VIAGGI
di Giancarlo Manieri
Un’intervista al direttore di Tirana sulla situazione nell’Albania democratica di oggi.
L’Albania è ora una democrazia che propende verso l’Europa. Fino a qualche tempo
fa chiamarla democrazia sarebbe stato un pesante sarcasmo. Oggi no! Ma le
difficoltà non mancano: è sempre un’impresa titanica costruire una forma di
governo il cui potere risieda nel popolo, là dove il popolo ha sempre contato
poco o nulla... In proposito abbiamo intervistato il direttore del Don Bosco di
Tirana.
Don Gianni, l’Albania è ormai una vera democrazia, a suo parere?
Certamente sta facendo grandi passi in tale direzione. Gli inizi, come sai, sono sempre difficili, tra incertezze e difficoltà. Basta pensare al problema economico... Se sono in crisi le forti economie occidentali, puoi ben immaginare in che misura lo siano quelle di un paese che solo da pochi anni si è affacciato alla ribalta dell’economia liberale.
Come sono gli stipendi degli operai, degli impiegati...
Bassissimi. In ragione di 100/150 € al mese, mentre il caro/vita è di poco inferiore a quello italiano. Il Paese delle Aquile in fatto di produzione di risorse è poco aquila, purtroppo. Le famiglie, tutte numerose, devono arrabattarsi a inventarle tutte per sopravvivere. I giovani, che escono dalle nostre scuole con una qualifica di prestigio rispetto a quelle statali, non possono tuttavia sperare in uno stipendio superiore ai 150 € mensili. Ecco perché la spinta migratoria è forte, e praticamente inarrestabile, ben sapendo che in Italia lo stipendio di un operaio va dai 1000 € in su.
Questa insicurezza fomenta anche il fenomeno del bandismo?
Naturalmente. Perfino qui all’Oratorio si formano bande in pochi minuti. Basta un litigio tra due ragazzi ed ecco formarsi subito due gruppi: chi sta con l’uno chi con l’altro. T’accorgi subito che appartengono a quartieri e/o clan diversi e il senso clanico ha il sopravvento su qualsiasi altra considerazione. Insomma in Albania il clan detta ancora le regole del gioco.
Come può succedere?
Perché la cultura è ancora clanica e dove il rapporto di parentela è determinante nella formazione dei can. In più, esiste un forte razzismo tra gruppo e gruppo, tra montanari e valligiani, tra contadini e cittadini, tra nord e sud...
C’è ancora qualche aggancio nostalgico con il passato regime?
C’è, sì. Lo puoi ben immaginare data la situazione di precarietà economica, politica e sociale. C’è gente che ha nostalgia del vecchio regime, dove almeno era assicurata una certa parità sociale. Si stava male, magari, ma “mal comune mezzo gaudio”. Caduto il regime, i furbi e gli spregiudicati si sono arricchiti a scapito dei più deboli e onesti che invece si sono ancor più impoveriti. Questo fatto ha creato rancori e propositi di vendetta, oltre a incrementare il banditismo. Prima c’erano più ordine e meno libertà. Ora i fattori si sono invertiti e il prodotto, ahimè, è cambiato di brutto. E la correzione dilaga portandosi dietro i mali propri di questa infamia: l’abusivismo edilizio, le tangenti nemmeno tanto nascoste, i raggiri, la comparsa della mafia, il contrabbando di persone e cose, il riciclaggio di denaro sporco, ecc. È ovvio che, soprattutto i più anziani, abbiano qualche – e forse non solo qualche – nostalgia del passato regime. Si dice che nessuna moneta paghi la libertà, ma mica è del tutto vero, a sentire i nostalgici “si stava meglio quando si stava peggio!”
E a livello religioso a che punto siamo?
Ti ringrazio della domanda, quasi l’aspettavo, mentre tu probabilmente non ti aspetti la risposta che ti darò. Dunque... tieni presente che il 75% degli abitanti è di religione musulmana, il 13% sono cattolici, il 12% ortodossi. Ebbene bisogna dire a chiare lettere che si convive nel massimo rispetto. E questo è un dato davvero positivo, soprattutto se confrontato con altri paesi musulmani. Anzi, devo dire che non c’è solo rispetto, c’è addirittura collaborazione, per quanto possa sembrare incredibile, date le pessime notizie che giornalmente provengono da altri Paesi musulmani.
Come avete vissuto la guerra del Kosovo?
Sono stati 100 giorni durissimi dal punto di vista del lavoro e della sofferenza. Bellissimi, non ti meravigliare, sotto il profilo della solidarietà e della salesianità. Abbiamo convissuto con 1500 profughi accolti qui al Don Bosco. La vuoi sapere per intero? Alcuni giornalisti si rifiutavano di fare servizi nel nostro campo perché dicevano che assomigliava più a un bivacco estivo che a un campo profughi. Qui funzionava tutto a cominciare dalla scuola, organizzata da insegnanti kosovari anche loro sfollati. E quando, finita la guerra il campo è stato smobilitato, i profughi avevano le lacrime agli occhi. Ci supplicarono con commovente insistenza di andare nel loro Paese ad aprire una scuola come quella che avevano visto qui al Don Bosco. L’abbiamo fatto. Ora c’è un centro professionale a Pristina, che spero visiterai.
Vi ha toccato la polemica scoppiata in Italia sugli aiuti umanitari?
Quello che so è che i primi aiuti umanitari giunti qui sono stati quelli italiani. Dall’Italia sono anche arrivati volontari stupendi in generosità. Ci hanno aiutato moltissimo. Tanto ci basta. Gli eccessi ci saranno pure stati. Ma noi guardiamo al positivo. Quello ci interessa. Le scorte saccheggiate sono un brutto episodio, che non oscura la generosità e il bene fatto. Oltretutto, alcune vicende spiacevoli contro scorte di magazzino avanzate sono scoppiate solo dopo la partenza dei profughi kosovari. Molti albanesi hanno dichiarato di averlo fatto perché erano sicuri che tutto sarebbe andato disperso o sarebbe marcito. Sai, la burocrazia...
Capisco. Dunque c’è stata dell’esagerazione giornalistica?
Credo di sì. Noi seguivamo quasi 5000 profughi: 3500 dentro e gli altri collocati in famiglie qui attorno. Beh, non ci è mai mancato nulla.
Previsioni?
Sarà difficile raggiungere stabilità e sicurezza ma l’Albania ce la farà... e l’Aquila volerà di nuovo libera nei cieli d’Europa