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di Giancarlo Manieri

Un profilo del maestro Giovanni Zanovello, classe 1896, morto a Treviglio nel 1972.

UN SANTO, SISSIGNORI!

Un percorso, quello di Zanovello, durato 50 anni e riconosciuto da ben tre onorificenze: il cavalierato al merito della Repubblica, la Medaglia d’oro di Benemerenza del Ministero della Pubblica Istruzione, la Medaglia d’oro del Comune di Treviglio.Una classe del maestro Zanovello negli anni '50

Lo chiamavano “Maestro dei maestri”. Perché Zanovello era maestro a più dimensioni: di scuola, di vita, di salesianità, di cristianesimo vissuto. La notizia della sua scomparsa si diffuse in un lampo. Via telefono. Una commovente “catena di sant’Antonio” che ha avvisato le centinaia e centinaia di ex-alunni, amici, estimatori, confratelli che un impareggiabile salesiano non era più tra noi. Stupore. Soprattutto perché “è partito” alla chetichella per non disturbare nessuno. E nessuno poteva prevedere tanta rapidità! Fino all’ultimo è stato il “Maestro”. Era andato in pensione dalla scuola ma non dall’apostolato. Amici ed exallievi facevano la fila per parlare con lui. Ed erano colloqui lunghi, impegnativi… e, gustosi. Perché Zanovello arguto, e un po’ burlone, ma pieno di buon senso, di saggezza e di Dio, considerava quegli incontri il suo lavoro di pensionato.

Quando sedeva in cattedra, insegnava con il sorriso sulle labbra ma esigeva che ciascuno degli alunni, anche il più scapestrato, facesse il proprio dovere fino in fondo e non lo mollava per nessuna ragione. Quanti ne ha “salvati” questa sua caparbia insistenza! Non risparmiava nemmeno qualche solenne rabbuffo che assomigliava più a una sceneggiata che a una sfuriata. Tant’è che non faceva paura: era il segno del suo dispiacere per non essere riuscito a “cavar fuori” il meglio da quelle teste calde! Erano i momenti in cui più spesso gli uscivano certe colorite espressioni in dialetto veneto. I ragazzi capivano. Eccome! Chi ha frequentato la scuola salesiana e lo ha avuto come insegnante-educatore ripete ancora a chiunque, con una punta di nostalgia e d’orgoglio: “Anch’io sono stato in V elementare con il Maestro”.

TEATRANTE MA NON TEATRALE

Zanovello amava il teatro come mezzo educativo: “Le prediche insegnano alla testa, diceva, ma il teatro insegna al cuore, e fa del bene ai ragazzi”. Aveva la stoffa dell’attore nato e una versatilità sorprendente, capace di interpretare i personaggi più diversi, dal diavolo, al prete, al santo, al brigante… Né mancarono gaffe memorabili, rimediate alla grande come quando, nell’operetta “Marco il pescatore” di don Cimatti, interpretando il diavolo che, sconfitto dall’angelo, doveva finire all’inferno tra fumo e lampi, avendo l’operatore aperto la botola anzitempo, all’inferno ci finì l’angelo, e il maestro/diavolo, tra l’ilarità generale, s’inginocchiò a pregare per il malcapitato perché risalisse subito in paradiso! Recitava così come viveva, con la stessa umanità, con la stessa ilare naturalezza. Era un comunicatore formidabile di gioia serena, di bontà vissuta, di religiosità concreta e trasparente, da “hit-parade”, scrisse l’ispettore don Cereda nel 25° della sua morte, meravigliandosi di come il Maestro fosse ancora così vivo nella mente e nel cuore dei trevigliesi. Quando gridava asino al solito disimpegnato pelandrone, nessuno ci sentiva rabbia o disappunto, ma solo un gran dispiacere per non poter gridargli bravo. “Ci strigliava ben bene, però ci ha preparati. Alla vita”. La frase di uno dei suoi exallievi è quella di tutti coloro che l’hanno conosciuto. Si faceva voler bene perché era sempre in mezzo ai ragazzi, trascinava con il suo entusiasmo e la sua fedeltà, spronava con le sue iniziative. Quando li accompagnava a passeggio, era un susseguirsi di “Buongiorno Maestro!”. Rispondeva sempre immancabilmente: “Ciao, caro, ciao!”. Poi sussurrava a chi gli stava vicino: “Chi selo? - Chi è?”. Non aveva più la vista buona ma il cuore era sempre vigile e accoglieva tutti come fossero suoi figli.

IL… SANTO RELIGIOSO

- Dov’è il Maestro?

- Mah. Non l’ho visto.

- Dove può essere a quest’ora?

- Se non è con i ragazzi, è in cappella!

Era in cappella infatti, raccolto e assorto, inginocchiato in modo tutto particolare, avendo da sempre una gamba rigida. Era, la chiesa, uno dei suoi luoghi abituali. Lì il cuore e le gambe lo portavano appena trovava un momento libero. Era di quei tipi che più che insegnare a pregare, pregava perché fosse l’esempio a trascinare gli altri alla preghiera. Era proprio nella preghiera che il Maestro attingeva i valori che sapeva poi amalgamare tanto bene nel suo fare quotidiano: semplicità e rigore, serenità e arguzia, fortezza e gentilezza. Questa armoniosa convivenza di virtù diverse ha conquistato alunni e genitori, confratelli e amici, che a distanza di 25 anni dalla morte lo ricordavano come fosse ancora tra loro e alcuni genitori si rammaricavano di non poter più avere il maestro Zanovello per i propri figli! “Le punizioni? Beh, se io fossi diventato Maestro come lui, giuro che avrei dato le stesse punizioni a un alunno indisciplinato o inadempiente. Più di una volta, come punizioni el vecio mi fece ricopiare su due fogli una lunga e bellissima preghiera!”. È la testimonianza di un altro dei suoi alunni. Festeggiava l’onomastico, tutti i Giovanni del calendario, con un occhio particolare a san Giovanni da Capistrano e san Giovanni Matha. Capito la finezza? Quando gli dissero: “Maestro perché non festeggia il compleanno come tutti?”. “Con gli onomastici festeggiamo i santi, e va ben. Col compleanno dovria festeggiar mi. Semo mati?”.

No, non ce ne sono molti di uomini così. Non per nulla, una volta scomparso, gli hanno dedicato una filodrammatica che ha operato per lunghi anni, il Palazzetto dello Sport di Treviglio e una strada. Era un personaggio. Quasi un mito. Un giorno un giovane confratello un po’ burlone convinse qualcuno dei suoi alunni di 5° elementare che il Maestro aveva una gamba di gomma e che se bastava una puntura d’ago per… sgonfiarla! Ci credettero. E uno un po’ più intraprendente ci provò, armato di coraggio e di un ago da maglia. Il risultato fu un urlaccio di dolore che impressionò tutta la classe in trepida attesa che la gamba si sgonfiasse. Finì a ridere, ovviamente, anche perché il Maestro capì che l’iniziativa aveva ben altri registi.

L’ADDIO

Il “Canto del vecchio” trovato tra le sue carte, delinea perfettamente la sua figura:

Son solo, Signore, forse son stanco,
ma nel cuore ho una letizia santa;
trascino a stento per vecchiaia il fianco
ma tutto all’alma mia sorride e canta:

Son solo? No. Dentro di me è il mio Dio.