CAPITOLO II LO SPIRITO SALESIANO «Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, é quello che dovete fare. E il pia della pace sarà con voi» (Fil 4,9). Paolo scrivendo ai suoi cristiani predilige il tratto autobiografico: è segno squisito di amorevole relazione interpersonale (paternità) ed insieme coscienza vigile del bisogno di modelli concreti e credibili per cristiani esposti a confusioni ed equivoci (cf. 1 Ts 4,1; 1 Cor 4,16). Nel caso della comunità di Filippi ciò avviene perché gli avversari sconvolgono la comunità, propagandando un Vangelo ed uno spirito che non è quello di Paolo, autentico apostolo di Cristo. Di qui anzitutto la vigorosa denuncia (3,15-21) per cui una nota polemica, un serio avverti- mento sta nel linguaggio in prima persona di Paolo. Detto al positivo e con termini pratici, Paolo con ben quattro verbi - che indicano da una parte l'autorevolezza della sua testimonianza e del suo magistero e dall'altra la vitale e intima esperienza fattane da parte dei discepoli - sottolinea l'indispensabilità di accogliere la «Tradizione» di cui egli è mediatore, per camminare al seguito del Dio di Gesù Cristo. Solo così la sua pace, la pienezza dei beni messianici, circonderà la comunità (cf. Rm 15,33; 1 Cor 14,33). Ricordiamo che la lettera ai Filippesi è citata ben cinque volte nelle Costituzioni' di cui due volte dalla bocca dello stesso Don Bosco. È evidente il richiamo, affettuoso e accorato insieme, alla fedeltà a Don Bosco, come fonte primaria e autentica dello spirito salesiano in quanto è lui stesso per primo, come Paolo, genuino imitatore del Vangelo di Cristo e perciò autorevole e per noi indispensabile modello. Per queste ' Cf. cap. VI, cap. EX e art. 17, 71, 100 in tutti gli articoli di questo capitolo (10-21) - meno uno - vediamo sempre la figura di Don Bosco in primo piano come colui che ci trasmette i diversi aspetti del suo spirito. t * t Proponendo i principi generali del rinnovamento della vita religiosa, il decreto «Perfectae caritatis» afferma: «Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli Istituti abbiano una loro propria fisionomia ed una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori...».2 Non è facile, certamente, definire lo «spirito» di un Istituto religioso: tutti i battezzati in Cristo hanno lo stesso Vangelo e sono guidati dall'unico Spirito; tuttavia ci sono delle strade diverse per seguire il medesimo Signore e delle diverse accentuazioni negli aspetti evangelici della via della perfetta carità. Parlare di «spirito» di un Istituto religioso significa appunto riferirsi a quell'insieme di valori e di aspetti evangelici ed ecclesiali a cui i membri dell'Istituto, sull'esempio del loro Fondatore e accogliendo l'ispirazione dello Spirito Santo, sono particolarmente sensibili tanto nell'atteggiamento interiore quanto nel comportamento esteriore. Il CGS, dalla cui riflessione fondamentale è emersa una prima descrizione costituzionale del nostro spirito, definisce lo spirito salesiano come «il nostro modo proprio di pensiero e di sentimento, di vita e di azione, nel mettere in opera la vocazione specifica e la missione che lo Spirito Santo non cessa di darci».3 Conviene ricordare che il CGS ha raccolto un'esperienza ormai consolidata: già Don Certa in sedici splendide pagine degli «Annali della Società»4 aveva condensato i tratti principali dello spirito vissuto nelle case di Don Bosco; il CGS ha potuto usufruire anche delle numerose testimonianze di confratelli di tutte le Ispettorie: il concorde sentire di tanti Salesiani di età, ambiente, nazio PC, 2; cf, anche MR, 11 3 crs, sb ° Cf. E. CERTA, Annali della Società .Salesiana I, p. 720-735 nalità e culture diverse è certamente assai significativo per indicare l'unità nello spirito della Società. I Capitoli generali successivi, il CG21 e specialmente il CG22, hanno apportato alla sintesi del CGS un ulteriore arricchimento ed hanno contribuito ad una più organica presentazione di questo che è certamente l'elemento più tipico della nostra «salesianità»: i Salesiani infatti si riconoscono non solo da ciò che fanno (anche altri si interessano della gioventù), ma dalla maniera con cui lo fanno! Il CGS, introducendo il discorso sullo «spirito salesiano», precisa che ci si riferisce prima di tutto al suo fondamento e alla sua origine che è «lo spirito di Don Bosco» (la sua vocazione, vita, opera e insegnamento); ma ci si riferisce insieme allo spirito partecipato e vissuto nella sua Famiglia, cioè al modo con cui lo spirito di Don Bosco è realizzato concretamente nella storia e nella vita della Congregazione e della Famiglia salesiana (la vita e la santità dei Salesiani).5 Si osserva che le Costituzioni parlano di «spirito» piuttosto che di «spiritualità» salesiana: mentre, infatti, questa si riferisce più propriamente ad una riflessione globale che il salesiano compie sul suo rapporto con Dio, lo spirito riguarda l'insieme del suo stile di vita e di azione, come dinamismo evangelico vissuto e trasmesso quale modalità quotidiana di esistenza. Più che analizzare concettualmente i valori dell'esperienza spirituale di Don Bosco, si tratta di individuare i tratti caratteristici della sua fisionomia, che i suoi figli hanno imitato e fatto propri.', Lo «spirito» è vita, appartiene cioè all'ordine dell'esistente. Considerato nel suo significato più ampio, lo spirito salesiano: è anima della vita interiore ed esteriore del salesiano; - è «forma mentis et cordis» vitale e propria che caratterizza lo stile di santificazione, di vita comune, di apostolato; è fondamento dell'unità e del rinnovamento nostro e di tutti i gruppi della Famiglia salesiana;' 5 Cf. CGS, 87 ° Nella lettera ai Cooperatori il Rettor Maggiore scrive: «Quando il Regolamento parla di spirito salesiano intende descrivere i tratti caratteristici della esperienza evangelica collaudata nella scuola di Don Bosco quale peculiare stile di vita, sintesi di criteri di giudizio e di metodologia di azione. Non è un'analisi concettuale delle relazioni con Dio e con il prossimo, e neppure la presentazione dottrinale della spiritualità di uno stato o di un ministero, ma la descrizione dei lineamenti spirituali individuanti la vocazione salesiana,,. Cf. ACC n. 318 (1986), p. 28. Cf. CGS, 86-87 - investe e anima tutta la vita del salesiano: le virtù dell'alleanza con Dio (fede, speranza, carità), la consacrazione apostolica, le attività della missione, la vita di comunione, la pratica dei consigli evangelici, la formazione, il governo; - è, in sintesi, «un tratto fondamentale della nostra identità».8 Conviene non dimenticare che lo spirito salesiano è un tesoro di sa- pienza cristiana ricevuto non soltanto per i Salesiani, ma per essere diffuso a vantaggio della gioventù. Noi Salesiani di Don Bosco, come diceva l'art. 5 delle Costituzioni, abbiamo la particolare responsabilità di «mantenere l'unità dello spirito» nella Famiglia! Don Bosco affermava: «È necessario che noi abbiamo degli amici, dei benefattori, della gente che, praticando tutto lo spirito dei Salesiani, vivano in seno alle proprie famiglie, come fanno i Cooperatori salesiani».9 Gli attuali Regolamenti generali ne parlano a proposito del servizio che noi dobbiamo rendere alla Famiglia salesiana (Reg 36-40). Il Bollettino salesiano è destinato a diffondere «la conoscenza dello spirito e dell'azione salesiana» (Reg 41). Venendo ora all'organizzazione dei contenuti del capitolo II, vediamo che essi sono raggruppati attorno ad alcune idee guida: ' ° 1. Alcuni atteggiamenti di fondo che animano il Salesiano. - Partendo dal suo livello più profondo si afferma che il «centro» e la «sintesi» dello spirito salesiano è «la carità pastorale» attinta dal Cuore di Cristo apostolo del Padre e dal suo Vangelo: qui è la fonte del nostro spirito e la sua giustificazione (ari. 10-11). - A livello personale esperienziale il segreto di crescita nella carità pastorale e nella fedeltà allo spirito salesiano sta nella personale «unione con Dio», nel saper fare del lavoro «preghiera», con il sostegno potente dei Sacramenti. e CG21, 97 ° Progetto dì adelìberaiou per il Capitolo generale 1, 1877, manoscritto di non Bosco 0 Le idee-guida qui indicate sono desunte dalla presentazione fatta da «Sussidi alle Costituzioni e Regolamenti, a cura del CG22: cf. Sussidi p. 27-28. L'esercizio costante di una visione di fede facilita un permanente impegno di speranza nella vita quotidiana (art. 12). - A livello ecclesiale l'identità del nostro spirito e la carità pastorale si esprimono in un rinnovato «senso della Chiesa», di fedeltà al Papa, di comunione con i Vescovi e di impegno per l'edificazione della Chiesa là dove ci troviamo (art. 13). 2. Lo spirito salesiano impronta il nostro stile di relazioni. Lo stile, che riveste di «salesianità» le nostre relazioni pastorali, si manifesta particolarmente: - nell'amore di predilezione verso i giovani, espressione di un dono di Dio (art. 14); - nell'amorevolezza, espressione della «paternità spirituale» e portatrice di un messaggio di purezza, che nasce dalla nostra «castità» consacrata, come concreta e oggettiva preoccupazione di formare i giovani all'amore (art. 15); nell'ambiente di famiglia, di casa, che aiuta a condividere e perdonare (ari. 16); - in un ottimismo vincente e in una gioia contagiosa (ari. 17). 3. Lo spirito salesiano permea la nostra pedagogia pastorale. Al livello del lavoro apostolico lo spirito salesiano si esprime: - nel lavoro, cioè in un'operosità intancabile, e insieme in un realismo ascetico, proprio di educatori-apostoli, che collaborano alla costruzione del Regno di Dio: il binomio tipico di Don Bosco «lavoro e temperanza» è l'incarnazione dello spirito salesiano nella prassi quotidina, austera ed equilibrata (art. 18); - nella prontezza creativa e flessibile a rispondere alle urgenze locali (art. 19). La sintesi di questo stile di impegno è il «Sistema preventivo», nel quale convergono le virtù che danno un volto proprio ed originale al sa lesiano che lavora tra i giovani e per il Regno: è un amore che si dona, attingendo alla carità di Dio (ari. 19-20). 4. In sintesi: Don Bosco è presentato come il modello concreto dello spirito salesiano e della carità pastorale che ci anima (art. 21). Si osserva che altri elementi dello spirito salesiano sono disseminati qua e là nel testo delle Costituzioni, specie per ciò che riguarda la pietà sacramentale, la fiducia' in Maria ed alcuni tratti caratteristici della nostra pedagogia:. questi aspetti dovranno essere tenuti presenti per una conoscenza completa del nostro spirito. ART. 10 LA CARITA PASTORALE AL CENTRO DEL NOSTRO SPIRITO Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l'ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano. Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata dal quel di- namismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire Dio solo. Dello spirito salesiano leggeremo in tutto il capitolo i tratti caratte- ristici, ma già in questo articolo troviamo l'elemento centrale, l'anima; poiché lo «spirito» è una realtà viva e organica, che spiega tutti gli altri elementi della vita salesiana, li anima e dà loro una coerenza profonda. Qui è indicata qual è «l'ispirazione organizzatrice»,' il nucleo animatore, cioè «la carità pastorale». Della carità le Costituzioni parlano in molti articoli.2 La carità è il nome dell'amore di Dio (cf. I Gv 4,8) e il distintivo dei discepoli di Gesù (Gv 13,35): essa è al centro di ogni vita cristiana, e quindi di ogni vita apostolica. Questo art. 10 parla, in particolare, della «carità pasto- rale» salesiana, aiutando a scoprire le specificazioni della carità vissute nella vita del salesiano. Don Bosco ci ha trasmesso uno stile originale di vita e di azione centrato sulla carità. Come è stato già accennato, per comprendere lo spirito salesiano nella sua «originalità» e per applicarlo poi nella vita e nell'azione del sa- lesiano è d'obbligo il riferimento a Don Bosco. Egli l'ha vissuto così in- tensamente da divenirne un vero modello (Cost 21). Egli stesso, inoltre, per far capire questo spirito additava i primi Salesiani, un pugno di gio CG.S, 88 = Cf. Cost 3. 14, 15. 20. 25. 29. 41. 50. 92. 95 vani che, trascinati dal suo zelo, operarono meraviglie tra i giovani. Proprio guardando a Don Bosco e ai primi Salesiani le Costituzioni ci dicono che il cuore del suo spirito, e quindi dello spirito che anima i suoi figli, è la carità. L'affermò lo stesso nostro Padre quando, nella conferenza dell'l1 marzo 1869, ponendosi la domanda: «Qual è lo spirito che deve animare questo corpo?», rispondeva: «Miei cari, è la carità». È quella carità che aveva attratto già il piccolo Giovanni, il quale, di fronte all'atteggiamento riservato dei preti dell'epoca, diceva alla mamma: «Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; mi avvicinerei ai fanciulli, li chiamerei intorno a me, vorrei amarli, farmi amare, dir loro delle buone parole... e consacrarmi tutto alla loro eterna salute».3 È la carità, che lo stesso Don Bosco nel 1877, spiegando a Nizza il suo sistema educativo, aveva evocato ricorrendo alla pagina in cui l'apostolo Paolo ne tesse le lodi: «La carità è paziente, è benigna... spera tutto... sopporta tutto» .4 Nella famosa lettera da Roma del 10 maggio 1884, vero «inno alla carità salesiana», Don Bosco faceva riferimento all'Oratorio dei primi tempi, per indicare nell'amore che vi regna l'esempio ispiratore di un sistema pedagogico e di una testimonianza spirituale, in cui risplende in tutta la sua luce lo spirito salesiano. Questa interiore carica di amore per la gioventù si esprimerà nella intuizione pronta dei bisogni dei giovani, nella tipica esperienza che egli, illuminato da misteriosi sogni, tradurrà in norme pedagogiche di una mirabile flessibilità, nella preghiera continua per i suoi giovani, in una dedizione sempre creativa e dinamica in loro favore. Per trasmettere il suo spirito Don Bosco sembra ripetere con semplicità ad ogni salesiano: «Guarda come faccio io: non hai che da imitarmi». La carità pastorale, centro e sintesi dello spirito salesiano. Centro dello spirito salesiano - precisa la Regola - è «la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società. È uno 3 MB 1, 227 ° Cf. MB XIII, 114-115. La citazione di san Paolo si trova alla lettera nel trattatello di Don Bosco sul «Sistema preventivo nella educazione della gioventù: cf. Appendice Cast. 1984, p. 236. slancio apostolico...». Queste espressioni richiamano una carità in mo- vimento, che ha bisogno di agire e di realizzare, in forma pratica, ap- passionata: una «passione apostolica tutta animata da ardore giovanile», come dice il CGS.» Tutti gli Istituti religiosi votati all'apostolato hanno come elemento base la carità apostolica. Da noi questa carità ha un tono speciale: è un ardore, un fervore, un «fuoco», uno «zelo» che non si può contenere; è una carità fervida, generosa, gioiosa, dinamica; una carità che ha tutte le caratteristiche migliori dei nostri giovani, ai quali principalmente si indirizza. Ricordiamo come ci fu chi considerò la carità di Don Bosco utopistica, sconcertante, un po' pazza! 