Indicazioni per un cammino di spiritualità salesiana Alcuni punti chiavi nell'insegnamento di don Egidio Viganò Introduzione - 1. L'iniziativa di Dio - 2. La consacrazione apostolica - 3. Il Cristo che seguiamo e contempliamo - 4. La carità pastorale - 5. "Da mihi animas" - 6. "Studia di farti amare" - 7. L'estasi dell'azione - 8. La grazia di unità - 9. Educare evangelizzando, evangelizzare educando - 10. Immacolata Ausiliatrice 24 settembre 1995 Carissimi, nel mese di settembre vi è stata spedita la lettera ricordo di Don Egidio Viganò. In essa, oltre al profilo biografico, abbiamo richiamato, in forma sintetica secondo la natura dello scritto, i suoi fronti di impegno come Rettor Maggiore, il suo stile di animazione e i tratti della sua personalità. Ora si sta preparando, alla Direzione Generale, un'edizione delle sue sessantaquattro lettere circolari con corrispondente indice tematico. Il volume entrerà a far parte della collezione che raccoglie le lettere dei precedenti Rettori Maggiori: Don Rua, Don Albera, Don Rinaldi, Don Ricaldone. Contemporaneamente in un altro volume verranno pubblicate le lettere di Don Luigi Ricceri, al quale toccò orientare la preparazione e il primo periodo del rinnovamento che seguì il Concilio Vaticano II. Insieme agli atti dei CG 20. 21. 22. 23, questi volumi costituiranno una testimonianza e una documentazione alla portata di tutti, della riflessione, delle sfide, degli orientamenti e sforzi di rinnovamento che hanno caratterizzato il trentennio che dalla fine del Concilio Vaticano ci porta fino al prossimo CG24. Mi è sembrato che fosse conveniente, a complemento della lettera mortuaria, offrire una rilettura di alcuni punti che attraversano l'insegnamento di don Egidio Viganò. Non sono tutti, evidentemente, neppure tra quelli che si potrebbero considerare principali. Non lo consentiva lo spazio. Ho scelto soltanto quelli che riguardano più da vicino e direttamente il versante della spiritualità del salesiano, che ricorrono, anche se solo accennati, nel trattamento dei diversi temi e sono stati offerti da lui con formule originali. Essi sono però saldamente collegati fino a costituire come i tratti di una fisionomia. Non tentiamo una sintesi completa di ciascuno che risulta impossibile, ma solo una evocazione sostanziale. Il momento attuale è segnato per noi dall'avvenimento del Sinodo sulla Vita Consacrata, il cui documento conclusivo stiamo aspettando. Ma le cui preoccupazioni principali abbiamo già percepito nello strumento di lavoro e nelle discussioni dell'assemblea. Esso ci stimola a riflettere sulle attese del mondo e della Chiesa nei confronti dei religiosi e ci ricorda l'originalità di Don Bosco nella testimonianza del Vangelo. Ma il tempo che viviamo è segnato anche dalla preparazione prossima, organizzativa e spirituale, al CG24. Proprio in questi giorni alla Casa Generalizia lavora la Commissione precapitolare, nominata dal Rettor Maggiore, che dovrà redigere "gli schemi da inviare con sufficiente anticipo ai partecipanti del Capitolo Generale" (R 113). È proprio alla luce di questi avvenimenti che vi invito a percorrere alcuni punti nodali della nostra spiritualità come ci sono stati proposti da Don Viganò. 1. L'iniziativa di Dio (ACG 303. 312. 334. 337. 342. 352) "È necessario ricordare che alla base di tutto c'è l'affascinante mistero della Trinità; come dicono le Costituzioni rinnovate, la nostra vita di discepoli di Cristo è una grazia del Padre che ci consacra con il dono del suo Spirito e ci invia ad essere missionari dei giovani" (ACG 347, pag. 14) Caratteristica di ogni spiritualità cristiana è la coscienza del dono, della grazia, con cui Dio entra di sua iniziativa nella nostra esistenza nel contesto della storia. Ciò costituisce una differenza sostanziale riguardo a tutte le spiritualità razionalistiche che si affidano al solo sforzo, pur nobile, della persona. Se si vuol tracciare con realismo il cammino spirituale dei salesiani, nei suoi elementi caratteristici e nella sua vitalità, non si può ignorare questa origine che è appunto la presenza operante dello Spirito del Signore. E da parte loro il riconoscimento, l'accoglienza e la volontà di corrispondenza. Tale presenza la si percepisce in tre ambiti. In primo luogo nella Chiesa. "Egli - dice la Lumen Gentium - la guida per tutta intera la verità, la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, l'abbellisce con i suoi frutti. Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con il Suo sposo". È lo Spirito che dà la vita e che si manifesta nella storia come energia imprevista e trasformante soprattutto attraverso i profeti, i santi, i pastori e le guide coraggiose e ispirate. Di questa animazione della Chiesa da parte dello Spirito abbiamo segni inequivocabili anche in questo nostro tempo. È tutto il movimento di riflessione, di adeguamento pastorale, di spiritualità provocato dal Concilio, ancor oggi fecondo di nuove e originali manifestazioni. La presenza e l'azione dello Spirito si estendono oltre i confini della Chiesa visibile. Riempiono la terra. La Chiesa ascolta nei segni dei tempi la sua voce che risuona nella coscienza degli uomini e affiora soprattutto nella ricerca religiosa, nelle iniziative nobili e disinteressate per la crescita spirituale dell'uomo, nel senso morale (cfr RM 28). L'insieme dei segni ci dice che noi stiamo vivendo un'ora privilegiata dello Spirito (cfr EN 75). Una delle opere realizzata dallo Spirito nel corso della storia attraverso mille ispirazioni è la vita consacrata che al seguito di Cristo, si concentra nel mistero di Dio e si dedica con amore alla salvezza dell'uomo. "All'origine dei singoli Istituti religiosi non c'è una teoria o un sistema di un pensatore, ma una storia o una esperienza vissuta secondo una speciale e concreta docilità allo Spirito Santo" (ACG 310, pag. 6). Ciò va affermato, in particolare, del nostro carisma e della sua realizzazione da parte di Don Bosco e di coloro che gli sono succeduti nel tempo come discepoli attenti ai segni dello Spirito. E questo è un secondo ambito di osservazione e di fede per i salesiani. "Il nostro Padre si è sentito investito dall'alto di una vasta missione giovanile ed ha avuto chiara coscienza di essere chiamato, per questo, a divenire fondatore non semplicemente di un istituto religioso, ma di tutto un vasto movimento spirituale e apostolico di vaste proporzioni" (ACG 304, pag. 7). Spiritualità e missione, a servizio della Chiesa e del mondo si muovono nella direzione dello Spirito cioè dell'apertura dell'uomo al riconoscimento e comunione con Dio. Il terzo ambito in cui siamo chiamati a cogliere l'azione dello Spirito è la nostra vita. In essa percepiamo il dono di Dio che ci attira a sé; siamo attratti da Cristo e invogliati a seguirlo con radicalità. Sperimentiamo la sintonia quasi spontanea con Don Bosco e siamo portati alla missione giovanile. È la vocazione personale di cui l'art. 22 delle Costituzioni di ce: "Ciascuno di noi è chiamato da Dio a far parte della Società Salesiana. Per questo riceve da Lui doni personali e rispondendo fedelmente trova la via della sua piena realizzazione in Cristo". La consapevolezza del dono, la nostra volontà di risposta, la consonanza con il carisma salesiano, il progetto specifico di vita, che di conseguenza assumiamo, vengono espressi pubblicamente nella professione, in particolare, per il suo carattere definitivo, nella professione perpetua. Essa "è il segno dell'incontro di amore tra il Signore che chiama e il discepolo che risponde donandosi totalmente a Lui e ai fratelli" (C 23). Coinvolge la coscienza e la vita e non solo l'appartenenza esterna. Ed è ancora offerta e iniziativa di Dio e non solo atto dell'uomo. Per cui "l'azione dello Spirito sarà per il professo fonte permanente di grazia e sostegno nello sforzo quotidiano di crescere nell'amore perfetto di Dio e degli uomini" (C 25). Così battesimo, vocazione, professione segnano le fasi del nostro collocarci con sempre maggior attenzione e disponibilità nello spazio dello Spirito che comunica al mondo l'amore di Dio e lo muove verso di Lui. Tre conseguenze ne seguono. La prima è che prendiamo la "vita nello Spirito", la santità, come il nucleo principale del nostro progetto di esistenza (ACG 303). Santità non intesa solo come correttezza morale o come sforzo ascetico, ma come stile e forma di vita nel quale traspare in forma peculiare il mistero di Dio, liberante, vicino. Senza di questo non c'è vita consacrata, anche se si realizzassero tutti gli elementi istituzionali. Riprogettare la santità è perciò punto determinante del nostro rinnovamento. Essa è il dono più prezioso che posiamo fare ai giovani, e il mezzo più potente e adeguato per compiere la nostra missione. La riteniamo pure come il contributo specifico dei religiosi alla cultura e alla promozione umana. Infatti la spiritualità o santità ha anche un valore temporale e secolare, non solo per le opere di carità a beneficio dei poveri, ma per il senso, il messaggio e i valori che offre all'esistenza umana. Ma c'è una seconda conseguenza. Noi perseguiamo questa santità secondo il modello e il cammino che lo Spirito ha manifestato in Don Bosco. Il riferimento costante a Lui e alla esperienza che è maturata al suo seguito è dunque indispensabile sia per riprodurne in forma adeguata i tratti già accertati sia per discernere nuove forme di realizzarli nel contesto moderno. "Dio ci ha dato Don Bosco come Padre e Maestro" (C 21). Le due conseguenze precedenti portano ad una terza: scegliamo come via pedagogica verso la santità quella proposta dalle Costituzioni con le sue esperienze fondamentali (missione, consigli evangelici, comunità, preghiera) vissute nel gruppo umano che ne fa il codice di vita: la Congregazione salesiana con la sua tradizione spirituale e nella sua realtà attuale. Se è vero che "la nostra regola vivente è Gesù Cristo, il Salvatore annunciato nel Vangelo che vive nella Chiesa e che noi scopriamo presenti in Don Bosco che donò la vita per i giovani" (C 196), è vero pure che accogliamo le Costituzioni come testamento di Don Bosco, come libro di vita per noi, che le meditiamo nella fede e ci impegniamo a praticarle con senso spirituale, perché per noi, discepoli del Signore, esse sono un cammino che conduce all'amore (cfr ib.). Desiderio e proposito di santità, Don Bosco come Padre e Maestro, Regola e comunione salesiana sono le coordinate per un cammino di crescita spirituale di un consacrato salesiano, in risposta agli appelli dello Spirito. Senza di esse è difficile andare lontani. 