PARTE SECONDA INVIATI AI GIOVANI IN COMUNITÀ AL SEGUITO DI CRISTO La seconda parte delle Costituzioni rappresenta il corpo centrale della Regola di vita salesiana: nei quattro capitoli che la compongono, comprendenti 70 articoli, sono sviluppati con ampiezza e profondità gli elementi essenziali della consacrazione apostolica salesiana. La prima parte, come vedemmo, ha prospettato, in forma sintetica e globale, le note fondamentali della natura e missione della Società salesiana nella Chiesa e per il mondo, descrivendo lo spirito tipico che la anima; all'interno del progetto apostolico della Società veniva considerata la vocazione personale come un dono e un impegno di ciascun membro. Ora, nella seconda parte, sono ripresi uno ad uno i vari elementi che insieme contribuiscono a formare il progetto di vita salesiano: la missione apostolica, il suo contesto comunitario, la radicalità evangelica con cui è vissuta mediante la professione dei consigli, e l'indispensabile apporto della preghiera che ne vivifica ogni aspetto. Come si può facilmente notare, si tratta dello sviluppo di quanto veniva indicato nella formula della professione (Cast 24) e, antecedentemente, nell'ari. 3 che presentava «la missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici» come «gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli». Si può osservare la novità di questa parte delle Costituzioni, dal punto di vista strutturale, rispetto sia ai testi precedenti sia a quello stesso prodotto dal CGS: essa infatti raccoglie in un unico corpo (anche se articolato in capitoli) una materia che precedentemente era trattata in parti o in capitoli fra loro separati. L'intento del CG22 risulta chiaro: con questa struttura ha voluto particolarmente sottolineare l'unità e il mutuo rapporto dei vari impegni fondamentali assunti nella professione. Scrive il Rettor Maggiore: «Uno dei grandi meriti di questa parte sta soprattutto nel proporre la permeazione mutua e l'intimo e continuato interscambio tra i vari aspetti della nostra vocazione».' Infatti nei singoli capitoli di questa parte l'impegno educativo e pastorale, la vita comunitaria e la pratica dei voti religiosi sono descritti ampiamente nelle loro dimensioni evangelica, ecclesiale e salesiana, ma sempre in mutua correlazione fra loro.' Studiando i diversi capitoli, potremo costatare che la missione giovanile è descritta in modo tale che essa non sarebbe salesiana se non fosse vissuta in un progetto comunitario e con lo stile evangelico dei consigli; così come non sarebbe salesiana una testimonianza dei consigli che non si traducesse in un «esercizio pratico di carità verso i giovani realizzato insieme dal gruppo dei seguaci di Don Bosco. Messa in evidenza l'unità profonda che lega i vari aspetti della nostra vita, si deve tuttavia osservare che - all'interno della seconda parte - le Costituzioni hanno scelto un ordinamento dei vari capitoli che ha un suo significato preciso. Esso sviluppa ciò che è indicato dal titolo stesso della parte: «INVIATI AI GIOVANI - IN COMUNITÀ - AL SEGUITO DI CRISTO». Notiamo come in questa espressione venga messa al primo posto la missione apostolica. Come si vedrà più dettagliatamente nell'introduzione al capitolo quarto, ciò corrisponde sia alla costante tradizione dei nostri testi costituzionali (Don Bosco nel primo capitolo delle Costituzioni trattava del «fine» della Società), sia soprattutto al- l'indicazione dell'art. 3 che pone la missione al centro della nostra identità di Salesiani, affermando che essa dà a tutta la nostra vita il «tono concreto», cioè il tocco e il colore originale.3 Nell'ordinamento della parte, inoltre, è da rilevare fin d'ora il posto che è stato assegnato al capitolo che tratta della preghiera salesiana, intesa nel suo significato più profondo di dialogo con il Signore. Esso è collocato come sintesi conclusiva dell'intera descrizione del progetto salesiano: questo fatto evidenzia sia l'intimo legame della preghiera con ogni elemento della nostra vocazione, sia l'importanza vitale (come fonte e come vertice) della preghiera stessa quale stimolo permanente Cf. E. VIGANO, 11 testo rinnovato della nostra Regola di vira, ACG n. 312 (1985), p. 15 Ivi. ' Cf, Introduzione al cap. IV: Inviati ai giovani, p. 25dss a celebrare la «liturgia della vita» (Cost 95) nell'azione pastorale, nella comunione fraterna e nella pratica dei consigli evangelici .4 Sulla base di queste considerazioni possiamo meglio comprendere l'architettura della PARTE SECONDA: cap. IV INVIATI AI GIOVANI art. 26-48 - sezione I I destinatari della nostra missione art. 26-30- - sezione Il Il nostro servizio educativo-pastorale art. 31-39 sezione III Criteri di azione salesiana art. 40-43 - sezione IV I corresponsabili della missione art. 44-48 cap. V IN COMUNITÀ FRATERNE E APOSTOLICHE art 49-59 cap. VI AL SEGUITO DI CRISTO OBBEDIENTE POVERO CASTO art 60-84 - sezione I La nostra obbedienza art 64-71 - sezione Il La nostra povertà art. 72-79 - sezione III La nostra castità art. 80-84 cap. VII IN DIALOGO CON IL SIGNORE art. 85-95 A conclusione della breve presentazione si può ancora osservare che ai contenuti di questa seconda parte del testo faranno riferimento - come a necessaria fonte di ispirazione - anche le successive parti: infatti sia la formazione salesiana sia il servizio reso dall'autorità si appoggiano totalmente sulle dimensioni apostolica, comunitaria ed evangelica e quindi sui valori enucleati in questa parte. ° Cf. ACG n.312 (1985), l.e. CAPITOLO IV INVIATI AI GIOVANI Il tema della missione apostolica comincia molto prima di questo capitolo e si prolunga dopo di esso. Infatti fin dal primo articolo delle Costituzioni la missione apostolica è presentata come finalità della Con- gregazione. Gli accenni si susseguono poi in ciascuna delle parti, impegnando i singoli temi e realizzando così quanto dice l'art. 3: «La missione dà a tutta la nostra vita il suo tono concreto». Per essa ci qualifichiamo come Istituto religioso dedito alle opere di apostolato (cf. Cost 4) e la nostra vita nello Spirito si esprime e si alimenta nell'azione per il Regno. La missione è dunque elemento caratterizzante del carisma e della vita salesiana fino al punto di configurare il volto della nostra consacrazione, una consacrazione appunto «apostolica» (cf. Cost 3). Va sottolineato sin dall'inizio il significato che le Costituzioni, se- guendo i documenti del Concilio, danno alla parola «missione». Siccome le parole più ricorrenti sono: pastorale, apostolato, servizio, opera, non è infondato il timore che nella mente degli ascoltatori la missione venga immaginata come «movimento», «attività», «iniziativa di lavoro» e, nel peggiore dei casi, come uno strafare senza riposo e senza interiorità tra i giovani o tra le cose (mattoni, attrezzi, soldi). Ciò sarebbe svuotare la missione del suo vero e profondo significato. É dunque legittima la domanda: quando le Costituzioni parlano della missione, cosa esattamente intendono? In primo luogo le Costituzioni presentano una realtà teologale, cioè un rapporto esistenziale con Dio. Egli, «chiamandoci personalmente» (Cast 22), «ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia» (Cost 3). Si tratta di un «dono» che fluisce dallo Spirito che trasforma e orienta la storia. Non siamo noi a prenderci una missione. Partecipiamo all'eterno disegno divino di salvate il mondo: siamo coinvolti in questo mistero di salvezza. La prima mossa e tutte le seguenti sono di Dio: Egli muove anche la nostra risposta. Chi vive questa realtà rinnoverà quotidianamente la «scelta» del Signore, confessandolo come la presenza rinnovatrice dell'umanità e il futuro dell'uomo. Coltiverà un atteggiamento umile di «strumento» che fu tipico di Don Bosco. Avrà fiducia nei «serri» che può gettare, perché niente di quello che fa è proporzionato alla maturazione del Regno; eppure una «briciola» di questo Regno fa lievitare il mondo, come dice Gesù nelle parabole. Si manterrà in unione costante con Colui che l'ha inviato (Cost 12). La missione è poi una manifestazione della «sequela», dell'identifi- cazione, dell'amore preferenziale a Cristo. È lasciarsi plasmare e portare dalla «sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l'urgenza del Regno che viene» (Cast 11) e «cooperare con Lui alla costruzione di questo Regno» (Cost 1$), attuando oggi «la sua carità salvifica» (Cost 41). Questo rapporto a Cristo Uomo-Dio spinge a ripensare la missione sempre alla luce delle sue parole e a confidare nella forza della sua Redenzione. La missione, inoltre, è sempre descritta come comunione ecclesiale. All'interno di essa vengono definiti i nostri compiti che «ci situano nel cuore della Chiesa e ci pongono interamente al suo servizio» (Cost 6). Di essa ci sentiamo parte viva e in essa vediamo il «centro di unità e comunione di tutte le forze che lavorano per il Regno» (Cost 13). Da questa considerazione deriva un rapporto continuamente rinnovato di fraterna comunione col Popolo di Dio (Cast 13), una solidarietà con i suoi intenti, un inserimento attivo nella sua vita per la salvezza del mondo, un'accettazione anche della necessità di coordinamento operativo. La missione mobilita «la carità e la fede» in tutte le direzioni e ci immerge nell'esistenza del Corpo di Cristo, come lo si può percepire oggi nel mondo. La missione, infine, è il nostro contributo alla storia umana di sviluppo, di superamento delle forze del male, di lotta per trovare orizzonti di senso e di qualità di vita. «La nostra vocazione difatti ci chiede di essere solidali con il mondo e con la sua storia... Per questo la nostra azione pastorale mira all'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo» (Cost 7). Le urgenze della missione ci inducono a seguire il movimento della storia e ad assumerlo... verificando periodicamente la nostra azione (Cast 19). Lo sviluppo dell'ordine temporale ci sta a cuore: «Cooperiamo per la costruzione di una società più giusta» (Cast 33); ma siamo sicuri che nel mistero di Cristo, rivelazione di Dio e dell'uomo, e nelle ricchezze del suo Vangelo ci è dato il senso supremo dell'esistenza e la forza movente della storia. La nostra scelta temporale è il Vangelo e l'educazione della gioventù. Così come per altri è la politica o l'arte. Noi scommettiamo sul Vangelo e sulla carità come forze vincenti e trasformanti. Con questo partecipiamo al cammino degli uomini. Per questo quadruplice riferimento, a Dio, a Cristo, alla Chiesa e alla storia, il donarsi alla missione costituisce per il salesiano un'esperienza «mistica», e non solo un fatto attivistico esteriore. È «operando per la salvezza che il salesiano fa esperienza di Dio» (Cost 12). Quell'esperienza che altri fanno nel segreto della preghiera contemplativa, a lui viene partecipata mentre si spende nell'opera che Dio gli ha affidato. La sua contemplazione è presente nell'azione (cf. Cost 12), perché percepisce l'iniziativa dello Spirito negli avvenimenti e nelle persone, incontra Dio «attraverso quelli cui è mandato» (Cost 95). Così attingendo alla carità di Dio elabora il suo sistema educativo e pastorale (Cast 20) e costruisce come Don Bosco l'unità della sua vita fondendo ogni tensione in un progetto di servizio ai giovani (Cast 21). In tal modo si avvera che «nel compiere la sua missione il salesiano trova la via della sua santificazione» (cf. Cost 2). Abbiamo detto che la missione non è soltanto attività. Occorre aggiungere che non è neppure attività giustapposta ad un'interiorità comunque religiosa, ma slegata dal contenuto delle iniziative e dalle sue finalità. E invece il vivere collegato a due poli: il Signore che ci invia e i giovani a cui ci dobbiamo donare per essere «segni e testimoni dell'amore salvatore che Dio ha per loro» (cf. Cost 2). Tutto questo insieme di accenni può sviluppare una spiritualità