ALLEGATO 4 Indirizzo di omaggio al Santo Padre del Rettor Maggiore in occasione dell’Udienza pontificia Beatissimo Padre, 165. siamo colmi di gioia e di gratitudine per questo incontro paterno che Ella ha voluto concederci nella sua Casa, presso la sede di Pietro. Sentiamo che questa è anche la nostra Casa, per quel senso vivo di Chiesa e di amore al Vicario di Cristo, che Don Bosco ci ha trasmesso, per il servizio della Chiesa. Siamo 231 partecipanti al Capitolo Generale 25º della Società Salesiana, membri di diritto e invitati, provenienti dalle 94 Ispettorie salesiane sparse nei cinque continenti, dove i Salesiani realizzano oggi il carisma e la missione di Don Bosco, impegnati nei contesti più diversi, particolarmente nell’educazione della gioventù e nella nuova evangelizzazione, spesso in situazioni di frontiera. A nome dei capitolari e dell’intera Famiglia Salesiana, desidero anzitutto esprimere i sentimenti più vivi di gratitudine per questo speciale incontro e per le tante attestazioni di affetto, di fiducia e di stima espresse alla nostra Famiglia. La vicinanza fraterna e la parola incoraggiante di Vostra Santità, nei momenti più importanti – lieti e dolorosi – della nostra Congregazione, fino al recente lutto che ci ha colpiti, con la morte di don Juan Vecchi, hanno illuminato il nostro cammino e ci hanno introdotti, con rinnovata fedeltà allo Spirito, nel nuovo Millennio. 166. Stiamo ora concludendo, Beatissimo Padre, i lavori del Capitolo Generale 25º, cui ci siamo dedicati, in comunione di famiglia e con senso di responsabilità, durante queste settimane. Ci è stato di stimolo e orientamento, nello svolgimento del tema capitolare, centrato su La comunità salesiana oggi, il Messaggio trasmessoci all’inizio del Capitolo dalla Santità Vostra. «È importante – ci diceva – focalizzare bene l’identità peculiare delle vostre comunità: che siano comunità, come Don Bosco voleva, raccolte attorno all’Eucaristia ed animate da profondo amore a Maria Santissima, pronte ad operare insieme, condividendo un unico progetto educativo e pastorale. Comunità capaci di animare e coinvolgere gli altri anzitutto con l’esempio». Su questo abbiamo riflettuto nel nostro Capitolo, prendendo orientamenti per il futuro. Consapevoli dei nuovi contesti in cui oggi è inserita la vita consacrata, in un mondo globalizzato e pluralista, segnato da situazioni drammatiche di povertà e oppressione, alla ricerca di motivi e modelli nuovi di vita, vorremmo essere capaci di offrire ai giovani un modello nuovo di umanità, attraverso comunità che siano “un cuor solo e un’anima sola”, significative e visibili, che con la propria vita e parola rendano testimonianza al Signore risorto. Come Lei stesso, Santità, indicava nella Novo Millennio Ineunte, vogliamo che le nostre comunità siano “casa e scuola di comunione”. 167. E proprio con riferimento alla stessa Lettera Apostolica, con la quale Vostra Santità ha lanciato la Chiesa nel Terzo Millennio, devo dire che i nostri lavori capitolari sono stati guidati dall’invito che Lei stesso ci ha ripetuto nel nome del Signore Gesù: Duc in altum! L’invito era stato già raccolto dal nostro amatissimo e compianto Rettor Maggiore, don Juan Edmundo Vecchi, che ce lo lasciò quasi come un testamento, nell’ultima sua “Strenna”: «Duc in altum: al mare aperto e nelle acque profonde», stimolandoci a rinnovare la nostra missione educativa ed evangelizzatrice nel “mare aperto” del mondo di oggi, rispondendo alle sfide della gioventù odierna, e insieme a fondare la nostra azione nella profondità della vita spirituale. Voi stesso, Santità, nel vostro Messaggio all’inizio del Capitolo, ci dicevate: «Educatori attenti e accompagnatori spirituali competenti quali voi siete, saprete andare incontro ai giovani che anelano a “vedere Gesù”. Saprete condurli con dolce fermezza verso traguardi impegnativi di fedeltà cristiana. Duc in altum!». Nei giovani d’oggi vogliamo riconoscere – come Vostra Santità ci ha indicato – la via della Chiesa. Con essi, «chiamati ad essere sentinelle del mattino», vogliamo scoprire, sempre di nuovo, la Luce vera, quella che illumina ogni uomo. E, in loro compagnia, intendiamo diffonderla, con coraggio evangelico. 168. Nel Capitolo abbiamo tenuto davanti questo orizzonte: la vita fraterna e la testimonianza evangelica vissute nella comunità porteranno ad una più viva presenza animatrice tra i giovani, aiutandoli a crescere verso quella “santità” che – come dicono le nostre Costituzioni – è il dono più bello che possiamo fare ai giovani. Per questo desidero ringraziarLa, Beatissimo Padre, per il dono dei tre nuovi Beati che Ella farà alla nostra Famiglia: il sacerdote Luigi Variara, il coadiutore Artemide Zatti e Suor María Romero Meneses: tre splendidi modelli della santità, che vogliamo vivere nelle nostre comunità e offrire ai giovani di oggi. Perché possiamo raggiungere questi impegnativi traguardi, chiediamo la Benedizione Apostolica di Vostra Santità, che ottenga i doni dello Spirito sui capitolari presenti, sui membri del nuovo Consiglio Generale, sull’intera Famiglia Salesiana. Da parte nostra, insieme con la preghiera assidua secondo le Vostre intenzioni, assicuriamo l’impegno per essere nella Chiesa, come Lei auspicava, «educatori attenti e accompagnatori spirituali competenti» dei giovani. ALLEGATO 5 Discorso di S. S. GIOVANNI PAOLO II nell’Udienza ai Capitolari del 12 aprile 2002 Carissimi Fratelli! 169. 1. Sono lieto di accogliervi in occasione del venticinquesimo Capitolo generale della vostra Congregazione. Attraverso di voi vorrei far pervenire il mio cordiale pensiero a tutti i Salesiani impegnati in varie parti del mondo. Con affetto saluto il nuovo Rettor Maggiore, don Pascual Chávez Villanueva, e il Consiglio generale che lo affiancherà nei prossimi anni. Ad essi auguro di guidare la vostra Famiglia religiosa con entusiasmo e con docilità all'azione dello Spirito Santo, mantenendo vivo il carisma sempre attuale del vostro santo Fondatore. Non posso poi non far memoria del precedente Rettor Maggiore, don Juan Vecchi, di recente scomparso, al termine d'una malattia accettata con rassegnazione e abbandono alla volontà del Signore. La sua testimonianza sia di stimolo per ogni Salesiano a fare della propria vita una totale offerta d'amore a Dio e ai fratelli. 170. 2. In questo tempo pasquale, la Chiesa, dopo i giorni della passione e della crocifissione del Figlio di Dio, invita i credenti a contemplare il volto sfolgorante del divino Maestro risorto. In effetti, come ricordavo nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, «la nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (n. 16). In Cristo soltanto possiamo trovare risposta alle attese più intime del nostro cuore. Ciò presuppone che ogni energia sia orientata verso Gesù da «conoscere, amare, imitare, per vivere in Lui la vita trinitaria e trasformare con Lui la storia» (ibid., 29). Cari Salesiani, se a questo impegno sarete fedeli costantemente, se vi sforzerete di imprimere al vostro lavoro una costante carica di amore evangelico, potrete compiere sino in fondo la vostra missione con gioia ed efficacia. Siate santi! È la santità – voi ben lo sapete – il vostro compito essenziale, come lo è, del resto, per tutti i cristiani. La Famiglia Salesiana si appresta a vivere la gioia dell’imminente beatificazione di tre suoi figli: il sacerdote Luigi Variara, il coadiutore Artemide Zatti e la religiosa María Romero Meneses. La santità costituisce la migliore garanzia di un’efficace evangelizzazione, perché in essa sta la testimonianza più importante da offrire ai giovani destinatari delle vostre varie attività. 171. 