OSSERVATORIO

di Simona Ghezzi

MASEREY

Questa è una storia vera, una storia, ahimè, come tante altre in Sierra Leone e non solo, una storia che non so ancora quale esito avrà. Una storia infine, che mi ha segnata.

Maserey ha 14 anni. E’ mamma, anzi lo è stata: ora è solo una povera ragazza handicappata contro cui il destino si è accanito oltre ogni misura. Ma lei ha ancora la forza di vivere e perfino sorridere. Nessuno sa chi è il padre del bambino che ha portato in grembo, e lei, nella sua ignara innocenza, non si è resa del tutto conto di quanto le stava accadendo in quell’incontro fortuito.

Il bacino di Maserey è piccolo e minuto come tutto il suo corpo... e i tentativi di far partorire il proprio bambino sono falliti proprio per questo motivo. Allora ecco il rimedio millenario: un taglio magico per facilitare il parto. Un taglio che però ha compromesso la vita del piccolo di cui più nulla si sa e dice, e la vita stessa di Maserey ormai immobile, incapace di muovere le proprie gambe, di contenere feci e urine, di uscire dalla sua baracca, dall’angusto angolo buio dove è confinata, con un po’ di stracci attorno che la mamma continua a cambiare. Una vita d’inferno.

L’ho trovata così, nella sua baracca. Distesa sulla sua tela cerata adatta alla sua incontinenza, gli occhi carichi di sofferenza e di speranza. Mi sono chiesta come potesse essere viva. “C’è una qualche possibilità di...”. Padre Albert non mi fa nemmeno finire: “Ci vorrebbero ben quattro operazioni per ricostruire la fistola... ma costano troppo care! E di Maserey ce ne sono tante! Se puoi venire ogni tanto qui ad aiutarla, pulirla... Vedi tu!”. L’ho fatto, ed è stato uno shock. La grande ferita aperta che non rimarginava faceva venire i brividi. L’ho lavata, pulita, profumata. Per lei è stato un sollievo, mai io ho dovuto stringere i denti e fare appello a tutte le mie forze per andare avanti, per sostenere la scossa che in quel momento stava arrivando ai miei organi di senso ma ancor più al mio cuore.

Un gruppo di volontari olandesi sono arrivati l’altro giorno. C’è anche Marlen, un’infermiera professionale. L’ho portata dalla piccola Maserey. Rimane stupita, incredula. Le racconto la storia e lo stupore aumenta insieme con l’orrore. L’indomani compra un catetere... Dopo qualche giorno torniamo alla baracca. Sto per saltare di gioia: Maserey è, per la prima volta, fuori, sotto la tettoia. Sta mangiando i cereali che le avevo portato. Accanto ha le stampelle. I suoi occhi hanno un’espressione diversa. È un barlume di speranza? Prego Dio che sia così. La famiglia mi sorride e lei mi dice che ora riesce perfino a sollevarsi in piedi e fare qualche passo. Andiamo dentro, procediamo con le cure... Quando padre Albert arriva con la sua jeep rimane sorpreso quanto e più di noi. Le gambe magre come stecchini della piccola vogliono camminare, la sua testa vuole camminare, la sua volontà vuole camminare... La piccola Maserey è un miracolo vivente. Come finirà la sua parabola?