{F 387chavez.txt}RINGRAZIO IL MIO DIO OGNI VOLTA CHE MI RICORDO DI VOI» (Fil 1,3) Presentazione della Regione Europa Ovest Roma, 8 settembre 2004 Natività della Beata Vergine Maria Carissimi confratelli, vi scrivo con vivo affetto, ringraziando il mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi (Fil. 1,3). È questo il titolo che ho voluto dare a questa lettera sulla Regione Europa Ovest. Anche se esso è valido per tutte le Regioni, perché esprime l’intensa comunione che c’è tra noi e la riconoscenza del lavoro fatto per l’espansione della Congregazione e la diffusione del carisma di Don Bosco, non c’è dubbio che si applica in modo speciale a questa Regione. La Spagna salesiana ha conosciuto una grande crescita, la più abbondante e consistente dopo l’Italia e prima che venisse quella dell’India. La Francia ha spiccato per il suo amore a Don Bosco, alla sua spiritualità, alla sua pedagogia. Il Portogallo ha avuto una mirabile estensione missionaria in tutti i paesi delle antiche colonie lusitane. Il Belgio Sud ha collaborato sempre generosamente nelle presenze missionarie. Durante questi ultimi tre mesi, dall’ultima mia lettera sulla Parola di Dio e Vita Salesiana, ho trascorso la maggior parte del tempo alla Casa Generalizia in una impegnativa sessione di Consiglio, nella quale abbiamo esaminato e approvato ben due terzi dei documenti elaborati dai Capitoli ispettoriali. Ci sono tuttavia alcune notizie che meritano un piccolo commento. Innanzitutto gli Esercizi Spirituali che abbiamo realizzato insieme con il Consiglio Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, a Santa Fosca di Cadore, all’inizio di luglio. Oltre al fatto di essere la prima volta di un simile evento nella storia dei nostri Istituti, con tutto il significato carismatico che esso può avere, volevamo fare una esperienza di ricerca insieme del passo dello Spirito nell’oggi della Chiesa e del mondo, per conoscere meglio che cosa si attende il Signore da noi, quali sono le sue attese, quale la sua volontà. Sotto questo profilo, sia lo scenario naturale, davvero spettacolare, sia il clima gradevole, sia la convivenza familiare, sia la condivisione spirituale, sia la riflessione offerta e celebrata, sono stati illuminanti e propositivi. Ci sono mancate la Madre Antonia Colombo e due Consigliere che, per motivi di salute, non hanno potuto partecipare. Il mese di agosto è stato caratterizzato dal “Campobosco” dei giovani della Spagna e dal Confronto Europeo, che ha radunato centinaia di giovani, in occasione del giubileo della canonizzazione di San Domenico Savio e del centenario della morte di Laura Vicuña. Tutti e due i raduni sono stati preparati accuratamente e realizzati con grande impegno di tutti, a cominciare dai giovani stessi, veri protagonisti degli eventi. Come è naturale, questi sono tanto più fecondi quanto più segnano una meta e un punto di rilancio dentro di un processo di maturazione umana e cristiana e di spiritualità salesiana. Non posso, in questo contesto di comunicazione fraterna, non dire una parola sulla recente campagna che si è riversata contro di noi da parte di alcuni mass media americani, accusando la Congregazione di portare avanti una politica di trasferimento da un paese ad altro dei confratelli accusati di abusi contro minorenni, tenendo nel mirino in particolare l’Ispettoria dell’Australia. Gli Ispettori degli Stati Uniti prima e l’Ispettore dell’Australia in seguito hanno pubblicato un comunicato stampa, negando una simile politica come istituzione, chiedendo perdono dei possibili misfatti e di una gestione non sempre adeguata dei casi, mostrando solidarietà con le vittime, ribadendo gli orientamenti dati dal Rettor Maggiore e dal suo Consiglio, e mettendo in chiaro che ogni Ispettoria è responsabile della gestione di questi casi. Mentre accogliamo questa prova come un momento di purificazione per quello che nel passato non fosse stato alla altezza di quanto si attende di noi, rinnoviamo il nostro impegno di fare dei giovani la ragione della nostra vocazione e missione, ed essere per loro “segni e portatori dell’amore di Dio”. Don Bosco in Francia, Spagna, Portogallo e Belgio Sud. Con la lettera “Sarete i miei testimoni... fino agli estremi confini della terra” (ACG 385) davo inizio alla presentazione della realtà della Congregazione in ognuna delle sue Regioni geografiche e vi annunciavo già la presentazione della Regione Europa Ovest. Con questa lettera «Ringrazio il mio Dio ogni volta che io mi ricordo di voi» (Fil 1,3) tento di avvicinarvi alla storia di questa Regione, che è gloriosa, alla ricchezza della sua realtà presente, e allo stesso tempo, cerco di rendervi partecipi degli sforzi che sta realizzando per rispondere con creatività alle ingenti e urgenti sfide che interpellano il carisma salesiano in Occidente. La Regione Europa Ovest fu costituita nel CG24. Geograficamente è la più piccola della Congregazione. Comprende il Belgio, la Francia, la Spagna e il Portogallo, con alcune presenze in nazioni che, per ragioni storico-politiche o per generosità apostolica, sono rimaste unite a qualcuna delle Ispettorie. Il Portogallo mantiene la sua presenza nelle isole del Capo Verde, la Francia ha una comunità nel Marocco e una in Svizzera, l’Ispettoria di Barcellona dirige un centro scolastico nella Repubblica di Andorra. La Delegazione del Mozambico, benché dipendente dall’Ispettoria del Portogallo, a partire dal CG24 fa parte della Regione Africa. Dopo l’unificazione delle Ispettorie di Francia (1999), la Regione comprende 10 Ispettorie. Alcune case, in tutte queste Ispettorie, hanno celebrato già il centenario della loro fondazione. Indubbiamente la presenza salesiana nella Regione subisce l’impatto dell’accelerato e profondo processo di trasformazione dell’Europa, ad incominciare dell’unificazione della moneta. Durante questi ultimi decenni infatti si è avanzato decisamente nella definizione del volto europeo nelle diverse dimensioni della vita. Come altrove, anche qui gli aspetti economici hanno preso il sopravvento, mentre in altri campi si trovano delle difficoltà. Lamentabili sono state le esperienze delle guerre dei Balcani, della guerra dell’Iraq e della sua ricostruzione e dure le trattative al momento di sottoscrivere la Costituzione Europea. Tutto questo fa emergere i diversi interessi e le differenti sensibilità. L’Europa non è uniforme, né nella cultura, né nella sua storia, né nella teologia, né nelle espressioni della sua religiosità. E neppure la realtà salesiana, sempre tanto legata ai contesti, è la stessa in questa Regione della Congregazione. Durante questi ultimi anni, la Regione ha voluto essere uno spazio di apertura, di dialogo, di conoscenza reciproca e condivisione. Si può assicurare che si è fatta strada, ma le stesse vicissitudini storiche e culturali vissute lungo la storia in ciascuno di questi Paesi hanno lasciato la loro impronta anche nella vita salesiana e nelle molteplici sue espressioni. Il processo di unificazione è forte e inarrestabile, e ci sono fattori che incidono nella stessa misura nella Regione, ma la storia ha il suo peso, il che spiega la diversità della stessa realtà salesiana in essa. Alle origini, una buona impiantazione del carisma. Nel dicembre del 1874, quasi un anno prima di dare l’avvio alla sua avventura americana, Don Bosco, è “ricevuto a Nizza (Francia) in forma apoteosica” [1] . Un anno dopo, il 20 novembre 1875, vi ritorna per prendersi cura di un piccolo “patronage”. Lo accompagnavano Don Ronchail (cognome francese) che ne sarà il direttore, il Coadiutore Filippo Cappellaro e il novizio Jean-Baptiste Perret. Don Bosco voleva ripetere a Nizza l’esperienza di trent’anni prima alla casa Pinardi. La nuova casa ha «tutte [le] basi di quella di Torino», scriveva a Don Rua [2] . Durante l’anno 1876-1877 furono avviati i primi laboratori per calzolai, sarti e falegnami. Il 12 marzo 1877 fu inaugurata, con solennità, la nuova sede dell’opera. “Per ricordare l’avvenimento, Don Bosco fece stampare un fascicolo bilingue, dove appare per la prima volta il suo ‘trattatello’ sul sistema preventivo” [3] Le fondazioni si moltiplicano rapidamente in Francia: l’Oratorio di Saint-Léon a Marsiglia, Cannes e Challonges, di breve durata, La Navarre, la casa sognata da Don Bosco, dove per la prima volta i Salesiani prendono la direzione di una “colonia agricola” in cui i giovani orfani sono avviati ai lavori dei campi. In questi anni, Don Bosco visita varie volte il sud della Francia. Nel 1883 arriva fino a Parigi. Da questo momento in avanti, fra Don Bosco e la Francia, si stabiliscono tali relazioni di ammirazione, apprezzamento e amicizia da una parte, e di generoso aiuto dall’altra, che un secolo dopo possono davvero sorprendere. Nel 1884 i Salesiani arrivano a Parigi, guidati da Don Charles Bellamy, sacerdote diocesano che si era fatto salesiano un anno prima. Poco dopo l’avvio dell’opera in Francia, il 24 Gennaio 1880, in un pittoresco viaggio in treno, meravigliosamente narrato in una lettera scritta a Don Rua, Don Cagliero, assieme al Coadiutore Giuseppe Rossi, arriva a Siviglia (Spagna) in ruolo di esplorazione: Cagliero con “teja - tégola” o cappello ecclesiastico spagnolo e Rossi con il “cilindro de su chistera”. Due giorni dopo, l’Arcivescovo di Siviglia, molto ben impressionato dai due illustri visitatori, scriveva a Don Bosco: «Mi sembra che questa Congregazione è destinata a estendersi e a fare molto bene in Spagna… I migliori auguri ai nuovi operai» [4] . La profezia si realizzerà molto presto e in grado eminente. Cagliero e Rossi lasciarono in Siviglia un alone di grande simpatia e di entusiasmo per le opere di Don Bosco. Giovanni Cagliero “aveva conquistato i vivaci andalusi con la sua grande semplicità, il suo costante buon umore, e il suo modo di trattare la gente, la sua franchezza e cordialità” [5] . Nonostante il viaggio sia stato molto gratificante, la promessa che la Spagna poteva avere una comunità salesiana non si sarebbe compiuta fino al 16 febbraio dell’anno seguente, 1881, giorno in cui arrivarono a Utrera i primi sei salesiani che Don Bosco mandava per la fondazione in Spagna. Se il viaggio di esplorazione, fatto in treno da Cagliero e Rossi, fu pittoresco, per mare e sempre in burrasca fu quello della prima comunità: venti, tempeste, onde giganti, nebbie, e mal di mare. C’era tutto, non mancava proprio nulla. A Gibilterra danno l’ultimo abbraccio ai Confratelli che continuano il viaggio verso l’America, mentre la nuova comunità fa il suo ultimo scalo a Cádiz. Da Cádiz, adesso in terraferma e in treno, proseguono verso Utrera. Alle sei e mezzo della sera i pellegrini avvistano le svettanti torri della città e don Cagliero, emozionato, grida: “Ecco Utrera”. “Tutti i Salesiani, con le mani giunte, recitarono un’Ave Maria all’Ausiliatrice. Iniziava l’opera di Don Bosco nella Penisola Iberica” [6] . Visitando le case salesiane in Andalusia, si ha l’impressione che i Salesiani non hanno smesso di recitare e cantare quest’Ave Maria, in mezzo al popolo. Quando Don Bosco inviò in America i primi Salesiani nel 1875 si congedò da loro nel Santuario di Maria Ausiliatrice e, per iscritto, diede loro venti ricordi che sono un vero breviario di pastorale pratica e che conservano tuttora piena validità: Cercate le anime, non il denaro, né onori, né dignità… Amatevi mutuamente, aiutatevi e correggetevi… Inculcate la devozione al Santissimo Sacramento e a Maria Ausiliatrice… Il bene di uno sia il bene di tutti… Nelle fatiche e nel lavoro, non dimenticatevi che una grande ricompensa vi aspetta in cielo (MB XI, 389-390). Partirono dall’Italia quei primi Salesiani e misero in pratica i consigli del Padre anche nella Penisola Iberica: “Il popolo li accoglie e venera perché sono uomini di Dio: aiutano i giovani nelle loro necessità, cercano risorse nella lotta contro infortuni o tentano di diminuirli; sono infaticabili e disinteressati lavoratori” [7] . Lo spirito salesiano, manifestato nella preoccupazione di educare i giovani più poveri e abbandonati, nell’oratorio festivo, nella sua semplicità e stile popolare, e, soprattutto, nella propagazione della devozione a Maria Ausiliatrice, s’impossessa immediatamente del cuore degli Andalusi e apre la porta di tutti, compresa una parte della nobiltà e della borghesia “conservatrice” di Spagna, che vedeva con preoccupazione le disastrose conseguenze che la mancanza d’istruzione e di educazione cristiana produceva tra i figli degli operai e delle classi povere. Grazie all’efficiente intervento di Doña Dorotea de Chopitea, che anelava di poter fare qualcosa per la gioventù povera di Barcellona, nel 1884 i Salesiani arrivano a Sarriá. Lo sviluppo dei suoi laboratori e la sua influenza nella Spagna salesiana è “quasi un miracolo”. La venuta di D. Bosco a Barcellona nel 1886 suscitò ondate di entusiasmo e generosità da tutte le parti, fino al punto di regalargli la collina del Tibidabo affinché vi fosse costruito un tempio al Sacro Cuore. Le prime richieste per un’opera in Portogallo risalgono al 1877 [8] , ma le prime trattative per ottenere una presenza dei figli di Don Bosco nel Paese cominciarono nel 1882, per opera di Don Sebastião Vasconcelos, che si mise in contatto diretto con Don Bosco e che nel 1883, animato dallo stesso spirito del Santo, fondò le “Oficinas são José do Porto” (Laboratori San Giuseppe di Porto), per l’educazione e qualificazione professionale “dos rapazes da rua” (dei “ragazzi della strada”), dando a questi laboratori la fisionomia di una tipica casa salesiana [9] . Ma i Salesiani arrivarono in Portogallo solo nel 1894, essendo Superiore Generale Don Rua. La Città di Braga, sebbene non sia stata la prima a chiedere la presenza dei figli di Don Bosco, fu la prima ad averli. La prima comunità – due preti e uno studente – prenderà la cura del “Colégio dos Órfãos de São Caetano” (Collegio degli Orfani di San Gaetano). A questa faranno seguito altre fondazioni: Lisbona (1896), Angra do Heroismo (1903), Viana do Castelo (1904), Porto (1909). Sono ben note le grandi imprese marinare dei portoghesi. Non fa meraviglia dunque se da Lisbona i Salesiani vanno immediatamente a Macao (1906), a Tanjor (1906) e a Maliapor (1909) in India, e fondano una scuola di Arte e Mestieri nel Mozambico (1907). Il carisma salesiano in Portogallo si sviluppò tanto che nel 1899 fu eretta come Ispettoria autonoma, separandosi da Barcellona, prima sede ispettoriale nella Penisola Iberica [10] . Possiamo pure considerare miracolosi gli inizi dell’opera salesiana nel Belgio. Il 7 dicembre 1887, il Vescovo di Liegi, mons. Doutreloux, si recava a Torino per convincere Don Bosco ad aprire una scuola professionale nella sua città. I Superiori, d’accordo con Don Bosco, pensavano di temporeggiare prima di accettare. Ma la mattina del giorno seguente, “con grande meraviglia di Don Celestino Durando (incaricato delle pratiche per le nuove fondazioni), Don Bosco, ha detto sì al Vescovo, come se non esistessero più le difficoltà sorte nel giorno anteriore” [11] . Che cosa era accaduto?. Il giorno dell’Immacolata Don Carlo Viglietti andò in camera di Don Bosco e lo sentì dire: «Prendi la penna, inchiostro e carta e scrivi quello che ti detterò. Parole testuali della Vergine Immacolata che mi è apparsa questa notte e mi disse: “Piace al Signore e alla Beata Vergine Maria che i Figli di San Francesco di Sales aprano una casa a Liegi in onore del Santissimo Sacramento….”» [12] . Poco dopo arriva Mons. Cagliero e don Viglietti gli legge lo scritto. Il Monsignore, meravigliato, dice: «Anch’io ieri mi sono opposto, ma adesso è arrivato il decreto. Non c’è più niente da dire!» [13] . Fu in questa occasione che Don Bosco pronunciò la famosa sentenza: «Fino adesso abbiamo messo piede