COME DON BOSCO- L’educatore

di Bruno Ferrero

EDUCARE LA RESPONSABILITA’

 

Il camper e il sabato sera. Come educare i figli del piacere. La coscienza è lo strumento più importante. L’esistenza dei doveri.

 

«Ho una figlia di sedici anni che, come tutti i suoi amici, da qualche tempo chiede con insistenza di poter andare il sabato sera a bal­lare in discoteca. All'inizio noi genitori abbiamo traccheggiato, rimandando il permesso, poi abbiamo dovuto cedere. I primi week-end sono stati ter­ribili: finché la ragazzina non tornava a casa, non riuscivamo a dormire, in prossimità del sabato il clima in famiglia si faceva irrespirabile. Bisogna­va trovare una soluzione, non potevamo morire di ansia o costringerla a non frequentare i suoi com­pagni. Così mi è venuto in mente il camper di mio marito...». L'intuizione è brillante. Il sabato sera verso mezzanotte la signora prende il camper, la figlia vestita da discoteca monta a bordo e assieme si di­rigono verso il locale. Lì parcheggiano, la ragazza si unisce agli amici mentre la madre s’infila la ca­micia da notte e si mette a letto con il suo bel li­bro fino a quando si addormenta. All'alba la ra­gazza bussa alla porta del camper, la mamma si sve­glia e insieme tornano a casa, felici e contente.

Lo psicologo Paolo Crepet, commenta così l’episodio: «Chiedo alla signora: Fi­no a quando durerà questa storia? Ci sarà un gior­no in cui non potrà più portare sua figlia in disco­teca con il camper, e quella notte come la passerà, si fiderà di lei? Sarà diventata autonoma e re­sponsabile, quindi capace di stimarsi? Stimarsi, volersi bene vuol dire aver raggiunto un buon grado di autonomia, sapere di poter con­tare sulle proprie forze. Forse quella mamma ha pensato più alla propria ansia che alla crescita del­la figlia».

 

? Educare i figli alla responsabilità è per i genitori un compito “logico” e importante, reso difficile oggi dal fatto che i ragazzi sembrano soltanto “figli del piacere” abituati ad avere tutto e subito, convinti che la trasgressione sia libertà, il dovere una prepotenza e la moralità una forma di debolezza.

L’obiettivo è aiutare i figli a formarsi una coscienza. Dotarli cioè dello strumento più importante per vivere da esseri umani. E’ questo il vero “centro di gravità” della persona. Una indispensabile bussola interiore per il viaggio della vita. Molti adolescenti, oggi,  sono semplicemente “scombussolati” o, come spesso si afferma, “incoscienti”.

La coscienza è la zona più intima, più profonda, più segreta dove l’uomo vede le cose con la sua intelligenza, dove esegue la sua valutazione: «Questo è bene… quello è male; questo è giusto… quello è ingiusto». Il Concilio definisce la coscienza «nucleo più segreto e sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria». Per il credente responsabilità significa che ogni uomo “risponde” direttamente a Dio. Per i non credenti il riferimento più comune finisce per essere la forza pubblica.

 

? Per iniziare la costruzione di una cosa così delicata occorrono delle solide “impalcature”: per questo i bambini devono scoprire l’esistenza dei doveri. I doveri non sono vessazioni autoritarie, non mortificano ma fanno la grandezza dell’uomo. Tutti si affannano a spiegare i “diritti”, ma senza il riferimento ai doveri, i diritti sono scatole vuote. Un diritto esprime il minimo. Un dovere chiede il massimo. Il dovere si inserisce in una dinamica di sviluppo, di crescita. Nella costruzione di se stessi, i doveri diventano dei pilastri sicuri, dei punti di orientamento. Sono lo strumento più sicuro per rendere i figli felicemente e autenticamente autonomi.

E’ importante che i genitori abbiano un progetto per un figlio, delle idee sul suo sviluppo e che gli indichino delle vie. E’ difficile per una persona che cresce e che conosce ancora poco del mondo che lo circonda, costruirsi come individuo autonomo se nessuno fa mai dei progetti per lui, se nessuno gli dà delle indicazioni o gli prospetta delle possibilità o gli indica delle strategie di comportamento non soltanto in rapporto a se stesso e alle proprie esigenze ma anche in rapporto agli altri, alle esigenze della famiglia, del gruppo, della comunità.

I genitori sanno che la prima tecnica da usare per tutto questo è offrire un modello da seguire.  In secondo luogo devono parlare, spiegare ma soprattutto essere molto concreti. Gli ambiti di responsabilità devono essere accuratamente stabiliti. Certo, alcune regole costituiscono altrettante proibizioni, destinate come sono a tenere bambini e adolescenti lontano da parole o comportamenti potenzialmente distruttivi, a livello fisico o emozionale, per se stessi o per altri. Occorre essere molto chiari per  quello che riguarda i doveri scolastici, i rapporti con gli amici e l’altro sesso, il motorino, l’auto, la gestione del denaro, l’alcool, le droghe.