2. La consacrazione apostolica (ACG 312. 337. 342. 346. 352) Quando don Viganò, dopo il CG22, presentò il "testo rinnovato della nostra Regola di vita" (ACG 312), indicò la consacrazione apostolica (cfr C 3) come il tema generatore primo tra i principi ispiratori del rinnovamento. I vari elementi che caratterizzano la nostra spiritualità di religiosi apostoli infatti trovano la loro ragion d'essere nella consacrazione e specificamente in quella forma originale di essa che chiamiamo consacrazione apostolica. È questa una delle importanti acquisizioni del cammino di ridefinizione della nostra identità sulla scia degli approfondimenti che ebbero luogo nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II e di cui si sono fatti eco insistenti dichiarazioni dell'ultimo tempo (cfr Lg 44; Pc 5; ET 4.7; MR 8. 10. 11; RD, cap. III). "Alla base della vita religiosa c'è la consacrazione". "La Chiesa pensa a voi prima di tutto come a persone consacrate" (Elementi essenziali dell'insegnamento della Chiesa sulla vita religiosa, n. 5). Una più profonda comprensione della consacrazione, nelle sue radici bibliche, nelle sue dimensioni teologali ed ecclesiali, ma anche alla luce dell'esperienza concreta del Fondatore è dunque elemento sostanziale per riscoprire e riattualizzare il carisma, per avere una visione unitaria del progetto di vita salesiano e, di conseguenza, per vivere ed esprimere in forma autentica la nostra spiritualità. Ora proprio questo sforzo di comprensione ci ha portato a sottolineare alcuni aspetti. Il primo è il senso globale o totale della consacrazione. Questa infatti non è un elemento particolare della vita salesiana da enumerare prima o tra gli altri, ma la comprende tutta. Non include soltanto i voti, ma tutto l'essere e l'agire della persona, messa in una relazione singolarissima con Dio che segna la nostra esperienza personale più profonda e il nostro lavoro educativo. Una vita che si sente attratta verso Dio e si concentra in Lui, sia che lo cerchi nella preghiera, nel silenzio e nella solitudine, o si proponga di servirlo nei fratelli attraverso qualche servizio di carità anche fortemente impegnativo. È chiaro poi che quando parliamo della consacrazione non pensiamo solo a un momento particolare come per esempio quello della professione. Ma ci riferiamo al "continuum" di tutta la vita, di cui la professione è il momento significativo e quasi sacramentale. Pensiamo ad una esperienza personale e interiore che comincia già prima della professione, quando il Signore va diventando il centro dei nostri pensieri e la preferenza del nostro affetto. Accogliendo questa grazia dello Spirito la dichiariamo di fronte a Dio e alla Chiesa nell'atto della professione. Essa viene dunque particolarmente riconosciuta e incorporata alla vita e missione del popolo di Dio. Continuerà in seguito fino alla morte rendendosi sempre più totale e profonda come azione di Dio e come risposta nostra a mano a mano che la sua realtà penetrerà nel nostro essere. È evidente che la vita diventa veramente consacrata non tanto in forza degli elementi istituzionali, organizzativi o rituali con i quali la si qualifica esternamente, ma per il rapporto vitale che si stabilisce con Dio. Infatti in ogni consacrazione, la forza consacrante è la Sua presenza. Questo senso esistenziale e personale della consacrazione è oggi particolarmente sentito e determinante. Di qui viene un altro elemento fondamentale di comprensione, evidenziato dall'uso del verbo al passivo: consecratur. La consacrazione del religioso, sulla base di quella battesimale mette in evidenza l'iniziativa assolutamente libera e gratuita di Dio. Essa, nell'espressione di don Viganò, è la "scintilla prima dell'amore, che sprizza all'ora zero lì dove incomincia tutto e dove esplode l'amicizia, lì dove nasce la speciale alleanza tra Dio che chiama e l'uomo che risponde" (ACG ---). La consacrazione non è in primo luogo uno sforzo dell'uomo per raggiungere Dio ed essere tutto suo. Ma una visita, un dono, un'irruzione della sua grazia nella nostra esistenza. Indica primariamente l'azione di Dio che attraverso la mediazione della Chiesa ci prende totalmente per sé impegnandosi a proteggerci e a guidarci. Ma è anche vero che questa azione divina non è esterna ai nostri movimenti più profondi. Si fa sentire in questi e lì riceve la nostra risposta, sì che diventa l'incontro di due amori: il Padre ci attira e noi ci offriamo totalmente a Lui. L'iniziativa e la possibilità stessa dell'alleanza proviene da Dio, ma essa è confermata dalle nostre libere risposte: è Lui che ci chiama e ci aiuta a rispondere, ma siamo noi che ci doniamo. È Lui che ci consacra e ci avvolge con il suo Spirito, ci prende per sé, ci fa divenire totalmente suoi, ma siamo noi che vogliamo concentrarci in Lui, ascoltandoLo e Lo contemplandoLo". Il ritrovare il senso pieno della consacrazione come alleanza di amore, fatta di appello e risposta, che continuamente ci interpella, dà alla nostra vocazione il suo volto dinamico e la sua profonda unità. Ma giustamente la nostra regola di vita sottolinea il carattere peculiare della consacrazione che ci distingue come salesiani. Essa si fonda, infatti, sul progetto ispirato da Dio a Don Bosco fondatore, che è un progetto apostolico, in cui la missione a servizio della gioventù è l'aspetto caratterizzante del nostro essere tutto per Dio, intrinsecamente congiunta con la testimonianza dei valori evangelici e della comunione fraterna. Non c'è separazione né dissonanza tra consacrazione e missione, ma "mutua e indissolubile compenetrazione che ci fa salesianamente e simultaneamente apostoli-religiosi e religiosi-apostoli. La consacrazione coinvolge tutta la nostra vita; la missione qualifica la tutta la nostra testimonianza" (ACG ---). La missione intesa nel suo significato biblico che la vincola a quella di Cristo consacrato del Padre e mandato al mondo, appare così un aspetto costitutivo della stessa nostra consacrazione. D'altra parte, la nostra vita consacrata viene definita e precisata dalla missione e deve proiettarsi e realizzarsi in essa. È ciò che esprimono le Costituzioni quando affermano che "la missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto, specifica il compito che abbiamo nella Chiesa e determina il posto che occupiamo tra le famiglie religiose" (C 3). Tutto questo tocca la radice della nostra identità di salesiani e diventa orientamento concreto per la nostra vita e la nostra spiritualità, con conseguenze sul modo di lavorare, di vivere insieme, di pregare. In primo luogo la consapevolezza del nostro essere consacrati apostoli dà il giusto significato alla missione, che non è semplicemente l'attività o l'azione esterna, ma è dono di Dio. Ci inserisce nel mistero trinitario dell'invio del Figlio e dello Spirito Santo da parte del Padre e nella missione stessa della Chiesa e del suo specifico compito storico. Deriva da qui l'accento speciale posto sull'interiorità come condizione essenziale per l'efficacia dell'azione apostolica e missionaria. L'ardore nella missione proviene infatti dal mistero di Dio (ACG 336, pag. 16): solo se costantemente unite a questo mistero, la Chiesa e la congregazione possono affrontare le sfide della nuova evangelizzazione. In tale aspetto si ravvisa un carattere tipico della nostra spiritualità di consacrati-apostoli: consacrati, e quindi fermamente radicati in Cristo e nel suo Spirito, in atteggiamento di filiale obbedienza al Padre che ci ha chiamati, e insieme "missionari dei giovani", mandati a comunicare loro l'Amore senza confini: è il nostro dinamismo spirituale di base, che ci colloca sul versante della spiritualità di vita attiva (ACG 334, pag. 33; 336, pag. 35-36). Se vissuta con pienezza, questa è la strada della nostra santificazione. L'azione apostolica, e per noi concretamente la scelta educativa, all'interno del progetto di vita consacrata, diventa luogo privilegiato dell'incontro con Dio e quindi via alla santità, sì da poter dire che il salesiano è chiamato a santificarsi educando (ACG 337, pag. 38). Si tratta di "fare dell'impegno educativo lo spazio spirituale e il centro pastorale della propria vita, della propria preghiera, della propria professionalità, del vissuto quotidiano" (ACG 337, pag. 39). È interessante ricordare, concludendo, come le stesse sofferenze per il salesiano sono valorizzate dalla sua consacrazione apostolica. "La nostra spiritualità dell'azione non ci insegna ad aggirare il dolore, a sorvolarlo, ad eliminarlo; bensì lo accetta e ne rovescia il significato, trasformandolo in potenziale di salvezza. Ha così un suo valore apostolico, e non piccolo, anche la sofferenza vissuta come partecipazione al mistero pasquale di Cristo" (ACG 308, pag. 18). 3. Il Cristo che seguiamo e contempliamo (ACG 290. 296. 334. 324. 