di vita attiva tipicamente salesiana. Conseguentemente il salesiano trova nello svolgimento della missione la sua «ascesi»: il suo cammino di purificazione e di perfezionamento, l'esercizio delle virtù. A questo si riferisce la raccomandazione di Don Bosco: non penitenze straordinarie scelte a volontà, ma lavoro... lavoro. Infatti la missione richiede disponibilità costante, preparazione accurata, resistenza a scoraggiamenti e frustrazioni, mortificazione dei movimenti disordinati, rinuncia alla vita comoda. Lo esprime l'art. 18: «Il salesiano non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica; è pronto a sopportare il caldo e il freddo, la sete e la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratta della gloria di Dio e della salvezza delle anime» (Cast 18). La missione apostolica di cui si parla in molti articoli delle Costituzioni non è generica. Non è un'intenzione generale di fare il bene o un proposito vago di salvare le anime. Ha una fisionomia concreta. E questa concretezza apostolica è parte dell'identità della Congregazione. In questo capitolo dunque vengono precisati gli elementi caratterizzanti la missione, che diventano anche i punti di riferimento per l'unità di una prassi pastorale che non può disperdersi in una vaga molteplicità, dati i diversi contesti in cui si sviluppa. Quali sono, dunque, gli elementi caratterizzanti la missione apostolica e l'azione pastorale dei salesiani? Il testo ne enumera quattro. A ciascuno di essi corrisponde una «sezione»: - i DESTINATARI, cioè il campo, secondo l'espressione del primo sogno di Don Bosco, dove i Salesiani intendono giocare la proprie forze; - il SERVIZIO 0 PROGETTO EDUCATIVO PASTORALE che i Salesiani in tendono realizzare. Tra i medesimi destinatari si possono, di per sé, svolgere diversi servizi (clinico, di ricupero, educativo, catechistico...) che influiscono non solo sulle competenze, ma anche sula forma della comunità e sulla vita spirituale. 11 progetto qualifica la missione e appartiene dunque all'identità di un Istituto religioso; - le ATTI VITA E OPERE attraverso cui i Salesiani preferiscono svolgere la loro missione, cioè gli strumenti e strutture operative in cui si è elaborata la prassi della Congregazione; il SOGGETTO dell'attività pastorale, cioè coloro a cui essa viene affidata e che sono dunque corresponsabili del suo svolgimento. I quattro elementi si corrispondono armonicamente. A determinati destinatari corrisponde un determinato progetto, cui sono adeguate certe attività e opere che esigono, a loro volta, un soggetto operante. Appare così una fisionomia pastorale piuttosto che scelte isolate. É il Sistema preventivo tradotto in termini operativi. Diamo uno sguardo accurato all'insieme per cogliere la struttura del capitolo. I° sezione: I DESTINATARI * I giovani: art. 26. 27. 28 * Gli ambienti: art. 29 * I popoli non ancora evangelizzati: art. 30 sezione. IL NOSTRO SERVIZIO EDUCATIVO PASTORALE * L'obiettivo globale e finale del nostro progetto: art. 31 * Le diverse dimensioni del nostro progetto unitario: art. 32-37 - Educazione-promozione: art. 32-33 - Evangelizzazione-catechesi: art. 34. 36 - Esperienza comunitaria-associativa: art. 35 - Orientamento vocazionale: art. 37 * Il metodo pedagogico pastorale: art. 38-39 - I principi ispiratori: art. 38 - La pratica: l'assistenza: art. 39 3° sezione. I CRITERI DI AZIONE SALESIANA * Il modello ideale: l'Oratorio di Valdocco: art. 40 * Criteri per discernere attività e opere: art. 41 * Le vie maestre della nostra azione: art. 42-43 - L'educazione e l'evangelizzazione: art. 42 - La comunicazione sociale: art. 43 4" sezione: I CORRESPONSABILI DELLA MISSIONE * La comunità salesiana: art. 44-46 * La comunità educativo-pastorale: art. 47-48 La spiritualità del salesiano ha la sua fonte di energia e il suo modello in Cristo apostolo, si sviluppa e si percepisce nel suo impegno pastorale. Questo occupa tutta la sua giornata. Perciò non è possibile concepire la sua autenticità religiosa senza un riferimento concreto ai tratti che caratterizzano il suo lavoro apostolico. I DESTINATARI DELLA NOSTRA MISSIONE «Vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare loro molte cose, (Mc 6,34). La citazione è presa dal grande racconto della prima moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44), grande perché è rivelativo del potere messianico di Gesù e del suo stile concreto di intervento nella vita delle persone: percezione precisa del loro stato, condivisione profonda, anche emotiva, azione concreta di cambio. Ma per affrontare più a tondo lo straordinario valore del segno di Gesù, si ricorderà la tradizione biblica cui si riconducono con tutta evidenza i tre motivi evangelici delle «pecore senza pastore», del «deserto (v. 35) e del «pane». A Marco e alla comunità cristiana, la folla attorno a Gesù nel luogo «deserto» appare come l'antico popolo, tormentato dalle insidie del cammino della vita, cui Dio intende far da pastore tramite guide storiche, Mosè anzitutto (Num 27,17), dando cibo abbondante (Es 16). Ebbene Gesù, a seguito anche del grande annuncio messianico di raduno del popolo disperso (Ez 34), è il definitivo pastore di Dio, che interviene con totale partecipazione personale («lo conosco le mie pecore», annota Gesù, «una per una-»: Gv 10,14.3). Il suo «insegnare molte cose» non è un limitarsi a dire belle parole, quanto piuttosto comunicare alla gente la «parola di Dio», che è insieme la verità di Dio, il suo progetto del Regno e le potenti energie di vita che ne conseguono. Infatti Gesù che insegna, moltiplica in misura straordinaria il pane per ciascuno (v. 43). Anzi la sua cura pastorale emergerà in forma inaudita quando con l'Eucaristia, cui questo racconto prelude (cf. Mc 6,41), darà tutto se stesso come verità e pane. In questa citazione risalta vigososamente la carità pastorale, che Don Bosco realizzò con esperienze concrete, nel momento primo e fondamentale dell'incontro del salesiano con i destinatari della sua missione, pecore senza pastore», ossia «la gioventù povera, abbandonata, pericolante» (Cast 26). ART. 26 I GIOVANI A CUI SIAMO INVIATI Il Signore ha indicato a Don Bosco i giovani, specialmente i più poveri, come primi e principali destinatari della sua missione. Chiamati alla medesima missione, ne avvertiamo l'estrema importanza: i giovani vivono un'età in cui fanno scelte di vita fondamentali che preparano l'avvenire della società e della Chiesa. Con Don Bosco riaffermiamo la preferenza per la «gioventù povera, abbandonata, pericolante»,' che ha maggior bisogno di essere amata ed evangelizzata, e lavoriamo specialmente nei luoghi di più grave povertà. ct. Ma XIV, 662 L'art. 26 introduce un blocco di cinque articoli che definiscono con chiarezza e linearità i campi dove i Salesiani intendono impegnare le proprie risorse. L'insieme della sezione ha due pregi: enuncia in maniera completa i destinatari; e, attraverso la struttura stessa della sezione e gli agganci interni degli articoli, fa emergere senza dubbi le priorità e le preferenze. In particolare l'articolo stabilisce due elementi: - la scelta di campo caratterizzante la missione salesiana: i giovani; - la preferenza: i giovani più poveri. I giovani. I primi destinatari sono i giovani. Essi da soli danno alla missione salesiana il suo volto originale, sebbene non completo. Senza di essi tutti gli altri aspetti sono insufficienti. Don Bosco è principalmente il «padre e maestro della gioventù». Le immagini più diffuse e più vere di lui sono quelle che lo rappresentano attorniato da ragazzi; senza i ragazzi è irriconoscibile. Con la priorità giovanile si collegano molti articoli delle Costituzioni che si riferiscono allo spirito, alla nostra consacrazione, alla nostra comunità.' Le Costituzioni stesse dovrebbero es ' C£. Cost 1. 2. 3. 14. 15. 19. 20. 21. 24. 61. S 1. sere rifatte il giorno in cui i giovani non costituissero più la «porzione» e «l'eredità» pastorale dei Salesiani. Il testo fa risaltare questa priorità senza pari attraverso tre elementi. In primo luogo osserviamo la solennità della formula: «Il Signore ha indicato a Don Bosco i giovani... ». L'espressione ci riporta a precisi fatti storici, come il sogno dei nove anni e le sue ricorrenze nella vita del nostro Padre.' In secondo luogo rileviamo l'espressione esplicita: i giovani sono i «primi e principali destinatari»; tutti gli altri destinatari hanno un riferimento ad essi e sono come colorati da questi. Si accenna infatti ai giovani quando si parla degli altri campi d'azione: presentando l'azione pastorale «verso i ceti popolari», si dice che essa «si armonizza con l'impegno prioritario verso i giovani» (Cast 29); presentando le «missioni», si rileva che «quest'opera mobilita gli impegni educativi e pastorali propri dei nostro carisma» (Cast 30); anche parlando della «comunicazione», si ricordano «le grandi possibilità che essa offre per l'educazione» dei giovani (cf. Cost 43). In terzo luogo spicca il carattere assoluto dell'affermazione che sembra ricopiare la dichiarazione di Don Bosco: «Basta che siate giovani, perché io vi ami assai» (Cost 14). Non c'è bisogno di altre ragioni per un impegno giovanile. Queste e altre simili indicazioni normative hanno origine e fondamento in quella convinzione espressa nell'art. 14 dove si afferma che lo speciale «dono di Dio che segna la nostra vocazione» è «la predilezione per i giovani», e che «questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita». Senza i giovani, dunque, non ci sono presenze «qualitativamente» salesiane, e ciascuna nuova decisione in termini di iniziative o opere deve orientarci a diventare sempre più «specialisti dei giovani». Essendo questo articolo fondamentale per la nostra identità, bisogna che non sfuggano le sfumature redazionali. a Si veda il commento all'art. 14, dove sono citate molte espressioni di Don Bosco circa la sua convinzione sulla priorità della sua missione per i giovani (p. 171-176). Si parla di «giovani», cioè di coloro che si trovano nell'età in cui ci si prepara, attraverso la maturazione bio-psicologica, l'assimiliazione della cultura e la qualificazione professionale, all'inserimento pieno nella società. L'età giovanile si è allungata particolarmente, ma non soltanto, nelle società sviluppate. I Salesiani con le opere e le istituzioni precedentemente si sono collocati soprattutto tra i preadolescenti e gli adolescenti. Questa è una fascia da curare per quello che significa in termini di formazione umana, di evangelizzazione e di decisione vocazionale. Ma oggi, dati l'allungamento e le nuove esigenze della preparazione professionale, la giovinezza è ancora un «tempo di educazione e di preparazione alla vita». In essa si verificano fenomeni culturali e religiosi che interessano la formazione del giovane e spesso si manifestano forme di devianza da prevenire. Toccherà a ciascuna Ispettoria il compito di determinare qual è la fascia che, secondo le condizioni sociali e culturali del proprio contesto, i Salesiani devono rafforzare: se quella adolescenziale (11-17 anni) o quella giovanile (18-25 anni). Parliamo di «giovani». Il termine, nel suo significato collettivo di «gioventù,3 vuole esprimere che siamo attenti non soltanto a singoli individui, ma alla loro condizione collettiva. La gioventù in quanto tale è oggi campo di interventi da parte dei governi, dei mezzi di comunicazione, di istituzioni internazionali. A poco servirebbe l'azione sull'individuo se la condizione stessa della gioventù in senso sociale, culturale, educativo non venisse curata. Infatti il CG21 raccomandò insistentemente ai Salesiani che fossero «specialisti» della condizione giovanile.' Ma con il termine «giovani» viene anche sottolineata una scelta: «Il nostro servizio pastorale si rivolge alla gioventù maschile» (Reg 3). Ciò vuol dire che le