TRE LETTERE PEDAGOGICHE AI SALESIANI IN AMERICA (1885) Alle notizie che gli pervennero dall’Argentina circa la scarsa applicazione del Sistema Preventivo, don Bosco intervenne, fra l’altro, con tre lettere a missionari di notevole valore, quali mons. Giovanni Cagliero, Vicario Apostolico della Patagonia, don Giacomo Costamagna, ispettore dell’Argentina, e don Domenico Tomatis, direttore del collegio di S. Nicolás de los Arroyos. Testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 445-451. 1. A mons. Giovanni Cagliero Mio caro Monsig. Cagliero La tua lettera mi ha fatto un gran piacere, e sebbene la mia vista sia divenuta assai debole, ho voluto leggerla io stesso da capo a fondo, malgrado quella tale calligrafia che dici aver appreso da me, ma che ha degenerato dalla forma primitiva. Alle cose d’amministrazione risponderanno altri per me. Dalla parte mia ti dirò quanto segue. Nello scrivere alla Propag[azione] della Fede, all’Opera della S. Infanzia tieni calcolo di tutto quello che in diversi tempi hanno fatto i Salesiani. Credo abbi teco i moduli di cui devi servirti nello esporre le cose nostre a questi Presidenti, che ricevono volentieri anche gli scritti italiani, qualora si avessero difficoltà nella lingua francese. Se non basta una, scrivi anche più lettere intorno alle escursioni di D. Fagnano, D. Milanesio, D. Beauvoir etc. Si noti particolarmente [il numero de] i battezzati, cresimati, instruiti, ricoverati in passato o al presente. Si ritenga che nella esposizione per la Propaganda si dica tutto, ma in generale. Per la Propagazione della Fede, viaggi, commercio e scoperte; per la S. Infanzia si dica minutamente ciò che è relativo ai fanciulli, alle fanciulle, alle Suore od ai Salesiani. Se per caso vi mancassero modelli per tracciare queste relazioni, dimmelo e te ne manderemo. C’è molta propensione di venirci in aiuto. È bene però che di qui io sappia almeno in complesso, quello che scrivete di lì, perché posso esserne interrogato ad ogni momento. Riguardo ai Vescovi Coad[iutori] ho bisogno di avere qualche richiesta positiva e in questo momento spero riuscire a qualche cosa. La pratica per una Porpora all’Arcivescovo era assai ben avviata dal Card. Nina; ma ora per nostra disgrazia è passato all’eternità. Ho già toccato altro cantino, e te ne darò cenno a suo tempo. Preparo una lettera per D. Costamagna, e per tua norma io toccherò in particolare lo Spirito Salesiano che vogliamo introdurre nelle case di America. Carità, pazienza, dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, fare del bene a chi si può, del male a nissuno. Ciò valga pei Salesiani tra loro, fra gli allievi, ed altri, esterni od interni. Per le relazioni colle nostre Suore usa pazienza molta, ma rigore nella osservanza delle loro regole. In generale poi nelle nostre strettezze faremo ogni sacrifizio per venirvi in aiuto; ma raccomanda a tutti di evitare la costruzione o l’acquisto di stabili che non siano strettamente necessari a nostro uso. Non mai cose da rivendersi; non campi o terreni, o abitazioni da farne guadagno pecuniario. Procurate di aiutarci in questo senso. Fate quanto potete per avere vocazioni sia per le Suore e sia pei Salesiani, ma non impegnatevi in troppi lavori. Chi troppo vuole nulla stringe e guasta tutto. Avendo occasione di parlare coll’Arcivescovo, con Monsig. Espinosa o ad altri simili personaggi, dirai che sono interamente per loro servizio specialmente riguardo a cose di Roma. Dirai a mia nipote Rosina che abbia molto riguardo alla sanità, che si guardi bene dall’andar sola in Paradiso. Ci vada, sì, ma accompagnata da tante anime da lei salvate. Dio benedica tutti i nostri figli Salesiani, le nostre Sorelle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dia a tutti sanità, santità e la perseveranza nel cammino del Cielo. Mattino e sera pregheremo per voi tutti all’altare di Maria; e tu prega anche per questo povero semicieco che ti sarà sempre in G.C. Aff.mo amico Sac. GIO. BOSCO Torino 6 agosto 1885 PS. - Una moltitudine innumerabile dimandano essere a te nominati e fanno loro ossequi. 2. A don Giacomo Costamagna Caro e sempre amato D. Costamagna L’epoca de’ nostri esercizi spirituali si va avvicinando, ed io che mi vedo in cadente età vorrei potere aver meco tutti i miei figli e le nostre consorelle di America. Ciò non essendo possibile ho divisato di scrivere a te una lettera che possa a te, ad altri nostri confratelli servire di norma a diventare veri Salesiani nei vostri esercizi che pur non sono gran fatto dai nostri lontani. Prima di ogni cosa dobbiamo benedire e ringraziare il Signore che colla sapienza e potenza sua ci ha ajutati a superare molte e gravi difficoltà che da noi soli ne eravamo veramente incapaci. Te Deum, Ave Maria. Di poi vorrei a tutti fare io stesso una predica o meglio una conferenza sullo spirito salesiano che deve animare e guidare le nostre azioni ed ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi. Non mai castighi penali; non mai parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza. Non mai parole mordaci, non mai uno schiaffo grave o leggero. Si faccia uso dei castighi negativi, e sempre in modo che coloro che siano avvisati, diventino amici nostri più di prima, e non partano mai avviliti da noi. Non si facciano mai mormorazioni contro alle disposizioni dei superiori, ma siano tollerate le cose che non siano di nostro gusto, o siano penibili o spiacenti. Ogni Salesiano si faccia amico di tutti, non cerchi mai far vendetta; sia facile a perdonare, ma non richiamar le cose già una volta perdonate. Non siano mai biasimati gli ordini dei superiori, ed ognuno studi di dare e promuovere il buon esempio. Si inculchi a tutti e si raccomandi costantemente di promuovere le vocazioni religiose tanto delle suore quanto dei confratelli. La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare guadagna tutto e tutti. Questa sarebbe la traccia tua e degli altri che avranno parte nella prossima predicazione degli esercizi. Dare a tutti molta libertà e molta confidenza. Chi volesse scrivere al suo superiore, o da lui ricevesse qualche lettera, non sia assolutamente letta da alcuno, ad eccezione che colui che la riceve, tale cosa desiderasse. Nei punti più difficili io consiglio caldamente gli inspettori ed i direttori di fare apposite conferenze. Anzi io mi raccomando che D. Vespignani sia ben al chiaro in queste cose e le spieghi ai suoi novizi o candidati colla dovuta prudenza. Per quanto mi è possibile desidero di lasciare la congregazione senza imbarazzi. Perciò ho in animo di stabilire un mio Vicario Generale che sia un alter ego per l’Europa, ed un altro per l’America. Ma a questo riguardo riceverai a suo tempo istruzioni opportune. È assai opportuno che tu qualche volta lungo l’anno raduni i direttori della tua Ispettoria per suggerire le norme pratiche qui sopra indicate. Leggere ed inculcare la lettura e la conoscenza delle nostre regole, specialmente il capo che parla delle pratiche di pietà, l’introduzione che ho fatto alle nostre regole stesse e le deliberazioni prese nei nostri capitoli generali o particolari. Tu vedi che le mie parole dimanderebbero molta spiegazione, ma tu sei certamente in grado di capire ed ove occorra comunicare ai nostri confratelli. Appena tu possa presentati a M. Arciv., Mr. [E]spinosa, a’ suoi Vic. Generali, D. Carranza, Dott. Terrero ed altri amici e farai a tutti e ciascuno umili ed affettuosi ossequii come se io parlassi ad un solo. Dio ti benedica, o caro D. Costamagna, e con te benedica e conservi in buona salute tutti i nostri confratelli e consorelle, e Maria Ausiliatrice vi guidi tutti per la via del cielo. Amen. Pregate tutti per me. Vostro aff.mo amico in G.C. Sac. GIO. BOSCO. Torino 10 ag. 85 3. A don Domenico Tomatis Mio caro D. Tomatis, Il ricevere tanto di rado di tue lettere mi fa giudicare che hai molto da fare; io lo credo; ma il dare di tue notizie al tuo caro D. Bosco merita certamente di essere fra gli affari da non trascurarsi. Che cosa scrivere? tu mi dirai. Scrivere della tua sanità e della sanità dei nostri confratelli; se le regole della congregazione sono fedelmente osservate; se si fa e come si fa l’esercizio della buona morte. Numero degli allievi e speranze che ti danno di buona riuscita. Fai qualche cosa per coltivare le vocazioni, ne hai qualche speranza? Mons. Ceccarelli è sempre amico dei salesiani? Queste risposte le attendo con gran piacere. Siccome la mia vita corre a grandi passi al suo termine, così le cose che voglio scriverti in questa lettera son quelle che ti raccomanderei negli ultimi giorni di esiglio: mio testamento per te. Caro D. Tomatis: tien fisso nella mente che ti sei fatto salesiano per salvarti; predica e raccomanda a tutti i nostri confratelli la medesima verità. Ricordati che non basta sapere le cose ma bisogna praticarle. Dio ci aiuti che non siano per noi le parole del Salvatore: Dicunt enim et non faciunt. Procura di vedere gli affari tuoi cogli occhi tuoi. Quando taluno fa mancamenti, o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali. Colla tua esemplare maniera di vivere, colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla congregazione. Raccomanda costantemente frequenza dei sacramenti della confessione e comunione. Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nella eternità sono: l’umiltà e la carità. Sii sempre l’amico, il padre, dei nostri confratelli; aiutali in tutto quello che puoi nelle cose spirituali e temporali; ma sappi servirti di loro in tutto quello che può giovare alla maggior gloria di Dio. Ogni pensiero che esprimo in questo foglio ha bisogno di essere alquanto spiegato. Tu puoi ciò fare per te e per gli altri. Dio ti benedica, o sempre mio caro D. Tomatis; fa un cordialissimo saluto a tutti i nostri confratelli, amici e benefattori. Di’ che ogni mattina nella santa Messa prego per loro, e che mi raccomando umilmente alle preghiere di tutti. Dio faccia che possiamo ancora vederci in questo esiglio mortale, ma che possiamo poi un giorno lodare il santo nome di Gesù e di Maria nella beata eternità. Amen. Fra breve tempo ti scriverò o farò scrivere altre cose di qualche importanza. Maria ci tenga tutti fermi e ci guidi per la via del cielo. Amen. Vostro aff.mo in G.C. Sac. GIO. BOSCO Mathi 14 agosto 1885 GLI «ARTICOLI GENERALI» DEL «REGOLAMENTO PER LE CASE» (1877) Breve decalogo redatto in più versioni da don Bosco nel 1877 e che si colloca fra la pubblicazione del trattatello sul Sistema Preventivo e il “Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales”, di cui costituiva proemio. Testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 280-283. TESTO MANOSCRITTO Regole generali per quelli che hanno la direzione o l'assistenza dei giovanetti 1° Ognuno deve ritenere che per farsi temere dai giovanetti bisogna prima farsi amare, cioè guadagnare il loro cuore facendo conoscere colle parole e più ancora coi fatti, che ogni nostra sollecitudine è diretta al loro vantaggio spirituale e temporale. 2° Nell’assistenza poche parole e molti fatti, e dare agio agli allievi di esprimere i loro pensieri. 3° Si ritenga che i giovanetti sogliono manifestare tre sorta di caratteri ovvero indoli diverse: Buona, ordinaria, difficile o cattiva. Bisogna studiar il mezzo di conciliarli in modo che si possa fare del bene a tutti senza che gli uni portino nocumento agli altri. 4° Per quelli che hanno carattere indole buona e pieghevole basta l’assistenza generale, spiegando le regole disciplinari e raccomandandone l’osservanza. 5° Sollecitudine speciale devesi alla categoria dei più; di quelli cioè che hanno indole ordinaria, volubile, tendente all'indifferenza. Bisogna contentare costoro coll'occupazione, con racconti consigli coll'indirizzar loro il discorso, dando anche piccoli premi, e dimostrando stima e fiducia in loro. 6° Ma gli sforzi siano tutti diretti ai più dissipati, volubili, difficili ed anche discoli. Il numero di costoro sarà si può calcolare di uno su dieci o forse di tre su venti. Ogni superiore procuri di conoscerli bene, si informi della loro vita antecedente, cerchi di farseli amici, li lasci parlare molto ma egli parli poco. 7° Tutte le volte poi che arriva tra i suoi allievi, si trattiene con loro o parte da loro dia sempre un'occhiata per conoscere se quei di terza categoria trovansi al loro posto e se si accorge della loro assenza li faccia tosto cercar sotto aspetto aver loro che dire o raccomandare. 8° Dovendo a costoro dire parole di biasimo li chiamino sempre a parte, né mai loro si diano speciali avvisi o correzioni in presenza degli altri compagni. Si può però approfittar di episodi, di fatti altrui per tirar lode o biasimo sulla condotta in generale che vada anche a cadere sopra di loro medesimi. TESTO A STAMPA Articoli generali 1. Quelli che trovansi in qualche uffizio o prestano assistenza ai giovani, che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l’incarico di dare avvisi e consigli a qualunque giovane della casa, ogni qual volta vi è ragione di farlo specialmente quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio. 2. Ognuno procuri di farsi amare se vuole farsi temere. Egli conseguirà questo grande fine se colle parole, e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente al vantaggio spirituale e temporale de’ suoi allievi. 3. Nell’assistenza poche parole, molti fatti, e si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri; ma si stia attento a rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione. 4. I giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi. Indole buona, ordinaria, difficile, cattiva. E nostro stretto dovere di studiare i mezzi che valgano a conciliare questi caratteri diversi per far del bene a tutti senza che gli uni siano di nocumento agli altri. 5. A coloro che hanno sortito dalla natura un carattere, un’indole buona basta la sorveglianza generale spiegando le regole disciplinari e raccomandandone l’osservanza. 6. La categoria dei più è di coloro che hanno carattere ed indole ordinaria, alquanto volubile e proclive all’indifferenza; costoro hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli. Bisogna incoraggiarli al lavoro, anche con piccoli premi e dimostrando d’avere grande fiducia in loro senza trascurarne la sorveglianza. 7. Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolte alla terza categoria che è quella dei discepoli difficili ed anche discoli. Il numero di costoro si può calcolare uno su quindici. Ogni superiore si adoperi per conoscerli, s’informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto, ma egli parli poco ed i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili. Ma non si perdano mai di vista senza dar a divedere che si ha diffidenza di loro. 8. I maestri, gli assistenti quando giungono tra i loro allievi portino immediatamente l’occhio sopra di questi e accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare sotto apparenza di avergli che dire o raccomandare. 9. Qualora si dovesse a costoro fare un biasimo, dare avvisi o correzioni, non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può nulla dimeno approfittare di fatti, di episodi avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a cadere sopra coloro di cui parliamo. 