FAMIGLIA SALESIANA

di Giuliano Gadek

Il 24 aprile in Vaticano sarà beatificato padre Bronislaw Markiewicz, fondatore dei Micaeliti.

L’AVVENTURA DI BRONISLAO

Una vita complessa e piena di opere buone, di zelo e di laboriosità tutta salesiana, che fanno spontaneamente ricordare l’incredibile attività di Don Bosco. Da lui don Bronislao imparò l’amore per i giovani e per il lavoro… Ora, è beato!

Bronislao Markiewicz, fondatore dei MicaelitiPruchnik è un paesino rurale della Polonia sud/orientale dove si conoscono tutti. Qui nacque il 13 luglio 1842 un bimbo che papà Markiewicz – capo di una famiglia da tutti apprezzata come gente onesta e “timorata di Dio” – volle chiamare con il doppio nome di Bronislaw/Bonaventura. Un desiderio segreto? O un augurio che la vita di quel batuffolo di carne fosse davvero una “buona avventura?”. Un’avventura certamente lo fu e, tutto sommato, si concluse anche bene, tanto che Bronislao/Bonaventura oggi è sugli altari; perciò fu anche “buona”. Giovanni Markiewicz può esserne soddisfatto.

LA FORMAZIONE

Una vita non facile, comunque, quella di Bronislao, costellata da prove, come quando in periodi di grandi ristrettezze mamma Marianna si vedeva costretta a preparare come cibo per i figli delle radici di gramigna! Quando giunse anche per lui il tempo della scuola, il piccolo sedette sui banchi con la grinta di chi voleva arrivare lontano. Nemmeno le vacanze riuscivano a fermarlo: nelle ore del tempo libero era capace di arrampicarsi su un albero con un libro per studiare in santa pace, nascosto tra le foglie della chioma. Tuttavia, finite le elementari, dovette fare pausa: il ginnasio che lui desiderava intraprendere era troppo costoso per le finanze familiari che già sostenevano gli studi degli altri fratelli. Ma gli andò bene, tutto sommato, perché la sosta fu di soli due anni. Ciò che ricorderà di più di questo periodo delle superiori fu la crisi di fede: “Mi hanno rubato la fede in quinta classe!”, scrisse lui stesso in una nota biografica richiestagli dal suo Vescovo. Le lezioni di professori atei possono risultare micidiali, soprattutto se, invece di insegnare a studiare, costoro spacciano per verità le loro convinzioni personali. Ma anche questa volta lo sbandamento durò poco. Un giorno cadde in ginocchio e iniziò a pregare. E da allora non smise più.

LA SVOLTA

Tant’è che poco dopo – precisamente il 19 settembre del 1863 – fece addirittura la domanda per entrare in seminario e il 22 dello stesso mese di quattro anni dopo, era già sacerdote! Il lavoro pastorale lo assorbirà al punto tale da non permettergli di terminare i corsi universitari che pure aveva con impegno iniziato. Ma qualcosa dentro lo lasciava insoddisfatto, spingendolo di fatto verso la vita religiosa. Si decise, nell’autunno dell’‛87, dopo essere stato parroco e professore di pastorale al Seminario maggiore di Przemysl, a partire per l’Italia con l’intenzione di entrare tra i “Teatini”: il servizio agli ammalati e ai poveri lo attirava irresistibilmente.

Giunto a Torino, però, si fermò dai salesiani, attratto dalla loro fama. Voleva studiare il loro modo di educare, e capire i loro metodi. A suo tempo, avrebbero potuto tornargli utili. All’Oratorio però dimenticò i Teatini e approdò a San Benigno Canavese, nel noviziato dei figli di Don Bosco, dove emise i voti nelle mani dello stesso fondatore dell’Oratorio. Ma nel ‛92 eccolo di nuovo in patria, dove cercò con tutte le forze di realizzare nella realtà polacca l’idea del santo di Torino, dedicandosi ai ragazzi poveri, abbandonati e orfani… Il suo primo ragazzo fu infatti un orfano, Andrea Halat. Nell’anno successivo Andrea aveva già una trentina di compagni, l’anno appresso più di 50, nel ‛97 erano arrivati a 75. La parrocchia non bastava più, occorreva una nuova casa per ospitarli. L’impresa non era da poco, perciò fu interpellata Torino. L’allora rettor maggiore don Michele Rua inviò un “visitatore” nella persona di don Veronesi perché si rendesse conto della situazione. Costui ammirò il grande spirito di lieta povertà che regnava nell’istituto, si meravigliò non poco del fatto che confratelli e orfani mangiassero insieme, e rilevò che il numero degli ospiti era troppo elevato: ne bastavano una ventina per non sobbarcare i confratelli a un super lavoro. Così poco dopo gli giunse l’obbedienza di procedere secondo le osservazioni fatte. Fu un duro colpo. Don Bronislao tentò di far ritirare quegli ordini… Non ci riuscì, ma non ebbe nemmeno il coraggio di mandar via 65 ragazzi, né di separarsi da loro creando due refettori. Però, non fece le cose di testa sua. Prima di procedere interpellò il suo Vescovo, monsignor Solecki, e si confidò a lungo con il suo direttore spirituale. Poi prese la decisione, grande e sofferta, di fondare una nuova congregazione. Da Torino, il beato Michele Rua fece sapere al Vescovo che, se l’avesse incardinato nella sua diocesi, egli non avrebbe posto ostacoli in vista della dispensa dai voti…

SORPRENDENTE SVILUPPO

Mentre le pratiche seguivano il loro corso, con la calma tipica della burocrazia, don Bronislao correva come un treno per la sua strada, com’è nella logica apostolica di tutti i santi. I suoi orfanelli si avviavano ormai alle 100 unità e c’era bisogno di gente che si prendesse cura di loro. Così egli fondò un’associazione di fedeli chiamata “Temperanza e Lavoro”, che odorava di salesianità lontano un miglio, e nel 1903 aprì una nuova casa a Pawlikowice vicino a Cracovia, sotto la guida di alcuni membri della nuova società. Intanto a Miejsce, sua parrocchia e culla della sua opera, egli continuava a sfornare le sue iniziative: costruì un mulino e nuove officine, perché il numero dei suoi ragazzi era in costante aumento e chiesa, casa e laboratori erano troppo angusti. Aprì poi un’altra opera a Skomorochy vicino a Leopoli. A conti fatti, nel 1909 i tre collegi del padre Markiewicz ospitavano 472 giovani.

Né si fermò qui. C’erano, abbandonate e in pericolo, anche le ragazze. Comprò un terreno per costruirvi un istituto che diventerà la Casa Madre della congregazione delle Suore di San Michele Arcangelo. Ormai era un personaggio pubblico, conosciuto in tutta la Polonia. Ma, mentre preparava le bozze di una supplica al Santo Padre, nella quale chiedeva l’approvazione per i suoi Istituti come congregazioni religiose, colpito da un male incurabile, morì il 29 gennaio 1912. Proprio in questo mese di aprile 2005, il giorno 24, Giovanni Paolo II lo proclama beato.