IL DOCTOR J.
di Jean François Meurs
“Caro Doctor J, Ho 35 anni, e sono celibe. Devo confessare che non amo troppo i bambini, ho qualche pregiudizio su di loro, li trovo capricciosi, esigenti. Ma con mio nipote Bruno, è diverso. Non è per nulla aggressivo. Forse dipende dal fatto che soffre di un ritardo nel parlare. Allora, tutti i lunedì, sono io che lo prendo in carico dopo la scuola. Andiamo insieme in piscina, poi sfogliamo degli album, guardiamo dei film, perché egli ha bisogno di immagini per strutturare il pensiero. Dal momento che non mi sono mai occupato dei figli di mio fratello, che sono già grandi, ecco che scopro le gioie di essere zio, il gusto di ascoltarlo, ma anche di non dargliele tutte vinte. Trovo che Bruno è un po’ superprotetto dai suoi genitori. Il fatto di avere dei contatti con altri adulti è importante. Non si parla sovente del ruolo degli zii nell’educazione, non trova?
Hugo, San Vito
Caro Hugo.
Ti chiedi, e con ragione, perché non si parli più degli zii nell’educazione. Senza dubbio perché esistono modi molto diversi di esercitare la funzione di zio o di non esercitarla affatto. C’è chi ignora tutto dei propri nipoti, sia maschi sia femmine, e chi non è andato più in là del classico: ”Beh, a scuola come va, nipote?», prima di scoprire bruscamente che ormai sono diventati grandi! Gli stessi legami tra fratelli e sorelle evolvono in tutte le direzioni: certuni restano legatissimi tra loro, altri diventano del tutto indifferenti gli uni agli altri. Lei l’ha detto che è stato suo nipote Bruno a farle scoprire la ricchezza e la bellezza di essere zio.
Eppure, gli zii sono quelli che hanno tirato i capelli alle nostre mamme, che si non fatti graffiare da loro, che hanno bisbigliato nel buio con i nostri padri, raccontandosi a vicenda le proprie performance invece di dormire, quelli che hanno costruito capannucce per i propri giochi o fatto insieme la prima “fughetta” perché era urgente esplorare il mondo. I nipoti hanno una grande curiosità e ascoltano con immenso piacere gli zii che raccontano le «scappatelle» dei loro genitori. Questo li mette di buonumore, perché li tranquillizza riguardo alle loro chance di crescere e diventare adulti.
Pasquale riallaccia i legami con la propria infanzia ogni volta che ritrova Luigi e Pietro. Eppure, anch’egli ha una figlia di 8 anni, con la quale gioca, ma con i propri fratelli egli torna un po’ bambino, ritrova il piacere del football. “Quello che amo è poter fare delle sciocchezze, come allora, e ridere di cose semplici, giocare a certi giochi di società che adoravo da bambino... insomma poter fare tutto ciò che non è visto di buon occhio quando si è adulti. Quando un mio nipote mi invita a giocare, sono subito pronto. C’è da tener presente un’altra cosa importante e cioè che la relazione zio/nipote è più leggera della relazione genitore/figlio. Quel che voglio dire è che non si ha la stessa missione educativa e ci sono meno conflitti possibili. Senza contare che i bambini più spesso obbediscono più volentieri ai propri zii che ai propri genitori! Ad esempio io sono il padrino di Luigi ed egli viene quasi regolarmente ad alloggiare a casa. Ha la stessa età di mia figlia, Elisa, e lei è talvolta un po’ gelosa quando mi vede giocare con lui. Ma personalmente, trovo che sia molto importante e produttivo che mia figlia impari a dividere il suo papà con qualcun altro».
In certe famiglie scambiare i figli è una tattica pedagogica, soprattutto durante le vacanze. Si sa, infatti, che i ragazzi sono più tranquilli e addirittura più saggi quando sono altrove, ospiti in un’altra famiglia, come quella degli zii. Anzi, la presenza degli zii nella loro casa fa da calmiere... è un modo di rendere più ragionevoli i propri figli e ridurre le loro tante pretese. In qualche posto c’è l’usanza che gli zii e le zie non sposati organizzano la giornata «genitori senza figli»: prendono i propri nipoti e li portano un giorno al mare o una serata al cinema. Questo, mentre offre ai ragazzi una giornata diversa di svago e di ricordi dell’infanzia dei propri genitori, permette a papà e mamma di consacrare del tempo a loro stessi come coppia. E’ vero che queste giornate particolari non durano molto, perché prima o poi zii e zie più giovani finiscono per maritarsi. Allora, viene il tempo di favorire le feste dove i cugini possano incontrarsi, conoscersi e scambiarsi esperienze e impressioni.
Essere zio è insomma è un vero investimento, importante dal punto di vista educativo. Promette molta fortuna, anche quando si tratta di giocare un ruolo difficile. Lo zio è a volte costretto a diventare il confidente, colui al quale il nipote non ha timore di porre tutte quelle domande che non osa porre ai propri genitori per ovvie ragioni, o che magari non può porre a causa, per esempio, della separazione tra papà e mamma, o a causa di un decesso, ecc. Ma senza arrivare fino a questi eccessi, lo zio diventa volentieri il complice con il quale complottare “contro” i genitori, per superare i loro divieti. Può inoltre permettere delle esperienze che i genitori rifiutano: fare un giro in moto, ben stretto al proprio zietto preferito... E tu, che tipo di zio sei?