IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
In un mondo dominato dal denaro, la precarietà è di casa, più di quanto si possa immaginare. E investe tutti. Dollaro ed euro sembrano essere i padroni del mondo. Ma...
La precarietà può rappresentare un nuovo punto di incontro e di intesa di giovani e anziani, anzi adulti. Gli anziani sperimentano più fortemente la precarietà della vita; i giovani la precarietà del lavoro. Una condizione che ormai quanti aspettano di entrare nel mercato del lavoro condividono con sempre maggiore frequenza anche con adulti tra i 45 e i 60 anni, vittime crescenti delle ristrutturazioni aziendali che stravolgono radicalmente la vita e le sue coordinate dei non più giovanissimi e dei non ancora pensionabili. L’età di mezzo è diventata il picco del pericolo precariato con devastanti conseguenze. Se ci si pone in ascolto della precarietà dell’esistenza che la trasformazione del lavoro ha inoculato nella psicologia con una rete tentacolare, si può far nascere un’alleanza nuova tra generazioni, selezionate ormai specialmente in base alla produttività e alla capacità di competere sui mercati.
Le conseguenze della precarietà possono essere non meno mortali delle conseguenze dell’amore sottoposto a pressioni sociali insopportabili. Per cui, la speranza appare la virtù più difficile nel nostro tempo di centralità del denaro. Ci si chiede se abbia senso sperare e che cosa sia possibile sperare al di fuori del dollaro verde o dell’euro, se queste monete appaiono il grimaldello di tutta la costruzione di ogni vita e della sua felicità. Perfino le professioni che scantonano nel gratuito o sono imparentate con i sogni invece che con la quadratura dei conti, diventano sempre meno appetibili. Il mercato scandisce le priorità sociali e ha reso così condizionata la vita individuale, che viverla nelle forme ereditate diventa sempre più strano e raro. Quando – come anticipano largamente romanzi e film più o meno avvincenti e convincenti– sarà acquisito e sociologicamente normale comprarsi bambini artificiali, la nascita tradizionale dei bambini sarà un ingombro residuale. La scienza meccanica su cui il capitale ha messo saldamente le mani, ha tracciato grandi arterie futuriste dove veri saranno solo i bisogni indotti e non più quelli innati.
Si assisterà a una bella sfida, nel futuro, tra il tentativo di clonare l’uomo rendendolo asservito ai propri bisogni indotti e la voglia di libertà di essere uomini secondo la grande tradizione culturale umanista, secondo i ritmi della terra, del vento, del sole, delle stagioni, dell’amore e dell’ira come ce ne hanno finora parlato filosofia, storia, religione e medicina. Tra il desiderio di pensare a propri antenati umani e la realtà di ritrovarsi eredi di provette e alambicchi.
Se il lavoro e la sua organizzazione funzionale al mercato e al profitto hanno precarizzato impieghi e tempo produttivo, la scienza autoreferenziale o asservita a progettualità di potere e guadagno ha inaugurato una condizione generale di precarietà della stessa umanità, senza distinzione tra giovani e adulti. Di fronte a tali scenari, si può pensare che la precarizzazione del lavoro è solo il primo grande passo verso l’asservimento dell’umanità. E per questo non può essere una questione sociale irrilevante per nessuno di coloro che credono che l’uomo valga immensamente di più del proprio denaro. E anche il rapportarsi tra generazioni – nel tempo sempre più vicino nel quale l’autodistruzione degli umani è a portata di mano non meno che la fine di ogni forma di vita per l’inquinamento smodato – non può basarsi solo sul tradizionale avvicendarsi delle stagioni di vita o sul bagaglio di esperienza che gli anni ci fanno accumulare.
I bambini si salveranno nella misura in cui sarà umano invecchiare e gli anziani resteranno rilevanti per la loro umanità nella misura in cui si consumeranno risorse pensando a chi verrà dopo di noi.
E questo sarà più facile se alla provvisorietà del vivere non si aggiungerà la precarietà del vivere che, se sommate, non ci lascerebbero che briciole infinitesimali di felicità.