GIOVANI
di Mario Scudu
A genitori ed educatori conviene imparare e trasmettere a figli e alunni che “la vita non è una scala di cristallo”, si costruisce lentamente il successo a prezzo di non poche fatiche, ma... fatica è bello.
Dopo
ore passate in palestra, un maestro di arti marziali decise di tornare a casa
in metropolitana. Alla stazione, con sua grande sorpresa, notò uno dei suoi
allievi che prendeva le scale mobili. Il dolore e la delusione furono grandi.
Dopo tanto tempo quel giovane non aveva capito niente se non imparato solo a
ripetere belle formule, assimilare nuove tecniche, coordinare movimenti?
Diventò serio e triste. Dove stava il problema? Nelle scale. Nelle scale non
fatte a piedi. Se l’allievo avesse avuto lo spirito giusto avrebbe fatto le
scale con le proprie gambe, avrebbe affrontato la via più difficile, non la più
comoda. Perché lo spirito giusto è quello che accetta le difficoltà senza
fuggire davanti a esse. Eppure gli aveva insegnato che la fatica accettata
quotidianamente è l’essenza stessa della vita di tutti i viventi. Senza
impegno, infatti, non si costruisce niente di duraturo. Senza fatica non si
realizza niente di valido. Evitandola non si fa che costruire sulla sabbia,
lasciando tutto in balia dei venti che inevitabilmente soffieranno contro
portando depressione e la sensazione di mancanza di senso.
Alcuni anni fa alla nota scrittrice Susanna Tamaro arrivò la lettera di una ragazza: “Vorrei fare la scrittrice e diventare famosa come lei. Mi dica però subito se è una cosa lunga e faticosa. Altrimenti cambio strada”. Due giovani diversi, una stessa mentalità: racchiudono bene in se stessi il senso del nostro tempo e sono più parlanti di un trattato di sociologia. Sembra una tendenza generale quella di evitare il più possibile ogni fatica, cancellare la parola sacrificio, rifiutare il costo dell’impegno. Si cerca sempre la via più semplice, la più comoda e gratificante: il successo col minimo sforzo, come insegnano tanti programmi televisivi. Scriveva la Tamaro a commento della lettera: “La vita non è un belvedere panoramico ma un cammino che presenta spesso dei punti in salita… L’imparare a crescere, il costruire richiedono sempre una grande fatica”.
Avete mai pensato a una campagna elettorale in cui si ponga l’accento non sui diritti da esigere ma sui sacrifici da fare per avere una società di individui meno aggressivi, arroganti, cinici, un ambiente meno inquinato e rumoroso, città più pulite, più a misura d’uomo e di bambino? La gente più volentieri e più istintivamente segue il pifferaio politico che promette “mari e monti”, “la riduzione delle tasse e l’aumento dei consumi”, tutto naturalmente (quasi) subito, senza sacrifici e senza intaccare i diritti acquisiti. In quel “confessionale laico” che è la rubrica Cuori allo Specchio (settimanale de La Stampa) tenuta da Massimo Gramellini, alcuni mesi fa, a proposito del fallimento di molte coppie, a un “penitente” così rispondeva: “Il tuo discorso non fa una grinza, ma sovrasta l’argomento sentimentale e investe l’intero sistema che ha espulso dal suo lessico la parola “sacrifici”. La gente continua a farne, anche più di prima, ma li vive come una sconfitta e un’ingiustizia, e vi si sottrae appena può. Proprio perché tutte le istituzioni guida dalla scuola alla famiglia, dalla tv alla pubblicità, invece di responsabilizzare i cittadini propagandano valori di egoismo totale”. E più avanti: “I cattivi maestri c’invitano a faticare di meno, mentre l’andazzo del mondo ci costringe a farlo di più per sopravvivere”. Alle istituzioni guida, qualche volta si potrebbe aggiungere anche la Chiesa, che, ad esempio nella preparazione ai sacramenti esige una partecipazione e un impegno più “soft” che nel passato, per timore di non avere clienti disposti a fare “sacrifici” duraturi e seri, nella frequentazione delle lezioni. Eppure Cristo aveva detto chiaro e tondo che per seguirlo bisognava caricarsi ogni giorno la propria croce.