10. Questi sono gli articoli preliminari del nostro regolamento. Ma a tutti è indispensabile la pazienza, la diligenza e molta preghiera senza cui io credo inutile ogni buon regolamento. IL DIALOGO TRA DON BOSCO E IL MAESTRO FRANCESCO BODRATO (1864) Testo scritto ad opera del conte Cays e altri, riporta il dialogo sui metodi educativi avvenuto l’8 ottobre 1864 fra don Bosco e il maestro elementare di Mornese, Francesco Bodrato (1823-1880). Il Bodrato, rimasto vedovo, si farà salesiano, sacerdote, missionario in Argentina, dove morì, ispettore, nel 1880. Testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 196-198. TESTO Non pago della semplice ammirazione il Bodrato voleva saperne qualche cosa di più, e si è a questo fine richiesto D. Bosco di una particolare udienza, ed ottenutala nell’istessa sera, gli chiedeva il secreto ch’egli avesse per dominare sifattamente cotanta gioventù da rendersela così ubbidiente, rispettosa e docile da non potersi desiderare di più. D. Bosco se ne sbrigava con due parole: Religione e Ragione sono le molle di tutto il mio sistema di educazione. L’educatore deve pur persuadersi che tutti, o quasi tutti questi cari giovani, hanno una naturale intelligenza per conoscere il bene che loro vien fatto personalmente, ed insieme sono pur dotati di un cuore sensibile facilmente aperto alla riconoscenza. Quando si sia giunto con l’aiuto del Signore a far penetrare nelle loro anime i principali misteri della nostra S. Religione, che tutto amore ci ricorda l’amore immenso che Iddio ha portato all’uomo; quando si arrivi a far vibrare nel loro cuore la corda della riconoscenza che gli si deve in ricambio dei benefizi che ci ha largamente compartiti; quando finalmente colle molle della ragione si abbiano fatti persuasi che la vera riconoscenza al Signore debba esplicarsi coll’eseguirne i voleri, col rispettare i suoi precetti, quelli specialmente che inculcano l’osservanza de’ reciproci nostri doveri; creda pure che gran parte del lavoro educativo è già fatto. La religione in questo sistema fa l’ufficio del freno messo in bocca dell’ardente destriero che lo domina e lo signoreggia; la ragione fa poi quello della briglia che premendo sul morso produce l’effetto che se ne vuole ottenere. Religione vera, religione sincera che domina le azioni della gioventù, ragione che rettamente applichi quei santi dettami alla regola di tutte le sue azioni, eccole in due parole compendiato il sistema da me applicato, di cui ella desidera conoscere il gran segreto. Al finire di questo discorso, Bodrato riprendeva alla sua volta: Rev. Signore, colla similitudine del saggio domatore dei giovani poledri ella mi parlava del freno della religione, e del buon uso della ragione a dirigerne le azioni tutte. Questo va benissimo; parmi però che mi abbia taciuto di un terzo mezzo che sempre accompagna l’ufficio del domatore dei cavalli, voglio dire della inseparabile frusta, che è come il terzo elemento della sua riuscita. A questa sortita di Bodrato, D. Bosco soggiungeva: Eh caro signore, mi permetta di osservarle che nel mio sistema la frusta, che ella dice indispensabile, ossia la minaccia salutare dei venturi castighi non è assolutamente esclusa; voglia riflettere che molti e terribili sono i castighi che la religione minaccia a coloro che, non tenendo conto dei precetti del Signore, oseranno disprezzarne i comandi, minaccie severe e terribili che ricordate sovente, non mancheranno di produrre il loro effetto tanto più giusto in quanto chè non si limita alle esterne azioni, ma colpisce eziandio le più segrete ed i pensieri più occulti. A fare penetrare più addentro la persuasione di questa verità si aggiungano le pratiche sincere della religione, la frequenza dei sacramenti e l’insistenza dell’educatore, ed è certo che coll’aiuto del Signore si verrà più facilmente a capo di ridurre a buoni cristiani moltissimi anche fra i più pertinaci. Del resto quando i giovani vengono ad esser persuasi che chi li dirige ama sinceramente il vero loro bene basterà ben sovente ad efficace castigo dei ricalcitranti, un contegno più riserbato, che ne addimostri l’interno dispiacere di vedersi mal corrisposto nelle paterne sue cure. Credami pure, caro Signore, che questo sistema è forse il più facile e certamente il più efficace perché colla pratica della religione sarà anche il più benedetto da Dio. A dargliene una prova palpabile, mi fo ardito ad invitarlo per qualche giorno a vedere l’applicazione pratica nelle nostre case. Lo faccio libero di venire a passare qualche giorno con noi, e spero che alla fine dell’esperimento possa assicurarmi che quanto le ho detto è sperimentalmente il più pratico ed il più sicuro sistema. Questo invito parte faceto, parte anche sul serio fece impressione al nostro Bodrato. Ringraziatone D. Bosco, si riservò ad una più esplicita risposta, portando nel cuore il pensiero che ne avrebbe forse più tardi approfittato con soddisfazione. DEI CASTIGHI DA INFLIGGERSI NELLE CASE SALESIANE (1883) Circolare attribuita a don Bosco e rimasta inedita fino al 1935, costituisce un significativo prodotto dell’ambiente collegiale di Valdocco, dove probabilmente fu redatta nel 1883 da collaboratori di don Bosco, sulla base di scritti pedagogici di diversi autori (Teppa, Monfat, Rollin…). Testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 317-333. Miei cari figliuoli, Sovente e da varie parti mi arrivano ora domande, ora anche preghiere, perchè io voglia dare alcune regole ai Direttori, ai Prefetti ed ai Maestri, che servano loro di norma nel difficile caso in cui si dovesse infliggere qualche castigo nelle nostre case. Voi sapete in quali tempi viviamo, e con quanta facilità una piccola imprudenza potrebbe portare con sè gravissime conseguenze. Nel desiderio pertanto di secondare le vostre domande, ed evitare a me ed a voi dispiaceri non indifferenti, e, meglio ancora, per ottenere il maggior bene possibile in quei giovinetti che la Divina Provvidenza affiderà alla nostra cura, vi mando alcuni precetti e consigli, che se voi procurerete, come io spero, di praticare, vi aiuteranno assai nella santa e difficile opera della educazione religiosa, morale e scientifica. In generale il sistema che noi dobbiamo adoperare è quello chiamato preventivo (1) il quale consiste nel disporre in modo gli animi ________________ (1) Vedi Regolamento per le Case della Società di S. Francesco di Sales. ________________ de’ nostri allievi, che senza alcuna violenza esterna debbano piegarsi a fare il nostro volere. Con tal sistema io intendo di dirvi che mezzi coercitivi non sono mai da adoperarsi, ma sempre e soli quelli della persuasione e carità. Che se l’umana natura, troppo inclinevole al male, ha talvolta bisogno di essere costretta dalla severità, credo bene di proporvi alcuni mezzi, i quali, io spero coll’aiuto di Dio ci condurranno a fine consolante. Anzitutto se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, ed obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre il tenero oggetto delle mie occupazioni, de’ miei studi, e del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione Salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia; e solo in modo di chi in questa si adatta per forza e per compiere un dovere. Io intendo di esporvi qui quali siano i veri motivi, che vi debbano indurre alla repressione, e quali siano i castighi da adottarsi e da chi applicarsi. I. Non punite mai se non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! È certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia, castigare quelli che ci resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava S. Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo faceva piangere, e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo. Perciò io raccomando a tutti i Direttori, che prima debbano adoperare la correzione paterna verso i nostri cari figliuoli, e che questa sia fatta in privato, o come si suol dire in camera charitatis. In pubblico non si sgridi mai direttamente, se non fosse per impedire lo scandalo, o per ripararlo qualora fosse già dato. Se dopo la prima ammonizione non si vede alcun profitto, se ne parli con un altro superiore che abbia sul colpevole qualche influenza; e poi alla fine se ne parli col Signore. Io vorrei che il Salesiano fosse sempre come Mosè, che si studia di placare il Signore giustamente indignato contro il suo popolo d’Israele. Io ho veduto che raramente giova un castigo improvviso e dato senza aver prima cercato altri mezzi. Niuna cosa, dice S. Gregorio, può forzare un cuore, che è come una cittadella inespugnabile, e che fa d’uopo guadagnare con l’affetto e con la dolcezza. Siate fermi nel volere il bene, e nell’impedire il male, ma sempre dolci e prudenti; siate poi perseveranti ed amabili, e vedrete che Dio vi renderà padroni anche del cuore meno docile. Lo so, questa è perfezione, che si incontra non tanto di frequente ne’ maestri e negli assistenti, spesso ancor giovanetti. Essi non sogliono pigliare i fanciulli, come converrebbe pigliarli: non farebbero che castigare materialmente, e non riescono a nulla, o lasciano andar tutto a male, o colpiscono a torto od a ragione. È per questo motivo, che sovente vediamo il male propagarsi, diffondersi il malcontento anche in quelli che sono i migliori, e che il correttore è reso impotente a qualunque bene. Devo perciò anche qui portarvi di nuovo per esempio la mia propria esperienza. Ho sovente incontrato certi animi così caparbii, così restii ad ogni buona insinuazione, che non mi lasciavano più nessuna speranza di salute, e che ormai vedeva la necessità di prendere per loro misure severe, e che furono piegati solamente dalla carità. Alcune volte a noi sembra che quel fanciullo non faccia profitto dalla nostra correzione, mentre invece sente nel suo cuore ottima disposizione per secondarci, e che noi manderemmo a male, con un malinteso rigore, e col pretendere che il colpevole faccia subita e grave emenda del suo fallo. Vi dirò prima di tutto che egli forse non crede di aver tanto demeritato con quella mancanza, che egli commise più per leggerezza che per malignità. Sovente chiamati a me alcuni di questi piccoli riottosi, trattati con benevolenza, e richiesti perchè si mostravano tanto indocili, ne ebbi per risposta, che lo facevano perchè erano presi di mira, come si suol dire, o perseguitati da questo o da quel superiore. Io poi informandomi dello stato delle cose con calma e senza preoccupazione, doveva convincermi che la colpa diminuiva di assai, ed alcune volte scompariva quasi intieramente. Per la qual cosa devo dirlo con qualche dolore che della poca sommissione di questi tali, noi medesimi avevamo sempre una parte di colpa. Vidi che sovente questi che esigevano dai loro allievi silenzio, castigo, esattezza ed ubbidienza pronta e cieca, erano pur quelli che violavano le salutari ammonizioni che io ed altri superiori dovevamo fare; e dovetti convincermi che i maestri che nulla perdonano agli allievi, sogliono poi perdonar tutto a se stessi. Adunque se vogliamo saper comandare, guardiamo di saper prima ubbidire; e cerchiamo prima di farci amare che temere. Quando poi è necessaria la repressione, e devesi mutare sistema; giacchè sono certe indoli che è forza domare col rigore, bisogna saperlo fare in modo che non compaia alcun segno di passione. Ed ecco venire spontanea la raccomandazione seconda, che io intitolo così: II. Procurare di scegliere nelle correzioni il momento favorevole Ogni cosa a suo tempo, disse lo Spirito Santo; ed io vi dico che occorrendo una di queste dolorose necessità, occorre pure una grande prudenza per saper cogliere il momento, in cui essa repressione sia salutare. Imperocché le malattie dell’anima domandano di essere trattate almeno come quelle del corpo. Nulla è più pericoloso di un rimedio dato male a proposito o fuori tempo. Un medico saggio aspetta che l’infermo sia in condizione di sostenerlo, ed a tal fine aspetta l’istante favorevole. E noi potremo conoscerlo solo dalla esperienza perfezionata dalla bontà del cuore. E prima di tutto aspettate che siate padroni di voi medesimi; non lasciate conoscere che voi operate per umore o per furia; perchè allora perdereste la vostra autorità, ed il castigo diventerebbe pernicioso. Si ricorda dai profani il famoso detto di Socrate ad uno schiavo, di cui non era contento: Se non fossi in collera ti batterei. Questi piccoli osservatori, che sono i nostri allievi, vedono per poca o leggiera che sia la commozione del vostro volto o del tono della voce, se è zelo del nostro dovere, o ardore della passione, che accese in noi quel fuoco. Allora non occorre di più per far perdere il frutto del castigo: essi, quantunque giovanetti, sentono che non vi è che la ragione che abbia diritto di correggerli. In secondo luogo non punite un ragazzo nell’istante medesimo del suo fallo, per timore, che non potendo ancora confessare la sua colpa, vincere la passione, e sentire tutta l’importanza del castigo, non si inasprisca e non ne commetta di nuovi e di più gravi. Bisogna lasciargli il tempo per riflettere, per rientrare in se stesso, sentire tutto il suo torto ed insieme la giustizia e la necessità della punizione, e con ciò metterlo in grado di trarne profitto. Mi ha fatto sempre pensare la condotta che il Signore volle tenere con S. Paolo, quando questi [era] ancor spirans irae atque minarum contro i cristiani; e mi parve di vedere la regola lasciata anche a noi quando incontriamo certi cuori ricalcitranti ai nostri voleri. Non subito il buon Gesù lo atterra: ma dopo un lungo viaggio, ma dopo aver potuto riflettere sulla sua missione: ma lontano da quanti avrebbero potuto comecchessia dargli incoraggiamenti a perseverare nella risoluzione di perseguitare i cristiani. Là invece sulle porte di Damasco gli si manifesta in tutta la sua autorità e potenza, e con forza insieme e mansuetudine gli apre la mente, perchè conosca il suo errore. E fu appunto in quel momento che si cambiò l’indole di Saulo, e che da persecutore diventò apostolo delle genti, e vaso di elezione. Su questo divino esempio io vorrei che si formassero i miei cari Salesiani, e che con la pazienza illuminata, e con la carità industriosa attendessero nel nome di Dio quel momento opportuno per correggere i loro allievi. III. Togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma che è necessaria, per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione. E quanto più si fa con dispetto, tanto meno uno se ne accorge. Il cuore di padre, che noi dobbiamo avere, condanna questo modo di fare. Riguardiamo come nostri figli, quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare; vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù co’ suoi Apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e famigliarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da Lui ad essere mansueti ed umili di cuore. Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in guisa che sembri soffocata affatto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiurie sul labbro; ma sentiamo la compassione pel momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri, e farete una vera correzione. In certi momenti molto gravi giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a Lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte nessun vantaggio in chi le merita. Ricordiamo il nostro Divin Redentore che perdonò a quella città, che non lo volle ricevere tra le sue mura, malgrado le insinuazioni pel suo decoro umiliato di quei due suoi zelanti Apostoli, che l’avrebbero veduto volentieri fulminarla per giusto castigo. Lo Spirito Santo ci raccomanda questa calma con quelle sublimi parole di Davide: Irascimini et nolite peccare. E se vediamo sovente riuscire inutile l’opera nostra, e non ricavare dalla nostra fatica che triboli e spine, credete, o miei cari, lo dobbiamo attribuire al difettoso sistema di disciplina. Non credo opportuno di dirvi in largo come Dio volle un giorno dare una solenne e pratica lezione al suo profeta Elia, che aveva un non so che di comune con alcuni di noi, nell’ardore per la causa di Dio, e nello zelo avventato per reprimere gli scandali, che vedeva propagati nella casa d’Israele. I vostri superiori ve la potranno riferire in disteso, come si legge nel libro dei Re; io mi limito all’ultima espressione, che fa tanto al caso nostro, ed è: Non in commotione Dominus, e che S. Teresa interpretava: Niente ti turbi. Il nostro caro e mansueto S. Francesco, voi lo sapete, aveva fatto una regola severa a se stesso, per cui la sua lingua non parlerebbe, quando il cuore fosse agitato. Soleva dire in fatto: "Temo di perdere in un quarto d’ora quella poca dolcezza, che ho procurato di accumulare in venti anni a stilla a stilla, come la rugiada, nel vaso del mio povero cuore. Un’ape impiega più mesi a fare un poco di miele, che un uomo mangia in un boccone: e poi, a che serve parlare a chi non intende?". Essendogli un giorno rimproverato d’aver trattato con soverchia dolcezza un giovinetto che erasi reso colpevole con sua madre di grave mancanza, egli disse: “Questo giovane non era capace di profittare delle mie ammonizioni, poichè la cattiva disposizione del suo cuore lo aveva privato di ragione e di senno; un’aspra correzione non avrebbe servito a lui, e sarebbe stata a me di gran danno, facendomi fare come coloro che si annegano volendo salvare gli altri”. Queste parole del nostro ammirando Patrono, mite e sapiente educatore di cuori ve le ho volute sottolineare perchè richiamino meglio e più la vostra attenzione, ed anche voi ve le possiate più facilmente imprimere nella memoria. In certi casi può giovare parlando alla presenza del colpevole con altre persone della disgrazia di coloro che mancano di ragione e di onore fino a farsi castigare; giova sospendere i segni ordinarii di confidenza e di amicizia fino a che non si vegga che egli ha bisogno di consolazione. Il Signore mi consolò più volte con questo semplice artifizio. La vergogna pubblica si riserbi come ultimo rimedio. Alcuna volta servitevi di altra persona autorevole che lo avvisi, e gli dica ciò che non potete, ma vorreste dirgli voi stessi: che lo guarisca della sua vergogna, lo disponga a tornare a voi: cercate colui col quale il ragazzo possa nella sua pena aprire più liberamente il suo cuore, come forse non osa fare con voi, dubitando o di non essere creduto, o nel suo orgoglio di non dover fare. Siano questi mezzi come i discepoli che Gesù soleva mandare innanzi a sè perchè gli preparassero la via. Si faccia vedere che non si vuole altra soggezione, che quella ragionevole e necessaria. Procurate di fare in modo, che egli si condanni da se medesimo, e non rimanga altro a fare, che mitigare la pena da lui accettata. Un’ultima raccomandazione mi resta a farvi, sempre su questo grave argomento. Quando voi avete ottenuto di guadagnare questo animo inflessibile, vi prego che non solo gli lasciate la speranza del vostro perdono, ma ancora quella che egli possa, con una buona condotta, cancellare la macchia a sè fatta con i suoi mancamenti. IV. Regolatevi in modo da lasciar la speranza al colpevole che possa esser perdonato Bisogna evitare l’affanno ed il timore inspirato dalla correzione e mettere una parola di conforto. Dimenticare e far dimenticare i tristi giorni de’ suoi errori, è arte suprema di buon educatore. Alla Maddalena il buon Gesù non si legge che abbia ricordati i suoi traviamenti; come pure con somma e paterna delicatezza fece confessare e purgarsi S. Pietro della sua debolezza. Anche il fanciullo vuol essere persuaso che il suo superiore ha buona speranza della sua emendazione; e così sentirsi di nuovo messo dalla sua mano caritatevole per la via della virtù. Si otterrà più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento, che dia fiducia al suo cuore, che con molti rimproveri, i quali non fanno che inquietare e comprimere il suo vigore. Io ho veduto vere conversioni con questo sistema, che in altro modo parevano assolutamente impossibili. So che alcuni de’ miei più cari figliuoli non hanno rossore di palesare, che furono guadagnati così alla nostra Congregazione e perciò a Dio. Tutti i giovanetti hanno i loro giorni pericolosi, e voi pure li aveste! e guai, se non ci studieremo di aiutarli a passarli in fretta e senza rimprovero. Alcune volte il solo far credere che non si pensa che l’abbia fatto con malizia, basta per impedire che ricada nel medesimo fallo. Saranno colpevoli, ma desiderano che non si credano tali. Fortunati noi, se sapremo anche servirci di questo mezzo per educare questi poveri cuori! State sicuri, o miei cari figliuoli, che quest’arte, che sembra così facile e contraria a buon effetto, renderà utile il vostro ministero, e vi guadagnerà certi cuori, che furono e sarebbero per molto tempo incapaci, non che di felice riuscita, ma di buona speranza. V. Quali castighi debbano adoperarsi e da chi Ma non si dovranno usare mai i castighi? So, o miei cari, che il Signore volle paragonare se stesso ad una verga vigilante: virga vigilans, per rattenerci dal peccato, anche pel timore delle pene. Anche noi perciò possiamo e dobbiamo imitare parcamente e sapientemente la condotta, che Dio volle tracciare a noi con questa efficace figura. Adoperiamo adunque questa verga, ma sappiamolo fare con intelligenza e carità, affinché il nostro castigo sia di natura da rendere migliore. Ricordiamoci che la forza punisce il vizio, ma non guarisce il vizioso. Non si coltiva la pianta curvandola con aspra violenza, e non si educa perciò la volontà gravandola con giogo soverchio. Eccovi una serie di castighi, che soli io vorrei adoperati tra noi. Uno de’ mezzi più efficaci di repressione morale, è lo sguardo malcontento, severo e tristo del superiore, che fa vedere al colpevole, per poco cuore che abbia, di essere in disgrazia, e che lo può provocare al pentimento ed all’emenda. Correzione privata e paterna. Non troppi rimproveri; e fargli sentire il dispiacere dei parenti, e la speranza delle ricompense. Alla lunga si sentirà costretto a mostrare gratitudine e perfino generosità. Ricadendo, non siamo corti a carità; si passi ad avvertimenti più serii e recisi; così si potrà con giustizia fargli conoscere la differenza della sua condotta, con quella che si tiene verso di lui; mostrandogli come egli ripaga tanta accondiscendenza, tante cure per salvarlo dal disonore e dalle punizioni. Non però espressioni umilianti; si mostri di avere buona speranza su di lui, dichiarandoci pronti a dimenticare tutto dal momento, che egli avrà dati segni di condotta migliore. Nelle mancanze più gravi si può venire ai seguenti castighi: pranzare in piedi al suo posto, od a tavola a parte; pranzare diritto in mezzo al refettorio, e per ultimo alla porta del refettorio. Ma in tutti questi casi sia somministrato al colpevole tutto quello che è dato alla mensa dei compagni. Castigo grave è privarlo della ricreazione; ma non metterlo mai al sole od alle intemperie in modo che ne abbia da patire danno. Il non interrogarlo per un giorno nella scuola, può essere castigo grave; ma non si lasci di più. Intanto si provochi altrimenti a far penitenza della sua mancanza. Ora che vi dirò dei pensi? Un tal genere di punizione è per isventura troppo frequente. Ho voluto interrogare, su questo proposito, quello che ne dissero celebri educatori. V’ha chi lo approva, e chi lo biasima, come inutile e pericolosa cosa tanto al maestro, quanto al discepolo. Io lascio però a voi libertà di fare in questo, avvisandovi che per il maestro è pericolo grande di andare agli eccessi senza alcun giovamento, e che si dà all’alunno occasione di mormorare e di trovare molta pietà per l’apparente persecuzione del maestro. Il penso non riabilita nulla, ed è sempre una pena ed una vergogna. So che qualcuno de’ nostri Confratelli soleva dare per pensi lo studio di qualche brano di poesia o sacra o profana, e che con tal utile mezzo otteneva il fine della maggior attenzione, e qualche profitto intellettuale. Allora si verificava che omnia cooperantur in bonum a quelli che cercano Dio solo, la sua gloria e la salute delle anime. Questo vostro confratello convertiva coi pensi; io lo credo una benedizione speciale di Dio, e caso piuttosto unico che raro: ma riusciva perché si faceva vedere caritatevole. Ma non si venga mai a far uso del così detto camerino di riflessione. Non c’è malanno, in cui non possano precipitare l’alunno la rabbia e l’avvilimento, che lo assalgono in una punizione di tal natura. Il demonio prende da questo castigo un impero violentissimo sopra di lui, e lo spinge a gravi falli, quasi per vendicarsi di colui che lo volle punire in quel modo (2). ________________ (2) Nel timore che in qualche collegio per rara eccezione ed assoluta necessità si credesse dover usare il camerino, ecco le precauzioni che vorrei adoperate: Il catechista od altro superiore vada sovente a visitare il povero colpevole, e con parole di carità e di compassione si cerchi di versar olio in quel cuore tanto esacerbato. Si compianga il suo stato, e si industrii a fargli capire come tutti i superiori siano dolenti di aver dovuto usare un castigo così estremo, e si capaciti a domandare perdono, a far atti di sottomissione, ed a chiamare che si faccia di lui un’altra prova della sua emendazione. Se pare che questo castigo produca il suo effetto, lo si levi anche prima del tempo, e si riuscirà a guadagnare sicuramente il suo cuore. Il castigo dev’essere un rimedio: ora noi dobbiamo aver fretta di lasciarlo, quando abbiamo ottenuto il doppio scopo di allontanare il male, e di impedirne il ritorno. Riuscendo così di perdonare, si ottiene anche l’effetto prezioso di cicatrizzare la piaga fatta al cuore del fanciullo; egli vede che non ha perduta la benevolenza del suo superiore, e si rimette coraggiosamente al suo dovere. ________________ Nei castighi summentovati si ebbero soltanto di mira le mancanze contro alla disciplina del collegio; ma nei casi dolorosi che qualche allievo desse grave scandalo, o commettesse offesa al Signore, allora egli sia condotto immediatamente dal Superiore, il quale nella sua prudenza prenderà quelle efficaci misure che crederà opportune. Che se poi uno si rendesse sordo a tutti questi savii mezzi di emendazione e fosse di cattivo esempio e scandalo, allora costui dev’essere allontanato senza remissione, in guisa però che per quanto è possibile si provveda al suo onore. Questo si ottiene col consigliare il giovane stesso a chiamare ai parenti che lo tolgano, o consigliare direttamente i parenti a cambiar collegio, nella speranza che altrove il loro figliuolo faccia meglio. Quest’atto di carità suol operare buon effetto in tutti i tempi, e lascia, anche in certe penose occasioni, una grata memoria nei parenti e negli alunni. Finalmente mi resta a dirvi ancora da chi deve partire l’ordine, il tempo ed il modo di castigare. Questi dev’essere sempre il Direttore, senza però che egli abbia a comparire. È parte sua la correzione privata, perchè più facilmente può penetrare in certi cuori meno sensibili; parte sua la correzione generica ed anche pubblica; ed è anche parte sua l’applicazione del castigo, senza però che egli, per via ordinaria, la debba eseguire od intimare. Perciò nessuno vorrei che nessuno si arbitrasse di castigare senza previo consiglio od approvazione del suo Direttore, il quale solo determina il tempo, il modo, e la qualità del castigo. Nessuno si tolga da quest’amorevole dipendenza, e non si ricerchi pretesti per eludere la sua sorveglianza (3). Non ci dev’essere scusa per far eccezioni da questa regola della massima importanza. ________________ (3) I maestri od assistenti non mettano mai fuori di scuola alcun colpevole, ma in caso di mancanza si faccia accompagnare dal Superiore. ________________ Siamo ubbidienti perciò a questa raccomandazione che io vi lascio, e Dio vi benedirà e vi consolerà per la vostra virtù. Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e ce ne dà in mano le chiavi. Procuriamo perciò in tutti i modi ed anche con questa umile ed intiera dipendenza di impadronirci di questa fortezza chiusa sempre al rigore ed all’asprezza. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere e del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori, ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù. Pregate per me, e credetemi sempre nel SS. Cuore di Gesù Giorno di S. Francesco 1883 Vostro Aff. Padre ed Amico Sac. Giovanni Bosco CENNI STORICI INTORNO ALL’ORATORIO DI S.FRANCESCO DI SALES Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales (1862). TESTO Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales L’idea degli Oratori nacque dalla frequenza delle carceri di questa città. In questi luoghi di miseria spirituale e temporale trovavansi molti giovanetti sull’età fiorente, d’ingegno svegliato, di cuore buono, capaci di formare la consolazione delle famiglie e l’onore della patria; e pure erano colà rinchiusi, avviliti, fatti l’obbrobrio della società. Ponderando attentamente le cagioni di quella sventura si poté conoscere che per lo più costoro erano infelici piuttosto per mancanza di educazione che per malvagità. Si notò inoltre che di mano in mano facevasi loro sentire la dignità dell’uomo, che è ragionevole e deve procacciarsi il pane della vita con oneste fatiche e non col ladroneccio; appena insomma facevasi risuonare il principio morale e religioso alla loro mente, provavano in cuore un piacere di cui non sapevansi dare ragione, ma che loro faceva desiderare di essere più buoni. Di fatto molti cangiavano condotta nel carcere stesso, altri usciti vivevano in modo da non doverci più essere tradotti. Allora si confermò col fatto che questi giovanetti erano divenuti infelici per difetto d’instruzione morale e religiosa, e che questi due mezzi educativi erano quelli che potevano efficacemente cooperare a conservare buoni quando lo fossero ancora e di ridurre a far senno i discoli quando fossero usciti da que’ luoghi di punizione. Per venire a qualche prova cominciarono a farsi appositi catechismi nelle carceri di questa capitale e poco dopo nella sacrestia della chiesa di S. Francesco d’Assisi; e quindi si diede principio alle radunanze festive. Ivi erano invitati quelli che uscivano dalle carceri e quelli che lungo la settimana si andavano qua e là sulle piazze, nelle vie ed anche nelle officine raccogliendo. Racconti morali e religiosi, canti di laudi sacre, piccoli regali, alcuni trastulli erano gli amminicoli che si usavano per trattenerli ne’ giorni festivi. Correva l’anno 1841 ed i giovani che intervenivano in media erano settanta. Con grande soddisfazione l’oratorio continuò tre anni