sul sicuro, non possiamo sbagliarci: È Maria che ci guida…» [14] . La forma con cui si acquistarono i terreni e come si realizzò l’opera in Liegi non tardarono a dimostrare che proprio Maria voleva quella casa in quella città del “Corpus Christi”. A Liegi fecero seguito Tournai, una casa di noviziato a Hechtel e altre opere, fino a costituire le case del Belgio in Ispettoria autonoma nel 1902. Uno sviluppo spettacolare. Si potrebbe davvero definire spettacolare lo sviluppo della Congregazione Salesiana nei Paesi della Regione. Quando nel 1892 Don Albera, primo Ispettore in Francia, ritornò in Italia per essere nominato Catechista Generale, lasciava tredici fiorenti fondazioni. Anche gli avversari, a modo loro, rendevano testimonianza alla vitalità dei figli di Don Bosco, i quali, secondo il relatore di una commissione del Senato francese, formavano “un aggregato di creazione recente, ma che oggi s’irradia sul mondo intero” [15] . Nel 1896 erano già due le Ispettorie in Francia e “in occasione dell’Esposizione universale di Parigi (1900), i Salesiani si vedevano attribuire due medaglie per le loro realizzazioni sociali” [16] . In Spagna “il lavoro dei Salesiani era apprezzato, anche dal governo. Un decreto del 1893 li elogiava mettendo in risalto il contributo dato da loro alla soluzione della questione operaia. Identici elogi si udirono l’anno seguente, al quarto congresso internazionale cattolico di Tarragona” [17] . Come nell’Argentina, anche in Spagna fu Don Cagliero il fondatore dell’Opera Salesiana. Tuttavia, sono stati Don Filippo Rinaldi, Don Pietro Ricaldone, Don Juan Branda, Don Ernesto Oberti coloro che hanno veramente impiantato il carisma salesiano nella Penisola Iberica. Nel 1889 arrivò nella Spagna don Filippo Rinaldi come direttore della Casa di Sarriá. Per la sua amabilità, grandezza di cuore e intuizione psicologica, si guadagnò subito l’affetto di tutti. Tre anni più tardi venne nominato “primo Ispettore di Spagna e Portogallo”, con sede a Barcellona. Nove anni dopo rientrava in Italia a far parte dell’allora chiamato Capitolo Superiore. Lasciava venti comunità di Salesiani in Spagna e tre nel Portogallo. È in questo momento che fa la sua apparizione sul palcoscenico, con grande dinamismo e carisma, Don Pietro Ricaldone. Lui pure aveva avuto l’occasione di conoscere e salutare Don Bosco. Fece il noviziato a Valsalice, “dove ebbe come compagni il principe don Augusto Czartoryski e don Andrea Beltrami” [18] . Arriva in Spagna all’età di 19 anni. Da Utrera fonda con successo l’oratorio festivo nel difficile sobborgo di Siviglia-Trinidad. Nel 1889 è consacrato sacerdote e, un anno dopo, è nominato direttore della stessa casa di Siviglia-Trinità. Aveva 24 anni, ma al dire di Don Filippo Rinaldi a Don Rua: “È proprio un uomo ed è molto amato” [19] . A Siviglia don Pietro si fa spagnolo e andaluso. Nel 1901 è nominato “primo Ispettore della provincia Betica”. A questo punto – a soli venti anni dall’arrivo dei primi Salesiani – si creano quattro Ispettorie nella Penisola Iberica: tre in Spagna e una in Portogallo. Gli inizi del sec. XX non sono certo di buon auspicio per le Congregazioni religiose in Europa. Leggi di governi liberali e apertamente anticlericali, come violento uragano, si abbattono contro di esse. Il colpo rivoluzionario (1910) soffocava bruscamente lo sviluppo dei Salesiani nel Portogallo. L’Ispettoria Nord di Francia veniva soppressa. Un’altra dura prova per la Congregazione fu la prima guerra mondiale. Quasi la metà dei Salesiani furono chiamati a prendere le armi. Molti collegi furono requisiti per essere trasformati in caserme o in ospedali. Ma precisamente in Francia e in Belgio l’opera salesiana sarebbe rinata dopo la prima guerra mondiale, e con una forza straordinaria, di modo che nel 1959 le presenze salesiane del Belgio si configurano in tre Ispettorie: Belgio Nord, Belgio Sud e Africa Centrale. Le due Ispettorie di Francia (di nuovo due dal 1925) cominciano a rendersi presenti in Africa (Congo, 1959). Da parte sua, la Spagna – ed in essa la Famiglia Salesiana – si vide insanguinata dalla guerra civile (1936-1939). Furono momenti di prova e di purificazione. I martiri della Famiglia Salesiana, 95 in totale, ne sono una buona testimonianza. Ma come dice Tertulliano: “il sangue dei martiri è sempre semente di nuovi cristiani”, e anche in questo caso lo è stato di molte vocazioni. Alla fine degli anni cinquanta e inizio degli anni sessanta, la crescita vocazionale porta la Spagna fino a sette Ispettorie, e i suoi missionari diffondono il carisma salesiano fino ai più lontani confini del mondo. Nello stesso tempo, l’Ispettoria del Portogallo si rende responsabile delle case di Macao, Capo Verde e Mozambico. Situazione culturale, sociale e religiosa odierna. La Regione comprende oggi un’area con 120 milioni di abitanti circa e una densità che va dagli 80 abitanti per chilometro-quadrato in Spagna ai 334 nel Belgio. La mortalità infantile non supera mai il 0,9%, mentre l’aspettativa di vita arriva a 74 anni per gli uomini ed a 80 anni per le donne. L’analfabetismo è praticamente sparito, tranne fra piccole minoranze o ceti etnici. I nuclei familiari formati da una sola persona sono aumentati in tutti i paesi dell’Unione Europea, superando il 28%. A livello sociologico non si può trascurare la presenza massiccia degli immigranti, come un fattore sociale di rilievo che preoccupa i governi e la Chiesa e a noi presenta delle sfide non indifferenti. Da una parte l’Europa ha bisogno degli immigranti, ma dall’altra impensierisce la condizione d’illegalità in cui vengono e tantissimi vi rimangono. Questo favorisce lo sfruttamento, lo sviluppo delle mafie, l’emarginazione, il vivere in condizioni inumane e/o il ricorrere alla delinquenza per sopravvivere. Il Belgio è il paese della Regione con la percentuale d’immigranti più alta: supera il 10%. Attraverso le scuole, i collegi, i centri giovanili, diverse piattaforme sociali, e “case di accoglienza”, la Congregazione Salesiana nella Regione tenta di collaborare offrendo risposte agili e creative a questo assillante problema. In modo particolare si constata la crescita dei musulmani (7.500.000 circa nella Regione, il che fa dell’Islam la seconda religione), con la naturale esigenza dei loro diritti e del loro riconoscimento politico e religioso, ma anche con la loro cultura, che sovente entra in conflitto con quella europea e perfino con i diritti umani (soprattutto quelli riguardanti la donna). Un altro fenomeno serio è il dilagare delle sette, che sfidano la nostra capacità di evangelizzazione. Il fenomeno della mondializzazione e della globalizzazione ha – come tutte le realtà storiche – degli aspetti positivi, soprattutto se si riesce a dargli un volto umano e far prevalere il valore delle persone sugli altri interessi. Ma ci rendiamo conto che non sempre sono i valori evangelici a reggere questo mondo. Basta vedere come neppure le radici cristiane siano state riconosciute nella Costituzione Europea. La secolarizzazione, che in se stessa è un valore, si è trasformata in secolarismo, il quale prescinde dal riferimento a Dio nell’organizzazione della vita personale e sociale. Allo stesso modo, il valore della laicità è stato convertito in laicismo, con la pretesa di una autonomia assoluta del fatto civile, per cui alcuni paesi si riaffermano “aconfessionali e laici”, ma senza garantire quello che dovrebbe essere la laicità, vale a dire, “un luogo di comunicazione tra le diverse tradizioni spirituali e la nazione” [20] . Certo, a questo livello, nelle Costituzioni dei diversi Stati Europei la libertà religiosa è garantita, assicurando l’uguaglianza dei cittadini “senza distinzioni di origine, razza o religione”. Purtroppo, in realtà non sempre è così. Qua e là appaiono espressioni chiaramente anticlericali e un laicismo aggressivo, che affonda le sue radici nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, e che non rimane come puro atteggiamento culturale, ma informa le stesse istituzioni civili. La società dei consumi tenta di soddisfare i bisogni dell’essere umano riducendo il suo campo al materiale e trasformando la stessa persona in un perfetto consumatore di prodotti, di sensazioni, di esperienze, mentre il professionalismo – anche se positivo e necessario – limita sovente lo spazio della missione per molti carismi. Evidentemente l’autosufficienza e maturità della società del benessere è un bene in se stesso, dal momento in cui la società raggiunge la capacità di soddisfare le necessità principali della popolazione: educazione, salute, lavoro, casa, attenzione all’emarginazione, tutto questo svolto in centri gestiti con vera professionalità dalle istituzioni pubbliche. Ma è anche un fatto incontrovertibile che questo tipo di organizzazione circoscrive sempre di più lo spazio per la gratuità, elemento caratteristico della vita religiosa. D’altra parte, la frammentazione sociale confina la dimensione religiosa e trascendente nell’ambito del privato. La diminuzione drastica della natalità in questo modello sociale non viene letta tanto come dato statistico, ma come tratto che evidenzia la mentalità della società del “benessere”. È evidente un certo edonismo ed egoismo che addita il piacere come uno egli obiettivi primordiali della vita, senza assicurare il rispetto degli altri o della legge morale; gravissime sono le ripercussioni sulla famiglia: divorzi, delega dell’educazione dei figli ad altre persone, difficoltà o manipolazioni nei rapporti interpersonali. Frutto di questi fenomeni è il diffondersi di una cultura tratteggiata da un certo relativismo scettico e dal disincanto, che sfidano fortemente la Chiesa, la vita religiosa e il carisma salesiano. Parlare della religione o delle religioni nell’Europa Ovest è veramente complesso. Di fronte alle cifre di appartenenza ufficiale, si trovano la prassi personale e la pratica sociale (battesimi, matrimoni, assistenza alla messa domenicale, funerali), le credenze più profonde, tutta una tipologia del vissuto dell’esperienza religiosa che va dal credente convinto e coerente all’ateo pratico o all’agnostico più radicale, il che si traduce di fatto nella crescente disaffezione della Chiesa, soprattutto da parte dei giovani. Sono molti gli articoli, i saggi pubblicati in questi anni sul fatto religioso. In genere sono pessimisti. Basta sentire i titoli: “Bisogna credere all’avvenire del cristianesimo?” [21] , “Il Cristianesimo ha un avvenire”? [22] , “Il cristianesimo ha compiuto il suo tempo”? [23] , “Gli ultimi Mohicani?” [24] , “Catholicisme, la fin d’un monde”? [25] . A noi Salesiani questo fenomeno sociale interessa, soprattutto per la ricaduta che ha sui giovani. “Si tratta di uno strato della popolazione più sensibile alle mode culturali e certamente più colpito dalla secolarizzazione ambientale.” [26] . L’evangelizzazione diventa ogni volta più difficile a causa di questa secolarizzazione degli ambienti. Penso che si possa affermare che c’è un vero divorzio fra le nuove generazioni di giovani e la Chiesa. L’ignoranza religiosa e i pregiudizi alimentati da certi mezzi di comunicazione hanno forgiato in loro l’immagine di una Chiesa-Istituzione, conservatrice, che cammina contro la cultura moderna, soprattutto nel campo della morale sessuale. Il cambiamento religioso in Spagna è stato talmente veloce che l’orizzonte culturale in cui vivono i giovani ci può risultare del tutto sconosciuto. “In particolare, si nota l’aumento degli indici che parlano della secolarizzazione in questa fascia di popolazione, e soprattutto l’allontanamento dalla Chiesa come istituzione, che perde prestigio e valore agli occhi dei giovani” [27] . Gli studi della “Fundación Santa María” arrivano alla conclusione che la Chiesa, in Spagna, ha perso il monopolio religioso. Questo significa che non si tratta già di scegliere fra diversi assoluti, ma che tutte le offerte religiose vengono automaticamente svalutate, relativizzate. Ognuno può fare le proprie scelte fra le diverse offerte, tutte messe allo stesso livello, e vivere la sua religione “alla carta”, “self-made”. Il dramma è la rottura esistente degli anelli nella catena di trasmissione della fede. Gli spazi naturali e tradizionali (famiglia, scuola, parrocchia) si rivelano talvolta inefficaci per trasmettere la fede. Quindi cresce l’ignoranza religiosa tra le nuove generazioni. Uno degli analisti della sociologia religiosa spagnola afferma che fra i giovani continua la “emigrazione silenziosa extra mura della chiesa”. In un suo articolo “Una Iglesia irrilevante para la juventud actual?” (Una Chiesa irrilevante per la gioventù dei nostri giorni?) sostiene che “i giovani continuano a credere in Dio, continuano a dichiararsi cattolici praticanti, ma vanno sempre meno in chiesa” [28] . Con tutte le riserve che meritano le inchieste, è giusto tuttavia riconoscere che tutte fanno risaltare l’aumento, nella nostra società occidentale, del numero di coloro che si dichiarano credenti in qualche modo, ma senza un’appartenenza ad una determinata religione. “Le credenze religiose si pluralizzano e seguono sempre meno un canone ecclesiale: quindi lentamente vengono meno i livelli di pratica religiosa: sacramenti e orazione” [29] . Se andiamo un po’ più in fondo, notiamo l’assenza del senso di peccato. Sempre stando alle statistiche, più del 50 % dei giovani di questa Regione si dichiarano alieni al senso del peccato e si caratterizzano per un’accentuata tendenza a una maggiore permissività e relativismo morale. Ma sebbene sia vero che la religione e la politica sono i valori meno apprezzati dai giovani d’oggi, è anche vero che il fenomeno religioso è fortemente presente nella società europea. Ci sono tanti aspetti positivi in questo contesto sociale e culturale che si può parlare a ragione di un’epoca d’intenso lavoro dello Spirito. La gioventù continua a sorprendere per la sua generosità, per la sua capacità di ammirazione e di risposte davanti ad alcune figure ecclesiastiche (il Papa per esempio), per il suo impegno davanti a cause nobili. Il quadro sopradescritto potrebbe essere considerato negativo e portarci al pessimismo. Niente affatto! Dobbiamo anche dire con decisione che, sebbene “il nuovo” ci lasci attoniti, i cambi profondi non rispondono mai al capriccio di alcuni, ma alle necessità dei tempi. Ciò significa che sotto di essi c’è il dinamismo dello Spirito e l’energia del Risorto che stanno lavorando nella storia, purificando e rinnovando, facendo a pezzi l’inerzia della società e ringiovanendo la Chiesa, dando spazio a un’organizzazione sociale più confacente al disegno salvifico del Padre. Vuol dire che la situazione presente è gravida di opportunità nuove, che sono in atto quelle forze della salvezza che spingono verso il cambio. Il futuro del Cristianesimo e della vita religiosa dipende, in primo luogo, non dall’uomo ma da Dio, che può smentire tutte le statistiche e le più infauste predizioni. Mi azzarderei a dire che l’ora attuale dell’Europa è un’ora nettamente salesiana, perché la gioventù oggi, più che mai, vi ha bisogno del carisma salesiano. Il nuovo contesto sociale e culturale è una sfida e al tempo stesso un’opportunità. Le statistiche e i sondaggi, per noi, non sono mai l’ultima parola. È importante però conoscere questi studi, perché essi sono rivelatori della situazione in cui ci troviamo a vivere ed a svolgere la missione che ci è stata affidata, ci aiutano a comprenderla e ad interpretarla, e, soprattutto, possono servire come base per il nostro impegno educativo ed evangelizzatore. Vi invito perciò a studiare ed approfondire gli studi sulla realtà di nostri giovani. È una prima manifestazione del nostro amore per loro. Mi viene in mente l’espressione di Höldering: «Lì dove cresce