3. La Vergine Santissima, che voi venerate con il titolo di Maria Ausiliatrice, guidi i vostri passi e vi protegga dappertutto. San Giovanni Bosco, insieme con i numerosi Santi e Beati che costituiscono la schiera celeste dei vostri protettori, vi accompagni nel compito non facile di dare esecuzione alle linee programmatiche emerse dai lavori capitolari per il bene dell’intero Istituto. Con questo auspicio vi benedico, carissimi Fratelli, assicurando la mia preghiera per ciascuno di voi e per quanti incontrate nel vostro quotidiano ministero apostolico e missionario. ALLEGATO 6 “Buonanotte” di Don Pascual Chávez la sera dell’elezione a Rettor Maggiore Spero che per la mia nomina non abbia influito il fatto che ci troviamo nel tempo pasquale; dato che il mio è un nome che ricorre moltissimo in questo tempo liturgico (si parla infatti del cero pasquale, di tempo pasquale…), potrebbe essere stato visto come un messaggio subliminale. 1. Ringraziamento 172. Ecco, incomincio esprimendo il mio più sentito grazie, prima di tutto a Dio nostro Signore che ha voluto dare alla Congregazione e alla Famiglia Salesiana un nuovo pastore sulla scia di Don Bosco. Grazie a don Luc Van Looy, che per quasi due anni, fin dall’inizio della malattia di don Vecchi, ha guidato la Congregazione con vera dedizione e amorevolezza. Grazie al padre Anthony McSweeney, che ha accompagnato il processo di discernimento con saggezza e grande amore per i Salesiani. Devo dire che il fatto di non aver reso pubblico all’assemblea capitolare il numero delle preferenze nel risultato del primo sondaggio, mi ha consentito di dormire bene, al punto di essere adesso molto più sereno di quanto lo fossi ieri. Grazie a tutti voi, che siete stati gli strumenti di Dio per farmi conoscere la sua volontà. Mi ero messo completamente nelle sue mani, come dice il Salmo 130, «come un bimbo nelle braccia della sua mamma», per essere pronto a rispondere a qualunque cosa mi avesse chiesto. Non so se siete coscienti di quello che avete fatto, comunque eccomi. 2. Una sorpresa 173. Questa nomina è senz’altro una sorpresa per me, e l’accolgo come espressione della volontà di Dio, così come ho detto quando mi è stato chiesto se accettavo. Esprime il volere amorevole di Dio, che mi vuole sempre di più al servizio dei confratelli e dei giovani, avendolo come unico Signore della mia vita. Sento tuttavia la mia poca adeguatezza a svolgere il grande compito e assumere l’onore di essere il successore di Don Bosco. 3. Il profilo 174. Leggendo più volte l’elenco delle qualità richieste per l’incarico di Rettor Maggiore e presentate all’assemblea per il discernimento, posso confidarvi che non mi ci ritrovavo, che non mi sentivo adatto. Per questo ero sicuro che sarebbe stato eletto un altro. Lo dico con molta sincerità. Adesso capisco che in questo profilo invece voi avete voluto tracciare non soltanto le vostre attese riguardo al Rettor Maggiore, ma anche il suo programma personale di vita. Molte grazie. Anche questo è un dono di Dio. 4. Il programma sessennale 175. La descrizione dei problemi da voi presentati nelle domande rivolte al Vicario del Rettor Maggiore dopo la presentazione della relazione sullo stato della Congregazione nel sessennio 1996-2002, completa il panorama della situazione, già descritta da don Luc Van Looy nella stessa relazione. Insieme alle priorità indicate e alle conclusioni del CG25, essa entrerà a far parte della programmazione del Rettor Maggiore e del suo Consiglio per il prossimo sessennio. 5. Un percorso veloce 176. Forse vi domanderete come io sia arrivato a questo incarico. È stato, a mio avviso, un percorso decisamente corto e veloce. Nel 1995, alla fine del mio mandato come Ispettore di Guadalajara-Messico, fui chiamato da don Egidio Viganò che mi inviava a completare il percorso formativo con il dottorato in Teologia Biblica. Ricordo molto bene le sue parole: «La Congregazione ha bisogno di questo dottorato». Quando gli ho chiesto quale sarebbe stato il mio futuro, mi ha risposto: «Non lo so ancora. Forse potresti fare il professore all’UPS, oppure collaborare nel dicastero della formazione, o forse potresti… potresti anche fare l’ispettore!». Avevo a disposizione un anno e mezzo di tempo per finire. Probabilmente ricorderete come sia stato chiamato al Consiglio generale nel sessennio scorso. Sei anni fa mi trovavo a predicare un corso di esercizi spirituali ad un gruppo di confratelli dell’Ispettoria di Madrid, quando ricevetti una chiamata telefonica da don Vecchi, il quale mi informava che l’assemblea capitolare mi aveva eletto Consigliere per la regione Interamerica e mi chiedeva quindi una risposta. Era il 2 aprile del 1996. Questo vuol dire che soltanto 6 anni dopo, più un giorno, arriva questa nuova nomina. Chiedendomi di fare l’Ispettore, don Viganò mi invitava a lasciarmi guidare dallo Spirito, mettendo da parte i progetti personali e assumendo quelli che Dio mi presentava come programma di vita. Dal suo canto, don Vecchi, nella sua introduzione ai lavori del nuovo Consiglio Generale, ci invitava a vivere l’incarico come una grazia, un’opportunità per progredire nel cammino della santità, illuminando la propria e l’altrui realtà con la luce di Don Bosco, del suo carisma, della sua missione, così come è stato codificato nella Regola. Anche se sento di essere cresciuto salesianamente in questi anni, vi confesso che c’è ancora tanta strada da fare, ma conto sul Signore e sulla sua grazia, così come su ognuno di voi e su tutti i confratelli delle vostre Ispettorie. 6. In continuità con gli ultimi Rettori Maggiori 177. Mi sento chiamato a continuare lo splendido lavoro di animazione e di governo svolti da don Viganò e don Vecchi. Lo sforzo del primo di rinnovare l’identità salesiana secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II e di mettere la Congregazione in sintonia con i bisogni dei giovani di oggi, sono stati un contributo al quale non si può non rispondere adeguatamente, facendo nostra quell’identità. E il contributo di don Vecchi di creare un modello pastorale consono alla situazione della società attuale, con le nuove concezioni di educazione, di evangelizzazione e di pastorale giovanile, è servito soprattutto a rendere significativa la nostra opera a favore dei giovani. La salda formazione teologica di don Viganò e la sua vicinanza al carisma di Don Bosco sfociarono in una originale interpretazione aggiornata del nostro Padre fondatore. La competenza pedagogica e la visione antropologica di don Vecchi hanno arricchito la Congregazione, dandole sicurezza sul cosa fare oggi per essere veramente significativi, sia come singole persone sia come comunità. 7. Il mio desiderio 178. Vorrei avere la preparazione teologica di don Viganò, la sensibilità pedagogica e culturale di don Vecchi, ma soprattutto l’amorevole paternità di don Rinaldi e la fedeltà di don Rua, del quale Paolo VI affermò che la sua beatificazione era dovuta al fatto che egli aveva fatto di Don Bosco una scuola, della sua santità un modello, della sua regola uno spirito. Consapevole dei miei limiti e delle mie debolezze, vi invito, e attraverso voi tutti i confratelli della Congregazione, anziani e giovani, preti e coadiutori, ammalati e in pienezza di salute, a riprodurre insieme l’immagine di Don Bosco. 