in questo sito di S. Francesco di Assisi, finché lo straordinario numero de’ giovani costrinse a scegliere più ampio locale. Laonde l’anno 1844 il sac. Bosco per motivo d’impiego ecclesiastico essendo andato alla direzione della pia opera del Rifugio in Valdocco, fu ivi scelto un sito più adattato al bisogno, e il giorno otto dicembre 1844 era benedetta la prima cappella destinata esclusivamente per la gioventù. Questa chiesa consisteva in due camere attigue all’edifizio destinato pei sacerdoti direttori della mentovata opera del Rifugio. Qui l’Oratorio durò un anno. Nell’autunno del 1845 pel crescente numero de’ giovanetti, che spesso eccedevano i due cento, e l’edifizio che sino a quell’epoca aveva servito di chiesa dovendo avere altra destinazione, fu necessità di cercare luogo più opportuno. Si andò per lo spazio di circa quattro mesi alla chiesa di S. Martino presso ai Mulini di città, donde si cessò per fare posto ad un altro catechismo destinato per le giovani. Il cenotafio di S. Pietro in Vincoli, casa Moretta, un recinto di casa Filippi servirono di Oratorio sino alla primavera del 1846. In quest’anno fu presa a pigione e di poi comperata casa Pinardi nella regione Valdocco, dove sorse l’Oratorio di S. Francesco di Sales. Il numero dei giovani crebbe a tale che l’anno 1850 spesso oltrepassavano i due ed anche i tre mila. A fine di provvedere a questo bisogno l’anno 1851 innalzavasi la chiesa attuale e ciò facevasi con ajuto di Lotterie di oggetti e con altre private oblazioni. Oratorio di S. Luigi a Porta Nuova. L’anno 1847 visto che pel gran numero i giovani non potevano più essere contenuti nell’Oratorio di S. Francesco di Sales se ne apriva un altro a Porta Nuova tra il viale dei Platani e quello del Valentino. La direzione di esso fu affidata al Teol. Carpano Giacinto, di poi passò ad altri, e presentemente il Teol. Leonardo Murialdo ne è zelante direttore. Il numero medio dei giovani è di circa 500. Oratorio del Santo Angelo Custode. Lo straordinario concorso di giovani all’Oratorio di Porta Nuova fece tosto conoscere essere indispensabile un nuovo sito da scegliersi colà dove maggiore sentivasi il bisogno. Vanchiglia è la sezione di Torino assai popolata e regurgitante di giovanetti che ne’ giorni festivi vanno qua e là vagando. Il benemerito D. Cocchi aveva già aperto ivi un Oratorio, che per altre sue occupazioni dovette abbandonare. In quello stesso luogo e quasi con identico scopo nell’anno 1849 in quella regione si riapriva al pubblico l’Oratorio del Santo Angelo Custode vicino a Po. La direzione era affidata al Sig.r T. Murialdo Roberto; presentemente essendo esso di sanità assai cagionevole è affidata al Sac. D. Rua Michele. L’intervento medio di questo Oratorio è di circa quattrocento. Osservazioni generali. Questi Oratori si possono definire luoghi destinati a trattenere ne’ giorni festivi i giovanetti pericolanti con piacevole ed onesta ricreazione dopo di aver assistito alle sacre funzioni di chiesa. Quindi oltre le chiese vi sono recinti abbastanza spaziosi per la ricreazione ed appositi locali per le scuole e per riparare gli allievi dalle intemperie nella fredda stagione o in caso di pioggia. I mezzi per allettar ad intervenire sono: piccoli premi, trastulli e buone accoglienze. Medaglie, immagini, frutta, qualche colezione o merenda; talvolta un paio di calzoni, di scarpe od altro abito pei più poveri; collocamento al lavoro; assistenza presso ai parenti e presso agli stessi padroni. I trastulli sono: pallottole o bocce, piastrelle, stampelle, altalene di vario genere, passo del gigante, ginnastica, esercizi militari, canto, concerti con musica istrumentale e vocale. Ma ciò che più di tutto attrae i giovanetti sono le buone accoglienze. Una lunga esperienza ha fatto conoscere che il buono risultato dell’educazione nella gioventù consiste specialmente nel saperci fare amare per farci di poi temere. Le funzioni religiose ne’ giorni festivi sono come segue: al mattino comodità per chi vuole confessarsi; messa cui segue un racconto di storia sacra od ecclesiastica o l’esposizione del vangelo della giornata; quindi ricreazione. Dopo mezzodì catechismo in classe, vespri, breve istruzione dal pulpito, benedizione col venerabile, cui tiene dietro la solita ricreazione. Terminate le funzioni religiose ognuno è libero di rimanere per trastullarsi o di recarsi a casa. Sul fare della notte si mandano tutti a casa loro e si chiude l’Oratorio. Vi è un apposito regolamento da cui è guidata ogni cosa nella chiesa, nella ricreazione e nelle scuole. Le persone che prendono parte sono ecclesiastici, cherici ed anche borghesi di civil condizione, che ajutano per ogni occorrenza. In tempo di quaresima vi è in tutti e tre i luoghi il Catechismo quotidiano a mezzogiorno per quelli che non sono liberi in altra ora della giornata. Si celebra eziandio il mese Mariano con predica o lettura spirituale analoga, rosario e benedizione col venerabile o al levar del sole o all’Ave Maria di sera secondo le circostanze. Le persone che presero parte più attiva sul principio degli Oratori, oltre ai menzionati sono: D. Ponte, D. Trivero, D. Pacchiotti, T. Vola Gio. In modo poi particolare si rese benemerito il T. Borrelli Gioanni. Esso ne fu come l’anima ed il sostegno coll’esercitare ivi il sacro Ministero e nell’ajuto materiale e morale. Anche il Cav. T. Baricco ci ha più volte preso parte. | Scuole domenicali. Molti giovanetti o per mancanza di mezzi o di comodità si trovavano già ad età alquanto avanzata senza avere la istruzione necessaria per apprendere un mestiere. Lungo la settimana non potevano frequentar scuola di sorta, quindi la necessità suggerì le scuole domenicali. Queste tra noi cominciarono per la prima volta nel 1845. Sul principio sembrava cosa difficile, non esistendo né libri né persone che potessero a ciò dare norme o consigli. Si faceva scuola, s’insegnava, ma lungo la settimana dimenticandosi in gran parte quanto erasi insegnato ed imparato la domenica. Tuttavia si giunse a superare in parte questo grave ostacolo, prendendo un solo ramo scientifico per volta e dando una lezione sola da studiarsi lungo la settimana. Con questo mezzo si riuscì a far imparare da prima a leggere e scrivere e successivamente le quattro prime operazioni dell’aritmetica, dipoi gli elementi del sistema metrico, della gramatica italiana e la storia Sacra, ma senza mai passare ad un novello ramo d’insegnamento se non quando fosse bene appreso quello che si aveva tra mani. I pubblici saggi, che furono dati, appagarono gli insigni personaggi, tra quali l’abate Aporti, il Sindaco della città Cav. Bellono ed il Sig. Cav. T. Baricco, i quali ci vollero onorare della loro presenza. Scuole serali. In mezzo alla moltitudine de’ giovani che intervenivano apparve un altro bisogno, perciocché sebbene l’istruzione domenicale producesse buoni effetti, tuttavia per molti non bastava. Cominciarono pertanto ad invitarsi a venire lungo la settimana in que’ giorni e in quelle ore che tornavano più comode agli allievi. Un giovane ingaggiava l’altro ed in breve si giudicò opportuno di stabilire un’ora fissa per tutti e quest’ora fu la sera, quando appunto gli artigiani hanno terminati i giornalieri loro lavori. Laonde nel 1846 si cominciarono per la prima volta le scuole serali. Il concorso era straordinario, sicché dovemmo limitarci ad un numero di allievi compatibile colla ristrettezza del locale. Siccome le scuole serali furono di poi aperte dal municipio in molti quartieri della città, così cessò il bisogno di questa scuola negli altri oratori. Soltanto nell’Oratorio di S. Francesco di Sales continuarono fino al presente. La materia dell’insegnamento è: Lettura, scrittura, sistema metrico, lingua italiana, canto fermo, musica vocale, musica istrumentale e a qualcheduno disegno, piano forte, organo ed anche lingua francese. Scuole feriali diurne. Altra classe di giovanetti vagava pericolante per la città, sono costoro que’ giovanetti che o per essere male vestiti o per non potersi abituare ad una regolare disciplina non sono accolti nelle pubbliche scuole o ne sono licenziati. Costoro per lo più orfani o trascurati dai loro parenti anche in tenera età scorrono le vie e le piazze rissando, bestemmiando e rubacchiando. Per essi fu aperta una scuola diurna nell’Oratorio di S. Francesco di Sales ed un’altra in quello di S. Luigi. Il loro intervento è assai numeroso in ambidue gli oratori e mediante la cura di maestri accorti e caritatevoli si ottennero soddisfacenti risultati per la moralità e per la disciplina. Parecchi di essi furono poi ammessi nelle classi municipali, altri nelle classi serali, alcuni collocati a padrone. Casa dell’Oratorio di S. Francesco di Sales. Fra i giovani che frequentano questi oratori se ne trovarono di quelli talmente poveri ed abbandonati che per loro riusciva quasi inutile ogni sollecitudine senza un sito dove possano essere provveduti di alloggio, vitto e vestito. A questo bisogno si studiò di provvedere colla casa annessa e detta anche Oratorio di S. Francesco di Sales. Ivi in principio si prese a pi|gione una piccola casa nel 1847 e si cominciarono a raccogliere alcuni de’ più poveri. In quel tempo essi andavano a lavorare per la città restituendosi alla casa dell’Oratorio per mangiare e dormire. Ma il grave bisogno che da vari paesi di provincia si fece sentire ci determinò di estendere l’accettazione anche a quelli che non frequentavano gli oratorj di Torino. Cosa chiamò cosa. I giovani abbandonati formicolavano da tutte le parti. Allora si stabilì una base con cui si accettavano soltanto que’ giovani che fossero fra gli anni diciotto e i dodici, orfani di padre e di madre, totalmente poveri ed abbandonati. Siccome poi il recarsi in città nelle pubbliche officine produceva cattive conseguenze, così ampliato il locale esistente, se ne costrusse del nuovo ed al presente (i ricoverati sommano a settecento) gli opifici o laboratorj sono tutti qui nella casa. Le arti in cui vengono applicati sono sarti, calzolai, legatori, falegnami, legatori, tipografi e studio per quelli che colla morale condotta e colla singolare attitudine alle scienze se ne rendono degni. La brama ardente manifestatasi in molti di percorrere i corsi scientifici regolari ha fatto fare qualche eccezione sulle condizioni di accettazione. Laonde per lo studio si accettano anche giovani non abbandonati e non totalmente poveri purché abbiano tale condotta morale e tale attitudine allo studio da lasciar non dubbia speranza d’onorevole e cristiana riuscita in una carriera scientifica. Amministrazione. In questa casa eziandio avvi un regolamento secondo cui è guidata ogni cosa. Vi è un Rettore da cui ognuno dipende; un prefetto ne fa le veci ed è responsale della contabilità e della corrispondenza; un Direttore provvede alle scuole, corrisponde coi maestri, cogli assistenti di studio, coi catechisti ossia direttori spirituali; un economo ha cura delle persone di servizio, delle riparazioni e in generale di tutta l’azienda domestica. Dall’economo dipendono anche i capi ovvero maestri d’arti di ciascun laboratorio. Non vi sono redditi né entrate fisse. Perciò la casa si sostiene di sola beneficenza per lo più di privati oblatori. Il municipio suole fare una largizione annua di fr. 300 pei lumi e legna per le scuole serali in tempo d’inverno. Non si può calcolare la spesa precisa di tutta la casa o di ciascun individuo, ma si può stabilire a circa 60 centesimi in ciascun giorno per ogni individuo, tutto compreso. La chiesa, il fabbricato, sito per la casa ed oratorio di Valdocco sono proprietà del sac. Bosco. Quelli di Porta Nuova e di Vanchiglia sono pigionati. Risultati. Per conoscere i risultati ottenuti da queste scuole, dagli Oratori e dalla casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales bisogna dividere in tre classi gli allievi: discoli, dissipati, e buoni. I buoni si conservano e progrediscono nel bene in modo maraviglioso. I dissipati, cioè quelli già abituati a girovagare, poco a lavorare, si riducono anche a buona riuscita coll’arte, coll’assistenza, coll’istruzione e coll’occupazione. I discoli poi danno molto da fare; se si può ad essi far prendere un po’ di gusto al lavoro, per lo più sono guadagnati. Coi mezzi accennati si poterono ottenere alcuni risultati che si possono esprimere così: 1º che non diventano peggiori; 2º molti si riducono a far senno, quindi a guadagnarsi il pane onestamente; 3º quelli stessi che sotto la vigilanza parevano insensibili, col tempo si fanno, se non in tutto almeno in qualche parte, più arrendevoli. Si lascia al tempo di rendere profittevoli i buoni principii che poterono conoscere come debbansi praticare. Per la qual cosa in ogni anno si è riuscito di collocare più centinaja di giovanetti presso a buoni padroni da cui appresero un mestiere. Molti si restituirono alle loro famiglie da cui erano fuggiti; ed ora si mostrano più docili ed ubbidienti. Non pochi poi furono collocati a servire in oneste famiglie. L’uscita poi e l’entrata de’ giovani dell’ospizio di questo Oratorio è di circa tre cento all’anno. Parecchi di essi sono accolti nella musica della guardia nazionale o nella musica militare; altri continuano il mestiere appreso nello stabilimento; alcuni vanno a servire in oneste famiglie; un numero anche ragguardevole si danno all’insegnamento. Costoro subiti i loro regolari esami o rimangono qui in casa o vanno in qualità di maestri in que’ paesi dove sono richiesti. Alcuni percorrono anche carrieri civili. Fra gli studenti molti intraprendono la carriera ecclesiastica. Costoro, compiuto il corso ginnasiale, per lo più sono rinviati ai rispettivi vescovi che ne prendono la più amorevole cura per assisterli e farli continuare nella carriera cui aspirano. Tra essi è scelto quel numero che esercitano la qualità d’insegnanti in questa casa, fanno i catechismi negli Oratorj, assistono i vari laboratorii e dormitorj. Giunti al sacerdozio parecchi continuano ad esercitare il sacro ministero a favore de’ giovani ivi radunati o che frequentano gli altri oratorj della città. Altri secondano la loro inclinazione e vanno a coprire quelle parti del ministero a cui sono dal superiore ecclesiastico giudicati idonei. Una persona assai benemerita degli oratorj e di questa casa è il sac. Alasonatti Vittorio che da molti anni consacra indefesso le sue fatiche per queste opere di beneficenza. In tutto il personale di questa casa e di tutti gli oratorj comprese le persone di servizio non v’è alcuno stipendiato, ma ognuno presta gratuitamente l’opera sua. VITA DEL GIOVANETTO SAVIO DOMENICO ALLIEVO DELL'ORATORIO D1 SAN FRANCESCO DI SALES per cura dei Sacerdote BOSCO GIOVANNI TORINO TIP. G. B. PARAVIA E COMP I859 ESTRATTO DI LETTERA PASTORALE DI MONS. GIOANNI ANTONIO GIANOTTI ARCIVESCOVO E VESCOVO DI SALUZZO AI VENERANDI PAROCI DELLA SUA DIOCESI in favore delle LETTURE CATTOLICHE. Prima di chiudere questa nostra Lettera, non possiamo a meno di eccitare il vostro zelo per la propagazione di un libretto periodico, la cui lettura, attese le circostanze dei tempi, crediamo sommamente utile alle famiglie cristiane. Voi lo sapete, Ven. Fr., che alcuni anni sono, con apposita Lettera pastorale , diretta ai fedeli di Nostra Diocesi, abbiamo loro dimostrato i 4 gravissimi danni che cagionano alla fede ed al buon costume tanti libri e fogli empi e licenziosi, di cui sono inondate le nostre contrade. Ora vedendo che questi danni si hanno pur troppo tuttavia a deplorare, vi suggeriamo a voler unire la vostra alla nostra sollecitudine, e vegliare non solo per impedire che il nemico delle anime semini di nascosto la zizzania nel campo evangelico, ma adoperarvi colla più industriosa carità per ispargere dovunque la buona semenza della parola di Dio e delle cattoliche dottrine. La qual cosa si potrà da voi eseguire non solo colle apposite istruzioni che farete in Chiesa, ma ancora col disseminare nelle famiglie l'accennato libretto intitolato Letture Cattoliche, che già altra volta vi abbiamo raccomandato. Sia per la scelta degli 5 argomenti, sia per la chiarezza dell'esposizione e dello stile, sia finalmente per la modicità della spesa (*), ci parve il più adattato all'intelligenza, come ai bisogni del popolo. E tanto più caldamente potrete raccomandarne la lettura, in quanto che il medesimo supremo Gerarca della Chiesa Pio IX degnavasi d'incoraggiare i collaboratori della pia impresa a continuarvi, e di più, per mezzo di Circolare di S. Em. il Cardinale Vicario, eccitava tutti gli Arcivescovi e Vescovi dello Stato Pontificio a diffondere il più che fosse possibile queste Letture Cattoliche per tutte le città e castelli soggetti alla spirituale loro giurisdizione. (*) Esce ogni mese un fascicolo dí pag. 108 circa. Il prezzo d'associazione è di Cent. 15 ciascun mese, che formano L. 4, 80 all'anno. Il Can. Arciprete della Nostra Cattedrale s'incarica dell'associazione e della -distribuzione mensile dei fassiculi. 