MISSIONI

di Giovanni Eriman

100 anni di Vangelo in India… Un vecchio insegnante di etnia khasi ne ha vissuti novanta.

AMARCORD INDIANO

Si chiama Wenceslaus Leviticus Rapthap. Ha vissuto dall’inizio l’avventura salesiana nell’India del Nordest. Alcuni suoi ricordi e qualche cenno allo sbarco dei salesiani in India, giusto 100 anni fa.

Il sig. Leviticus davanti al monumento di don Bosco a ShillongÈ un vecchietto simpatico il signor Leviticus, il primo indiano di etnia khasi che può vantare di aver fatto una tournée in Italia, in occasione della canonizzazione di Don Bosco nella piovosa Pasqua del 1934. Cent’anni fa, sei salesiani, guidati da don Giorgio Tomatis, misero piede in India nella zona di Bombay e una quindicina di anni dopo un’altra spedizione di 11 figli di Don Bosco, al “comando” di don Mathias, si stabilirono a Shillong, allora poco più che un villaggio. Leviticus aveva sei/sette anni, e divenne uno dei primi allievi del Don Bosco. Lì imparò l’arte del falegname. Così bene che fu scelto per insegnarla a sua volta in quella stessa scuola “il che mi permise di trasmettere il mestiere a centinaia di giovani”, dice ancora con malcelato orgoglio.

UN PO’ DI STORIA PERSONALE

L’ormai quasi centenario maestro falegname narra volentieri la storia pionieristica dei primi tempi salesiani, parte della quale ha vissuto in prima persona. Ricorda con ammirazione mista a venerazione don Mathias, don Foglia, don Vendrame, don Bonardi, don Deponti e don Lyngdoh che fu il primo indio di etnia khasi a farsi salesiano e diventare un dottissimo professore di teologia, conosciuto in tutta l’India. A questi suoi antichi amici e maestri, rimane legato nel ricordo e continua a mostrare tutta la sua riconoscenza ai successori. Né si stanca di raccontare il primo grande avvenimento della sua vita che considera quasi un miracolo: il viaggio in Italia con don Mathias per assistere alla canonizzazione di Don Bosco. Dalle foreste dell’Assam calò in un altro mondo, e non dimenticò mai più quell’esperienza. Per l’occasione il direttore li volle (erano in quattro) con il costume tradizionale della propria tribù. E Leviticus si presentò con collare, turbante, cordoni dorati, mantello… Assomigliava a un prìncipe, anzi a un maharajà – in Italia conoscevano così i principi indiani, grazie alle lettissime pagine dei romanzi di Emilio Salgari – che per la verità in India non c’era mai stato, benché scrivesse come se ci fosse sempre vissuto –. Quel simpatico burlone di don Mathias, che poi fece una carriera folgorante, li presentò tra il serio e il faceto come quattro prìncipi indiani. E non solo ai pellegrini, ma addirittura a papa Pio XI, e poi anche al Duce, che volle informarsi della loro patria, dei loro usi e costumi, della religione tribale, della lingua. Non sappiamo se il loro scherzoso accompagnatore li presentasse come rajà anche al Rettor Maggiore don Pietro Ricaldone, quel che sappiamo è che da allora Leviticus ebbe l’etichetta di principe indiano, benché il nome arieggiasse l’ebraico (ma in Israele i prìncipi più conosciuti erano solo i malnati figli di Erode!).

Oggi i ricordi del vecchio “principe” si concentrano, com’è ovvio, sull’istituto che l’ospitò scolaro e apprendista falegname per cinque anni di studio-lavoro-sport-teatro-musica-messa-buonanotte: gli ingredienti tipici del sistema educativo salesiano, tutti ben armonizzati, in modo da formare un cocktail esplosivo di “educazione”. Era proprio questa sorprendente mistura che impressionava gli inglesi, allora governatori dell’India, soprattutto per i risultati positivi, del tutto imprevisti. Leviticus è sempre vissuto all’ombra di Don Bosco (abita ancora a un passo dal St. Anthony College in Don Bosco Square), anche quando si sposò nel 1939. Ne benedisse il matrimonio monsignor Stefano Ferrando che era succeduto a monsignor Mathias.

I SALESIANI IN INDIA

Egli sentì parlare spesso dei confratelli salesiani che una quindicina d’anni prima che giungessero a Shillong, erano già arrivati a Bombay, avevano impiantato scuole e orfanatrofi a Tanjore e a Mylapore, dove “facevano miracoli”. E se è vero che dalle due prime località dovettero ritirarsi dopo una ventina d’anni di successi, è anche vero che la loro espansione continuò senza altre interruzioni, e continua ancora. Nei primi tempi, alcuni salesiani di Shillong erano stati trasferiti a Tanjore e/o Mylapore, come il P. Hauber, mentre altri da quelle case erano approdati a Shillog, come il padre Mora. Questi spostamenti di personale permisero al giovane Leviticus di conoscere la storia dei primi tempi della congregazione salesiana in India. Egli racconta, ammirato, che molti di quei primi salesiani divennero famosi, come il suo indimenticabile don Mathias prima fatto Nunzio apostolico dell’Assam, poi vescovo di Shillong, quindi arcivescovo di Madras, o come don Stefano Ferrando succeduto a monsignor Mathias a Shillong; o don Eugenio Menderlet, a sua volta nominato arcivescovo di Madras, e don Mariaselvam vescovo di Vellore. Degli altri grandissimi, il cui nome è legato a opere e azioni mirabili, come don Aurelio Maschio conosciuto in tutto il mondo, don Convertini di cui è addirittura in corso la causa di beatificazione, don Careño, poeta, musicista, divulgatore scientifico, don Pianazzi, divenuto consigliere generale, don Vendrame, don Alessi… ecc. nomi che hanno fatto la storia della congregazione in India.

Un’epopea vera e propria quella dei figli di Don Bosco in quella che più che una nazione è un continente: da due piccoli semi (sei missionari la prima spedizione nel 1906 e 11 la seconda nel 1922), hanno costruito un “impero” del bene. Oggi sono circa 2560 salesiani, divisi in nove ispettorie, e costituiscono ormai la seconda forza della congregazione dopo l’Italia. Gestiscono scuole umanistiche e tecniche di altissimo livello, centri di orientamento, università (il St. Anthony College di Shillong è il primo collegio universitario del mondo salesiano, dove hanno studiato anche alcuni ministri dello Stato e perfino un Primo Ministro), case-famiglia, lebbrosari, chiese, case editrici, centri di comunicazione sociale, dispensari, cliniche, ospizi, centri di riabilitazione e di alfabetizzazione, opere assistenziali, parrocchie, oratori, santuari (come quello di Bandel, conosciuto anche fuori dell’India)… E’ una realtà tuttora in crescita esplosiva, al contrario di quanto capita in Occidente.

GRAZIE A LEVITICUS

Di tutto questo Leviticus è orgoglioso, ne ringrazia il cielo e prega perché l’espansione continui. È cosciente che il miliardo di indiani suoi connazionali abbia sempre più bisogno di Don Bosco, del suo sistema preventivo, della sua capacità di accoglienza, del suo metodo di lavoro, del suo stile pastorale. Grazie anche al caro vecchietto quasi centenario, la cui testimonianza di professionalità, di onestà, di cristianesimo convinto portano l’impronta del “padre e maestro della gioventù”.