337) Partiamo da un fatto scontato. "Noi siamo dei discepoli di Cristo che hanno realizzato con la professione religiosa un gesto di libertà particolarmente originale: abbiamo scelto in forma radicale e per sempre il Signore risorto. Cristo costituisce la nostra opzione fondamentale che condiziona e orienta tutte le altre. Il cuore del Salesiano passa per il mistero pasquale prima di percorrere qualsiasi strada della storia. Solo partendo da Cristo si spiega il nostro genere di vita, la nostra appartenenza alla chiesa, la nostra missione giovanile e popolare, il nostro progetto educativo, la nostra attività e lo stile con cui lo realizziamo. È importante oggi rinnovare la coscienza di questa opzione fondamentale affinché diventi operativa nelle nostre convinzioni, nella testimonianza di vita e negli impegni di lavoro" (ACG 296, pag. 5). Si tratta del mistero totale di Cristo e della sua manifestazione ancora in corso: Cristo figlio di Dio e vero Uomo, nato da Maria, morto e risorto; consacrato e inviato; Fondatore e capo della Chiesa; Profeta, sacerdote e Re. A Lui accediamo attraverso l'ascolto e la meditazione della Parola in particolare il Vangelo, attraverso la celebrazione del mistero eucaristico, l'impegno di conversione e lo sforzo di configurazione, la partecipazione alla vita della Chiesa, l'ascolto delle invocazioni di salvezza che si levano dal mondo, particolarmente dei giovani. Ma ci sono alcune rappresentazioni di Cristo che attirano in forma particolare la nostra attenzione come salesiani. Le presentiamo con testi originali di don Egidio Viganò. Il Cristo Buon Pastore. "È Lui il Centro vivo ed esistenziale della nostra vita consacrata. Tutti i consacrati sono centrati su Cristo, ma la nostra specifica testimonianza è caratterizzata dall'aspetto pedagogico pastorale con cui guardiamo a Cristo come Buon Pastore, che ha creato l'uomo e ne ama le qualità, che lo ha redento e ne perdona i peccati, e che lo rende nuova creatura attraverso il suo Spirito. Questa centralità di Cristo Pastore deve brillare come sole nei nostri ambienti attraverso un rinnovato slancio eucaristico e con tutte le iniziative che esprimono un modo quotidiano di vivere ed educare "che permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell'esercizio di una carità che sa farsi amare (C 20). La sottolineatura di Cristo Buon Pastore comporta certamente la generosità della dedizione ai giovani fino alla croce, ma mette in evidenza anche l'atteggiamento che conquista con la mitezza e il dono di sé, con la bontà..." (ACG 334, pag. 33-34). Il Cristo amico dei giovani "Il vangelo manifesta in vari modi l'amore di Gesù ai giovani: Li ama (Mc 10,21: fissatolo, lo amò); li vuole accanto a sé (Mt 19, 14-15; Mc 10, 13-16; Lc 18, 15-17: Lasciate che i bambini...; Lc 19, 46-48: Chi accoglie un bambino...); li invita a seguirlo (Mt 19, 16-26; Mc 10, 17-22: il giovane ricco), li guarisce (Gv 4, 46-54: Và, il tuo figlio vive); li risuscita (Lc 7, 11-15: Giovinetto, a te dico, levati!); Mc 5, 21-23; Lc 8, 40-45: figlia di Giairo); li libera dal demonio (Mc 17, 14-18; Lc 9, 37-43: scaccia il demonio da un ragazzo; Mt 15, 21-28; Mc 7, 24-30: e dalla figlioletta della donna cananea o sirofenicia); li privilegia con il perdono (Lc 15, 11-32: parabola del figlio prodigo); si appoggia a loro per compiere meraviglie (Gv 6, 1-15: C'è qui un ragazzetto che ha cinque pani e due pesci...). Non si spiega la predilezione radicale di Don Bosco senza Gesù Cristo; nella sequela di Cristo si trova la fonte zampillante della sua origine e della sua vitalità" (ACG 290, pag. 15-16). "Il cuore del salesiano è tutto occupato da Cristo per amare i giovani come li ama Lui; guarda a Lui amico dei piccoli e dei poveri, per questo la sua dedizione alla gioventù e ai ceti popolari diviene più intensa, più perseverante, più genuina, più feconda... In un'ora di ricerca di identità personale e collettiva la prima cosa da assicurare è il significato stesso della nostra professione religiosa che ci incorpora a una comunità che ha fatto la grande scelta del Cristo salvatore e pastore, amico dei giovani" (ACG 290 pag. 6-7). Cristo, l'uomo nuovo "... Scopriamo senza troppa difficoltà che il vero capolavoro di Dio è l'uomo, fatto a sua immagine, sintesi viva delle meraviglie cosmiche, libero e audace, che pensa, che giudica, che crea, che ama e che è perciò destinato ad essere il liturgo di tutto il creato, voce di lode, mediatore di gloria, in un dialogo di felicità con lo stesso Creatore. Ed è precisamente nella nostra storia che Iddio, giunta la pienezza dei tempi, fa sorgere l'Uomo nuovo che è il suo definitivo capolavoro. Egli è il vertice di tutta l'opera della creazione. In Lui - dice il Concilio - "trova vera luce il mistero dell'uomo... Egli è l'immagine dell'invisibile Dio; è l'uomo perfetto... unito in certo modo ad ogni uomo... primogenito fra molti fratelli. Nella sua vita terrena si è sentito solidale con ognuno degli uomini di tutti i secoli, da Adamo (suo progenitore) fino all'ultimo suo fratello, generato alla fine dei tempi. Solidale nel bene e nel male, ha vinto il peccato con la potenza del più grande amore testimoniato con il dono della propria vita nell'evento supremo della Pasqua"... (ACG 324, pag. 16-18). "Il fine o traguardo a cui tende l'opera educativa è Cristo l' 'Uomo nuovò; ogni giovane è chiamato a maturare in Lui e a sua immagine... Non si tratta di entrare in polemica, ma di essere convinti che l'evento Cristo non è l'espressione di una formulazione "religiosa", bensì un fatto oggettivo che si riferisce in concreto ad ogni individuo della specie e che dà un senso definitivo alla storia umana. Ogni persona ha bisogno di Cristo e tende a Lui, anche se non lo sa. È diritto esistenziale di ognuno poter arrivare a Lui: impedirlo è, di fatto, conculcare un diritto umano. La tendenza verso Cristo, conscia o inconscia, assopita o meno, è intrinseca alla natura dell'uomo, creato oggettivamente nell'ordine soprannaturale, e nel quale il progetto 'uomò è stato pensato in vista del mistero di Cristo e non viceversa" (ACG 337, pag. 30-32). Cristo, il cuore del mondo e il mistero operante nella storia. "Il qualificativo nuovo, riferito alla cultura, indica semplicemente un'emergenza nel divenire, anche se richiede un'attenta e rinnovata forma di pastorale; riferito invece al mistero di Cristo il qualificativo "nuovo" indica la pienezza della vera e definitiva novità. È nuova non perché non l'abbiamo mai sentita o perché viene interpellata da problemi che prima non si conoscevano, ma perché è l'apice meraviglioso dell'avventura umana; proclama infatti la meta suprema della storia e la sorgente di ogni speranza di tutti i secoli. ... Evangelizzare significa anzitutto saper annunziare all'uomo d'oggi la lieta e gradita notizia della Pasqua, che sconvolge e fa esplodere la caduca attrattiva delle novità che evolvono, che presto si trasformano in quella monotonia insoddisfatta che suole caratterizzare l'esistenza annoiata di una civiltà solo orizzontale" (ACG 331, pag. 11-12). "A ragione dunque il Concilio afferma che Gesù Cristo costituisce 'il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, l gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni...' (GS 46). Considero importante, cari confratelli, rivisitare continuamente questa sintesi di fede per... convincerci che non è possibile prescindere da Cristo nella promozione dell'uomo e nello sviluppo di una vera pedagogia salesiana" (ACG 324, pag. 18). 4. La carità pastorale (ACG 304. 312. 326. 332. 334. 335. 337. 338) L'articolo delle Costituzioni che introduce lo spirito salesiano afferma che "il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origine della nostra società" (C 10). Sono affermazioni di molto impegno. Non si tratta infatti di un elemento in più da mettere accanto ad altri, ma della sorgente della nostra identità spirituale e pastorale. Da essa sgorga quell'energia unificante che ci imprime una fisionomia propria, ci spinge alla donazione di noi stessi, ci unisce in comunione. Bisogna dunque ritornare più volte su di essa per chiarirne la natura, approfondire i contenuti e specificarne le conseguenze pratiche non accontentandosi di prospettive generiche e della risonanza spontanea che tali prospettive producono in noi. Il punto di osservazione privilegiato, come per tutti gli aspetti del carisma, è l'esperienza del Fondatore e la vita del gruppo dei primi discepoli, colte allo stato nascente. "La Famiglia Salesiana è nata dall'amore di Don Bosco per la gioventù. Un amore di predilezione che ha permeato e sviluppato le sue inclinazioni e le sue doti naturali, ma che era radicalmente uno speciale dono di Dio per un disegno di salvezza nei tempi moderni. Questa predilezione sgorgava in lui dall'adesione entusiasta e totale a Cristo" (ACG 290, pag. 15). La prima scintilla della vocazione salesiana è l'amore di Dio intenso, ben definito, orientato verso la gioventù povera e abbandonata. In Don Bosco diventerà a mano a mano progetto di vita. Egli prenderà coscienza che si tratta di una grazia singolare. "Il Signore mi ha mandato per i giovani, perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro". Realizzerà questo progetto nella sequela radicale di Cristo contemplato nella sua ansia per dare dignità e salvare le persone soprattutto le più umili e indigenti. La sorgente, l'avvio e l'energia di sviluppo del carisma salesiano, dunque, si trova in un amore con due indissolubili poli, Dio e i giovani; nella donazione totale di sé a Dio nella missione giovanile e corrispondentemente nella donazione totale di sé ai giovani in un movimento verso Dio. Su questa linea maturerà la santità di Don Bosco. Per seguire questo ideale convocherà quei giovani in cui scopre disponibilità. Ciò darà l'immagine originale della Congregazione nascente. La carità è il fondamento e l'energia di ogni vita spirituale, il primo di tutti i comandamenti come radice e il supremo di essi come meta da raggiungere, la sostanza e il migliore dei carismi, il distintivo di ogni stato o vocazione cristiana. Così per Gesù, per San Paolo (cfr 1Cor, 13-14), per il nostro Patrono San Francesco di Sales, che ne ha quasi cantato la bellezza anche umana. Egualmente per Don Bosco che esalta ogni forma di carità come una caratteristica eccelsa del cuore cristiano. Nel sogno dei dieci diamanti, la carità, senza specificazioni, viene collocata davanti e proprio sul cuore del personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto... quello che si trovava sul cuore portava la scritta: Carità. È in ogni caso quell'amore che ha avuto la sua manifestazione massima in Gesù Cristo, Figlio del Padre e Redentore dell'uomo, e che lo Spirito Santo infonde nel nostro cuore nel momento in cui attraverso la fede e il battesimo ci inserisce in Cristo. Proprio per la ricchezza di Cristo, per la creatività dello Spirito e per le possibilità espressive della persona umana esistono innumerevoli "tipi " o concretizzazioni storiche della carità. Quella che è al centro dello spirito salesiano viene qualificata come "pastorale". Riporta immediatamente alla mente l'immagine di Dio Pastore che fa uscire il suo popolo dalla schiavitù, lo guida nel deserto, lo conduce in luoghi verdeggianti, gli rivela il suo disegno, fa alleanza con esso. Ricorda pure e principalmente la figura di Cristo Buon Pastore che percorre le strade, incontra la gente, guarisce e rivela il Regno, muore in croce e risorge perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza. "Pastorale" riguarda la vita, il cibo, la dignità, l'orientamento, dal livello più elementare a quello più alto. La carità pastorale si accende nella contemplazione del mistero di Dio che interviene nella storia per salvare. Si manifesta nel desiderio di partecipare alla sua opera di salvezza, di mettersi a sua disposizione per agire in unione con Lui. Il suo