il pericolo, crescono anche le possibilità di salvezza». La nostra speranza e la nostra forza risiedono nello Spirito del Risorto. Non ci sono porte sbarrate per la sua energia trasformatrice. Le sue parole sono rasserenanti e incoraggianti: «Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33b). Abbiamo solo bisogno di docilità al suo Spirito, che ci curi e ci rigeneri. Chissà se non sia questo il tempo in cui lo Spirito ci spinge al deserto, alla purificazione e all’attesa. Chissà se non sia questo il momento di rompere i vincoli che ci legano troppo ai modi passati di vedere e di vivere. Chissà se lo Spirito non stia mettendo in moto dinamismi storici per la trasformazione della storia, che chiedono a noi di essere preparati. Una cosa è certa: non siamo soli, Egli è fedele e ci accompagna Situazione salesiana nella Regione. Ci troviamo davanti al paradosso e all’interpellante constatazione che mentre la situazione giovanile (ignoranza religiosa, miscredenza, nuove povertà sociali, familiari, emigrazione e sfruttamento o abbandono dei minorenni, cultura della notte - tema attuale che preoccupa i governanti) invoca veri e intraprendenti apostoli, le vocazioni alla vita religiosa e al ministero sacerdotale in genere, e alla vita salesiana in particolare, si trovano in situazione di forte calo numerico. Prima di offrire alcuni dati, vorrei richiamare l’attenzione sui dati stessi e la loro finalità. Essi, come detto sopra, illuminano la realtà e invitano a riflettere sulle nostre presenze e ad agire di conseguenza, sì da progettare bene il futuro, assumendo con audacia le sfide del presente. Ecco dunque l’ottica in cui mi colloco. I Salesiani nella Regione sono 1.795. Da notare che in questi ultimi venticinque anni c’è stata una diminuzione di circa 2000 Confratelli. Alcuni di loro hanno fatto la scelta di restare nelle nuove Circoscrizioni dell’Africa salesiana, altri sono andati in diversi Paesi di Missione, altri hanno lasciato la Congregazione, altri sono morti. A questo si aggiunge, da una parte, la drastica diminuzione vocazionale in tutti questi paesi, Belgio, Francia, Portogallo e Spagna, e, dall’altra, l’invecchiamento dei confratelli attivi e la complessità delle opere. L’insieme di questi fattori fa sì che si spendano le migliori energie nella gestione delle strutture e nell’organizzazione e si metta a rischio la qualità dei rapporti interpersonali e dell’animazione pastorale. Certo, la competenza educativa e l’identità salesiana dei laici, insieme al lavoro dei confratelli, contribuiscono a rendere salesiane le opere e le diverse attività. Tuttavia la comunità salesiana perde visibilità e significatività. Una parola sulle diverse Opere. Dobbiamo dire che la scuola è la presenza salesiana più consistente della Regione. Ci sono 217 scuole, con un totale di 105.800 allievi. In genere, la scuola è sovvenzionata dallo Stato o dalle regioni politiche. Professionalmente è ben organizzata, sovente gestita da laici o almeno con una loro forte presenza e collaborazione. Qui vorrei sottolineare lo sforzo fatto dalla Ispettoria di Francia che, attraverso l’Associazione “Maisons Don Bosco”, la “Tutelle” ed i suoi diversi organismi, tenta con creatività di garantire l’identità del Progetto salesiano nelle differenti opere gestite completamente dai laici. Lo stesso può affermarsi della “Réseau Don Bosco” nel Belgio e della presenza dei Salesiani nelle diverse associazioni ASBL (associazioni senza fine di lucro). I Centri Scolastici hanno elaborato il loro Progetto Educativo-Pastorale, in cui si definiscono come centri Cattolici e Salesiani. In genere, è garantita la libertà di organizzare la vita accademica d’accordo con questo carattere proprio. Non dappertutto invece è garantita la stessa libertà al momento di scegliere gli insegnanti, e continua una certa lotta fra scuola pubblica e privata. Esistono le associazioni dei genitori e, in diversi modi, si fa un interessante lavoro di formazione per loro. Con generosa responsabilità e in modi diversi si cura la formazione professionale, cristiana e salesiana degli insegnanti e, in specie, dei quadri direttivi. Le scuole di formazione tecnica e professionale nella Regione meritano un cenno particolare. Ce ne sono 78 e si curano di 30.000 allievi circa. Dai semplici laboratori di Nizza alle moderne scuole tecniche e agricole in Francia, dalla scuola di Arti e Mestieri di Sarriá alle Universidades Laborales o scuole d’Ingegneria in Spagna, la Congregazione Salesiana ha scritto gloriose pagine di storia nella promozione del giovane lavoratore. Gli Ex-allievi hanno riempito le imprese e fabbriche d’Europa come lavoratori qualificati, come tecnici e professionisti competenti, come cittadini onesti e responsabili. I licei tecnici, professionali, di agricoltura e di orticultura (13 centri con 8.000 studenti circa) in Francia, rendono alla cittadinanza un servizio sociale di enorme qualità. Lo stesso possiamo affermare delle opere del Belgio. Il volto della Congregazione in questa Regione è fortemente marcato da tratti di promozione sociale, di addestramento alla professione, di vicinanza al mondo del lavoro. I buoni rapporti con le imprese assicurano sovente l’impiego a una buona parte degli allievi che completano la loro formazione professionale nelle scuole salesiane. Se Doña Dorotea de Chopitea fu la fondatrice dei laboratori salesiani in Spagna [30] , Don Rinaldi e Don Ricaldone furono gli indiscutibili promotori di una loro lenta, ma progressiva crescita. L’audacia dei Salesiani andava di pari passo con la generosità dei Cooperatori e dei Benefattori. La fedeltà alla vocazione e la volontà e iniziativa dello spirito di Don Bosco crearono un vero modello salesiano di “scuole professionali”. Degno di ogni elogio fu, fino al 1974, il lavoro sociale fatto dalle scuole professionali nel Portogallo. Le “Oficinas de são José” a Lisbona, la scuola tecnica di Estoril, il “Colégio dos Orfãos” di Porto, la scuola di “Artes e Ofícios” di Funchal, la scuola professionale di Izeda, Santa Clara di Vila do Conde apportarono alla società dei buoni professionisti e uomini responsabili, nel momento che il Portogallo cominciava il cammino dello sviluppo industriale. Purtroppo con il cambio politico (25 aprile 1974) l’insegnamento industriale, commerciale, professionale sparisce completamente. Come appoggio alla educazione la Regione conta su 38 internati, alcuni molto numerosi, come quelli di Francia (600 alunni). Vale la pena di ricordare l’importanza che ha avuto l’internato nella storia salesiana. Oggi è opportuno dotarli di un buon Progetto Educativo- Pastorale, in coordinamento e complementarità col Progetto globale dell’opera, ed approfittare, allo stesso tempo, delle originali opportunità educative che gli internati e i convitti offrono. Dobbiamo tener presente la responsabilità che abbiamo davanti a questi giovani, per i quali purtroppo, anche in famiglia, le difficoltà si moltiplicano. Esistono 111 parrocchie sotto la responsabilità pastorale diretta dei Salesiani. In Francia e in Belgio, inoltre, diversi Confratelli lavorano in parrocchie diocesane. Dappertutto si prende cura di moltissime cappellanie. La Conferenza Iberica ha elaborato, da anni, “la proposta educativo-pastorale della parrocchia salesiana”, che serve di modello per l’elaborazione del Progetto Pastorale di ogni parrocchia. Di solito, esiste una commissione che anima questo settore, che è coordinato entro la pastorale giovanile. Conviene rinnovare sempre la volontà di garantire l’identità propria delle nostre parrocchie, mettendo in atto le caratteristiche che le fanno essere davvero salesiane, cioè popolari, giovanili, educative, missionarie e comunitarie. Nelle attuali circostanze della nostra cultura, le parrocchie devono fare uno sforzo serio per essere piattaforme di formazione, evangelizzazione e trasmissione della fede. Le statistiche parlano di 81 oratori e di 110 centri giovanili dei Salesiani nella Regione, con circa 15.000 oratoriani e circa 30.000 adolescenti e giovani appartenenti come soci ai centri giovanili. I destinatari dei programmi e attività arriverebbero a 75.000 adolescenti e giovani circa. Nel territorio dello Stato Spagnolo esiste una Confederazione che raggruppa la maggioranza dei Centri Giovanili delle Ispettorie dei Salesiani e delle FMA (200 circa) e che è un sostegno del MGS. Attualmente è composta da 10 Federazioni che corrispondono ad altrettante “Regioni autonome” dello Stato Spagnolo. Uno dei frutti più evidenti della pastorale giovanile in Spagna e Portogallo è la quantità e la qualità degli animatori giovanili. La loro identità salesiana e la competenza professionale è in paragone alla loro generosità e dedizione. La sfida per i Salesiani è quella di assicurar loro l’adeguato accompagnamento personale. Manifestamente la preoccupazione sociale e la sensibilità per i giovani poveri è sempre stata un tratto caratteristico della Congregazione Salesiana. Il fatto che i Paesi della Regione siano dentro della cosiddetta società occidentale del “benessere” non ci permette di chiudere gli occhi alle “nuove povertà” e alle “nuove forme di emarginazione” che questa società genera. I Salesiani di questa Regione stanno dando prove di grande sensibilità e impegno sociale. L’immigrazione, i fallimenti scolastici e tutti i problemi che girano attorno alla famiglia (divorzio, separazioni…) sfidano la creatività e il cuore dei Salesiani, che fanno di tutto per trovare nuove soluzioni ai nuovi problemi. Nella Regione vi sono 65 presenze che si dedicano ad assistere i giovani in particolari difficoltà. Si fa un bel lavoro nel campo del sociale da parte delle scuole e in particolare delle scuole di formazione professionale, con programmi adeguati per introdurre i giovani meno dotati nel mondo del lavoro. Ci sono altre iniziative messe in atto che rendono significativo l’orientamento sociale della Congregazione: case per i ragazzi di famiglie disfatte, laboratori di recupero e occupazionali, "centri di giorno”, unità di scolarizzazione esterna, programmi d’intervento educativo nelle periferie delle città, pensionati per ragazzi problematici o condannati dalla giustizia, iniziative di accompagnamento e promozione sociale per gruppi minoritari o etnici. È cresciuta la sensibilità sociale in tutte le Ispettorie e, soprattutto, il senso di coordinamento, di sistema, di lavorare con progetti complessivi in questo campo. Così è stata creata la rete salesiana di “établissements d’action sociale” in Francia o le diverse Fondazioni in altre Ispettorie. Il 30 gennaio 2002, è stata concessa dal Governo Spagnolo, la Medaglia d’argento della Solidarietà alla Confederazione Nazionale dei Centri Giovanili Salesiani. Un meritato riconoscimento al lavoro sociale realizzato. L’opzione per i più poveri deve caratterizzare la vita e l’azione educativo-pastorale di tutte le nostre comunità ed opere, giacché è uno dei criteri preferenziali di significatività. Quindi, rimane valida la riflessione fatta nell’ultima Visita d’insieme svoltasi a Santiago de Compostela: “Promuovere in tutte le Comunità Salesiane e CEP un’opzione più sistematica e più impegnativa per i giovani poveri” [31] . Evidentemente il nostro lavoro, anche in questo settore, deve essere fatto sotto l’ottica educatrice ed evangelizzatrice; perciò cito pure un’altra delle conclusioni della stessa Visita: “Sviluppare fra i giovani più poveri l’itinerario della educazione alla fede proposto dal CG23” [32] , curando in modo particolare una presenza di testimonianza evangelica esplicita, che sia per questi giovani punto di riferimento e di stimolo che li aiuti ad aprirsi alla fede. Si devono quindi sviluppare e approfondire le motivazioni vocazionali e di fede degli educatori. La Pastorale Giovanile. “Evangelizzare educando e educare evangelizzando”, ecco uno dei classici binomi di Don Egidio Viganò per sintetizzare tutta la nostra missione. Con esso si vuole affermare con chiarezza e convinzione che tutta la presenza salesiana deve essere, allo stesso tempo, educativa ed evangelizzatrice e che qualsiasi tipo di opera o attività deve essere piattaforma di educazione ed evangelizzazione. Tenendo presente questo, credo che il fin qui detto è dentro il campo della pastorale giovanile, che abbraccia tutte le dimensioni della persona e tutti i settori propri della missione salesiana (scuole, parrocchie, oratori, centri giovanili, piattaforme di emarginazione, sport, tempo libero). Nella Regione ogni Ispettoria ha il suo Delegato per la Pastorale Giovanile a tempo pieno. Si è arrivati ad assumere e mettere in pratica il nuovo modello educativo pastorale di corresponsabilità fra salesiani e laici. Da tempo, ogni opera prepara il suo Progetto Educativo-Pastorale e l’aggiornamento nella formazione ed applicazione del Sistema Preventivo, in modo che sia punto di riferimento per tutti i membri della CEP. Ci sono in atto programmi di formazione sistematica e organica per educatori e animatori, al fine di qualificare la loro vocazione educativa e pastorale, recuperare la gioia e l’originalità della presenza salesiana tra i giovani, lo zelo e la freschezza del lavoro pastorale e missionario, e garantire l’identità salesiana delle nostre opere. L’associazionismo è una delle colonne della Pastorale Giovanile nella Regione, specie nel seno della Conferenza Iberica. Viene considerato come piattaforma ideale per accompagnare i giovani nel loro cammino di approfondimento e maturazione nella fede, come veicolo per trasmettere la spiritualità salesiana, come clima in cui si possono proporre e maturare scelte vocazionali. Sarebbe bene intensificare l’apertura delle associazioni, strutture e itinerari giovanili di formazione, alla realtà dell’intera Famiglia Salesiana, cercando i momenti opportuni per fare l’adeguata presentazione e proposta vocazionale al carisma salesiano e a ognuno dei diversi gruppi. L’educazione dei figli oggi è incomprensibile senza lo sforzo di affacciarci a ognuno degli ambienti in cui vivono. Il principale è – o dovrebbe essere – la famiglia. Si affronta, ma si deve fare ancora con più decisione, il lavoro a favore delle associazioni di genitori attraverso le scuole di genitori. La Delegazione della Conferenza Iberica e il Centro Nazionale di Pastorale Giovanile di Madrid hanno fatto un buon lavoro di riflessione, di proposta e di accompagnamento in tutto il campo della Pastorale Giovanile; è stato notevole il loro contributo per mettere in pratica gli ultimi Capitoli Generali. Anche la commissione per le scuole, la segreteria tecnica della formazione professionale, la “coordinadora de las plataformas sociales”, la commissione per l’emarginazione, la commissione dei centri giovanili con la confederazione e la commissione per lo sport fanno il loro lavoro di coordinamento e appoggio della Conferenza Iberica. Un frutto è stato l’elaborazione della Proposta Educativo-Pastorale di ogni settore (Scuola, Parrocchia, Oratori - Centri Giovanili, Sport e tempo libero, Piattaforme e attività di carattere sociale) e, soprattutto, l’ “Itinerario di Educazione nella fede”, piano di formazione umana e cristiana per bambini, adolescenti e giovani, che permette l’accompagnamento personale fino al momento di assumere l’opzione vocazionale nella Chiesa e nella società. In ogni Ispettoria o a livello della Conferenza Iberica, si organizzano delle attività interessanti (Pasqua, Campobosco, Esercizi Spirituali per gli animatori a Torino…), che hanno senso pieno nella misura che siano integrate in questo piano generale di formazione degli Itinerari, dove si considerano i ritmi giornalieri (Buon Giorno), settimanali (tutorie, scuola di religione, riunioni di gruppi), mensili (24 del mese, ricordo mensile di Don Bosco), trimestrali (celebrazioni, ritiri, campagne), annuali (convivenze, esercizi spirituali, Pasqua, Campobosco, incontri di estate, campeggi). Si può affermare che in qualche momento la Pastorale Giovanile nella Conferenza Iberica è stata un po’ il laboratorio dove si sperimentavano le nuove proposte della Pastorale della Congregazione. Si sono definite le grandi linee, si è riusciti a metterle in pratica con un’organizzazione coerente nei principali settori di attività e, specialmente, attraverso l’associazionismo, in cui i processi personali hanno priorità nei riguardi delle attività. Forse il successo della Pastorale Giovanile è stato proprio questo: da una parte il considerare la centralità della persona del ragazzo che si deve accompagnare nella crescita di tutte le sue dimensioni, intellettuale, associativa, spirituale, vocazionale; e, dall’altra parte, il senso di unità, globalità e, quindi, di coordinamento dei diversi progetti. Proprio la centralità della persona del giovane esige di lavorare in équipe, in rete, cercando le sinergie fra i differenti settori di attività: scuola, parrocchia, centro giovanile: lo stesso soggetto educativo-pastorale, gli stessi obiettivi fondamentali, diversi contesti che si potenziano vicendevolmente. Ma in questo campo niente è mai conquistato definitivamente. Perciò, si devono con creatività cercare linguaggi intelligibili per i giovani, che cambiano costantemente, e rendere tutte le nostre opere luoghi e piattaforme d’evangelizzazione, e si deve garantire, ancora meglio, l’accompagnamento delle persone nel loro processo di crescita e nel loro discernimento vocazionale, con chiaro riferimento alla spiritualità giovanile salesiana. La Comunicazione Sociale. Esistono nella Regione 29 case con attività di comunicazione sociale, comprese le diciassette librerie e le sei editrici. Ogni Ispettoria ha il suo Delegato Ispettoriale per la comunicazione sociale. In Spagna esiste il Delegato Nazionale, che è lo stesso direttore del Bollettino Salesiano e il corrispondente di ANS. A Marsiglia esiste un centro multi-media di riflessione e produzione. Si pubblica il Bollettino in tre lingue: portoghese, bimensile, con una tiratura di 10.000 esemplari; francese, bimensile, con 36.000 esemplari per la Francia e per il Belgio; spagnolo, mensile, con 75.000 esemplari. Assai rimarchevole ed interessante è il lavoro delle editrici: “Editions Don Bosco” a Parigi, specializzata nella storia, nella pedagogia e spiritualità salesiana; “Edições Salesianas” a Porto, specializzata in salesianità, pastorale giovanile e catechesi; la “Central Catequística Salesiana” in Madrid (CCS), fondata da Don Ricaldone e specializzata in salesianità, catechesi, educazione, formazione di agenti per l’educazione e la pastorale; EDEBE dell’Ispettoria di Barcellona, che pubblica dei testi scolastici nelle diverse lingue che si parlano nello Stato Spagnolo, e ha delle convenzioni con Argentina, Cile, Messico. La dimensione missionaria. Tutte le Ispettorie della Regione sono state animate da un forte spirito missionario. Nel 1959 si costituiva la prima Ispettoria africana con le opere fino allora appartenenti al Belgio; nello stesso anno, la Francia cominciava a lavorare nel Congo. Per mettere in luce lo zelo apostolico dell’Ispettoria del Portogallo basta ricordare Macao, Timor, Mozambico, Capo Verde. E i missionari spagnoli sono sparsi nel mondo intero, subito dopo gli italiani. Al momento della costituzione delle nuove Visitatorie africane AFO e ATE sono rimasti in esse 101 salesiani della Regione e attualmente restano ancora più di seicento missionari nel mondo che appartengono alla Regione. Merita anche di essere sottolineata la realtà della Procura delle Missioni a Madrid, che ha una funzione molto più ampia di quella solo di raccogliere soldi per le Missioni. È organizzata in quattro settori, a seconda dei servizi che presta: l’animazione missionaria in Spagna, attraverso la Rivista “Juventud Misionera” e le esposizioni missionarie; l’alloggio ed appoggio logistico ai missionari che passano per Madrid; la raccolta di Fondi che ogni sei mesi mette a disposizione del Rettor Maggiore; e l’ONG “Giovani per il Terzo Mondo” con due dimensioni, quella di appoggiare ed accompagnare progetti e quella di promuovere e curare la formazione e l’esperienza dei volontari. Colgo l’occasione per rendere grazie, a nome mio personale e di tutta la Congregazione, per il prezioso servizio svolto da questa Procura, insieme con la generosità di tanti benefattori. La Famiglia Salesiana La Famiglia Salesiana è una realtà consolante nella Regione. I Cooperatori hanno fatto un lavoro notevole di aggiornamento e un grande sforzo per ritrovare la loro identità. Il numero di Cooperatori con promessa nella Regione arriva a 1940 circa e conta su 600 aspiranti. Funzionano 140 centri di Ex-allievi organizzati in federazioni ispettoriali. Si presenta la vocazione alla Famiglia Salesiana nel processo di maturazione della fede nell’itinerario della pastorale giovanile, e il coinvolgimento nella missione salesiana da parte dei Cooperatori, Ex-allievi e “Amici di Don Bosco” è pregevole. A causa del loro sviluppo ed entusiasmo meritano di essere messe in rilievo le Associazioni di Maria Ausiliatrice che in Spagna contano su circa 100.000 associati; i gruppi hanno superato gli aspetti meramente di devozione, per impegnarsi nella propria formazione e anche nella catechesi, in centri giovanili, accompagnamento e attenzione agli ammalati, collaborazione con la “caritas” e con tutta la Famiglia Salesiana nell’impegno sociale a favore dei più poveri o emarginati; ma dove si mette più impegno è certo nella propagazione della devozione a Maria Ausiliatrice. Ci sono anche diversi gruppi di Volontarie di Don Bosco e quattro centri di “Damas Salesianas”. Come movimento originale dalla Spagna e collegati ai Cooperatori, ci sono “Los Hogares Don Bosco”, piccoli gruppi di coppie che vogliono vivere il Sistema Preventivo e la Spiritualità Salesiana nel seno della famiglia. Il gruppo è numeroso e vivace, specie nelle Ispettorie del Sud. Sono associate un totale di 1.150 coppie. Forse è opportuno sottolineare che, oltre ai martiri della guerra civile spagnola già beatificati (aspettiamo in breve la lettura del decreto di martirio dei 63 mancanti), la Famiglia Salesiana della Regione ha dato altri ammirevoli frutti di santità: suor Eusebia Palomino (FMA), Alexandrina Maria da Costa (Cooperatrice), il principe Augusto Czartoryski con nascita e sangue di Europa Ovest. E altri la cui causa è in corso: Dª. Dorotea de Chopitea (Spagna), il P. Auguste Arribat (Francia). Va ricordato qui il ruolo che la Congregazione ha all’interno dell’insieme della Famiglia Salesiana, cui deve assicurare, specie attraverso i corrispettivi delegati o assistenti, l’animazione e la formazione. Pur non appartenendo tutti alla Famiglia Salesiana, i laici che lavorano nelle nostre opere ci sono molto vicini, appunto per il fatto di condividere con noi missione e spirito. Nella Regione si può dire che il 95% degli agenti educativi e pastorali sono laici che, in genere, assumono con competenza la responsabilità nei diversi campi educativi, pastorali e direttivi. Le Ispettorie hanno elaborato il “Progetto Laici” che regola i rapporti con i collaboratori, le loro responsabilità e la loro formazione. Da anni i professori, gli animatori giovanili, i catechisti svolgono attività di formazione, sia nel campo professionale, sia in quello pedagogico, salesiano e cristiano; sia nei programmi realizzati nei diversi centri, sia nelle attività o corsi organizzati dalle Ispettorie o in altri livelli. Ci sono delle iniziative interessanti e, sempre più, questa formazione è ricevuta, con diverse modalità, insieme da salesiani e laici. Merita una sottolineatura speciale la costruzione del Centro “Jean Bosco” di Lyon, inaugurato dalla Madre Antonia Colombo e da me, il 13 febbraio scorso, come espressione dello sforzo e della volontà di collaborazione di SDB e FMA nella formazione di religiosi/e e laici nel campo della storia, pedagogia e spiritualità salesiana. Nella stessa linea è stata creata la rete salesiana “Réseau Don Bosco” nel Belgio. Purtroppo in qualche parte non è sparita del tutto tra i Salesiani una certa mentalità di proprietari, restii ad assumere le grandi scelte del CG24, che ci invitavano a passare ad un nuovo paradigma di rapporti SDB/laici, non solo di collaborazione ma di autentica corresponsabilità nei compiti direttivi. E neppure sempre è garantito “l’accompagnamento salesiano” personale dei laici, chiamati a una maggiore identificazione con Don Bosco e il suo carisma, la sua pedagogia, la sua spiritualità, appunto per il loro coinvolgimento nella missione. La formazione iniziale e la formazione continua. Una presenza salesiana tanto robusta e ragguardevole presuppone una pastorale vocazionale e una formazione iniziale e permanente di qualità. Sono ben noti i tempi in cui ogni Ispettoria della Regione aveva le sue case di formazione piene. I nomi di Lyon, Salamanca, Barcellona, Sanlúcar, per citare solo i teologati, sono vivi nella mente e nel cuore di tanti confratelli della Regione e di altre parti della Congregazione, che vi impararono a modellare la propria vita su quella di Don Bosco per diventare come lui “preti per i giovani”. Naturalmente, dopo quanto abbiamo detto prima, oggi la realtà è un’altra. La crisi di vocazioni che soffre la Regione non ha paragone con nessuna altra parte della Congregazione. Basta pensare che questo 16 agosto soltanto tre novizi in tutta la Regione hanno fatto la loro prima professione. Le cause si possono trovare appunto nell’insieme di fattori che costituiscono la cultura odierna in questa parte del mondo. Anche qui, più che in qualsiasi altro campo della vita della Chiesa e della Congregazione, ci vuole fede nel Signore della storia, che ha i suoi ritmi. Questo non significa cedere alla rassegnazione. A noi spetta di continuare a lavorare con una pastorale giovanile di qualità, altamente propositiva e competente nell’accompagnamento spirituale, sì da aiutare a maturare scelte di vita. E dobbiamo pregare il Signore perché mandi operai anche a questa parte della sua messe. Vorrei invitarvi a rileggere la lettera di Don Vecchi: “Ecco il tempo favorevole” (ACG 373). Questo dovrebbe portare ognuno di noi e tutte e ciascuna delle nostre comunità a diventare promotori vocazionali. La formazione ha il bel compito di trasmettere alle nuove generazioni l’identità carismatica salesiana, con un bagaglio e una preparazione intellettuale e culturale che le qualifichi per vivere da consacrati apostoli e sviluppare la missione. Si deve garantire l’identità carismatica, ma anche la qualificazione professionale come educatori-pastori dei giovani. Tutto questo richiede tempo, serenità, strutture, mezzi, e, soprattutto, formatori competenti, programmi adeguati e un numero sufficiente di formandi che rendano possibile l’applicazione dei programmi e dei mezzi. Nella Regione ogni Ispettoria ha il suo Delegato per la Formazione. Insieme e coordinati formano la Delegazione di Formazione di ogni Conferenza. È bello constatare che in ogni tappa della formazione iniziale, la Regione cerca di avere la massima “collaborazione inter-ispettoriale” possibile. Parlando di formazione abbiamo solo una strada: evitare soluzioni di emergenza. Dobbiamo cercare la qualità. Questa ha alcune esigenze che sono imposte dalla nostra condizione di religiosi e dalla missione, che deve svilupparsi in un contesto storico e culturale molto concreto: - Équipe di formatori consistente sia quantitativamente che qualitativamente: uomini preparati nella dottrina e nella riflessione per questo mestiere, intenditori della cultura attuale dei giovani, dei loro problemi; con sapienza nell’accompagnamento e nella direzione spirituale; con capacità di trasmettere entusiasmo per la vita religiosa e salesiana. - Programmi adeguati: La Congregazione ha pubblicato quattro anni fa la sua nuova edizione della Ratio. Adesso, si chiede che sia conosciuta da tutti, specialmente dall’Ispettore e dal suo Consiglio, dai direttori e dai formatori, e messa in pratica. Si tratta di programmi, contenuti e processi per garantire qualità e identità nella maturazione della vocazione salesiana. Se la missione non è generica, non deve esserlo neppure la formazione. La Regione ha spiccato sempre per la cura delle case di formazione, senza risparmio di personale e investimenti. Un grazie dal profondo del cuore per la volontà e per gli sforzi che si stanno facendo in questo momento, nonostante il ridotto numero di formandi. La Congregazione deve investire generosamente e responsabilmente nelle persone, tempo e mezzi per ottenere l’identità carismatica e la competenza professionale di ogni Confratello, per garantire la fecondità della missione nel futuro. Il tempo sottratto alla riflessione, all’orazione, allo studio durante il tempo di formazione è tempo che va perso, a detrimento della qualità della vocazione e della missione futura, che poi si rivelerà nella superficialità e nella mancanza di entusiasmo e zelo pastorale. La passione educativa del “Da mihi animas” è frutto di una vita totalmente consacrata a Dio e interamente votata ai giovani, e va coltivata con dedizione, sistematicità e generosità alla scuola di Don Bosco. Per questo, è molto importante saper mettere al loro posto, accompagnare e valutare le pratiche pastorali in ogni tappa della formazione. Vorrei anche dire una parola sulla vocazione e formazione dei Coadiutori. Nella Regione ci troviamo davanti a situazioni molto diverse: da Ispettorie con 4 coadiutori, fino a quella di Madrid, che è la seconda nel mondo salesiano per numero di Confratelli Coadiutori – dopo la ICP – o quella di León, che ha la percentuale più alta di Coadiutori come Ispettoria. Il salesiano laico ha avuto un rilievo speciale nel volto salesiano della Regione. Bisogna fare onore alla storia e preparare un piano adeguato di animazione per la vocazione del Coadiutore oggi, curando allo stesso tempo la dovuta formazione. Per questo, non ci resta altra soluzione che quella di rivolgersi alla collaborazione interispettoriale, come si è fatto in altri momenti e con soddisfacenti risultati. Basta pensare alla esperienza di La Almunia o di Urnieta. La formazione permanente. La formazione permanente generalmente si struttura in ogni Comunità attorno ad un incontro comunitario settimanale. Il “giorno della Comunità” si trova nella maggior parte delle programmazioni, con risultati soddisfacenti. Per questi incontri, i direttori si servono del materiale che viene loro offerto dalle sedi ispettoriali o dalla Conferenza Iberica nel caso della Spagna (Quaderni di Formazione Permanente, Ventall). Ho visto che le lettere del Rettor Maggiore si stampano in edizione separata e si consegnano a ciascun Confratello, e si fa uno studio adeguato dei documenti della Congregazione. La Francia e il Belgio (SDB e FMA) si coordinano nell’organizzazione di varie attività formative per i giovani salesiani durante l’anno. La Conferenza Iberica organizza incontri di formatori, per tappe, mediante la Delegazione Nazionale per la Formazione. Ci sono altre iniziative di formazione permanente: un corso in settembre, corsi di preparazione alla professione perpetua, corsi per sacerdoti e Coadiutori giovani, corsi per la terza età, viaggi in Terra Santa e a Torino, corsi di formazione permanente a Campello (40/55 anni) ai quali, di solito, prendono parte anche confratelli dell’America Latina. La Conferenza Iberica organizza, ogni due anni, un corso di una settimana, con la partecipazione di vari Consiglieri generali, per i nuovi direttori di comunità. La Regione Europa Ovest ha capito molto