8. Una nuova fase 179. Sono il primo Rettor Maggiore che non è italiano di origine (Don Vecchi era argentino, ma di genitori italiani). Questo è il segno più evidente della multiculturalità della Congregazione ormai sparsa in tutto il mondo. Colgo l’occasione per ringraziare tutta l’Italia salesiana, che ha saputo finora svolgere la sua responsabilità storica di trasmettere fedelmente il carisma di Don Bosco. Grazie, carissimi confratelli italiani qui presenti, o inseriti nelle varie comunità della Penisola, o come missionari nel mondo. Adesso questa responsabilità storica passa a tutti, perché tutti siamo chiamati a incarnare Don Bosco. Abbiamo la necessità di approfondire la conoscenza di Don Bosco, proprio perché abbiamo bisogno di identità carismatica, per non perderci in questo oceano verso cui siamo stati chiamati ad addentrarci, così come indica la Strenna del mio predecessore. Abbiamo bisogno di conoscere Don Bosco, fino a farlo diventare la nostra mens, il nostro punto di vista, il nostro agire di fronte ai bisogni dei giovani. Vi invito ad amarlo. È il regalo più bello che Dio ci ha fatto: Don Bosco, strada sicura per la realizzazione umana e soprattutto per la sequela di Cristo. Ecco la mia esortazione: conoscerlo, amarlo, imitarlo perché siamo tutti quanti eredi e trasmettitori del suo spirito, e quindi diffonderlo. 8. Il mio atteggiamento oggi 180. Con quale atteggiamento assumo oggi questa responsabilità? Con l’atteggiamento di Mosè e di Don Bosco. In effetti quando fui ordinato sacerdote, l’8 dicembre 1973, presi come motto un’espressione che mi aveva molto colpito mentre studiavo la Lettera agli Ebrei: «Come se vedesse l’invisibile, perseverò saldo nella fede». È il testo con cui l’autore della lettera riassume l’esperienza spirituale di Mosè, l’uomo pasquale. Per fare il lungo e pericoloso percorso insieme al popolo di Dio che guidò da leader fuori dall’Egitto, egli aveva bisogno di molta audacia, di “parresia”; ma questa si era mostrata insufficiente, soprattutto quando seppe di essere ricercato per avere ucciso l’egiziano e si era rifugiato nel deserto; lì maturò la scelta di rinunciare ai suoi progetti. Perciò, quando fu chiamato nuovamente dal Signore, Mosè dovette rinunciare a se stesso e ai suoi progetti e affidarsi a Dio, credere in Lui, camminare come se vedesse l’invisibile. Vi assicuro di aver provato una grande emozione quando, anni dopo, lessi nel testo rinnovato delle Costituzioni questa stessa espressione riferita a Don Bosco nell’articolo 21, in cui il santo viene presentato come padre e maestro. Don Bosco fu un uomo che visse per realizzare un unico sogno: salvare i giovani, specialmente i più bisognosi e pericolanti; fu un prete educatore “consacrato” totalmente alla missione che Dio gli aveva affidato, e in questo servizio mise in gioco tutte le sue qualità di natura e di grazia. Questo essere un uomo unificato, la perfetta incarnazione dell’interiorità apostolica, è alla radice della sua meravigliosa intrepidezza, della sua fantastica creatività, della sua instancabile capacità di lavoro, della sua ricca sensibilità, del suo amore generoso. 9. Affidamento alla Madonna 181. Finisco invitandovi ad affidare a Maria la mia persona e tutta la Congregazione. Lei è stata il prezioso testamento lasciato da Gesù, perché fosse Madre nostra e ci insegnasse ad essere credenti e discepoli del suo Figlio. Lei è stata, fin dal sogno dei 9 anni, la Madre e la maestra di Don Bosco. Lei è oggi la “Stella Maris”, che ci guiderà e ci accompagnerà nell’avventura del “prendere il largo” a cui ci ha spinto don Vecchi, per mettere la Congregazione e la Famiglia Salesiana in sintonia con il programma pastorale della Chiesa all’inizio di questo terzo millennio. Grazie. Buonanotte! ALLEGATO 7 Discorso del Rettor Maggiore Don Pascual Chávez Villanueva alla chiusura del CG25 182. Cari Confratelli Capitolari, siamo giunti al termine dell’esperienza del CG25, che abbiamo vissuto come dono dello Spirito per noi e per la nostra Congregazione. Lo Spirito di Cristo ha riversato su di noi la ricchezza e la varietà di suoi doni, che ci hanno colmato di gioia e ci hanno indicato le vie del cammino futuro. Il nostro primo pensiero, umile e grato, è perciò rivolto a Dio, che mediante il suo Spirito ha animato la nostra assemblea a vivere l’unità nella comunione ed a ricercare la risposta ai suoi appelli. Sono numerose poi le persone che desidero ringraziare in questo momento conclusivo. Ringrazio innanzitutto il Vicario del Rettor Maggiore don Luc Van Looy, il Regolatore del Capitolo don Antonio Domenech, don Antonio Martinelli, la Commissione precapitolare, i Moderatori e i Segretari dell’Assemblea, Mons. Alois Kothgasser, il Padre Anthony McSweeney, che con diversa intensità di impegno e di responsabilità hanno guidato la vita e il lavoro dell’Assemblea stessa. Ringrazio inoltre l’Assemblea capitolare, che è stata sempre pronta, operativa e disponibile nelle varie tappe e scadenze che si sono succedute, aiutata dalle sue Commissioni e articolazioni interne. Ringrazio anche i segretari del Capitolo, i traduttori, l’ANS e la sua équipe, i confratelli della Casa generalizia, il personale ausiliario, che con un lavoro discreto e fattivo hanno reso possibile lo svolgimento di questa importante assise. Ringrazio infine i membri del Consiglio generale uscente, che hanno svolto il loro incarico con vera dedizione e competenza; saluto particolarmente i Consiglieri che hanno concluso il loro mandato; formulo poi il mio augurio al Vicario e ai Consiglieri generali, che hanno accolto l’indicazione dell’assemblea capitolare ad essere miei collaboratori per questo sessennio. Ci ha accompagnato in questi giorni la preoccupazione per la Terra di Gesù. Il dramma della guerra è sempre stato davanti ai nostri occhi; abbiamo seguito le notizie, che si sono susseguite rapidamente; ci siamo uniti nella preghiera al grido preoccupato di Giovanni Paolo II. Le stragi, le rappresaglie, le occupazioni, le distruzioni hanno creato ormai una grave frattura tra le popolazioni. Noi abbiamo trepidato anche per la sorte dei nostri confratelli e consorelle di Betlemme e di Cremisan e tuttora siamo attenti agli sviluppi della situazione, che seguiamo con la preghiera, la vicinanza e la solidarietà. Siamo stati anche colpiti dallo scandalo rimbalzato sui media riguardo a preti e religiosi della Chiesa degli Stati Uniti, accusati i abusi contro minorenni. Tutto questo richiede a noi educatori una particolare attenzione. Come pure abbiamo continuato a seguire le situazioni di conflitti sociali o di guerre, che affliggono i paesi in cui operiamo. Sull’esempio della comunità apostolica, inviata da Gesù prima a portare l’annuncio del Regno e poi a fare discepole tutte le nazioni, “nella gioia dello Spirito” ora la nostra assemblea è pronta ad andare in tutto il mondo, perché ognuno possa tornare a percorrere le strade della storia, a vivere con i giovani, ad animare le comunità, a camminare con la Chiesa. 1. La Comunità salesiana oggi 183. Il CG25 ha sviluppato il tema principale della “Comunità salesiana oggi” e quello secondario della “Verifica del funzionamento delle strutture del governo centrale”. La maggior parte del tempo è stata dedicata alla riflessione sul tema della comunità, che era già stata iniziata dai due Capitoli Generali precedenti; essi avevano fatto emergere la comunità locale come il luogo strategico dell’educazione alla fede dei giovani e del coinvolgimento dei laici. Il Capitolo Generale 23 aveva affrontato la sfida dell’educazione dei giovani alla fede. Essa stava diventando un’azione sempre più complessa, conseguenza di una cultura emergente, che esigeva un ripensamento della metodologia e dei contenuti. Partendo dalle sfide della realtà giovanile nei suoi vari contesti, i capitolari tracciarono un cammino di educazione alla fede per i giovani, offrendo loro una proposta di vita cristiana significativa e di spiritualità giovanile salesiana. Occorreva rinnovare la qualità della nostra proposta educativa pastorale. Non si trattava di creare nuove presenze, ma di far sorgere una presenza nuova, un modo nuovo di essere presenti lì dove già ci troviamo. Una volta ancora la Congregazione si sentiva chiamata a rilanciare l’atteggiamento