iniziative che assumiamo vogliono rispondere ai bisogni specifici che si rivelano in questo settore. Ciò vuol dire anche che se per ragioni pastorali lavoriamo in ambienti nei quali si incontrano ragazzi e ragazze, la nostra attenzione preferenziale e le proposte particolari che a Don Bosco stesso usa il termine «giovani" in senso collettivo, per esempio nell'ari. 1 delle Costituzioni da lui scritte (Costituzioni 1875). Varie volte nei suoi scritti si trova anche il termine «gioventù». ° Cf. CG21, 'I 5alesiant evangelizzatori dei giovani; in particolare parte I: A giovani e la [oro condizione (nn. 20-30) vanno più in là di un servizio generale, saranno pensate e programmate in vista dei ragazzi, affidando ad altre persone l'attenzione più accurata alle ragazze. Questo vuol dire anche che ci sentiamo di gestire grossi ambienti o masse di ragazzi, mentre, riguardo alle ragazze, quando ragioni pastorali indicano come conveniente o necessaria la loro presenza, stabiliamo dei limiti: partecipazione nei gruppi, secondo interessi formativi, culturali, religiosi o sociali, in numero conforme alle urgenze. Questa scelta è collegata sia alle nostre origini, sia al tipo di pedagogia di condivisione della vita che noi applichiamo, sia ai temi educativi in cui siamo specializzati: vocazione, lavoro, gioco, ecc. Un elemento, infine, da non trascurare sono le motivazioni del nostro impegno a favore dei giovani, proposte dal testo della Regola. La prima riguarda la loro vita: nell'età giovanile si fanno scelte fondamentali in base alle quali la vita prende una piega verso la pienezza o verso la frustrazione; l'amore ai giovani ci spinge ad aiutarli in questo momento delicato di crescita. La seconda riguarda la società e la Chiesa: «I giovani preparano l'avvenire della società e della Chiesa». Questa motivazione apre un «tema» che sarà sviluppato in tutta la sezione e cioè la prospettiva sociale della nostra pastorale ed educazione. Nella stesura dell'articolo si avverte la risonanza non solo della nostra tradizione, ma anche della parola del Concilio: «L'estrema importanza dell'educazione nella vita dell'uomo e la sua incidenza sempre più grande nel progresso sociale contemporaneo sono oggetto di attenta considerazione da parte del sacro Concilio Ecumenico».5 I giovani poveri. Ma tra i giovani ci sono preferenze. La prima è per coloro che sono i più poveri: «Con Don Bosco affermiamo la preferenza per la 'gioventù povera, abbandonata, pericolante', che ha maggior bisogno di essere amata ed evangelizzata, e lavoriamo specialmente nei luoghi di più grande povertà». GE, Introduzione La povertà non ha limiti. Sempre, in qualche parte della nostra città, c'è uno più povero dell'ultimo che abbiamo conosciuto. E sempre c'è, in un ambito più grande, una situazione più miserabile di quella che nella nostra città sembra estrema. La «povertà» che si vede in certe città non sembra tale se la si paragona con gli «slums»; ma questi ancora non sono all'ultimo posto, se si considerano le tragedie della siccità, della fame, la situazione dei profughi che toccano popolazioni intere. Inoltre quando Don Bosco formulò la sua preferenza non c'era nemmeno l'idea di quella che oggi viene chiamata la «povertà struttu- rale» cioè la povertà congenita ad una particolare situazione socioeconomica (provocata da essa stessa), dalla quale è possibile liberare singole persone in numero molto minore di quelle che le condizioni vanno producendo. Infatti gli scritti del tempo rivelano una speranza assoluta di porre rimedio alla povertà attraverso l'educazione. Queste fugaci riflessioni servono per aiutarci a cogliere il senso della nostra scelta che non è di risolvere il problema della povertà, ma di rivelare, attraverso un segno «umano», il volto paterno di Dio. Col triplice termine di gioventù «povera», «abbandonata», «pericolante» si comprendono tre forme di povertà sovente collegate fra loro. - «Povera»- vuol dire carente di risorse materiali e di mezzi per svilupparsi. - «Abbandonata»: esprime la mancanza di rapporti di sostegno: genitori, famiglia, istituzioni educative. Anche se questa forma di carenza è sovente collegata alla precedente, può esistere indipendentemente da essa. - «Pericolante»: descrive la situazione di quei giovani esposti a pericoli che bloccheranno il raggiungimento di un'umanità matura e felice. Sono ragazzi «a rischio», che presentano cioè le «condizioni di debolezza» per cui soccomberebbero facilmente ai mali che li assediano quali la droga, la criminalità, il vagabondaggio, la disoccupazione. Quali di queste tre forme di povertà preferire? Si deve giudicare in base al contesto sociale in cui si lavora ed alla concomitanza di altri criteri che le Costituzioni evidenzieranno .(cf. Cast 40-41); ma il primo articolo dei Regolamenti generali esprime questo ordine: -- i giovani che a causa della povertà economica, sociale e cultu rale, a volte estrema, non hanno possibilità di riuscita: l'aspetto tipico di questa condizione è il fatto che essa spesso impedisce di vivere un'esistenza umana normale; - i giovani poveri sul piano affettivo, morale e spirituale: è una povertà che tocca la persona nelle sue dimensioni profonde, per la mancanza di affetti fondamentali, di veri valori, di apertura a Dio; - i giovani che vivono al margine della società o della Chiesa." Una scelta non esclude le altre. Ci sono iniziative pastorali che sod• disfano contemporaneamente tutte tre le istanze. Sottolineiamo la motivazione espressa dall'articolo: noi preferiamo i giovani poveri perché hanno «maggior bisogno di essere amati ed evangelizzati». Evangelizzare significa, più ancora che l'aspetto specifico dell'insegnamento catechistico, l'annuncio di una possibilità di salvezza in Gesù Cristo per i giovani, e l'esperienza dell'amore che li può aprire alla presenza di Dio nella loro vita. Dalla preferenza per i poveri derivano due conseguenze operative: l'attenzione alle loro persone e l'insediamento geografico e sociale delle nostre attività e opere «nei luoghi di più grave povertà». Tutto questo non è certamente facile. Ci muovono e ci sostengono due forze, una interna all'altra: anzitutto la carità di Cristo Salvatore («caritas Christi urget nos», secondo l'espressione di san Paolo), e poi la fedeltà a Don Bosco, che tante volte ha dichiarato che la Società salesiana è prima di tutto per i giovani più poveri.' n Signore, che attraverso segni inequivoci hai indicato al nostro Padre i giovani come primi e principali destinatari della sua missione, fa' che anche noi, chiamati all'identica opera di salvezza, riaffermiamo con il cuore e con le opere la medesima predilezione, Cf. CGS, 39-44; 47-48; 181-182 ' Cf. CGS, 48 divenendo educatori attenti e disponibili dei giovani, che li aiutino a scoprire nella loro esistenza la Tua presenza salvatrice. «I giovani poveri, abbandonati, pericolanti» sentano nella nostra voce il Tuo annuncio di salvezza, e, accogliendolo con fiduciosa adesione, cooperino a realizzare le aspettative e le speranze che l'umanità e la Chiesa ripongono nelle nuove generazioni. I giovani degli ambienti popolari che si avviano al lavoro e i giovani lavoratori spesso incontrano difficoltà e sono facilmente esposti ad ingiustizie. Imitando la sollecitudine di Don Bosco, ci rivolgiamo ad essi per renderli idonei ad occupare con dignità il loro posto nella società e nella Chiesa e a prendere coscienza del loro ruolo in vista della trasformazione cristiana della vita sociale. La sollecitudine di Don Bosco. Gli antecedenti storici di questo articolo risalgono alle prime Regole scritte da Don Bosco e si sono succeduti ininterrottamente in tutti i testi costituzionali fino al presente. I giovani artigiani e le opere in loro favore sono stati sempre elencati in seconda posizione, subito dopo i giovani bisognosi di insegnamento catechistico, a cui si provvedeva con l'oratorio festivo. Nella memoria storica con cui introduce il primissimo testo costi- tuzionale Don Bosco racconta: «Molti di essi trovandosi affatto poveri ed abbandonati furono accolti in una casa per essere tolti dai pericoli, istruiti nella religione e avviati a1 lavoro».' L'espressione costituzionale nasce dai fatti della vita del nostro Padre, registrati nelle Memorie dell'Oratorio: «In generale, scrive Don Bosco, l'Oratorio era formato da scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori e di altri che venivano da lontani paesi».2 La popolazione dell'Oratorio era così caratterizzata che l'anno 1842 si celebrò in esso la festa del muratore.3 «Il ragazzo sul quale si incominciò ad edificare l'opera morale e religiosa dell'Oratorio presenta questa carta d'identità: Bartolomeo Garelli, orfano, analfabeta, emigrante, manovale» 4 ' Cf. Costituzioni della Società di San Francesco di Sales 1858-1875, a cura di F. MOTTO, p. 66 z CI. MO, 129 ' Ivi, 130 ° E. VIGANO, Missione salesiana e mondo del lavoro, ACS n. 307 (1983), p. 10 Ebbe origine così, come da un seme, un'impresa che già durante la vita di Don Bosco percorse tappe significative: i contratti di lavoro individuale, il pensionato per i giovani lavoratori che andavano ad imparare il mestiere fuori casa, i laboratori interni, la scuola di arti e mestieri con programma organico e completo. La sollecitudine di Don Bosco per i giovani operai, chiaroveggente nelle intuizioni e persistente nel tempo, elaborò un insieme di inizitive, che diedero alla Congregazione un tratto originale di connaturalità col mondo del lavoro. In primo luogo vanno ricordate le scuole professionali, un'istituzione educativa che, insieme all'oratorio festivo, appare come opera caratteristica della Congregazione salesiana. La lunga prassi di queste scuole portò ad elaborare una «pedagogia del lavoro» della quale in non poche regioni i Salesiani furono pionieri. Con questo tipo di opere e di pedagogia la Congregazione si inserì decisamente negli ambienti popolari ed entrò nella dinamica sociale di promozione di persone e di ambienti. Essa apparve, perciò, con una forte tinta «secolare», con capacità di intervento culturale e tecnico nei temi sociali di carattere popolare. Nacque in essa una figura di socio fortemente caratterizzata dalla preparazione professionale nell'area del lavoro, sebbene non rinchiusa in essa: il salesiano coadiutore. Il lavoro entrò anche come caratteristica essenziale dell'ascesi della Congregazione («lavoro e temperanza»). E se è vero che Don Bosco intendeva per lavoro ogni occupazione apostolica, è vero anche che per la presenza abbondante di artigiani nella Congregazione il termine «lavoro» si caricò di risonanze pratiche e manuali, e insieme con la linea ascetica comportò la vicinanza congenita ad un mondo e ad uno stile di vita. L'espressione «imitando la sollecitudine di Don Bosco» è dunque pregnante: la scelta di campo pastorale comporta tratti spirituali di identità. La nostra sollecitudine oggi. Quello che segue: «ci rivolgiamo ad essi per renderli idonei ad occupare con dignità il loro posto nella società e nella Chiesa e a prendere coscienza del loro ruolo in vista della trasformazione cristiana della vita sociale», ci riporta al moderno fenomeno del lavoro, alle sue implicante collettive, a quel complesso di fenomeni, norme, modelli di rapporto e di vita che va sotto l'espressione «mondo o cultura del lavoro».5 Non si tratta primariamente di dare un mezzo di sussistenza materiale ai giovani, né di preparare mano d'opera qualificata per l'industria, ma di salvare la persona aiutandola ad assumere «con dignità», cioè con maturità umana e culturale e alla luce della fede, il proprio ruolo per la «trasformazione della società». I Salesiani, per una propensione innata, scelgono il mondo del lavoro come realtà da evangelizzare 6 e in essa attuano la loro preferenza giovanile. Nel secondo capoverso dell'articolo sono