bene che la formazione permanente è un’esigenza prioritaria della nostra vocazione e della nostra missione e ha cercato di agire di conseguenza. Il contesto culturale, specialmente fra i giovani, cambia rapidamente. La nostra missione di educatori/pastori ci obbliga ad essere aggiornati. Le grosse sfide della cultura odierna e della società dei consumi vanno affrontate con coraggio e competenza attraverso offerte di qualità dell’educazione e dell’evangelizzazione delle nuove generazioni giovanili, e attraverso l’animazione e la formazione dei laici, degli animatori giovanili, dei professori, dei responsabili delle Comunità e dei gruppi della Famiglia Salesiana. Resta tuttavia il fatto che il luogo e il tempo privilegiato per la formazione permanente sono la Comunità e la vita quotidiana, per cui si deve impostare un ritmo che favorisca la qualità della preghiera, della convivenza, della programmazione, del lavoro, dello studio, della riflessione, della verifica. Dobbiamo considerare la vita quotidiana come piattaforma privilegiata di formazione. Si tratta di “mantenersi in forma” professionalmente, pedagogicamente e spiritualmente; quindi, non basta conoscere gli ultimi principi pedagogici o i progressi della tecnica; è, altresì, necessario garantire l’atteggiamento positivo del nostro cuore davanti alla cultura giovanile e davanti alle sfide educative e pastorali che ci si pongono dinanzi. È bello pensare tutta la vita come vocazione e missione. È ugualmente entusiasmante voler e poter essere sempre attrezzati per essa. Le grandi sfide della Regione. La presentazione della Regione Europa Ovest ci fa vedere una regione salesianamente ben identificata ed organizzata, con opere e attività consistenti: centri accademici di prestigio professionalmente gestiti, un’impostazione e una portata sociale forte, un’attenzione crescente e con iniziative generose e interessanti verso il mondo dell’emarginazione, un movimento giovanile salesiano robusto ed impegnato, organizzato – almeno nel caso della Spagna – attraverso la confederazione dei centri giovanili, un piano formativo chiaro ed esigente (“Itinerari d’educazione nella fede”) per accompagnare i giovani dalla prima comunione fino al momento di assumere l’opzione vocazionale, progetti ben elaborati e condivisi per le scuole, per le parrocchie, per i centri giovanili, per il tempo libero, per il settore sociale; un’animazione con spirito missionario, che si esprime al meglio tra l’altro nel volontariato; una Famiglia Salesiana con vitalità; laici competenti professionalmente e salesianamente, ben identificati, coinvolti corresponsabilmente nella missione salesiana; un alto livello di studio, di conoscenza e di assimilazione dei documenti salesiani (Capitoli generali, lettere del Rettor Maggiore, strenne…); un notevole investimento nella formazione dei laici (professori, animatori, catechisti, Famiglia Salesiana); imprese e realizzazioni importanti nel campo della Comunicazione Sociale. Desta meraviglia che, con tutto questo, i risultati pastorali e vocazionali non corrispondano allo sforzo fatto. Ma in una società sempre più secolarizzata, pluralista e di alto benessere questo sembra normale. A noi spetta seminare, al Signore dare fecondità spirituale, pastorale e vocazionale. Ho già accennato al fatto che qui lo Stato è in grado di soddisfare le necessità principali della società. Sotto questo profilo, l’Occidente non ha bisogno della vita religiosa, considerata come mano d’opera economica nei campi dell’educazione, della salute, della promozione sociale, neppure per l’attenzione ai più bisognosi ed emarginati come gli immigrati. Qual è dunque la nostra missione in tale contesto? Qual è lo spazio in esso per la vita religiosa? Come Salesiani, che cosa allora offrire ai giovani? O ancora di più, il carisma salesiano è utile, necessario e ha futuro in questa società occidentale?. Dico immediatamente di sì. Anzi l’Europa è il luogo dove appare più necessaria e urgente la missione salesiana. La società europea moderna, dal punto di vista economico, è autosufficiente; ma una grande massa di giovani sono perduti, insoddisfatti. Malgrado tutte le risorse materiali di cui dispongono, non trovano il senso della loro vita e il loro orizzonte si rende opprimente e asfissiante. Questi giovani in Europa sfidano frontalmente il carisma salesiano, ci mettono alla prova e questionano la verità e capacità della missione, della pedagogia e della spiritualità di Don Bosco. È una sfida imponente per noi sapere se siamo capaci o meno di accompagnare i giovani che cercano il senso della loro vita, se riusciamo a diventare segni e portatori dell’amore di Dio per i giovani segnati dalle nuove povertà, se riusciamo ad avvicinarli alla persona di Cristo come l’unico che può soddisfare gli aneliti più profondi del loro cuore e assicurare la pienezza della vita. I giovani europei ci obbligano ad approfondire il cuore della nostra identità carismatica: bisogna convincerli che Dio li ama, che Dio li ha riempiti di energie di bene da liberare e di potenzialità da sviluppare, che Dio crede in loro come protagonisti e agenti di cambio per la costruzione di un mondo più umano. Non possiamo fare di meno! Sarebbe ingannare i giovani e diventare inutili per Dio. La missione salesiana viene perfettamente definita nelle Costituzioni: “essere segni e portatori dell’amore di Dio” (Cost. 2), vale a dire essere presenza visibile, leggibile ed efficace del Dio amore fra loro. Senza questa sacramentalità la presenza salesiana tra i giovani perde il suo carattere di missione e diventa lavoro, mestiere, filantropia. Mi domando se potrebbe esserci un compito più entusiasmante. L’Europa può rendere un grande servizio alla Congregazione: aprire la riflessione e scoprire cammini per evangelizzare i giovani di un mondo postmoderno e postcristiano. Iniziative coraggiose e audaci sono messe in atto, ma dobbiamo riconoscere che le formule tradizionali servono poco per giovani culturalmente nuovi e diversi. Quindi bisogna inventare quasi tutto: la vita religiosa come profezia e parabola che parla di Dio, e la missione salesiana come apertura al senso e alla pienezza della vita. E questo può essere compatibile con l’età avanzata e con le malattie dei confratelli, perché non dipende tanto dal numero e dalle attività realizzate quanto dalla fedeltà a Dio e dal fuoco che ognuno porta nel cuore per irradiare e diventare luce. Linee di azione. Ecco dunque le linee di azione che propongo per rispondere a questa grossa sfida della realtà giovanile oggi. Sappiamo che senza Salesiani non avrà sopravvivenza il carisma di Don Bosco. Il grande problema in Europa è appunto la mancanza di vocazioni. Quindi le sfide fondamentali saranno di coltivare vocazioni, assicurare un’organizzazione nella vita delle Ispettorie e una ristrutturazione della Regione che permetta di puntare su comunità più significative carismaticamente e, pastoralmente e vocazionalmente, più feconde. 1.- Promuovere un’animazione vocazionale specifica che sia espressione della testimonianza della vita comunitaria e della fecondità della missione. Le tendenze vocazionali nella Regione sono preoccupanti e tutti gli indicatori manifestano che la situazione è destinata a rimanere tale, se non ci sono interventi forti. Bisogna dunque intervenire decisamente. Ma sappiamo che le vocazioni non sono tanto il frutto di tecniche e strategie puramente umane, quanto dono di Dio che richiede la nostra collaborazione, nell’instancabile preghiera al padrone della messe, nell’accettazione della propria vita come vocazione, nella fedeltà carismatica e nella generosa dedizione alla missione fra i destinatari preferenziali. Perciò parlare della pastorale vocazionale implica: 1.1.- Assicurare le condizioni affinché ogni comunità viva una vera esperienza spirituale e sia testimone di fede, visibile e leggibile dai giovani. L’atmosfera di secolarizzazione e di sincretismo religioso spinge le comunità religiose a sottolineare il loro carattere di segno e profezia attraverso l’organizzazione del quotidiano, dove si deve manifestare il primato della vita spirituale. Una vita religiosa che offra al mondo la sua santità, cioè che giovi a “cercare e contemplare Dio”, a leggere, decifrare, raccontare e interpretare il costante intervento di Dio nella storia: ecco il primo e il miglior servizio della vita religiosa a favore dell’uomo contemporaneo. Quindi la famiglia religiosa che non sia scuola e proposta di spiritualità non ha molto da dire in questa società. Ma la profondità spirituale non ci è concessa in modo automatico. È frutto della grazia e dello sforzo personale. È necessario badare, con amorosa fedeltà, alle semplici pratiche di ogni giorno: la meditazione, la lettura, i ritiri, la pratica del sacramento della Riconciliazione. Il primo contenuto della missione è di rivelare ai giovani la nostra vita: come viviamo la nostra alleanza con il Signore, come ci amiamo, come il vissuto radicale dell’obbedienza, della povertà e della castità ci rende più liberi e disponibili per la generosa dedizione alla missione tra loro. Questo esige di garantire a ogni comunità le condizioni concrete di consistenza quantitativa e complementarità per renderla testimone di vita e anima della comunità educativa. Si deve investire nella comunità per qualificare la comunicazione e i rapporti interpersonali, per creare un’intensa esperienza di famiglia; così la comunità sarà testimone e profezia di comunione tra i destinatari. Il funzionamento di tutti i dinamismi comunitari (consigli, assemblee) e il ricupero della funzione carismatica del direttore, ci porterà a oltrepassare i ruoli gestionali ed a godere le ricchezze della vita religiosa, salesiana e comunitaria. Se vogliamo assicurare l’efficacia dei buoni propositi e degli obiettivi indicati è conveniente stabilire tempi, modalità e criteri nel seno delle comunità per verificare la loro testimonianza di vita e il loro zelo apostolico fra i giovani. 1.2.- Creare un nuovo modo di presenza salesiana veramente significativa, che sia attraente e propositiva per i giovani e che ponga l’evangelizzazione come obiettivo prioritario. Questo implica in primo luogo di “essere salesianamente presenti” tra i giovani e manifestare praticamente che gli ultimi, i più bisognosi, saranno sempre i preferiti nelle opere e nelle attività salesiane. Dobbiamo rivendicare l’evangelizzazione dei giovani come l’obiettivo prioritario dei Salesiani: siamo missionari dei giovani. Constatiamo che nelle nuove generazioni cresce l’ignoranza religiosa, che gli spazi naturali e tradizionali (famiglia, scuola, centro giovanile, parrocchia) trovano sempre più difficoltà a trasmettere la fede. La nuova evangelizzazione è la sfida per la Chiesa e per i Salesiani in Europa. Né la riuscita accademica, né la promozione sociale in se stessa, giustificano oggi una presenza salesiana in Europa, se non ha, allo stesso tempo, la possibilità pratica e la volontà ben determinata di proporre la fede ai giovani. L’elaborazione e la messa in pratica di un piano di pastorale organico, sistematico e unitario, con degli itinerari concreti, come già ci chiedeva il CG23, che vadano dal primo annuncio all’accompagnamento personale e vocazionale per i più disponibili, ci aiuterà a rendere ogni settore (scuola, tempo libero, parrocchia) una piattaforma di evangelizzazione. Cari confratelli, vi incoraggio ad offrire ai giovani, con rispetto, libertà e pedagogia, autentiche esperienze di fede: scuole di preghiera, percorsi educativi personalizzati di vita sacramentale, esperienze di gratuità, valorizzando e promuovendo i diversi modi di volontariato. In questo momento in cui i canali di trasmissione della fede sembrano spezzati, dobbiamo favorire i gruppi, le associazioni, il MGS come veicolo di trasmissione della spiritualità salesiana e come opportunità di proporre il carisma di Don Bosco vissuto nella vita consacrata. Sottolineo l’importanza di garantire ai giovani una salda formazione cristiana attraverso i corsi sistematici di religione e attraverso la catechesi. Bisogna curare i contenuti, perché sull’ignoranza religiosa non si può costruire la fede. Grazie a Dio, la Regione conta su risorse materiali e strutturali straordinarie, e soprattutto, su un numero di laici di qualità ad ogni livello, perfino nel campo della salesianità. Occorre dar loro fiducia, coinvolgendoli nei compiti pastorali e garantendo loro la formazione adeguata. Occorre disegnare assieme a loro, con creatività e immaginazione, una risposta alle questioni e alle sfide della cultura e dell’evangelizzazione dei giovani di oggi. È vero che l’età media comincia ad essere alta, ma i giovani ci domandano accompagnamento personale e vocazionale. Si tratta, dunque, di ravvivare nei nostri cuori la fiamma del “Da mihi animas” del nostro amato Don Bosco, che non è altro che la passione per Dio e la passione per i giovani. 2.- Assicurare i cambiamenti conseguenti nella vita e nell’organizzazione delle Ispettorie e della Regione. Diventa facile constatare alcuni rischi che oggi ci minacciano: lo squilibrio tra il numero di Salesiani e la vastità e complessità delle opere, che ci obbliga ad investire le migliori risorse personali nell’organizzazione, nella gestione e mantenimento delle strutture, affievolendo talvolta la presenza e l’accompagnamento educativo e pastorale delle persone (giovani, animatori, professori, genitori); la mole di lavoro che si svolge e che non sempre lascia vedere la comunità, la singola persona del salesiano, le sue motivazioni più profonde, e il suo ruolo animatore nella CEP; l’attivismo, che da un canto sottrae significatività alla missione salesiana e ruba freschezza e soddisfazione nel vissuto vocazionale ai confratelli, e dall’altro blocca la riflessione e impedisce il cambio perché non permette l’ascolto della riflessione congregazionale, dei segni dei tempi, delle mozioni dello Spirito e neppure della cultura giovanile. Il numero dei Salesiani, il fenomeno dell’invecchiamento che si acuirà durante i prossimi anni, il calo vocazionale e il bisogno di rendere più significative le comunità e la missione, richiedono, con certa urgenza, una nuova organizzazione all’interno di ogni comunità e Ispettoria, ma anche, una ristrutturazione nella Regione, perché non possiamo permettere che la routine o la pesantezza dell’organizzazione freni la vitalità del carisma o impoverisca il servizio ai giovani. La Regione ha capito l’urgenza del tema e ha già incominciato a fare dei primi passi. La Francia ha realizzato l’unificazione delle due Ispettorie, e il Belgio, il Portogallo e la Spagna hanno avviato la riflessione in vista di una nuova ristrutturazione. Se parliamo di ristrutturazione, è soltanto in vista di un servizio più agile e migliore alla missione e di un’impostazione più significativa del carisma. Sia all’interno di ogni Ispettoria, sia a livello della Regione, occorre entrare nella dinamica della sinergia e puntare su un raggruppamento delle forze, dove siano comunitariamente più significative e pastoralmente e vocazionalmente più feconde, pensando che in questo momento l’obiettivo prioritario per la Regione è quello di promuovere un’animazione vocazionale specifica che sia espressione della fecondità della vita della comunità e della missione. Ci sono dei rischi: non essere capaci di superare l’inerzia che ci viene imposta dalla gestione delle grosse strutture e non avere il coraggio di fare delle scelte audaci e con chiara identità carismatica. Se la superficialità spirituale è il grosso pericolo che può privare di senso la vita religiosa in Occidente, il “genericismo” è il primo nemico della missione. Mi sembra che le parole più importanti della Congregazione a favore della