CHIESA
di Silvano Stracca
“Operare da cristiani nella cultura dei media”. È la sfida del nuovo direttorio sulle comunicazioni sociali dei vescovi italiani. La Chiesa deve, infatti, fare i conti con “la rivoluzione culturale” della società dell’informazione, se vuole “stare dentro la contemporaneità”.
Una
“nuova sfida culturale” quella della comunicazione di massa “areopago del tempo
moderno”, come l’ha definita il Papa. Con insidie e pericoli che rappresentano
la nuova frontiera del “genio missionario della Chiesa”. “Varcare le soglie
dell’arena mediale comporta un riconoscimento sociale sempre maggiore:
rinunciarvi significa perdere rilevanza”. La Chiesa verrebbe dunque meno alla
propria missione se non accettasse la sfida complessa e affascinante dei media,
sottolineano i vescovi italiani in un documento dal titolo emblematico
“Comunicazione e missione”. Una sorta di magna charta che
propone fondamenti e indicazioni operative per una svolta nella mentalità e
nell’impegno per l’inculturazione del Vangelo nei linguaggi mediatici. “La
comunicazione sociale è una componente essenziale della nuova
evangelizzazione”, scrivono i presuli indicando nei media uno snodo
fondamentale per superare quella separazione tra la dimensione della fede e la
dimensione della vita che costituisce oggi una delle maggiori preoccupazioni
della Chiesa. Perché la fede non è “autentica” e la missione della Chiesa non è
“efficace” se non riesce a incidere “sulle scelte, i costumi, gli orientamenti,
la politica”. Il principio da cui parte il documento è ben definito: “Ignorare
il mondo della comunicazione o semplicemente sottovalutare le sue capacità di
incidere sulle coscienze significa precludersi ogni possibilità di
evangelizzare la cultura moderna”. Alla Chiesa, che esiste per comunicare la
fede, viene perciò chiesta una “conversione pastorale” che include ed esige una
“conversione culturale” che non riguarda solo i singoli ma la comunità nel suo
insieme. I vescovi non si nascondono che la posta in gioco è alta. Per
questo chiedono con forza “un sistema compiuto di regole in grado di
garantire il pluralismo e un corretto rapporto dei mezzi di comunicazione
con la politica e l’economia, nello spirito di un autentico bene comune”. E
denunciano i rischi di un troppo stretto rapporto tra media e gruppi di potere,
in un momento nel quale “ruolo e controllo dei media sono diventati
decisivi per gli assetti sociali e civili del Paese e per lo sviluppo
della democrazia”.
“Le tecnologie e i processi della comunicazione sociale – si dice nel documento – sono sempre più collegati con il sistema economico e commerciale, sino a diventarne per molti versi dipendenti”. Di qui l’allarme per il formarsi di “gruppi oligopolistici che propongono modelli distorti dell’esistenza umana, della famiglia e della società”, come pure per “la ricerca ossessiva degli ascolti”, la corsa all’audience, “che favorisce l’appiattimento verso il basso e spinge la comunicazione sociale a diventare sempre più volgare”. Quanto più aumenta la dipendenza della comunicazione dal sistema economico, tanto più “risulta necessario introdurre rigorosi criteri etici. I bilanci economici sono importanti, ma ogni investimento in questo campo dev’essere fatto in sintonia con il rispetto della dignità della persona, delle verità fondamentali e della libertà”. Ed è quanto mai indispensabile in tale contesto “la partecipazione pubblica al processo decisionale relativo alla politica delle comunicazioni”. “Rientra nella missione della Chiesa contribuire all’individuazione di una sana politica delle comunicazioni sociali”, affermano i vescovi, puntualizzando che “diritti e doveri devono svilupparsi all’interno della logica delle responsabilità”. Occorre certamente promuovere codici deontologici e autoregolamentazioni, “ma anche verificare che siano eticamente fondati e in grado di salvaguardare i diritti di tutti, in particolare dei più deboli”. Centrale il ruolo di garanzia delle autorità pubbliche, affiancate però da associazioni degli utenti. Entrambe le istanze sono chiamate a operare affinché i media “conservino alta la loro finalità primaria di servizio alle persone e alla società”. Perché, “l’assenza di controllo e di vigilanza non è garanzia di libertà, come molti vogliono far credere, ma finisce piuttosto per favorire un uso indiscriminato di strumenti potentissimi che, se mal utilizzati, producono effetti devastanti sulla coscienza delle persone e nella vita sociale”. Su questo sfondo s’innesta il direttorio, dettando criteri per formare la comunità cattolica in modo che i suoi appartenenti siano in grado di operare da cristiani nella nuova cultura. Un richiamo, in sostanza, a trasformarsi da spettatori in protagonisti. Richiamo più urgente che mai perché, in molti casi, le comunità ecclesiali “stentano a comunicare o non ne avvertono la necessità” oppure non raggiungono gli “standard qualitativi” necessari per ottenere ascolto.
Il rimedio viene indicato nella formazione degli operatori, nel coordinamento e potenziamento dei media gestiti dalla Chiesa superando “una certa indifferenza” di fedeli e preti, nell’ingresso delle istituzioni ecclesiali “nella rete delle reti”, Internet. L’obiettivo è di avere un sito web per ognuna delle 26 mila parrocchie italiane: “Interfaccia virtuale della parrocchia è il suo sito Internet”. E ogni parrocchia dovrebbe avere una figura nuova: l’animatore della comunicazione e della cultura, scelto di preferenza tra i giovani, perché si faccia operaio dei nuovi media “con il genio della fede”. Si raccomanda infine cautela nelle apparizioni di preti, frati e suore alla radio e alla televisione, ricordando loro che “nessuno ha il diritto di parlare a nome della Chiesa” se non ne ha avuto l’incarico. Invitandoli ad astenersi da “intervenire in programmi di mero intrattenimento o quando la loro presenza può suscitare turbamento o scandalo”. E confermando il no all’intervento in trasmissioni che “possono essere tacciate di superficialità e futilità”.
La prima modalità di comunicazione della fede, anche nel villaggio globale, resta la testimonianza: anche attraverso i media il fedele “non può derogare il suo compito di testimone della fede, fino a sperimentare il martirio dell’emarginazione e del disprezzo, perfino della sofferenza e della morte”.
Possono creare oligopoli e puntare solo sulla corsa all’audience. Tendono a fagocitare ogni tipo di relazione personale e sociale con la duplice possibilità di favorire da una parte un “nuovo umanesimo” o generando, dall’altra, “una drammatica alienazione da sé e dagli altri”. Il rischio è quello di omogeneizzare ogni aspetto della vita o di dare della stessa un’immagine non reale, anche con l’utilizzo indiscriminato dei sondaggi.
I mass media devono rispettare di più “il bene complessivo della famiglia, oggi spesso solo oggetto di interesse per i consumi”. Come pure devono essere rispettati i minori. L’autoregolamentazione da parte delle emittenti, pur lodevole, non sempre è sufficiente. Servono norme rigorose dello Stato a loro tutela.
Dura la critica al dilagare che si registra nei media della violenza, della volgarità, della pornografia e dei “continui attacchi all’intelligenza e al corpo umano”. Segno devastante di una “deriva sociale e culturale è la diffusione di materiale pornografico in particolare attraverso le nuove tecnologie”.