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Redazionale
Cento anni fa nasceva Stefano Trochta (1905-1974), sacerdote salesiano, vescovo, cardinale. Vissuto prima sotto il regime nazista, poi sotto quello comunista, sopravvisse ad entrambi.
“Il Signore ci ha donato un esempio fulgido e quasi conturbante di fedeltà”, scrisse di lui il Rettor Maggiore don Ricceri. Stefano venne in Italia per studiare e fu “rapito” da Don Bosco: fece il liceo a Valsalice e la teologia alla Crocetta di Torino, poi tornò nella sua Boemia, a Frysàk, la prima opera dell’allora Repubblica Cecoslovacca; poi a Moravka Ostrava, il più grande centro minerario del paese; infine a Praga, di cui fu primo direttore dal 1936. Innamorato dei giovani, si spendeva per essi, tanto che fu nominato assistente centrale degli scout. Poi cominciò la sua passione.
L’occupazione nazista del 1939 lo iscrive nel libro nero della famigerata Gestapo: troppo in vista, troppo pericoloso quel prete. Un brutto giorno viene prelevato e internato prima a Terezìn, poi a Mathausen infine a Dachau. Le sofferenze cominciarono subito: a Terezìn quando il comandante del campo fa svestire tutti i prigionieri, notando che lui aveva il pugno chiuso lo colpì violentemente sul dorso. La mano si aprì e... cadde a terra la corona del rosario. Il Lagerkommandant la calpestò e la calciò sprezzante da una parte. Miracolo o meno, qualche mese dopo quella corona fu recapitata alla mamma, che ci recitò il rosario - per il figlio - tutte le sere. A Mathausen, dopo una decimazione, fu costretto a caricare i cadaveri sui carri avviati al crematorio. Alla fine, stremato, si trascinava a stento. Una guardia, “impietositasi”, gli sparò e lo buttò su un carro sopra gli altri cadaveri. Durante il tragitto si riprese ed ebbe la presenza di spirito di lasciarsi cadere a terra. Si salvò per miracolo. Il martirio finì con la fine della guerra, ed egli poté tornare nella sua Praga e ricominciare. La sua figura crebbe di fama, tanto che nessuno si meravigliò quando Pio XII lo volle vescovo. La sede fu Litomerice, una diocesi con 107 preti e 449 parrocchie! C’è da rimboccarsi le maniche. Eccome!
Poi, la rivoluzione comunista. Anche stavolta il vescovo è nel mirino. Nel 1953 viene incarcerato, processato e condannato a 25 anni per alto tradimento e spia (del Vaticano). Amnistiato nel 1960, gli viene imposto di trovarsi un lavoro. Così il “signor” Trochta fa il manovale, il muratore, l’addetto alle pulizie, ecc. Ma il fisico, già provato dalla prima deportazione, non gli regge: è colpito da ben due infarti che supera a stento. Nel 1968 arriva la “Primavera di Praga”. Liberato, può riprendere le sue funzioni di pastore della diocesi. Benché sofferente e stanco, si dà da fare: ci sono da riparare chiese ed edifici, da rifare le suppellettili sacre, da reimpostare la catechesi... Nel 1973 apprende la notizia di essere cardinale già dal 1969, nominato in pectore da Paolo VI. Un anno dopo la sua fibra cedette. Morì rimpianto da tutti. Molti ricordavano quando, già vescovo, andavano a trovarlo i suoi ragazzi e spesso lui diceva loro: “Ragazzi, oggi ho da fare. Sedetevi lì, così mi potete guardare, ma per non annoiarvi mangiate questa roba!”, e offriva loro un cesto di dolciumi!