Non passa giorno che sulla stampa o nei “talk show” alla TV e alla radio non si parli della crisi della scuola e dei giovani che la frequentano: indisciplina e aggressività, bullismo e teppismo, menefreghismo e pressappochismo, droga e violenza, scarso rendimento e “drop out” (abbandoni scolastici). All’Università si parla di “mortalità accademica” con circa il 70% di studenti che non arrivano al famoso “pezzo di carta”. Stesso gran parlare sulla crisi del matrimonio con la dissoluzione di molte coppie e i traumi conseguenti. Fa inoltre notizia anche il progressivo assottigliamento del numero di fedeli nelle chiese. I sociologi delle varie discipline discettano sulle cause prossime e remote, profonde e in superficie di queste crisi parallele di alcune nostre istituzioni che per definizione sono formative. Non c’è analisi che non contempli anche la paura che abbiamo oggi di imporci “rinunce”, di affrontare la “insostenibile leggerezza” e fatica del nostro esistere (rapporti interpersonali sul lavoro e in famiglia) e del nostro lavorare quotidiano. Eppure l’idea di “sacrificio” è centrale nel cristianesimo, il cui Fondatore è morto in Croce. Possiamo affermare che la progressiva espulsione del cristianesimo e di molti suoi valori dal quotidiano (società post cristiana) ha portato a questa non accettazione dei sacrifici che pure sarebbero necessari per costruire qualcosa di duraturo, a scuola o in famiglia, o nella Chiesa. Un pensiero, questo, di un autore laico e miscredente, Corrado Alvaro, nel suo Ultimo Diario (1968): “La fine della mentalità cristiana è nel fatto che i giovani non hanno più il sentimento del sacrificio e dell’attesa del domani, ma vogliono subito tutto. È un altro mondo, pagano e senza il senso del divino”.
Diverso è l’atteggiamento della nuotatrice Viola Valli (5 e 10 km, ultima impresa 2 medaglie d’oro ai mondiali di Barcellona 2003). Alcuni mesi fa, questa splendida atleta all’intervistatore che le chiedeva: “Il bello del tuo sport, fatica nera a parte?”, lei candidamente ribatteva: “Perché a parte? Anche la fatica è bella”.Una risposta (e un comportamento pulito, cioè non dopato) esemplari. Un’altra mentalità, controcorrente. Anche il cardinale Martini, interrogandosi (1999) sulla tristezza di tanti giovani, affermava: “Nella nostra cultura occidentale è scomparsa ogni nozione della necessità della rinuncia, dell’austerità, del sacrificio, dell’esercizio ascetico... Al di fuori di tale contesto (dello sport) l’impostazione della vita, sotto la pressione della tecnologia, evita ogni sforzo, ogni sacrificio. Tutto ciò snerva lo spirito e causa frustrazione e angoscia… l’idea che l’uomo sia chiamato a dominarsi, a lottare, a impegnarsi a fondo è scomparsa, ha lasciato il campo all’idea che l’uomo sia fatto per godere di ogni soddisfazione, per essere gratificato di ogni facilità. Di qui una delle ragioni profonde di tanta tristezza nei giovani, di tanta amarezza che preme sul nostro tempo”.
Anche la fatica può essere bella, i sacrifici accettati (naturalmente non per un impulso masochistico di natura patologica), quando davanti a noi (giovani e non) poniamo valori, obiettivi, traguardi sufficientemente grandi e totalizzanti, con un orizzonte di condivisione con gli altri, e non quelli “deboli” della semplice soddisfazione e gratificazione individuale ed egoistica, che a lungo andare non può che generare tristezza.