5 La carità pastorale, partecipazione della missione di Gesù buon Pastore, è espressa nelle sue due dimensioni essenziali: amore del Padre, del quale vogliamo servire il Regno, e amore dei fratelli, cui vogliamo portare la buona notizia della salvezza. Molto bene la colletta della Messa in onore di san Giovanni Bosco riassume questa carità, definendola: slancio apostolico che ci fa «cercare le anime e servire Dio solo». È importante percepire bene la dinamica interna di questi due poli della carità pastorale: Dio (Gesù Cristo) e il prossimo (i giovani). Si tratta di due principi che sostengono tutto il nostro spirito. Il primo è l'amore di Dio, che è sempre la causa e la fonte del nostro amore al prossimo. Il secondo metodologicamente rivela come si esercita la carità nella condotta quotidiana: la strada dell'amore di Dio è il servizio al nostro fratello. Così Gesù stesso ci ha amati! È opportuno qui richiamarci allo stemma della Congregazione che reca il busto di san Francesco di Sales e un cuore da cui escono fiamme; l'art. 4 ricordava appunto lo «zelo» di san Francesco di Sales. La carità apostolica, che è al centro del nostro spirito, corrisponde esattamente a ciò che il nostro Patrono chiamava, secondo il linguaggio del tempo, «devozione». Leggiamo nella «Introduzione alla vita devota»: «La devozione non aggiunge alla carità altro che la fiamma, la quale rende la carità pronta, operosa e diligente non solo nell'osservanza dei 5 CGS, 89 ° CF. J. AUBRY, Lo spirito salesiano, Edizione Cooperatori salesiani 1972, p. 33 comandamenti divini, ma anche nella pratica dei consigli e delle ispira- zioni celesti». Vivere lo spirito salesiano significa lasciarsi ispirare in tutto e in ogni momento dallo Spirito della Pentecoste e riceverne il vento violento e le lingue di fuoco. La mediocrità e la fiacchezza sono incompatibili con tale spirito. Si tratta di dare tutto in uno slancio gioioso, perché «Dio ama chi dona con gioia». Dalla presenza dello Spirito noi «attingiamo l'energia e il sostegno» per fare tutto questo (cf. Cost 1). Signore Gesù, che ci hai amati fino a dare tutto Te stesso per noi, effondi su di noi l'abbondanza del Tuo Spirito, che animi la nostra vita con la stessa ardente carità pastorale di cui riempisti Don Bosco e i suoi primi discepoli; e perché viviamo con autenticità la nostra vocazione, accresci in noi lo slancio apostolico, che ci faccia cercare le anime e servire Te solo. ART. 11 IL CRISTO DEL VANGELO SORGENTE DEL NOSTRO SPIRITO Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre.' Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l'urgenza del Regno che viene; l'atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepole nell'unità della comunione fraterna. ' ct. LG, 3; AG, 3 Lo spirito di Don Bosco «non senza una particolare disposizione di Dio, attinge la sua originale natura e forza dal Vangelo».' Per comprendere il nostro spirito nel suo elemento centrale, bisogna andare più in là della persona di Don Bosco. Bisogna andare alla Sorgente cui egli ha attinto: la persona stessa di Cristo, il suo «Cuore», vale a dire Cristo in quanto è la piena rivelazione della Carità divina. La riflessione sulla vita di Don Bosco ci permette di verificare fino a che punto il nostro Fondatore si è ispirato in modo cosciente alla carità del Cristo. Già nel sogno dei nove anni, egli riceve l'annuncio della sua missione da Cristo buon Pastore; al termine della sua vita impiega le sue ultime forze e fatiche a costruire a Roma una basilica dedicata al «Cuore» di Gesù. Nel primo articolo delle Costituzioni del 1858 aveva scritto: «Lo scopo di questa Società è di riunire insieme i suoi membri... a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri».2 La lettera di Roma del 10 maggio 1884 rimanda con insistenza a Cristo «maestro della familiarità... vostro modello».3 Questo articolo della Regola ci aiuta a penetrare maggiormente in questa fondamentale verità. PAOLO VI, Motu proprio ' Magisterioon vitae» del 24 maggio 1973 con cui ha elevato a Università l'Ateneo Salesiano: cf. ACS n. 272 (1973), p. 77 s MJ3 V, 933 ' MB XVII, 111 Cristo, il modello e la sorgente della carità pastorale. Volendo presentare il nostro spirito nel suo rapporto con il Salvatore, le Costituzioni parlano del Cristo sotto due aspetti complementari: come «modello» e come «sorgente». Come «modello» noi lo cerchiamo e studiamo nella sua vita storica, quale ce lo presenta il Nuovo Testamento. Ma il mistero di Cristo è insondabile (Ef 3,18), e inesauribile è la ricchezza e la fecondità del suo Vangelo. Di conseguenza noi penetreremo soltanto qualche aspetto del suo mistero, faremo una particolare lettura della sua vita, traendo spunto per un determinato servizio nella Chiesa. Noi, tuttavia, non se- guiamo una virtù (obbedienza, povertà, castità) o una attività (l'educa- zione, le missioni ecc.), ma seguiamo una Persona che vogliamo imitare nella sua pienezza e un Vangelo che vogliamo vivere nella sua globalità. Guardare a Cristo modello vuol dire ricordare che il cammino di santificazione a cui siamo chiamati (cf. Cost 25) è un cammino di «cri- stificazione» (Ef 4,19). Paolo dice: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Come «sorgente», veniamo rinviati alla sua vita di Risuscitato, di Capo della Chiesa, che egli anima inviandole il suo Spirito di amore. Cristo è chiamato «apostolo del Padre», essendo visto qui come Mae- stro che insegna la carità «apostolica» (cf. Eb 3,1), in corrispondenza con la prospettiva giovannea di «Inviato» dal Padre. Lo Spirito ci consacra in Cristo, conforma la nostra vita a quella di Cristo, ci fa penetrare nel suo mistero, ci apre a una esperienza di co- munione con Lui, ci porta a immedesimarci in Lui, «buon Pastore» che vuole la salvezza dei giovani. Prima di esprimere i particolari tratti di Cristo, di cui parla il se- condo capoverso, siamo così condotti a una esperienza globale e totale di Lui e ad una adesione piena al suo Vangelo. Lineamenti del Signore cui il salesiano si configura. Le intuizioni evangeliche' rivissute nello spirito salesiano vengono qui elencate: rappresentano l'angolatura particolare da cui leggiamo il mistero di Cristo. Osserviamo che il Vangelo è unico e il medesimo per tutti, ma che esiste una «lettura salesiana del Vangelo», da cui deriva una maniera salesiana di viverlo: Don Bosco ha rivolto lo sguardo a Cristo per cer- care di rassomigliargli nei lineamenti del volto che più corrispondevano alla sua missione provvidenziale e allo spirito che la deve animare. L'art. 11 propone quelle che possono essere dette le percezioni o intuizioni evangeliche, o ancora le radici o componenti evangeliche dello spirito salesiano. Gli elementi, che la Regola presenta, sono certa- mente vissuti anche da altri Istituti religiosi; ma noi guardiamo al modo tipico con cui noi Salesiani li incarniamo nella nostra vita: vivere lo spi- rito salesiano è il nostro modo di vivere il Vangelo, in conformità con la vocazione ricevuta. La persona di Gesù è proposta in alcuni atteggiamenti cui Don Bo- sco è stato molto sensibile e che quindi stimolano particolarmente la nostra imitazione. Non si tratta di un elenco completo, ma di alcuni tratti della figura di Cristo profeta, sacerdote e pastore che leggiamo nella luce dell'esperienza del Fondatore. Va notato lo stretto legame che vi è tra di essi e con la persona di Cristo nella linea della «carità» del buon Pastore. Ecco, dunque, i lineamenti della figura del Signore, che, secondo la Regola, troviamo con più evidenza nel nostro spirito. --- La gratitudine, la fiducia, la lode alla bontà infinita del Padre il quale ci chiama a Sé, guarda ad ogni giovane come a figlio, dona una vocazione divina a tutti gli uomini: «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli» (LA- 10, 21). È la figura del Cristo «Sacerdote», modello della perfetta consacra- zione e capace di «eucaristia», cioè di riconoscenza verso il Padre; è la 4 Cf. ('GS, 90-95 sorgente di una pietà profonda, sincera, filiale, che è piena di fiducia nella bontà misericordiosa del Padre. Nascono da qui la gioia di sentirsi figlio di Dio e l'ottimismo che sa scoprire il bene presente nella creazione e nella storia. Anche lo zelo del salesiano e il suo modo di avvicinare i giovani si ispirano a questo senso dell'amore paterno di Dio. - La sollecitudine nel predicare, nell'annunziare il Regno che viene, nel guarire, nel salvare: «Vedendo molta folla - dice il Vangelo - si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore» (Mt 6,34). Tale sollecitudine Don Bosco chiamava «zelo». Scorgiamo qui la figura di Cristo «Profeta», che tanto entusiasma i giovani, di Cristo «Missionario» del Padre, che percorre le strade della Palestina predicando la buona novella del Regno, «insegnando e guarendo» (Mt 4, 23). La vita intera di Don Bosco imita e prolunga, specialmente in favore dei giovani, l'ardore apostolico esplicato da Cristo nella sua vita pubblica. Scrive il suo primo Successore: «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù, il bene delle anime: `da mini animas'» (c€. Cost 21). Ed egli stesso affermava: «Se io mettessi tanta sollecitudine per il bene dell'anima mia come ne metto pel bene delle anime altrui, potrei essere sicuro di salvarmi».$ - «La predilezione per i piccoli e i poveri», per i giovani bisognosi e per i ceti popolari: «Chi accoglie nel mio nome uno di questi piccoli accoglie me» (Mc 9,37); «Lasciate che i fanciulli vengano a me e non li impedite» (Mc 10,14). E la figura di Cristo «Pastore», che è mandato per tutti, ma che va in cerca specialmente degli abbandonati, degli ultimi, e che si lascia attrarre in modo privilegiato dai `piccoli' e dai `poveri'. Come Gesù, anche Don Bosco si sente chiamato verso i piccoli e i poveri, verso la gioventù più bisognosa. «Basta che siate giovani - egli ripete perché io vi ami assai». E nei suoi ragazzi invita a vedere Gesù: «Trattiamo i giovani come tratteremmo Gesù Cristo stesso se, fanciullo, abitasse nel nostro collegio» .11 È «una carità pura e paziente, che si oppone alle due passioni più comuni e terribili, la concupiscenza 5 MI3 VI], 250 MB XIV 846.847 e l'irascibilità»:' sono i due scogli, che il Sistema preventivo aiuta a su- perare, ispirandosi alla carità di Cristo. - «L'atteggiamento del Buon Pastore che conquista i cuori con la mitezza (la bontà salesiana) e il dono di sé fino alla croce (l'ascesi quotidiana): «Io sono il buon pastore: il buon pastore dà la vita per le pecore» (Gv 10,11); «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29-30). C'è qui un richiamo alla bontà come caratteristica del nostro spi- rito, che giunge fino all'abnegazione di sé. Da Cristo buon Pastore Giovanni Bosco, fin dal sogno dei nove anni, ha attinto il segreto della riuscita educativa: «Non colle percosse, ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici ...».$ Don Ceria riporta questa bella testimonianza di una persona, dopo un incontro con Don Bosco: «Io pensai: Don Bosco è il ritratto vivo del Nazareno: dolce, mite, buono, umile, modesto. Così, così doveva essere Gesù».9 L'abnegazione salesiana si esprime nel dono di sé, che comporta rinuncia e mortificazione. «Le spine (del pergolato di rose) rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane che distraggono l'educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere».1p - «Il desiderio di radunare i discepoli nell'unità della comunione fraterna e di raccogliere tutti gli uomini nell'unico ovile: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 13,34), È il comandamento nuovo, che Gesù dà ai suoi, il frutto del suo sa- crificio redentore: che gli uomini imparino ad amarsi, costruiscano una sola famiglia, nell'unità del Padre e del Figlio: «Padre, che essi siano uno, come Tu e lo siamo uno» (Gv 17,21-22), Le parole di Don Bosco sono un'eco di quelle del Gesù: «Esercitiamo la carità fra noi, sopportiamp i difetti degli altri, compatiamoci a vicenda. Animiamoci ad operare il bene, ad amarci e stimarci come fratelli. Preghiamo acciocché possiamo tutti formare un sol cuore e un'anima sola, per amare e servire il Signore»." La sollecitudine per la co D. VESPIGNANI, Circolari, parte III, p.124 a MO, p. 23 MB XIV, 479 ° MB ZII, 35 " MB IX, 356. Le parole di don Bosco riportate sono tratte da una delle istruzioni tenute da Don munione - come vedremo - è un tratto che dovrà distinguere parti- colarmente il Superiore salesiano.' a Vivere il Vangelo si traduce concretamente per il salesiano nel vivere questi determinati atteggiamenti, che siamo venuti enumerando. In questo stile di vita al seguito di Gesù Cristo il confratello trova la «perla preziosa», che gli fa scoprire nei giovani Cristo stesso da servire, da assistere, da amare. Comprendiamo, in tal modo, come la nostra vocazione è una con- tinuazione della missione di Cristo, nel predicare, nell'educare, nel salvare. Risalendo continuamente a questa ispirazione evangelica fondamentale, cioè alla persona di Cristo, ritorniamo alla fonte della carità pastorale, arriviamo al centro dello spirito salesiano. Osserviamo, infine, che i valori evangelici, che ispirano la nostra vita personale, comunitaria, apostolica, mentre sono un'affermazione della nostra identità, ci caratterizzano di fronte agli altri Istituti religiosi; e questo non per contrapporci ad essi, bensì per una viva correlazione, per formare insieme - con doni diversi - l'unico Corpo mistico di Cristo. Signore Gesù Cristo, Tu sei il modello e la sorgente della nostra carità pastorale. Concedici di imitare, nella nostra vita, la Tua incondizionata dedizione alla volontà salvatrice del Padre, la premura amorosa della Tua molteplice azione di Buon Pastore a favore degli uomini, specialmente dei piccoli e dei poveri, il Tuo desiderio di riunire i discepoli nell'unità della comunione fraterna. Per la grazia del Tuo Spirito, fa' che questi valori evangelici vivifichino la nostra vita spirituale e il nostro impegno apostolico. Amen. Bosco nel corso di Esercizi a Trofarello nel 1868. Sì veda anche Ricordi ai Missionari (n.13), Appendice Costituzioni 1984, p. 254. z Cf. Cos1121- 126. 161. 