del «da mihi animas», convertendo le comunità in «segno di fede, scuola di fede e centro di comunione». Il Capitolo Generale 24 centrò la sua riflessione sulla sfida di creare una nuova sinergia fra SDB e laici, ossia sulla sfida di moltiplicare le persone che vogliano vivere il proprio battesimo nell’area dell’educazione, di far convergere Salesiani e laici in un nuovo paradigma di relazioni, di mettere i salesiani davanti al loro compito prioritario di animazione pastorale e pedagogica. Si radicava sempre di più la convinzione che la nuova evangelizzazione e la nuova educazione non potevano realizzarsi senza la collaborazione organica e qualificata dei laici. Quanto alle comunità salesiane, esse dovevano ormai attrezzarsi sempre di più per diventare animatrici delle comunità educative pastorali e della Famiglia Salesiana. In questi due ultimi Capitoli Generali si è disegnato un nuovo modello pastorale. In esso la comunità salesiana ha un compito d’animazione, come punto di riferimento carismatico per tutti quelli che condividono lo spirito e la missione di Don Bosco. La qualità della sua vita consacrata, la profondità della sua esperienza spirituale, la significatività della sua testimonianza e l’incisività della sua proposta, sono fattori indispensabili per dare vita e forza evangelica all’animazione della CEP e della Famiglia Salesiana. 184. Con il Capitolo Generale 25 la comunità salesiana è posta al centro ed è vista in tutte le sue dinamiche e caratteristiche. Non è tanto la dimensione comunitaria ad essere presa in considerazione, ma la comunità locale come soggetto, ossia la sua capacità di progettualità, di coinvolgimento di numerose forze, di profezia evangelica, di comunione e in definitiva di evangelizzazione. Il CG25 approfondisce così il cammino finora percorso dalla Congregazione e dà nuovo rilievo alla realizzazione della “soggettività piena” della comunità. Il modello di comunità che emerge dal CG25 è quello che fa riferimento alla nostra consacrazione apostolica, come è espressa nell’articolo 3 delle Costituzioni. La comunità vive la grazia di unità, che realizza la sintesi vitale tra la vita fraterna, la sequela radicale di Cristo, l’esperienza spirituale, la dedizione alla missione giovanile. Il testo capitolare circa la comunità si presenta come un insieme di cinque moduli operativi o schede di lavoro. La comunità salesiana è il soggetto principale, cui è indirizzato questo testo. Assumendolo, essa è invitata ad accogliere la chiamata che Dio le rivolge attraverso gli avvenimenti storici ed ecclesiali, le indicazioni della Parola di Dio e della nostra Regola di vita, gli appelli dei giovani, le necessità dei laici e della Famiglia Salesiana. La comunità approfondisce poi la lettura della propria situazione, scoprendo le disponibilità e le resistenze, le risorse e le mancanze, le possibilità e i limiti. Essa impara inoltre a riconoscere le sfide fondamentali e ad affrontarle con coraggio e speranza; sa anche interrogarsi con domande appropriate, cui dare risposta. Infine, la comunità si confronta con gli orientamenti operativi proposti e determina le condizioni per tradurli in pratica. 185. I contenuti fondamentali riguardano la vita fraterna, la testimonianza evangelica, la presenza animatrice tra i giovani. La vita fraterna della comunità si propone di favorire i processi di crescita umana e vocazionale dei confratelli, di superare l’inerzia di relazioni formali o funzionali, di rafforzare il senso di appartenenza e il clima fraterno, di facilitare la comunicazione, di aiutare la costruzione di una visione condivisa. Per questo possono essere utili il progetto personale di vita, la pratica del discernimento comunitario, la valorizzazione dei momenti di incontro comunitari, il progetto della comunità salesiana. La testimonianza evangelica ci chiede di manifestare visibilmente il primato di Dio nella vita della comunità, di vivere la “grazia di unità” nell’esperienza spirituale e nelle espressioni comunitarie, di rendere radicale, profetica ed attraente la testimonianza comunitaria della sequela di Cristo, di condividere le nostre motivazioni ed impegni vocazionali. La centralità della Parola di Dio, favorita dalla pratica della “lectio divina”, la qualità della preghiera comunitaria, l’Eucaristia quotidiana, la comunicazione e la condivisione della vita aiutano l’approfondimento dell’esperienza spirituale e la manifestazione del primato di Dio. Il modo poi di vivere la sequela di Cristo, attraverso la centralità di un’obbedienza gioiosa nella missione, la concretezza di una povertà austera e solidale, lo splendore di una castità vigilante e serena, rende più trasparente la testimonianza della comunità. Dove esiste una comunità salesiana, è presente un’esperienza di fede, si costruisce una rete di relazioni, si offrono molteplici forme di servizio ai giovani. La comunità rende visibile la presenza salesiana tra i giovani, la anima e ne promuove la crescita. Occorre prima di tutto ritornare tra i giovani ed essere non soltanto una comunità per i giovani, ma anche con i giovani. Per questo, la comunità salesiana costruisce una presenza di comunione e di partecipazione, coinvolge i laici e la Famiglia Salesiana, si inserisce nel territorio. Essa diventa presenza che educa ed evangelizza, creando ambienti di forte carica spirituale, prendendo coscienza ed operando di fronte alle situazioni di povertà, realizzando progetti e processi di crescita per i giovani. Essa, infine, promuove la scelta vocazionale di ogni giovane, anima la comunità educativa pastorale perché sia luogo di crescita vocazionale, attua una metodologia dell’accompagnamento e della proposta vocazionale. Per essere una comunità che viva la fraternità, che dia una forte testimonianza evangelica, che animi la presenza tra i giovani, essa stessa ha bisogno di essere animata, aggiornata, motivata, incoraggiata, orientata, guidata. L’animazione della comunità passa principalmente attraverso la formazione continua. La comunità può offrire momenti di rinnovamento spirituale, occasioni di confronto, opportunità di aggiornamento educativo e pastorale; ma la valorizzazione e qualificazione del vissuto quotidiano sono la prima risorsa di formazione nella comunità. Il direttore ha un ruolo fondamentale nell’animazione della comunità, ma coinvolgendo e responsabilizzando tutti i confratelli; la sua attenzione si concentra sul carisma, sulla missione, sulla fraternità. Egli anima la comunità insieme ai confratelli. Il CG25 propone infine alcune condizioni che rendono possibile l’essere comunità salesiana oggi; si tratta di aiutare la comunità ad operare secondo un progetto comunitario, di garantire la consistenza qualitativa e quantitativa della comunità, di approfondire il rapporto tra comunità e opera, di attualizzare il progetto organico ispettoriale. Alcune di queste condizioni riguardano il livello locale, ma per lo più richiedono anche la responsabilità e le scelte della comunità ispettoriale. Ad ogni comunità il Capitolo consegna questi cinque percorsi, perché li studi, li approfondisca, li concretizzi, al fine di diventare una comunità carismatica significativa. 