espresse la motivazione e la definizione della nostra preferenza, piena di risonanze collettive e culturali. Ma già il paragrafo precedente esprimeva la forma con cui la Con- gregazione assume oggi lo stesso impegno di Don Bosco. Gli artigianelli del secolo scorso sono diventati «i giovani che si avviano al lavoro e i giovani lavoratori». Si è allargata la visuale. Difatti molti fenomeni giovanili hanno luogo oggi dopo il periodo scolastico, e la formazione della mentalità culturale e cristiana si realizza nella militanza che si stabilisce attorno all'organizazzione del lavoro, oltre che negli anni della preparazione. «Il guadagnarsi onestamente la vita» dei primi testi si è trasformato oggi in un'altra ragione: i giovani «incontrano difficoltà e sono facilmente esposti ad ingiustizie». Dietro questa espressione appaiono i grossi fenomeni di sfruttamento del terzo mondo (lavoro minorile, illegale e sommerso, selezione «ideologica», ' emarginazione della mano d'opera superflua e sfruttamento di quella assunta...) e i fenomeni tipici della società industriale. Una cosa è certa: i Salesiani non pensano che il lavoro si possa considerare soltanto in termini individuali e di prestazione d'opera: l'articolo è pervaso di una carità pastorale cha ha preso coscienza della dimensione collettiva e culturale che avvolge il tema ' Cf. ACS n. 307 (1983), p. 7-9. Si veda anche la Lettera Enciclica Leborem exercens di Giovanni Paolo Il, Roma 1981, 6 Cf. ACS n. 307 (1983), p. 13-19 educativo e promozionale del «lavoro» e dell'influsso che esso ha nella salvezza globale del giovane. Signore Gesù, durante i tuoi anni di Nazareth hai voluto esser conosciuto come «il carpentiere» e hai provato nella tua persona le durezze del lavoro dell'operaio. Insegnaci a comprendere e ad amare i giovani del mondo operaio, per guidarli nella loro preparazione alla vita e perché diventino tra i loro fratelli testimoni fedeli del Tuo Vangelo. Rispondendo alle necessità del suo popolo, il Signore chiama continuamente e con varietà di doni a seguirlo per il servizio del Regno. Siamo convinti che fra i giovani molti sono ricchi di risorse spirituali e presentano germi di vocazione apostolica. Li aiutiamo a scoprire, ad accogliere e a maturare il dono della vocazione laicale, consacrata, sacerdotale, a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana. Con pani diligenza curiamo le vocazioni adulte. Non è questo l'unico articolo delle Costituzioni in cui si parla delle vocazioni. Si possono leggere, confrontandoli, anche gli articoli 37 e 109. La particolarità di questo articolo, collocato nel capitolo sui destinatari, è che esso presenta coloro che mostrano segni di vocazione come «campo» privilegiato di lavoro della Congregazione. Si ricollega in tal senso all'affermazione dell'art. 6 che enumerava sinteticamente i nostri principali impegni nella Chiesa: «Abbiamo una cura particolare per le vocazione apostoliche». L'espressione costituzionale affonda le sue radici agli albori medesimi del carisma. Compare infatti per la prima volta nella redazione del 1860, al numero 5 del cap. I sotto il titolo «Scopo di questa Società»: «In vista poi dei gravi peticoli che corre la gioventù desiderosa di abbracciare lo stato ecclesiastico, questa Congregazione si darà cura di coltivare nella pietà e nella vocazione coloro che mostrano speciali attitudini allo studio ed eminente disposizione alla pietà».1 1 testo del 1875 diceva che «trattandosi di ricevere giovani per gli studi, si accolgano di preferenza i più poveri... purché diano qualche speranza di vocazione allo stato ecclesiastico».2 ' Costituzioni 1860, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 76) 2 Costituzioni 1875, 1,5 (cf. F. MOTTO, p. 76) Da allora l'accenno a questi «destinatari» non è mancato in nessuno dei testi costituzionali che si sono succeduti. L'articolo non fa altro che esprimere una delle preoccupazioni più costanti di Don Bosco, manifestazione della sua pienezza sacerdotale e del suo concreto senso di Chiesa: assicurare la possibilità di realizzare la propria vocazione a coloro che ne mostrano i segni e la volontà di seguirli. Sono note le affermazioni del nostro Padre: «Tutte le sollecitudini dei Salesiani e delle suore di Maria Ausiliatrice siano rivolte a promuovere le vocazioni ecclesiastiche e religiose».' «Ricordiamo che noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa, quando procuriamo una buona vocazione» .4 Il Signore chiama. L'articolo si apre con una dichiarazione di fede: «II Signore chiama continuamente a seguirlo». Prima che al significato ministeriale si guarda al senso radicale della vocazione, quale appare nel Vangelo: «Li chiamò perché stessero con Lui» (Mc 3,14). Alla varietà dei bisogni del suo popolo il Signore risponde con una ricchezza di grazia e con una molteplicità di doni, che Egli sparge con abbondanza tra i fedeli, Questa molteplicità e questa ricchezza conver- gono su una finalità: il Regno. L'affermazione riflette e quasi ricalca quanto dice l'Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune... vi sono diversità di doni ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12, 7.4). Questo fenomeno si rivela abbondantemente nel campo giovanile. 1 giovani fanno «scelte fondamentali per la loro vita» (Cost 26). Noi siamo convinti che motti di essi sono ricchi di disponibilità e di risorse spirituali. La nostra convinzione sgorga dall'esperienza e si ricollega ad una valutazione sovente espressa dal nostro Padre: un'alta percentuale di giovani che il Signore indirizza verso di noi ha disposizioni favorevoli ad assumere, se convenientemente motivati e accompagnati, una vo ' MB XVII, 305 ° MB XVII, 262 cazione di particolare impegno.' La convinzione di Don Bosco è stata richiamata da Giovanni Paolo II durante la sua visita alla Basilica di Maria Ausiliatrice nel 1980.1 Noi collaboriamo con il Signore. Questa porzione di giovani, che presentano segni e disposizioni per la vocazione, costituisce per noi un campo di interventi e di iniziative pensate per aiutare a prendere coscienza, ad accogliere e sviluppare la chiamata del Signore. Il CG21 ci ricordava questo nostro campo caratteristico di azione e proponeva di «rivitalizzare concretamente (nell'atteggiamento e nelle iniziative) una delle componenti della nostra vocazione salesiana: il servizio attivo prestato alla Chiesa nel coltivare la vocazione di quei giovani che il Signore chiama alla vita sacerdotale e religiosa, ai diversi ministeri ecclesiali e all'impegno di leaders laici».' Per Don Bosco espressioni concrete di questo impegno sono state l'offerta fatta ai Vescovi di curare seminari, e l'assunzione della cura specifica delle vocazioni in non poche parti, particolarmente nelle Chiese povere. Egli poteva scrivere all'Arcivescovo di Torino: «farmi che questa Congregazione dal 1848 a questo tempo ha somministrato non meno di due terzi del clero diocesano»! Osserviamo che il testo parla di diverse forme di vocazioni nella Chiesa, corrispondenti alla varietà dei doni che il Signore distribuisce con larghezza (vocazioni laicali, consacrate, sacerdotali). In tutte queste forme l'accento è posto sulla «vocazione apostolica»: ciò comporta una particolare esigenza di discernimento e di formazione. Non si tratta solo di una prima offerta catechistica, ma delle forme più impegnate di testimonianza e di apostolato. L'articolo si chiude con un accenno alla cura delle vocazioni adulte. Ciò mette in luce che la ragione fondamentale della scelta di questo campo non è la povertà, né la giovinezza, ma proprio il fatto vo 3 CL MB XI, 266 n Cf. «Tarino vivi in pace», LDC Torino 1980, p. 113 CG21, 110 " MB XVI, 91 cazionale. $ vero che per il nostro progetto di educazione integrale, per la presenza del maggior numero dei nostri confratelli tra i giovani, noi abbiamo uno sguardo del tutto particolare al campo giovanile anche in ciò che riguarda le vocazioni, ma il fatto vocazionale allarga la nostra preoccupazione e la nostra azione più in là. Vale la spesa a questo riguardo ricordare la preoccupazione di Don Bosco per le «vocazioni adulte», come a suo tempo venivano considerate, e il contributo che queste hanno dato alla Congregazione, particolarmente nelle missioni. Finalmente l'espressione «a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana» indica una scala di motivazioni. La prima e principale ragione della scelta di questo campo in Don Bosco e in noi è l'amore per la Chiesa e il senso delle esigenze della sua missione storica. Le tre vocazioni - laicale, sacerdotale, religiosa - formano il suo tessuto e la dispongono ad ogni opera di bene. Rappresentano la sua possibilità di testimonianza e di presenza nelle realtà secolari, di servizio alla comunità cristiana e di testimonianza evangelica. Alla Chiesa va il nostro primo sguardo e verso di essa si rivolge la nostra principale preoccupazione. Ma la Chiesa è composta di diversi carismi. La vocazione salesiana può essere scoperta e coltivata particolarmente da noi che abbiamo ricevuto già questa grazia dello Spirito e possiamo dunque scorgere i suoi segni e avere idea del suo sviluppo. Il tutto però è messo sotto il segno della risposta personale. La nostra azione non è reclutamento a favore della nostra «potenza», ma un aiuto a coloro che hanno ricevuto da Dio la grazia dello spirito salesiano, affinché si sentano accompagnati e incoraggiati nel corrispondervi. Non deve sfuggire il significato che questa scelta di campo ha per la pedagogia e per la pastorale salesiana. Il saper guidare fino alla sua realizzazione una vocazione di impegno nei suoi aspetti spirituali e operativi è il culmine della pedagogia religiosa. Se il tema del lavoro riassumeva i contenuti e gli orizzonti dell'aspetto umanistico (formazione dei buon cittadino), la scoperta della vocazione cristiana e la sua coltivazione fino alla realizzazione piena rappresenta la sintesi e il punto più alto dell'educazione alla fede: la formazione del buon cristiano (cf. Cost 37). 0 Signore, Tu semini la Tua Parola nel cuore degli uomini e distribuisci con larghezza i doni del Tuo Spirito: rendici sensibili, nello stesso Spirito, alla presenza di questi doni nei giovani che ci affidi, perché sappiamo discernere in essi i germi della Tua chiamata e collaboriamo con Te a formare, per la Tua Chiesa e per la nostra Famiglia, nuovi apostoli, che aiutino i fratelli a crescere come membra vive del Tuo Corpo Mistico. ART. 29 NEGLI AMBIENTI POPOLARI L'impegno prioritario per i giovani poveri si armonizza con l'azione pasto rale verso i ceti popolari. Riconosciamo i valori evangelici di cui sono portatori e il bisogno che hanno di essere accompagnati nello sforzo di promozione umana e di crescita nella fede. Li sosteniamo quindi con «tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira».' Dedichiamo la nostra attenzione ai laici responsabili dell'evangelizzazione dell'ambiente e alla famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano 2 e costruiscono il futuro dell'uomo. Cast 1875, 1, 7 ' cf. GS, 52 Nel testo della Regola che uscì dalla penna di Don Bosco appare la preoccupazione per «gli adulti del basso popolo e specialmente nei paesi di campagna» (testo 1858).' Verso di essi Don Bosco si rivolgeva attraverso i canali propri del tempo e con una finalità precisa: «perciò i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffondere buoni libri, adoperarsi con tutti quei mezzi che suggerirà la carità indu striosa affinché si ponga un argine all'empietà e all'eresia ... ».1 I ceti popolari. È interessante come prima cosa capire la portata sociale, culturale e religiosa di questo campo della missione salesiana. I ceti popolari sono l'insieme delle persone che vivono la condizione comune e che per il loro stato economico, sociale e politico, senza privilegi e senza