo per giocare insieme. Magari rubando quello dedicato alla TV, benché bisognerebbe saper gestire anche quello riservato al lavoro. Perché il gioco è importante. Con quale la frequenza? Mah, per esempio una sera alla settimana, o ogni due settimane, o solo nelle serate invernali, o… Insomma la frequenza e le modalità non hanno importanza. Ciò che è importante è che non sia assente, perché fa parte dei tesori che i bambini non dimenticheranno più.
? Questo appuntamento col gioco cancella o rende più accettabile l’altro tipo di relazioni che i genitori hanno abitualmente coi figli: « Hai finito i compiti? Hai riassettato la camera? Mi fai vedere la pagella? Non andare a letto tardi!…”. E’ un momento di grande gratuità: nessuno è giudicato, né deve rendere conto a qualcuno. Giocare in famiglia è creare uno spazio riservato al piacere senza altri pensieri. Ci si scambia strizzatine d’occhio, si creano simpatiche complicità, si mettono in atto tentativi di seduzione… Si grida anche, ma per scherzo; ci si eccita, si prepara un buon colpo, s’impara a essere furbi, a non scoprire le proprie carte; si fanno alleanze, si gioisce per una riuscita momentanea, s’impara a perdere… Insomma genitori e figli sono finalmente sullo stesso piano. E quanta ricchezza di situazioni!
? Spesso i genitori giocano col figlio fino a sei anni. Dopo di che, lo persuadono a giocare da solo con le sue costruzioni o la sua macchinina. L’intenzione è lodevole: “Bisogna che impari a essere autonomo, industriandosi da solo o cercando l’aiuto dei compagni”. Vero. Ma si dimentica che il bambino ricerca già per conto suo il contatto, lo scambio; il pericolo è che si separi troppo presto dalla famiglia, e viva in parallelo con essa. Durante il gioco ci si raccontano delle storie, ci si stuzzica, si comunica, insomma: una “cultura del gioco” è spesso presente là dove esiste una « cultura del dialogo e dello scambio ». Non è troppo tardi perché anche voi possiate arricchire la vostra cultura familiare di momenti ludici, ma è più utile iniziare fin dall’infanzia.
? C’è di più: occorre variare i giochi: ogni fanciullo è differente e si arricchirà attraverso il gioco alla sua maniera: in logica, in ricchezza di vocabolario, in abilità manuale, in rapidità, in immaginazione… Il gioco è preceduto e seguito dal dialogo: prima si sceglie il tipo di gioco, si anticipa il piacere, si ricordano le regole. Dopo non ci accontenteremo di felicitarci con i vincitori, e consolare quelli che hanno perduto, perché sarebbe ridurre il gioco al risultato finale: “Bravo!” o “peccato!”. Si deve invece commentare, riconoscere che “è stato bellissimo giocare insieme”, e apprezzare le qualità dei singoli: “Mi mostrato un buon colpo”, “Avevi ragione a metterti d’accordo con lei”, “Come hai fatto a indovinare?”. I “grandi” possono incoraggiare e insegnare ai più piccoli a riflettere, i più giovani danno l’apporto della loro spontaneità. Giocare, come dice Montagne, “è confrontare il proprio cervello contro quello altrui”. Il gioco è un potente fattore d’integrazione familiare e di comunione.
? Non è raro che si aggiunga qualche altro piacere approfittando della circostanza: un piccolo dessert, una bibita tonificante, un bicchiere di vino da gustare. Allora, ci si rende conto che giocare insieme è una festa. Certi giochi approfondiscono l’interiorità, quando mettono in contatto con il fuoco, la notte, la luce, la natura, ma anche la solidarietà, la collaborazione, la condivisione. Addomesticano le emozioni, iniziano al linguaggio simbolico e ai grandi valori umani.