2. La verifica del funzionamento delle strutture centrali di governo 186. Il secondo elemento tematico della riflessione capitolare ha riguardato la verifica del funzionamento delle strutture del governo centrale. Tale verifica, richiesta esplicitamente dal CG24, venne avviata dal Consiglio generale ed è approdata a questo CG25. Il Consiglio generale iniziò il lavoro di revisione attraverso l’apporto di una consulenza esterna e la riflessione di un gruppo di Ispettori, guidata dal Vicario del Rettor Maggiore. Furono poi interpellati i Capitoli Ispettoriali con alcuni quesiti che riguardavano i Consiglieri di settore, i Consiglieri regionali e le Visite straordinarie. Il Capitolo Generale 25, infine, ha preso in considerazione questo lavoro ed ha sviluppato la sua riflessione, con lo scopo di rendere agile ed efficace il funzionamento delle strutture del governo centrale. La verifica compiuta ha condotto il CG25 ad apportare alcune modifiche costituzionali; esse riguardano la temporaneità dell’incarico del Rettor Maggiore e dei membri del Consiglio generale, l’attribuzione dell’animazione della Famiglia salesiana al Vicario del Rettor Maggiore e la conseguente assegnazione ad un Consigliere generale del solo incarico del settore della Comunicazione sociale. In tal modo, si offrono una modalità di ricambio all’interno del Consiglio generale, che è prevista per tempo e può quindi essere preparata, una nuova possibilità di animazione della Famiglia Salesiana, una ulteriore valorizzazione della Comunicazione sociale al servizio dell’educazione e della evangelizzazione. Sono stati costituiti due distinti gruppi di Ispettorie, denominati Asia Sud ed Asia Est – Oceania, originati dalla divisione dell’unico gruppo, chiamato Australia – Asia. Questa decisione consentirà una migliore animazione delle due nuove “Regioni” da parte dei rispettivi Consiglieri; essa richiede di trovare forme più idonee di coordinamento all’interno delle “Regioni” stesse. Si sente l’esigenza di studiare un modo diverso di realizzazione del Capitolo Generale, affinché esso sia più rispondente ai bisogni della progettazione e della concretezza. Si è consapevoli che i Capitoli generali di rilettura del carisma sono ormai terminati e che si è passati ai Capitoli generali ordinari. Analoghe riflessioni potranno essere svolte sul funzionamento dei Capitoli ispettoriali. Si sottolinea l’istanza che il Rettor Maggiore con il Consiglio generale lavori in modo più organico e coordinato, a partire dalla programmazione del sessennio, ma anche nelle realizzazioni successive. In particolare, si auspica che sia superato il settorialismo e soprattutto che i cosiddetti settori della “missione salesiana”, ossia pastorale giovanile, comunicazione sociale e missioni, lavorino in modo più congiunto. Si avverte anche l’urgenza di operare per progetti e di curare un’animazione capace di attivare processi. Si nota pure l’importanza di valorizzare le risorse esistenti nelle Regioni, nelle Conferenze e nelle Ispettorie e di collegarle in rete. In questo anche la Casa Generalizia può dare il suo specifico apporto di miglioramento nelle modalità di lavoro con tutta la Congregazione. Si apprezza l’apporto, dato alla crescita delle Ispettorie, dalla realizzazione del decentramento e della sussidiarietà; ma si riconosce anche l’esigenza di una solidarietà che superi l’ambito ispettoriale o regionale e la necessità di un più forte coordinamento interispettoriale. In un tempo di mondializzazione occorre moderazione per contemperare le istanze globali e le spinte locali; occorre riflettere su ciò che è conveniente che le Ispettorie facciano con le proprie forze e ciò che è più utile che facciano insieme. Ci sono infatti bisogni, urgenze e priorità che superano l’ambito delle “Regioni”. Le frontiere della missione richiedono di coniugare sussidiarietà e solidarietà. La realizzazione del processo di discernimento per l’elezione del Rettor Maggiore e dei Consiglieri generali è stata un’occasione per vivere e sperimentare una prassi, un metodo e un’esperienza spirituale, che hanno bisogno ancora di essere approfonditi, ma che stanno già dando risultati apprezzabili. Il discernimento, realizzato in comune nelle cose di rilievo (Cost. 66), è una via aperta da sperimentare nei momenti del governo e della vita pastorale ai diversi livelli. L’esercizio di tale pratica ci aiuterà a raggiungere visioni condivise. L’esigenza della verifica delle strutture del governo centrale resta aperta all’effettiva realizzazione di un diverso funzionamento e richiede un analogo impegno ai diversi livelli della Congregazione. Da un migliore modo di lavoro si giungerà ad un lavorare insieme, ad un lavorare bene, ad un lavorare efficace. 3. L’ora che stiamo vivendo 187. L’ora che stiamo vivendo è esaltante e drammatica; offre nuove opportunità e limita alcune possibilità; apre spazi inediti e prospetta sfide ardue. Gli orientamenti operativi del CG25 si inquadrano in contesti di riferimento più ampi, che occorre tener presenti; il cammino delle comunità infatti si svolge all’interno delle situazioni della società e della cultura, della Chiesa, della vita religiosa. L’applicazione del CG25 ci richiede di conoscere i nostri contesti particolari, ma anche di saperci situare nei grandi cambiamenti in atto. 3.1 Il contesto sociale e culturale della secolarizzazione, globalizzazione e frammentazione Nella società e nella cultura hanno luogo profonde e rapide trasformazioni, che interpellano l’impegno di educazione ed evangelizzazione, la testimonianza della vita religiosa, il modello di uomo e di donna che proponiamo. Si constata un accentuato pluralismo etnico, culturale e religioso, favorito anche da emigrazioni di massa. Spesso diventano difficili la tolleranza e l’integrazione culturale; sorgono poi varie forme di sincretismo religioso; talvolta nascono tensioni, conflitti e guerre a sfondo etnico, nazionalistico e religioso. In ambito religioso è molto forte il processo di secolarizzazione, che riguarda prevalentemente la fede cristiana, ma che coinvolge anche altre religioni. Sono pure accentuati i movimenti che ricercano esperienze spirituali, benessere interiore, emozioni profonde. La globalizzazione, inoltre, è una realtà che si afferma sempre più e che si manifesta specialmente nella pianificazione dell’economia a dimensioni mondiali, nella crescente coscienza di solidarietà, nella difesa dell’ambiente, nell’esigenza di una più giusta condivisione e distribuzione dei beni, nella comunicazione sociale e nello sviluppo dell’informatica. Essa però produce anche ingiustizie ed esclusioni sociali, a scapito delle popolazioni più deboli. Il benessere economico, che assume aspetti sempre più arroganti nelle fasce privilegiate dell’umanità, produce in esse consumismo ed edonismo. Allo stesso tempo le sfide della fame, della povertà, delle malattie e dell’esclusione, che affliggono miliardi di persone, diventano sempre più acute. La complessità e la frammentazione infine creano instabilità e diversità di punti di riferimento, di valori e di interessi. Insieme ad un sano pluralismo e alla ricerca di nuovi criteri, si moltiplicano le sfide e si diffondono il relativismo ed il pragmatismo. Mentre, da una parte, viene sottolineato con forza il valore della persona e dei suoi diritti, la dignità della donna è progressivamente riconosciuta nella pratica, si ha una visione più oggettiva del corpo, dell’affettività e della sessualità, dall’altra parte nascono forme nuove di sfruttamento della persona e in particolare dei minori, e aumenta la fuga dall’impegno solidale. La postmodernità accentua la cura delle relazioni interpersonali, la coltivazione degli affetti, ma anche l’individualismo ed il soggettivismo. Il CG25 sollecita le comunità ad accogliere le sfide che la cultura presenta all’educazione e all’evangelizzazione; a vivere la fraternità con attenzione alla maturazione vocazionale di ogni confratello ed alla cura delle relazioni interpersonali; a dare una testimonianza evangelica che sia propositiva ed alternativa rispetto al contesto in cui si trovano. Ogni comunità cerca così di approfondire sempre più la conoscenza del contesto in cui vive ed agisce e di offrire risposte efficaci. 