preminenza, rappresentano la gente comune. Don Bosco rivolgeva lo sguardo alle «campagne» in un'epoca prevalentemente agricola, ma si preoccupava anche dei problemi emergenti nelle nuove società urbane. Ceto popolare allora si distingueva da ceto agiato o privilegiato, che aveva maggiori opportunità di educazione e sviluppo. ' Cf. Cos1ì1uzicrai 1858, 1, 5 (cf. F. MOTTO, p. 78) Ivi. Chiariscono bene il senso dell'espressione i testi capitolari che parlano della collocazione «popolare» delle nostre presenze. Riferendosi alle parrocchie il CG2 i dice. «La parrocchia salesiana è popolare. Lo è a motivo della sua ubicazione, perché è preferibilmente inserita in ambienti popolari e popolosi delle grandi città; ... a motivo della sua apertura alla vita del quartiere: _partecipa ai problemi della gente umile con la quale vive e di cui condivide gioie e dolori, delusioni e speranze».3 Lo stesso CG21 afferma che la scuola salesiana è una «scuola popolare per il ceto a cui si rivolge, per il luogo in cui si colloca, per i contatti che crea col popolo, per il tono e lo stile che adotta, per le specializzazioni che prende; e specialmente perché segue con amore gli ultimi»,¢ L'azione verso i ceti popolari non si giustappone e tantomeno si stacca dall'impegno prioritario verso i giovani, anzi si armonizza con esso. Cosa comporta questa armonizzazione? Richiede che nel nostro incontro con il ceto popolare sia ancora la gioventù la nostra caratteristica e la nostra specialità. Il ceto popolare è l'ambiente dove noi esprimiamo la priorità giovanile, il luogo sociale dove preferiamo trovare la gioventù. Accompagniamo il ceto popolare nello sviluppo di uno dei suoi valori più caratteristici: la famiglia, il senso della vita, i figli.' L'atteggiamento del salesiano. Enunciato il campo d'azione e l'esigenza di armonizzarlo con quelli che sono considerati «i primi e principali destinatari», l'articolo rivolge uno sguardo all'atteggiamento del pastore. Il ceto popolare è portatore di valori culturali legati alla sua condizione: il lavoro, la famiglia, la solidarietà, la speranza in un futuro migliore, la costanza nella sofferenza. Questi sono già valori evangelici. Ad essi si aggiunge la tipica religiosità popolare in un ambiente che percepisce la presenza del Signore ' CG21, 141 4 CG21, 131 s Sì veda CGS, 54, dove si parla di unità interna» tra la nostra missione giovanile e quella popolare. nella storia e la esprime in una pietà e in una cultura pervasa di senso di trascendenza. «La religiosità del popolo, affermano i Vescovi latinoamericani a Puebla, è un patrimonio di valori che risponde con saggezza cristiana ai grandi interrogativi dell'esistenza. La saggezza popolare cattolica ha una capacità di sintesi vitale: coglie e fonde l'elemento divino e quelli umani, spirito e corpo, comunione e istituzione, persona e comunità, fede e patria, intelligenza e sentimento: è un umanesimo cristiano che afferma in forma radicale la dignità della persona come figlio di Dio, sancisce la fraternità fondamentale... e proporziona ragioni per la gioia e l'amore anche nel contesto di una vita molto dura».'' Questa doppia considerazione sul ceto popolare, carico di valori umani e di religiosità, determina l'atteggiamento fondamentale del salesiano, proveniente egli stesso dal ceto popolare: il salesiano riconosce la ricchezza umana ed evangelica del popolo, legge alla luce della storia della salvezza la situazione della gente e i semi di cui il popolo è portatore, sostiene gli sforzi comuni «con tutti i mezzi che la carità inspira». Il salesiano non lavora dunque dal di fuori per il ceto popolare, portando ad esso modalità di vita e benefici da altri settori, ma scopre in primo luogo quello che il popolo possiede come un patrimonio da assumere, da purificare e da sviluppare. Alcune forme di intervento. Dopo aver sottolineato l'atteggiamento fondamentale del salesiano impegnato tra i ceti popolari, le Costituzioni accennano ad alcune forme di intervento assai significative. La frase di Don Bosco, già citata, che parla di «rulli quei mezzi che la carità cristiana inspira», sottoli nea insieme l'ampiezza dell'intervento, che ha i confini della carità, e l'anima profonda che lo muove, che è sempre lo zelo pastorale, caratteristico del nostro spirito. Ma il testo suggerisce dei campi specifici di azione, cui i Salesiani sono particolarmente sensibili, tenendo conto che il ceto popolare è una realtà collettiva e che influiscono nella sua formazione il territorio e le strutture familiari, sociali e politiche. 6 Documenti conclusivi Puebla, n. 448 Il testo sottolinea due forme d'intervento di maggior influsso nella formazione religiosa e culturale dei ceti popolari, che per altro rispondono alle preoccupazioni che mostrò Don Bosco: - la cura dei responsabili dell'educazione ed evangelizzazione dell'ambiente: se è vero che l'ambiente è di estrema importanza per la formazione della persona, si comprende l'importanza di unire le forze e di interessarsi di coloro che hanno responsabilità educative nell'ambiente: genitori, insegnanti, assistenti sociali, ecc.: essi sono legati alla nostra missione e si attendono il sostegno della nostra animazione; - l'attenzione verso la famiglia, «dove le generazioni si incontrano e costruiscono il futuro dell'uomo». L'importanza della famiglia per la crescita delle nuove generazioni è stata affermata dal Concilio e dal Sinodo dei Vescovi del 1980.' Per noi Salesiani la famiglia è componente essenziale della comunità educativa (Cf. Cost 47) e in vista di essa deve essere pensata e progettata la nostra pastorale.$ Si aggiunge l'impegno nel campo della comunicazione sociale (cf. Cost 6): non dimentichiamo l'attenzione data da Don Bosco alla stampa e alla diffusione dei buoni libri per l'educazione e l'evangelizzazione dei ceti popolari: oggi noi possiamo utilizzare mezzi anche più efficaci, come ci diranno più avanti le Costituzioni (Cf. Cost 43). Signore Gesù, mite e umile di cuore, rendi anche noi compassionevoli come Te di fronte alle necessità del Tuo popolo. Perché sappiamo scorgere nei Tuoi poveri i valori evangelici di cui li fai portatori, noi Ti preghiamo, Signore. Perché sosteniamo i più umili e diseredati nel loro sforzo di promozione umana e nel loro impegno di crescita nella fede, noi Ti preghiamo, Signore. Cf. GS, Parte II, cap. 1, cf. anche l'Esortazione apostolica Familiaris consortio di GIOVANNI PAOLO Il, Roma 1981 e CF. E. VIGANO, Appelli del Sinodo-80. ACS n. 299 (1981), p. 8 Perché dedichiamo una speciale attenzione alla famiglia e alle diverse generazioni che in essa s'incontrano e si formano, noi Ti preghiamo, Signore. Perché assicuriamo il nostro generoso sostegno a tutti coloro che sono impegnati nell'evangelizzazione e nella promozione del Tuo popolo, noi Ti preghiamo, Signore. I popoli non ancora evangelizzati sono stati oggetto speciale della premura e dello slancio apostolico di Don Bosco. Essi continuano a sollecitare e a mantenere vivo il nostro zelo: ravvisiamo nel lavoro missionario un lineamento essenziale della nostra Congregazione. Con l'azione missionaria compiamo un'opera di paziente evangelizzazione e fondazione della Chiesa in un gruppo umano.' Questa opera mobilita tutti gli impegni educativi e pastorali propri del nostro carisma. Sull'esempio del Figlio di Dio che si è fatto in tutto simile ai suoi fratelli, il missionario salesiano assume i valori di questi popoli e condivide le [oro angosce e speranze.' cF. AG, 6 ' cf. AG, 3.12.26 La premura di Don Bosco. L'articolo parte da Don Bosco come gli articoli 26 e 27. La sensibilità missionaria è radicata nelle origini. Molti elementi e fatti della vita del nostro Fondatore uniscono, senza soluzione di continuità, questo campo missionario agli altri in cui la Congregazione colloca le sue forze. Vogliamo fermarci su tre di questi fatti. Il primo è il desiderio costante di Don Bosco di partire per le missioni, rinviato dietro consiglio del suo confessore.' Il secondo è il carattere interamente missionario del suo stile pastorale, anche là dove si pensava vigesse ancora la «società cristiana». Questo suo stile missionario si manifestava soprattutto nella volontà di andare verso coloro che ancora non si riconoscevano nelle istituzioni ecclesiali: voleva «essere parroco dei giovani che non hanno parrocchia».2 Questo intento emergeva anche nello sforzo di portare la luce della fede all'interno dei temi secolari: la volontà di unire l'evangelizazione ad ogni forma di promozione lo portava verso istituzioni e ambienti non sempre vicini alla sfera del religioso. Anche senza muoversi da Torino, egli era missionario di anima e di stile. Si sentiva inviato. ' Cf. MB II, 203-204; cf, anche CGS, 470 z Cf. MB III, 197 Si può a ragione unire il fatto missionario alla nostra preferenza per i poveri, considerando che chi non ha ricevuto ancora l'annuncio del Vangelo è in uno stato di carenza più grave di chi manca di pane. Il terzo fatto è la risposta immediata di Don Bosco di fronte all'apertura delle possibilità missionarie per la sua Congregazione. Con la prima spedizione (1875) vissuta all'Oratorio da Salesiani e giovani in clima di epopea, comincia una storia straordinariamente feconda: ci sono i sogni missionari, ci sono gli sguardi verso i continenti,3 ci sono le amicizie con i grandi missionari (Lavigerie, Comboni, Allamano), ci sono le spedizioni ininterrotte, congiuntamente di Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice; e c'è poi il fatto che alla morte di Don Bosco un 20% dei confratelli era «missionario» .1 La premura del nostro Padre per i popoli non evangelizzati conta su un'abondante documentazione di lettere, progetti, investimenti, prove e sogni che sarebbe lungo enumerare. Un lineamento essenziale della Congregazione. Tl tratto missionario non appartiene soltanto a Don Bosco come singolo, ma al suo carisma di Fondatore. Da lui è passato alla Congre- gazione come lineamento del suo volto spirituale e pastorale. Al negativo possiamo dire che senza il lavoro missionario la Congregazione verrebbe «snaturata», «sfigurata» e non soltanto impoverita. In essa non si potrebbe più riconoscere la Società salesiana come l'ha vista e voluta il suo Fondatore. Questa affermazione, frutto. di una lunga riflessione, è stata ripetuta dai Capitoli generali. Così si esprime, ad esempio, il CG XIX: «La Congregazione salesiana... rivive l'ideale di Don Bosco, il quale volle che l'opera delle missioni fosse l'ansia permanente della Congregazione, in modo tale da formare parte della sua natura e del suo scopo. Riafferma dunque la vocazione missionaria della Congregazione salesiana... e intende che come tale si presenti ufficialmente presso gli enti ecclesiastici oltre che davanti ai suoi soci e cooperatori»,5 ' CF. ACS n. 297 (1980), p. 20-23 4 Cf. CGS, 471 ' Atti CGXfX, Doc. XVIII, ACS n. 244 (1966), p. 178-179 Le conseguenze pratiche di questo lineamento si diramano su molteplici versanti, Ciò vuol dire che una porzione rilevante di uomini, mezzi e iniziative della Congregazione si devono rivolgere alla diffusione del Vangelo tra i popoli a cui questo non è ancora arrivato. Significa, inoltre, che la Congregazione riceve e si impegna a sviluppare la vocazione di coloro che si sentono chiamati a questo eminente servizio. Ma vuol dire anche che la vocazione salesiana, come tale, è aperta sugli orizzonti missionari. In tal senso tutti i membri della Società salesiana sono a loro modo missionari. Tutti alimentano nel loro cuore la sete dell'espansione del Regno fino all'estremità della terra. Tutti sono «missionari», nel senso specifico inteso in questo articolo,,' secondo lo stile di Don Bosco, nel posto dove svolgono la loro opera; e anche quelli che non si dedicano al lavoro diretto delle Missioni offrono la loro collaborazione secondo le