GIOVANI

di Giuseppina Cudemo

I GIOVANI E LA PACE

Il mondo è  diventato un focolaio di guerre e attentati. L’esplodere di contrasti e rivalità fra grandi e piccoli stati riempie lo spazio mediatico. Ci è sembrato opportuno cercare la speranza in ciò che i giovani pensano della pace. Dovranno essere loro a costruire un mondo “dove regneranno il diritto e la giustizia”.

“Mi sembra che un grande problema di oggi sia il misconoscimento del diritto dell’immigrazione. Non vi dovrebbero essere – dice la Pacem in Terris – popoli dominatori e popoli dominati. La storia degli ultimi 40 anni pare smentire quest’affermazione. Perché  la dominazione  non si fa solo con le armi, ma anche con il controllo economico e con l’omologazione al pensiero unico. La guerra non si può usare come strumento di giustizia, ma questo è stato smentito dalla recente guerra in Iraq, se si pensa che le operazioni di bombardamento andavano sotto il nome di ‘giustizia infinita’. Nel lavoro per la pace si sono fatti molti progressi: persone diversissime si sono aggregate, hanno dimostrato il loro dissenso alla guerra. Una cosa che ci lascia perplessi è lo scollamento tra politica e società civile: nella guerra in Iraq, per esempio, non si è tenuto conto di quanto tantissime persone a livello planetario possono fare, dire o pensare. Un’altra cosa da considerare è che i conflitti spesso nascono perché temiamo e vogliamo annullare le differenze, mentre esse vanno riconosciute e accolte, senza tentativi di omologazione. Anche la convinzione di possedere la verità impedisce un incontro reale e genuino con l’altro. Così come metodo di attuazione della pace dobbiamo parlare di responsabilità: siamo liberi nella misura in cui siamo responsabili del nostro fratello vicino o lontano; dell’amore come dono di sé e accoglienza del dono dell’altro; della giustizia per tutti, ma soprattutto verso i più disagiati” (Diletta Mozzato, Ass. Esodo).

“Faccio parte di questa Associazione, che lavora ad Arezzo, per la promozione della cultura della pace: in una comunità internazionale di studenti di ogni parte del mondo cerchiamo di condividere la vita e la riflessione nelle grandi tematiche malgrado le differenze di provenienza, religione, lingua, cultura. Nella mia comunità ci sono ragazzi feriti profondamente, che provengono da realtà di guerra. C’è stato in questi ultimi due anni, fra noi, nel nostro microcosmo, il pericolo, per chi aveva i propri paesi in guerra fra loro, di percepire la propria identità in conflitto con quella degli altri e abbiamo poi constatato come non si possa usare una dialettica o una pedagogia di separazione, di allontanamento, distinguendo chi è stato vittima e chi ha iniziato la guerra, cercando di chi è la colpa. Questo porta solo un accentuarsi della conflittualità. Il conflitto si stempera con lo stare accanto, con una apertura all’altro: se io sono russo e l’altro ceceno, ciò che conta è che l’altro è il mio compagno, un ragazzo con cui studio e divido tante cose. Nella nostra esperienza sperimentiamo anche la a-confessionalità della pace: per raggiungerla, non mettere nulla di fronte all’altro delle nostre convinzioni, che possa precluderci il dialogo, anche se esse sono il frutto di millenni di sapienza. Così incontriamo chi ci sta di fronte, ci facciamo veramente prossimo.” (Lorenzo Tanzini,  Ass. Rondine)

“Di fronte alla parola pace noi giovani talvolta abbiamo paura che intorno a essa sia stata fatta tanta retorica, è quindi essenziale capire qual è il senso di questa erosione della parola pace. Prendiamo, per esempio, la definizione di ‘bene comune’: per noi l’11 Settembre ha significato l’irrompere dell’insicurezza globale, che è dovuta a un nemico sotterraneo, poco individuabile. La risposta è stata meccanica: individuare il nemico e rispondergli con la forza. Il nemico sono gli “stati canaglia”, i finanziatori del terrorismo globale e se le prove non ci sono, poco importa, magari le fabbrichiamo. Magari facciamo anche in modo che questi stati siano anche piuttosto strategici sul piano delle risorse energetiche, ma la spinta che muove gli USA, secondo me, non è petrolio, ma la necessità di individuare e sconfiggere un nemico. In questo contesto qual è la percezione del ‘bene comune’? Esso sembra dover essere imposto con la forza. L’11 Settembre ha prodotto da una parte la tattica delle alleanze variabili che rivelano l’esiguità del potere dell’ONU e della UE, e dall’altra l’ideologia della ‘guerra preventiva’: tutto questo è segno di una perdita di fiducia nel dialogo e nelle istituzioni internazionali. La bomba atomica sono i muscoli da mostrare per non essere aggrediti. Perché l’India e il Pakistan, paesi poverissimi e con una natalità altissima, hanno impiegato tante risorse per fabbricarla? Per entrare nel club delle potenze atomiche e poter garantire una pace sostanziale nei propri confini. È assurdo, ma l’atomica può dare, oggi come ieri, pace. Proprio per il fatto stesso che è considerata terribilmente distruttrice. È una dinamica ampiamente conosciuta, la bomba atomica è una divinità neopagana dei tempi nostri, a cui offrire ‘sacrifici’ per ottenere pace. La Pacem in Terris rispondeva a tutto questo con un disarmo integrale” (Davide Arcangeli, FUCI)

“Enzo Bianchi, il priore di Bose, dice in un suo libro che il tema della pace è di ‘ordine cristologico’, cioè su questo tema ci giochiamo la fedeltà al Vangelo: chi annuncia il Regno, annuncia la Pace. Con la Pace, al di là delle questioni etiche più o meno importanti, si rifà al cuore della fede in Cristo Gesù. Alla base della ricerca della pace ci deve essere una capacità di perdono: penso al conflitto arabo-palestinese. In questo ultimo anno che cosa è successo nella ricerca della Pace? Da una parte c’è da dare un giudizio molto positivo, perché si è risvegliato in tanti il desiderio di agire, di ‘esserci’, di scendere in piazza, manifestando con la propria presenza la volontà di pace. Le Chiese hanno sostenuto, con la loro predicazione, ‘il popolo della pace’, anche se è stata evidente la fatica di liberarsi dalla vecchia idea della ‘guerra giusta’, quasi che il Vangelo della Pace, nella sua semplicità, non bastasse. Mentre in passato le manifestazioni per la pace trovavano una tiepidezza nella Chiesa e chi vi partecipava veniva guardato quasi con sospetto, ora il Papa è il più appassionato fautore di questa aspirazione. Vedo per contro con perplessità il fatto che il Movimento per la Pace trovi difficoltà a elaborare scelte strategiche alternative. A questo proposito c’è da sottolineare che la questione della pace si pone all’interno del sistema economico e politico che scegliamo. Oggi nel mondo questo sistema non considera la guerra come un episodio marginale che può capitare, ma di cui si potrebbe fare a meno. Esso ha la guerra come logica conseguenza, che costringe i 4/5 dell’umanità a condizioni di drammatica indigenza: da questo punto di vista non mi sorprende che chi si rifà a questo modello politico sia in questa logica della guerra dei più forti sui più deboli. Nei giovani c’è tanto desiderio di fare qualcosa, ma anche una sorta di fatalismo: ‘tanto non ci riusciamo, non ci ascoltano…’ È necessario fare le cose perché sono giuste, al di là dell’efficacia immediata.” (Luciano Benini, MIR)