3.2 Il contesto ecclesiale della “Novo Millennio Ineunte” 188. Alla fine dell’Anno Giubilare e all’inizio del nuovo millennio Giovanni Paolo II ha invitato la Chiesa a «prendere il largo» , a «fissare lo sguardo nel Signore Gesù» , a «ripartire da Cristo» , ad essere «testimoni dell’amore» , costruendo comunione. Il primo ambito in cui occorre individuare orientamenti pastorali adatti ad ogni comunità è il ”ripartire da Cristo”. «La prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quello della santità» : è giunta l’ora di riproporre a tutti questa misura alta della vita cristiana che è la santità e di avere una pedagogia della santità. «Per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua nell’arte della preghiera» : le nostre comunità sono sollecitate a diventare autentiche scuole di preghiera; l’educazione alla preghiera deve diventare un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. «Non c’è dubbio che questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio» . Santità, preghiera ed ascolto della parola di Dio sono le vie fondamentali della pastorale postgiubilare. Il secondo ambito in cui occorre esprimere un deciso impegno programmatico è quello della comunione. «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione; ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere alle attese profonde del mondo» . La profezia della comunione presuppone di coltivare la spiritualità della comunione; essa si esprime nel curare la varietà delle vocazioni, promuovere l’impegno ecumenico, scommettere sulla carità, favorire il dialogo interreligioso e la missione “ad gentes”, affrontare le sfide della cultura odierna. Con il Capitolo Generale 25 la Congregazione intende rispondere all’appello di Giovanni Paolo II ad operare sulle frontiere della nuova evangelizzazione e a mettere a frutto i doni e le consegne del Giubileo: “Duc in altum”. Ogni comunità è chiamata a ripartire da Cristo e a costruire comunione. Questo porterà nuovi frutti di vita spirituale e di evangelizzazione. 3.3 Il contesto religioso della rifondazione carismatica 189. Durante questi anni postconciliari la vita consacrata ha vissuto un pressante invito a rinnovarsi, rendendosi eloquente e significativa; in particolare l’Esortazione Apostolica Vita Consecrata raccoglie le istanze di rifondazione che in questi trent’anni si sono verificate nella vita consacrata e costituisce il punto di riferimento per «una grande storia da costruire» . Nel delicato processo di rinnovamento voluto dalla Chiesa, la nostra Congregazione ha dedicato tre Capitoli Generali “straordinari”, che hanno specificato l’identità salesiana. È utile richiamare il cammino percorso. Mentre il CG19, svolto durante il Concilio, «prese coscienza e preparò», il CGS20 «mise in orbita», il CG21 «rivide, rettificò, confermò ed approfondì»; il CG22 fu chiamato a «riesaminare, precisare, completare, perfezionare e concludere». Il Capitolo Generale Speciale 20 realizzò la revisione e l’adeguato rinnovamento della Congregazione secondo lo spirito del Fondatore e secondo gli obiettivi indicati dalla Costituzione Dogmatica Lumen Gentium e dal Decreto Perfectae Caritatis. Il Capitolo si propose non solo di dare compimento agli orientamenti e alle direttive del Concilio Vaticano II come una semplice formalità, ma prese l’opportunità per rispondere meglio a Dio e ai giovani. Per questo, il CGS, preceduto da una preparazione molto accurata, mediante una interpellanza fatta a tutte le Ispettorie, volle riformulare un progetto globale. La domanda fondamentale era come rendere visibile ed attuale la testimonianza particolare della vita religiosa salesiana nella Chiesa. Si trattava anche di raggiungere un testo rinnovato delle Costituzioni e dei Regolamenti. In sintesi, occorreva rifondare l’identità della Congregazione. Il risultato di sette mesi di lavoro capitolare è costituito da 22 documenti di orientamenti dottrinali ed operativi. Si fece quindi una riformulazione più carismatica del “Testo Costituzionale”. Si codificò nei “Regolamenti” il modo pratico universale di vivere le Costituzioni, lasciando alle Ispettorie il compito di regolare ciò che è proprio del luogo mediante i Direttori Ispettoriali. Il Capitolo generale 21 si prefisse di verificare se e come fosse stato realizzato il rinnovamento. La profondità e la rapidità del cambio, frutto del Concilio Vaticano II, portarono nella Chiesa e nella Congregazione una situazione di disagio, che richiedeva chiarezza nell’impostazione e saggezza nelle soluzioni. L’azione profondamente rinnovatrice, realizzata nella Congregazione dal CGS, esigeva revisione, rettifica, approfondimento e riconferma. Nel CG 21 si studiarono anche alcuni temi sostanziali per la Congregazione: il Sistema Preventivo, la Formazione alla Vita Salesiana, il Salesiano Coadiutore e l’Università Pontificia Salesiana. Questo lavoro di chiarificazione dell’identità, rafforzato dall’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, approfondì la missione specifica salesiana. Nel suo discorso di chiusura il Rettor Maggiore Don Egidio Viganò sintetizzò i tre obiettivi che si erano venuti chiarendo durante il lavoro capitolare: il compito prioritario di portare il Vangelo ai giovani, che implicava un progetto educativo pastorale; lo spirito religioso; il nuovo statuto della comunità salesiana come animatrice della comunità educativa pastorale. Certamente il CG21 significò un radicale rinnovamento pastorale. Il Capitolo Generale 22, realizzatosi dopo un tempo intenso di sperimentazione e approfondimento dell’identità salesiana, si prefiggeva di concludere il progetto di rinnovamento, con la definitiva revisione della Regola di Vita. Il risultato finale del lavoro capitolare fu, secondo le parole del Rettor Maggiore, «un testo organico, profondo, migliorato, permeato di Vangelo, ricco della genuinità delle origini, aperto all’universalità e proteso al futuro, sobrio e dignitoso, denso di equilibrato realismo e di assimilazione dei principi conciliari» . La redazione definitiva della Regola di Vita portò con sé, fra altre cose, il rinnovamento della Ratio; l’idea centrale era che tutta la formazione dei salesiani si addicesse alla natura della vocazione e della sua missione specifica di educatori e pastori dei giovani. In questo modo la nostra Congregazione si impegnò alla rilettura fondazionale del suo carisma e alla sua “rifondazione”. Dopo i Capitoli Generali “straordinari” seguirono altri tre Capitoli Generali “ordinari”, diretti ad argomenti di carattere operativo: l’educazione alla fede dei giovani, il coinvolgimento dei laici nello spirito e nella missione salesiana e la comunità salesiana oggi. La rilettura carismatica della identità era conclusa, ma la traduzione concreta è ancora in atto. 4. Il traguardo del CG25 190. Concluse le tappe della preparazione e della celebrazione del CG25, è giunto il momento di passare alla fase dell’attuazione. Ora è tempo di assimilare il Capitolo con tutti i confratelli, di renderlo programma di governo ispettoriale, di tradurlo operativamente nelle comunità. Per individuare i passi da compiere, ci soffermiamo a considerare le prospettive di futuro e il traguardo da raggiungere. Rivedendo il cammino percorso dalla Congregazione in questi trent’anni, si può notare che il cambiamento non è sempre stato lineare. Penso che la resistenza più forte non si è data per il rinnovamento delle Costituzioni o delle strutture di governo o della pratica pastorale, ma per il rinnovamento spirituale, che comporta una profonda conversione interiore. In questi anni di trasformazione si è venuta configurando una nuova forma di vita religiosa salesiana. Ormai abbiamo gli “otri nuovi”: una nuova evangelizzazione, una nuova educazione, un nuovo modello pastorale, una nuova