176 Operando per la salvezza della gioventù, il salesiano fa esperienza della pa- ternità di Dio e ravviva continuamente la dimensione divina della sua attività: «Senza di me non potete far nulla.' Coltiva l'unione con Dio, avvertendo l'esigenza di pregare senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino. Attento alla presenza dello Spirito e compiendo tutto per amore di Dio, diventa, come Don Bosco, contemplativo nell'azione. ' Gv 15,5 È celebre per noi la frase di don Rinaldi che definisce il nostro spirito: «operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall'unione con Dio» (cf. Cost 95). Ciò significa che il salesiano agisce con un vero «senso apostolico», con la consapevolezza della «dimensione divina della sua attività». Si tratta di vivere il Sacerdozio battesimale, per fare di tutta la vita un'offerta a Dio, offrirgli il culto spirituale, e celebrare, nella fatica quotidiana, la grande «liturgia della vita» (Cost 95). Nell'articolo possiamo percepire le tre divine Persone operanti nella vita del salesiano: il Padre, Creatore, della cui paternità e misericordia verso l'uomo il salesiano fa quotidiana esperienza; - il Figlio, Salvatore, con il quale cordialmente dialoga per la salvezza dei giovani, ascoltandone la Parola; - lo Spirito, Santificatore, sempre presente nella vita della Chiesa e nel divenire della storia: da Lui attinge l'energia per la sua fedeltà e il sostegno della sua speranza (cf. Cost 1) e la grazia per la sua santi- ficazione (cf. Cost 25). Il testo sottolinea tre aspetti della unione con Dio nel salesiano: - il bisogno assoluto che egli ha di Cristo nel suo lavoro apostolico, - il dialogo semplice e senza soste che intrattiene con il Padre in Cristo, -- l'importanza di vivere nella presenza dello Spirito, compiendo tutto per amore di Dio. Si tratta della «dimensione contemplativa», che nel salesiano deve essere tanto profonda da investire e permeare in ogni sua attività. Per capire la profondità di questa peculiare unione con Dio, occorre rifarsi a quella «grazia di unità», di cui parlammo a proposito della nostra vocazione.' Essa non è situata primariamente nelle attività e neppure nelle «pratiche di pietà», ma nell'intimo della persona e ne permea tutto l'essere: prima ancora di tradursi nel «fare» o nel «pregare», è un «modo spirituale di essere dinamico», in quanto è la cosciente partecipazione dell'amore stesso di Dio attraverso la donazione di sé, nella disponibilità pratica all'opera della salvezza. È un atteggiamento interiore di carità, che è proteso verso l'azione apostolica, nella quale si concretizza, si manifesta, cresce e si perfeziona. In tal senso l'operosità apostolica è espressione di interiorità spirituale! C'è da ricordare quanto dice il documento su «La dimensione con- templativa della vita religiosa»: «La natura stessa dell'azione apostolica e caritativa racchiude una propria ricchezza che alimenta l'unione con Dio; bisogna curarne quotidianamente la consapevolezza e l'approfondimento. Prendendone coscienza, i religiosi santificheranno talmente le attività, da trasformarle in fonte di comunione con Dio, al cui servizio sono dedicati per nuovo e speciale titolo».2 ll medesimo documento sottolinea pure che «la comunità religiosa è in se stessa una realtà teologale, oggetto di contemplazione; per natura sua è il luogo dove l'esperienza di Dio deve potersi particolarmente raggiungere nella sua pienezza e comunicare agli altri».3 Così il salesiano, sorretto dallo spirito di Don Bosco e dalla riccezza evangelica della sua comunità, può esprimere in ogni circostanza la dimensione contemplativa della sua vita e crescere in essa. S. Francesco di Sales ha spiegato bene, nel «Teotimo», «l'estasi della vita e deil'azione» come espressione genuina della carità pastorale di chi si prodiga nell'impegno quotidiano «oltrepassando se stesso e le sue inclinazioni naturali» 4 L' art. 12 della Regola vuole spiegarci alcuni aspetti di questa im- portante realtà. Si veda il commento alla struttura generale del testo» (p. 62-63) e agli art. 2 e 3 (p. 90ss); ci. CGS, 127 2 »La dimensione connemplariva della vita religiosa, Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari, 1980, n. 6 Ivi, n. 15 ° Cf. S. FRANCESCO DI SA i. FS, Trattano dell'amore di Dio, libr, 7, cap. 7, Opera omnia V, 29-32 11 salesiano, mentre opera per la salvezza della gioventù, sente di aver bisogno di Dio. Al salesiano viene indicato il modo per gustare «le profondità di Dio» (1 Cor 2,10) in tutte le situazioni della sua vita, sia nella giovinezza che nella maturità, tanto nell'azione che nella passione, all'alba come al tramonto: è la compenetrazione concreta tra azione e contemplazione, nello spirito del «da mihi animasti. Egli è invitato a scoprire e ravvivare la «dimensione divina» della sua attività. Notiamo che non si tratta semplicemente del lavoro materiale o professionale, sganciato dalla missione affidata alla comunità, ma del lavoro quotidiano compiuto nella volontà di Dio. Nella nostra attività educativa, caritativa, pastorale sentiamo che è Dio che ci manda, è il suo Spirito che ci guida: noi siamo suoi collaboratori (cf. 1 Cor 3,9); è Dio che noi serviamo nei piccoli e nei poveri; è per la sua gloria e il suo Regno che noi operiamo. E mentre prendiamo coscienza di questa presenza di Dio, avvertiamo la necessità assoluta di rimanere in Lui. «Senza di me non potete far nulla!»: l'affermazione perentoria è dello stesso Signore Gesù (Gv 15,5). Lanciati come siamo nell'azione pastorale tra i giovani, con un vivo desiderio di tornare utili a loro e al mondo, non possiamo non riflettere su questa precisa affermazione, ribadita spesso nella Scrittura. «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori... Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno» (Sal 125). Ogni fatica è vana senza il Signore. «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è Dio che fa crescere. Noi siamo il campo di Dio, l'edificio di Dio» (cf. 1 Cor 3,7.9). La Regola ci invita a fare «esperienza» di Dio, cioè non solo a vi- vere una vita interiore, spirituale, ma ad avvvertire e ad avere co- scienza di essere in rapporto con Dio nel quotidiano. I1 modo salesiano di vivere nell'intimità della presenza di Dio è quello vissuto da Don Bosco, la cui «esperienza» di Dio è stata intensa ed è anche oggi esemplare per noi. Tale esperienza evidentemente non ci obbliga ad uno stampo uniforme : essa colora diversamente la vita di ciascun salesiano, sacerdote o coadiutore o membro della Famiglia salesiana. Tutto questo significa «ravvivare continuamente la dimensione di- vina della nostra attività». Il salesiano dialoga con Dio, con semplicità e senza soste. Il modo di dialogare con Dio da parte del salesiano è descritto dal testo con due caratteristiche tipiche: è semplice e continuo. Egli non è un monaco, ma un apostolo dall'operosità instancabile, come si diceva, un apostolo tra i piccoli e i poveri; la sua preghiera è semplice, sobria, composta degli elementi essenziali, poggiata sulla Parola di Dio e sui Sacramenti, in modo speciale sull'Eucaristia e la Ri- conciliazione; la prolunga in un dinamismo generoso e gioioso, con uno stile giovanile e fiducioso, che piace a Dio e piace ai giovani (cf. Cost 86). Il primo progetto delle Costituzioni del 1858, che è rimasto nel testo ufficiale fino al 1972, diceva: «La vita attiva a cui tende la nostra Congregazione fa che i suoi membri non possono avere la comodità di fare molte pratiche in comune; procureranno di supplire col vicende- vole buon esempio e col perfetto adempimento dei doveri generali del cristiano»,5 dove è da sottolineare quel «perfetto». Eppure la Regola, facendo eco alla parola di Gesù (cf. Le 18, t), dice che il salesiano sente l'esigenza di pregare «senza sosta». È la testi- monianza riportata da don Piccollo riguardo a Don Bosco: «Egli pre- gava sempre. In lui l'unione con Dio era continua».5 Come è possibile in una vita così piena di attività? Don Bosco, nel testo delle Costituzioni del 1864, diceva già che il salesiano, impedito di fare orazione mentale da un ministero urgente, «vi supplirà colla maggior frequenza di giaculatorie e indirizzando a Dio con maggior intensità di affetto quei lavori che lo impediscono dagli ordinari esercizi di pietà».' A ben guardare, nella vita del salesiano, come in quella del Fonda- tore, preghiera e azione sono prese in un unico movimento del cuore; la preghiera passa naturalmente nell'azione e diventa «spirito di pre MB MB V, 940 MB XII, 371 MB VII, 884 ghiera» e così l'azione si riempie di preghiera. Per il salesiano Dio Pa- dre, il Cristo e lo Spirito sono i grandi presenti nella sua vita: superando le apparenze, li sente, li vede e li incontra dappertutto e sempre. Av- viene così che, durante il lavoro stesso, una preghiera spontanea e in- formale invade il cuore e sale anche alle sue labbra, in particolare sotto forma di orazioni giaculatorie, esplicitamente raccomandate da Don Bosco secondo l'insegnamento di San Francesco di Sales.$ Questi umili appelli sono, si può dire, la preghiera «a fior di labbra», il «dialogo sem- plice e cordiale con Cristo vivo, con il Padre che sente vicino», con lo Spirito di cui avverte la presenza. È la stessa azione apostolica, come si è detto, che provoca e ali- menta questo dialogo: essa porta il salesiano a ringraziare Dio delle cose belle e buone che vede, a gridare aiuto davanti alla sofferenza, a chiedergli subito perdono per il peccato che incontra, a supplicarlo di sostenere e di fecondare il suo sforzo. Poiché la carità è l'anima di ogni apostolato, ne deriva che l'apostolato diviene l'anima della preghiera del salesiano. Così l'unione con Dio ci fa restare uniti alla nostra Sorgente, mantiene il nostro spirito e il nostro cuore al livello dei «mistero» nel quale siamo impegnati e previene il pericolo che la nostra attività si trasformi in attivismo. Il salesiano, compiendo tutto per amor di Dio, diventa contempla- tivo nell'azione. L'espressione «contemplativi nell'azione» può far pensare a una spiritualità di origine non salesiana; l'espressione «nell'azione», poi, sembra che riduca il campo della contemplazione soltanto a coloro che lavorano, escludendo i malati, gli invalidi ecc.; ma l'aggiunta «come Don Bosco» ci aiuta a cogliere l'interpretazione giusta dell'articolo nel- l'ottica salesiana. La dinamica della contemplazione in Don Bosco, tanto intensa che Fu definito «l'unione con Dio», sta nel «da mihi animar, cetera lolle» - vissuto con coerenza assoluta: è questa la via praticabile per tutti i Sale- siani e gli altri membri della Famiglia salesiana. Don Bosco era l'unione " Cf. CGS, 550 con Dio non soltanto perché era unito a Dio nei momenti espliciti di preghiera, che erano quelli di un apostolo consacrato, ma perché im- pregnava abitualmente ogni momento e ogni aspetto quotidiano della vita di ringraziamento a Dio, di fiducia filiale nella Provvidenza, di col- loqui con Maria Ausiliatrice, Madre della Chiesa e dei giovani. Anche il salesiano «compie tutto per amore di Dio», adotta cioè il metodo di una vigorosa rettitudine apostolica, la quale respinge la tentazione di lavorare per se stesso, per il proprio tornaconto, per la propria stima: «tutto per amore di Dio» e «per le anime»! Allora l'azione diventa vero strumento di santificazione. La Regola ci invita a fare della nostra esistenza un atteggiamento di fede che fissa in Dio lo sguardo e il cuore, per adorarne e parteciparne l'amore che salva. È questa l'espressione suprema della nostra vocazione: cercare costantemente di unirci a Dio, imitando Don Bosco che «non ebbe a cuore altro che le anime».9 Possiamo capire perché, rivolgendosi ai religiosi apostoli, la Chiesa nel suo magistero ricordi: «In questi tempi di apostolico rinnovamento, come sempre in qualsiasi impegno missionario, il posto di privilegio va dato alla contemplazione di Dio».1p La contemplazione, atto teologale di fede, speranza e carità, diventa per noi «l'atto più alto e più pieno dello spirito, l'atto che ancor oggi può e deve gerarchizzare l'immensa piramide dell'attività umana»." Signore, Tu hai detto ai Tuoi Apostoli: «Senza di me non potete far nulla». Feconda ogni nostra attività con il dono di una costante e viva unione con Te e con il Padre, perché, divenendo come Don Bosco «contemplativi nell'azione», troviamo nel dialogo cordiale e confidente la forza di compiere tutto per Tuo amore e di perseverare fino alla morte nel dono totale di noi stessi per il Tuo Regno. » Cf. D. RUA, Lettera del 24,8 .1894, cf. Lea. Circolari, p. 130 o MR, 16 " PAOLO VI, Allocuzione per la sessione conclusiva del Concilio, 7 dicembre 1965 ART. 13 SENSO DI CHIESA Dal nostro amore per Cristo nasce inseparabilmente l'amore per la sua Chiesa, popolo di Dio, centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno. Ci sentiamo parte viva di esse e coltiviamo in noi e nelle nostre comunità una rinnovata coscienza ecclesiale. La esprimiamo nella filiale fedeltà al Successore di Pietro e al suo magistero, e nella volontà di vivere in comunione e collaborazione con i vescovi, i religiosi e i laici. Educhiamo i giovani cristiani a un autentico senso di Chiesa e lavoriamo as- siduamente per la sua crescita. Don Bosco ci ripete: «Qualunque fatica è poca, quando si tratta della Chiesa e del Papato».' ' MB V, 577 Nel mistero della Chiesa è presente e operante lo stesso mistero di Dio Padre che ama tutti, del Figlio che redime, dello Spirito che santi- fica. Dal cuore della Chiesa proviene un dinamismo pastorale che la rende sacramento di unità: «Piacque a Dio di chiamare gli uomini a partecipare della sua stessa vita non tanto ad uno ad uno, ma di riunirli in un popolo nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero in unità»; t la rende anche «universale sacramento di salvezza, che svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo».z Ciò riguarda senza dubbio la Chiesa universale, sia per la sua natura sacramentale, segno e strumento efficace di salvezza, sia per il suo ministero di comunione tra le diverse vocazioni, carismi e ministeri, sia per la sua missione operante nel mondo; ma riguarda anche le Chiese particolari, cioè in concreto le Chiese locali in cui siamo inseriti. Una delle caratteristiche dello spirito salesiano è appunto quella della «ecclesialità», che la Madre e Ausiliatrice della Chiesa ha trasmesso a Don Bosco e al suo Istituto per un servizio qualificato. AG, 2 GS, 45; cf. LG, 48 L'articolo, che vogliamo esaminare, dice che il salesiano ama la Chiesa, lavora per la sua crescita, educa i giovani ad amarla. Molti di questi atteggiamenti valgono per ogni battezzato; ma la Regola insiste su un orientamento particolare del salesiano nel suo amore per la Chiesa: egli è specialmente. attento alla sua unità e alla sua crescita («centro di unità», «comunione di tutte le forze», «volontà di vivere in comunione»); il problema dell'unità è ---- oggi più che mai - di grande attualità. Questo articolo deve essere messo in relazione con l'art. 6 che parlava della «Società salesiana nella Chiesa»: là ne venivano descritti gli impegni, qui è presentato lo stile o spirito con cui il salesiano lavora nella Chiesa e per la Chiesa. Il salesiano ama la Chiesa perché ama Cristo. Abbiamo ricevuto dal nostro Fondatore una particolare sensibilità per quell'aspetto della Chiesa che è la sua capacità di costruire «l'unità e la comunione fra tutte le forze che lavorano per il Regno». La Chiesa è vista come Popolo di Dio, mistero di «comunione» di tutti i suoi membri, comunione attiva, centro dinamico messo al servizio dell'unità fra tutte le forze (gli uomini di buona volontà) che nel mondo lavorano silenziosamente per il bene dei fratelli. È questa la visione di fede che sostiene il salesiano nel suo amore per la Chiesa. È la dottrina stessa del Vaticano II sulla Chiesa come sacramento di salvezza: «Il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini..., costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti... Dio ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù... e ne ha costituito la Chiesa perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa unità salvifica».3 Ma la ragione profonda per cui amiamo la Chiesa è che essa è stata voluta e amata da Cristo Salvatore: Egli, l'Uomo-Dio, riassume in sé tutte le creature e le ricongiunge al Padre (cf. Rm 8,21). Per salvare 3LG9 l'uomo, Cristo lo incorpora a sé facendolo Chiesa, e questa diventa così una «comunione umano-divina» e insieme «sacramento di salvezza» per l'umanità. Tutto il primo capoverso dell'articolo riecheggia l'appello che Papa Giovanni Paolo Il rivolge ai religiosi e alle religiose: «Mediante tutto ciò che fate, e soprattutto mediante tutto ciò che siete, sia proclamata e ri- confermata la verità che `Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei', la verità che sta alla base dell'intera economia della redenzione. Che da Cristo, redentore del mondo, zampilli anche l'inesauribile fonte del vostro amore per la Chiesa!» .4 Il salesiano esprime l'amore alla Chiesa nella «fedeltà filiale al suc- cessore di Pietro» e nella comunione e collaborazione «con i vescovi, il clero, i religiosi e i laici». Ci sentiamo parte viva della Chiesa: siamo, infatti, una risposta concreta alle sue necessità; è per arricchire la Chiesa che Dio, di tempo in tempo, fa sorgere uomini e donne che seguono Cristo imitandolo più da vicino.' È stata la Chiesa a discernere e riconoscere il nostro carisma come risposta a precise urgenze del tempo, come rimedio a determinati mali o ad un vuoto che si avvertiva, come dono nuovo fatto all'intero popolo di Dio. Per questo le Costituzioni, richiamandosi al Concilio, ci dicono che occorre coltivare «in noi e nelle nostre comunità una rinnovata coscienza ecclesiale».6 La traduzione concreta di tale coscienza ecclesiale e del nostro amore alla Chiesa (alla Chiesa universale come alla Chiesa particolare che è in Torino, o in Buenos Aires, o in Tokyo, o in Nairobi...) viene precisata da questo secondo capoverso dell'articolo costituzionale con due comportamenti pratici: la fedeltà al Papa e la collaborazione con le Chiese particolari. * RD, 15 5 ci. PC, i 6 Cf. PC, 2. 