 

? Ma in una famiglia sana, ognuno ha certi doveri che devono essere compiuti affinché la vita si svolga bene. E’ necessario che gli adolescenti abbiano vere responsabilità, che facilitino la vita degli altri componenti della famiglia. Queste responsabilità varieranno da famiglia a famiglia, ma possono riguardare la sorveglianza di un fratellino, l’aiuto a preparare la cena, a lavare l’automobile della famiglia, prendersi cura di un animale domestico, occuparsi del giardino, passare l’aspirapolvere, spolverare o fare il bucato. Don Bosco era molto chiaro sulla laboriosità: “Ricordatevi che la vostra età è la primavera della vita. Chi non si abitua al lavoro al tempo della gioventù, per lo più sarà sempre un poltrone sino alla vecchiaia, con disonore della patria e dei parenti, e forse con danno irreparabile dell’anima propria”. I genitori dovrebbero sempre accompagnare le dimostrazioni positive di responsabilità dei figli con manifestazioni di fiducia e di stima e l’ampliamento dei loro “diritti”. Di certo un adolescente ha responsabilità più ampie di un bambino di otto anni. A queste responsabilità si accompagna la libertà di andare a dormire più tardi, di trascorrere tempo lontano dalla famiglia, ecc..

Anche se forse nessuno si sentirà di imitare Don Bosco che, nel 1849, affidò a Giuseppe Buzzetti  tutti i soldi della comunità di Valdocco. E Giuseppe Buzzetti aveva da poco compiuto diciassette anni.

 

COME DON BOSCO­­­­ - il genitore

di Marianna Pacucci

 

UN CAMMINO LUNGO LUNGO

 

Educare i propri figli a diventare responsabili delle proprie azioni e della propria vita  non è affatto facile. Ma è indispensabile.

 

 

Quando i miei due figli erano piccoli, esprimevano spesso una richiesta che mi riempiva allo stesso tempo di gioia e di trepidazione: “Mamma, possiamo aiutarti?”. Era il loro modo di rendersi disponibili nelle faccende domestiche, per dimostrare la capacità di essere all’altezza della situazione anche se erano alti come due soldi di cacio, nonché anche una strategia furba perché liquidassi un po’ più in fretta il mio ruolo di casalinga per avere più tempo di giocare con loro.

Che fossi contenta del loro darsi da fare, è facilmente comprensibile. Un po’ meno scontata invece la mia ansia: ma le prestazioni dei pargoli erano talvolta veramente terribili. Ho dovuto raccattare file di posate ben lavate e asciugate, ma deposte con grande disinvoltura sul pavimento della cucina; mettere pietosamente gli asciugamani del bagno nella cesta della biancheria sporca perché amorevolmente utilizzati per lavare i sanitari; ripassare di nascosto i vetri delle finestre perché arricchite da strane impronte di manine, finite lì per caso mentre l’obiettivo ufficiale era quello di tirarli a lucido; districare lenzuola e coperte che facevano a pugni invece di starsene tranquillamente distese sui letti “rifatti”….

 

=Nonostante tutto, le prestazioni dei figli mi facevano piacere, e non perché una madre ha necessariamente un fondo di masochismo in qualche angolo della sua personalità. La verità è che mi rendevo perfettamente conto del fatto che i bambini devono gradualmente assumere delle responsabilità commisurate alle loro energie, possibilità e disponibilità, se si vuole che pian piano diventino protagonisti consapevoli di situazioni più complesse e impegnative. Il risultato di questa gara di resistenza – che ha avuto le sue gratificazioni immediate, oltre che la fatica di rimediare ai piccoli guai domestici dei figli – è che adesso vivo di rendita: non devo fare prediche perché i ragazzi eseguano con diligenza e puntualità i compiti di scuola; sono tranquilla sulla loro capacità di amministrare le relazioni con gli amici in modo sufficientemente responsabile; posso contare sulla costante fedeltà negli impegni religiosi ed ecclesiali; soprattutto li vedo abbastanza sereni nei periodi in cui devono compiere delle scelte che orientano la loro vita presente e il rapporto con il futuro.

 

=Ovviamente tutto questo non si è realizzato in modo automatico, né sempre con un ritmo lineare. Qualche volta i figli si sono chiesti - e mi hanno quasi rimproverato per questo – se vale la pena essere rigorosi con se stessi quando le altre persone invece cercano di farla franca di fronte agli impegni quotidiani o imboccano comode scorciatoie. Credo abbiano anche sofferto, specie negli anni della preadolescenza, perché si sono sentiti un po’ soli nell’amministrare certi valori: i compagni talvolta li deridevano perché li ritenevano incapaci di trasgressione – con una confusione netta fra questa e la capacità di dimostrarsi autonomi rispetto alla famiglia -; alcuni adulti che avevano il ruolo di educatori non sempre sono stati davvero solidali con la loro fatica di percorrere strade in salita.

Noi genitori invece abbiamo sempre fatto avvertire loro concretamente che facevamo il tifo quando incontravano delle difficoltà; che comunque eravamo contenti del loro sforzo per essere responsabili, facendo attenzione più all’impegno che ci mettevano che non ai risultati conseguiti; che eravamo pronti a sostenerli quando la posta in gioco si faceva più esigente.

 

= Soprattutto, abbiamo sempre cercato di confermarli nell’idea che quel che conta non è tanto un’etica del dovere, quanto la ricerca di un equilibrio interiore, la costruzione di una pace con se stessi che vale molto più dei successi esteriori e del consenso degli altri, la consapevolezza che la vita ti impegna con te stesso ma soprattutto con gli altri e per gli altri.

Responsabilità come esperienza di solidarietà verso il prossimo: forse abbiamo insistito tanto su questo, che adesso dobbiamo rincorrere i figli fra una riunione in parrocchia e un impegno di volontariato, fra la partecipazione alla vita della scuola e l’animazione del gruppo dei coetanei. Anche se hanno meno tempo per stare con noi, diciamolo sottovoce, ci sta bene così.