CHIESA
di Silvano Stracca
Sul compendio della dottrina sociale della Chiesa presentato in Vaticano il 25 ottobre 2004.
Dalla guerra alla bioetica. Dall’immigrazione al terrorismo. Dalla famiglia al lavoro. Dalla globalizzazione agli organismi geneticamente modificati.
Tutto l’insegnamento della Chiesa nelle cinquecento pagine del Compendio della dottrina sociale.
Ci sono voluti cinque anni per elaborare un testo senza precedenti nella storia della Chiesa, che presenta in modo organico e sistematico una sintesi di oltre un secolo di insegnamento sociale, dalla Rerum novarum di Leone XIII nel 1891 sulla questione operaia agli interventi di papa Wojtyła sulla guerra giusta. Punto di partenza è il convincimento che la Chiesa ha il pieno diritto e l’obbligo di dire la parola che le spetta sulle questioni della vita sociale, specie oggi contro i tentativi del laicismo imperante di relegarla in sacrestia, in quanto “la fede non è un fatto privato e intimistico, privo di rilevanza sociale”.
La prima sfida che il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” si propone di affrontare è dunque quella culturale – delle molte culture moderne – strettamente collegata con la finalità di incarnare l’eterna verità del Vangelo nelle infinite sfaccettature e diversità della realtà sociale del mondo contemporaneo. L’emergenza principale appare la tutela del matrimonio con un netto no all’equiparazione legislativa delle unioni di fatto con la famiglia e al riconoscimento giuridico di quelle omosessuali: lo Stato deve tutelare la famiglia, altrimenti verrebbe meno ai suoi doveri, attraverso autentiche ed efficaci politiche familiari. Il diritto alla vita inoltre condiziona l’esercizio di ogni altro diritto. No, quindi, a ogni forma di aborto procurato e di eutanasia. Altri temi scottanti: riproduzione e clonazione. Evitare il ricorso alle diverse forme di riproduzione assistita, sostitutiva dell’atto coniugale, significa rispettare l’integrale dignità della persona umana. Leciti, invece, i mezzi che si configurano come aiuto all’atto coniugale. Circa la clonazione, la semplice replicazione di cellule normali o di porzioni di Dna non presenta problemi etici particolari. La clonazione propriamente detta, viceversa, è contraria alla dignità della procreazione umana. In tale contesto il Compendio sostiene il diritto basilare all’obiezione di coscienza. Il cittadino non è obbligato in coscienza a seguire le prescrizioni delle autorità civili se sono contrarie alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Perché le leggi ingiuste pongono gli uomini moralmente retti di fronte a drammatici problemi di coscienza. E in tal caso, ove siano chiamati ad azioni moralmente cattive, hanno l’obbligo di rifiutarsi.
Nella generalizzata situazione d’indifferenza etica e religiosa, la dottrina sociale della Chiesa si trova di fronte a una seconda sfida: la necessità di una collaborazione fra le confessioni cristiane e le religioni mondiali nello “spirito di Assisi” sui temi fondamentali della pace, dei diritti umani, della giustizia economica e sociale, del terrorismo e, in particolare, del terrorismo suicida di ispirazione islamica. È profanazione e bestemmia - si afferma - proclamarsi terroristi in nome di Dio: così si strumentalizza anche Dio e non solo l’uomo. Nessuna religione può tollerare il terrorismo e, ancor meno, predicarlo. Definire poi “martiri” coloro che “muoiono compiendo atti terroristici è stravolgere il concetto di martirio, che è testimonianza di chi si fa uccidere per non rinunciare a Dio e non di chi uccide in nome di Dio”. Il terrorismo va condannato nel modo più assoluto perché manifesta un disprezzo totale della vita umana. Nulla può giustificarlo. Nel ribadire il diritto a difendersi dal terrorismo, il Compendio sottolinea però che la lotta contro i terroristi va condotta nel rispetto dei diritti dell’uomo e dei princìpi di uno stato di diritto. La responsabilità non può essere estesa alle religioni, alle nazioni, alle etnie dei terroristi. Non sono sufficienti “operazioni repressive e punitive”, ma è essenziale la ricerca coraggiosa e lucida delle cause che alimentano il fenomeno.
Ampio il capitolo sulla guerra. Quella di aggressione è intrinsecamente immorale. Legittima perciò la difesa anche usando la forza delle armi. Ma l’uso della forza, per esser lecito, deve rispondere a una serie di condizioni. Soprattutto che il danno causato dall’aggressore sia durevole, grave e certo e che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione deve comunque avere grandissimo peso la potenza distruttiva delle armi moderne. Il giudizio sulla guerra preventiva riprende i punti fissati con chiarezza da Giovanni Paolo II opponendosi al conflitto in Iraq. Un’azione bellica preventiva, lanciata senza prove evidenti che un’aggressione stia per essere sferrata, non può non sollevare gravi interrogativi sotto il profilo morale e giuridico. Pertanto solo una decisione dei competenti organismi, sulla base di rigorosi accertamenti e di fondate motivazioni, può dare legittimazione internazionale all’uso della forza armata, identificando determinate situazioni come una minaccia alla pace e autorizzando un’ingerenza nella sfera del dominio riservato di uno Stato. In questo quadro si riconosce il dovere dei soldati di disobbedire a ordini ingiusti: Ogni membro delle forze armate è moralmente obbligato a opporsi agli ordini che incitano a compiere crimini contro il diritto delle genti e i suoi princìpi universali. I militari, infatti, rimangono pienamente responsabili degli atti che compiono in violazione dei diritti delle persone e dei popoli o delle norme del diritto umanitario internazionale. Tali atti non si possono giustificare con il motivo dell’obbedienza a ordini superiori.
Il Compendio, che invita gli Stati a regolare con comprensione il caso di chi per motivi di coscienza ricusa di usare le armi, ribadisce infine l’inutilità della pena di morte, affermando che la Chiesa vede come un segno di speranza la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica e i vari provvedimenti in vista della sua abolizione o della sospensione della sua applicazione.
“Positivo” il giudizio sulla “liceità” dell’applicazione delle “nuove biotecnologie” all’agricoltura, alla zootecnia, alla medicina e alla protezione dell’ambiente. Ma “forte” contemporaneamente il richiamo “al senso di responsabilità”. L’uomo “non compie un atto illecito quando, rispettando l’ordine della natura, interviene modificando alcune caratteristiche e proprietà”: Ma “è necessario valutare accuratamente la reale utilità di tali interventi, nonché le loro possibili conseguenze in termini di rischi”.
Tutela della donna che lavora in casa, ma anche di quella che lavora fuori. Si riconosce che “il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale”. Di qui la necessità di “garantire la presenza della donna anche in ambito lavorativo”. Si denuncia “la persistenza di molte forme di discriminazione offensive della dignità e vocazione della donna”.
Può produrre “effetti potenzialmente benefici per l’intera umanità”. Bisogna però guardarsi dai “rischi legati alle nuove dimensioni delle relazioni commerciali e finanziarie”. La ricchezza “esiste per essere condivisa”, anche se si riconosce “la giusta funzione del profitto”. È “immorale” ogni forma di indebita accumulazione.
Cambiano le “forme storiche” del lavoro umano, “ma non devono cambiare le sue esigenze permanenti, che si riassumono nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora”. Di fronte al rischio di vedere negati questi diritti, “devono essere immaginate e costruite nuove forme di solidarietà”. Si riconosce “il ruolo fondamentale svolto dai sindacati dei lavoratori”, mentre si condannano come “inaccettabili” l’odio e la lotta di classe.