contenuto è il dono totale di sé come disposizione e come fatto. "Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente" (PDV 23). Il dono di sé nella carità pastorale ha come destinataria la Chiesa e attraverso di essa l'umanità. Si esprime in una volontà di servizio senza termine e senza confine "essendo segnato dallo stesso slancio apostolico e missionario di Cristo" (ib.). Il Concilio e i documenti successivi ne parlano per disteso riferendosi ai presbiteri e ai pastori che hanno a loro carico il popolo di Dio. Pastorale è quindi quell'amore che si inserisce nella missione della Chiesa e in essa costruisce comunione sempre più larga e profonda. Pastorale è quell'amore che guarda alla salvezza totale delle persone in Cristo e tutto il resto in funzione di essa. Pastorale è quell'amore che si affida alle energie salvatrici instaurate da Cristo Pastore: la parola, la fede, la grazia, la comunione ecclesiale. La carità pastorale salesiana ebbe sin dall'inizio una ulteriore determinazione. Si è plasmata come carità educativa. Mosso dalla passione apostolica Don Bosco scelse come campo proprio i giovani che non sapevano a quale parrocchia appartenevano. Si prese il compito di esser per loro non solo sacerdote-pastore, ma padre e maestro di vita: orientatore nella crescita umana, accompagnatore nel lavoro, comunicatore di cultura, animatore del loro tempo libero. In questo scenario tradusse in gesti quotidiani il suo amore che desiderava ardentemente la salvezza dei suoi giovani. Ne nacque una fisionomia e una prassi: il sistema preventivo. È stata questa l'angolatura scelta da Giovanni Paolo II, quando di Don Bosco afferma che egli realizza la sua personale santità mediante l'impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico. E che è proprio nell'interscambio tra educazione e santità dove si trova l'aspetto caratteristico della sua figura. Egli è un educatore santo (JP 5). "È questo - afferma don Viganò - il "carisma primo" di Don Bosco. Non ci situiamo qui al livello delle inclinazioni o preferenze naturali: siamo decisamente al di sopra. Ci troviamo al di là delle frontiere di quanto chiamiamo con una punta di sufficienza 'il normalé; racchiude infatti l'esistenza in quanto essa ha di più grande, quasi come una brace sotto la cenere racchiude un germe di fuoco... come l'esperienza della strada di Damasco nell'animo di Paolo" (Tillard). È il luogo primo della vocazione di Don Bosco e, quindi, della sua intuizione artistica di educatore e della sua originalità spirituale di santo" (ACG 290, pag. 16). 5. "Da mihi animas" (ACG 332. 336. 334. 353) Scrive don Viganò: "La mia convinzione è che non c'è nessuna espressione sintetica che qualifichi meglio lo spirito salesiano di questa, scelta dallo stesso don Bosco: Da mihi animas". I grandi Istituti e le correnti di spiritualità hanno condensato il nocciolo del proprio carisma in una formula brevissima e riassuntiva. Possiamo ricordare il "pace e bene" dei francescani o l' "ora et labora" dei benedettini, "ad maiorem Dei gloriam" dei gesuiti. I testimoni della prima ora e la riflessione successiva della Congregazione hanno portato alla convinzione che l'espressione che meglio esprime la carità pastorale dei salesiani di Don Bosco è proprio il "da mihi animas". Ricorre spesso sulle labbra di Don Bosco e ha influito in forma determinante sulla sua fisionomia spirituale. È la massima che colpì Domenico Savio nell'ufficio di Don Bosco ancor giovane sacerdote (34 anni) e lo mosse a un commento rimasto famoso: "Ho capito che qui non si fa negozio di danaro, ma di anime" (Vita di San Domenico Savio, cap. VIII). Egli colse con immediatezza che Don Bosco non gli offriva solo pane, istruzione e casa, ma soprattutto un'opportunità di conoscere Gesù e di crescere spiritualmente. La centralità delle "anime" viene riaffermata dai Rettori Maggiori. La commentano don Rua, don Albera, don Rinaldi. È stata pure raccolta nella liturgia: "Suscita anche in noi la stessa carità apostolica che ci spinga a cercare le anime e servire te, unico e sommo bene". È dunque da approfondirne il significato di questa espressione. L'interpretazione spirituale della Bibbia offre una base da cui estrarre un nucleo valido di contenuto: è la distinzione tra "le persone" e la "roba", le cose. La presenza di Melchisedek e la benedizione che pronuncia su Abramo conferisce al brano un particolare senso religioso e messianico, tradizionalmente accettato. Ma sarebbe fuorviante voler mantenere o cancellare il motto-programma di Don Bosco solo in base ad una interpretazione corretta della Bibbia. La parola di Dio, infatti, si carica di significati nella storia, particolarmente in quella della santità. E non è questo l'unico caso. È importante l'interpretazione personale di Don Bosco, entro la visione religioso-culturale del suo tempo, e il fatto che essa abbia modellato la sua vita e la sua esperienza di Dio. Entro tale visione "anima" indica la dimensione spirituale dell'uomo, centro della sua libertà e radice della sua dignità, spazio privilegiato della sua apertura a Dio, dove si fa sentire e offre lo Spirito. L'intreccio dei due significati, quello biblico e quello sviluppato da Don Bosco, avvicinato alla nostra cultura, suggerisce scelte molto concrete di vita e di azione. In primo luogo, l'amore, la carità pastorale, prende in considerazione la persona e ad essa si rivolge prima e soprattutto: ne intuisce il valore, soprattutto alla luce dell'amore di Dio Padre, dell'opera redentrice di Gesù, della presenza dello Spirito. Le "cose" vengono dopo, sono di minor pregio, hanno anche nel processo educativo una minore importanza. Inoltre, la carità che guarda soprattutto alla persona è guidata da una "visione" di essa, cifrata nella parola "anima". La persona non vive di solo pane; ha, sì, bisogni immediati, ma anche aspirazioni infinite. Abbisogna di beni materiali, ma soprattutto di senso e di valori spirituali. Secondo l'espressione di Agostino: "È fatta per Dio, assetata di lui". Le "cose", dunque, sono in funzione di questa vocazione unica, per cui il cuore si apre a Dio e capisce che Egli è il suo destino. Perciò la salvezza che la carità pastorale cerca e offre è quella piena e definitiva. Tutto il resto viene ordinato ad essa: la beneficenza si ordina all'educazione; questa all'iniziazione religiosa e cristiana; l'iniziazione religiosa alla vita di grazia e alla comunione con Dio. In altre parole, si può dire che nell'esistenza della persona diamo il primato alla dimensione religiosa. E lo stesso nell'educazione e promozione non per proselitismo, ma perché siamo convinti che essa costituisce la sorgente più profonda della sua crescita e felicità. Ne curiamo la profondità, il corretto sviluppo ed espressione. In un tempo di secolarismo e di religiosità sbandate, questo orientamento non è senza significato né di facile realizzazione. La massima contiene anche un'indicazione di metodo per l'azione: nella formazione o rigenerazione della persona bisogna far forza sulle sue risorse spirituali: la sua coscienza morale, la sua apertura a Dio, il pensiero del suo destino eterno. La pedagogia di Don Bosco è una pedagogia dell'anima, della grazia, del soprannaturale. Quando si arriva ad attivare questa energia, comincia il lavoro più proficuo di educazione. L'altro, valido in sé, è propedeutico e concomitante a questo, che lo trascende. Ne consegue una priorità nella vita e nell'azione pastorale, per chi assume il "da mihi animas", da cui sgorga una ascesi. "Lascia il resto". Si deve rinunciare a molto per dedicarsi a piene forze a quello che si è scelto di preferenza. Ciò in fatto di gusti personali e anche di legittimi campi di azione che distrarrebbero tempo e risorse. Si possono affidare ad altri e anche tralasciare molte attività pur di avere tempo e disponibilità per aprire i giovani a Dio. "Chi percorre la vita di Don Bosco, seguendo i suoi schemi mentali ed esplorando le tracce del suo pensiero, trova una matrice: la salvezza nella chiesa cattolica, unica depositaria dei mezzi salvifici. Egli sente come la sfida della gioventù abbandonata, povera, vagabonda svegli in lui l'urgenza educativa di promuovere l'inserimento di questi giovani nel mondo e nella Chiesa mediante metodi di dolcezza e carità; ma con una tensione che ha la sua origine nel desiderio della salvezza eterna del giovane (P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Vol. II, PAS-VERLAG, Zürich, 1969, pag. 13). Possiamo domandarci che cosa implichi nella vita quotidiana il "da mihi animas". Implica in primo luogo, un "cuore" pastorale: la voglia, lo slancio, il desiderio di lavorare, il trovare gusto nelle imprese pastorali, l'essere disposto, il donarsi con animo lieto, il sentirsi attratto da quelli che più hanno bisogno, il considerare proporzionate tutte le fatiche, il superare facilmente piccole frustrazioni, il non disertare, il far fronte a rischi e difficoltà come fossero cose da poco. Il suo contrario è l'indifferenza, l'affrontare i compiti pastorali come un obbligo da sbrigare il più in fretta possibile. Ma oltre al "cuore", il "da mihi animas" postula il senso pastorale. Il senso pastorale, come il senso artistico o quello degli affari è quasi un fiuto, un movimento spontaneo, un modo di collocarsi rapidamente in una situazione dalla prospettiva e dalla parte di quello che ci preoccupa. Consiste nel saper giudicar le cose dal punto di vista della salvezza della persona, nel prendere l'ottica pastorale nella lettura degli eventi, nell'avere criteri, chiavi o punti di riferimento validi per pensare e impostare un'attività, in modo tale che le persone crescano umanamente e riescano a rendersi consapevoli della presenza di Dio Padre nella loro esistenza C'è poi la capacità pastorale: è una preparazione professionale specifica, che il "da mihi animas" richiede, per cui abbiamo imparato e ci perfezioniamo nel motivare, istruire, animare, santificare. Ci rendiamo capaci di capire un contesto, di elaborare un progetto che risponda alle sue urgenze e di realizzarlo, tenendo conto anche dell'elemento invisibile e imponderabile che c'è sempre nel lavoro per le anime. Da ultimo bisogna annoverare anche la creatività pastorale, cioè, è quell'atteggiamento mentale e pratico che porta a trovare soluzioni originali a problemi e situazioni nuove. Don Bosco concepì un progetto per i ragazzi della strada, mentre le parrocchie continuavano con catechismo "regolare". Subito dopo, quando si accorse che i ragazzi non erano preparati per il lavoro né protetti in esso, pensò una soluzione "piccola" e "casalinga" che poi crebbe: i contratti di lavoro, i laboratori, le scuole professionali. E così per altri bisogni, come la casa, l'istruzione. Don Ceria indica questo tratto come caratteristico dello spirito salesiano: "Il primo tratto, quello che più salta agli occhi di tutti è una prodigiosa attività sia individuale che collettiva" (E. CERIA, Annali, c. CXVII, pag. 722). 