6 Preghiamo, Ven. Fr., il Dio delle misericordie, affinchè riguardi con occhio pietoso le afflizioni della sua Chiesa, e faccia risplendere sopra la nostra cara patria giorni più sereni e tranquilli per la santa nostra cattolica Religione, e che intanto ci accordi la pazienza , il coraggio e lo zelo di cui, come suoi fedeli Ministri, abbisogniamo per combattere le sue guerre. trionfare de'suoi nemici, e condurre le anime affidate alla nostra cura spirituale al sospirato porto della beata eternità. Saluzzo il 9 ottobre 1858. + GIOANNI Arciv. Vescovo. G. Garneri Segretario. GIOVANI CARISSlM1: Voi mi avete più volte dimandato, Giovani carissimi, di scrivervi qualche cosa intorno al vostro compagno Savio Domenico: cd io ho finto quello che ho potuto per appagare questo vostro pio desiderio. Eccovi la vita di lui descritta con quella brevità e semplicità che so tornare a voi di gradimento. Due difficoltà si opponevano alla pubblicazione di questo lavoro; la prima é la critica cui per lo più va soggetto chi scrive cose delle quali avvi moltitudine di testimonii viventi. Questa difficoltà credo di aver superato col farmi uno studio di narrare unicamente le cose che da voi o da me 8 furono- vedute, e che quasi tutte conservo scritte e segnate di vostra mano medesima. Altro ostacolo era il dover più volle parlare di me, perciocchè essendo questo giovane vissuto circa tre anni in questa casa mi tocca sovente riferire cose, di cui ho avuto parte. Questo ostacolo credo pur di aver superato tenendomi al dovere dello storico, che è di scrivere la verità dei fatti, senza badare alle persone. Tuttavia se troverete qualche /atto, ove io parli di me con qualche compiacenza, attribuitela al grande a flétto che io portava all'amico defunto e che porto a tutti voi ; il quale affetto mi fa aprire a voi l'intimo dei mio cuore, come farebbe un padre che parla a'suoi amati figliuoli. Taluno di voi dimanderà, perchè io abbia scritto la vita di Savio Domenico e non quella di altri giovani che vissero tra di noi con fama di specchiate virtù. E vero, miei cari, la 9 Divina Provvidenza si degnò di mandarci parecchi modelli di virtù; tali furono Fascio Gabriele, Rua Luigi, Gavio Camillo, Massa glia Giovanni ed altri; ma le. azioni di costoro non sono state egualmente note e speciose come quelle del Savio, il cui tenor di vita fu notoriamente maraviglioso. Però, se Dio mi darà sanità e grazia, ho in animo di raccogliere le azioni di questi vostri virtuosi compagni, per essere in grado di appagar i vostri e i miei desiderii col darvele a leggere e ad imitare in quello che è compatibile col vostro stato. Intanto cominciate a trar profitto di quanto qui vi verrò descrivendo; e dite `in cuor vostro quanto diceva S. Agostino: Si ille, cur non ego? Se un mio compagno, della stessa mia età, nel medesimo luogo, esposto ai medesimi e forse maggiori pericoli, tuttavia trovò tempo e modo di mantenersi fedele seguace di Gesù Cristo, perchè non posso fare anche io lo 10 stesso ? Ricordatevi però bene che la religione vera non consiste in sole parole; bisogna venir alle opere; quindi, trovando qualche cosa degna di ammirazione, non contentatevi di dire questo è bello, questo mi piace: dite piuttosto : voglio adoperarmi per fare quelle cose che, lette di altri, mi eccitano alla maraviglia. Dio doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar profitto di quanto ivi andranno leggendo, e la Vergine Santissima, di cui il giovane Savio era fèrvoroso divoto, ci ottenga di poter fare un cuor solo ed un'anima sola per amare il nostro Creatore, che è il solo degno di essere amato sopra ogni cosa, e fedelmente servilo in tutti i giorni di nostro, vita. ********** CAPO PRIMO. Patria-indole di questo giovane suoi primi alti di virtù. 1 genitori del giovane, di cui intraprendiamo a scrivere la vita, furono Savio Carlo e Brigida di lui consorte, poveri, ma onesti contadini di Castelnuovo d'Asti, paese distante dieci miglia da Torino. L' anno 1844 il Carlo Savio, trovandosi in gravi strettezze e privo di lavoro, andò con sua moglie a dimorare in Riva, paese distante due miglia da Chieri, e si diede a faro il fabbro-ferraio, mestiere in cui erasi nella sua giovinezza esercitato. Mentre dimoravano in. questo paese Dio benedisse il loro matrimonio concedendo un figliuolo che doveva essere la loro consolazione. La nascita di lui avvenne il 2 di aprile 1842. Quando lo portarono ad essere rigenerato nelle acque battesimali, gl'imposero il nome 12 di Domenico, la qual cosa, sebben per sé sia indifferente, tuttavia fu soggetto di alta considerazione pel nostro fanciulli, siccome vedremo. Compieva Domenico il secondo anno di sua età, quando, per alcune convenienze di famiglia, i suoi genitori deliberarono di ritornare in patria, e andarono a fissare la loro dimora in Murialdo, borgata di Castelnuovo d'Asti. Le sollecitudini de’ buoni genitori erano tutte rivolte a dare una cristiana educazione al loro fanciullo , che fin d' allora formava l'oggetto delle loro compiacenze. Egli aveva sortito dalla natura un'indole buona, un cuore propriamente nato per la pietà. Apprese con maravigliosa facilità le preghiere del mattino e della sera ed all'età di soli quattro anni già recitavale da sè. Anche in quell'età di naturale divagazione egli dipendeva in tutto e per tutto dalla sua genitrice: e se qualche volta da lei si allontanava era solamente per mettersi in qualche cantuccio della casa e fare con maggior libertà preghiere lungo il giorno. 13 «Fin dalla più tenera età, affermano i suoi genitori, nella quale per mancanza di riflessione i ragazzi sono un disturbo ed un cruccio continuo per le madri; età in cui tutto vogliono vedere, toccare e per lo più guastare, il nostro Domenico non ci diede mai il minimo dispiacere. Non solo era ubbidiente, pronto a qualsiasi nostro comando, ma studiava di prevenire le cose, che- egli scorgeva tornar a noi di gradimento. » Erano poi curiose e nel tempo stesso piacevoli le accoglienze che faceva al padre quando il vedeva giungere a casa, dopo i suoi ordinari lavori. Correva ad incontrarlo e presolo per mano e talor saltandogli al collo, caro papà, gli diceva, quanto siete stanco! non è vero? voi lavorate tanto per me ed io non sono buono ad altro che a darvi fastidio; io pregherò il buon Dio che doni a voi la sanità, e che mi faccia buono. Così dicendo lo accompagnava in casa, gli presentava la sedia o lo scanno perchè vi si sedesse; gli teneva compagnia e gli faceva mille carezze. Questo , dice il padre, era per me un dolce conforto nelle mie fatiche, ed io era come impaziente di giungere a casa per imprimere un tenero bacio al mio Domenico, che possedeva tutti gli affetti del mio cuore. La sua divozione cresceva più dell'età, 14 ed a'soli quattro anni non occorreva più di avvisarlo di recitare le preghiere del mattino e della sera, prima e dopo il cibo, dell'angelus ; chè anzi era egl che invitava gli altri di casa a recitarle qualora se ne fossero dimenticati. CAPO II. Morale condotta tenuta in Murialdo -- Bei tratti di virtù - Frequenza della scuola di quella borgata. Qui ci sono cose che appena si crederebbero se chi le asserisce non escludesse i nostri dubbi. Io mi tengo alla relazione che il Cappellano di quella Borgata (1) ebbe la cortesia di farmi intorno a quel suo caro alunno. • Nei primi giorni, egli dice, che io sono venuto a questa borgata di Murialdo, vedeva spesse volto un ragazzino di forse cinque anni venire alla chiesa in compagnia di sua madre. La serenità del suo ---- (1) Cappellano di questa Borgata era allora il sac. Zucca Giovanni di Moriondo ora dimorante a Buttigliera d'Asti. ----- 15 embiante , la compostezza della persona, atteggiamento divoro trassero sopra di qui gli sguardi miei e gli sguardi degli altri. Chè se giunto alla chiesa l’avesse trovata chiusa, allor succedeva un ameno spettacolo. Ben lungi dallo scorrazzare o schiamazzare da sè o con, altri, come sogliono fare i ragazzi di tale età, egli recavasi sul limitare della porta, si metteva in ginocchio e col capolino chinato e colle innocenti manine giunte dinanzi al petto fervorosamente pregava finché venisse aperta la chiesa. Si noti che talvolta il terreno era coperto di tango , oppure cadeva neve o pioggia , ma egli a nulla badava e mettevasi colà per pregare. Maravigliato e mosso da pia curiosità ho voluto sapere chi fosse quel fanciullo, che era divenuto l'oggetto della mia ammirazione, e seppi essere il figliuolo del ferraio Carlo Savio. ? Quando poi m' incontrava per la strada cominciava di lontano a dar segni di compiacenza, e con un'aria veramente angelica preveniva rispettosamente il mio saluto. Cominciò egli pure a venire alla scuola , e poiché era fornito d' ingegno ed era assai diligente nell'adempimento de’ suoi doveri fece in breve tempo notevole progresso nello studio. Egli era costretto a conversare con giovani discoli e divagati, ma non mi è mai accaduto di vederlo in contesa. Ché se fosse avvenuto qualche alterco, egli, sopportando con pazienza gl’insulti dei compagni, tosto da loro si allontanava. Nè mi ricordo di averlo veduto a prendere parte a divertimenti pericolosi, a dare il minimo disturbo nella scuola. Anzi molti compagni lo invitavano ad andare seco loro a far delle burle a persone di età avanzata, a scagliar sassi, a rubar frutta altrui o a cagionar guasti nelle campagne; ma egli destramente sapeva disapprovare la loro condotta e rifiutavasi dal prendervi parte. La pietà già dimostrata pregando sul limitare della Chiesa non venne meno col crescere degli anni. Di cinque anni egli aveva già imparato a servire la santa Messa e la serviva divotissimamente. Ogni giorno vi andava, e se astri. voleva servirla, egli la sentiva, altrimenti vi si prestava con un contegno il più edificante. Siccome era giovane di età e piccolo di statura, non poteva trasportare il messale; ed era cosa curiosa il vederlo avvicinarsi ansioso all'altare, levarsi sulla punta dei piedi. tendere quanto poteva le piccole braccia, fare ogni sforzo per toccare il leggio. Se il sacerdote od altri avesse voluto fargli la cosa più cara del inondo, doveva, non già trasportare il messale, ma solo avvicinargli ii leggio tanto che lo potesse raggiungere, ed allora egli con gioia lo portava all'altro lato dell'altare. Si confessava con frequenza e come fu capace di distinguere il pane celeste dal pane terreno venne ammesso alla santa Comunione, che egli riceveva con una divozione veramente ammirabile. Alla vista di qué b+1li lavori, che la grazia Divina compieva in quell' anima innocente ho più volte detto tra me: ecco un giovanetto di ottime speranze. Dio voglia che gli si apra una strada per condurre a maturità fruiti così prez;osi.. Fin qui il Cappellano di Murialdo. (2 L. C.-An. VI, F. XI.) CAPO III. É ammesso alla prima comunione - Apparecchio- Raecoglimenlo e ricordi di quel giorno. Nulla mancava a Domenico per essere ammesso alla prima comunione. Sapeva a memoria tutto il piccolo catechismo; aveva chiara cognizione di questo augusto sacramento, e ardeva del desiderio di accostarvisi; soltanto l'età so gli opponeva, percioc- chè ne' villaggi ordinariamente non si ammettono fanciulli a fare la prima comunione se non agli undici o dodici anni compiuti. Il Savio correva solo il settimo anno di, sua età. Oltre la fanciullesca età aveva un corpicciuolo che lo faceva parere ancor più giovane; sicchè il Cappellano esitava a promuoverlo. Ne dimandòanche consiglio ad altri sacerdoti, e ponderata bene la cognizione precoce, l'istruzione ed i vivi desideriì di Domenico, si lasciarono da parte tutte le difficoltà e fu ammesso a partecipare per la prima volta del cibo degli Angeli. F: assai difficile esprimere gli affetti di santa gioia, dì cui gli riempì il cuore un tale annunzio. Corse a casa, lo disse con trasporto alla madre; ora pregava, ora leggeva, passava molto tempo in chiesa prima e dopo la messa, e pareva che l'anima sua abitasse già cogli angeli del Cielo. La vigilia del giorno fissato per la comunione chiamò la sua genitrice: mamma , le disse, domani vo a fare la mia comunione; perdonatemi tutti i dispiaceri che vi diedi pel passato: per l'avvenire vi prometto di essere molto più buono; sarò attento alla scuola, ubbidiente, docile rispettoso a quanto sarete per comandarmi. Ciò detto fu commosso e si m?se a piangere. La madre che non aveva ricevuto da lui altro che consolazioni ne fu ella pure commossa e rattenendo a stento le lagrime lo consolò dicendogli: va pure tranquillo, caro Domenico, tutto è perdonato: prega Iddio che ti conservi sempre buono, pregalo anche per me e per tuo padre. - Al mattino di quel memorando giorno si levò per tempo e, vestitosi de 'suoi abiti più belli, andò alla chiesa, che trovò ancor chiusa. S'inginocchiò, come già aveva fatto altre volte, sul limitare di quella e pregò finchè giungendo altri fanciulli ne fa aperta la porta. Tra le confessioni, preparazione e ringraziamento della comunione la funzione durò cinque ore. Domenico entrò il primo in chiesa e ne usci l'ultimo. In tutto quel tempo egli non sapeva più so fosse in cielo o in terra. Quel giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto continuazione di una vita, che può servire di modello a qualsiasi fedel cristiano. Parecchi anni dopo facendolo ,parlare della sua prima comunione gli si vedeva ancora trasparire la più viva gioia sul volto: oh! quello, soleva dire, fu per me un bel giorno ed un gran giorno. Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di divoaione e che spesso leggeva. Io ho potuto averli tra le mani e li inserisco qui nella sua originale semplicità. Erano di questo tenore: « Ricordi fatti da me Savio Domenico l'anno 1849 quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni.-- 1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte elle il confessore mi dà licenza. 20 Voglio santificare i giorni festivi. 3° I miei amici saranno Gesù e Maria. 4° La morte ma non peccati. » - Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino alla fine della vita. Se tra quelli che leggeranno questo libretto vi fosse mai chi avesse ancora da fare la prima comunione, io vorrei caldamente raccomandargli di farsi modello il giovane Savio. Ma raccomando poi quanto so- e posso ai padri, alle madri di (luniglia e a tutti quelli che esercitano qualche autorità sulla gioventù, di dare h, più grande importanza a questo atto religioso. Siate persuasi, che la prima comunione è l'ele. mento di tutta la vita; e sarà cosa strana che si trovi alcuno che abbia compiuto bene quel solenne dovere, e non ne sia succeduta una vita buona e virtuosa. Al contrario si accennano a migliaia i giovani discoli, che sono la deselaz:one dei genitori e di chi si occupa di loro; ma se si va alla radice del male si conosce, che la loro condotta cominciò ad apparire tale nella poca o nessuna preparazione aula prima comunione. È meglio differirla, anzi è meglio non farla che farla male. CAPO IV. Scuola di Castelnuovo d'Asti. -- Episodio edificante. - Savia risposta ad un cattivo consiglio. Compiute le prime scuole, Domenico avrebbe già dovuto molto prima essere inviato altrove per proseguire i suoi studi, il elio non potea fare in una cappellania di campagna. Ciò desiderava D rnenico, ciò pure stava molto a cuore a'genitori di lui. Ma come effettuarlo mancando 'affatto i mezzi pecuniari? Iddio, padrone supremo di tate le cose, provvederà i -nf zzi necessari afunchè questo fanciullo possa camminare per quella carriera a cui lo chiama. Se io fossi un uccello, diceva talvolta Domenico, vorrei volare mattina e sera a Casteltsuovo e così continuare le mie scuole. Il suo vivo desiderio di studiare gli fece superare ogni difficoltà e si risolse di recarsi alla scu'ila municipale del paese, sebbene vi fosso la distanza di quasi due miglia. Ed ecco un fanciullo appena di dieci anni intraprendere un cammino di sei miglia al dì tra andata e ritorno dalla scuola. Talvolta vi è un vento molesto, un sole che cuoce, un fango, una pioggia che opprimono; non importa, si tollerano tutti i disagi e si superano tutte le difficoltà; egli vi trevà l'ubbidienza a'snoi genitori, un mezzo per imparare la scienza della salute, e questo basta per fargli tollerare con piacere ogni incomodo. Una persona alquanto attempata vedendo un giorno Domenico solo andare a scuo!a alle due pomeridiane, mentre sferzava un cocente sole, quasi per sollevarlo gli si avvicinò e gli tenne questo discorso: - Caro mio, non temi di camminar tutto solo per queste strade? - lo non sono colo , ho l'angelo custode che mi accompagra in tutti i passi. -Almeno ti sarà penosa la strada per questo caldo dovendola fare quattro volte al giorno! - Niente è penoso, niente è fatica quando si lavora per un padrone che paga molto bene. - Chi è questo padrone? -È Dio creatore, che paga un bicchier d'acqua dato per amor suo. Quella medesima persona raccontò tale episodio ad alcuni suoi amici, e finiva sempre il suo discorso dicendo: un giovinetto di così tenera età che già nutriste tali pensieri farà certamente parlare molto di sè in quella. carri°ra che sarà per intraprendere. Nell'andare e venire da scuola egli corse un grave pericolo per l'anima a motivo ili alcuni compagni. Sogliono molti giovanetti nei, caldi estivi andarsi a bagnare ora rei fossi, ora nei ruscelli, ora negli stagni e simili. 11 trovarsi più fanciulli insieme, svestiti e talvolta in luoghi pubblici a bagnarsi, riesce cosa pericolosa pel corpo, e noi pur troppo in tale stagione dobbiamo tristarnent.e spesse volte lamentare annegamenti di ragazzi e d: altre persone che terminano la loro vita affogati nell'acqua; ma il pericolo è assai maggiore. per 1' anima. Quanti giovanetti deplorano la perdita della loro innocenza ripetendone la cagione dall'essere andati a' Lagni con que' compagni in que' luoghi malaugurati ! Parecchi condiscepoli del Savio avevano l'abitudine di andarvi ; e non paghi di andarvi eglino stessi volevano condurre secoloro anch'esso. Due dei più disinvolti e ciarlieri un giorno gli dissero - Domenico, vuoi venire con noi a fare una partita? -Che partita? - Una partita a nuotare. -Oli no ! io non ci vado, non sono pratico, temo di morire nell' acqua. - Vieni, fa molto piacere. Quelli che vanno a nuotare non sentono più il caldo, hanno molto buon appetito, ed acquistano molta sanità. - - Ma io terno di morire nell'acqua. - - Oibò, non temere: noi ti insegneremo quanto è necessario ; comincierai a vedere, come facciamo noi e poi farai tu altrettanto. Tu ci vedrai a cani:nínare nell'acqua come pesci , e faremo salti da gigante. - Ma non è peccato I' andare in quei luoghi? - Niente affatto; anzi ci vanno tutti.- -L'andarvi tutti non dimostra che non sia peccato. - Se non vuoi tuffarti nell' acqua , comincerai a vedere gli altri. - Se è male andare, credo che sia anche male il vedere gli altri. - Basta ; io sono imbrogliato, e :non so che dire. - Vieni, vieni: sta sulla nostra parola non c' è male e noi ti libereremo da ogni pericolo. - Prima di- fare quanto mi dite, voglio dimandar licenza a mia madre: se ella mi dice di sì, ci andrò; altrimenti non ci vado. -Sta zitto, minchione, per carità non dirlo a tua madre ; essa non ti lascierà certamente venire, anzi !o dirà ai nostri genitori e saremo tutti castigati. - Oh! se mia madre non mi lascia andare, è segno, clic è cosa malfatta perciò non ci vado, nè statemi più a parlare di nuoto, poichè se tal cosa dispìace ai vostri genitori, voi non dovreste più farla; perchè il Signore castiga quei figliuoli che fanno cose contrarie ai voleri del padre e della madre. - Così il nostro Domenico dando una savia risposta a quei cattivi consiglieri evitava pure un gran perite), in cui, se si fosse precipitato, avrebbe forse perduto l'inestimabile tesoro dell’innocenza a cui tengono dietro mille trine conseguenze. CAPO V. Sua condotta nella scuola di Castelnuovo d'Asti. - Parole del suo maestro. Nel frequentare questa scuola egli cominciò ad imparare il modo di regolarsi co' suoi compagni. Se egli vedeva un compagno attento nella scuola, docile, rispettoso, elio sapesse bene le lezioni, che facesse i suoi lavori, e che fosse lodato dal maestro, questi diveniva tosto l'amico di Domenico. Eravi un discolo, un insolente, che trascurasse i suoi doveri , e parlasse reale o bestemmiasse? Domenico lo fuggiva come la pesto. Quelli poi che erano un po' indolenti ci li salutava, loro rendeva qualche servizio, qualora ne fosse il caso, ma non contraeva seco loro alcuna famigliarità. La condotta tenuta nella scuola di Castelnuovo d'Asti può servire di modello a qualsiasi giovano studente, che desideri progredire nella scienza e nella pietà. Su tal proposito io trascrivo la giudiciosa relazione scritta dal proprio maestro, d’allora sac. Alessandro, tuttora maestro comunale di questo capo luogo di mandamento. - Eccone il tenore : - Molto mi compiaccio di esporre il mio giudicio interno al giovinetto Savio Dornenico, che in breve tempo seppe acquietarsi tutta la mia benevolenza, sicché io l'ho amato colla tenerezza di padre. Aderisco di buon grado a questo invito perché conservo ancora viva, distinta e piena memoria del suo studio, della sua condotta e delle sue virtù. Non passo dire molte cose della sua condotta religiosa , perché dimorando as. sai dhstante dal paese era dispensato dalla congregazione, a cui se fosse intervenuto avrebbe certamente fatto risplendere la sua pietà e divoziono. Compiuti gli studi di la elementare in Murialdo questo buon fanciullo chiese ed ottenne distintamente :'ammissione alla mia scuola di 2a elementare, propriamente il 21 di giugno 1852; giorno dagli scolari dedicato a S. Luigi protettore della gioventù. Egli era di una complessione alquanto debole e gracile, di aspetto grave misto al dolce con un non so che di grande e piacevole. Era d'indole mitissima e dolcissima, dì un uniore sempre uguale. Aveva costantemente tale contegno nella scuola e fuori, in chiesa ed ovunque, che quando l'occhio, il pensiero od il parlare del maestro valgevasi a lui, vi lasciava la più bella e gioconda impressione. La qual cosa per un maestro si può chiamare uno de' cari compensi delle dure fatiche, che spesso gli tocca di sostenere indarno nella coltura di aridi e mal disposti animi di certi allevi. Laonde posso (lire che egli fu Savio di nome e tale pur sempre si mostrò col fatto, vale a (lire nello studio, nella pietà, nel conversare co' suoi compagni ed in ogni sua azione. Dal primo giorno che entrò nella mia scuola sino al fido di quell' anno scolastico e ne' quattro misi dell'anno successivo ei progredì nello studio in modo straordinario. Egli si meritò costantemente il primo posto di suo periodo e le altre onorificenze della scuola e quasi sempre tutti i voti in ciascuna materia, che di mano in mano si andava insegnando. Tal felice risultato del suo avanzamento nella scienza non è solo da attribuirsi all'ingegno non comune, di cui egli era fornito; ma eziandio al grandissimo suo amore allo studio ed alla -sua virtù. È poi degna di speciale ammirazione la diligenza con cui procurava di adempiere i più minuti doveri di scolaro-cristiano e segnatamente l'assiduità e la costanza mirabile nella frequenza della scuola. Di modo che, debole quale egli fu sempre (li salute, percorreva ogni giorno oltre 4 chilometri di strada il che ripeteva pur quattro fiate tra l'andata ed il ritorno. E ciò faceva con maravigliosa tran- quillità d'animo e serenità di aspetto anche sotto l' intemperie della stagione invernale, per crudd freddo, per pioggia o neve; il che non poteva a meno di essere riconosciuto dal proprio maestro per prova ed esempio di raro merito. Ammalando frattanto sì degno alunno nel corso dello stesso anno 1852-53 ed i parenti di lui mutando successivamente domicilio fu cagione che con mio vero rincrescimento non ho più potuto continuare l'insegnamento ad un sì caro allievo, le cui grandi e bellissime speranze andavano scemando col crescer do 'timori, ch'io aveva che non potesse più proseguire gli studii per mancanza di salute o di mezzi di fortuna. . Mi riuscì poi di grande consolazione quando seppi che egli era stato accolto fra i giovani dell'Oratorio di S. Francesco di Sales; essendogli così aperta la via alla coltura del raro suo ingegno e della sua luminosa pietà. n Fin qui il mentovato suo maestro, il quale continua esprimendo il dolore grande da. lui provato quando ricevette la notizia dal'immatura sua morte. CAPO VI. Scuola di Mondonio Sopporta una grave calunnia. Pare che la divina Provvidenza abbia voluto far vedere a questo giovanetto che questo mordo è un vero esilio ove andiamo di luogo in luogo pellegrinando; o meglio abbia voluto che questo meraviglioso giovinetto andasse a farsi conoscere in diversi paesi e così mostrarsi in più luoghi esimio specchio di virtù. Sul finir dell'anno 1852 i genitori di Domenico da Murialdo andarono a fissar la loro dimora" in Mondonio che è un piccolo paese confinante con Castelnuovo. Egli continuò colà nel tenor di vita tenuta in Murialdo ed a Castelnuovo, perciò dovrei ripetere le cose che 'di lui scrissero gli antecedenti suoi maestri; giacche il signor D. Cugliero, (1) che l'ebbe a scolaro, fa una relazione quasi simile. Io trascelgo da essa solamente al- cuni fatti speciali ommettendo lil rimanente per non fare ripetizioni. Io posso dire, egli scrive, che in venti anni da che attendo ad istruire ragazzi non ne ebbi mai alcuno che abbià pareggiato il Savio nella pietà. Egli era giovane di età, ma assennato al pari di un uomo perfetto. La sua diligenza, assiduità allo studio, e l'affabilità si cattivavano l'affetto del maestro e lo rendevano la delizia dei (1) li Sac. Cugliero Giuseppe presentemente è Cappellano beneficiato a l3arbasio, borgata di Moncucco. compagni. Quando lo rimirava in chiesa, io era compreso da alta maraviglia al vedere tanto raccoglimento in un giovanetto di cosi tenera età. Più volte ho detto tra me stesso: ecco un'anima innocente cui si aprono le delizie del paradiso , e che có si:oi affetti va ad abitare cogli angeli del cielo. Tra i fatti speciali il suo maestro annovera il seguente: « Un giorno fu fatta una mancanza tra i miei allievi e la cosa era tale che il Col., pevole meritava l'espulsione dalla scuola: I delinquenti prevengono il colpo e portandosi dal maestro si accordano di gettare tutta la colpa sopra il buon Domenico. Io non poteva risolvermi a crederlo capace di tale mancanza; ma gli accusatori seppero dare tale colore di verità alla calunnia , che vi dovetti credere. Entro adunque nella scuola giustamente sdegnato poi disordine avvenuto; parlo del colpe- vole in genere; poi mi volgo al Savio, e tal fallo, gli dico, bisognava che fosse commesso da te? non meriteresti di essere sull'istante cacciato dalla scuola? Buon per te che è la prima che mi fai di que. sto gemme, aitrirnenti fa che sia pur l'ultima. » Domenico avrebbe potuto dire una sola parola in discolpa, e la sua innocenza sarebbe stata conosciuta. Ma egli si tacque: chinò il capo, e a guisa di chi è con ragione rimproverato, più non alzò gli occhi. .Ma Dio protegge gli innocenti; e il dì seguente furono scoperti i• veri colpevoli e così palesata l'innocenza di Pou,enico. Pieno di rincrescimento _ pei rimproveri fatti al supposto colpevole il presi da parte, e, Domenico, gli dissi, perchè non mi hai su- bito detto che tu eri innocente? Dornmnico rispose: perchè quel tale .scendo già colpevole di altri falli sarebbe forse stato cac. ciato di scuola, dal canto mio sperava di essere perdonato essendo la prima man- canza di cui era accusato nella scuola; d'altronde pensava anche al nostro Divin Salvatore, il quale fu ingiustamente calunniato. .Tacqui allora, ma tutti ammirarono la pazienza del Savio, che aveva saputo render bene per male, disposto a tollerare anche un grave castigo a favore del medesimo calunniatore. 3 L. C. - In. VI, F. XI. CAPO VII. Prime conoscenza falla di lui Curiosi episodi in questa congiuntura. Le cose, che sono per raccontare, posso esporle con maggior corredo di circostanze, perchè sono quasi tutte avvenute sotto gli occhi rìiei e pee lo più alla presenza di una moltitudine di giovani che tutti vanne d'accordo nell' asserirle. Era l'anno 1854 quando il nominato ll. Cugliero venne a par- laraii di un sito allievo per ingegno e per pietà degno di particolare riguardo. Qui in sua casa, e,-1i diceva, può aver giovani uguali, ma difiicilmenle avrà chi lo superi in talento e virtù. N-~ faccia la prova e troverà uni S. Luigi. Fummo intesi che me lo avrebbe mandato a Murialdo all'occasione che sono solito di trovarmi colà coi giovani di questa casa a fine di fir loro godere un pó di campagna e nei tempo stesso fare la novena e celebrare la solennità del Rosario di Maria Sartissima. ll primo lunedi d'ottobre di buon mattino vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicina per parlarmi. – il volto suo ilare, l'aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi. Chi sei, gli dissi, onde vieni? Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato D. Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio. Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena co'ifidenza egli con me, io con lui. Conobbi in lui un animo tutto secordo lo spirito del Signore, e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la Grazia divina aveva già operato in quel tenero cuore. Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole: ebbene clic glie ne pare? mi condurrà e Torino per istudiare ? -EhI mi pare che ci sia buona stoffa. -A che può servite questa stoffa? - A fare un bell'abito da regalare al Signore. - Dunque io sono la stoffa : ella ne sia il sarto; dunque :ni prenda con lei e farà un bell'abito pel Signore. - Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio. --Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia . mi aiuterà anche per l'avvenire. - Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare? -- Se il Signore mi concederà tanta grazia, desidero ardentemente di abbracciare lo stato ecclesiastico. Bene: ora voglio provare sa hai bastante capacità per lo studio: prendi questo libretto (era un fascicolo delle letture cattoliche), di quest'oggi studia questa pagina, domani ritornerai per recitarmela. Ciò detto lo lasciai in libertà perchè andasse a trastullarsi con altri giovani, indi mi posi a parlare col padre. Passarono non più di otto minuti quando ridendo si avanza Domenico e mi dice: se vuole, recito adesso la mia pagina. Presi il libro e con mia sorpresa conobbi che non solo aveva let- teralmente studiato la pagina assegnata, ma che comprendeva benissimo il senso delle cose in essa contenu!e. Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la risposta. Sì; ti condurrò a Torino e fin d'ora sei annoverato tra i miei cari figliuoli; comincia anche tu fin d'ora a pregare Iddio affnchè aiuti me e te a fare la sua santa volontà. Non sapendo egli come esprimere meglio la sua contentezza e la sua gratitu. dine mi prese la mano, la strinse, la baciò più- volte e infine disse: l'assicuro clie non avrà a lagnarsi della mia condotta. CAPO VIII. Viene all'Oratorio di S. Francesco di Sales. Suo primo tenore di vita ivi cominciato. Egli è proprio dell'età volubile della -io - ventù di cangiar sovente proposito intorno a ciò che si vuole; perciò non di rado avviene che oggi si delibera una cosa, dimani un' altra; oggì una virtù praticata in grado eminente, domani l'opposto, e qui se non avvi chi attento vigili, spesso va a terminare con mal esito un'educazione che forse poteva riuscire delle più fortunate. Del nostro Domenico non fu così. Tutto quelle virtù, che noi abbiamo veduto nascere e crescere ne vari stadi di sua età, crebbero ognora maravigliosamente e rrebbero insieme senza che una fosse di no- cumento all'altra. Venuto nella casa dell' oratorio si recò in mia camera, per darsi, come egli diceva, intieramente nelle mani de'suoi superiori. Il suo sguardo si portò subito su di ua cartello sopra cui a grossi caratteri sono scrittele seguenti parole che soleva ripetere S. Francesco di Sales: da mihi animas, caetera bolle. Fecesi a leggerle attentamente; ed io desiderava che ne capisse il significato; perciò l'invitai, anzi l'aiutai a tradurle e cavar questo senso: 0 Signore, datemi anime e prendetevi tutte le altre cose. Egli pensò un momento • e poi soggiunse: ho capito : qui non avvi negozio di danaro, ma negozio di anime: ho capito: spero che l'anima mia farà anche parte di questo commercio. Il suo tenor di vita per qualche tempo fu tutto ordinario. Nè altro in esso ammiravasi, che un' esatta osservanza delle regole della casa. Si applicò con impegno allo studio. Attendeva con ardore a tutti i suoi doveri. Ascoltava con delizia le prediche. Aveva radicato nel cuore che la parola di Dio è la guida dell'uomo per la strada del cielo; perciò ogni massima udita in' una predica era per lui un ricordo invariabile cui più non dimenticava. Ogni discorso morale, ogni catechismo, ogni predica, quantunque prolungata , era sempre per lui una delizia. Udendo qualche cosa che non avesse ben intesa tosto facevasi a dimandarne la spiegazione. Di qui ebbe cominciamento quell' esemplare tenore di vita, quel continuo progredire di virtù in virtù, quell'esattezza nell'adempimento de 'suoi doveri, oltre cui non si può andare. Avvicinandosi la festa dell'Immacolata Concezione di Maria il direttore diceva tutte le sere qualche parola d' incoraggiamento ai giovani della casa, affnchè ciascuno si desse sollecitudine a celebrarla in modo degno della gran madre di Dio, ma insi- stette specialmente a voler chiedere a questa celeste protettrice quelle grazie di cni ciascuno avesse conosciuto maggior bisogno. Era l'anno 1854 in cui i cristiani di tutto il mondo erano in una specie di spirituale agitazione perchè trattavasi a Roma della definizione dogmatica dell'Immacolato concepimento di Maria. Anche tra di noi si faceva quanto la nostra condizione comportava per celebrare quella solennità con decoro e con frutto spirituale de' nostri giovani. Il Savio era uno di quelli che sentivansi ardere dal desiderio di celebrarla santamente. Scrisse egli nove fioretti ovvero nove atti di virtù da praticarsi estraendone a sorte uno p2r giorno. Si preparò e fece con gran piacere dell'animo suo la confessione generale, e si accostò ai santi sacramenti coi massimo raccoglimento. La sera di quel giorno, 8 dicembre, compiute le sacre funzioni di chiesa, col consiglio del confessore, Domenico andò avanti l'altare di Maria, rinnovò ',e promesse fatte nella prima comunione, di foi disse più e più volte queste precise parole : Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria. siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi morir piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato. Presa così Maria per sostegno della sua divozione, la morale di lui condotta apparve cosìì edificante e congiunta a tali atti di virtù, che ho cominciato fin d'allora a notarli per non dimenticarmene. Giunto a questo punto a descrivere le azioni del giovine Savio, io mi veggo davanti un complesso di fatti e di virtù che meritano speciale, attenzione e in chi scrive ed in chi legge. Onde per maggior chiarezza giudico bene di esporre le cose non secondo l'ordine dei tempi , ma secondo l'analogia dei fatti che hanno tra di loro special relazione od hanno rapporto colla medesima materia. Dividerò pertanto le cose in altrettanti capitoli cominciando dallo studio del latino, che fu motivo principale per cui venne e fu accolto in questa casa. CAPO IR. Studio di lalintità. - Curiosi incidenti. - Contegno nella scuola. - bnpedisce una rissa. Egli aveva studiato i principii di latinità a Mondonio; e perciò colla sua grande assiduità nello studio e colla non ordinaria sua capacità ottenne in breve di essere classificato nella quarta o come dicono oggidì nella seconda gramatica latina. Fece egli questo corso presso il professore Bonzanino Giuseppe. Io dovrei anche qui esprimere il suo contegno, e profitto e la sua esemplarità colle stesse parole degli antecedenti suoi maestri. Laonde noterò solamente alcune cose che in quest'anno dì latinità e ne'due susseguenti trassero l'ammirazione di coloro che lo conobbero. li professore Bonzanino ebbe più volte a dire che non ricordavasi di aver avuto alunno più attento, più docile, più rispettoso, quale era il giovane Savio. Egli compariva modello in tutte le cose. Nel vestito e nella capi. gliatura non era punto ricercato ; ma in quella modestia di abiti e nella umile sua condizione egli appariva pulito, ben edu- cato, cortese. in guisa che i suoi compagni di civile ed anche nobile condizione , i quali in buon numero intervenivano alla detta scuola , godevano assai di potersi trattener con Domenico non solo per la sua scienza e pietà, ma anche per le sue civili e piacevoli maniere ji trattare. Se poi fosse avvenuto al Professore di ravvisare qualche scolaro un pó ciarliero, mettbvagli Domenico a'fianchi, ed egli con destrezza studiavasi di indurlo al silenzio allo studio, alt' adempimento de 'suoi doveri. Egli è nel decorso di quest'anno, che la vita di Domenico ci somministra un fatto che ha dell'eroismo, e che è appena credibile in quella giovanile sua età. Esso riguarda a due suoi compagni di scuola che vennero tra di loro ad una rissa pericolosa. Il litigio cominciò da alcune parole dettesi scambievolmente in dispregio della loro famiglia. Dopo alcuni insulti si dissero villanie e si sfidarono a far valere le loro ragioni a colpi di pietra. Domenico giunse a scoprire tale discordia: ma come impedirla essendo i due rivali maggiori di forze e di età? Si provò di persuaderli a desistere da quel progetto facendo ad ambidue osservare che la vendetta è contraria alla ragione ed alla santa legge di Dio; scrisse lettere all'uno e all'altro; li minacciò di riferire la cosa al Professore, ed anche ai loro parenti; ma tutto invano, i loro animi erano così inaspriti, che tornava inutile ogni parola. Oltre il pericolo di farsi grave male nella persona commette• vasi grande offesa contro Dio. Domenico era oltremodo cruciato; desiderava di op- porsi, e non sapeva come. Dio lo inspirò di lare così. Li attese dopo la scuola e come potè parlare ad ambidue da parte. disse: poiché voi persistete nel bestiale vostro divisamento, vi prego almeno di voler accettare una condizione. L' accettiamo, risposero , purchè non impedisca la nostra sfida. Egli è un birbante, replicò tosto un di loro; ed io non sarò in pace con lei, soggiungeva l'altro, finchè egli od io non abbiamo rotta ln testa. Savio tremava a quel brutale diverbio, tuttavia nel desiderio d'impedire maggior male si frenò e disse: la condizione che sono per mettervi non im- pedisce la sfida. Conip. Qual è questa condizione? Sav. Vorrei soltanto dirvela al luogo dove volete misurarvi a sassate. Comp. Tu ci minchioni o studierai di metterci qualche incaglio. Sav. Sarò con voi, e non vi minchionerò: state tranquilli. Comp. Forse tu vorrai andare a chiamare qualcheduno. Sar. Dcvrei farlo, ma nol farò: andiamo io sarò con voi. Mantenetemi soltanto la parola. Glielo promisero. Andarono nei così detti prati della Cittadella fuori di Porta Susa. Tanto era l'odio dei due contendenti che a stento il Savio potè impedire che non venissero alle mani nel breve tratto di strada che era a farsi. Giunti al luogo stabilito, il Savio fece una cosa che certamente niuno sarebbesi immaginato. Laeciò che si ponessero in una tale distanza; già avevano le pietre in mano, cinque caduno, quando Domenico parlò così: prima di effettuare la vostra sfida voglio che adempiate la condizione accettata. Ciò dicendo trasse fuori il piccolo Crocifisso, che aveva al collo, e tenendolo alto in una mano, voglio, disse, elio ciascheduno fissi lo sguardo in questo Crocifisso, di poi gettando una pietra contro di me, pronunzi a chiara voce questa parole: Gesù Cristo innocente morì perdo- nando i suoi crocifssori, io peccatore voglio offenderlo e fare solenne vendetta. Ciò detto andò ad inginocchiarsi davanti a colui che mostravasi più infuriato dicendo: fa il primo colpo sopra di me; tira una forte sassata sul mio capo. Costui , che non si aspettava simile proposta, comincio a tremare. No, disse, e mai no. Io non ho alcuna cosa contro di te e vorrei difenderti se qualcheduno ti volesse oltraggiare. Domenico, ciò udito, corse dall'altro dicendo le stesse parole. Egli pure ne fu scoi1certato e tremando diceva, che essendo egli suo amico, non gli avrebbe mai fatto alcun male. Allora Domenico sì rizzò in piedi, e prendando un. aspetto severo e commosso come, loro disse, voi siete ambidue disposti ad affrontare anche un grave pericolo per difendere me, che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di perdonarvi un insulto ed una derisione fattavi nella scuola per salvare l'anima vostra, che ccetà il sangue dei Salvatore, e cúe voi andate a perdere con questo peccato? Ciò detto si tacque tenendo sempre il Crocifiaso alto colla mano. A tale spettacolo di carità e di coraggio i compagni furono vinti. = In quel momento, asserisce una di loro, io fui intenerito. un freddo mi corse per le membra, e mi sentii pieno di vergogna per aver costretto un amico sì buono, come era Savio, ad usare misure estreme per impedire l'empio nostro divisamento. Volendogli almeno dare un segno dì compiacenza perdonai di cuore chi mi aveva offeso, e pregai Domenico di suggerirmi qualche paziente e caritatevole Sacerdote per andarmi a confessare. Egli mi appagò ed alcuni giorni d'fo andai col mio rivale a fare la confessione. In questa guisa dopo di essermi novellamente fatto suo amico fui riconciliato col Signore che colf' odio e col desiderio di vendetta aveva di certo gravemente offeso. Esempio è questo ben degno di essere imitato da ogni giovane cristiano qualora gli avvenga di vedere il suo simile in atto di far vendetta od essere da altri in qualche maniera offeso od ingiuriato. Quello poi che in questo fatto onora sin- golarmente la condotta e la carità del Savio si è il silenzio in cui seppe tenere quanto era accaduto. DI ogni cosa sarebbe stata totalmente ignorata se coloro stessi, che vi ebbero parte, non l'avessero ripetutamente raccontata. L'andata poi ed il ritorno da scuola, che è tanto perìcoloso pei giovanetti che dà villaggi vengono nelle grandi città, pel nostro Domenico fu un vero eseruizi' di virtù. Costante nell'eseguire gli ordini de suoi superiori, andava a scuola, ritornava a casa, senza neppure dare un' occhiata o porre ascolto a cosa che ad un giovane cristiano non conveaisse. Se avesse. veduto alcuno a fermarsi, correre, saltellare, tirar pietre, o andar a passare in luoghi non permessi; egli tosto da costui si alloiotanava. Che anzi un giorno fu invitato ad andare a far una pass g ia(a senza permesso; un'altra volta venne consigliato ad ommettere la scuola per andarsi a divertire, ina egli seppe sempre rispondere con un rifiuto. II mio divertimento più bello, loro ri- spondeva, è l'adempimento (le' miei doveri: e se voi siete veri amici, dovete consigliarmi ad adempirli con es2tteaza e non mai a Trasgredirli. Nulladimeno ebbe la sventura di aver alcuni compagni che lo molestarono a segno, che il Savio si trovò sul punto di cadere nei loro lacci. E già risolvevasi di andare con loro e così per quel giorno lasciare la scuola. Ma fatto breve tratto di cammino si accorse che seguiva un cattivo consiglio, ne provò gran rimorso, chiamò i tristi consiglieri, e loro disse: miei cari, il dovere mi comanda di andare a scuola ed io vi voglio andare: noi facc;amo cosa che dispiace a Dio ed ai nostri superiori. Sono pentito di quello che ho fatto; se mi darete altra volta simiglianti consigli, voi cesserete di essere miei amici. Quei giovani accolsero T'avviso del loro vero amico: andarono seco lui a scuola, e per l'avvenire non cercarono più distoglierlo da' suoi doveri. Nel fine dell'anno, mediante la sua buona condotta, e la sua costante sollecitudine allo studio, meritò di essere promosso fra gli ottimi alla classe superiore. -Ma sul principio del terzo anno di gramatica la sanità di Domenico apparendo alquanto deteriorata si- giudicò bene di lasciargli fare il corso privato qui nella casa dell'oratorio a fine di potergli usare i dovuti riguardi nel riposo, nello studio e nella ricreazione. L'anno di umanità o di le Retorica sembrando meglio in salute fu mandato dal signor Professore D. Picco Matteo. Esso aveva già più volte udito a parlare delle belle doti che adornavano il Savio, s&cchè di buon grado l'accolse gratuitamente nella sua scuola che passa fra le migliori approvate in questa nostra capitale. Molte sono le cose edificanti o dette o fatte dal Savio nell'anno di terza grammatica e di prima Retorica ; ma noi le andremo esponendo di mano in mano che racconteremo i tàtti che con quelle sono collegati. 