5; MR, 14b; RD, 14 a. La «filiale fedeltà al Successore di Pietro e al suo magistero». È una caratteristica nostra. Tutta la vita di Don Bosco e la nostra tradizione lo attestano. Basta pensare ad alcune delle numerose espres- sioni di Don Bosco al riguardo.' «Quando il Papa ci manifesta un desiderio, questo sia per noi un comando».$ «Sono veramente indignato - ebbe a dire in una circostanza - del poco conto nel quale certi scrittori tengono il Papa... noi dobbiamo stringerci attorno a lui ... ».'1 Presentando la sua nuova Società, affermava che «scopo fonda- mentale della Congregazione, fin dal principio, fu costantemente soste- nere e difendere l'autorità del Capo supremo della Chiesa nella classe meno agiata della Società e particolarmente della gioventù peri- colante».1° Il salesiano è convinto che il Papa e i Vescovi hanno ricevuto da Cristo il mandato di condurre la sua Chiesa e di mantenerla nella coesione di tutte le sue forze." Dell'unità del collegio episcopale e di tutta la Chiesa, il Successore di Pietro è il segno visibile e lo strumento attivo: per lui, dunque, il nostro cuore e la nostra azione nutrono una «filiale fedeltà». Don Bosco è stato, per i Papi che ha conosciuto, un servitore estremamente attento e devoto, e i Papi lo hanno ricambiato. Il salesiano ama il Papa e non nasconde il suo amore per lui. Sa instillare nei giovani questo amore e renderli attenti al suo magistero, certo di dare così ad essi un punto sicuro di riferimento nella ricerca della verità. L'art. 125 preciserà meglio i nostri atteggiamenti verso il Succes- sore di Pietro dicendo che noi Salesiani gli ubbidiamo filialmente. b. «Comunione e collaborazione con i Vescovi, il clero, i religiosi e i laici». Della solidarietà con i Vescovi e con il clero delle Chiese locali parlerà ampiamente l'art. 48, facendo vedere come la nostra missione si inserisce nella pastorale delle Chiese particolari. Qui si sottolinea la vo ' Vedi E. VIGANO, La nostra fedeltà al Successore di Pietro, ACG n. 315 (1985) a MB V, 573; Cf, V, 874 Cf. MB V, 577 ° Riassunto della Pia Società di 5. Francesco di Sales nel 23 gennaio 1874, in OE vol XXV p. 380 " Cf. LG, 18 lontà attiva di vivere lo spirito di una reale comunione-collaborazione con il proprio Vescovo e col suo presbiterio. L'accenno ai «religiosi» corrisponde all'atteggiamento e all'inse- gnamento di Don Bosco. Basti citare il decimo dei ricordi da lui dati ai primi missionari: «Amate, temete, rispettate gli altri Ordini religiosi, e parlatene sempre bene».12 La nostra solidarietà proviene anche dalla convinzione che le famiglie religiose sono delle forze vive nella Chiesa e che bisogna lavorare con loro nell'unità e nella carità, rifiutando ogni gelosia e ogni complesso di superiorità. Quanto ai «laici» e alla nostra comunione-collaborazione con essi, osserviamo come l'attenzione nel mondo salesiano si vada dilatando in corrispondenza con la riflessione che la Chiesa è venuta facendo sul valore del «laicato».13 Molti laici sono associati al nostro lavoro (Cf. Cast. 29), ma in ogni caso il salesiano si trova immerso in una realtà nella quale occorre che la preoccupazione per il Corpo mistico cresca; egli è chiamato ad animare la comunità educativa e pastorale, fino a farla di- ventare «un'esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio» (Cost. 47). Come esperti di comunione-collaborazione (tali dovremmo es- sere!) il nostro contatto con i laici può avere un valore profetico, se di- ventiamo segni di Dio leggibili, credibili, capaci di gettare ponti di con- divisione, professionalmente qualificati ma soprattutto portatori del ti- pico «spirito salesiano».14 Il salesiano lavora per la crescita della Chiesa ed educa a questo i giovani. Siamo uomini della Chiesa, apostoli che nutrono un vivo «sensus Ecclesiae», gestori di opere che ci sono affidate dalla Chiesa e che ani miamo in suo nome.15 La Congregazione non vive ripiegata su se stessa, ma crea legami nuovi nella Chiesa, si preoccupa di farli crescere nella carità. «Vivendo ~x MB, XI, 389 " Cf. E. VIGANO, La promozione del laico nella Famiglia salesiana, in ACG n. 317 (1986) 4 Vedi commento all'art. 47, p. 392-395 s Cf. PC, 8 secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il Capo, Cristo, dal quale tutto il corpo riceve coesione e unità,... per crescere sino al suo compimento nella carità» (Ef 4,15-16). In particolare ci sentiamo chiamati, nella Chiesa, a costruire co- munione tra quelle forze che operano per la salvezza della gioventù. La Regola ricorda un importante impegno nel nostro compito di educatori: «educhiamo i giovani cristiani a un autentico senso di Chiesa»; educhiamo cioè a vedere nella Chiesa il «Corpo di Cristo» e il «popolo di Dio», la comunione di tutte le forze che operano per la salvezza e il loro centro di unità e di animazione. Per questo sosteniamo la vocazione battesimale dei laici e tutte le vocazioni specifiche. Per questo ci sforziamo di fare viva esperienza di Chiesa nelle comunità pastorali ed educative: l'art. 35 spiegherà meglio questa nostra responsabilità; l'art. 125, poi, metterà in risalto l'educazione dei giovani ad accogliere gli insegnamenti del Papa. Non è un compito facile: il proposito di intensificare il dialogo tra i giovani e la Chiesa sembra, in alcuni paesi, particolarmente difficile; eppure Essa soffre molto per il fatto che numerosi tra i giovani sono in- differenti, non interessati al problema di Dio o addirittura atei, non cre- denti e in posizione a lei avversa. Altri vorrebbero che la Chiesa si ade- guasse al loro spirito, allargasse, concedesse, senza tener conto che la Chiesa è giudicata dalla Parola di Dio. Altri ancora dicono di aderire a Cristo, ma non alla Chiesa. È in questa condizione che noi, con la testimonianza del nostro amore, dobbiamo annunciare e far amare il mistero della Chiesa. Con i giovani non cristiani il nostro atteggiamento sarà sempre at- tento al rispetto delle culture e delle religioni, ma l'amore alla Chiesa di Cristo e alla verità non potrà subire compromessi; anche nei paesi non cristiani dovremo saper testimoniare che la Chiesa è Madre, piena di bontà con tutti, e che possiede il più grande tesoro e la verità suprema, Gesù il Signore. La frase di Don Bosco, posta a conclusione di tutto l'articolo, è una bella sintesi che esprime l'intensità del nostro impegno per costruire la Chiesa e per metterci a servizio del Successore di Pietro: «Qualunque fatica è poca quando si tratta della Chiesa e del Papato».16 10 MB V. 577 C Padre, Tu hai voluto fare della Chiesa il Popolo dell'Alleanza nuova, centro dell'unità e della comunione di tutte le forze che operano per la salvezza nel Cristo. Come il Tuo Figlio fatto uomo ha amato la Chiesa * ha dato se stesso per Lei, fa' che anche noi l'amiamo come sue membra vive, nella leale unità con il Papa e con i Vescovi • nella piena docilità al loro insegnamento e alle loro direttive, esprimendo la nostra fedeltà al loro magistero. Insegnaci come educare i nostri giovani a un autentico senso di Chiesa, • come orientare verso di Essa quelli che ancora cercano la verità. Per Cristo nostro Signore. ART. 14 PREDILEZIONE PER I GIOVANI La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani: «Basta che siate giovani, perché io vi ami assai».' Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita. Per il loro bene offriamo generosamente tempo, doti e salute: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita».z D.B., Il Giovane Provveduto, Torino 1847, p. 7 (OE 11, 187) z DON RUFFINO, Cronaca dell'Oratorio, ASC 110, quaderno 5, p. 10 La vocazione salesiana è contrassegnata da uno speciale dono di Dio, che porta a prediligere i giovani. Questo amore di predilezione, che permea tutto il modo di pensare e di agire del salesiano, gli conferisce un'impronta cararatteristica che non è solo frutto di doti e di incli- nazioni naturali, ma è espressione di carità pastorale. Preso da vivo zelo per il bene dei giovani, il salesiano in tutta la sua vita non smette di alimentare in sé un atteggiamento di simpatia, una volontà di incontro e di presenza, un interesse continuo di conoscere i giovani, di aiutarli a raggiungere uno sviluppo personale pieno. Il salesiano attinge tale predilezione per i giovani dall'amore stesso che Cristo dimostra per i fanciulli e i giovani: «Lasciate che i fanciulli vengano a me» (Mt 19, 14), dice Gesù agli Apostoli, che in modo un po' sbrigativo volevano difenderlo dal disturbo che essi recavano; - e nel colloquio con il giovane che chiede cosa deve fare per avere la vita eterna l'evangelista nota: «Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse...» (Mc 10,20); - suggestive sono anche le risurrezioni di tre giovani: quella della figlia di Giairo (Le 8, 49-56), quella del figlio della vedova di Naim (Lc 7, 11-17) e quella di Lazzaro (Gv 11): la commozione di Gesù e il suo intervento miracoloso ne dimostrano l'amore. Parlando della giovinezza, Papa Giovanni Paolo Il parla di un periodo di singolare ricchezza che l'uomo sperimenta: ricchezza di scoprire ed insieme di programmare, di scegliere, di prevedere e di assu mere le prime decisioni in proprio, che avranno in seguito grande im- portanza personale e sociale. La giovinezza è un'età intensa e delicata «da cui dipende il termine di questo millennio e l'inizio del nuovo».' Della gioventù si interessa il maligno e tutti i suoi adepti per gua- starne la vita. Ma essa sta a cuore alla Chiesa come sta a cuore a Cristo. Sta a cuore a Maria, Lei che è stata giovane, è vissuta tra i giovani, ha operato per i giovani, e ora, in cielo, continua a capire le loro urgenze e a rispondere alle loro invocazioni. Nel sogno dei nove anni la guida (Gesù Buon Pastore) dice a Giovanni: «Ti darò la maestra ... ».z Per accostare i giovani bisogna amarli. Ricordiamo nuovamente ciò che Giovanni, ancor fanciullo, diceva a sua madre: «se io fossi prete..., mi avvicinerei ai fanciulli, li chiamerei intorno a me, vorrei amarli, farmi amare da essi, dir loro delle buone parole, dare loro dei buoni consigli e tutto consacrarmi per la loro salute eterna».3 Questa «predilezione» gli dilatò il cuore e lo rese «tutto per i gio- vani», come troviamo ben espresso nel Prologo che Don Bosco aveva scritto per le Costituzioni della Società di San Francesco di Sales.4 Il salesiano riceve da Dio il dono di prediligere i giovani. Il giovane ha bisogno di «qualcuno a cui rivolgersi con fiducia; qualcuno a cui affidare i suoi interrogativi essenziali; qualcuno da cui attendere una risposta vera».5 Gesù Cristo, il modello perfetto, indica come essere disponibili, aperti, benevoli, accessibili. Egli è la radice e la fonte della carità pastorale che si esprime per il salesiano nell'amore di «predilezione» per i giovani. «Non si spiega la predilezione radicale di Don Bosco per i giovani senza Gesù Cristo... È, questo, un dono iniziale dall'Alto. E il carisma primo del salesiano, la sua 'super-vocazione>»." GIOVANNI PAOLO Il, Lettera «Ai giovani e alle giovani del mondo 1985, cf, n. 3 e 16 a Cf. MB I, 124 ' MB 1, 227 Cf. Costituzioni della Società di San Francesco di Sales» 1858-1875, a cura di F. MOTTO, p. 58-61 GIOVANNI PAOLO Il, Lettera nA tutti i sacerdoti della Chiesa», Giovedì Santo 1985, n. 4 Cf. E. VIGANO, Il progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 16-17 Parlando della «predilezione per i giovani», don Albera afferma: «Non basta sentire per essi una certa qual naturale attrazione, ma bisogna veramente prediligerli. Questa predilezione, al suo stato iniziale, è un dono di Dio»... «Questa predilezione è la stessa vocazione sale siana».' E il Rettor Maggiore D. E. Viganò aggiunge: «La Famiglia salesiana è nata dall'amore di Don Bosco per la gioventù. Un amore di predilezione che ha permeato e sviluppato le sue doti naturali, ma che era radicalmente uno speciale dono di Dio per un disegno di salvezza nei tempi moderni».a Dopo aver fissato lo sguardo in Gesù, possiamo capire Don Bosco, nel quale la predilezione pastorale verso i ragazzi e i giovani appariva come una specie di passione. Egli sentiva di dover essere segno dell'amore: «Il Signore mi ha mandato per i giovani»; 9 «la mia vita è consacrata al bene della gioventù»; 10 «io non ho altra mira che di procurare il vostro vantaggio morale intellettuale e fisico»; 11 «voi siete l'unico ed il continuo pensiero della mia mente»; " «voi siete l'oggetto de' miei pensieri e delle mie sollecitudini»; 12 «è proprio la mia vita stare con voi»; 13 «miei cari giovani, io vi amo di tutto cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai... difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e che più desideri la vostra vera felicità};14 «voi... siete i padroni del mio cuore», 15 «lasciate che ve lo dica e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto... Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime ha preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla è più rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l'anima di tutti»; 1,1 «miei carissimi figlioli in Gesù Cristo, vicino o lontano io penso sempre a voi. Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici D. ALBERA, Lettera del 18.10.1920, Lett. Circolari, p. 372 s ACS n. 290 (1978), p. 15 e MB VII, 291 ° MO, p. 163 (D. Bosco alla Marchesa Barolo) 1 4B VII, 503 12 Epistolario, voi Il, p. 361 a MB IV, 654 " G. BOSCO, «11 Giovane Provveduto», Prologo (OE II, 187) ' Epistolario, vol II, p. 361 ' Epistolario, voi III, p. 5 tempo e nell'eternità».17 «Sono parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo».'