6. "Studia di farti amare": La pedagogia della bontà (ACG 290. 326. 310. 332) Quando si trattò di scegliere un'espressione carismatica da incidere sulla croce del Buon Pastore, simbolo della professione, cioè del progetto di vita salesiana, don Viganò scelse la frase di Don Bosco: "Studia di farti amare". Abbondano nella nostra letteratura espressioni come amore pedagogico, la bontà eretta a sistema, la dolcezza di San Francesco di Sales, la pedagogia del cuore. Tutto ciò va ricondotto al sistema preventivo, in particolare a quella costellazione di atteggiamenti e indicazioni pratiche che si collegano all'amorevolezza. Alla radice c'è sempre la carità che cerca la salvezza del giovane, manifestata mediante un affetto riconoscibile, temperato dalla ragionevolezza. La carità pastorale salesiana si è plasmata "a contatto con i giovani", nello sforzo di aiutarli a valorizzare la vita coinvolgendoli nella loro responsabilità della propria crescita. Ha dovuto, dunque, instaurare un rapporto educativo non solo di rispetto e disciplina ragionevole, ma di amicizia e di fiducia filiale. E ciò specialmente con i ragazzi provati, in situazioni difficili, dove tale rapporto doveva essere ricreato e reso di nuovo credibile. L'amorevolezza o bontà è diventata così forma sostanziale della carità di Don Bosco. Essa consiste nel suscitare una corrispondenza che ha una ricaduta sulla proposta educativa medesima, e sui dinamismi di crescita del giovane. Per essa, infatti, la proposta educativa diventa autorevole e i giovani si sentono invogliati a dare il meglio di sé. La raccomandazione di Don Bosco "studia di farti amare" ha, dunque, un valore strategico nella pedagogia, ma è pure una precisazione caratterizzante dello spirito salesiano. Dà un volto originale a tutta la Congregazione che appare arricchita col dono di saper avvicinare i giovani, parlare sulla loro lunghezza d'onda, invogliarli in una crescita umana, attirarli verso Dio e la Chiesa. Se ci si mette ad approfondire questa bontà si scorge che va oltre il gesto di simpatia. Presenta un'articolazione estremamente robusta di convinzioni, atteggiamenti e prassi che impegnano tutta la personalità. Nell'ordine degli atteggiamenti profondi comporta l'identificazione con la bontà del Padre "che guida con paterna provvidenza" (C 20)ogni creatura. Si alimenta della contemplazione di Cristo Buon Pastore che guadagna il cuore con la mitezza e si fa vicino agli umili, agli indigenti, chinandosi sui loro bisogni immediati e accogliendo le loro richieste imperfette per aprirli a ricchezze superiori. Guarda il comportamento materno di Maria, attenta a sostenere e far crescere l'umanità di Cristo affinché la divinità trovi l'adeguata mediazione storica. Ciò rende "buono" lo sguardo sull'uomo, sulle sue possibilità e realizzazioni. Porta a scoprire nella cultura e nella storia i semi di bene e spinge a coltivarli con fiducia. Tale sguardo si posa in forma speciale sulle risorse di ogni giovane. Nessuno è definitivamente perso. Qualunque sia la sua situazione attuale ci sono dentro di lui energie che convenientemente risvegliate e alimentate possono far scattare la volontà di costruirsi come persona. Ogni giovane, infatti, porta nel suo interno l'impronta del disegno di salvezza, nel quale c'è una promessa di vita piena e felice per ciascuno. "In ogni giovane, anche il più disgraziato, c'è un punto che opportunamente scoperto e stimolato dall'educatore, reagisce con generosità - affermava Don Bosco. Ma oltre agli atteggiamenti di fronte alla realtà e alle persone, la bontà suggerisce comportamenti nella pratica educativa che secondo una esperienza assodata generano corrispondenza. L'ha sviluppato lungamente Don Bosco nella lettera dell'84. Ne ricordiamo tre. Innanzitutto la capacità di incontro, la prontezza all'accoglienza e la familiarità. Il contrario è la separatezza, la distanza, l'incomunicazione, l'assenza. È stato sottolineato che questa era l'arte di don Bosco: fare il primo passo, eliminare le barriere e suscitare il desiderio di ulteriori incontri. Tale esercizio della carità educativa ci fa pensare a due fenomeni attuali: la lontananza fisica di tanti giovani, la distanza psicologica di altri che pur sono vicini e dai quali ci separano temi, linguaggio, gusti e appartenenze. E ci dà l'idea della carica mistica e ascetica che comporta l'entrare in dialogo con loro. La seconda manifestazione della bontà è dedicarsi con pazienza e cura a costruire un ambiente ricco di umanità, una famiglia dove ci si sente inseriti e aiutati, e dove si trova lo spazio per esprimersi, mentre si vanno assimilando con gioia i valori proposti. I salesiani, come Don Bosco, si rendono capaci di avvicinare i ragazzi nei luoghi più disparati; ma spendono anche tempo e forze per animare una comunità giovanile, caratterizzata da alcuni tratti, capace di accogliere quanti vogliono farne parte e offrire loro un'esperienza positiva di convivenza, responsabilità e impegno. È nell'ambiente dove la bontà diventa sistema perché inspira l'organizzazione, il clima, le regole e i ruoli. Dall'accoglienza e dalla familiarità nasce l'amicizia profonda tra educatori e giovani. Essa provoca la confidenza e crea un rapporto educativo personale prolungato, che è poi quello che giova veramente alla crescita. Ciò è per noi stimolo a riflettere sulla prassi attuale e a sottoporla a verifica per vedere in quale misura arriviamo alla persona. L'espressione concreta è l'assistenza. Essa viene intesa come un desiderio di stare con i giovani e condividere la loro vita. È allo stesso tempo presenza fisica là dove i ragazzi si trovano, intescambiano e progettano e forza morale con capacità di animazione, stimolo e risveglio. Assume il doppio aspetto della preventività: proteggere da esperienze negative precoci e sviluppare le potenzialità della persona attraverso proposte positive. Stimola con motivazioni ispirate alla ragionevolezza (vita onesta, attraente senso dell'esistenza) e alla fede, mentre rafforza nei ragazzi la capacità di risposta autonoma al richiamo dei valori. L'amicizia-assistenza sfocia in un'altra manifestazione singolarissima del rapporto educativo che nasce dalla bontà: la paternità. Essa è più che l'amicizia. È una responsabilità affettuosa e autorevole che offre guida e insegnamento vitale ed esige disciplina e impegno. È amore e autorità. Si manifesta soprattutto nel saper parlare al cuore, in maniera personalizzata e personalizzante, perché si attingono le questioni che attualmente occupano la vita e la mente dei giovani; saper parlare loro col linguaggio adatto in modo tale da toccare la coscienza e formarli in una sapienza con cui affrontare problemi presenti e futuri. In una parola, la paternità si manifesta nell'insegnare l'arte di vivere secondo il senso cristiano. 7. L'estasi dell'azione (ACG 332. 338) È il versante interiore del da mihi animas. Porta a" capire a fondo la sua intensità orante" (ACG 338. pag. 14). Definisce il luogo e lo stile della contemplazione salesiana, il momento culminante della sua unione con Dio. L'espressione risale a San Francesco di Sales. Egli intende l'estasi come il traguardo a cui deve arrivare l'orazione mentale: far uscire da sé, anche serenamente, ma in modo che Dio ci attiri e ci innalzi a sé. E questo chiama estasi in quanto per suo mezzo siamo come portati al di sopra di noi stessi. Egli enumera tre tipi di estasi: "una riguarda l'intelletto; una seconda l'affetto; una terza l'azione", "l'estasi della vita e del'azione corona le altre due le quali, senza di essa, rimarrebbero incompiute. "Non c'è stato mai santo che non abbia avuto l'estasi o il rapimento della vita e dell'azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali" (San Francesco di Sales, Trattato dell'Amore di Dio, I, VII, cap. 7, Ed. Paoline 1989, pag. 527; ACG 338, pag. 15-16). A questo tipo di contemplazione, che fonde la preghiera e l'azione, orientando entrambe alla missione di salvezza, mediante il compimento della volontà di Dio, si riferiscono sovente Don Bosco e i suoi successori con altre espressioni: unione con Dio, senso costante della sua presenza, vita interiore, attività santificata dalla preghiera. Ma è stato Don Rinaldi a ricuperare e mettere in luce l'espressione di san Francesco di Sales. Nella strenna alle Figlie di Maria Ausiliatrice, per l'anno 1931, sulla vita interiore di Don Bosco le esortava a realizzare in sé una sintesi vitale tra l'operosità di Marta e la contemplazione di Maria. Affermava che si tratta di "una vita interiore semplice, evangelica, pratica, laboriosa". "Don Bosco - spiegava - ha immedesimato alla massima perfezione la sua attività esterna, indefessa, assorbente, vastissima, piena di responsabilità, con una vita interiore che ebbe principio col senso della presenza di Dio... e che un pò per volta diviene attuale, persistente e viva così da essere perfetta unione con Dio. In tal modo ha realizzato in sé lo stato più perfetto, che è la contemplazione operante, l'estasi dell'azione, nella quale si è consumato fino all'ultimo, con serenità estatica, alla salvezza delle anime" (ACS 6 aprile 1929, n. 48 pag. 733-734). Tale sarebbe l'interpretazione salesiana del "contemplativo nell'azione" di origine gesuita, riportato nell'art. 12 delle Costituzioni. Ma spiegati l'origine e il senso della espressione, ci possiamo domandare sulla sua portata pratica. Essa comprende quattro aspetti: un cammino di preghiera, una forma di azione, una forza unificante di entrambe, il momento tipico della contemplazione. L'unione con Dio è la vera meta della preghiera. Questa, oltre al dialogo occasionale, intende radicare in noi l'amore che ci fa sentire e desiderare Dio. L'unione con Dio ha molti gradi, incomincia fragile e con carenze, ma cresce a poco a poco; è una luce che aumenta come l'alba del giorno" (cfr San Francesco di Sales, Trattato dell'amor di