IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
Molti sono i fatti che confermano – a noi adulti – la grande solitudine che vivono i giovani e le scappatoie che trovano per sottrarvisi. Si fa presto a mitizzare chi sembra vivere la vita sull’onda del successo. Il difficile compito di azzeccare ciò che è essenziale nell’educazione.
Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente: sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe".
Sono parole di una quindicenne romana a un suo professore, negli stessi giorni di ottobre seguiti alla polemica dei jeans a vita bassa delle ragazze a scuola, e alla voglia di indossarli con mutandine firmate da noti stilisti. Parole rimbalzate sui media, mescolate con un’altra notizia passata quasi frettolosamente: 7 giovani giapponesi si suicidano in un pullmino, dopo aver pianificato in internet la loro fine collettiva. Alla luce di queste morti di solitudine, anche il dibattito sulle disincantate parole della studentessa italiana sarebbe meno salottiero e più politico. Nel senso di porsi alla comune ricerca di come liberare l’orizzonte giovanile che segna tempesta.
Un dato di fatto è certo e si parte di là: la ragazza non esprime un atto d’amore verso questa società. Piuttosto la subisce. Come tantissimi giovani, o insoddisfatti o atterriti dalle prospettive che si parano loro davanti e che sono diventate ritornelli allarmanti delle paternali genitoriali o educative nelle scuole e nelle associazioni. Conformarsi alla figura di questo mondo per avere un nome, un’identità, un riconoscimento. Ma, ha ricordato anche di recente il Papa, “il giusto deve affrontare giorni tristi, perché lo circonda la malizia dei perversi i quali si vantano della loro grande ricchezza”. E pensano di poter comprare tutto, anche la morte per restare all’infinito nelle loro gaudenti dovizie. Con l’esclusione dei più.
A questo punto, non è in questione il jeans a vita bassa o alta: la scuola, bisogna esserne convinti, ha ben altre grane da risolvere. E non si tratta di riconoscere il carattere di normalità ai ragazzi che seguono la moda. La normalità non sta nel seguire la moda o nel contestarla. Ma concentrarsi sul vestito rischia di farci tralasciare questioni più sostanziose, quelle che segnano davvero la vita o le danno senso trascendente.Il mondo educativo nel suo complesso dovrebbe porsi in ascolto delle parole della quindicenne romana. Specialmente perché sono parole che riassumono sensazioni di tanti ragazzi e ragazze, il sentire di una generazione che incontra altre segnaletiche nella strada della loro crescita.
Queste segnaletiche le abbiamo poste noi adulti. Cambiandole rispetto alle bussole che ci hanno orientato in gioventù. Forse ce ne siamo accorti, forse non ce ne siamo accorti, o facciamo finta di non accorgerci di che cosa abbiamo preparato ai giovani... Perché anche i jeans a vita bassa li hanno inventati gli adulti per loro, non se li sono inventati i giovani. Ma è più facile ripeterci che sono loro diventati più fragili. Balle gigantesche.
E’ mutato il quadro di riferimento. E’ la minore agibilità per la libertà entro apparenti briglie sciolte, è la porta chiusa del lavoro, è la sazietà di roba da un lato e la miseria crescente dall’altra che, sperimentate sulla pelle, nonostante il grande circo mediatico del consenso, a rendere più disincantati i giovani. Ed è la ferma decisione a perseguire un modello sociale centrato sul primato dell’avere. Servirebbe un’inversione culturale e politica delle nostre società benestanti che guardano molto al profitto e poco alla morale. Senza la forza di una tale inversione, la nostra attenzione ai problemi giovanili o è moralista ma inefficace, o ipocrita.