proprie possibilità: preghiera, interesse, parola, azione.' Le missioni salesiane. La seconda parte dell'articolo (secondo e terzo capoverso) viene dedicata a collegare la realtà delle Missioni, come si presenta nei documenti del Concilio, con l'identità pastorale salesiana. Hanno le Missioni salesiane qualche ricchezza particolare proveniente dal carisma? «Fine specifico di questa attività, dice il decreto 'Ad gentes',8 è l'e- vangelizzazione e l'impiantazione della Chiesa nei popoli e gruppi in cui ancora non ha messo radici. Così dal seme della Parola di Dio crescono Chiese autoctone particolari...». Questo è tipico di tutte le Missioni. Nel caso dei Salesiani questa finalità mette in attività e fa emergere la capacità educativa e le caratteristiche giovanili del loro carisma. L'originalità carismatica non si perde nella finalità generale, ma dà a questa un colore e una peculiarità sua propria. Una Missione «sale «Missionario» e qui inteso nel senso specifico di apostolo dedicato all'impegno di annunzio del Vangelo nelle Missioni »ad gentes»; non nel senso pi$ ampio utilizzato quando si parla dei Salesiani «missionari dei giovani». ' Nel testo delle Cos:ifuzioni 1972 leggiamo: Tutti i Salesiani, anche quelli che non si dedicano al lavoro specifico missionario, collaborano secondo le loro possibilità alla venuta del Regno universale di Cristo» (art. 15). e Cf. AG, 6 siana», cioè, nel suo sforzo di formare il nucleo primo del popolo di Dio, lascerà nella Chiesa nascente il marchio della sensibilità del carisma di Don Bosco, soprattutto per l'educazione delle nuove generazioni e per l'interesse ai problemi giovanili. Abiliterà la Chiesa che sta nascendo ad essere luogo di incontro e di dialogo sulla fede e sui valori tra le generazioni. In tal modo le Missioni non sono per noi un'«opera» tra le molte altre che realizziamo, ma sono la punta d'avanzata di tutto il carisma di Don Bosco, che offre, insieme con il messaggio evangelico, lo spirito, la missione, il metodo educativo e le opzioni preferenziali della Congregazione. Ma la Missione salesiana ha altre due caratteristiche: lo sforzo di inculturazione e l'impegno di radicazione in mezzo al popolo. Il salesiano missionario non si presenta come uno che viene a portare dall'esterno un «messaggio» religioso, ma come colui che testimonia il Vangelo di Cristo assumendo i valori del popolo e condividendo le sue angosce e speranze." La Missione non finisce quando la Chiesa è stata piantata. La Missione salesiana è anche l'inserimento di un carisma particolare in una Chiesa per arricchirla. Quando il primo lavoro di fondazione è concluso, il carisma rimane per offrire la sua originalità nell'insieme di una comunità già formata. L'esempio che si pone davanti è di nuovo il Figlio di Dio, che per l'Incarnazione si fa in tutto simile agli uomini. Egli è modello, criterio e ascesi per il singolo missionario chiamato a farsi «in tutto simile ai fratelli che evangelizza». Ed è un'indicazione anche per la Congregazione il cui volto missionario richiede che essa diventi veramente polinesiana, europea, americana, africana o asiatica a seconda del luogo dove il Signore la chiama a fiorire. Perché i missionari salesiani, inseriti con umile amore nei popoli cui sono inviati, si dedichino con fede e coraggio all'opera di paziente evangelizzazione di questi popoli, preghiamo. Cf. AG, 11.12; cf. anche CGS, 468 Perché diano la prova di una carità squisitamente salesiana, prendendo cura dei poveri e dei sofferenti, dei giovani e delle vocazioni, preghiamo. Perché sull'esempio del Figlio di Dio che si è fatto in tutto simile a noi suoi fratelli, i missionari salesiani assumano i valori dei popoli che evangelizzano e condividano le loro angosce e speranze, preghiamo. Fa', o Signore, che la nostra Congregazione non perda mai quello slancio missionario che fu proprio dei suoi inizi, e concedi a tutti i Salesiani, specialmente ai missionari, il dono di farsi tutto a tutti, perché giunga a tutti l'annunzio del tuo Regno. IL NOSTRO SERVIZIO EDUCATIVO PASTORALE «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19). Il contesto della citazione evangelica è noto. In un giorno di festa, nell'ambito della liturgia, quando risuona al popolo la Parola di Dio (nel caso concreto Is 61,1-2), carica di liberazione messianica, Gesù afferma perentoriamente, e non senza suscitare scandalo (Lc 4,23), che tale promessa si realizza nella sua missione (4,21). Ogni servizio all'uomo per un cristiano ha un solco prefissato, quello dì Gesù, e non senza gli ostacoli subiti da Gesù (4,28s). Ciò che Gesù ha detto è stato definito il suo 'manifesto', che unisce insieme la causa e la forza profonda del suo essere ed agire (lo Spirito del Signore), l'autenticità e fecondità della sua missione (consacrazione con l'unzione), i contenuti della stessa missione che sono le novità di vita portate dal Regno di Dio. Come nelle Beatitudini (cf. Mt 5, 3-12; Lc 6, 2026), cui queste sono parole equivalenti, al centro sta l'evangelo ai poveri, che porta con sé la liberazione da ogni situazione umanamente impossibile. Con Gesù, in sintesi, sì apre l'anno di grazia, il giubileo della redenzione, la riconsegna della libertà all'uomo, figlio di Dio (cf. Lev 25, 8-55). Noi sappiamo come il 'manifesto' di Gesù si è fatto in Lui prassi costante, per cui Egli continua oggi con l'incomparabile esempio della sua vita (cf. Atti 10,38). Tutto ciò che è bene per l'uomo, dal punto di vista di Gesù Cristo, sotto il profilo della promozione integrale, si direbbe in termini moderni, è voluto da Dio e quindi dai discepoli di Cristo, con la purezza delle sue finalità, la tenerezza dei suoi interventi, la concretezza delle sue azioni. È quanto Don Bosco ha vissuto e detto, e quanto in questa sezione del cap. IV, a partire dall'art. 31, le Costituzioni riformulano come manifesto educativo pastorale per noi. ART. 31 LA PROMOZIONE INTEGRALE La nostra missione partecipa a quella della Chiesa che realizza il disegno salvifico di Dio, l'avvento del suo Regno, portando agli uomini il messaggio del Vangelo intimamente unito allo sviluppo dell'ordine temporale.' Educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell'uomo, orientato a Cristo, uomo perfetto.2 Fedeli alle intenzioni del nostro Fondatore, miriamo a formare «onesti cittadini e buoni cristiani».3 ' cf. EN, 31 ' cL GS, 41 3 Piano di Regolamento per l'Oratorio, 1854 (MS 11, 46) La struttura di questo articolo, oltre che semplice, è molto chiara. Ci sono due «nuclei» da approfondire: la nostra missione è partecipazione alla missione della Chiesa; essa porta con sé l'originalità pastorale del nostro contributo carismatico. Partecipazione alla missione della Chiesa. Missione è un termine teologicamente inesauribile. Viene utilizzato per indicare il compito redentore del Figlio di Dio adempiuto in unione di amore e di ubbidienza al Padre. Così leggiamo nel decreto conciliare «Ad gentes»: «Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunicazione intima tra gli uomini e di realizzare tra gli uomini stessi, che sono peccatori, un'unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia, inviando il suo Figlio... Infatti Gesù fu inviato al mondo quale autentico Mediatore».' Anche allo Spirito Santo viene applicato il termine di Inviato, e con ciò si sottolinea tanto la sua unione col Padre e col Figlio, quanto la sua natura di dono di Dio per gli uomini. «La Chiesa vive nel tempo... e dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo deriva la propria origine».2 ' AG, 3 =AG, 2;ci'.LG,3e4 Questi riferimenti mettono in luce come la missione della Chiesa sia di origine divina. Essa si presenta chiaramente finalizzata alla salvezza dell'uomo, la quale comprende molteplici aspetti e azioni diverse. Tra le principali, che in certa maniera comprendono anche le altre, si devono enumerare: quella di suscitare la fede e di concorrere a far maturare in essa le singole persone, affinché «credendo in Gesù Cristo si salvino; quella di formare la comunità dei credenti, la Chiesa, che deve essere segno e strumento del Regno di Dio, iniziato già in questo mondo; e quella di trasformare con la forza del Vangelo l'ordine temporale, poiché la salvezza ha un carattere storico e totale: comincia in questo mondo e comprende tutto l'uomo, la natura e la storia. «La Chiesa, che è insieme `società visibile e comunità spirituale', cammina con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio».3 A questa appassionante e complessa finalità si indirizza il triplice ministero della Chiesa, che è partecipazione alla potestà redentrice di Cristo: l'annuncio della Parola (profezia), la santificazione, il servizio di governo. A questa missione partecipano tutti i membri della Chiesa in modo differenziato, secondo i carismi con cui lo Spirito arricchisce costantemente i fedeli. I religiosi lo fanno a titolo del tutto singolare per la natura della loro vita: c'è tra la vita religiosa e la Chiesa, mistero di comunione degli uomini con Dio e fra di loro, un rapporto eminente di segno e di testimonianza. Così lo esprime la Costituzione «Lumen gentium»: «Siccome i consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono, congiungono in modo speciale i loro seguaci alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pur essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui ne deriva il dovere di lavorare sia con la preghiera, sia con l'opera attiva a radicare e consolidare nelle anime il Regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra».¢ 3 40 ' LG, 44. Questo principio generale viene confermato in altri documenti conciliari, che presen. tano specifiche aree pastorali e che dedicano sempre ai religiosi e religiose qualche particolare accenno. Nel decreto Ud genIesu si rileva e si chiede 1' intervento e la partecipazione dei religiosi alla prima evangelizzazione e alla formazione delle giovani Chiese (cf. AG, 40). Nel decreto JInrer mirifica si donianda la loro collaborazione per lo sviluppo dell'apostolato attra occorre rilevare che la partecipazione dei religiosi alla missione della Chiesa assume forme svariate secondo l'originalità carismatica. La Chiesa non è un insieme di cellule perfettamente uguali con funzioni identiche, ma una comunione organica con diversità di componenti e varietà di ministeri. I limiti di novità di queste componenti sono imprevedibili. Gesù Cristo, il Salvatore di tutti i tempi e di tutti gli uomini, ha possibilità illimitate di manifestazione e lo Spirito ha capacità infinite di iniziativa salvifica e creatività. La Chiesa ha bisogno di molteplici forme e canali per mettersi in dialogo con tutto l'uomo e con tutti gli uomini e per rivelare il disegno globale di salvezza. Il decreto «Perfectae caritatis» fa notare l'origine e la finalità di questa varietà: «Per disegno divino - dice il Concilio -- si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose che molto ha contribuito a far sì che la Chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona e preparata al suo ministero per l'edificazione del Corpo di Cristo, ma attraverso la varietà dei doni dei suoi figli appaia altresì come una sposa adornata per iÌ suo sposo e per mezzo di essa si manifesti la multiforme sapienza di Dio».s Tutto questo ci fa comprendere più a fondo il significato del primo capoverso dell'articolo, che esplicita quanto era già stato accennato nell'art. 6 e nella stessa formula della professione (cf. Cast 24). Il nostro contributo carismatico. Nell'enunciazione della missione della Chiesa, cui noi partecipiamo, è interessante rilevare che, dopo un'espressione onnicomprensiva: «realizzare il disegno salvifico di Dio, l'avvento del suo Regno», si esplicita: «portare agli uomini il messaggio del Vangelo intimamente verso i mezzi della comunicazione sociale. Nella dichiarazione aGravissimron educationis» si evidenzia la loro opera a favore dell'educazione della gioventù. Si potrebbe accennare anche ai punti della aEvange1ii nunriandi» e della 'Catechesi tradendae», in cui si invoca la partecipazione dei religiosi e religiose all'azione della Chiesa. 