$ Queste e tante altre espressioni rivelano l'amore che muoveva Don Bosco nel donarsi ai giovani, un amore che trova la sua sorgente nell'i mitazione del gesto del Signore: «Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10,20). Si può dire che all'inizio di tutto il movimento salesiano c'è un «cuore oratoriano», ossia, un prete della Chiesa di Torino posseduto da un'incontenibile passione apostolica per i ragazzi poveri e abbandonati. «L'energia unificatrice della nostra Famiglia bisogna cercarla in quel tipo di amore sacerdotale che ha caratterizzato Don Bosco-con una passione travolgente di apostolato tra i giovani ...».19 Questo amore di predilezione, «espressione di carità pastorale», di cui ci parlano le Costituzioni, non è qualcosa di superficiale, ma una realtà che caratterizza tutto l'essere e l'agire del salesiano, lo qualifica con un sigillo che è come un «nuovo carattere», che lo rende amico «accessibile» ai giovani. Giovanni Paolo II, scrivendo ai sacerdoti, parla così di tale qualità: «L'accessibilità nei riguardi dei giovani significa non solo facilità di contatto con loro, nel tempio e al di fuori di esso, dovunque i giovani si sentano attratti conformemente alle sane caratteristiche della loro età (penso qui, ad esempio, al turismo, allo sport, come pure in generale alla sfera degli interessi culturali). L'accessibilità della quale ci dà esempio il Cristo, consiste in qualcosa di più. Il sacerdote, non solo per la sua preparazione ministeriale, ma anche per le competenze acquisite nelle scienze dell'educazione, deve destare fiducia nei giovani come confidente dei loro problemi di carattere fondamentale, delle questioni riguardanti la loro vita spirituale, degli interrogativi di coscienza».20 Questo vale per ogni salesiano. Bisogna intensificare questo amore di predilezione per i giovani, che non vuole essere «esclusione» degli altri, perché la carità non ha confini: «Questo amore scaturisce da un particolare prendersi a cuore ciò che è la giovinezza nella vita dell'uomo... Da come è la giovinezza dipende in grande misura il futuro».21 ` Lettera da Roma 10 maggio 1884: cf. Appendice Costituzioni 1984 p. 243 ° Cf. E. VIGANO, La Famiglia salesiana ACS n. 304 (1982), pp. 12. 21-22 1Q GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai Sacerdoti cit. n. 4 " Ivi n. 6 Il salesiano offre, per il bene dei giovani, tempo, doti, salute. Il secondo capoverso dell'articolo ci dice come si manifesta con- cretamente la predilezione per la gioventù. Il salesiano, preso dalla pro- fonda passione per il bene dei giovani, offre generosamente per loro tempo, doti e salute, e conserva sempre un atteggiamento di simpatia, una costante presenza (assistenza) e un continuo interesse per conoscerli e farsi amare. Anche qui l'esempio viene da Don Bosco, secondo quelle parole, che le Costituzioni ci hanno ricordato fin dal primo articolo: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani».zz Don Bosco aveva formulato questa promessa da tempo e l'aveva ribadita nella speciale occasione della guarigione prodigiosa da grave malattia: «Dio concesse la mia vita alle vostre preghiere; e perciò la gra- titudine vuole che io la spenda tutta a vostro vantaggio spirituale e tem- porale. Così prometto di fare finché il Signore mi lascerà su questa terra» .23 Lo ripeteva spesso: «Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento» .24 Già avanti negli anni parlerà di «questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita».25 Partendo da tale paterno esempio, l'articolo della Regola accenna agli atteggiamenti interni ed esterni che deve assumere il salesiano. «Il Signore mi ha mandato per i giovani, perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro... Noi dobbiamo avere per iscopo primario la cura della gioventù, e non è buona occupazione ogni occupazione che da questa ci distragga».24 Come scrive D. L. Ricceri, Don Bosco realizzò la sua vocazione giovanile «evitando ogni ostacolo e lasciando ogni cosa, anche buona, che ne intralciasse in qualche modo la realizzazione»,'", E D. E. Viganò af 22 MB XVIII, 258 23 MB II, 498 14 MB VII, 503 z' Lettera da Roma 10 maggio 1884; cL Appendice Costituzioni 1984, p. 252 26 MB XIV, 284 2 Cf. ACS n. 2114 (1976), p. 31 ferma: «Stiamo tra i giovani perché vi ci ha inviati Dio... La patria della nostra missione è la gioventù bisognosa».2 Questo amore di predilezione, infine, porta a un continuo e appro- fondito interesse di conoscenza sia dei singoli giovani sia di quel feno- meno culturale che oggi si chiama «condizione giovanile». «Per noi è necessario ascoltare con interesse questa voce del mondo giovanile e te- nerne conto nel dialogo educativo e pastorale della evangelizzazione»." Ti ringraziamo, o Padre, per aver colmato il cuore di Don Bosco della predilezione per i giovani: «Basta che siate giovani -- egli dice loro - perché io vi ami assai». Arricchisci dello stesso dono di bontà il cuore di ogni salesiano, e facci scoprire in tutti i giovani la presenza di Gesù perché siamo sempre pronti, come il nostro Fondatore, a offrire per essi tempo, doti e salute, fino alla donazione totale della nostra vita. «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi sono disposto anche a dare la vita». 28 Cf. ACS n. 293 (1980), p. 26 29 CF. ACS n. 290 (1978), p. 21 Mandato ai giovani da Dio che è «tutto carità,' il salesiano è aperto e cor- diale, pronto a fare il primo passo e ad accogliere sempre con bontà, rispetto e pazienza. Il suo affetto è quello di un padre, fratello e amico, capace di creare corri- spondenza di amicizia: è l'amorevolezza tanto raccomandata da Don Bosco. La sua castità e il suo equilibrio gli aprono il cuore alla paternità spirituale e lasciano trasparire in lui l'amore preveniente di Dio. ' G. BOSCO, Esercizio di divozione alla misericordia di Dio. Torino 1847, p. 81; (OF 11, 151) L'art. 15 si integra con il precedente («Predilezione per i giovani») e con il successivo («Spirito di famiglia») ed è una esplicitazione di come essere «segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani» (Cost 2). Esso presenta l'«amorevolezza salesiana» che nasce dalla «paternità spirituale» e dal caratteristico messaggio di purezza e di castità, ed è tutta orientata a formare i giovani nell'amore. Introducendo questo tema, gli Atti del CGS dicono: «Il salesiano chiede allo Spirito Santo il `dono della simpatia', modellata sulla mi- tezza del cuore di Cristo».' L'articolo ribadisce che l'iniziativa di mandare il salesiano ai giovani è di Dio, «tutto carità». La ragione profonda è che, se il ragazzo non sperimenta l'amore nella sua età, se non vive in un ambiente in cui ci si ama, la sua crescita è compromessa.2 La forza trasformante dell'amore passa attraverso l'a- morevolezza degli educatori, e i Salesiani la manifestano con la purezza che Don Bosco raccomandava, cioè come amore limpido, profondo, equilibrato e forte. Essere segni dell'amore di Dio ai giovani richiede questa trasparenza (ascesi) e la presenza di Dio in noi (mistica). CGS, 100 ' Sulla necessità di fare esperienza dell'amore per la stessa crescita nella fede si riporta la testi- monianza di Agostino, un ra-azzo che dopo esperienze negative incontrò i Salesiani ad Are-5e (Milano) e morì a soli 16 anni. Egli scriveva, in forma dì preghiera: Dicono che anche l'amore è una prova della tua esistenza: forse è per quello che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza. Signore, fammi incontrare un amore che mi porti a te, un amore sincero, disinteressato, fedele e generoso, che sia un poco l'immagine tua» (Da »Il Vangelo secondo Barabba, Arese 1974, p. 79). Il salesiano è accogliente. Dopo aver sottolineato la sorgente divina di ogni bontà, il testo in- comincia col presentare alcuni atteggiamenti del salesiano «mandato ai giovani» II salesiano è «aperto..., pronto ad accogliere»: non è chiuso in se stesso, ma «uomo di relazioni»; poiché non si può immaginare un apostolo che abbia propositi da eremita, egli assume gli atteggiamenti che favoriscono il contatto: apertura e cordialità, rispetto e pazienza, volontà di fare il primo passo, accoglienza; insomma, è capace di creare simpatia e amicizia. Don Bosco raccomandava ai suoi: «Studia di farti amare».3 «Fa' in modo che tutti quelli cui parli diventino tuoi amici», diceva a don Bonetti 4 E scrivendo a don Cagliero, affermava: «Lo spirito salesiano che vogliamo introdurre nelle case di America è... carità, pazienza, dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, fare del bene a chi si può, del male a nessuno. Ciò valga per i Salesiani tra loro, fra gli allievi, e gli altri, esterni ed interni».' «Aperto e cordiale», il salesiano è «pronto a fare il primo passo» verso chi è timido e timoroso, verso colui che un esagerato senso di ri- spetto tiene muto o lontano; è pronto a sopprimere le distanze, ad avvi- cinarsi con simpatia, a «scendere dalla cattedra», a farsi piccolo con i piccoli. Don Bosco non cessava di raccomandare queste qualità. Quando poi è l'altro che si avvicina, occorre accoglierlo «sempre», aprirgli la propria porta e il proprio cuore, ascoltarlo, entrare nei suoi interessi: «Tl superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani... tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli affida}.ó E tutto questo mettendo specialmente in gioco tre atteggiamenti di fondo: la «bontà» che vuole il bene dell'altro, il «rispetto» che rifiuta di accapparrarlo e riconosce la sua dignità personale unica anche dietro i MB X, 1047 ° E'pisiolario II, 434 ' Cf. Lettera di Dori Bosco a don Caglicro, 6.05.1885, Epistolario IV, 328 MB XVII, 112 difetti, e la «pazienza» che non è altro che la forza di amare costante e perseverante: «La carità è paziente e benigna», dice san Paolo.' Questo insieme di qualità esteriori, che compongono l'accoglienza salesiana e qualificano i rapporti del salesiano con tutti e specialmente coi giovani, corrisponde a ciò che Don Bosco chiamava «familiarità». Non è ancora l'amorevolezza, che indica piuttosto un atteggiamento interiore, un comportamento del cuore. Ma è chiaro che le due realtà sono strettamente collegate e si corrispondono. Don Bosco stesso scrive: «Senza famigliarità non si dimostra affetto».s Il salesiano è amorevole, come padre, fratello, amico. L'amorevolezza del salesiano è specificata in questo capoverso, tutto ispirato alla straordinaria Lettera da Roma del IO maggio 1884. «Amorevolezza» è una parola caratteristica del linguaggio di Don Bosco, con la quale egli esprime l'affetto pieno di bontà paterna e fraterna, che nutre verso i giovani. Il testo indica tre sfumature di questa bontà. - «Affetto» vero e personale. sostanziato di calore umano e di de licatezza soprannaturale. Come Don Bosco, ogni salesiano è un «uomo di cuore». Basta leggere la citata Lettera da Roma: «Miei carissimi figlioli in Gesù Cristo... Il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena, quale voi non potete immaginare... Sono (queste) le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo...».9 Colpisce il vocabolario usato dal Santo: affetto, cordialità, familiarità, carità, cuore, amore, ecc. E verso la fine il segretario nota: «A questo punto Don Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lagrime... per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce».'» Un grande salesiano, don Berruti, ha scritto: «Amare di cuore è una caratteristica della carità salesiana. Don Bosco non si contenta di Cf. 1 Cor 13,4; cf, G. BOSCO, «Il sistema preventivo nella educazione della gioventù», cap. 2: cf. Appendice Cost 1984, p. 238 A Cf. Lettera da Roma del 10 maggio 1884: cf. MB XVII, 107. La Lettera è riportata nell'Appendice 111 delle Costituzioni 1984, p. 243-252 ° Ivi 10 Ivi quella carità austera, figlia della volontà e della grazia, che accompagna il sistema educativo degli altri Ordini».11 È la carità «alla San Francesco di Sales», meglio ancora, secondo il cuore di Cristo che ha pianto .all'arnica Lazzaro e sul dolore delle sue sorelle Marta e Maria. --- Affetto come «quello di un padre, di un fratello e di un amico»: l'espressione è ricavata letteralmente dalla Lettera del maggio 1884. L'affetto salesiano si avvicina a quello che lega i membri di una famiglia o di un gruppo di amici. Ciò significa che il «superiore», il «maestro», il «sacerdote» stesso, predicatore o celebrante, senza nulla perdere della sua autorità, non si chiude nella propria «funzione»: la sua autorità non genera timore perché si pone all'interno di un rapporto più fondamentale che unisce un uomo a un altro uomo, un padre al figlio, un fratello al fratello, un amico all'amico. - «Capace di creare corrispondenza di amicizia». È ancora la dottrina esplicita di Don Bosco. Il salesiano «parla col linguaggio del cuore», linguaggio di parole e di azioni certamente: egli mostra che ama, e cerca esplicitamente di farsi amare, di «guadagnare, conquistare il cuore» dell'altro, perché desidera creare una «comunione», dove si stabilirà il dialogo del cuore. «L'educatore cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere», dice il trattatello sul Sistema preventivo a proposito dei castighi.` Ed ancora la Lettera da Roma: «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati... Chi sa di essere amato ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani».' 3 Questo, Giovanni Bosco l'aveva appreso già nel sogno dei nove anni: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici».14 Evidentemente, questo è l'atteggiamento del salesiano anche verso i suoi confratelli. " Sulla carità salesiana splendente in don Berruti si veda Don Pietro Berruti, luminosa figura di sale-siano. Testimonianze raccolte da P. ZERBINO, SEI 1964, cap. XXVI, p. 564 ss. 12 «l2 sistema preventivo nella educazione della giovenrùu è riportato nell'Appendice II delle Costituzioni 1984, p, 236-242 " Cf. Lettera da Roma 10 maggio 1884; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 246 14 MB I, 124; cI. Ma, 23 II salesiano, per il dono della castità e dell'equilibrio, è segno del- l'amore preveniente di Dio. Ci voleva tutta l'audacia di un Santo per lanciare un esercito di educatori sulle strade di un tale metodo di educazione e di santità. Sono note le obiezioni degli avversari: amare così «di cuore» non significa esporre al pericolo educatore ed educando? No, risponde il testo della Regola, perché Don Bosco sa di poter contare sul salesiano casto nei suoi affetti. Le Costituzioni collocano nel posto giusto il discorso insistente di Don Bosco sulla castità: essa si pone in rapporto immediato con l'amo- revolezza. Se Don Bosco esige dal salesiano purezza chiara e vigorosa, coscientemente assunta e vissuta, è precisamente perché esige da lui un affetto intenso e vero: la purezza mantiene l'amore nella sua autenti- cità. Non dunque una castità semplicemente austera è caratteristica dello spirito salesiano, ma la castità che garantisce l'affetto vero e allontana ogni deviazione. Don Bosco, come abbiamo visto, esorta ad amare «in modo che i giovani conoscano di essere amati»; ma insieme esige dai suoi un grande distacco da se stessi nel manifestare l'affetto, il rifiuto di ogni sentimentalismo, di qualunque gesto o parola che possa essere male in- terpretato o possa turbare, di qualsiasi intimità che accapparri il cuore e gli impedisca di restare aperto a tutti. Così la castità rende possibile l'amore nella sue espressioni valide e nei suoi frutti positivi. Come si vedrà parlando della castità consacrata, questa è un modo evangelico di amare: il salesiano rinuncia alla paternità fisica, ma proprio per rendersi più atto alla paternità spirituale: la castità dispone il cuore a questo grande compito. I1 salesiano, dunque, ha un cuore spontaneo, ma delicato, un cuore tenero e tuttavia non debole né effemminato; una sensibilità reale e tuttavia padrona di sé. É un dono di «equilibrio» reso possibile dalla grazia di Dio, attraverso lo Spirito di carità. Grazie a questa pre- senza l'amorevolezza del salesiano ha la disinvoltura gioiosa propria dei figli di Dio e rivela l'amore del Padre. 