SFIDE ETICHE x RAGAZZI, GENITORI, EDUCATORI
di Giovanni Russo bioeticalab@itst.it
Curarsi è un diritto. Inalienabile. Curarsi è anche costoso.
Troppo. E’ giusto che le medicine siano considerate alla stregua di qualsiasi
altra merce e trattate come tale?
Forse una via di mezzo...
Il diritto alle cure della salute è un diritto "fontale", alla base di altri successivi diritti, perché coincide con il diritto della persona a tutelare e custodire la sua vita. E' un diritto "fontale" perché nasce dalla fonte stessa della persona umana, dalla sua dignità, dal valore intangibile della sua vita. Non si tratta di un semplice "concetto", di un'idea che fa riferimento a una dottrina o a un corpus di idee. Il diritto alla salute è un “diritto umano”, perché coincide con la persona in quanto tale e col valore della sua vita. La salute appare come un dono legato alla vita, anzi si manifesta come una proprietà naturale e spontanea della vita. La salute è dunque patrimonio della persona, della sua identità, della sua natura. Il "diritto alla salute" ha, pertanto, un nucleo etico fondamentale: è legato al valore intrinseco della vita umana, valore che si presenta come dono ricevuto e come compito da realizzare con la nostra progettualità. Indica che la salute è essenzialmente un valore etico, e solo successivamente si può considerare anche come stato di benessere fisico, mentale e sociale.
Poiché le risorse sanitarie sono costose e limitate, è inevitabile la razionalizzazione delle spese per la cura della salute. È molto diffusa l’idea tra gli amministratori della sanità che la cura della salute dovrebbe essere considerata come ogni altro "prodotto commerciale", i cui costi, prezzo, disponibilità e distribuzione dovrebbero essere lasciati nel sistema del libero mercato, con leggeri interventi da parte del governo. Attraverso il meccanismo della competizione si dovrebbe ottenere un “prodotto di qualità”, dal momento che le aziende competerebbero per qualità, prezzo e soddisfazione dei consumatori. Dal loro punto di vista, consumatori e clienti sarebbero liberi di scegliere tra aziende, selezionando l’“acquisto” migliore in base ai bisogni personali. In questo modo i costi dovrebbero abbassarsi e la qualità mantenersi a un buon livello o migliorare. Le leggi della competizione ridurrebbero errori, guasti e malasanità a vantaggio di tutti.
Essendo il diritto alla salute "fontale", non può essere ridotto a mera merce, ha connotazioni che non accettano la collocazione tra i diritti di un mercato totalmente libero (senza limiti). In quanto “diritto umano” il diritto alla salute viene prima di ogni valore economico ed esige l’intervento di tutela da parte dello Stato. È come per altri diritti umani (anzi viene prima di questi): il diritto all’indisponibilità del valore della propria vita, il diritto alla libertà di pensiero, a non essere discriminato per la razza, il diritto alla libertà di religione, ... Le modalità gestionali e di economia sanitaria possono essere discusse, ma non a livello “essenziale”. Che ne sarebbe delle persone svantaggiate, di coloro che nascono con patologie congenite, di malati cronici e di altre persone che non possono inserirsi – proprio per le condizioni di disabilità in cui si trovano – nel sistema a cui si provvede con le proprie finanze e il proprio lavoro? Il bene comune è più del semplice bene economico, ed è per questo che lo Stato è chiamato a promuovere la cura della salute non con semplice giustizia distributiva, ma comunitaria, quella giustizia che nasce dalla solidarietà ontologica che accomuna tutti i membri della comunità politica. Per la stessa ragione, lo Stato interviene in altri campi come la sicurezza, l’educazione e l’ambiente.
L’industrializzazione e il mercato della sanità non sono necessariamente antagonisti della buona pratica della medicina, di quella centrata sui bisogni reali del paziente, attenta alle relazioni con il malato e con i familiari. Il modello di mercato in sanità può aiutare a migliorare significativamente non soltanto la gestione delle risorse sanitarie, ma le stesse relazioni umane, se queste vengono inserite nel modello come centrali e non tangenziali, come fondamentali nel tipo di medicina che si vuole dispensare e non relative a un profitto a tutti i costi. Il modello di mercato non è per se stesso un modello antitetico alla “buona” medicina, occorre soltanto che sia progettato come “buon” mercato, mercato solidale, compassionevole, attento alle persone.
Molto – o tutto – dipende poi dal medico, che non può accettare un’economia di mercato nella sanità, dove i pazienti si ritrovano sotto la disgrazia sia della malattia che li affligge sia del suo costo selvaggio. Non si può parlare di buona medicina o di buona pratica clinica quando il medico diventa praticamente un aguzzino che, sotto la maschera del prestigio della professione medica, effettua un tariffario per le sue prestazioni che assomiglia più a un salasso che a una parcella. Né è accettabile una gestione di mercato della medicina, in cui il medico diventa il complice maggiore di una situazione di sfruttamento dei pazienti da parte degli imprenditori della sanità. Attualmente in Italia il medico che, riducendo le prestazioni, pone in attivo l’economia dell’azienda sanitaria riceve un premio in denaro (incentivo finanziario). Lo stesso dicasi per gli amministratori della sanità. In questo modo, si pone l’economia in attivo, ma al costo di prestazioni sanitarie di scarsa qualità (vedi le lunghe file prima di vedersi accordata una prestazione). Gli incentivi ai medici e agli amministratori della sanità hanno un valore positivo, ma non dovrebbero essere incentivi in denaro. Il medico è uomo tra gli uomini, uomo di cuore, capace quindi di provare umana compassione per le afflizioni degli altri uomini, perciò mette al primo posto il paziente e in secondo luogo l’economia.
Valori in questione
Confrontiamoci in gruppo e in famiglia