'Chi non considera l'apporto che essi (i religiosi) hanno dato e continuano a dare all'evangelizzazione? Grazie alla loro consacrazione religiosa, essi sono per eccellenza volontari, liberi per lasciare tutto e per andare ad annunciare il Vangelo fino ai confini del mondo. Essi sono intraprendenti... Li si trova spesso negli avamposti della missione e assumono i più grandi rischi per Ia loro salute e per la loro vita. Sì, veramente la Chiesa deve loro molto» (EN, 69). 5PC1 unito allo sviluppo dell'ordine temporale». La forza dell'affermazione non è nei due poli ormai classici e innegabili, ma nell'espressione «intimamente unito» che servirà di aggancio alla scelta pastorale dei Salesiani. Il testo è evidentemente ispirato ad un grappolo di affermazioni del Concilio Vaticano II, tra le quali ne citiamo una: «L'opera della redenzione di Cristo, mentre per sua natura ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure l'instaurazione di tutto l'ordine temporale. Per cui la missione della Chiesa non è soltanto quella di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di animare e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico» .1 Gli ordini temporale e spirituale, «sebbene siano distinti, tuttavia nell'unico disegno divino sono così legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creazione, in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto alla fine dei tempi».7 Proprio da questa affermazione prende avvio la descrizione del contributo dei Salesiani alla missione della Chiesa, che viene espresso attraverso tre binomi paralleli: noi educhiamo ed evangelizziamo, secondo un progetto di promozione integrale dell'uomo orientato a Cristo; miriamo cioè a formare «onesti cittadini e buoni cristiani. Si tratta di un'unica finalità che ha due aspetti, costantemente ribaditi da Don Bosco e mantenuti durante la storia salesiana: l'uno diretto alla promozione dell'uomo, l'altro esplicitamente all'educazione della fede. Questi appartengono a tutta la tradizione missionaria della Chiesa e, soprattutto, alla corrente spirituale dell'umanesimo religioso di san Francesco di Sales, tradotta in termini pedagogici. Sono note le espressioni con cui Don Bosco esprimeva concretamente le finalità della sua missione: «Guadagnare anime a Gesù Salvatore, fare del bene alla pericolante gioventù, preparare buoni cristiani alla. Chiesa, onesti cittadini alla civile società, e così tutti possano divenire un giorno fortunati abitatori del cielo».8 aAA,s 7 Ivi; cf. anche GS, 40. 42 A Questa formula così bella e riassuntiva, nella sua semplicità, si trova alla fine della presentazione del primo Regolamento dei Cooperatori Salesiani, 12 luglio 1876 (Al Lettore). Leone XIII in una memorabile udienza del 9 maggio 1884 diceva a Don Bosco: «Voi avete la missione di far vedere al mondo che si può esser buon cattolico e nello stessa tempo buono e onesto cittadina..." (MB XVII, 100). Bisogna far notare che tra i due aspetti c'è una vera distinzione. infatti ci sono persone che si dedicano all'educazione e promozione senza aver direttamente in vista l'annuncio di Gesù Cristo. E viceversa. Per i Salesiani però c'è un'effettiva compenetrazione tra i due aspetti. Ciò vuol dire che noi non concepiamo che si possa annunciare il Vangelo senza che questo illumini, infonda coraggio e speranza e ispiri soluzioni adeguate ai problemi dell'esistenza dell'uomo; e nemmeno che si possa pensare a una «vera promozione dell'uomo» senza aprirlo a Dio e senza l'annuncio di Cristo. Tuttavia tra i due aspetti esiste anche una gerarchia. L'integralità è qualitativamente cristiana. L'aspetto primo e più importante, quello che illumina tutto, è il Vangelo. La nostra è una missione religiosa. Del suo Oratorio Don Bosco diceva che il cortile e i giochi erano come «il tamburo del saltimbanco», che servivano per attirare i ragazzi. Il cuore dell'Oratorio era il catechismo. È interessante paragonare il binomio con cui si esprime l'unico obiettivo con altri binomi dello stesso genere, riferiti ad altre realtà, che troviamo sparsi nel testo della Regola: ricordiamo, ad esempio, il doppio inserimento, che le comunità curano, nella Chiesa e nel mondo (ambienti, istituzioni, quartiere, ecc.: cf. Cast 6-7); la doppia qualifica a cui i Salesiani vengono preparati, come educatori e pastori; la duplice figura di socio presente nella comunità, il sacerdote e il laico (c€. Cast 45); la doppia tipologia delle presenze, quella cioè dove emerge il carattere «educativo» e quella formalmente e istituzionalmente «pastorale» (cf. Cost 42). Gli articoli che seguono svilupperanno questa affermazione. Ma è qui fondamentale rilevare la figura che domina tutto il progetto umanistico- cristiano: Cristo, Uomo perfetto. È il pensiero di fondo della «Gaudium et spesa: Cristo è la rivelazione di Dio ma anche la rivelazione dell'uomo, che scopre in Lui il senso vero della propria esistenza e della propria storia. Di tutti i testi conciliari vale la spesa riportare almeno uno: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, si fa pure lui più uomo»? 9 GS, 41; Merita di esser ricordato anche il passa della dichiarazione •Gravissìmum educationis», che così riassume il compito educativo : »L'educazione cristiana non comporta solo quella maturità propria dell'umana persona, ma tende soprattutto a far sì che i battezzati_ sì preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo nuovo nella giustizia e nella santità della verità e così raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo» (GE, 2). Il cammino di educazione e di sviluppo temporale che proponiamo è già ispirato dall'evento di Cristo, che è concepito da noi in tutta la sua forza antropologica: l'Incarnazione ci indica le strade e i contenuti della pastorale. Ma il vertice è l'annuncio di Cristo, che porta con sé tutta la carica di dignificazione e di sviluppo, che non pensiamo debba rimanere «implicito» o elemento secondario, ma intimamente unito alla crescita dell'uomo. Ciò è vero per ogni Istituto religioso, il cui contributo pastorale vale per la qualità originale del suo intervento. In una pastorale organica si chiede ai religiosi non di fare qualunque cosa di cui ci sia bisogno, ma di essere e di fare ciò per cui lo Spirito Santo li ha suscitati. È questo un criterio di efficacia, una norma di partecipazione e un'esigenza di fedeltà dell'Istituto o Congregazione, chiamata a contribuire alla costruzione della Chiesa secondo il proprio carisma. Ciò vale per la nostra Società, che partecipa alla missione della Chiesa con un suo specifico compito, in fedeltà a Don Bosco. Questo conforma tutta la vita del salesiano e il suo itinerario verso la santità. Si ritrova qui ciò che dicevano l'art. 3 della Regola e il n. 8 del decreto «Perfectae caritatis». Rivolgiamo la nostra preghiera al Padre, che nel Cristo Risorto ha dato alla Chiesa il suo fondamento, per edificarla come segno e strumento della Sua salvezza, e che nello Spirito Santo l'arricchisce di sempre nuovi carismi. Ci hai fatto depositari di una missione specifica, che nella comunione di spirito e di azione col Tuo popolo raggiunga e vivifichi le radici stesse della persona e delle culture: rendici docili ai segni dei luoghi e dei tempi, nel distacco da noi e nell'adesione incondizionata al Vangelo. Nel Signore Gesù ci hai rivelato il Tuo volto, e l'immagine dell'uomo perfetto, corrispondente ai Tuo disegno di amore: rendici capaci di cooperare con Te nel promuovere le persone in conformità al Tuo progetto con la nostra opera di evangelizzatori ed educatori. Con l'esempio di Don Bosco ci hai insegnato a cercare il bene totale dei giovani a noi affidati: rendici fedeli ai suoi insegnamenti, nel formare in essi dei buoni cristiani e degli onesti cittadini. ART. 32 PROMOZIONE PERSONALE Come educatori collaboriamo con i giovani per sviluppare le loro capacità e attitudini fino alla piena maturità. Nelle varie circostanze condividiamo con essi il pane, promuoviamo la loro competenza professionale e la formazione culturale. Sempre e in ogni caso li aiutiamo ad aprirsi alla verità e a costruirsi una libertà responsabile. Per questo ci impegniamo a suscitare in loro la convinzione e il gusto dei valori autentici che li orientano al dialogo e al servizio. Educatori. La prima cosa da rilevare in questo articolo è l'espressione iniziale: «Come educatori». Educatori, educazione, educativo: sono termini che ricorrono costantemente e costituiscono una vera scelta nel servizio che noi intendiamo prestare e una caratterizzazione della Congregazione: definiscono un'area di lavoro, quella della promozione umana della persona; ma anche, e specialmente, uno stile di presenza e di guida, una modalità che configura la totalità dell'azione pastorale, incluso lo stesso annuncio del Vangelo. «Don Bosco appare in faccia al mondo e alla Chiesa come un 'Santo Educatore', ossia uno che ha impegnato la sua santità nell'educazione».' Il suo impegno pastorale «si caratterizza per la scelta dell'educazione come area e modalità della propria attività pastorale».z Anche del salesiano oggi si deve dire che non soltanto è apostolo o pastore dei giovani, ma educatore: un educatore che è simultaneamente apostolo, profeta e testimone del Vangelo. La sua caratteristica è quella di offrire il messaggio educativo in condizioni e con esperienze di apprendimento adeguate al soggetto, accompagnare la persona nel laborioso cammino di assimilazione delle proposte e dei valori ed aiutarla a crescere liberando tutte le proprie potenzialità. E. VIGANO, li progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 27 Ivi, p. 26 Scrive il Rettor Maggiore: «La pastorale di Don Bosco non si riduce mai alla sola catechesi o alla sola liturgia, ma spazia in tutti i concreti impegni pedagogico-culturali della condizione giovanile. Si situa all'interno del processo di umanizzazione... nella convinzione che il Vangelo deve proprio essere seminato li per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella storia.' Niente di quello che la persona si porta dentro è indifferente all'educatore. Se l'educazione è un aiuto allo sviluppo delle risorse personali affinché la totalità di queste abbiano piena fioritura e la persona raggiunga la maturità, l'educatore non selezionerà nel soggetto, per svilupparlo o trascurarlo, solo quello che interessa alla propria causa. Educare non è né abituare, né soltanto socializzare o inculturare. Il punto centrale di interesse nel processo educativo è la persona. L'articolo assume una definizione personalistica di educazione: «Collaborare con i giovani per sviluppare le loro capacità e attitudini fino alla piena maturità». Tale definizione si ispira al n. 1 della Dichiarazione «Gravissimum educationis», in cui si legge: «La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana... Pertanto i fanciulli e i giovani... debbono essere aiutati a sviluppare armonicamente le loro capacità fisiche, morali e intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità nell'elevazione ordinata e incessantemente attiva della propria vita e nella ricerca della libertà».4 È chiaro che una tale visione dell'educazione, che ha come soggetto principale lo stesso giovane, l'educatore come aiuto, le risorse della persona come forza impellente, si distingue dal reclutamento per un'ideologia, e anche dal proposito da parte dell'educatore di plasmare la persona secondo la propria personale visione della vita. Un itinerario di educazione. Per questo sviluppo della persona fino alla maturità i Salesiani seguono un itinerario. 