FMA
di Graziella Curti
Mariella,
Pia ed Emanuela sono tre giovani fma della Sicilia.
Durante i mesi estivi hanno organizzato e vissuto ad Agrigento,
con alcuni giovani e volontari/e del Vides, un campo di lavoro
interculturale con gli immigrati che approdano lungo le
coste dell’isola affacciate sul Mediterraneo.
Il Campo di lavoro, organizzato dal Vides-Ginestra di Catania, si è svolto per tre settimane, tra luglio e agosto 2004, e ha interessato 11 giovani dai 19 ai 30 anni insieme a tre fma, suor Mariella Lo Turco, suor Pia La Manna e suor Emanuela Rizzo. Avendo come base la casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice ad Agrigento, i volontari e le volontarie hanno camminato, raggiungendo le zone periferiche della città. L’istituto delle fma è frequentato da bambini e ragazzi di nazionalità diversa, in prevalenza marocchina, e a loro le suore già offrono attività ricreative ed estive.
«Il campo di lavoro – spiega suor Mariella - è stata un’esperienza di servizio, ma anche di comunità e di preghiera. La casa delle fma si trova nella parte vecchia della città, in un quartiere povero e degradato, abitato da molti immigrati».
Primo passo per avvicinarsi alla realtà è stata studiarla. Insieme all’assistente sociale dello Sportello per cittadini stranieri si sono approfonditi la normativa sull’immigrazione, il percorso che l’immigrato deve seguire una volta arrivato in Italia e le varie opportunità che gli permettono di soggiornare nel paese. «Un pomeriggio – racconta Gianni - ho attraversato la via principale di Agrigento con suor Pina e 27 ragazzi di colore: li stavamo accompagnando dalla stazione alla casa delle suore. Ho avuto i brividi. Sembrava la processione del santo patrono: occupavamo tutta la strada e le persone uscivano a guardare lo “spettacolo”. Tralascio i commenti ascoltati. Mi hanno colpito e fatto paura la curiosità e l’indifferenza dipinte sulle facce. La stessa indifferenza che apparteneva a me fino a qualche giorno prima. In quel momento, però, io ero con i giovani, ridevo e scambiavo parole in italiano. E tutto questo non per eroismo, ma solo perché ho conosciuto la loro condizione di miseria e sofferenza. Non si può far finta di nulla. Come restare impassibili, quando Benjamin e Julian ti raccontano che sono qui perché la guerra ha portato via loro la moglie e i figli? E se arrivano in Italia perché tornare nella loro patria? Ciò vorrebbe dire morire o per mano dei soldati o della miseria».
LA RETE DEL TERRITORIO
«Entrare in sinergia con quanto il territorio già offriva – continua suor Pina – è stato il secondo passo. Abbiamo cercato così di cogliere e rispondere le esigenze non colmate e i bisogni fondamentali degli immigrati, tenendo presente che quella che si stava vivendo era un’esperienza “a tempo determinato”».
Nella città sono attivi da tempo alcuni centri, gestiti dalle Suore della Comunità Porta Aperta che, con la collaborazione di molti volontari, hanno attivato la Mensa della Solidarietà e il Centro di distribuzione Punto Giovani. «Trascorrere alcuni giorni al Punto Giovani – precisa suor Mariella – ha permesso di entrare in contatto con le diverse associazioni che operano nel territorio. Con loro, siamo riusciti a dare un letto e un tetto a 45 immigrati, che vagavano per la città senza alcun punto di riferimento. Il Comune, messo sotto pressione, ha dato la disponibilità di un intero reparto del vecchio Ospedale San Giovanni di Dio. Il trasloco ha interessato stampa e televisione locali. Qualcuno probabilmente sarà stato soddisfatto per il clamore suscitato… A noi è bastato vedere negli occhi dei giovani la felicità e sapere che da quella sera ci sarebbe stato un letto al posto di una fredda panchina».
UNA GOCCIA NELL’OCEANO
«La sosta al Centro di distribuzione è stata significativa – spiega Laura. – Ho incontrato e parlato con gli immigrati. La prima volta ero un po’ spaventata per le storie circa la pessima reputazione; dopo il nostro arrivo la mia paura si è trasformata in imbarazzo: ciò che mi era stato detto non corrispondeva a verità!»
Dialogando con i ragazzi, si è colto l’interesse per la conoscenza della lingua italiana, presupposto fondamentale per poter trovare lavoro. Si sono così organizzati, presso l’istituto fma, corsi pomeridiani di italiano, subito frequentatissimi. La casa si è così trasformata in un punto di ritrovo e accoglienza, alternativo alla stazione ferroviaria.
Il fenomeno dell’immigrazione è vario e offre diverse sfaccettature. Tunisini e marocchini giungono in Italia con un’unica motivazione: trovare lavoro. Realtà diversa è quella dei ragazzi provenienti dall’Africa, i quali scappano da guerre, miseria e sofferenze atroci e giungono nel nostro paese affrontando viaggi lunghissimi e in condizioni disumane. «Forse è per questo – sorride suor Mariella – che appaiono più disponibili e accoglienti alle proposte ed esprimono la loro gratitudine in ogni modo: con le parole, con i gesti, con gli sguardi eloquenti e profondi».
UNA TERRA IN CERCA DI CASA
Il Campo di lavoro ha aperto nuove frontiere alla comunità fma di Agrigento. Per dare continuità all’esperienza realizzata, le suore hanno avviato corsi di alfabetizzazione per i giovani e i ragazzi, che possiedono un permesso di soggiorno.
«C’è bisogno di persone che accolgano – conclude Annalisa. – “Uno straniero porta sempre la sua patria tra le braccia come un’orfana per la quale forse cerca solo una tomba”. Quando ho letto questa frase di Welly Sechis non l’ho condivisa. Credevo che ogni uomo portasse nel cuore i colori, gli odori e la melodia della patria come un tesoro d’amare e da proteggere. Mi sono ricreduta quando ho incontrato Nobram e gli ho chiesto da dove veniva. Mi ha risposto: “America, Inghilterra… no problem”. “Ma perché, ho incalzato, non ti piace il tuo paese?” Mi ha freddato rispondendo: “No, non è più il mio paese”. È un ragazzo eritreo alla disperata ricerca di quella tomba»