0 Padre, sorgente di ogni carità, Tu che nel Tuo Spirito `ai nascere in noi la forza viva dell'amicizia vera, rendici aperti e cordiali nell'accogliere i fratelli, specialmente i giovani, generosi e imparziali nell'amare tutti e ciascuno con affetto sincero e casto, che sia per quelli che ci fai incontrare specchio e pregustazione della Tua paterna preveniente carità. Per Cristo nostro Signore. ART. 16 LO SPIRITO DI FAMIGLIA Don Bosco voleva che nei suoi ambienti ciascuno si sentisse «a casa sua». La casa salesiana diventa una famiglia quando l'affetto è ricambiato e tutti, confratelli e giovani, si sentono accolti e responsabili del bene comune. In clima di mutua confidenza e di quotidiano perdono si prova la gioia di condividere tutto e i rapporti vengono regolati non tanto dal ricorso alle leggi, quanto dal movimento del cuore e dalla fede.' Tale testimonianza suscita nei giovani il desiderio di conoscere e seguire la vocazione salesiana. ' Cf, MB XVII, 11o Ogni comunità religiosa trova alla sua sorgente Dio che chiama i fratelli a vivere insieme «uniti dal vincolo della carità» (Cost. 50). Essa è chiamata ad essere nella Chiesa «una famiglia che gode della presenza del Signore»; 1 vedremo come i voti religiosi aiutino tale progetto di co- munione (cf. Casi 61): la castità rende più disponibili ad amare come fratelli nello Spirito, la povertà facilita il dare e il ricevere, l'obbedienza anima a ricercare insieme la volontà di Dio. La Regola dice che noi Salesiani, quando siamo fedeli allo spirito di Don Bosco, instauriamo all'interno delle nostre comunità (che in ter- mine familiare chiamiamo «case») quell'inconfondibile stile di rapporti che, nella nostra tradizione di vita, siamo soliti chiamare «spirito di fa- miglia». Dalla descrizione che fa l'art. 16 della «casa salesiana» ci si può rendere conto di quanto lo spirito di Don Bosco penetri le nostre comunità ai vari livelli: locale, ispettoriale, mondiale, e l'intera Famiglia salesiana, dove il termine stesso «Famiglia» significa lo spirito che unisce i membri. Ma non si tratta di uno stile che è presente soltanto all'interno della «casa»: i Salesiani, dovunque vivano, nelle comunità educative- pastorali o in contatto con altri gruppi e in tutti i loro rapporti, tendono spontaneamente a instaurare una specie di «famiglia», ad animare uno PC, 15 «spirito di famiglia», il quale fa sì che ciascuno si senta «a casa sua», «a proprio agio», il che vuol dire anche responsabile del bene comune. L'articolo, in tal modo, si collega ai due precedenti e completa la descrizione dello stile di relazioni del salesiano, ispirato alla carità. Il clima di famiglia ci fa sentire accolti e insieme responsabili. Il modello a cui si ispira lo «spirito di famiglia» salesiano è anzitutto la vita dell'Oratorio di Valdocco, dove Don Bosco era in mezzo ai suoi ragazzi e ai suoi collaboratori come un padre. È interessante leggere la descrizione che ne fa l'autore delle Memorie Biografiche: «L'Oratorio allora era una vera famiglia».2 «Don Bosco governò e diresse l'Oratorio come un padre regola la propria famiglia, e i giovani non sentivano che vi fosse differenza tra l'Oratorio e la loro casa paterna».3 «Senza alcun timore, anzi con gran pace e gioia si viveva nell'Oratorio. Quivi respiravasi aria di famiglia che rallegrava. Don Bosco concedeva ai giovani tutta quella libertà che non era pericolosa per la disciplina e per la morale» .4 È su questo stile di famiglia che Don Bosco costruisce tutte le sue case e la stessa comunità religiosa. Vedremo come il tema ritornerà in diversi punti del testo costitu- zionale.' Questo articolo vuole sottolinearne alcuni aspetti tipici. Il primo capoverso parla di «affetto ricambiato», di «accoglienza}, di «responsabilità del bene comune», cioè di una intercomunicazione intensa, che rappresenta il fondamento dell'autentico «spirito di fami- glia», «Si prova il bisogno e la gioia di condividere tutto», come in una vera famiglia. Ogni cosa buona che si possiede la si mette a disposi 2 ASB III, 353 ' MB IV, 679 MB VI, 592 Lo spirito di famiglia interessa tutti gli aspetti della vita e missione salesiana: spinto di famiglia nella comunità educativa: cf. Cost 37. 38. 47: - spirito di famiglia nella comunità religiosa: cf. Cast 49. 51. 53. 56 - i consigli evangelici favoriscono lo spinto di famiglia:ef. Cost 61 spirito di famiglia nell'autorità e nell'obbedienza: J. Cost 65 spirito di famiglia e castità: cf. Cost 83; spirito di famiglia nella comunità formatrice: cf. Con 103 zione degli altri; ogni membro arricchisce gli altri ed è egli stesso arric- chito. Questo movimento di dono e di accettazione fa crescere le per- sone nella gioia e le unisce in vincoli rassodati profondamente. No- tiamo che lo scambio più importante non è quello dei beni materiali, bensì quello della vita stessa e dei beni più intimamente personali: sentimenti, pensieri, interessi, progetti, gioie e pene...: è «l'apertura del cuore» secondo Don Bosco. Questo vale per la comunità educativa; ma l'articolo lo riferisce anche alla comunità religiosa; non basta che i rapporti tra i membri della stessa casa siano corretti, burocratici e formali: devono diventare «personali». Le Costituzioni ci ripeteranno che «i rapporti di amicizia investono la vita intera» e in essa «ci comunichiamo gioie e pene, espe- rienze e progetti» (cf. Cost 51-52) Questo vale anche per i rapporti autorità-obbedienza, di cui parlerà più avanti la Regola. «Nella tradizione salesiana esse vengono esercitate in quello spirito di famiglia e di carità che ispira le relazioni a stima e fiducia reciproca» (Cost 65); ad un esercizio dell'autorità discreto e rispettoso corrisponderà una pratica dell'obbedienza spontanea, generosa, «filiale». Chi sente vivo il «senso di famiglia» non ha bisogno di ordini per fare ciò che torna di vantaggio alla comunità. Per noi che «viviamo e lavoriamo insieme» (cf. Cost 49), per noi che crediamo che «il mandato apostolico viene assunto e attuato in primo luogo dalle comunità ispettoriali e locali i cui membri hanno funzioni complementari» (Cost 44), lo «spirito di famiglia» risulta il grande segreto per rafforzare la coesione e la responsabilità. Il clima di famiglia è regolato dal cuore e dalla fede più che dal ricorso alle leggi. Il testo qualifica questo «clima» dicendo che esso è fatto di «mutua confidenza» e di «quotidiano perdono». Basta leggere la Lettera da Roma per averne la conferma. L'Oratorio primitivo di Valdocco si ca- ratterizzava così: «Fra i giovani e i superiori regnava la più grande cor- dialità e confidenza... La famigliarità porta l'affetto e l'affetto porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore ai superiori». Poi le cose nell'Oratorio erano cambiate: «La causa del presente cambiamento è che un numero di giovani non ha confi denza nei superiori... (che) sono considerati come superiori e non più come padri, fratelli e amici... Se si vuol fare un cuor solo e un'anima sola, per amore di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale».' Le relazioni fraterne e la reciproca confidenza, dice l'articolo, ren- dono meno necessario il ricorso alla legge, ai regolamenti, alle norme, all'autorità; fanno invece appello alle potenze interiori di ciascuno e al libero «movimento del cuore e della fede». Anche qui il principio è esteso a tutti i tipi di comunità in cui vivono i Salesiani, perché è un tratto dello spirito che essi praticano in permanenza e dappertutto. La fonte di tale principio è sempre la Let- tera da Roma, dove Don Bosco esce in una specie di grido doloroso estremamente significativo: «Negli antichi tempi dell'Oratorio... l'af- fetto era quello che ci serviva di regola e noi per lei - è Valfré che parla a Don Bosco - non avevamo segreti... Perché si vuol sostituire alla carità la freddezza di un regolamento?».7 Nelle case salesiane più che agire «perché si deve», lo si fa perché si comprende, perché si ama, perché si vuole, e tutto questo alla luce della fede. Uno dei segni più sicuri dello spirito salesiano è quell'aria di disin- voltura, di libertà, di fantasia, di gioia, che circola tra i figli di Don Bosco. Non si è costretti, non si ha paura, si dice ciò che si pensa, si porta il proprio contributo personale, generoso, si inventa..- Don Bosco stesso diceva: «A Dio non piacciono le cose fatte per forza. Essendo Egli Dio d'amore, vuole che tutto si faccia per angore».9 Nuovamente ci accorgiamo che lo spirito salesiano ci fa entrare nel movimento più profondo del Vangelo. Ne vedremo più avanti certe applicazioni alla vita della comunità e alla pratica dell'obbedienza. * Lettera da Roma, 10 maggio 1884, cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 244 e 247 * ivi; cF, Appendice Costituzioni 1984, p. 247-248 R Si veda la descrizione che fa n. Caviglia dell'autorità patema di Don Bosco: A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934 (2' ed.), p. 168.169 * MB V7, 15 Il clima di famiglia suscita vocazioni. Uno dei frutti più belli dello «spirito di famiglia» sono le vocazioni. La storia della Congregazione lo dimostra ampiamente sia con Don Bosco sia con i primi Salesiani: inseriti nel vivo della comunità salesiana riscaldata dall'affetto familiare, molti hanno imparato a modellare la propria vita sui loro educatori; prendendo progressivamente coscienza del germe della vocazione salesiana posta nel cuore da Dio, grazie al senso di famiglia si sono via via identificati con gli ideali e lo stile di vita degli educatori, hanno maturato il senso di appartenenza alla Congregazione e l'inserimento nella sua azione pastorale. È questa la dinamica di crescita che caratterizza il cammino sale- siano; è questo il clima naturale che fa sbocciare e crescere le vocazioni; nello spirito di famiglia matura la vocazione e avviene il graduale inserimento nel lavoro apostolico. È un impegno preciso delle nostre comunità: coinvolgere i giovani nella vita della famiglia, perché sperimentando la bellezza della missione salesiana, siano attratti a seguire il Signore Gesù ed a lavorare per il suo Regno: «Venite e vedrete» (cf. Gv 1,39). Ma non si dimentichi che ciò è possibile solo se lo spirito di fami- glia brilla nelle comunità, e particolarmente nelle comunità formative; è possibile solo se «tutti i membri formano insieme una famiglia fondata sulla fede e sull'entusiasmo per Cristo, unita nella mutua stima e nella convergenza degli sforzi» (Cost 103). Concedi, Signore, alle nostre comunità il vero spirito di famiglia, nella mutua confidenza, nel perdono reciproco e nella gioiosa condivisione di ogni cosa, sotto l'unica legge dell'amore, e fa' che molti giovani, trovandosi bene con noi, siano incoraggiati a conoscere e seguire la stessa nostra vocazione. ART. 17 OTTIMISMO E GIOIA ll salesiano non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, perché ha piena fiducia nel Padre: «Niente ti turbi»,' diceva Don Bosco Ispirandosi all'umanesimo ottimista di san Francesco di Sales, crede nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo, pur non ignorandone la debolezza. Coglie i valori del mondo e rifiuta di gemere sul proprio tempo: ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani. Poiché annuncia la Buona Novella, è sempre lieto.' Diffonde questa gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e al senso della festa: «Serviamo il Signore in santa allegria».' M11 VII, 524 z c£. I Ts 5,21 cf- Fil 3.1 ° D- BOSCO, Il giova»e Provveduto, Torino 1847, p. 6 (OE 11. 186) L'articolo esprime le componenti di un tipico umanesimo cristiano e salesiano. Il nostro stile di relazioni pastorali, che è stato presentato nei precedenti articoli (Cast 14-1ó), viene completato parlando della gioia e dell'ottimismo salesiano, i cui principi ispiratori sono «la piena fiducia nel Padre» e la fiducia «nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo». Questa duplice fiducia apre il salesiano agli altri, sicché «coglie i valori del mondo», «rifiuta di gemere sul proprio tempo», «ritiene tutto ciò che è buono, specie se gradito ai giovani». In tal modo l'amorevolezza e lo spirito di famiglia sono vissute in un clima di serena letizia. L'ottimismo, la gioia, l'allegria sono realtà necessarie nel mondo giovanile e quindi esse devono concretamente sperimentarsi nell'ambiente salesiano. Si noti che il testo parla di «gioia» e di «allegria». L'una non è estranea all'altra: non ci può essere allegria autentica che non nasca da una gioia profonda, da un cuore in pace con Dio e con gli uomini; tuttavia non sempre la gioia si esprime nell'allegria; da noi quest'ultima fa parte del nostro spirito giovanile. Don Bosco sa che la forma di vita del ragazzo è la libertà, il gioco, l'allegria; sa che per un'azione educativa normale e profonda il ragazzo va rispettato e amato nella sua naturalità, che non consente oppressioni, forzature, violenze; e per questo egli vuole che la gioia e l'allegria pervadano l'ambiente oratoriano, dove il ragazzo vive; per questo nel suo sistema educativo i rapporti tra i gio vani e gli educatori e degli educatori tra loro sono improntati a quello spirito di famiglia e di amicizia che aiuta il giovane a crescere nella gioia.' Occorre ricordare che tutto l'articolo si ispira al testo di san Paolo che la liturgia propone per la festa di san Giovanni Bosco e che fu posto all'inizio di questo capitolo: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ri- peto ancora, rallegratevi. Il Signore è vicino... In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,4-9). Il salesiano ha fiducia e coraggio. I1 primo capoverso dell'articolo sottolinea l'atteggiamento di co- raggiosa fiducia del salesiano nelle prove legate al suo lavoro apostolico, come anche nei tempi dell'inazione per la malattia o la vecchiaia. Tale atteggiamento è inculcato dalla parola e dall'esempio di Don Bosco, che i biografi descrivono sempre calmo anche nei momenti difficili; il consiglio, che diede a don Rua nominato primo direttore di Mirabello nel 1863, è noto: «Niente ti turbi!»; tale consiglio, insieme con vari altri preziosi insegnamenti, venne più tardi inserito nei «Ricordi confidenziali ai direttori»,2 ma esso fa parte dello spirito che anima ogni salesiano. La sorgente della fiducia e del coraggio apostolico del salesiano si trova in Alto. Se egli conserva la sua pace profonda e non cede allo sco- raggiamento di fronte alle prove, è perché crede alla paternità di Dio: l'opera di Dio non può fallire, la prova è un cammino «provvidenziale» verso una migliore riuscita. C'è qui un appello discreto allo spirito so- prannaturale del salesiano: egli ha diritto di contare su Dio nella misura in cui egli stesso rimane suo servo, di null'altro sollecito che della sua gloria e del suo Regno. Cf. P.BRAIDO, Il sistema preventivo di Don Bosco, Torino 1955, p. 214 ss. 2 Cf. MB X, 1043 Il salesiano è ottimista e crede nelle risorse di ciascun giovane. L'ottimismo nasce dalla speranza, dal senso profondo della Provvi- denza del Padre e dalla certezza che il Cristo è risorto; ma esso si ap- poggia anche sulla fiducia nell'uomo. Le Costituzioni ricordano che esso, per noi, si ispira all'umanesimo ottimista di san Francesco di Sales», fondato su una duplice convinzione: la bontà di Dio («Io non sono un Dio che condanna: il mio nome è Gesù, il Salvatore») e le possibilità affidate all'uomo («Il nostro cuore umano può produrre naturalmente gli inizi dell'amore di Dio»).3 Dio è tanto buono che ha deposto nel cuore dell'uomo delle «risorse naturali e soprannaturali» sulle quali l'educatore o l'uomo di azione può sempre trovare ragioni di sperare. «La pratica del Sistema preventivo - scrive Don Bosco - è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo: 'La carità è benigna e paziente, soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo 1».4 Nelle Memorie Biografiche leggiamo queste affermazioni del nostro Padre: «Siccome non vi è terreno ingrato e sterile che per mezzo di lunga pazienza non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell'uomo; vera terra morale la quale, per quanto sia sterile e restia, produce nondimeno presto o tardi pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore con ardenti preghiere aggiunge i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e nel renderla feconda e bella. In un giovane anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene, e dovere primo dell'educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».5 Tutto il Sistema preventivo consiste nello sviluppare progressivamente queste «sorgenti vive che ogni uomo porta nel profondo di se stesso»; e poiché i Salesiani non ignorano la debolezza dei giovani, perciò si rendono fraternamente presenti «affinché il male non domini la loro fragilità» (Cast 39), e li aiutano a liberarsi a poco a poco da questa debolezza. Tutta l'arte dell'educatore sta nel saper scoprire in fondo all'anima, anche la più povera, la corda capace di vibrare e trarne dei suoni. Don Bosco era convinto che di ogni adolescente, la grazia di Dio e lo sforzo umano possono formare un santo autentico. 