CASA NOSTRA
di Francesco Motto
Mercoledì 22 e giovedì 23 settembre è andata in onda la fiction “Don Bosco” su RAI Uno.
La fiction televisiva “Don Bosco”, andata in onda su RAI Uno il 22-23 settembre
scorso, ha riscosso ampio successo di ascolto; nella seconda puntata ha
addirittura superato l’esordio della V edizione del “Grande Fratello” su altro
canale.
Qualcuno ha trovato le ragioni del successo nell’attuale trend favorevole alle fiction televisive di indole religiosa, o nell’aver il regista accontentato il “facile” palato del grande pubblico (con la “mitica” immagine che Don Bosco stesso ha offerto nelle sue Memorie), o nell’essere egli già di per se stesso uno dei personaggi ottocenteschi ritenuti ancora attuali. Ma l’audience non può farci eludere una domanda: il Don Bosco presentato è quello vero, o qualcuno che gli assomiglia, o addirittura un’invenzione, una contraffazione. In altre parole: quello visto in TV è il Don Bosco della storia? La risposta non può essere un’alternativa fra un sì o un no, ma un sì e un no nello stesso tempo.
ANZITUTTO UN SÌ
Se l’importanza storica di Don Bosco è da rintracciarsi nella percezione intellettuale ed emotiva che ebbe della portata teologica e sociale del problema della gioventù «abbandonata» (cioè dell'enorme porzione di gioventù di cui non ci si occupava o ci si occupava male), non c’è dubbio che il Don Bosco televisivo è storico. E altrettanto si può dire dell’essere stato presentato come uomo/prete/educatore che si è fatto (quasi) tutto da sé, avendo dovuto lottare: in famiglia per poter studiare, in seminario per avere mezzi economici sufficienti, a Torino per vincere l’ostilità delle autorità civili e religiose nei confronti del suo modo di “essere e operare” nelle zone più povere e malfamate, da “prete dei giovani senza parrocchia”, dei ragazzi “perduti”, maltrattati, vittime di soprusi e angherie. Giovani e ragazzi che con Don Bosco costituiscono gli elementi portanti della struttura narrativa della fiction. Il “don” ha reagito energicamente a una situazione che giudicava insostenibile, pericolosa e ambigua, ha trovato forme nuove di opporsi al male, ha resistito alle forze negative della società, ha contestato - a suo modo s’intende - i poteri forti del tempo. Tutto ciò non significa che la ricostruzione ambientale della TV sia ineccepibile, che tutti gli episodi riportati siano avvenuti (si pensi al ragazzo condannato a morte, alla solenne bastonatura di Don Bosco, ai volantini falsificati dal Vicario di città, allo “svenimento” successivo alla lettera papale…), o che anche quelli avvenuti lo siano stati in quel modo e in quel tempo. Ma la fiction, anche se “storica”, non è una biografia critica; il linguaggio iconico, tipico del mezzo televisivo, è diverso da quello scritto. Pertanto il regista legittimamente seleziona, privilegia, sintetizza, rilegge, immagina, adatta per trasmettere un’idea, per suscitare un’emozione, per provocare una domanda. Una scelta onesta, quella del regista, non necessariamente originale e artistica.
MA ANCHE UN NO
Detto questo, non si può non tacere che il protagonista della fiction sia un Don Bosco “ridotto”: il ritratto fra l’agiografico e l’ideologico risulta debole sotto il profilo della completezza e dello spessore del personaggio. Chi di Don Bosco dovesse conoscere solo quanto ha visto in TV, avrebbe di lui un’immagine parziale. La fiction privilegia i primi 40 anni della sua vita, mentre gli altri 30 sono praticamente inesistenti. Eppure, solo nella maturità Don Bosco sentì come un dramma l’indifferenza verso la gioventù e lanciò su scala mondiale l’idea di doverosi interventi come necessità primordiale per la vita della Chiesa e per la stessa sopravvivenza dell'ordine sociale. È soprattutto dopo la metà del secolo che ebbe la chiara percezione della tragedia del popolo italiano che si allontanava dalla fede e l’interpellante appello di altri popoli che non conoscevano la via della salvezza in Cristo. Senza questa apertura sul mondo, senza questo sguardo universale, Don Bosco sarebbe rimasto un validissimo direttore di oratorio festivo interparrocchiale (o “un ottimo organizzatore di Estate Ragazzi", come ha scritto qualche spirito critico) ma non un santo universalmente conosciuto, la più grande meraviglia del secolo XIX, come l’avrebbe definito l’anticlericale, ma in qualche modo “amico”, Urbano Rattazzi.
Né Don Bosco operò (come viene presentato nella fiction) nella sola area torinese; viaggiò per cento città italiane, attraversò Francia, Spagna, Belgio, Austria alla ricerca di risorse economiche per le grandiose opere cui non si stancava di mettere mano in Italia e all’estero. A Roma si recò ben 20 volte, e vi rimase complessivamente per oltre due anni, non certo da turista. E l’America Latina? Non c’è stato materialmente, ma quanto è stata presente al suo spirito, nei suoi sogni, e quanto ha lavorato e sofferto perché i suoi “figli” vi impiantassero opere missionarie durature.La stessa casetta Pinardi, a Valdocco, non fu solo un cortile e un piccolo internato per qualche decina di ragazzi; divenne un complesso edilizio grandioso, capace di contenere un oratorio, un pensionato, un ospizio, varie scuole umanistiche e di lavoro; insomma un’opera per circa 800 giovani - la massima concentrazione di minori in Italia. Si potrebbe continuare: Don Bosco organizzatore di compagnie e associazioni giovanili culturali, ricreative, sociali; predicatore urbano e rurale; fecondissimo scrittore religioso, catechistico, educativo, controversista; editore e promotore di tipografie, editrici, librerie; fondatore di giornali, periodici, collane letterarie per la scuola, letture amene e teatrali; costruttore di chiese di risonanza nazionale e internazionale; organizzatore di iniziative per gli emigranti e le missioni; fondatore di due famiglie religiose (SDB, FMA) e di due organismi a esse collegati: l’opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni adulte e i Cooperatori); mediatore politico-religioso fra Stato e Chiesa in Italia; ricercatore delle più varie relazioni sociali (papi, re, imperatori, ministri, vescovi, sacerdoti, laici, uomini, donne di tutte le estrazioni sociali: migliaia le lettere loro indirizzate); uomo capace di mobilitare e aggregare consensi in tutte le classi sociali (grazie anche alla intelligente propaganda del “Bollettino Salesiano”); last, but not least, iniziatore di una scuola di santità. Tutto ciò è documentatissimo. Di tutto questo non esiste quasi traccia nel film televisivo che è per l’appunto una fiction, una finzione. Poco si intravede anche del suo “essere” un segno sconcertante di linearità e di contraddizione, di tradizionale e di moderno, dedito a salvare le anime e attento al sociale (più che sindacalista aggressivo o pavido “buonista”). Certo, fare un film biografico su un personaggio della statura del prete dei Becchi, trovare le corrette chiavi interpretative su un santo poliedrico come lui non è facile; non per nulla la narrativa cinematografica l’ha piuttosto trascurato. In attesa dunque di chi abbia capacità di levarsi sopra tutta la documentazione, la fiction in oggetto può forse considerarsi un lunghissimo flash, metaforico e stilizzato, su Don Bosco, il cui risultato più fecondo potrebbe essere quello di suscitare il desiderio di conoscerlo a tutto tondo, sicuri che, abbandonata l’infinita aneddotica della sua vita e la retorica di cui la storia non ha bisogno, il santo subalpino ha ancora qualcosa da dire agli uomini di oggi.