formazione. A poco a poco si è venuto anche producendo il “vino nuovo”: il nuovo evangelizzatore, il nuovo educatore, il nuovo soggetto pastorale, il nuovo salesiano. A volte ci sentiamo a disagio dinanzi all’uso dell’aggettivo “nuovo” per qualificare realtà che crediamo conosciute, soprattutto per le conseguenze pratiche che ciò comporta: la necessità di rinnovarci spiritualmente, di aggiornarci professionalmente, di qualificarci pedagogicamente. La novità proviene dalle situazioni, dai contesti, dai cambiamenti della realtà, dalla visione antropologica. Oggi la preoccupazione della vita religiosa in genere, e della Congregazione in particolare, non può essere quella della sopravvivenza, bensì quella di creare una presenza significativa ed efficace. È questione di profezia. «Ciò comporta – scriveva don Vecchi – di dare vita ad una presenza che sollevi interrogativi, dia ragioni di speranza, convochi persone, susciti collaborazione, attivi una comunione sempre più feconda, per realizzare insieme un progetto di vita e di azione secondo il Vangelo» . Ciò che si vuole è una forma di vita affascinante ed attraente, che dia il primato al profetico più che all’organizzativo, che privilegi le persone più che le strutture. Parafrasando Karl Rahner nel suo testamento spirituale, possiamo dire che il futuro della vita religiosa passa attraverso la sua forza mistica, la sua salda esperienza e trasparente testimonianza di Dio, il superamento di ogni forma di imborghesimento, atonia e mediocrità. La vita religiosa è sorta e ha senso solo come segno della ricerca e del primato di Dio. La sua missione è quella di essere sacramento: essere «segni e portatori dell’amore di Dio» (Cost. 2), specialmente in favore dei più bisognosi, perché essi possano fare l’esperienza che Dio esiste e li ama. Quando i Superiori Generali hanno deciso di approfondire il tema della rifondazione della vita religiosa , erano mossi dalla consapevolezza che c’è bisogno del “vino nuovo in otri nuovi” (cf. Mc 2, 22); una sorgente di novità è la chiamata a ritornare alle origini del carisma. Si tratta per noi di esprimere l’originalità della Congregazione, di andare all’essenziale, di riscrivere la lettera da Roma del 1884. Ritorniamo a don Bosco e ritorniamo ai giovani! Le immagini della “luce”, del “sale” e del “lievito”, adoperate da Gesù nel Vangelo per definire l’identità e la missione dei discepoli, sono rivelatrici e impegnative. Semplicemente bisogna “essere” per avere significato e rilevanza; ma se il sale perde il suo sapore, o se si mette la luce sotto il moggio, o se il lievito non ha forza per fermentare, non servono a nulla. Hanno perso la ragione del loro “essere”. La forza della vita religiosa si radica nel suo carattere profetico nei confronti della cultura, sovversivo rispetto all’imborghesimento, alternativo al progresso illimitato ma senza trascendenza. Il problema è quello dell’identità e dell’identificazione; ciò che ci caratterizza e ci manifesta è una forte esperienza di Dio, che cambi profondamente la nostra vita, e una comunità in cui si incominci a vivere con novità di vita. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo – scrisse Paolo ai Romani – ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). In questa linea, desidero tracciare cinque prospettive di futuro, che sono state oggetto di riflessione e di studio da parte di Don Egidio Viganò e Don Juan Vecchi nelle loro lettere, ma che sono campi ancora bisognosi di rinnovamento per introdurci decisamente nel nuovo millennio con energia e chiarezza di progetto. 4.1 Il rinnovamento spirituale di ogni salesiano 191. Il rinnovamento spirituale comporta il ritorno al fondamento della nostra vocazione: Dio e il suo Regno. Dio deve essere la nostra prima “occupazione”. È lui che ci invia e ci affida i giovani, per aiutarli a maturare fino a raggiungere la statura di Cristo, l’uomo perfetto. Per noi il ricupero della spiritualità non può essere staccato dalla missione, se non vogliamo cedere al pericolo dell’evasione. Dio ci aspetta nei giovani per darci la grazia di un incontro con Lui . Perciò diventa inconcepibile e ingiustificabile ritenere che la ‘missione’ sia un ostacolo per l’incontro con Dio e per coltivare l’intimità con Lui. 4.2 La consistenza delle comunità 192. La qualità della vita di comunione e l’azione educativa e pastorale richiedono una consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana. Tutte le proposte per rendere formativo il quotidiano e migliorare la qualità della metodologia, dei contenuti e delle attività si scontrano con le possibilità reali della comunità. Per noi la vita fraterna in comunità è un elemento della nostra consacrazione apostolica e quindi della professione religiosa , insieme alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto e alla missione. Essa è anche l’ambito in cui siamo chiamati a vivere l’esperienza spirituale, la missione e i consigli evangelici. Non possiamo perciò continuare con la pretesa di voler risolvere tutti i problemi, a scapito del carisma e della vita della comunità. 4.3 La risignificazione della presenza 193. La significatività della presenza è un’esigenza sia della comunità che della missione; si tratta della qualità di entrambe. Nel passato, quando si parlava di “ridimensionamento”, l’accento era posto sulla chiusura di opere o sulla consegna di queste ai laici. Oggi invece, mentre si continua ad affermare che il ridimensionamento è un compito ineludibile, se non vogliamo indebolire le comunità e sovraccaricare i confratelli, l’insistenza va posta sulla “significatività” della presenza salesiana nel territorio. Essa non si riduce all’opera o alle attività; è piuttosto una forma di essere, di lavorare e di organizzare che cerca non solo l’efficacia, bensì il suscitare senso, aprire prospettive, convocare persone, promuovere nuove risposte. Si tratta di ricollocare l’Ispettoria lì dove sono più pressanti i bisogni dei giovani e dove è più feconda la nostra presenza. La nostra vita consacrata non sarà onnipresente e neppure sempre socialmente rilevante, ma continuerà ad essere riferimento necessario, nella misura che sia segno del Regno. 4.4 La qualità della proposta educativa pastorale 194. Il percorso finora fatto è stato, almeno in molte parti, di moltiplicazione delle opere, compromettendo in non pochi casi la qualità della nostra attività. Talvolta si è privilegiato l’aspetto organizzativo su quello pastorale, o il mantenimento e la costruzione di strutture più che la chiarezza e la serietà del progetto educativo pastorale. Oggi ci si chiede di sviluppare forme più intense di evangelizzazione, di concentrarci sulla maturazione umana e sull’educazione alla fede dei giovani, di formare i laici, di animare la comunità educativa pastorale ed insieme ad essa elaborare un progetto. Questo compito è già realizzazione della significatività. 4.5 La formazione del salesiano 195. La complessità delle situazioni odierne, le sfide dei giovani, l’esigenza della nuova evangelizzazione, il compito dell’inculturazione richiedono una formazione capace di abilitare il salesiano a vivere con dinamismo e solidità la sua vocazione, a svolgere con professionalità e competenza la missione, ad assimilare personalmente l’identità carismatica. Per noi Don Bosco è non solo punto di riferimento costante, ma norma di vita, e la formazione non è altro che un appropriarsi del dono che Dio ci ha dato quando ci ha chiamato. Il documento sulla formazione nella Vita Consacrata afferma con chiarezza: «Il rinnovamento degli istituti religiosi dipende principalmente dalla formazione dei loro membri» . Questa è la sfida più grande che ha oggi la Congregazione, alla quale ha voluto rispondere con l’edizione della nuova Ratio . La Chiesa e il Mondo hanno bisogno di persone che facciano professione di incarnare l’interesse per Dio, che siano una riserva di umanesimo, che diventino un segno potente, eloquente, radicale della “sequela Christi”. Questo è ciò che il Concilio Vaticano II voleva ed aspettava dalla vita religiosa. Questo è stato l’obiettivo della Congregazione durante questi ultimi 30 anni. Ora il CG25 ha inteso dare il suo apporto specifico al raggiungimento di questo traguardo, un contributo di concretezza che, come abbiamo visto, punta sul rafforzamento della comunità salesiana in tutte le sue dinamiche. 