Dio, I, VII, cap. 6, pag. 523-524). È una meta, non certamente del solo sforzo umano che richiede la risposta sempre più lucida e consapevole a un dono. In quanto meta, suppone un cammino. La sola generosità nell'agire non la produce né la sostituisce. Donde la convinzione che la preghiera salesiana, come tutte le altre forme, "esige spazi propri e distinti dalle attività lavorative, interamente dedicati al dialogo diretto con Dio" (ACG 338, pag. 28), secondo modalità consentanee alla nostra vita, che sono indicate nelle Costituzioni. È una preghiera semplice ma assidua e intensa: le sue espressioni sono prese dalla liturgia, dalla pietà popolare. Non ha tratti spettacolari o fortemente emotivi; e ciò forse delude qualcuno; si concentra sull'identificazione con la volontà salvifica di Dio. Tutte le sue espressioni convergono su un atteggiamento fondamentale: l'ascolto di quella parola di Dio che è Gesù Cristo, contemplato da noi come Buon Pastore. La sua luce, il suo cuore, il suo mistero incontrano in noi le invocazioni del mondo, le prove dei giovani, le domande di salvezza. Il culmine di questo incontro è il "memoriale" di Gesù che ricorda e attualizza il suo amore al Padre e la sua dedizione per il mondo: l'eucaristia. Mentre la sua conseguenza è il desiderio di conversione per configurarsi a Cristo che dà la vita per gli uomini. L'azione, d'altra parte, non è qualsiasi, sorretta solo dalla generosità o anche dalle buone intenzioni. Così come la contemplazione, che in essa si innesta, non consiste in un fluire di pensieri soggettivi di tipo religioso, ma nel cogliere l'azione di Dio nel mondo e nella vita, aiutati dalle mediazioni storiche. Su questa linea almeno orienta la preghiera evangelica specialmente il Magnificat. Per il salesiano dunque si tratta di un'azione di natura pastorale educativa e comunque nell'area della carità sotto una molteplicità infinita di forme e destinatari. Ma ciò non basta. L'azione coinvolge tutta la nostra persona, non le è esterna. C'è dunque una qualità dell'azione che si radica nel cuore stesso di colui che agisce: è l'essere e sentirsi in Cristo come il tralcio nella vite. È dunque consapevole che la sua azione è partecipazione e collaborazione a quella misteriosa del Padre, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo. Assume perciò i criteri pratici di Cristo quanto a modalità, finalità, priorità. Tra lo stile di preghiera e tale tipo di azione si dà una vicendevole compenetrazione, pur mantenendo ciascuna tempi e forme specifici. Il pregare pervade l'agire. L'azione si introduce nella preghiera come gratitudine, intercessione, desiderio di salvezza, sofferenza. Così appare nella preghiera sacerdotale di Cristo. A questa vicendevole permeazione ci orienta l'articolo 95 delle Costituzioni: "Immerso nel mondo e nelle preoccupazioni della vita pastorale, il salesiano impara a incontrare Dio attraverso quelli a cui è mandato. Scoprendo i frutti dello Spirito nella vita degli uomini, specialmente dei giovani, rende grazie in ogni cosa; condividendo i loro problemi e sofferenze, invoca per essi la luce e la forza della Sua presenza". E il punto unificante di entrambe è proprio l'intensità dell'amore che porta a spendersi per la salvezza delle persone seguendo le strade indicate dal Padre al seguito di Cristo. Tutto questo fa sì che il momento tipico della contemplazione, dell'estasi in cui Dio ci attira a sé con maggior forza sia quello in cui agiamo collaborando con Lui. Lo esprime il CG23: "Educare i giovani alla fede è per il salesiano lavoro e preghiera. Egli è consapevole che impegnandosi per la salvezza della gioventù fa esperienza della paternità di Dio 'che previene ogni creatura, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vità. Don Bosco ci ha insegnato a riconoscere la presenza operante di Dio nel nostro impegno educativo, a sperimentarla come vita e amore"... "Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell'incontro con Lui e per disporci a servirlo in loro, riconoscendone la dignità e educandoli alla pienezza della vita. Il momento educativo diviene così il luogo privilegiato del nostro incontro con Lui" (CG23, pag. 94-95). Noi godiamo col giovane che si supera, rendiamo grazie di fronte ai propositi generosi, rimaniamo ammirati della strada che la grazia percorre in alcuni, soffriamo con coloro che sono provati. Ogni situazione ci tocca come toccava Gesù: Ebbe compassione..., lo guardò e gli disse..., stese la mano. Nell'azione medesima, quindi, irrompiamo in invocazioni concentrate, non sempre formali, alla stregua di Gesù: "In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito e disse: Io ti rendo grazie, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e sapienti e le hai rivelate ai piccoli" (Lc 10, 21). 8. La grazia di unità (ACG 312. 330. 332. 334. 337. 342. 346. 352) È stato un tema scelto non poche volte da don Viganò come filo conduttore e punto sintesi nella predicazione di esercizi spirituali (cfr Interioridad apostólica - Reflexiones sobre la gracia de unidad, Argentina 1988). Resta una delle chiavi decisive per interpretare e realizzare in maniera armonica e completa la fisionomia della spiritualità e della vita salesiana. L'espressione è nata nel CGS 20 per risolvere la polarità tra le esigenze della vita religiosa comunitaria e quelle della missione tradotta in un'azione pastorale aperta e creativa. "Lo Spirito Santo - dice il CGS - chiama il salesiano ad un'opzione di esistenza cristiana che è simultaneamente apostolica e religiosa. Gli dona perciò la grazia di unità per vivere il dinamismo dell'azione apostolica e la pienezza della vita religiosa in un unico movimento di carità verso Dio e verso il prossimo" (CGS 127). Altre tensioni si possono riscontrare nella vita del salesiano, connaturali al suo progetto di esistenza evangelica: lavoro e contemplazione, professionalità educativa e mentalità pastorale, corretta laicità per gli ambiti in cui lavora e sforzo di evangelizzazione, inserimento nel mondo e ascesi, creatività individuale e progettazione comunitaria, vicinanza ai giovani e testimonianza di valori, collaborazione nella Chiesa e appartenenza ad una comunità carismatica. Lo specchio nel quale vedere queste tensioni e la loro armonizzazione, senza indebite mortificazioni, è Don Bosco. Le Costituzioni (cfr C 21) lo descrivono come profondamente uomo e simultaneamente uomo di Dio, aperto alle realtà terrestri e ricolmo dei doni dello Spirito, capace di camminare tra le vicende di questo mondo e vivendo "come se vedesse l'Invisibile". E ci presentano, in un crescendo, l'accordo tra natura e grazia, l'armonia che si andò creando tra le sue sane tensioni e finalmente la fusione di tutte "in un progetto di vita fortemente unitario". L'unità è una grazia inclusa nella chiamata alla vita salesiana che comporta, come ogni forma di vita, uno sviluppo unitario. Lo Spirito Santo infonde il desiderio, il gusto e l'energia per vivere la vocazione salesiana nella sua totalità come una forma di esprimere la filiazione divina nostra e dei giovani. Ma l'unità è anche il frutto di una risposta del salesiano, delle comunità e della stessa Congregazione. Richiede attenzione, discernimento, radicalità, revisione, conversione. Si tratta di far convergere tutto sul progetto: intelligenza, rapporti, piani di azione, tempo, qualifiche, affetti, arginando la dispersione. L'unità non è infatti qualche cosa di dato o prefabbricato, ma è una realtà umana e spirituale in consapevole e permanente costruzione verso una maggiore ricchezza della persona, della comunità, del progetto apostolico. Ripercorriamo i diversi ambiti dove abbiamo già sperimentato questa grazia e ne vediamo emergere continuamente la necessità perché vi appaiono sempre nuove sfide. La grazia di unità orienta il rinnovamento della nostra Congregazione mediante il ritorno alle fonti carismatiche oltre la materialità degli avvenimenti storici delle origini. Incoraggia ad accogliere con pienezza l'autentica tradizione salesiana e a metterla in correlazione con ciò che il medesimo Spirito viene operando nel cuore dei giovani e suggerendo alla sua Chiesa. Lo Spirito che ieri si è fatto presente in Don Bosco è il medesimo che parla oggi ai salesiani docili e attenti. Chiunque sia chiamato a discernere deve assumere questo criterio di interpretazione per comprendere ciò che lo Spirito dice oggi ad ogni Istituto religioso. La grazia di unità presiede nella Chiesa e negli Istituti religiosi alla sintesi dell'elemento istituzionale con l'elemento profetico. Fa da ponte fra questi due aspetti che non possono restare contrapposti, né nella vita della Chiesa, né nella vita della Congregazione, né nell'esistenza del singolo salesiano. È infatti il medesimo Spirito che ispira le strutture essenziali per la vita della Chiesa e le espone, per così dire, all'impatto della profezia per mantenerle capaci di aprirsi al nuovo e ristrutturarsi dal di dentro come un corpo vivente. Spaccature, lacerazioni, contrapposizioni distruttive evidenziano mancanza di accoglienza di un dono di Dio che va continuamente messo a frutto. È nello Spirito e con la grazia di unità che si compongono anche le tensioni che possono sorgere tra carisma e autorità, tra obbedienza e comunione nella Chiesa e nella comunità religiosa. Tale grazia infatti alimenta in noi la sincera preoccupazione per l'unità ecclesiale; ci porta a sentire la nostra originalità carismatica e pastorale come un dono per la Chiesa, a coltivare la comunione coi vescovi e col successore di Pietro, ad ascoltare gli orientamenti e la vita della Chiesa, ad aprirci dai valori umani all'incontro con ogni esperienza religiosa ben ispirata, a tentare ogni strada per fare la verità dentro la carità anche a livello di esperienza umana. Nella vita dei salesiani singoli e delle comunità, infine, la grazia di unità porta al superamento positivo, in avanti e dall'alto delle tensioni cui è sottomessa la loro esistenza. Come ebbe a dire Giovanni Paolo II nel CG23 "assicura l'inseparabilità vitale tra unione con Dio e dedizione al prossimo, tra interiorità evangelica e azione apostolica, tra cuore orante e mani operanti. Per essa non c'è autentico amore di Dio che non si traduca, per intima amorosa necessità, in generoso amore per l'uomo. Né si dà vero amore per l'uomo che non spinga a levare lo sguardo verso Dio per chiedere alla sua forza il compimento di ogni cammino e di ogni desiderio". Così l'azione include la dimensione contemplativa e questa unisce armoniosamente la preghiera, l'impegno pastorale e la sofferenza apostolica. "La preghiera, l'azione, la passione - scrive Don Viganò - si riferiscono insieme e vitalmente a due poli: non c'è mai Dio senza l'uomo; non c'è mai l'uomo senza Dio. Dove tale grazia non opera, il desiderio della preghiera può portare verso intimismi, separazioni dalla comunità o dal servizio pastorale; la spinta apostolica trascina verso azioni individualistiche e disorganiche; l'evangelizzazione si limita a gruppi selettivi e a contenuti rigidamente religiosi; la professionalità educativa porta verso l'inespressività della fede. Don Bosco - osserva don Viganò - "contempla sempre Dio, in quanto è il più grande innamorato dell'uomo. E la grazia di unità vuole sottolineare l'unità profonda, che deriva - al cuore e all'azione dell'apostolo - il contemplare Dio innamorato dell'uomo". 