3 Cf. S, FRANCESCO DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, libr. 1, cap. 7 4 Cf. G. BOSCO, Il sistema preventivo nell'educazione della gioventù, Appendice alle Costituzioni 1984, p. 238 s MB V, 367 L'ottimismo è, dunque, una caratteristica del salesiano, sempre, a qualunque età e in qualsiasi situazione di vita. Il salesiano coglie i valori del mondo, specie se graditi ai giovani, e ritiene ciò che è buono. Lo spirito salesiano ci fa rifiutare di giudicare il mondo in maniera unilaterale. Certo vi è un mondo che «giace in potere del maligno», se- condo la parola di san Giovanni (1 Gv 5,19); ma si tratta di ciò che nel mondo si oppone al disegno di Dio. 11 mondo, nel senso in cui l'intende la Costituzione conciliare «Gaudium et Spes», è oggetto dell'amore del Padre anche se è una realtà complessa dove peccato e redenzione sono mescolati.6 1 salesiano, senza per nulla chiudere gli occhi davanti al male e al peccato, insiste spontaneamente sull'aspetto redentivo. Egli sa essere «intimamente solidale con il mondo e la sua storia»; rifiuta di cedere alla tendenza naturale di molti adulti di lodare il passato e di «gemere sul proprio tempo», perché sa cercare, sa discernere ed accettare «i valori» del mondo presente, e combattere il male con vigore, ma senza acidità. Come Gesù vuole «salvare e non condannare» (Gv 12,47). Don Bosco stesso non prendeva posizioni di urto di fronte ai suoi avversari: prudente, paziente, sperava di farli cambiare. In quello che il mondo ha di buono, il salesiano ritiene soprattutto ciò che è «gradito ai giovani» ed anche ciò di cui i giovani stessi sono portatori e promotori. Chi rifiuta il presente e non tende all'avvenire afferma con ciò stesso la sua inettitudine ad essere educatore di giovani. II salesiano è allegro, comunica gioia, vive la festa. L'ultimo capoverso concentra la riflessione sulla gioia e l'allegria che si vivono nello spirito salesiano. La radice profonda di questa gioia è il Vangelo del Signore, la «Buona Novella» di Gesù di cui il salesiano è annunciatore: «In voi di ° Cf. GS, 2 mori la mia gioia (Gv 15,11); si tratta di una gioia piena e duratura: «La gioia vostra sia piena... Nessuno ve la potrà togliere» (Gv 16,22). La gioia è frutto dello Spirito e nasce dalla convinzione che Dio ci vuole bene.' Da questa radice profonda e solida nasce un cristianesimo sereno ed entusiasmante, che si colora di «allegria», quale appariva in Dome- nico Savio: «Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri» (definizione piuttosto nuova nella storia della santità e tuttavia profon- damente evangelica), e quale Don Bosco presentava come programma di vita ai suoi ragazzi con lo «slogan». «Allegria, studio, pietà». Don Caviglia giunge a parlare dell'allegria come dell'undicesimo comandamento per il salesiano! Tutti, d'altra parte, conoscono il famoso detto, attribuito a san Francesco di Sales: «Un santo triste è un tristo santo!». Non si tratta di una forma alienante che fa vivere in una beata in- coscienza, ma di una vera santificazione della gioia di vivere. L'am- biente salesiano deve far percepire e sperimentare quel clima di gioia che apre i cuori all'ottimismo e alla fiducia, fa accettare con serenità le stesse dure esigenze della vita e illumina persino di santa allegrezza il momento difficile della morte. La Regola sottolinea che il salesiano non solo vive allegro, ma è co- municatore di gioia e di festa: «noi siamo gente di festa, siamo gente di gioia», dice un canto moderno composto da giovani salesiani. La gioia è diffusiva, è contagiosa, ha bisogno di espandersi, di esplodere in allegria, in festa; ha bisogno quindi del cortile, che si può definire «Don Bosco tra i giovani»; s ha bisogno della musica e del canto perché «un Oratorio senza musica è un corpo senz'anima»; 9 ha bisogno del teatro, delle passeggiate; ha bisogno delle feste che scandiscono il ritmo della vita dei giovani facendoli spettatori e protagonisti. Il salesiano sa che l'allegria genuina, autentica, non è possibile a chi non ha il cuore in pace, mentre diviene un efficace richiamo per chi ne fosse privo. «Il demonio - diceva Don Bosco - ha paura della gente allegra».1a L'educatore salesiano sa che questo è il modo per far Sulla gioia cristiana si veda l'Enciclica dì Paolo VI, Gaudere in Domino (1975). a Opere e scritti di Don Bosco a cura di A. CAVIGLIA, V, 173 a MB V, 347 10 MB X. 648 sperimentare ai giovani l'efficacia liberatrice della grazia di Cristo. Sa però che racchiude un suo prezzo da pagare: nel sogno-visione del pergolato di rose 11 chi osserva il salesiano sempre lieto, entusiasta, ottimista, ha l'impressione di vedere uno che cammina sulle rose; ma le trafitture provocate dalle spine fanno capire che lo spirito salesiano trova in questo atteggiamento di «allegria» uno dei punti più impegnativi di ascesi: è una gioia che si alimenta al sacrificio, talvolta arduo, accolto col sorriso sulle labbra, con semplicità e disinvoltura, come cosa del tutto normale, senza atteggiamenti di vittima o di eroe. Nelle immancabili prove il salesiano ripete con Don Bosco: «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto».12 Questa riflessione si conclude con l'invito rivolto da Don Bosco ai suoi ragazzi, che è un progamma di santità: «Serviamo il Signore in santa allegria»! 1-1 Perché, sull'esempio di san Francesco di Sales e seguendo l'insegnamento di Don Bosco, crediamo sempre nelle risorse naturali e soprannaturali dell'uomo, e, pur non ignorandone la debolezza, sappiamo scoprire i germi di bontà che Tu poni nel cuore di ciascun giovane, Ti preghiamo, o Signore. Perché, in mezzo alle spine disseminate sul nostro cammino, non perdiamo di vista il traguardo che ci attende, e ci conserviamo ottimisti, pieni di fiducia nel nostro Padre, Ti preghiamo, Signore. " Cf. MB 111, 32-35. Questo sogno si è ripetuto tre volte nella vita di Don Bosco: neI 1847, neI 1848 e nel 1856. 12 MB VIII, 444 " G. BOSCO, Il Giovane Provveduto, Torino 1847, OFF vol II, p. 186 Perché sappiamo discernere i valori della creazione, e siamo capaci di cogliere ciò che è buono, specie se gradito ai giovani, Ti preghiamo, Signore. Perché, annunciando la buona novella di Gesù, siamo portatori di gioia, e sappiamo educare i nostri giovani ad una santità fatta di allegria cristiana, Ti preghiamo, Signore. ART. 18 LAVORO E TEMPERANZA «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione»;' la ricerca delle comodità e delle agiatezze ne sarà invece la Morte .2 Il salesiano si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all'azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno. La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno. Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, le fati. che e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime .3 ' MB XII, 466 z cF. MB XVII, 272 j cF. Cgstiturioni 1875, XIII, 13 In questo articolo e nel successivo fermiamo l'attenzione su alcune caratteristiche che la carità pastorale imprime all'azione apostolica del salesiano. Secondo il testo delle Costituzioni, il salesiano apostolo si distingue per l'operosità instancabile accompagnata da equilibrio (l'in- scindibile binomio «lavoro e temperanza»), da quotidiane rinunce, da creatività e flessibilità di fronte alle urgenze e da spirito di iniziativa in risposta alle esigenze della storia. Il prezioso capitolo di don Ceria negli Annali della Congregazione, già citato,' presenta i tre elementi che danno allo spirito religioso l'inconfondibile impronta di «spirito salesiano»: essi sono la «pietà», cioè saper trasformare il lavoro in preghiera, con il sostegno dei Sacramenti; la «vita di famiglia»; ma in primo luogo vi è «una prodigiosa attività» sia collettiva che individuale. L'articolo, che ora esaminiamo, vuole presentarci - come dice il titolo - il binomio «lavoro e temperanza», che è «la parola d'ordine e il distintivo del salesiano».2 ' Cf. E. CERIA, Annali della Società salesiana, I, p. 722 ss. 2 MB XII, 466 «Lavoro e temperanza», un binomio salesiano inscindibile. Il testo della Regola mette anzittutto in risalto il ruolo che «lavoro e temperanza» hanno nella vita e nella missione della Congregazione. Per Don Bosco essi sono un programma di vita (un «motto» che si collega con il «da mihi animas, cetera tolle») e una garanzia di futuro: «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione».3 «La vita salesiana, considerata nella sua attività, è lavoro e temperanza, vivificati dalla carità del cuore», dice don Rinaldi a Nella nostra tradizione i due elementi sono inscindibilmente collegati. Nel sogno dei dieci diamanti, i due diamanti del lavoro e della temperanza, collocati sulle due spalle, appaiono sorreggere il manto del Personaggio.' Nella fisionomia del salesiano e nella sua vita apostolica lavoro e temperanza non possono essere disgiunti: essi hanno una funzione complementare di spinta e di sostegno. È la stessa realtà della vita che esige da una parte entusiasmo e dall'altra rinuncia, da una parte impegno e dall'altra mortificazione. Si osservi che nella visione salesiana «lavoro e temperanza» appaiono come realtà di senso positivo. Il lavoro lancia la persona nell'azione, la stimola all'inventiva, la spinge a una certa affermazione di sé e la invia al mondo; qualità del lavoro salesiano sono, per esempio, l'alacrità, la spontaneità, la generosità, l'iniziativa, l'aggiornamento costante, e, naturalmente, l'unione con i fratelli e con Dio. La temperanza, come virtù che conduce al dominio di sé, è «cardine» intorno a cui ruotano varie virtù moderatrici: continenza, umiltà, mansuetudine, clemenza, modestia, sobrietà e astinenza, economia e semplicità, austerità; questo insieme costituisce un atteggiamento globale di dominio su noi stessi. In tal modo la temperanza diventa un allenamento ad accettare tante esigenze non facili né gradevoli del lavoro quotidiano... Per noi Salesiani, scrive il Rettor Maggiore, «la temperanza non è la somma delle rinunce, ma la crescita della prassi della carità pastorale e pedagogica».» ' MB XII, 466 ' ACS n. 56, 26 aprile 1931, p. 934 s MB XV, 183 F Cf. E. VIGANO, Un progetto evangelico di vita, LDC Tarino 1982, p. 118 ss. Si può dire che il lavoro e la temperanza, «parola d'ordine e distintivo del salesiano, sono per noi testimonianza di una carità che «non ama a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). Il lavoro del salesiano. II testo della Regola qualifica il salesiano dicendo che egli «si dà alla sua missione con operosità instancabile»: si tratta di un lavoro assiduo e qualificato, che diventa mezzo di santificazione. Notiamo l'accento posto sulla «professionalità» del lavoro del sale- siano:' si tratta infatti del lavoro che è legato al compimento della missione, quindi un lavoro pedagogico, educativo, pastorale, preparato con le indispensabili qualifiche nelle scienze umane e nelle discipline teologiche; un lavoro vissuto secondo il tipico stile salesiano espresso nelle parole: «curando di fare bene ogni cosa con semplicità e misura», cui fa eco il detto di Don Bosco: «Fa molto chi fa poco, ma fa quel che deve fare; fa poco chi fa molto, ma non fa quel che deve fare».8 La fonte della dottrina qui esposta è chiaramente Don Bosco stesso, il suo esempio di formidabile lavoratore e il suo incitamento a impegnarsi nel lavoro per le anime. È significativo ciò che scriveva don Caviglia introducendo una conversazione sul lavoro salesiano: «Ecco lo scandalo di un santo: dice molte più volte `lavoriamo' che non `pre- ghiamo'» 9 Parlando al Consiglio superiore, la sera del 10 dicembre 1875, Don Bosco affermava: «Per riguardo aUa Congregazione, io vedo che, benché si vada ripetendo essere necessario che ci consolidiamo, se si lavora molto, le cose vanno meglio: ...finché c'è questo gran moto, questo gran lavoro, si va avanti a gonfie vele e nei membri della Congregazione c'è proprio una gran voglia di lavorare».10 Un'altra volta, in una conferenza diceva: «Chi vuole entrare in Congregazione, bisogna che ami il lavoro... Non si lascia mancare nulla Cf. CG22 RRM, n. 293 e MB 1, 401 A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirino salesiano, Torino 1985, p. 99 10 MB XI, 409 del necessario, ma bisogna lavorare... Niuno vi entri con la speranza di starvi con le mani sui fianchi...».11 I fannulloni non sono per i nostri Noviziati. E il motto: «pane, lavoro, paradiso» è uno `slogan' paradig- matico! Era un'insistenza costante del nostro Padre: «Non state mai inoperosi; se non lavorate voi, lavora il demonio»." Pio XI, che aveva conosciuto e ammirato il nostro Fondatore, condensava il pensiero del Santo in poche parole: «Uno che non sa lavorare è fuori posto nella Società salesiana». Un tale appello è oggi più che mai attuale. Scrive il VII Successore di Don Bosco: «Siamo all'aurora di una nuova cultura che è stimolata dalla civiltà del lavoro: è l'ora della tecnica e dell'industria, dove il lavoro occupa un posto centrale. Ebbene, nel nostro lavoro vorremmo sentirci `profeti' e non semplici 'asceti'».13 Ogni lavoro produce, socializza, fa crescere culturalmente; ma esige professionalità, competenza, organizzazione, formazione, aggiornamento, studio. Le Costituzioni sottolineano la «grandezza divina» del lavoro, che ci fa «co-operatori» con Dio per l'avvento del suo Regno. Il salesiano ha coscienza di partecipare, col suo lavoro, alla perma- nente azione creatrice di Dio nel mondo: Il la creazione vista come atto fondamentale nella storia della salvezza, diretta «non a fabbricare galassie, ma a rendere il mondo umano, a trasformare il mondo in storia, a crescere e dominare la terra».13 C'è qui anche la radice di una `laicità' fondamentale o creaturale, da cui può sgorgare una vera «mistica» del lavoro umano, una sana «secolarità», il giusto valore della «professionalità». Il salesiano, con il suo lavoro, sente soprattutto la gioia di collaborare con Cristo all'opera della «Redenzione»; nell'attività dell'uomo, ferito dal peccato e immerso in strutture che portano le conseguenze del peccato, si inserisce il mistero del Cristo Salvatore: il suo esempio a Nazareth è determinante. Sentirsi «co-redentori» dà un valore più elo u MB XIII, 424 12 MB XIII, 433 11 E. VIGANO, o.c. p. 107 1i CF. Enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo Ti, Roma 1981 is E. VIGANO, o.c, p. 112 quente al lavoro: fatica, pazienza, dedizione, impegno... «assumono significato redentivo che riveste di nobiltà divina il cuore del lavoratore».'