SFIDE ETICHE x RAGAZZI, GENITORI, EDUCATORI
di Giovanni Russo bioeticalab@itst.it
L’alcol, una vera droga quando è consumato in eccesso, è molto diffuso tra i giovani.
Il BS era già intervenuto, con un articolo a firma di Mario Scudu, sul problema dell’alcol (BS gennaio 2004, pag. 40: ... Sono bevuto!). Riprendiamo il tema dell’alcolismo, oggi fenomeno massivo anche tra ragazzi e ragazze, trattato stavolta dal nostro esperto di morale, per scoprirne i risvolti etici.
L’alcolismo può essere definito come un cronico disordine comportamentale, caratterizzato dalla ripetuta ingestione di bevande alcoliche in eccesso rispetto agli usi dietetici e/o sociali della comunità, con gravi conseguenze sulla salute del bevitore e sulle sue funzioni socio-economiche (Conte).
Lo stato di
intossicazione cronica appare immediatamente come una condizione di malattia
sia per la disorganizzazione cognitiva della persona e le conseguenze
sull’ambiente familiare e sociale, sia per l’induzione di una dipendenza fisica
che richiede, pena una dolorosa crisi d’astinenza, la continuazione
dell’abitudine tossica. Una più sottile distinzione fra vizio e malattia
si pone, invece, circa la motivazione e il contesto che favoriscono l’iniziale
abuso e i successivi occasionali episodi d’ebbrezza, da un lato, e, dall’altro,
circa la forza morale necessaria alla sopportazione dei disagi dell’astinenza e
dei percorsi terapeutici.
L’abuso iniziale può verificarsi in età adulta e, spesso, essere secondario a una qualche crisi esistenziale: una soluzione reattiva a un evento depressivo, nevrotico, narcisistico. L’abuso può verificarsi in età giovanile: anche qui il problema sta in una personalità non ben formata o nell’influenza del contesto sociale e/o del gruppo dei «pari», nella mancanza di un adeguato supporto familiare, o anche in una debolezza costituzionale del soggetto. Di fatto, l’incapacità di valutare il rischio della propria condotta può considerarsi l’effetto di una esaltazione «narcisistica» delle proprie capacità, la sfida a una normativa familiare e sociale nella quale il giovane non si sente di far parte, ovvero la scelta di un destino tragico nel quale scaricare i rancori della propria insoddisfazione.
Una prima riflessione etica si riferisce ad alcune strutture culturali e sociali: dalla ovvia e suadente propaganda delle case produttrici delle bevande alcoliche alla caratterizzazione edonistica della società occidentale volta genericamente, ma in maniera pervasiva, alla soddisfazione del bisogno (del piacere) più che alla sua elaborazione. Inoltre, si pone forte la domanda etica circa la liceità del benessere proprio a scapito del benessere altrui. Se è inevitabile che le condizioni morbose e certe non morbose (scelte di vita, ecc.) causino sofferenza nelle persone che ci circondano, tuttavia ciò che qualifica in senso morale determinate manifestazioni è l’indifferenza al dolore altrui. Tale sentimento varia dall’incomprensione del dolore, alla noncuranza, alla beffa, fino ad arrivare all’esaltazione del potere e del godimento.
Nell’uso dell’alcol (come per tutte le droghe in generale) la prevaricazione del benessere altrui è frequente: dall’esposizione di familiari e colleghi a comportamenti inopportuni e disturbanti, alla permalosità e aggressività accresciute dall’intossicazione, fino alle vere e proprie offese fisiche e al patrimonio. Il caso più eclatante e doloroso riguarda l’uso dell’alcol in gravidanza, dove l’esposizione del feto al tossico può portare a futuri danni organici irrimediabili e la cui responsabilità è appena celata dall’ignoranza di quegli effetti.
Un altro aspetto importante è l’illusorietà del benessere. Illusorio è il benessere delle bevande alcoliche che sollevano da forme d’ansia patologiche o da fobie sociali, non riconosciute precedentemente come tali, e che, sedate dal farmaco-alcol, lo rendono di conseguenza estremamente appetibile, ne giustificano l’uso e ne reclamano, anzi, la liceità di fronte a tutti quelli che asseriscono il contrario.
Infine, i rischi legati all’indebolimento delle capacità superiori della coscienza: ideazione, volizione, assunzione di responsabilità. L’esperienza della sedazione del malessere, di per sé lecita, favorisce meccanismi psichici di scissione ed espulsione (proiezione) di aspetti inaccettabili (dolorosi) di sé. Questo percorso psichico, che appare assai drammatico, caratterizza lo sviluppo evolutivo di ogni singolo uomo e, in negativo, qualifica in varia misura gli stati di dipendenza dall’alcol, come si mostra anche nell’esperienza terapeutica: l’uso dell’alcol, inficiando in varia misura le capacità cognitive, rallenta e rende meno incisiva la volontà.
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