SISTEMA PREVENTIVO

 

OLTRE LA RAGIONE

di Francesco Casella

 

La carità pedagogica di Don Bosco prende le mosse dalla ragione, come si è detto, ma si alimenta attraverso la religione e assume forma concreta attraverso l’amorevolezza.  Si tratta del trinomio che regge tutto il sistema educativo del santo dei giovani. 

 

La religione

 

Il secondo termine, “religione”, indica che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente, in quanto l’obiettivo educativo ultimo che egli si propone è la formazione del credente. Il traguardo cui tende l’opera educativa è Cristo, “l’Uomo nuovo”; ogni giovane è chiamato a maturare in Lui e a sua immagine. Il CG23 indica con chiarezza qual è la “meta globale”, ossia «il tipo di uomo e di credente che deve essere promosso nelle concrete circostanze della nostra vita e della nostra società. La meta è quella di costruire la propria personalità avendo Cristo come riferimento sul piano della mentalità e della vita». Non comprenderà mai Don Bosco educatore né la sua pedagogia - soleva affermare don Alberto Caviglia - chi non parta da questo principio metodologico della coscienza chiara del fine ultimo e della sua costante presenza lungo tutto il cammino da percorrere.

 

PER DARE SENSO

 

Molto interessanti sono le parole di Don Bosco ad ex-alunni sacerdoti, affinché si adoperassero a “dare senso alla vita” alla vita dei giovani:

«Il Signore che ci vuole tutti felici, con questi flagelli [provocati dal colera] intende di farci conoscere la preziosità della vita eziandio temporale. E voi, miei cari figliuoli, abbiate di mira nelle vostre prediche di parlare sovente della morte. Oggi giorno non si fa alcuna stima della vita. Chi si suicida per non sopportare i dolori e le disgrazie; chi arrischia la vita in duello; chi la sciupa nei vizi; chi la giuoca in arrischiate e capricciose imprese, chi ne fa getto affrontando pericoli per seguire vendette e sfogare passioni. Predicate adunque e ricordate a tutti, che noi non siamo i padroni della nostra vita. Dio solo ne è il padrone. Chi attenta ai proprii giorni fa un insulto al Signore, è la creatura che fa un atto di ribellione contro il suo Creatore. Voi che avete ingegno troverete idee e ragion in abbondanza e modo di esporle, per indurre i vostri uditori ad amare la vita e rispettarla, nel gran pensiero che la vita temporale bene impiegata è foriera della vita eterna».

Per Don Bosco l’uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni religiose. Non si tratta di una religione speculativa e astratta, ma di una fede viva, radicata nella realtà, fatta di presenza e di comunione, di ascolto e di docilità alla grazia.

Don Bosco soleva dire che “le colonne dell’edificio educativo” sono l’Eucaristia, la Penitenza, la devozione alla Madonna, l’amore alla Chiesa e ai suoi pastori. La sua educazione è un “itinerario” di preghiera, di liturgia, di vita sacramentale, di direzione spirituale: per alcuni, risposta alla vocazione di speciale consacrazione; per tutti, la prospettiva e il conseguimento della santità.

 

IL TERZO PILASTRO

 

L’amorevolezza

 

Si tratta del punto di vista metodologico. Occorre un atteggiamento quotidiano, che non è semplice amore umano né sola carità pastorale. L’amorevolezza si traduce nell’impegno dell’educatore quale persona totalmente dedita al bene degli educandi, presente in mezzo a loro, pronta ad affrontare sacrifici e fatiche nell’adempiere la sua missione. Tutto ciò richiede una vera disponibilità per i giovani, simpatia profonda e capacità di dialogo. In questo contesto è tipica ed illuminante l’espressione: «Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi». Con felice intuizione esplicita: quello che importa è che «i giovani non siano solo amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati».

In tale prospettiva vengono privilegiate le relazioni personali. Don Bosco ama usare il termine “familiarità” per definire il rapporto corretto tra educatori e giovani. Il quadro delle finalità da raggiungere, il programma, gli orientamenti metodologici acquistano concretezza ed efficacia, se improntati a schietto “spirito di famiglia”, cioè vissuti in ambienti sereni, gioiosi, stimolanti.

A questo proposito va almeno ricordato l’ampio spazio e dignità dati da Don Bosco al momento ricreativo, allo sport, alla musica, al teatro, al cortile. È lì, nella spontaneità e allegria dei rapporti, che l’educatore sagace coglie modi di intervento, tanto lievi nelle espressioni, quanto efficaci per continuità e per il clima di amicizia che si realizzano. L’incontro, per essere educativo, richiede continuo ed approfondito interesse che porti a conoscere i singoli personalmente.

Si tratta di un’attenzione intelligente e amorosa alle aspirazioni, ai giudizi di valore, ai condizionamenti, alle situazioni di vita, ai modelli ambientali, alle tensioni, alle rivendicazioni, alle proposte collettive. Si tratta di percepire l’urgenza della formazione della coscienza, del senso familiare, sociale e politico, della maturazione nell’amore e nella visione cristiana della sessualità, della capacità critica e della giusta duttilità nell’evolversi dell’età e della mentalità, avendo sempre ben chiaro che la giovinezza non è solo momento transitorio, ma un tempo reale di grazia per la costruzione della personalità. (continua)