gioventù europea non sono state ancora pronunciate. La missione salesiana in questo nostro mondo secolarizzato è così importante e grande che anche pedagogicamente è necessaria una crisi per prepararci adeguatamente ad un compito così straordinario e accattivante. Otri nuovi per vino nuovo. Così mi esprimevo nel discorso di chiusura del CG25. Non rimaniamo ancorati al passato. A una cultura, povertà e necessità nuove, dobbiamo dare risposte nuove come fece Don Bosco, che creò le sue risposte per venire incontro ai bisogni dei giovani. Infatti, non sono le strutture che faranno un’opera salesiana, ma gli educatori carismaticamente identificati, i destinatari preferenziali e i programmi di educazione e di evangelizzazione che mettiamo a loro disposizione. E, senza dubbio, la prima cosa che dobbiamo mettere a disposizione dei giovani è il nostro cuore ben unificato dalla carità pastorale e dalla passione educativa di Don Bosco. * * * Cari confratelli, la Regione vive un momento sfidante ed entusiasmante: un crocevia, un profondo esodo culturale, un “kairós”. E non ci sono strategie speciali per ottenere i risultati desiderati. Qui valgono soltanto la coerenza nella vita personale, la testimonianza comunitaria e l’audacia evangelizzatrice nella missione. Dopo questa presentazione della Regione Europa Ovest, nel corso della quale ho avuto anche un ricordo riconoscente e lieto di tutti e ciascuno dei confratelli che hanno scritto o continuano a scrivere pagine d’oro in questi paesi dell’Europa, concludo ringraziando il mio Dio, che porta avanti il suo meraviglioso disegno di salvezza dei giovani attraverso di noi. Maria Ausiliatrice, la Madonna di Don Bosco, la cui devozione è stata tanto ben diffusa e accolta in questa Regione, particolarmente nella Spagna, come forse in nessuna altra parte della Congregazione, continui a benedire le nostre comunità e accompagnare il nostro lavoro apostolico. A Lei affido tutti e ciascuno di voi. Don Pascual Chávez V. Rettor Maggiore [1] FRANCIS DESRAMAUT. “Don Bosco en son temps”, 943 [2] Epistolario IV, lett. 2225, 24-11-1875. [3] MORAND WIRTH. “Da Don Bosco ai nostri giorni” p. 175, nota 14 [4] A. MARTIN GONZALEZ. “Los salesianos de Utrera en España , 87 [5] A. MARTIN GONZALEZ. “Los salesianos de Utrera en España, 100. [6] Ibidem, 165. [7] Ibidem, 103. [8] Nel 1877 Mons. Lacerda scrisse a Don Bosco auspicando una presenza dei suoi figli in Portogallo (Annali II, 345). Nel 1880 si registra una nutrita corrispondenza con Don Bosco dal Portogallo (ivi). Nel 1881 Don Bosco invia Don Cagliero da Utrera a Oporto per una visita conoscitiva (Annali I, 453. 612). [9] cfr. AMADOR ANJOS: “Centenário da obra salesiana en Portugal”, 27 [10] cfr. AMADOR ANJOS: “Centenário da obra salesiana en Portugal”, 27. 28 [11] Cfr. MB. XVIII, p. 437. [12] Cfr. MB. XVIII, p. 438. [13] Cfr. MB. XVIII, p. 439. [14] Ibidem. [15] MORAND WIRTH . “Da Don Bosco ai nostri giorni”, 275 – Citato : Annali III, 135 [16] MORAND WIRTH . “Da Don Bosco ai nostri giorni”, 283 [17] MORAND WIRTH . “Da Don Bosco ai nostri giorni” , 282 [18] “Don Bosco, cien años en España...”, 40 [19] J.M.ESPINOSA. “Cara e Cruz de Don Pedro Ricaldone”, 103 [20] GIOVANNI PAOLO II al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 2004 (OR, 12-13 gennaio 2004, pp. 6-7). [21] OUEST-FRANCE, 26 novembre 1999. [22] PHILIPPE BAUD. Livre collectif. [23] BRUNO CHENU, La Croix, 20 octobre 2000. [24] CHARLES DELHEZ, Sur le catholiques en Belgique. 1998. [25] HERVIEU-LEGER (Bayar). 2003. [26] LLUIS OVIEDO TORRÓ. “La religiosidad de los jóvenes”. Razón y fe. Giugno 2004, p. 447 [27] LLUIS OVIEDO TORRÓ.” La religiosidad de los jóvenes”. Razón y fe. Giugno 2004, p. 449 [28] GONZALEZ ANLEO: Una iglesia irrelevante para le juventud actual?, Sal Terrae. Settembre 1999, p. 310. [29] LLUIS OVIEDO TORRÓ “La religiosidad de los jóvenes”. Razón y Fe. Giugno 2004, p. 449. [30] Cfr. RAMÓN ALBERDI. “Don Bosco : cien años en España”, p. 114 [31] Conclusioni - Significatività 1-1. Visita d’insieme Europa Ovest. Santiago de Compostela 1999. [32] Ibidem, Significatività 1-2. {F 378chavez.txt}PRESENTAZIONE Cari Confratelli, stiamo cominciando un nuovo sessennio, che coincide con i primi anni del terzo millennio. Lo facciamo, convinti che il Capitolo Generale XXV è stato una grazia del Signore, e motivati dal suo invito ad addentrarci nel vasto oceano della realtà di questo mondo. L’invito a “prendere il largo” è un programma di azione, non un semplice ‘slogan’ privo di contenuto. Così lo intese lo stesso don Vecchi, lasciandocelo come testamento spirituale nell’ultima sua Strenna. Non è tempo di nostalgia o di ricordi. È, invece, tempo di speranza e di futuro, tempo che chiama ad affrontare con audacia le sfide dell’educazione e dell’evangelizzazione dei giovani. Non ignoriamo i pericoli che racchiude il mare aperto, ma ci anima in questa avventura la parola del Signore. Che ci chiama a “gettare le reti” là dove la pesca può essere più feconda. Avendo, poi, la Parola come viatico nel cammino, ci disponiamo a guardare avanti ed a prendere il largo, con un rinnovato entusiasmo spirituale ed apostolico. 1. Gli Atti del Capitolo Generale 25º Vi presento qui gli “Atti” del Capitolo Generale 25º. Essi ci offrono un materiale prezioso per il rinnovamento della nostra vita e della nostra azione educativa-pastorale. Comprendono, nella prima parte, l’introduzione, i cinque moduli operativi e la conclusione di quello che è stato il tema principale del Capitolo e, nella seconda parte, la verifica delle strutture di animazione e del governo centrale. Ad essa seguono le deliberazioni e gli orientamenti che si riferiscono alle Costituzioni e Regolamenti e al Governo della Congre- 14 gazione, con la interpretazione pratica dei testi della nostra Regola di vita. Troverete, inoltre, i Messaggi inviati dai capitolari ai Confratelli sulla vocazione del salesiano coadiutore, alla Famiglia Salesiana, ai Giovani, insieme ad un appello per salvare i ragazzi e i giovani del mondo. A mo’ di Allegati, si aggiungono i discorsi ed i messaggi di saluto, alcuni dei quali sono particolarmente ricchi di significato, come quelli del Santo Padre all’inizio del Capitolo e durante l’udienza, quello di S. Em.za il cardinale Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, il discorso iniziale del Vicario del Rettor Maggiore, la prima “Buona notte” del Rettor Maggiore e il discorso finale. Si tratta di un insieme di documenti che raccolgono il frutto della riflessione dei Capitoli ispettoriali e del Capitolo Generale XXV. 2. Il testo capitolare L’Assemblea capitolare ha assunto decisamente il compito tracciato dal Rettor Maggiore nella lettera di convocazione del CG25, nella quale invitava non tanto a ripetere la dottrina già conosciuta sulla comunità, quanto piuttosto a «trovare vie efficaci per rimotivare le comunità a manifestare con semplicità e chiarezza l’identità religiosa nelle nuove situazioni; determinare le condizioni o criteri essenziali che permettano, anzi stimolino a vivere in modo gioioso, umanamente significativo, la nostra professata fraternità al seguito di Cristo» 1. Seguendo le indicazioni della Presidenza e del Regolatore, il lavoro delle commissioni e dell’assemblea si è andato orientando, con sempre maggior chiarezza, alla elaborazione non tanto di un documento organico, articolato, quanto di schede di lavoro indipendenti, alla stregua di moduli operativi. In tal modo, già il genere letterario 1 VECCHI JUAN E., Verso il Capitolo Generale 25º, ACG 372, pag. 14 del “testo capitolare” è una chiave di lettura per intendere la maniera con cui deve essere recepito: come un testo chiaramente operativo. Questo non significa che il testo sia stato privato di ogni fondamento teologico. Esso appare, di fatto, fortemente concentrato all’inizio di ciascuna delle schede, mentre queste, in massima parte, si concentrano sulle sfide e sugli orientamenti operativi. Mi sembra opportuno, in questo momento, sottolineare alcuni aspetti che possono aiutare la lettura, l’assimilazione e l’applicazione del testo capitolare. 2.1 A differenza del CG23 e del CG24, che avevano parlato della comunità locale come centro di animazione e come luogo strategico di educazione alla fede dei giovani e di coinvolgimento e formazione dei laici, il Capitolo Generale 25º ha voluto mettere la comunità con tutte le sue caratteristiche e dinamiche al centro della riflessione. Di fatto, il modello di comunità che emerge dal CG25 è quello che fa riferimento alla nostra consacrazione apostolica, così come è espressa nell’articolo 3 delle Costituzioni. Si tratta di una comunità chiamata a realizzare, attraverso la grazia di unità, la sintesi vitale tra la vita fraterna, la sequela radicale di Cristo, la dedizione alla missione giovanile. Pertanto, la comunità è – a pieno titolo – il soggetto di questo Capitolo. Non solo per essere il tema dello stesso, ma anche per esserne agente e protagonista primario. Ogni comunità, perciò, è invitata ad accogliere questo testo capitolare come un tesoro prezioso da far fruttificare. 2.2 Lo schema di ogni modulo operativo è identico. Si apre con un testo degli Atti degli Apostoli, che vuol essere una vera fonte di ispirazione affinché ogni comunità riproduca l’esperienza della comunità di Gerusalemme nell’accogliere lo Spirito Santo come guida della propria vita. Si dovrebbe evitare, conseguentemente, di considerare queste citazioni della Scrittura come una semplice ciliegia sopra la torta. Al contrario, si dovrebbe cominciare a realizzare, proprio da qui, la “lectio divina”, in modo da imparare a partire sempre dalla Parola. Il che comporta lo sforzo di fare davvero nostre le attitudini della Vergine davanti ed essa: ascoltarla, obbedire ad essa, farci suoi discepoli, diventare credenti. È la stessa Parola che, con questa dinamica, invita la comunità a leggere la storia sociale ed ecclesiale e ad accogliere in essa la chiamata di Dio e della nostra Regola di vita, le attese dei giovani, le necessità dei laici e della Famiglia Salesiana. Quindi, la comunità è condotta a fare una verifica della propria situazione, scoprendo le sue risorse e le sue debolezze, le sue disponibilità e le resistenze, le sue possibilità e i suoi limiti. Si tratta qui, di fatto, di una revisione della vita comunitaria. In tal modo, la comunità impara a scoprire le sfide fondamentali e ad affrontarle con coraggio e con speranza. Impara pure a porsi le necessarie domande ed a cercare le risposte adeguate. È questo l’obiettivo degli orientamenti operativi. 2.3 Per quanto si riferisce ai contenuti fondamentali, questi si riferiscono alla vita fraterna, alla testimonianza evangelica e alla presenza animatrice tra i giovani. La vita fraterna della comunità si propone di favorire i processi di crescita umana e vocazionale dei confratelli, promuovere relazioni interpersonali profonde, rafforzare il senso di appartenenza e lo spirito di famiglia, e aiutare alla costruzione di una visione comunitaria più condivisa. Per questo possono essere utili il progetto personale di vita, la pratica del discernimento comunitario, la valorizzazione dei momenti di incontro, il progetto della comunità salesiana. La testimonianza evangelica ci chiede di manifestare visibilmente il primato di Dio nella vita di comunità, vivere la “grazia di unità” nelle espressioni comunitarie, rendere radicale, profetica e attraente la sequela di Cristo, condividere le motivazioni vocazionali e l’esperienza di Dio. La centralità della Parola di Dio, favorita dalla pratica della “lectio divina”, la qualità della preghiera comunitaria, l’Eucaristia quotidiana aiuteranno ad approfondire l’esperienza spirituale e la manifestazione della centralità di Dio nella nostra vita. Allo stesso modo, la sequela di Cristo, vissuta attraverso la totale disponibilità ad un’obbedienza gioiosa, mediante la concretezza di una povertà austera e lo splendore di una castità vigilante e serena renderanno più trasparente la testimonianza della comunità. Dove esiste una comunità salesiana, è presente un’esperienza di fede, si costruisce una rete di relazioni, si offrono molteplici forme di servizio ai giovani. La comunità rende visibile la presenza salesiana tra i giovani, la anima e ne promuove la crescita. È necessario, anzitutto, ritornare ai giovani ed essere non soltanto una comunità per i giovani, ma anche una comunità con i giovani. Per questo la comunità salesiana costruisce una presenza di comunione e di partecipazione, coinvolge i laici e la Famiglia Salesiana, si inserisce nel territorio e nella Chiesa locale. Si trasforma così in una presenza che “educa ed evangelizza”, creando ambienti di forte carica spirituale, prendendo coscienza delle situazioni di povertà dei giovani e reagendo di fronte ad esse con mente e cuore pastorali, mettendo in atto progetti e processi di maturazione dei giovani. Infine, la comunità promuove una vera cultura vocazionale, per cui ogni giovane è aiutato a scoprire un progetto di vita, propone esplicitamente la vocazione salesiana a quelli che sono più idonei, invitandoli a fare un’esperienza vocazionale e accompagnando quelli che l’accettano. Per essere una comunità che vive la fraternità, che dà una forte e chiara testimonianza evangelica, che diventa presenza animatrice tra i giovani, essa stessa ha necessità di essere animata, motivata, orientata e accompagnata. L’animazione della comunità passa principalmente attraverso la formazione permanente. La comunità può offrire momenti specifici di rinnovamento spirituale e opportunità per l’aggiornamento educativo e pastorale dei confratelli; ma non c’è dubbio che la prima e più importante fonte di formazione è la qualità della vita quotidiana. Il direttore ha un ruolo fondamentale nell’animazione della comunità, coinvolgendo e corresponsabilizzando tutti i confratelli. La sua attenzione deve primariamente dirigersi all’identità carismatica, alla missione comunitaria e alla fraternità. Da ultimo, il CG25 propone alcune condizioni che rendono possibile ad una comunità salesiana di essere significativa oggi. Si tratta di aiutare ogni comunità ad operare secondo un progetto comunitario, a garantire la consistenza qualitativa e quantitativa della comunità, ad approfondire i rapporti tra comunità e opera, ad attuare il progetto organico ispettoriale. Alcune di queste condizioni si riferiscono al livello locale, ma nella maggior parte esigono la responsabilità e le scelte della comunità ispettoriale. Il primo destinatario del testo capitolare è, evidentemente, la comunità stessa, alla quale si offrono questi cinque itinerari, perché li studi, li approfondisca e li renda operativi. 