4 L. C. - An. Vi, F. XI. CAPO X. Sua deliberazione di farsi santo. Dato così un cenni sullo studio fatto nelle classi di latinità, parleremo ora della grande sua deliberazione di farsi santo. Erano sei mesi che il Savio dimorava al- l'Oratorio quando fu ivi fatta una predica sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull'animo di Domenico, vale a dire: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi ; è un gran premio preparato in cieló a chi si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl' infiammò tutto il cuore d'amor di Dio._ Per qualche giorno disse nulla, ma era meno allegro dei solito, sicchè se ne accorsero i compagni e me ne accorsi anch'io. Giudicando che tal cosa provenisse da novello incomodo di sanità gli chiesi se pativa qualche male. Anzi, mi rispose, patisco qualche bene. -- Che vorresti dire? Voglio dire che mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo; io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa. lo lodai il proposito, ma lo esortai a non inquietarsi, perchè nelle commozioni dell'animo non si conosce la voce del Signore ; ché anzi io voleva per prima cosa una costante e moderata allegria, e consigliandolo ad essere perseverante nell' adeinpimento de 'suoi doveri di pietà e di stu- dio, gli raccomandai che non mancasse di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni. Un giorno gli dissi di volergli fare un regalo di suo gusto; ma esser mio volere che la scelta fosse fatta da lui. Il regalo che dimando, prontamente egli soggiunse, è che mi faccia santo. Io mi sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo io fo niente. Iddio mi vuole santo ed io, debbo farmi tale. In una congiuntura il direttore voleva dare un segno di speciale affetto ai giovani della casa e fece loro facoltà di chie. dere con un biglietto qualunque cosa fosse a lui possibile, promettendo che l'avrebbe concessa. Quivi può ognuno facilmente immaginarsi lo ridicole e le stravaganti dimande fatte dagli uni e dagli altri. Il Savio , preso un pezzetto di carta, scrisse qut,st.e sole parole: Dimando che mi faccia santo. Un giorno si andavano spiegando alcune parole secondo la etimologia. E Domenico, egli disse, che cosa vuol dire? Fu risposto: Domenico vuol dire del Signore. Veda, tosto soggiunse, se non ho ragione di chiedergli che mi faccia santo: fino il nome dice che io sono del Signore. Dunque io debbo e voglio essere tutto (lei Si '-Poreì voglio fauni santo e sarò infelice finché non sarò santo. La smania che egli dimostrava di volersi far santo non derivava dal non tenere una vita veramente da santo, ma ciò diceva, perchè egli• voleva far rigide-peuit.enze, passar lunghe.. ore nella preghiorà, le quali cose crangli - dal direttore prot- bite, perchè non compatibili colla sua età e sanità e colle sue occupazioni. CAPO XI. Suo zelo per la salute celle anime. La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnar anime a Dio; perciocchè non avvi cosa più santa al mondo, che cooperare, al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l'ultima goccia del prezioso suo sangue. Egli conobbe tosto i' importanza di tale pratica, e fu più volte sentito a dire: Se io potessi guadagnare a Dio tutti i miei compagni, quanto sarei felice! Intanto non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare buoni consigli, avvisar chi avesse detto o fatto cosa-contraria alla santa legge di Dio. Un giorno avvenne che un fanciullo di forse nove anni si pose ad alterec,ro con un compagno in vicinanza della porta della casa, e nella rissa proferì l'adorabile nome di Gesù Cristo. Domenico a tal parola, sebbene sentisse un giusto sdegno in cLor suo, tuttavia con animo pacato si intromise tra i due contendenti e li acquetò; poi disse a chi aveva nominato il nome di Dio invano: vieni meco e sarai contento. I suoi bei modi indussero il fanciullo ad accondiscendere. Lo prese per mano, lo condusse in chiesa avanti all'altare, di poi lo fece inginocchiare vicino a lui dicendo. gli: dimanda al Signore perdono dell'of- fesa che gli hai fatta col nominarlo invano. E poiché il ragazzo non sapeva l'atto di contrizione, lo recitò egli seco lui. Dopo soggiunse: Dì' con me queste parole per riparare l'ingiuria fatta a Gesù Cristo: sia lodato Gesù Cristo, e il suo santo e adorabile nome sia sempre lodato. Leggeva di preferenza la vita di quei santi che avevano lavorato in modo speciale per la salute delle anime. Parlava volentieri dei missionari che faticano tanto in lontani paesi pel bene delle anime e non potendo mandar loro soccorsi mate- riali offrivo ogni giorno al Signore qualche preghiera, e almeno una volta alla settimana faceva per loro la santa comunione. Più volte l'ho udito esclamare: quante anime aspettano il nostro aiuto nell' Inghilterra; oh se avessi forza e virtù vorrei andarvi sul momento, e colle prediche e col buon esempio vorrei guadagnarle tutte al Signore. Si lagnava spesso con se medesimo, e spesao ne parlava ai compagni del poco zelo che molti hanno per istruire i fanciulli nelle verità della fede. Appena sarò chierico, diceva, voglio andare a Mendonio, e voglio radunare tutti i ragazzi sotto di una tettoia e voglio far loro il catechismo, raccontare tanti esempi e farti tutti santi. Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per mancanza di chi li istruisca nella fede I Ciò che diceva con parole lo confermava coi fatti, poichè per quanto comportava la sua età ed istruzione faceva con piacere il catechismo nella chiesa dell'Oratorio , e se qualcheduno avesse avuto bisogno gli faceva scuola e lo ammaestrava nel catechismo a qualunque ora del giorno ed in qualunque giorno della settimana, ad unico scopo di poter parlare di cose spirituali e far loro conoscere l'importanza di salvar l'anima. Un giorno un compagno indiscreto voleva interromperlo mentre raccontava un esempio in tempo di ricreazione; che te ne fa di queste cosa? gli disse. Che me ne fa? rispose; me ne fa perchè l'anima de 'miei compagni è redenta col sangue di Gesù Cristo; me ne fa perchè siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevolmente l'anima nostra ; me re fa perché Iddio raccomanda di aiutarci 1' un I' altro a salvarci ; me ne fa perchè se riesco a salvare un'anima metterò anche in sicuro la salvezza della mia. Nè questa sollecitudine pel bene delle anime in Domenico si rallentava nel breve tempo di vacanza che passava nella casa paterna. Oltre i' esattezza nell'adempimento di ogni più minuto suo dovere egli prendevasi cura di dite fratellini, cui insegnava a leggere, scrivere, recitare il catechismo e li assisteva nella preghiera del mattino e della sera. Li conduceva in chiesa, porgeva loro l'acqua benedetta, mostrava loro il vero modo dì far il segno della santa croce. 11 medesimo tempi che altri avrebbe pas- sato qua e là trastullandosi egli passava raccontando esempi ai parenti , o ad altri compagni che l' avessero voluto ascoltare. Anche in patria era solito a fare ogni giorno una visita al Sint.ìssìrno Sacramento, od era per liti un vero guadano quando poteva indurre qualche compagno ad andargli a tenere compagnia. Onde si può dire che non presentavasi a lui occassìone di far opera buona, di dare un buon consiglio, che tendesse al bene dell'anima, elio egli la lasciasse sfuggire. CAPO XII. Episodii e belle maniere di conversare coi compagni. Il pensiero di guadagnar anime a Dio lo accompagnava ovunque. In tempo libero era l'anima della ricreazione; ma quanto diceva o faceva tendeva sempre al bene morale o di sè o d'altri. Aveva ognor presenti que' bei principii di educazione di non interrompere gli altri quando parlano: se però i compagni facevano silenzio egli tosto metteva fuori questioni di scuola , di storia , di aritmetica, ed aveva sempre alla mano mille storielle, che rendevano ama- bile la sua compagnia. Se mai taluno avesse rivolto il discorso intorno a cose che fossero mormorazioni o simili, egli lo interrompeva e metteva fuori qualche facezia od anche una favola o altra cosa per far ridere, e intanto distoglieva il discorso dalla mormorazione ed impediva l'offesa di Dio tra' suoi compagni. La sua aria allegra, 1' indole vivace lo rendevano caro anche ai compagni meno amanti della pietà, per modo che ognuno godeva di potersi trattenere con lui, e prendevano in buona parte quegli avvisi che di quando in quando suggeriva. Un suo compagno desiderava andarsi a mascherare ed egli non voleva. Saresti contento, gli diceva, di venir realmente quale vuoi vestirti, con due corna sulla fronte, col) un naso lungo un palmo, con un abito da ciarlatano? Mai no, rispose l'altro. Dunque, soggiunse Domenico, se non desideri avere questo sembiante, perché vuoi comparir tale e deturpare le belle fattezze che Dio ti ha donato ? Un'altra volta alcuni volevano andarsi a bagnare, la qual cosa, se è altrove pericolosa, lo è assai più nel circond,^.rio di Torino, ove, senza parlare dei pericoli d'immoralità, trovansi spesso de' giovani che restano vittima infelice del nuoto. Se ne accorse Domenico e cercava di trattenersi con loro raccontando or questa or quell'altra favoletta. Ma quando li vide decisi di volersene assolutamente andare, allora si pose a parlare risoluto: no, disse, io non voglio che andiate. - Noi non facciamo alcun male. --Voi disubbidito, voi vi esponete al pericolo di dare o ricevere scandalo e di rimaner morti nell'acqua, e questo non è male? - Ma noi abbiamo un caldo che non ne possiamo più. - Se non potete più tollerare il caldo di questo mondo, potrete poi tollerare il caldo terribile dell'inferno che voi vi andata a meritare? Mossi da tali parole cangiarono divisamento e si posero secolui a fare ricreazione, e all'ora dovuta andarono in chiesa ad assistere alle sacre funzioni. Alcuni altri giovani dell'Oratorio amanti del bene de' loro compagni si unirono in una specie di società per darsi alla coltura de'più discoli. Savio vi apparteneva ed era de' più zelanti: se avesse avuto un confetto, un frutto, una croce, una medaglia, un immagine o simili , le riserbava per questo scopo. Chi lo vuole. chi lo vuole, andava dicendo. Io, io, andavasi da tutti gridando e correndo verso di lui. Adagio, egli diceva, voglio darlo a chi meglio mi risponderà ad una dimanda di catechismo. Intanto egli interrogava solo i più discoli ed appena essi davano risposta alquanto soddisfacente faceva loro quel piccolo regalo. Altri poi erano guadagnati in altre ma. niere: li prendeva, li invitava a passeggiargli insieme, li faceva discorrere, e se occorreva giocava con loro. Fu talvolta veduto con un grosso bastone sulle spalle, che sembrava Ercole colla clava, giuocare alla rana, volgarmente cirimella , e mostrarsi perditamente affezionato a quel giuoco. Ma ad un tratto sospendeva la partita e diceva al compagno: vuoi che sabato ci andiamo a confessare? L'altro e per la distanza dei tempo e per ripigliare presto la partita e anche per compiacerlo rispondeva di sì. Domenico ne aveva abbastanza e continuava il giuoco. Ma noi perdeva più di viàta: ogni giorno o per un motivo o per l'altro gli richiamava sempre quel si alla memoria, e gli andava insinuando ii modo di confessarsi bene. Venuto il sabato, qual cacciatore che ha colto buona preda, l'accompagnava in chiesa , lo precedeva nel confessarsi, per .lo più preveniva il confessore, si tratteneva seco dopo a fare il rin- graziamento. Questi fatti, che pur erano frequenti, erano per lui della più grande consolazione, e di grande vantaggio ai compagni, perciocchè spesso avveniva che taluno non riportasse alcun frutto da una predica udita in chiesa, e che poi arrer.- devasi alle pie insinuazioni di Domenico. Avveniva qualche volta che alcuno il lusingava tutta la settimana e poi al sabato non lacciavasi più vedere per l'ora di confessarsi. Come poi lo vedeva di nuovo quasi scherzandogli dicea; eh! biricchino! me l'hai fatta. Ma vedi, diceva l'altro, non era disposto, non mi sentiva... Poverino, soggiungeva Domenico, hai crduto al demonio che era assai ben disposto a riceverti; ma ora ancor più sei indisposto, anzi ti vedo tutto di mal umore. Orsù fa la prova di andarti a confessare, fa uno sforzo e procura di corifessarti bene e vedrai di quarta gioia sarà ripieno il tuo cuore. Per lo più dopo che quel tale erasi confessato andava poi da Domenico col cuore pieno di contentezza: è vero, diceva, sono veramente contento; per l'avvenire voglio andarmi a confessare più sovente. Nelle ccmunità di giovani sogliono esservene alcuni che o per essere alquanto rozzi, ignoranti, meno educati, o cruciali da qualche dispiacere, sono per lo più lasciati da parte dai loro compagni. Costoro soffrono il peso dell'abbandono quando avrebbero maggior bisogno del contorto di un amico. Questi tali erano gli amici di Domenico. Loro si avvicinava, li ricreava con qualche buon discorso, loro dava buoni consigli, e spesso è avvenuto che giovani decisi di darsi in preda al disordine, animati dalle caritatevoli parole del Savio, ritornarono a buoni sentimenti. Questo era il motivo che tutti quelli che avevano qualche incomodo di salute dimandavano Domenico per infermiere, e quelli che avevano delle pene provavano conforto esponendole a lui. In questa guisa egli aveva la strada aperta ad esercitare continuamente la carità verso il prossimo e accrescersi il merito. davanti a Dio. CAPO Xlia. Suo spirito di preghiera. Divozioue verso la Madre di Dio. -- Il mese di Maria. Fra, i doni , di cui Dio lo arricchì., era eminente quello del fervore nella preghiera. li suo spirito era così abituato a conversare con Dio che in qualsiasi luogo. anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio. Quando poi si metteva a pregare in comune pareva veramente un angioletto: immobile e composto a divozione in tutta la persona, senza appoggiarsi altrove, fuorché sopra le ginocchia, colla faccia ridente, col capo alquanto chino, cogli occhi bassi; l'avresti detto un altro S. Luigi. Bastava vederlo per esserne edificati. L'anno 1854 fu eletto il signor Conte Cays priore della compagnia di S. Luigi eretta in quest'Oratorio. La primi volta che prese parte alle nostre funzioni vide egli un giovanetto che pregava con tale atteggiamento, che ne fu pieno di stupore. Terminate le sacre funzioni volle infornarsi e sapere chi fosse quel fanciullo che era stato il soggetto della sua ammirazione: quel fanciullo era Domenico Savio. La stessa stia ricreazione era quasi sempre dimezzata; una parte per lo più era passata in pia lettura o in qualche preghiera che egli andava a fare in chiesa con alcuni compagni in suffragio delle anime del purgatorio o in onore di' Maria San- tissima. La divozione terso la Madre di Dio in Domenico era grande assai. In onore di lei faceva ogni giorno qualche- mortificazione. Non rimirava mai in faccia persone di sesso diverso: andando a scuola non alzava mai gli occhi. Talvolta passava vicano a pubblici spettacoli, che