9. Educare evangelizzando, evangelizzare educando (ACG 290. 296. 337. 343) La grazia di unità intende porre rimedio al rischio di fratture dentro il cuore e la vita del salesiano, di cui sono segno dicotomie di varia natura. Ma intende anche rispondere ad un altro pericolo oggi incombente: quello del divorzio tra evangelizzazione e educazione. Il tema è importante. L'educazione della gioventù, infatti, non solo non è di fatto vincolata alla evangelizzazione, ma ne viene da alcuni di proposito separata, perché considerata un settore culturale con sviluppo autonomo. Di conseguenza c'è anche chi cerca risultati sul fronte dell'evangelizzazione, ma tende a ridurre questa all'ambito catechistico rivolgendola solo a gruppi ridotti. Occorre invece promuovere educando, educare evangelizzando, santificare educando. Che l'azione salesiana comprendesse i due aspetti, educazione e evangelizzazione, che guardasse all'orizzonte umanistico e a quello soprannaturale; che fosse una sintesi di processi di promozione umana e insieme di approfondimenti della vita cristiana, l'aveva affermato ripetutamente il CG21 (cfr CG21, n. 80). Di queste due dimensioni aveva ribadito l'interna reciproca lievitazione fino a costituire un unico progetto con percorsi e traguardi diversi adeguati ai singoli. Per descrivere tale l'unità lo stesso Capitolo coniò espressioni come "promozione integrale cristiana", "umanesimo salesiano integrale" "educazione liberatrice cristiana" (ib. n. 81). O, riprendendo le formule semplici di Don Bosco, propose di formare il buon cristiano e l'onesto cittadino mediante la crescita in sanità, sapienza e santità. Sulla medesima linea si è mosso il CG23, integrando in un unico itinerario le esperienze umane del giovane e il senso evangelico e facendone uno stile tipico di santità giovanile. Per riuscire a rendere operativa questa intenzione in ogni contesto e iniziativa si richiede non solo professionalità e tecnica ma spiritualità. "Difatti nella mente di Don Bosco e nella tradizione salesiana il Sistema preventivo tende sempre di più a identificarsi con lo spirito salesiano: è insieme pedagogia, pastorale e spiritualità che associa, in un'unica esperienza dinamica, educatori (come singoli e come comunità) e destinatari, con atteggiamenti e comportamenti nettamenti caratterizzati" (CG21 96). La distinzione, l'interrelazione, la fusione esistenziale delle due dimensioni presenta esigenze a diversi livelli. Un primo livello è quello della mentalità degli educatori. Alla radice della loro visione educativa devono agire alcuni convincimenti: l'esemplarità di Cristo che nella persona divina assume e trasforma l'umano, la vocazione di ogni uomo a diventare armoniosamente e unitariamente figlio di Dio e figlio dell'uomo, il bisogno della grazia per realizzare in pienezza la propria umanità; la rivelazione come svelamento del senso dell'esistenza umana perché illumina l'origine e il destino dell'uomo e ne sorregge il cammino. E d'altra parte il valore della esperienza umana, l'invocazione che si nasconde nelle domande giovanili e negli avvenimenti storici, la valenza teologale dei cammini educativi attraverso i quali passa normalmente la grazia della redenzione che genera l'uomo nuovo. Se da una parte si riconosce esplicitamente il contributo sostanziale che grazia e rivelazione danno per la crescita dell'uomo, dall'altra si tiene desta l'attenzione verso la situazione del destinatario, per imboccare i sentieri della pazienza quotidiana, della gradualità che accetta di muoversi a misura di ragazzo, C'è poi un secondo livello: quello dell'esperienza personale dell'educatore. Nella sua mente si opera per primo la sintesi tra cultura e Vangelo, quando egli sa collocarsi di fronte a fatti di esistenza e correnti culturali valutandoli conformemente a criteri evangelici per assumere il positivo, contestare l'ambiguo e correggere il negativo. È nella sua esistenza che si va facendo l'integrazione tra fede e vita con la valorizzazione di tutto quanto è umano, nobile e buono e allo stesso tempo con l'apertura alle prospettive insolite di Cristo. C'è poi il livello della prassi educativo-pastorale, dove i processi di educazione e evangelizzazione non si giustappongono né si impostano come cammini successivi reciprocamente esclusivi. Non si delegano a responsabilità distinte e incomunicanti. Semplicemente si educa, ma da credenti. Si evangelizza, ma da educatori secondo la situazione dei giovani. Le due cose le fanno tutti singolarmente e in comunità, perché si tratta di comunicazione di vita piuttosto che di ruoli o di compiti didattici. Le due dimensioni si congiungono in forma libera e variabile, perché comprendono la testimonianza degli educatori, i suggerimenti dell'ambiente, l'ascolto degli interrogativi dei giovani, la disponibilità al dialogo. Così come sull'altro versante, quello dell'evangelizzazione, senza ordine rigido vengono offerti l'annuncio evangelico, la proposta di fede, il cammino catechistico, la vita nella grazia, l'impegno, la spiritualità. Da ultimo, c'è il livello dell'organizzazione che a questa unità deve anche ispirarsi assicurando l'identità cristiana e il carattere educativo della struttura e dei progetti. Non importa se tale identità non si può proporre ancora in forma esplicita e totale (come nei paesi in cui la maggioranza dei giovani professano religioni diverse) o la si esprime solo nei suoi elementi più semplici (come in molte forme di ricupero). Importante è che non sia solo formale o istituzionale ma diventi operante e raggiunga il cuore delle persone e illumini le questioni di vita e di cultura. Solo così infatti il Vangelo diventa profezia, fonte di gioia ed energia. Nella lettera sul Progetto Educativo Pastorale, don Egidio Viganò, per conservare l'identità evangelizzatrice delle iniziative educative raccomandava di mantenere chiaro il fine ultimo dell'educazione secondo lo stile di Don Bosco. Ogni fine intermedio nella mente del salesiano viene ordinato al compimento della vocazione del giovane che è la conoscenza e comunione con Dio. Per questo bisogna orientare positivamente tutto il processo educativo a Cristo, scavando nel significato delle esperienze umane e portando ad esse la luce del Vangelo. Giova perciò attivare la coscienza critica su valori e correnti di pensiero, in un'ora di pluralismo come è l'attuale. Simultaneamente, per assicurare lo stile educativo nella nostra opera di evangelizzazione indica la sollecitudine positiva per le aree, iniziative e istituzioni culturali. Esse, anche se offrono oggi una possibilità di evangelizzazione diversa dal passato, ci mettono sul terreno fecondo dell'umano che è naturalmente aperto alla parola di Dio. Bisognerà dunque legare profondamente il Vangelo con la cultura e, possiamo aggiungere, la fede con i problemi della vita e viceversa. Ed è proprio ciò che postula un senso realista della gradualità e la concretezza delle mediazioni educative, come la comunità, il piano di attività, la testimonianza e la parola degli educatori. 10. Immacolata Ausiliatrice (ACG 289. 309. 322) Ogni volta che nasce un carisma, come in tutte le iniziative dello Spirito Santo, è interessata la maternità di Maria. Ma nella nostra esperienza storica ciò appare in forma singolare fino a non poter concepire la formazione della nostra prassi pastorale senza la presenza di Maria né il maturare della nostra spiritualità senza la contemplazione della sua figura. "La devozione all'Ausiliatrice risulta un fattore integrante del fenomeno salesiano, entra a far parte vitale della sua totalità in modo tale che sarebbe assurdo isolare l'uno dall'altro". "C'è uno strettissimo interscambio vitale, un'intima vincolazione, un profondo rapporto sia con la missione salesiana che con lo spirito del nostro carisma" (ACG 289, pag. 28). Se essa è all'origine dell'itinerario di Don Bosco come grazia, è pure "il punto terminale del suo cammino di crescita, la maturità del suo vasto progetto apostolico, la sintesi concreta delle varie componenti della spiritualità e la fonte vitale del suo dinamismo e della sua fecondità" (ACG 289, pag 30). Ciò ha le sue ragioni ultime nell'avvenimento di Cristo e nella nostra appartenenza alla sua comunità, la Chiesa, attraverso la fede. Infatti è dalla vetta pasquale e dalla prospettiva della risurrezione, quella di Cristo e quella nostra, che noi guardiamo la nostra relazione con la Vergine Maria, Madre di Dio. A partire dall'annunciazione si è creato un rapporto di maternità fra Maria e Gesù che non viene meno, ma si trasfigura nel momento in cui Egli assume la sua missione e compie la sua morte. E così la maternità di Maria acquisisce nuovi significati nel momento redentivo per eccellenza, nella vita della Chiesa e nella sua assunzione al cielo. "Credere nella risurrezione, e affermare che Maria è, con il suo Figlio, assunta in cielo non significa che vivono su un astro lontano, da cui potrebbero raggiungere la terra con qualche viaggio straordinario da astronauti; significa invece che sono veramente vivi, presenti ed operanti nel nostro mondo attraverso la nuova realtà pasquale della Risurrezione" (ACG 289, pag. 7). La rivelazione di questo mistero viene mediata per noi dall'esperienza spirituale di Don Bosco e dagli avvenimenti che sono all'origine del carisma salesiano. In essi Maria appare come una presenza emergente percepita e accolta, come una mediazione materna costante, fino a venir indicata come la "Maestra" della nostra prassi educativa e della nostra vita spirituale. La vocazione viene rivelata a Don Bosco mediante l'intervento e la parola di Maria. Della sua missione Ella gli indica il campo, la finalità, il metodo. Ne diventa l'Ispiratrice. Così la sua opera giovanile nascerà il giorno dell'Immacolata e crescerà puntellata da coincidenze e avvenimenti di significato mariano che avvengono dentro le mura dell'oratorio e nello spazio più grande della Chiesa. L'esperienza oratoriana sfocia nella Congregazione salesiana, Valdocco culmina nel santuario; il riferimento all'Immacolata si arricchisce con quello di Ausiliatrice. Don Bosco, conoscitore diretto di tutta l'evoluzione, vede il filo che collega le diverse fasi: "Tutto l'ha fatto Lei". E anche per il futuro è sicuro che: "La Santa Vergine continuerà a proteggere la nostra Congregazione e le opere salesiane, se noi confermeremo la nostra fiducia in Lei e continueremo a promuovere il suo culto" (Dal "Testamento spirituale" di Don Bosco, cfr ACG 337. 