3. L’avvenimento del Capitolo Generale XXV Evidentemente, il CG25 non si riduce a un documento. Esso è, innanzi tutto, un’esperienza intensa di Congregazione e uno spirito, di cui sono portatori i Capitolari che hanno partecipato a questo grande evento. Essi sono i portavoce migliori di quanto hanno visto e udito! Fra gli elementi che hanno caratterizzato il Capitolo si evidenzia, in primo luogo, l’atmosfera di fraternità, che si è creata fin dal principio e che è stata molto apprezzata da tutti. È stato ammirevole constatare «l’unità della Congregazione nella diversità», come dice l’articolo 146 delle Costituzioni. Questo è stato frutto della volontà espressa dei capitolari di fare della stessa assemblea capitolare un’esperienza di comunità. Un secondo elemento è stata la presa di coscienza crescente della mondialità della Congregazione, che si manifesta nella sua diversità culturale. Le “buone notti” degli Ispettori, le celebrazioni animate dalle differenti Regioni, gli interventi in Aula sono una prova che il carisma di Don Bosco, nostro Fondatore e Padre, si è andato inculturando nei contesti più diversi e che gli stessi Capitoli Generali hanno aiutato a realizzare una sintesi feconda tra unità e diversità. Il terzo elemento straordinario è stata la Beatificazione – nella Piazza di San Pietro – di tre membri della Famiglia Salesiana, il Coadiutore Artemide Zatti, Suor María Romero e Don Luigi Variara, che ha messo in risalto una volta di più che la vocazione salesiana è realmente «una via che conduce all’Amore» (Cost.196), alla santità, e che questa deve esser la nostra maniera naturale di vivere, il miglior regalo che possiamo fare ai giovani (cf. Cost. 25), la nostra più significativa proposta educativa. In modo speciale, la Beatificazione del primo Coadiutore salesiano non martire ha risvegliato nel Capitolo il desiderio di rilanciare questa vocazione, tanto fondamentale per Don Bosco. Il quarto elemento significativo è stata la presenza del Santo Padre, attraverso il suo Messaggio iniziale e l’Udienza che ci ha concessa, nella quale ci ha invitati a prendere la santità come nostro compito primario. Un quinto elemento interessante è stata la copertura informativa data attraverso ANS, con la collaborazione dell’équipe video delle Missioni Don Bosco di Torino, a tutto l’evento capitolare, che ha permesso la comunicazione immediata alla Famiglia Salesiana e a tutti gli Amici di Don Bosco di quanto avveniva nella sede del Capitolo. Infine, va sottolineata la presenza del nostro confratello Mons. Alois Kothgasser, che ha animato gli Esercizi spirituali, assumendo come tema la Strenna del Rettor Maggiore per l’anno 2002 – “Duc in altum!” –, come pure dei nostri confratelli Cardinali e Vescovi che ci hanno visitato durante il Capitolo, evidenziando il carattere ecclesiale della nostra vocazione e missione. Auguro che lo spirito del CG25 si diffonda in tutte le comunità della Congregazione e ci aiuti a rispondere con generosità alla volontà del Signore, che si è espressa attraverso questo evento pentecostale. 4. L’impegno del sessennio Come dicevo nel discorso di chiusura, dopo i momenti della preparazione e della realizzazione del Capitolo Generale 25º, è arrivato il tempo di passare dalla riflessione alla vita. Questa presentazione ha precisamente lo scopo di consegnare alla Congregazione il testo capitolare, con l’invito a ciascun confratello e ad ogni comunità di studiarlo e di metterlo in pratica. Facciamo della comunità un progetto personale di vita. Crediamo in essa e costruiamola! È un compito di tutti, giovani e anziani, sani e ammalati. Mettiamo da parte stanchezze e disillusioni, come fecero gli Apostoli che avevano faticato tutta la notte senza pescar nulla. Il futuro della nostra vitalità si gioca sulla nostra capacità di creare comunità carismaticamente significative oggi. La condizione di fondo è il rinnovato impegno della santità. Sulla Parola del Signore gettiamo le reti, fiduciosi che il Signore darà fecondità ai nostri sforzi! Chiediamo a Maria Ausiliatrice, la Stella Maris, alla quale ho affidato la Congregazione fin dall’inizio del mio Rettorato, che ci aiuti a vincere le nostre paure, che ci animi a “prendere il largo”, e ci accompagni ad avventurarci nell’oceano immenso di questo mondo, con l’entusiasmo e lo zelo di Don Bosco, contemplando Cristo e cercando la salvezza dei giovani. Roma, 24 maggio 2002 Festa di Maria Ausiliatrice Rettor Maggiore {F 379chavez.txt} «CARI SALESIANI, SIATE SANTI!» Roma, 14 agosto 2002 Vigilia dell’Assunzione della B. Vergine Maria Carissimi Confratelli, sono trascorsi quattro mesi dalla chiusura del CG25, che è stato una forte esperienza spirituale salesiana. Avete nelle vostre mani i Documenti Capitolari “La Comunità Salesiana Oggi”, che – a dire dei confratelli che scrivono – sono stati ben accolti dalle Ispettorie e sono oggetto di studio e di assimilazione, in vista del rinnovamento delle nostre comunità. Ora mi metto in contatto con voi attraverso questa mia prima lettera circolare. Scrivere lettere è stata la forma apostolica adoperata da San Paolo, per superare la distanza geografica e l’impossibilità di essere presente in mezzo alle sue comunità, per dare accompagnamento alla loro vita. Con le dovute differenze, anche le lettere del Rettor Maggiore intendono creare vicinanza con le Ispettorie attraverso la comunicazione, condividendo quanto accade nella Congregazione ed illuminando la vita e la prassi educativo-pastorale delle comunità. Vi scrivo nella vigilia dell’Assunzione di Maria e a due giorni dalla data che ricorda la nascita del nostro caro padre Don Bosco. Non vi nascondo che mi piacerebbe tanto esservi vicino e condividere i vostri lavori attuali e i vostri migliori sogni; in modo particolare, sento nel profondo del cuore il desiderio di pregare per ognuno di voi. Il Signore vi riempia del suo Dono per eccellenza, lo Spirito Santo, perché vi rinnovi e vi santifichi ad immagine del nostro Fondatore, che ci è stato dato come modello (cf. Cost. 21). Maria, l’esperta dello Spirito, vi insegni ad accoglierLo e a lasciarGli spazio, perché vi renda fecondi nella missione apostolica e credenti felici in Cristo, Parola del Padre. Proprio di santità vi voglio parlare oggi, in continuità con alcuni dei miei interventi di fine Capitolo, specialmente dopo l’udienza col Santo Padre e la beatificazione del Sig. Artemide Zatti, di Suor Maria Romero e di Don Luigi Variara. L’obiettivo non è tanto quello di riscrivere un piccolo trattato sulla santità, quanto piuttosto di presentarvela come dono di Dio e urgenza apostolica, offrirvi qualche motivazione che vi impegni nella sua pratica e accennare alla metodologia che ve la faciliti. Un insieme di felici coincidenze L’essere stato eletto in un Capitolo Generale che ha avuto come tema la comunità salesiana, luogo della nostra quotidiana santificazione, e che si è chiuso “col dono della beatificazione di tre membri della Famiglia Salesiana” – un salesiano prete, un salesiano coadiutore ed una figlia di Maria Ausiliatrice – mi impone il tema della santità o, come ho detto nel discorso di chiusura del CG 25, del primato di Dio: «Dio deve essere la nostra prima ‘occupazione’» . Il Santo Padre, con l’appello fatto nel suo discorso ai capitolari, ha confermato con la sua suprema autorità l’obiettivo della santità. Già nel messaggio inviato all’apertura del Capitolo, ci aveva ricordato che “tendere alla santità” è «la principale risposta alle sfide del mondo contemporaneo», e che «si tratta, in definitiva, non tanto di intraprendere nuove attività e iniziative, quanto piuttosto di vivere e testimoniare il Vangelo, senza compromessi, sì da stimolare alla santità i giovani» . All’udienza, poi, ha voluto riassumere tutto il suo messaggio nel forte invito: «Cari Salesiani, siate santi! È la santità – voi ben lo sapete – il vostro compito essenziale» . È un insieme di coincidenze, che mi piace leggere non come casuali – per un cristiano nulla è casuale – ma come iscritte nel piano di Dio, e quindi da interpretare con spirito di fede: perché non fare diventare, dunque, la santità programma di vita e di governo? Questo era, appunto, il mio proposito quando nel discorso finale del Capitolo dissi che «la santità è anche la consegna di questo Capitolo che si conclude con il dono di tre nuovi beati» . Un’alba del mio servizio illuminata da una tale luce è per me un invito più eloquente di qualsiasi augurio verbale. Ricorda la meta per eccellenza. È un messaggio certamente esigente, perché addita “la meta più alta” in senso assoluto, ma che apre alla speranza e all’ottimismo, indicandoci tanti nostri fratelli e sorelle che hanno raggiunto il colle delle Beatitudini. Riferendoci a loro, nostri consanguinei nello spirito, possiamo dire, parafrasando la liturgia: “Non guardare, o Padre, ai nostri peccati, ma alla santità della nostra famiglia”. È per queste circostanze, tutte significativamente convergenti, che ho pensato di dedicare la mia prima lettera ad un tale tema. 1. La santità, permanente patrimonio di famiglia Non renderemo mai abbastanza grazie a Dio per il dono dei Santi nella nostra Famiglia carismatica. La nostra – ci scriveva il Papa – «è una storia ricca di santi, molti dei quali giovani» . E, nell’udienza, nuovamente ci ha parlato di «numerosi Santi e Beati che costituiscono la schiera celeste dei vostri protettori» . Ciò sta a dimostrare che il carisma salesiano non solo è capace di indicare il cammino di santità, ma anche, se vissuto, di raggiungerne il traguardo, come di fatto si è già realizzato in non pochi nostri fratelli e sorelle. I miei predecessori hanno amato indugiare più volte davanti ad un tale panorama . Desidero anch’io contemplare questo nostro «non piccolo drappello di Santi e Beati salesiani» , e farvi partecipi di quanto, ricordandoli, mi sta più a cuore. 1.1. Sulla scia di Don Bosco I nostri Santi sono certamente “i testimoni” più qualificati della nostra spiritualità perché l’hanno vissuta e l’hanno vissuta eroicamente. In me suscita particolare interesse il fatto che in ciascuno di essi si incarni un aspetto specifico del nostro carisma. Accentuandolo, essi lo hanno reso più visibile, più luminoso, più esplicito. Se ne sono impadroniti e lo hanno approfondito, sino al punto che si potrebbero definire altrettanti “approfondimenti monografici” del Fondatore. Un gruppo di loro ha dato persino origine a nuove Congregazioni religiose nella Chiesa, quasi rami sorti sullo stesso tronco. Hanno così esplicitato delle potenzialità latenti, ma insite nel seme originario. Ognuno di essi, dunque, spicca per un messaggio particolare. Dall’insieme si può ricavare la visione più autentica e più completa della nostra esperienza spirituale. Sono note diverse che contribuiscono a formare un’unica armonia. Note le più varie: da quelle più conosciute a quelle meno sottolineate, pronunziate quasi in sordina; da quelle, diremmo, più scontate a quelle ritenute più insolite, quasi fossero estranee alla nostra spiritualità. Queste diverse riedizioni di Don Bosco, riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, hanno tutte diritto di cittadinanza in mezzo a noi. Lo ripropongono vivo alla nostra attenzione e alla nostra custodia. E noi, suoi figli, eredi di così ricco patrimonio, godiamo nel cogliere in loro questo o quel dato, che riconosciamo subito come uno dei tratti fisionomici del nostro Padre. Vorrei elencare, a mo’ di esempio, alcuni di questi tratti del modo originale di riprodurre la comune eredità di famiglia, la santità salesiana: – Una spiritualità che sa fare sintesi tra lavoro e temperanza. E la mente va a D. Rua, modello di rara abnegazione, il cui elogio migliore è stato fatto da Paolo VI: «Se davvero Don Rua si qualifica come il primo continuatore dell’esempio e dell’opera di Don Bosco, ci piacerà ripensarlo sempre e venerarlo in questo aspetto ascetico di umiltà e di dipendenza» . – Una spiritualità che nasce dalla carità pastorale, che riesce a farsi amare e manifesta la paternità di Dio . E il ricordo si orienta a D. Rinaldi: «Chi lo avvicinava – leggiamo negli atti del Processo – sentiva di avvicinare un papà» . – Una spiritualità che si esprime attraverso l’umiltà operosa e che si fa «segno inequivocabile della logica di Dio, che si contrappone a quella del mondo» . Questo è stato l’esempio luminoso di Maria Domenica Mazzarello. – Una spiritualità del quotidiano e del lavoro . In questo panorama si nota l’identità laicale, sia quella consacrata che quella non consacrata. Quanto al primo gruppo possiamo pensare subito alle due figure di “buon Samaritano”, Simone Srugi e Artemide Zatti. Per l’identità laicale non consacrata il nostro pensiero va alla prima di tutte le Cooperatrici – Mamma Margherita – la cui figura suscita sempre maggiore simpatia, che fiorisce in devozione e in grazie. – Una spiritualità che armonizza contemplazione e azione . E ci sembra di vedere il ritratto della recente beatificata Suor Maria Romero Meneses, animatrice di 36 Oratori e di una serie di istituzioni pastorali che nascevano con inattesa tempestività e diventavano tradizioni. Oppure Attilio Giordani, splendido modello di Cooperatore Salesiano, vulcano di iniziative tra i suoi oratoriani. – Una spiritualità delle relazioni e dello spirito di famiglia, che lo riveste tutto di gioia . E noi pensiamo ad un Don Cimatti: «Al suo apparire – afferma incisivamente un teste – sorridevano anche le mura». – Una spiritualità dell’equilibrio. E il nostro pensiero va a Don Quadrio, irresistibile calamita dei suoi chierici, meraviglioso intreccio di doni di natura e di grazia. – Una spiritualità che assume la dimensione oblativa. Basta leggere le biografie di D. Beltrami, D. Czartoryski, D. Variara per vedere come essi hanno fatto della sofferenza la via regia della loro santificazione, ricavandone anche – come nel caso di Variara – un nuovo carisma congregazionale. Guardando a Don Bosco sofferente, essi sono giunti a “desiderare” la croce e a raccoglierne gaudio interiore. – Non possiamo, infine, non sottolineare il gruppo ormai tanto numeroso dei nostri martiri – confratelli, consorelle, e giovani! – le cui Beatificazioni hanno segnato la fine e l’inizio dei due secoli. Fiera di aver più di cento anni, la Famiglia Salesiana è felice di aver più di cento martiri (oggi sono 111) , e se ne sente responsabile: il martirio, l’effusione cruenta del sangue come anche il dono della propria vita nel sacrificio quotidiano, è connaturale allo spirito salesiano. Capiremo il messaggio di questo dono? Ne assumeremo le conseguenze? Nell’omelia tenuta la domenica 11 marzo 2001, quando ha beatificato 233 martiri spagnoli, 32 dei quali salesiani, il Santo Padre ha detto: «All’inizio del terzo millennio, la Chiesa che peregrina in Spagna è chiamata a vivere una nuova primavera di cristianesimo» . Perché non contare anche noi sull’aiuto ineguagliabile dei nostri martiri «per riempire di speranza le nostre iniziative apostoliche e gli sforzi pastorali nel compito, non sempre facile, della nuova evangelizzazione?» Anche per noi, salesiani, deve essere vero: Sanguis martyrum, semen christianorum. Il sangue dei martiri è semente dei nuovi cristiani! Non scoraggiamoci dunque dinanzi alle difficoltà: affrontiamo il futuro in buona compagnia! Sono questi i petali del fiore della nostra santità la quale – grazie a loro – si presenta stimolante e convincente nella policromia delle età, delle forme di vita e di servizio, dei tempi, dei messaggi, delle etnie, delle culture. «Sotto tale diversità di origine, stati di vita, ruolo e livello di istruzione, provenienza geografica c’è un’unica ispirazione: la spiritualità salesiana. Questa si può proporre in forma dottrinale; ma si può anche raccontare con vantaggio attraverso le biografie, che avvicinano molto di più i suoi tratti alle circostanze quotidiane dell’esistenza» . 