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di Giancarlo Manieri

Il salesiano laico Rino Brotto, impressore al Colle Don Bosco. La sua carica umana, la sua vitalità.

IL DISTRIBUTORE DI PILLOLE...

“Il signor Rino? Beh... faceva il distributore di pillole!

“?!

“Sì, cioè... Parlo di pillole di sapienza, ovviamente! Quelle che fanno bene all’anima invece che al corpo!

“A questo punto si spieghi. Non credo di aver capito bene.

“E’ presto detto. Rino leggeva molto. Ma non leggeva per leggere, per mero gusto personale. Leggeva per trasmettere, per... sì, evangelizzare.

Era fatto così Rino. Man mano che andava avanti con le pagine di un libro, una rivista, la biografia di un santo, fissava alcune brevi frasi che l’avevano particolarmente colpito e/o che immaginava utili per gli altri e le metteva da parte in attesa di riciclarle. Erano detti, motti, pensierini, preghiere, aforismi, affermazioni, massime di santi e personaggi famosi. Poi si armava di macchina fotografica e si metteva in ricerca del bello educativo: faceva magari una levataccia per attendere e fotografare l’alba, quando il globo del sole imporporava di fuoco il cielo, le cime dei monti, la valle. Oppure puntava ai magnifici tramonti dell’astigiano o ai colori dei fiori in primavera, alla luminosa obbedienza dei girasoli, alle varietà di verde dei prati, alla fantasia dei colori dell’autunno... Scattava una serie di foto e le stampava inserendoci a commento una delle innumerevoli frasi tratta dal suo repertorio che con pazienza da certosino continuava ad accumulare man mano che leggeva. Infine distribuiva il frutto della sua fatica apostolica, perché di apostolato si trattava, o inviava a qualcuno il prodotto a mo’ di cartolina, o lo regalava come un souvenir del Colle, o riduceva la foto a segnalibro...

UN GRANDE, CONVINTO SORRISO

Il signor Rino era un uomo solare. La sua serenità esplodeva ovunque: molti ricordano le sue cantate quando rimaneva da solo in laboratorio a lavorare per le feste della comunità o del santuario. E cantava anche, senza farsi pregare, nelle festicciole per i compleanni o gli onomastici dei suoi ragazzi o insegnanti, organizzate in laboratorio. Il sorriso l’accompagnava come fosse il suo vestito, era per lui quasi una cultura. Non faceva alcuno sforzo per sfoderarlo in ogni occasione, in ogni incontro: sembrava che il Signore l’avesse “stampato” così, con i lineamenti sereni di chi sa che la vita è bella anche quando non c’è il sole, perché lassù, oltre le nubi, l’astro del giorno continua imperterrito la sua azione irradiante, qualunque cosa succeda in basso. Rino era sopravvissuto a un pauroso incidente nel quale tre suoi confratelli non ce l’avevano fatta. Il Signore se lo prese solo vent’anni dopo, quando la sua maturità umana e spirituale era all’apice e lui stesso poteva ringraziare con convinzione sincera e fede profonda Dio “perché mi hai dato ancora vent’anni, rispetto ai miei compagni, affinché io li sfruttassi  al meglio

Aveva mantenuto la promessa fatta allora, aveva sfruttato fino in fondo gli oltre 7300 giorni che ebbe a disposizione dopo che gli altri tre amici e fratelli lo avevano lasciato: “Sono sicuro che non ne perse più nemmeno uno”, dice convinto uno dei salesiani che l’ha conosciuto da vicino. Al Colle, presso la scuola grafica dell’istituto Bernardi Semeria, divenne un “Impressore”, un impareggiabile maestro di stampa offset. E quello fu lo strumento che usò in modo magistrale per insegnare ed evangelizzare. Trasmise la sua arte a schiere di alunni, eppure costoro lo ricordavano, il maestro Rino, soprattutto perché aveva saputo consegnare loro dei valori vitali, più che la tecnica per essere dei bravi tipografi. “Da lui ho imparato, afferma un exallievo, la professionalità nel lavoro, ma soprattutto l’onestà nel commercio, la testimonianza coraggiosa della mia fede di fronte a tutti, la carità verso gli altri”. La sua fama raggiunse anche il Kenia. Si recò per ben tre volte a Makuyu, per avviare la scuola grafica di quella missione. Là, insegnava a gesti, perché la lingua... beh, quella che parlava lui non aveva niente a che vedere con quella del luogo. Eppure, nonostante la brevità della permanenza e l’impossibilità di esprimersi a parole, non lo dimenticarono più né i confratelli né gli allievi.

VICENDE

Era un trevigiano, Rino, nato a Loria nel 1937, settimo di una schiera di 12 figli. Nel 1949 entrò al Colle per “imparare un mestiere” e non ne uscì più perché il fascino di Don Bosco lo contagiò e divenne un collante resistentissimo che nessun solvente riuscrà più a sciogliere e distaccare. Rino aveva una convinzione ben radicata, da cui probabilmente aveva tratto le linee direttive della sua vita e della sua azione: “Dio si manifesta attraverso il mio carattere, il mio modo di parlare, di agire, di insegnare... di avere pazienza... Con l’esempio si semina Dio nel cuore dell’uomo senza nemmeno accorgersene”.  I suoi manifestini, le cartoline, le bandierine, le locandine, i block-notes e i suoi poster semplici ed efficaci trasmettevano messaggi di gioia, di accoglienza, di fede genuina ed entusiasta, senza dire delle foto, come accennammo.

Divenne l’uomo del Colle Don Bosco: gli ospiti del santuario o della casa, giovani o adulti, facevano presto a imbattersi nella sua serenità. Nei tempi liberi dagli impegni di laboratorio, lo potevi incontrare nei cortili, sotto i porticati, lungo i corridoi armato di scopa e pattumiera, intento a pulire, sistemare, ordinare, curare: tutto doveva essere in ordine per gli ospiti, i pellegrini, i devoti. Le sue bandierine, inventate e stampate da lui stesso, coloravano le feste non solo del Colle, da lì infatti erano partite, destinazione quasi tutte le case della congregazione.

Toccò al suo direttore avvertirlo, quando improvviso si manifestò il male, che la sua parabola terrena poteva volgere in breve tempo al termine. Rimase imperturbabile: “Fa tu - pregò rivolgendosi a Dio - quello che è bene sia fatto o per gli altri o per me. Da parte mia, io accetto la Croce”.