VIAGGI
di Giancarlo Manieri
Tirana possiede una prestigiosa scuola professionale salesiana e altre realtà.
Il Don Bosco di Tirana ha fatto presto a diventare un centro-pilota, riconosciuto
a livello nazionale e anche un po’ invidiato dagli altri centri professionali
non solo della capitale.
Un’opera non piccola il “Don Bosco” di Tirana, e anche abbastanza complessa, che allunga i suoi tentacoli educativi in molti settori. La fa funzionare un manipolo di salesiani, sei in tutto: due italiani - un veneto e un pugliese – uno slovacco, un kossovaro e un confratello laico di Timor Est. E’ stata costruita grazie all’aiuto consistente della Cooperazione italiana, attraverso il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, ma la “S” si può leggere anche come Salesiano), la procura missionaria di Bonn, l’Ispettoria meridionale e tanti benefattori, oltre la collaborazione attiva del Ministero del Lavoro albanese. Da questi il “Don Bosco” è stato assunto come modello-guida per le scuole professionali della giovane repubblica; tanto che lo stesso Ministro – un musulmano tanto per sottolineare – continua a esortare gli altri centri a visitare quello salesiano per imparare come si fa la formazione professionale. E questo, davvero, non è poco. Gli industriali apprezzano la scuola, tant’è che se hanno la necessità di assumere qualcuno lo cercano al “Don Bosco”. “In così poco tempo già a questo livello?”. “Proprio così”, risponde con la soddisfazione stampata sul viso don Filippin, poi continua: “Ti dirò di più: c’è una rivista in città che si chiama Celsis, cioè Chiave. È fatta di annunci, domande, ricerca e offerte di lavoro... una rivista commerciale, insomma. Ebbene, in un numero si leggeva questo annuncio: Cercasi segretaria, possibilmente allieva del Don Bosco”. “Sono tanti quelli che chiedono di iscriversi?”. “Troppi direi. C’è la fila. E in maggioranza sono musulmani. Attualmente abbiamo circa 500 allievi che frequentano corsi professionali di vario genere: idraulici, elettricisti, muratori, informatici, segretarie d’azienda, sarte, animatori/trici sociali, ecc. e in più da un anno a questa parte abbiamo aperto anche la media/superiore, e si tratta, bada, dell’unica scuola cattolica della capitale a fronte delle 20 musulmane aperte dai turchi dopo la fine della dittatura”.
NON SOLO SCUOLA
Ma il “Don Bosco” non si esaurisce nella scuola. Un altro dei suoi fiori all’occhiello è l’oratorio. Poteva mancare in un’opera salesiana? Ho visto ragazzi occupare tutti i buchi dell’opera. L’oratorio si apre sul quartiere Lapraka, uno dei più poveri della città, a favore di ragazzetti e ragazzotti un po’ difficili, di quelli, per intenderci, che viaggiano con il coltello o il cacciavite in tasca. “Le risse sono pane quotidiano e a volte ci scappa il ferito, l’arresto, l’inseguimento... È un bel campo, insomma, per noi. Ci riporta a Valdocco, alle origini”, dice il direttore. L’oratorio si occupa anche di una categoria particolare di ragazzi... in Brasile li chiamerebbero “Meninos de rua”, nell’America spagnola “niños de la calle”; qui sono i “rom”. “Ogni anno, continua don Filippin, abbiamo un centinaio di piccoli rom che, letteralmente, preleviamo dalla strada. Abbiamo chiesto agli insegnanti della vicina scuola elementare di aiutarci nel recupero scolastico di questi piccoli analfabeti...”. “Non hanno una famiglia? Mi sembra incredibile che non li mandino a scuola”. “E invece è naturale. Tra i rom ogni membro della famiglia deve contribuire al mantenimento. E’ una legge ferrea. Se non porti a casa qualcosa non sei della famiglia”. “E che cosa inventano per contribuire e guadagnare qualche soldo?”. “Di tutto: raccolgono lattine vuote, frugano nei cassonetti dell’immondizia per raccattare qualche utile cianfrusaglia. Poco che sia, qualcosa deve entrare in famiglia”. “Questo significa che le famiglie dei piccoli rom che vedo qui hanno rinunciato all’entrata?”. “Niente affatto. Siamo noi a offrire il corrispettivo in denaro e più spesso in viveri di quanto il figlio avrebbe guadagnato con il suo ‘lavoro’. “E dove prendete i soldi?”. “Ci aiuta l’UNICEF. Ma anche i benefattori”. Così il ragazzo può fermarsi all’oratorio anche dopo le lezioni a giocare, socializzare, fare amicizie, educandosi rispettando tutte le etnie e a inserirsi nel suo quartiere.
INFINE LA PARROCCHIA
L’altro settore importante dell’attività del “Don Bosco” è la parrocchia. Tirana ha 800 mila abitanti e quattro parrocchie: quella della cattedrale al centro città, quella affidata ai gesuiti, quella dei francescani e questa gestita dai salesiani, che comprende la zona in assoluto più povera, occupata da albanesi che abitarono sulle montagne fino alla caduta del regime. Sono, per buona parte, cattolici, ma anche estremamente indigenti e con tasso elevato di analfabetismo. “Come ci sono finiti in montagna?”, domando con una certa curiosità. Così vengo a sapere che la colpa è degli ottomani. Per non piegarsi all’Islam durante l’occupazione turca e rimanere fedeli alla loro religione e alle tradizioni del proprio clan, sono scappati sulle montagne e si sono sistemati in luoghi impervi spesso impraticabili. Sono vissuti di stenti, ma liberi, finché hanno fatto ritorno in pianura, nel dopo Hoxha, non più di dieci anni fa. Qui hanno abusivamente occupato i terreni demaniali, vi hanno piantato quattro paletti e: “Questo è mio!”. Poi, un po’ alla volta e con mille sacrifici, vi hanno eretto prima capanne, poi baracche, ora casette in muratura, per quanto modeste.
In mezzo a questo quartiere, chiamato Breglumasi, i salesiani hanno un pied-à-terre, e una cappellania costituita da una chiesetta con annessa qualche stanza per la catechesi e i gruppi, più un cortile per incontrarsi, fare amicizia e giocare. Ci sono ancora, sotto la responsabilità dei salesiani, un ambulatorio, un asilo infantile e un centro sociale che alcuni animatori preparati dai salesiani, gestiscono.
A Tirana, in definitiva, i salesiani aiutano a costruire l’Albania del futuro