1.2. La nostra santificazione, dono e sfida I fratelli e le sorelle, che abbiamo ricordato, rappresentano la santità già realizzata e ormai fissata per sempre nel grado di crescita raggiunto. La nostra santità, invece, è ancora in divenire. Essi hanno percorso un cammino, sono arrivati alla meta. Conoscendo la loro vita e percorrendo la loro strada, anche noi impariamo come rispondere alla grazia di Dio e al dono della santità. Ognuno di loro è un esempio dei diversi percorsi di vita salesiana, e del loro sicuro successo. Io mi domando se – e quanto – essi influiscono sul nostro terreno pellegrinare. I fratelli e le sorelle, che l’hanno raggiunta, ci assicurano che la santità è possibile; ma soprattutto ci mostrano vie differenti, e allo stesso tempo affascinanti, per conquistarla. Non troveremo noi la più adatta alle nostre possibilità, la più consona alla nostra situazione personale, la più congrua col nostro stato di vita? Mi auguro che si compia quanto afferma la nostra Regola di Vita: «I confratelli che hanno vissuto o vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino di santificazione» . Dalla vita dei nostri Santi impariamo tre importanti verità, che dobbiamo far nostre: – La nostra santificazione è “il compito essenziale” della nostra vita, secondo l’espressione del Papa. Raggiunto questo, tutto è raggiunto; fallito questo, tutto è perduto, come si afferma della carità (cf. 1 Cor 13, 1-8), essenza stessa della santità. Contro la tendenza alla mediocrità spirituale, abbiamo bisogno di ribadire ogni giorno la priorità di questa meta: la nostra santificazione, che altro non è che quella “misura alta della vita cristiana ordinaria” indicata da Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte . «Dio dev’essere la nostra prima occupazione – ricordavo ai Capitolari in partenza. – È lui che ci invia e ci affida i giovani… Dio ci aspetta nei giovani per darci la grazia di un incontro con Lui» . Se la nostra vita è illuminata da questo anelito, essa ha tutto, nonostante le sue carenze; ma se questa spinta si attenua, il nostro cammino diventa incolore, e inutile la fatica nel percorrerlo, nonostante l’apparenza di una certa efficienza. – La santificazione è dono di Dio. L’iniziativa è stata e resta sempre di Dio: la certezza di poter cambiare la nostra vita si radica nella certezza di essere già stati oggettivamente trasformati in Lui, per cui la santità è – per usare le parole del Card. Suenens – «un’assunzione prima di essere un’ascensione» . «C'è una tentazione, che da sempre insidia ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare. Certo, Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di operatività. Ma guai a dimenticare che “senza Cristo non possiamo far nulla” (cf. Gv 15,5)» . Nella santità ricercata splende, indiscusso, il primato di Dio: la santità non è mai un progetto personale, che va programmato ed eseguito secondo tempi, metodologie ed opzioni da noi fissati; più che un generico desiderio di Dio, è la sua volontà espressa su ciascuno di noi (1 Ts 4,3); pura grazia, dono sempre, non possiamo conquistarla da soli, ma nemmeno possiamo rifiutarla senza serie conseguenze. Dio ci ha creati buoni, anzi molto buoni (cf. Gn 1,26-31), e ci ha pensati santi “prima della creazione del mondo” (Ef 1,4); resta, però, la nostra parte: possiamo aiutare Dio a completare in noi la sua opera creatrice se lo lasciamo realizzare il suo disegno meraviglioso, il più originario, su di noi. Non ci chiede di più; ma non si aspetta di meno. – La santità, per noi salesiani, si costruisce nella risposta quotidiana, come espressione e frutto della mistica e dell’ascesi del “da mihi animas cetera tolle”. Data per sicura la parte di Dio, sorgente di ogni santità, è la nostra risposta che va quotidianamente stimolata perché, come dice il nostro S. Francesco di Sales: «Per abbondante che sia la sorgente, le sue acque entrano in un giardino non secondo la loro quantità, ma soltanto secondo la portata, grande o piccola, del canale per il quale vi sono condotte» . Di qui l’indispensabile ricorso alla mortificazione, ossia alla morte di tutto ciò che chiude il nostro essere al dono; tutto quanto in noi mette Dio al secondo posto, non merita cura né attenzione. La nostra è una esistenza pasquale; il cammino verso la Pasqua – ben lo sappiamo – passa necessariamente per il Calvario (cf. Mt 16,21-23): fu risuscitato chi era stato prima crocifisso. Per il cristiano, dunque, la mortificazione non è l’obiettivo, ma il mezzo; non è meta, ma via; non bisogna cercarla, ma non è possibile evitarla. I nostri Santi sono una testimonianza vivente di tale anelito alla santità e di tale cammino verso la vita e la risurrezione. Mi vengono in mente, a questo proposito, alcune espressioni della beata Maria Romero: «Toglimi, o Signore, tutto ciò che fin qui mi hai dato e non ridarmi mai più nulla in avvenire, però concedimi la grazia di vivere ogni giorno più intimamente unita a te, in un atto ininterrotto di amore, di abbandono, di fiducia e senza perdere mai un solo istante la tua presenza». «Amarti, farti amare e vederti amato, mio Dio adorato, è l’unica mia brama, lusinga, ambizione, preoccupazione e ossessione». 2. Noi educatori alla santità Giacché, come salesiani, non possiamo mai disgiungere la nostra identità di religiosi da quella di educatori, né la nostra consacrazione religiosa dalla missione apostolica, il discorso sulla nostra santificazione implica necessariamente la proposta di santità per i nostri giovani. Anche per noi «il cammino pastorale è quello della santità» . Il Papa ha voluto ricordarci che «la nostra santità costituisce la migliore garanzia di un’efficace evangelizzazione, perché in essa sta la testimonianza più importante da offrire ai giovani destinatari delle nostre varie attività» . Le parole del Santo Padre sembrano una parafrasi di quanto affermano le nostre Costituzioni nell’articolo già citato prima: «La testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» . Santificarci, dunque, anche in vista della santificazione dei nostri giovani, crescere nello Spirito anche in vista della loro crescita, diventando sempre più e sempre meglio educatori di santi, capaci di porre la santità quale meta esplicita dei nostri programmi educativi pastorali, è un nostro impegnativo compito. Il Santo Padre ha voluto porsi un simile interrogativo: «Si può programmare la santità?». Ed ha risposto: «Non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità» . Parole che dovrebbero apparire particolarmente suggestive al nostro cuore di educatori. «Educatori attenti e accompagnatori spirituali competenti quali voi siete – ci diceva ancora il Papa – saprete andare incontro ai giovani che anelano a vedere Gesù. Saprete condurli con dolce fermezza verso traguardi impegnativi di fedeltà cristiana» . «Salesiani del terzo millennio! Siate appassionati maestri e guide, santi e formatori di santi, come lo fu san Giovanni Bosco» . All’interno di un tale programma, la prima convinzione da veicolare è che la santità è accessibile a tutti ed è “la via migliore di tutte” da percorrere. Infatti, per Paolo l’amore-agape è anzitutto l’elemento indispensabile per la costruzione della Chiesa, e la sua superiorità scaturisce dal fatto che non avrà mai fine e che ci rende simili a Dio che è Amore. 2.1. La santità, proposta dell’educazione salesiana Tutti siamo chiamati alla santità. È la vocazione di ogni vita umana – come tutti sappiamo – che nel Battesimo viene resa idonea a tale obiettivo. «Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» . Paolo VI ebbe a dire che la proclamazione della vocazione di tutti i battezzati alla santità «è l’elemento più caratteristico dell’intero magistero conciliare e, per così dire, il suo fine ultimo» . Giovanni Paolo II, a sua volta, ha potuto dire a tutta la Chiesa nella Novo Millennio Ineunte: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria» . È un testo che riecheggia l’esortazione di San Paolo agli Efesini e che il CG23 aveva assunto come orientamento, parlando del traguardo della educazione dei giovani alla fede: «Far crescere i giovani in pienezza secondo la misura di Cristo, uomo perfetto è la meta del lavoro del salesiano» . Questo, che a volte ci può sembrare ancora qualcosa di straordinario, o non adeguato per il nostro tempo, o non adatto a tutti, è invece molto apprezzato da chi prende la propria vita sul serio. Ecco una testimonianza, che può essere condivisa da tanti confratelli e laici impegnati seriamente nella loro maturità cristiana: «Ho superato un’importante tappa spirituale: sono riuscito a considerare la santità non come un lusso, ma come la sola possibilità della nostra vita terrena» . La nostra proposta educativo-pastorale offre un cammino di spiritualità: «Il cammino di educazione alla fede rivela progressivamente ai giovani un progetto originale di vita cristiana e li aiuta a prenderne consapevolezza. Il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo, e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici: vive una spiritualità» . Una tale proposta esigente risveglia nei giovani risorse insospettabili. Non è la mediocrità l’attrattiva e il desiderio del cuore umano, ma la “qualità alta” della vita. Questa, prima ancora che un imperativo dall’esterno, è un’esigenza interiore della natura umana che, pur ferita dal peccato, risente l’eco dello stato primordiale, precedente alla colpa d’origine. È da questa santità originariamente partecipata che si sprigionano nell’uomo desideri struggenti e incessanti nostalgie. Coloro che con maggior radicalità camminano in questa direzione – i Santi – ci procurano una profonda e misteriosa nostalgia, perché ci rimandano alle radici del nostro essere e ci fanno intuire che tutti siamo fatti per questo cammino eccellente. Seguire tale nostalgia è il segreto della vera grandezza e diventa fonte di energie insospettate. Ciò vale anche e soprattutto per i giovani. È proprio della loro età sentire il fascino dei valori ardui, anche se poi – soprattutto oggi – fanno esperienza della loro fragilità. Tocca a noi, «educatori della gioventù alla santità» , valorizzare e aiutare a sviluppare quell’anelito, insito in tutti loro. Ci è stato «affidato il compito di essere educatori ed evangelizzatori dei giovani del terzo millennio» . Non possiamo tacere ai nostri giovani il fatto che puntare sulla santità soddisfa le loro più profonde aspirazioni e colma il loro desiderio di felicità. Seguiamo l’esempio di Giovanni Paolo II, il quale, a Toronto, pieno di coraggio evangelico ha detto loro: «Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio» . Seguiremo, in tal modo, l’esempio stesso di Don Bosco, che era convinto che i giovani potevano essere santi, e che poche mete sono da proporre loro più affascinanti di quella di diventare santi. «Siate accoglienti e paterni», ci ha esortato ancora Giovanni Paolo II, «in grado in ogni occasione di chiedere ai giovani con la vostra vita (il corsivo è mio): Vuoi diventare santo?» . Don Bosco, educatore riuscito, non ha avuto paura di additare mete alte. Teniamo, dunque, «gli occhi fissi su don Bosco» . Si può affermare che la data di nascita della santità di Domenico Savio sia indicata dalla predica che D. Bosco fece sulla santità accessibile a tutti. Mi permetto di riportare, anche se un po’ lungo, tutto il testo trasmessoci dalle Memorie Biografiche, perché ci fa vedere da una parte la genialità educativa di Don Bosco che sa proporre “una misura alta” anche ai suoi ragazzi, e, dall’altra parte, la quotidianità del modello di santità, che la rende proponibile a tutti. «Don Bosco in una di quelle domeniche faceva una predica sul modo di farsi santi e si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è preparato un grande premio in cielo a chi si fa santo. Queste parole fecero una grande impressione sull’animo di Savio, il quale diceva poi a D. Bosco: – Mi sento un desiderio, un bisogno di farmi santo; io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, voglio assolutamente farmi santo. Don Bosco lo confortò nel suo proposito, gli indicò come Dio volesse da lui per prima cosa una costante e moderata allegria; e consigliandolo ad essere perseverante nell’adempimento de’ suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandò di prendere sempre parte alla ricreazione co’ suoi compagni. Nello stesso tempo gli proibì ogni rigida penitenza e le preghiere troppo prolungate, perché non compatibili colla sua età e sanità, e colle sue occupazioni. Savio obbedì, ma un giorno D. Bosco lo incontrò tutto afflitto, che andava esclamando: – Povero me! Io sono veramente imbrogliato. Il Signore dice che se non fo penitenza, non andrò in paradiso; ed a me è proibito di farne. Quale, adunque sarà il mio paradiso? – La penitenza che il Signore vuole da te, gli disse D. Bosco, è l’ubbidienza. Ubbidisci e a te basta» . 2.2. Un cammino educativo alla luce della spiritualità salesiana Il testo sopra citato evidenzia che la santità è un processo che si sviluppa all’interno di una esperienza spirituale. Questa fa da clima, da strada, da nutrimento. Una spiritualità è un cammino particolare e concreto verso la santità. Noi abbiamo la nostra spiritualità giovanile. Si tratta di una spiritualità che mette i giovani nel centro, che è però per tutti, soprattutto per i più piccoli e bisognosi. Oggi godiamo di una sufficiente visione sistematica di tale spiritualità, grazie agli studi finora compiuti. Basti pensare a quanto detto dal CG23, dal CG24 e da Don Vecchi, che ne ha fatto oggetto di un corso di esercizi spirituali e ne ha parlato anche nei diversi incontri del Movimento Giovanile Salesiano . Penso sia utile richiamarne i tratti essenziali: – Una spiritualità del quotidiano. Mi piace sottolineare lo spazio privilegiato conferito all’umile quotidiano, perché fu questa una nota prediletta da Don Bosco. «Don Bosco per tutta la vita indirizzò i giovani sulla strada della santità semplice, serena e allegra, congiungendo in un’unica esperienza vitale il “cortile”, lo “studio” e un costante senso del dovere» . Egli non ha mai nutrito simpatia per gesti eccezionali, ma ha invece additato ai suoi ragazzi la strada regia del proprio dovere, convinto che, se abbracciato con amore e con gioia, esso contiene tutto il necessario per crescere spiritualmente. Sappiamo bene che tale predilezione gli proveniva da lontano. Rifacendosi a S. Francesco di Sales – ecco un apostolo della chiamata universale alla santità, di qualsiasi categoria e di qualsiasi età –, amava sottolineare la preferenza per ciò che Dio ci dona, più che per ciò che noi scegliamo. Quel “nulla chiedere e nulla rifiutare” ha un contenuto pedagogico e una saggezza teologica davvero preziosi. Quell’insistenza sull’amore, che è come il contenuto rispetto al contenitore (per noi a volte così attenti alle forme a scapito della sostanza), è stata la stessa insistenza di D. Bosco educatore. – Una fine sapienza pedagogica. Circa la proposta di santità, Don Bosco si è dimostrato un vero pedagogo, un maestro. Dice esplicitamente la parola santità a quel ragazzo, Domenico Savio, che era già capace di capirla, perché lui stesso l’aveva già pronunciata. A Michele Magone, invece, nella stazione di Carmagnola dice: “Senti, vieni all’oratorio, lì potrai studiare, giocare, lì troverai compagni”. Questo significa che è importante che noi educatori sappiamo che c’è un cammino felice di santità capace di soddisfare le attese di un cuore giovanile, e quindi sappiamo proporlo a ciascun ragazzo del nostro oratorio o centro giovanile o scuola, con le parole opportune. Avverrà che in un gruppo di giovani oratoriani noi parliamo espressamente della santità o della vocazione, consapevoli che ci capiranno. In altri casi, si dovrà incominciare da capo, destrutturando la mentalità, purificando le immagini false di Dio o distruggendo gli idoli che si sono creati e che stanno cercando di riprodurre nella loro vita. La cosa più importante è che, come educatori, siamo consapevoli che Dio chiama tutti alla santità, cioè ad una risposta gioiosa a Lui, e che essa è un cammino possibile da percorrere, sapendo poi che i ragazzi li dovremo accompagnare, a partire dalla situazione in cui li troviamo: «i percorsi della santità sono personali» . Per questo è necessaria «una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone» , sulla quale come salesiani dovremo riflettere, e che dovremo sperimentare nella pratica dell’accompagnamento . Ricordiamo che il primo passo di Don Bosco è stato l’invito ai ragazzi ad andare la domenica in oratorio per divertirsi con molti compagni. Questo era il suo primo appello alla “santità della gioia” e alla vita santa. Don Bosco, intuì, sin dai primi