339). L'esperienza di Don Bosco porta a fissare lo sguardo sulla persona viva di Maria mediante due rappresentazioni o titoli in cui vediamo particolari significati. L'Immacolata parla della presenza fecondante dello Spirito, della disponibilità al progetto di Dio, della rottura col peccato e con tutte le forze che lo sostengono, della totalità della consacrazione. Nell'oratorio ispirò l'apertura al soprannaturale, la pedagogia della grazia, la delicatezza di coscienza, gli aspetti materni dell'accompagnamento educativo. Lasciò il segno nella festa dell'Immacolata, nella Compagnia dell'Immacolata una specie di prova della Congregazione salesiana, nel tipo di santità di Domenico Savio, che appare oggi come l'antesignano della spiritualità giovanile salesiana. Un'altra costellazione complementare di significati si concentra attorno all'Ausiliatrice. Essa ricorda la maternità di Maria riguardo a Cristo e alla Chiesa, il sostegno di Maria al popolo di Dio nelle vicende storiche, la sua collaborazione nell'opera di salvezza e, di conseguenza, la sua funzione nell'incarnazione del Vangelo tra i popoli (Stella dell'evangelizzazione; cfr EN 82), la mediazione della grazia per ogni cristiano e comunità. Infonde in noi il senso della Chiesa, l'entusiasmo per la missione, l'audacia apostolica che ebbe la sua manifestazione nella costruzione del Santuario e nelle partenze missionarie, la capacità di congregare forze per il Regno, evidenziata dal sorgere della Famiglia Salesiana. Entrambe le ottiche, quella dell'Immacolata e quella dell'Ausiliatrice, ci danno come un'icona della nostra spiritualità, che stimola alla carità pastorale, all'interiorità apostolica. La missione di Maria, infatti, comincia con un'apertura allo Spirito, muove dalla fede e si nutre, come appare nel Magnificat, della contemplazione degli avvenimenti della salvezza. Si esprime e si sviluppa poi in un servizio incondizionato alla crescita di Cristo, della comunità cristiana, del mondo. È dunque per noi richiamo e stimolo a sviluppare le due dimensioni in stretta unità e vicendevole comunicazione. Lei infatti unisce la verginità e la maternità; nel suo grembo il divino si congiunge con l'umano; generando Gesù uomo, viene ad essere genitrice di Dio. Educare Gesù vorrà dire creare le condizioni umane perché il Verbo abbia piena espressione temporale e si radichi nell'umanità. Contemplazione e azione vanno in Lei dunque non solo di pari passo ma consapevolmente fuse. Il sì al Padre è sempre un sì per la salvezza del mondo. "La grazia di unità in noi ha un indispensabile aspetto mariano, che illumina l'interiorità apostolica e l'accompagna nella sua crescita. Sarebbe mancanza di obiettività riflettere sulla nostra consacrazione religiosa, senza fissare l'attenzione nella pienezza interiore e nella maternità di Maria (cfr Interioridad apostólica, pag. 82). Fatti salvifici e vicende carismatiche, dunque, immettono ciascun salesiano in un ambito dove Maria già è presente come Madre. Come ne esprimiamo la consapevolezza e l'accoglienza? In primo luogo coltivando con Lei una relazione personale, che si fonda nella meditazione degli avvenimenti salvifici, della luce e significati: l'annunciazione, Cana, il Calvario, la Risurrezione, il cenacolo; si alimenta con l'attenzione alla vita ecclesiale, dove si sente la sua presenza; si esprime nell'atteggiamento filiale che ispira le diverse pratiche mariane. Dicono al riguardo le nostre Costituzioni: "Nutriamo per Lei una devozione filiale e forte" (C 92). Ma la relazione personale si riversa sull'impegno educativo e dà a questo il suo colore salesiano. Sul versante della proposta educativa porta verso l'attenzione alla vita di fede e di grazia, alla quale Maria genera ogni giovane; suggerisce di iniziare i giovani ai rapporti filiali con Dio che si manifestano nella pronta risposta alle sue ispirazioni e nel senso del peccato; infonde fiducia nella misericordia del Padre e nella forza redentrice di Cristo. Sul versante del metodo, Maria suggerisce l'assistenza piena di comprensione, il sostegno alla vita che cresce, la capacità di coltivare i germi, la speranza. La fusione di entrambi costituisce il sistema preventivo, che è nato e cresciuto alla scuola spirituale di Maria: "Ispirato da Maria, che gli fu Maestra, Don Bosco visse nell'incontro con i giovani del primo oratorio un'esperienza spirituale ed educativa che chiamò sistema preventivo" (C 20). Da ultimo c'è il campo della pastorale popolare. Comporta l'attenzione all'esperienza religiosa, la cura della pietà mariana, l'ascolto delle invocazioni del popolo di Dio, inteso in senso ampio. Bisogna, in primo luogo, rendersi capaci di percepire le sue ansie e speranze; suscitare e poi sostenere la fede mediante espressioni incarnate nella sua cultura. Nei contesti popolari i salesiani educano la gioventù, si impegnano nell'evangelizzazione, appoggiano la promozione, collaborano alla cultura. Promuovono dunque la devozione a Maria, attenti a quattro prospettive: valorizzare il patrimonio di religiosità popolare e i valori umani e cristiani che essa porta; assumere la svolta culturale odierna che suggerisce di illuminare i nuovi interrogativi sulla persona, sul ruolo della donna, sui fondamenti e la funzione della fede e altri simili; ispirarsi agli orientamenti del Concilio Vaticano II, che proclama, nel contesto attuale, il messaggio evangelico su Maria; mettere in atto mediazioni catechistiche, culturali e celebrative per radicare nel popolo il senso della presenza di Maria. Ci sono tre raffigurazioni della sintesi che abbiamo esposto. La prima è un fatto storico: la costruzione della Basilica; la seconda è una rappresentazione pittorica: il quadro dell'Ausiliatrice all'altar maggiore, i cui motivi sono stati suggeriti dallo stesso Don Bosco; la terza è la preghiera di affidamento che recitiamo ogni giorno: Immacolata Vergine Ausiliatrice, Madre della Chiesa. * * * La spiritualità, che risulta da queste energie interagenti, viene concentrata da don Viganò in nell'espressione "cuore oratoriano". Esso è attribuito a Don Bosco, che si dedicò all'educazione dei giovani con "fermezza e costanza, fra ostacoli e fatica; non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa alcuna che non avesse di mira la salvezza della gioventù" (ACG 321, pag. 15; 326, pag 6). Evoca la sua esperienza pastorale originale, normativa del carisma, non tanto nella sua materialità ma nel suo spirito. Ricorda la prassi che ne ebbe origine e ciò che comporta nella persona degli educatori. La stessa espressione viene pure riferita al salesiano singolo di tutti i tempi, in quanto predilige i giovani come il suo campo di lavoro, si sente da Dio inviato ad essi, è capace di farsi amare attraverso la bontà, colloca le persone al centro dei suoi progetti, è creativo nel rispondere ai bisogni e alle domande dei giovani (ACG 334, pag. 34; 352, pag. 25). Il cuore oratoriano si manifesta nel desiderio ardente di rivelare Gesù come via, verità e vita, far gustare la sua grazia, aprire alle vocazioni di impegno, accompagnare verso la santità. Comprende l'entusiasmo interiore per Cristo Pastore, la vibrazione interna per la sua opera di salvezza., la capacità di unirsi a Dio e vederlo nei giovani. In una parola, il cuore oratoriano assume i tratti della risposta generosa alla vocazione, della consacrazione apostolica, dell'interiorità pastorale, del da mihi animas, del studia di farti amare, della grazia di unità, dell'amore a Maria Ausiliatrice dei cristiani, Madre dei giovani. Rappresenta l'identità o fisionomia del salesiano colta al vivo e in azione, nel suo ambiente tipico, nelle sue tensioni e nel suo orientamento fondamentale, nel contenuto ma anche nella vivacità emotiva. "È la condizione salesiana dalla prima professione all'ultimo respiro" (ACG 334, pag. 41). Cuore, piuttosto che indicare solo la parte come di solito avviene nelle nostre lingue, assume il senso totale ed esistenziale che ha nella Bibbia. Il cuore dell'uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, dove hanno origine, in forma spesso misteriosa, e maturano le sue scelte decisive, dove si annida la sua bontà o malizia (cfr Lc 6,45), risuona la legge non scritta e si fa sentire l'azione di Dio; dove Maria conservava la Parola e la meditava (Lc 1, 19; 2, 51). Perciò si afferma che l'uomo vede le apparenze, ma Dio conosce ciò che si nasconde nel cuore; che l'uomo ha bisogno di un cuore nuovo per ascoltare e seguire Dio e Dio promette di cambiargli il cuore di pietra in un cuore di carne. Oratoriano comprende il carisma, la vocazione personale e l'esperienza storica salesiana vissuta con fedeltà dinamica. A questo nucleo della nostra spiritualità ci riportano gli impegni operativi che abbiamo assunto e quelli che ci accingiamo a sviluppare nel prossimo futuro. Ce lo ricorda lo "Strumentum laboris" del Sinodo: "Si auspica - diceva - una ripresa della spiritualità, specie nella vita apostolica attiva, non solo al fine di rendere più incisiva la sua missione, ma anche per rendere possibile la stessa vita consacrata in un mondo che sembra diventato impermeabile all'opera di evangelizzazione e che richiede delle solide personalità spirituali che evangelizzino con il fervore dei santi" (n. 86). Tale è pure il messaggio di don Viganò. Ve lo affido di nuovo con fiducia e vi saluto nel Signore, chiedendovi una preghiera per il prossimo CG24. don Juan E. Vecchi - -