ó Il lavoratore salesiano non si identifica solo con la sua «professione» (educatore, insegnante, ingegnere, comunicatore, agricoltore, cuciniere, ecc.), ma soprattutto con la sua «vocazione», la quale trasforma l'attività in testimonianza, fa del lavoro un messaggio di attualità, nutrito alle sorgenti della fede, della speranza e della carità, che sono i dinamismi storici che cambiano l'esistenza umana e la società. Da tutto questo si capisce come l'«operosità instancabile» non significhi né agitazione né attivismo, ma l'attività stessa del salesiano, tutta permeata di carità concreta e di senso apostolico: si tratta di «lavorare per le anime» con il Signore. La temperanza del salesiano. La temperanza, «virtù cardinale», è presentata dalle Costituzioni come «custodia del cuore e dominio di sé»: cioè come una moderazione delle inclinazioni, degli istinti, delle passioni, una cura del ragionevole, una rottura con le mondanità non fuggendo nel deserto, ma restando tra gli uomini, padroni del proprio cuore. «Più che una virtù a sé stante e unica, la temperanza è un atteggiamento esistenziale di fondo che comporta parecchie virtù che conducono al dominio su noi stessi, alla signoria sul nostro cuore... Ci familiarizza con la noncomodità, con la razionalizzazione dei desideri e dei sentimenti, con la signoria sulle passioni, con l'equilibrio nella convivenza, con la giusta riservatezza, con una sana furbizia (come espressione di intelligente buon senso); il tutto alla luce e sotto la guida della ragione. Sì: la temperanza modera le cose secondo ragione»." «È una simile temperanza che fa da aureola al sorriso salesiano; ed è con una simile temperanza, unita al lavoro, che si tratteggiano i lineamenti portanti della fisionomia salesiana".' 1 =0 E. VIGANO, o.c. p. 113 " E. VIGANO, o.c. p. 119-120 8 Ih La temperanza porta ad un sano equilibrio in tutte le cose, non solo nel dominio della concupiscenza. Don Bosco vuole che ci sia buon senso e temperanza perfino nel lavoro. Il 3 gennaio 1879 diceva alle Figlie di Maria Ausiliatrice: «In quanto al lavoro, lavorate, lavorate pur molto; ma fate anche in maniera di poter lavorare a lungo. Non accorciatevi la vita con privazioni e fatiche soverchie o con malinconie o al tre cose che siano fuor di proposito».19 A noi Salesiani dice lo stesso: «Lavorate quanto comporta la sanità e non di più, ma ognuno si guardi dall'ozio».20 E ai missionari: «Abbiatevi cura della sanità. Lavorate, ma solo quanto le proprie forze consentono».21 In definitiva si può dire che la misura della nostra temperanza è l'impegno di amare facendoci amare! E l'esperienza insegna che tale misura non è né piccola né facile. Essere «temperante» per noi significa essere controllato, equilibrato, di buon senso, al grado giusto, non ec- cessivo, conforme a ragione, signore di sé, amabile; ma anche sensibile a tante necessità attuali, a ciò che piace o dispiace alla gioventù, ai segni dei tempi, a tutti i vasti settori del rinnovamento della Chiesa, non pronto solo a frenare i cambiamenti in corso, ma certamente vigilante contro gli squilibri e le deviazioni. Una temperanza che «aiuta a mantenersi sereni» non è una somma di rinunce, ma la crescita nella fede, nella speranza, nella carità, nell'a- desione alle Costituzioni, nell'amore alla comunità, nell'allegria, nell'e- roicità del quotidiano. La penitenza del salesiano. L'ascetica del salesiano si poggia sul lavoro, nelle sue dure esigenze (il sacrificio del dovere quotidiano), e sulla temperanza, che certamente richiede delle rinunce per conseguire il necessario dominio di sé: emerge qui il tema della croce, che si coniuga bene con il compi mento fedele e sacrificato del proprio dovere e con le fatiche che l'ac- compagnano. 19 MB XIV, 254 1D MB XIV, 634 -' MB XI, 390 L'ultimo capoverso dell'articolo riproduce, pressoché alla lettera, un testo che risale a Don Bosco stesso: «Ciascuno sia preparato, quando la necessità lo richieda, a soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche, disprezzi, qualora questo ridondi alla maggior gloria di Dio, ad utilità spirituale altrui e alla salvezza dell'anima propria».22 Viene evidenziato il mistero della croce nella vita dell'apostolo salesiano, come tratto caratteristico ereditato dal Fondatore: c'è uno stile salesiano di mortificazione, che anticipa o rafforza una prassi peni- tenziale adatta ai nostri tempi e oggi tanto raccomandata: «una gioiosa, ben equilibrata austerità».23 «Gran parte dell'odierna penitenza -- dice un documento della Congregazione per i Religiosi e Istituti secolari - si patisce nelle circostanze della vita e li deve essere accettata».24 In un'epoca di forti cambiamenti culturali, lontani dall'esempio vivo del Fondatore, è opportuno riaffermare esplicitamente - con le Costituzioni - che la rinuncia di sé e l'assunzione della propria croce sono elemento integrante dello stile di vita e di azione di Don Bosco, che, proprio «per rivestire la sua santità con attraenti caratteristiche pedagogico- pastorali, ha fatto enormi e ininterrotti sforzi ascetici»," Il nostro realismo ascetico, di apostoli-educatori, si fonda sulla affermazione di San Paolo: «Per me vivere è Cristo e morire un guada- gno» (Fil 1,21). Chi entra nella nostra Società lo fa per seguire il Salvatore, partecipando consapevolmente alla sua Croce nelle rinunce, nelle difficoltà e tribolazioni, nella passione e anche nella morte. Questo aspetto ascetico del salesiano è ben espresso dalla Regola che parla non di penitenze straordinarie, ma dell'accettazione del «quotidiano» con tutti gli imprevisti della vita apostolica: «caldo, freddo, fame, sete, fatica, disprezzo...», che costituiscono un «martirio di carità e di sacrificio per il bene altrui».2» Don Bosco però ci ripete con san Paolo: «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura» (Rm 8,18). x~ Costituzioni 1875, XIII, 13 (cf. F. MOTTO, p. 191) _3 ET, 30 2a Elementi essenziali della vita consacrata, CRIS 1983, n. 31 _' E. VIGANO, ACS n. 310 (1983), p. 12 z6 Cf. MB XIII, 316 Perché, rispondendo generosamente alla tua chiamata, ci doniamo alla missione che ci affidi con operosità instancabile, ad imitazione di Don Bosco che non ha avuto di mira altro che la salvezza dei giovani, Ti preghiamo, Signore. Perché comprendiamo la grandezza e bellezza del nostro lavoro apostolico, che ci fa partecipi della tua azione creatrice • collaboratori del tuo Figlio nella costruzione del Regno, Ti preghiamo, o Signore. Affinché sappiamo sempre unire al lavoro la temperanza salesiana, • siamo convinti che in questo binomio «lavoro e temperanza» sta il segreto della riuscita apostolica • della fecondità della Congregazione, Ti preghiamo, o Signore. Perché, senza cercare penitenze straordinarie, sappiamo accettare le esigenze quotidiane * le rinunce della vita apostolica, * ne facciamo strumento per la tua maggior gloria • per la salvezza dei giovani. Ti preghiamo, o Signore. ART. 19 CREATIVITÀ E FLESSIBILITÀ Il salesiano è chiamato ad avere il senso del concreto ed è attento ai segni dei tempi, convinto che il Signore si manifesta anche attraverso le urgenze del momento e dei luoghi. Di qui il suo spirito di iniziativa: «Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità,'.' La risposta tempestiva a queste necessità lo induce a seguire il movimento della storia e ad assumerla con la creatività e l'equilibrio del Fondatore, verif. cando periodicamente la propria azione. MB XW, 662 Il nostro stile di lavoro, generoso e sacrificato, perché possa rag- giungere l'efficacia pastorale che esige il Regno di Dio, deve assumere un insieme di modalità, che sono altrettanti atteggiamenti della persona del salesiano: la concretezza di risposta alle esigenze dei destinatari, lo spirito di inziativa creatrice, la flessibilità equilibrata nel seguire il movimento della storia. I cambiamenti del nostro tempo ci sommergono con novità e ten- sioni, per cui è più facile per noi cedere a forme di squilibrio tra pro- gressismo e conservatorismo, tra efficientismo e spiritualismo, tra evangelizzazione e promozione umana, tra pastoralità e docenza... Essere attenti ai segni dei tempi, avere il senso del concreto, avere spirito di iniziativa, e fare queste scelte con creatività ed equilibrio, tutto questo richiede di essere ubicati nell'attualità, di sentirci in un di- venire continuo, ma anche di non dista'ècarci dalla tradizione, di agire con moderazione («temperanza), di vigilare contro le deviazioni «veri- ficando periodicamente la propria azione». Il salesiano risponde con concretezza ai segni dei tempi. Il salesiano vuole vivere nell'oggi, prendendo atto di tutte le esi- genze delle realtà culturali e delle situazioni storiche, in vitale ricerca di ciò che occorre al giovane d'oggi in una società fortemente socializ f tata, pluralista, frammentata, tecnicizzata, in una Chiesa che attraverso il Vaticano II ha rinnovato il suo volto pastorale. In una situazione diversa dalla nostra, ma pure piena di incognite e di novità, Don Bosco affermava: «In questo tempo in cui tutti gli Ordini vengono dalle leggi civili soppressi, neppur le monache possono più essere tranquille nei loro chiostri, più non si possono veder frati, noi ci raduniamo, e sulla barba di tutti i nostri nemici aumentiamo, fondiamo case, facciamo quel bene che si può... Le leggi più non tollerano i frati; ebbene, noi cambiamo abito, e vestiti da preti facciamo lo stesso. Non tollereranno più l'abito del prete? Ebbene, che importa? Vestiremo come gli altri, non cesseremo di far del bene lo stesso: porteremo la barba, se è necessario, ché questo non è ciò che impedisca di far del bene».' Per seguire il progresso della scienza e della verità, per dare risposte valide nel cambiamento di cultura in cui i nostri giovani e noi siamo immersi, il salesiano sarà attento non solo allo sviluppo delle idee, ma alla realtà concreta che è fatta di persone e di avvenimenti. Realtà da vedere con occhio perspicace per leggervi «i segni dei tempi»,z cogliere «le urgenze del momento e dei luoghi» e, attraverso di esse, ascoltare la voce discreta del Signore che chiama all'impegno per il Regno. È stato questo l'atteggiamento di Don Bosco: le sue opere furono realizzate in applicazione di un proprio piano prestabilito, ma tutte sono nate per rispondere a dei bisogni percepiti sul momento e sul posto: «Sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano».' La risposta adeguata e generosa alle necessità delle persone e dei luoghi è uno dei criteri che le Costituzioni stabiliranno, molto concretamente, per discernere la validità delle attività e delle opere delle nostre comunità (cf. Cost 41). È questo anche l'atteggiamento della Chiesa del Concilio: nella «Gaudium et Spese essa dichiara di voler «conoscere, comprendere, ... scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo... per poter rispondere in modo adatto a ciascuna generazione» 4 MB X, 1058 z «I segni dei tempi sono fatti ed eventi che hanno un senso storico-sociologico e un senso teologico:... caratterizzano un'epoca, esprimendo i bisogni e le aspirazioni dell'umanità presente.._ e rivelando le strade che Dio apre al cammino della Chiesa» (Linee di rinnovamento. LDC Tonno 1971, p. 15- 17), ' MB XVIII, 127 4 GS, 4; c£- anche GS, 11 Il salesiano conserva lo spirito di iniziativa. In un mondo in trasformazione continua e rapida, nessuna età è più sensibile ai mutamenti che la gioventù. Gli educatori, perciò, do- vranno essere particolarmente attenti e disponibili a tale esigenza. La volontà di rispondere tempestivamente ai bisogni individuati ha come conseguenza ineluttabile i due atteggiamenti della «creatività» e della «flessibilità», come dice lo stesso titolo dell'articolo. Il nostro testo utilizza dei termini tipici per precisare il senso della «creatività» che si richiede nel salesiano: • «Spirito di iniziativa» significa che il salesiano comincia appena può a realizzare ciò che sembra opportuno, senza attendere condizioni ideali, e comincia «lui stesso», senza aspettare di esservi spinto o trasci nato da altri. È un atteggiamento che richiede coraggio. A don Achille Ratti, futuro Papa Pio XI, Don Bosco confidava: «In fatto di progresso voglio essere all'avanguardia».5 Lo zelo gli suggeriva sempre qualche nuovo progetto e qualche mezzo nuovo per far del bene ai giovani. • «Creatività apostolica» significa che il salesiano mette in atto la propria immaginazione pastorale per utilizzare tutto ciò che di buono esiste, ma anche per creare del nuovo là dove se ne fa sentire la necessità: novità dell'opera stessa o novità del metodo. La straordinaria parola di Don Bosco che viene citata: «Corro avanti fino alla temerità», in- segna che in certe circostanze il salesiano dovrà rischiare e spingersi fino all'audacia apostolica, ispirata dal suo amore per i giovani da salvare e dalla certezza che Dio lo domanda; è una parola alla san Paolo: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma uno spirito di fortezza» (2 Tm 1,7). Il salesiano è flessibile ed equilibrato nel seguire il movimento della storia. Fedeltà alla vita e al suo movimento, più che alle leggi e alle strutture: ecco l'ultimo tratto caratteristico di questo comportamento, reali sta e flessibile, come risposta alle urgenze della gioventù. L'attenzione ' A4B XVI, 323 í al reale porta a costatare che le persone e gli ambienti evolvono, soprattutto oggi e soprattutto tra i giovani, che sono le forze più sensibili al- l'avvenire. Di qui l'impegno a «verificare periodicamente la propria azione» per giudicarne la reale efficacia e mantenerla tale secondo il ritmo della vita. Su questo punto abbiamo una dichiarazione preziosa di don Rinaldi: «Don Bosco credeva di poter benissimo piegarsi alle esigenze dei tempi. Questa elasticità di adattamento a tutte le forme di bene che vanno di continuo sorgendo... è lo spirito proprio delle nostre Costituzioni; e il giorno in cui si introducesse una variazione contraria a questo spirito, per la nostra Pia Società sarebbe finita».6 Il Vaticano Il nota che il compito dell'educatore esige, tra le altre qualità umane, «una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento».7 Tutto questo suppone anche una certa flessibilità di strumenti e di strutture nell'azione pastorale: il loro peso o la loro grandezza potreb- bero impedire le necessarie trasformazioni. Perciò non ci si deve meraviglire che presso i Salesiani certe cose evolvano e cambino. Ci si dovrebbe piuttosto meravigliare se nulla si muovesse: sarebbe una maniera antisalesiana di ricorrere alle tradizioni, contraria alla tradizione autentica e al nostro spirito. È la confidenza fatta un giorno da Don Bosco a don Barberis: «Io vedo che dal momento che noi ci fermassimo, la Congregazione comincerebbe a deperire».$ Dona a noi, o Signore, come al nostro Fondatore e Padre, «un cuore grande come la sabbia del mare», capace dei leggere i segni della Tua presenza * i disegni della Tua volontà, coraggioso nell'iniziativa, pronto a rispondere alle necessità delle persone e degli ambienti, dimentico di sé, dei propri gusti e interessi, * mosso unicamente dalla ricerca della Tua gloria * della salvezza dei fratelli. ° ACS n. 17, 6 gennaio 1923, p. 41; cf. CGS, 135 GE, 5 a Dalla Cronaca di Don Barberis ART. 20 SISTEMA PREVENTIVO E SPIRITO SA