5. Il dono delle beatificazioni 196. «Cari salesiani, (…) siate santi! È la santità – voi ben lo sapete – il vostro compito essenziale». Con questa esortazione Giovanni Paolo II si è rivolto a noi partecipanti al Capitolo Generale, ricevuti in udienza nella mattina del 12 aprile. La santità è anche la consegna di questo Capitolo che si conclude con il dono di tre nuovi beati per la Famiglia salesiana: il sacerdote Luigi Variara, il coadiutore Artemide Zatti e suor Maria Romero Meneses. Questi beati, che si aggiungono alla schiera numerosa della santità della nostra Famiglia carismatica, sono accomunati dal dono gioioso di sé e dalla dedizione generosa ai più poveri. Non c’è nulla che attiri come la testimonianza dello spendersi senza risparmio, senza misura, senza condizioni; non c’è nulla che affascini come il servizio ai più poveri, ai più umili, ai più bisognosi. I lebbrosi di don Variara, gli ammalati del Signor Zatti, le ragazze abbandonate di suor Romero richiamano immediatamente l’offerta gratuita della vita di queste tre figure, che ci sono proposte come modelli. La cura dei più poveri e il dono totale di sé si congiungono insieme, testimoniando così la carità eroica dei tre nuovi beati. La santità è il cammino più esigente che vogliamo realizzare insieme nelle nostre comunità; è «il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» (Cost. 25); è il traguardo più alto che dobbiamo proporre con coraggio a tutti. Solo in un clima di santità vissuta e sperimentata i giovani avranno la possibilità di operare scelte coraggiose di vita, di scoprire il disegno di Dio sul loro futuro, di apprezzare e accogliere il dono delle vocazioni di speciale consacrazione. In particolare, la beatificazione del Signor Artemide Zatti evidenzia l’attualità e la validità della vocazione del salesiano coadiutore. Il carisma salesiano non sarebbe quello che deve essere senza tale figura. La sua presenza nella vita della comunità salesiana non è un’aggiunta estrinseca di una categoria di persone, ma è parte imprescindibile della sua fisionomia. Questo ci chiede una più convinta proposta vocazionale e una più visibile presenza di tale figura nella comunità educativa pastorale. Il filo conduttore dell’esistenza del Signor Zatti è costituito dalla sequela di Gesù, con don Bosco e come don Bosco, ovunque e sempre . Questo significa che don Bosco lo affascinò e lo attrasse; sull’esempio di don Bosco visse il dono totale di sé; come don Bosco scelse di essere educatore: Zatti fu un infermiere educatore. Egli visse in unità profonda l’esperienza spirituale, il lavoro professionale, la fraternità gioiosa, fino a diventare un riflesso di Dio con radicalità evangelica. La luminosa figura di questo salesiano coadiutore beato ci insegni le vie per far scoprire ai giovani la bellezza di questa vocazione. 6. Prendere il largo sulla sua Parola 197. L’episodio evangelico della pesca prodigiosa, presentato dalla Novo Millennio Ineunte e ripreso dall’ultima Strenna di don Vecchi, è un simbolo della ripresa del nostro cammino a conclusione del Capitolo Generale 25. Possiamo aver sperimentato anche noi, talvolta, la fatica inutile del nostro lavoro. Il Signore Gesù ancora oggi ci invita a “prendere il largo”, a rinnovare il nostro impegno di gettare la rete, a tentare nuovamente anche se abbiamo più volte sperimentato l’inefficacia. È questa l’ora del coraggio! Bisogna spingersi in mare aperto, affrontando le sfide di oggi, ed occorre andare verso le acque profonde, coltivando un’intensa esperienza spirituale e favorendo la qualità della nostra azione. Ciò che ci sollecita a tentare nuovamente è la fiducia nel Signore Gesù: sulla sua parola getteremo ancora la nostra rete. È questa l’ora della speranza! Il tempo che stiamo vivendo è proiettato verso le grandi responsabilità che ci attendono, verso l’avventura gioiosa di calare ancora le reti per la pesca e di sperimentare la potenza della Parola di Dio. Siamo certi che il Signore Gesù saprà ancora stupirci con la sua fedeltà e le sue sorprese. Dove ci sono grandi sfide, occorre il coraggio e la speranza della comunità. Le vie nuove e i compiti ardui dell’evangelizzazione potranno essere affrontati da comunità, che intraprendono una radicale conversione pastorale e vivono una profonda esperienza spirituale. Coraggio e speranza sono le espressioni più eloquenti della profezia delle nostre comunità. Non ci sfugga il fatto che nell’episodio evangelico il gesto gratuito della pesca sorprendente non ha altra finalità, se non quella di suscitare la fede e di provocare alla sequela. Di fronte al gesto sovrabbondante di Gesù e dopo l’invito: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini», i primi discepoli, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono (cf. Lc 5, 1-11). Essi saranno così coinvolti nella stessa missione e nello stesso destino di Gesù: la chiamata definitiva di tutti ad accogliere il Regno. I gesti sorprendenti e sovrabbondanti di coraggio e di speranza delle nostre comunità provocano la risposta vocazionale dei giovani; la testimonianza profetica della comunità ancora oggi sarà capace di suscitare giovani disponibili a condividere il progetto di vita di don Bosco: “Da mihi animas; cetera tolle”. 7. Con Maria nostro aiuto 198. Come nella comunità apostolica delle origini, anche nelle nostre comunità è presente Maria. Ella è in preghiera con i discepoli del suo Figlio; vive con noi, diventati suoi figli ai piedi della Croce. Da quel momento Maria sta nella Chiesa con una presenza orante; Ella prega perché i discepoli superino le chiusure della paura, siano attenti e pronti al soffio dello Spirito, si avventurino sulle strade dell’evangelizzazione. Don Bosco ci ha lasciato come preziosa eredità l’affidamento fiducioso a Maria: Lei è il nostro Aiuto, è la Madre della Chiesa, è l’aiuto dei giovani e dei poveri, è la Madre di tutti. Come il discepolo prediletto, anche noi accogliamo Maria in casa nostra, nelle nostre comunità. Ella ci farà attenti ai bisogni del tempo presente: «Non hanno più vino», e ci farà sensibili alle esigenze evangeliche: «Fate quello che vi dirà» (cf. Gv 2, 3-5). Maria, con il tuo intervento materno, aiutaci a ritornare a don Bosco e ai giovani! Maria, nostro aiuto, prega per noi e per le nostre comunità! Cf. NMI 1 Cf. NMI 16-28 Cf. NMI 29-41 Cf. NMI 42-57 Cf. NMI 30 Cf. NMI 32 NMI 39 NMI 43 VC 110 ACS 305, pag. 9 Capitolo Generale 22 della Societàdi San Francesco di Sales, Documenti. Roma 1984, pag. 19 VECCHI Juan E., Esperti, testimoni e artefici di comunione. ACG 363, 21. Non è indifferente che lo stesso Don Vecchi citi questo testo nella sua lettera di convocazione del CG25, ACG 372, pag. 30 Cf. AA.VV., Per una fedeltà creativa. Rifondare: ricollocare i carismi, ridisegnare la presenza, Il Calamo, Roma, 1999, che raccoglie il 54° Convenius Semestralis della USG, ad Ariccia nel mese di novembre 1998. Cf. Cost. 95; CG23, 95 Cf. Cost. 3 e 24 Potissimum Institutioni, 1 La Formazione dei Salesiani di Don Bosco. Principi e Norme. Ratio Institutionis et Studiorum. Terza Edizione. Roma, 2000, (n. 15), 33 Cf. ACG 376, pag. 27