1 primo passo è quello di aiutare i giovani a libe- rarsi dai condizionamenti negativi, come i bisogni impellenti di abita ' ACS n. 290 (1978), p. 27 ' GE, 1 zione, famiglia e vitto. Delicatamente si accenna alle condizioni di «miseria» e si definisce l'aiuto come un «condividere» il pane piuttosto che darlo. L'espressione ci riporta ai nostri destinatari preferenziali, i giovani poveri, così come al triplice aspetto dell'opera di Don Bosco: l'azione di soccorso, di educazione, di pastorale, fuse nella suprema ragione della carità che vuole salvare la persona.5 A questo primo passo si aggiunge l'intervento costruttivo della pre- parazione al lavoro con cui i giovani dovranno inserirsi nella società, guadagnarsi la vita onestamente e sviluppare le proprie capacità. Il fine dell'educazione non è però soltanto quello di dare al giovane un «mezzo» per guadagnarsi la vita o quello di preparare «mano d'opera» per la società. C'è un terzo passo importante: la formazione culturale. Per essa la persona sviluppa tutte le proprie possibilità, entra in contatto e valuta liberamente i significati, i valori e le realizzazioni costituenti la ricchezza ideale e il patrimonio reale delle diverse comunità umane e dell'intera umanità. La cultura è sapere, avere rapporti, convinzioni, norme espresse ed implicite, coscienza personale, senso di appartenenza, impegno sui diversi fronti della dignità dell'uomo. A ragione dice il documento dei Vescovi latinoamericani di Puebla: «Con la parola cultura si indica il modo particolare secondo il quale in un popolo gli uomini concepiscono e sviluppano il loro rapporto con la natura, tra di loro e con Dio».6 «La cultura comprende la totalità della vita di un popolo» II processo educativo che parte dalla liberazione dai condizionamenti, si espande nella preparazione professionale, si approfondisce nell'acquisizione di una visione culturale, approda all'«apertura alla verità e alla costruzione di una libertà responsabile». Non sono questi passi successivi, ma hanno certamente un ordine gerarchico. Nella «formazione culturale», infatti, abbiamo il culmine della personalizzazione. ' D. Bosco, nel testo delle Costituzioni, esprimeva in questa forma il triplice aspetto dell'azione svolta a favore dei giovani bisognosi: «verrà loro somministrato ricovero, vitto e vestito; e mentre si istruiranno nelle verità della cattolica Fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere (cf_ Costituzioni 1875, 1,4; F. MOTTO, p. 75). Documenti conclusivi Puebla, n. 386 Ivi n. 387 È chiaro che l'educazione non viene vista come un semplice acquisire nozioni, assimilare norme o abituarsi a forme convenzionali di comportamento: essa punta al nucleo principale della persona. 1 termini sono stati scelti con cura. Alla verità soltanto ci si può «aprire»: essa non si fabbrica, né la si dà fatta, ma si offre all'attenzione e alla capacità di ricerca e di accoglienza del giovane. La libertà si «costruisce»: è una conquista, che si va consolidando a poco a poco, contro numerose alienazioni, mediante il dominio del proprio operare e della propria esistenza e mediante risposte generose ai richiami della verità e dell'amore. La maturità raggiunge la pienezza quando il soggetto assume e organizza armonicamente un quadro di valori che espandono la sua vita. Il CG21 esprimeva così questo quadro di valori: «Sul piano della crescita personale vogliamo aiutare il giovane a costruire un'umanità sana ed equilibrata, favorendo e promuovendo: - una graduale maturazione alla libertà, all'assunzione delle proprie responsabilità personali e sociali, alla retta percezione dei valori; - un rapporto sereno e positivo con le persone e le cose che nutra e stimoli la sua creatività e riduca conflittualità e tensioni; - la capacità di collocarsi in atteggiamento dinamico-critico di fronte agli avvenimenti, nella fedeltà ai valori della tradizione e nell'apertura alle esigenze della storia, così da diventare capaci di prendere decisioni personali e coerenti; - una sapiente educazione sessuale e all'amore che lo aiuti a comprendere la dinamica di crescita, di donazione e di incontro, all'interno di un progetto di vita; - la ricerca e la progettazione del proprio futuro per liberare e convogliare verso una scelta vocazionale precisa l'immenso potenziale che è nascosto nel destino di ogni giovane, anche nel meno umanamente dotato»." La lunga citazione serve per far vedere quanto di riflessione analitica sia contenuto sotto la scelta delle poche parole del testo costituzionale. s CG2I, 90 Appartiene al tema educativo il modo di realizzare tutto questo processo e altri che verranno descritti negli articoli seguenti. L'educazione non si caratterizza per l'enunciazione dei valori che il giovane o l'adulto devono assimilare (questo è un contributo fondamentale della fede e anche della filosofia o teologia che servono da supporto), ma per la loro traduzione in strutture di apprendimento, proporzionate alla capacità di assimilazione dei soggetti concreti. L'arte educativa comporta una pedagogia. L'articolo sottolinea alcuni aspetti di grande importanza. - Il giovane è il protagonista del proprio sviluppo e dei processi che lo riguardano. L'educatore «collabora», «aiuta». Questo atteggiamento è dettato non soltanto dalla convenienza educativa, ma si radica nella fede di fronte al mistero che ogni persona porta dentro di sé e nella convinzione che tra le persone e Dio si svolge un misterioso dialogo di salvezza non manipolabile dall'esterno, dialogo che comprende non solamente i temi «religiosi», ma tutte le decisioni della vita. - Di qui l'azione dell'educatore: essa si sviluppa attraverso le motivazioni, la crescita responsabile della libertà, la presentazione attraente dei valori. Quest'ultima espressione ci ricorda la massima di Don Bosco: Far rilevare e gustare ai giovani «la bellezza, la grandezza e la santità della Religione».9 Niente si radica nell'uomo come convinzione e come valore se non è visto nella prospettiva di risposta a bisogni profondi. Suscitare il gusto comporta sollevare domande, aiutare a for- mularle, accompagnare la ricerca, iniziare a esperienze valide. - Ma per l'educazione non basta l'annuncio. La corrente utopica sembra convinta che una bella proposta ripetuta con frasi accattivanti produca atteggiamenti stabili, abiliti a comportamenti e radichi convincimenti. L'educazione invece sa che deve tradurre in itinerari di apprendimento i valori che enuncia o presenta. Perciò alla mobilitazione interiore che l'annuncio suscita si aggiunge l'impegno di costruire pazientemente «convinzioni» e di orientare verso l'azione o la pratica. L'educazione dunque non è solo accompagnamento, ma proposta cui ° Cf. G. BOSCO, Il Sistema preventivo nell'educazione della gioventù, cap. Il, Appendice Cost 1984, p. 239 servono di base e fondamento l'esperienza adulta dell'educatore, l'au- torevolezza del quadro di valori che propone e che lui stesso vive, la qualità della guida che offre. Come si configura questo ministero educativo? Siamo soltanto ac- compagnatori dall'esterno o persone che condividono con i giovani un'esperienza di crescita? Educatori professionisti o segni della vicinanza di Dio? L'educatore è un comunicatore: condivide una propria esperienza di umanità che si sviluppa nella ricerca e nell'adesione ai valori che propone: è come un padre che comunica energie di vita. Invochiamo l'aiuto del Signore perché ci conceda di corrispondere in modo pieno alla nostra missione educativa. Perché nella consapevolezza del nostro compito educativo, sappiamo offrire ai nostri giovani con generosità e competenza il pane del corpo e dello spirito, ti preghiamo, Signore. Perché siamo capaci di aiutare i giovani ad aprirsi alla verità tutta intera e a costruire in essa la loro vera libertà, ti preghiamo, Signore. Perché coltivando in noi stessi il gusto profondo dei valori autentici umani e cristiani, diveniamo capaci di trasmetterli agli altri, ti preghiamo, Signore. Perché con il nostro aiuto i giovani sappiano scoprire che la libertà si realizza nell'amore e nel servizio degli altri, ti preghiamo, Signore. Don Bosco ha visto con chiarezza la portata sociale della sua opera. Lavoriamo in ambienti popolari e per i giovani poveri. Li educhiamo alle re- sponsabilità morali, professionali e sociali, collaborando con loro, e contribuiamo alla promozione del gruppo e dell'ambiente. Partecipiamo in qualità di religiosi alla testimonianza e all'impegno della Chiesa per la giustizia e la pace. Rimanendo indipendenti da ogni ideologia e politica di partito, rifiutiamo tutto ciò che favorisce la miseria, l'ingiustizia e la violenza, e cooperiamo con quanti costruiscono una società più degna dell'uomo. La promozione, a cui ci dedichiamo in spirito evangelico, realizza l'amore liberatore di Cristo e costituisce un segno della presenza del Regno di Dio. La considerazione della portata sociale del nostro servizio è immediata. Non soltanto perché ogni intervento pastorale, anche solo religioso, si riferisce alla comunità degli uomini in cui ha luogo, assumendo necessariamente un risvolto sociale, ma anche per ragioni del tutto particolari, proprie del nostro carisma. Infatti è impossibile parlare di «presenza e segno nell'area della povertà» senza considerare le implicanze sociali, collettive di questa. Non possiamo lavorare validamente «per i giovani poveri e per i ceti popolari» senza costatare che la loro promozione individuale è legata inevitabilmente alla loro promozione collettiva. Ciò che è cambiato, rispetto a certe situazioni del secolo scorso, è il fatto che noi oggi non siamo soltanto davanti a dei poveri, ma davanti alla povertà come fenomeno globale e strutturale. La nostra collocazione nel campo dell'educazione, inoltre, non può non prendere in considerazione la funzione che questa ha nei riguardi del sistema sociale, di conservazione o di trasformazione. L'articolo ci offre quattro punti di riflessione: L'accenno a Don Bosco (primo capoverso). - Gli aspetti principali della nostra partecipazione alla trasformazione della società (secondo e terzo capoverso). - Le ispirazioni fondamentali che guidano questi interventi (secondo e terzo capoverso). - Il senso degli interventi nell'unità della missione. Don Bosco. L'accenno a Don Bosco è quanto mai opportuno e ricco. Sul senso sociale di Don Bosco si è scritto molto.' Sulla sua capacità di collocare il proprio intervento nella visione più ampia della trasformazione della società leggiamo: «La società che Don Bosco prospetta e di cui i suoi ragazzi sarebbero dei cittadini attivi è un ideale di società cristiana, costruita sui nuovi ideali dell'uguaglianza relativa, della pace e della giustizia, assicurata dalla morale e dalla religione. Così come la persona doveva essere buon cristiano e onesto cittadino, la società costruita dai suoi sforzi doveva divenire spazio di pace e di benessere e contemporaneamente stimolo alla fede e alla salvezza» 2 Prova della volontà di intervento di Don Bosco nell'area del «pubblico» sono le numerose visite a ministri per appoggiare l'educazione della gioventù, le sue valutazioni, conformemente alla mentalità della propria epoca, sui fenomeni sociali del tempo. Tutta la sua opera è stata da lui voluta come un progetto di risanamento sociale attraverso l'educazione della gioventù, che riteneva essere il vero «segreto» e la chiave del miglioramento dell'intera società. D'altra parte egli fece sempre capire che «non faceva politica» nel senso che, essendo impegnato per il bene della gente umile, non si schierava né con il potere né contro di esso. La «politica del Padre nostro», che egli propugnava, significava dare alla gente, nella parola di Dio, nell'educazione, nei luoghi di aggregazione, ragioni, mezzi e motivi per vivere e per combattere pacificamente le proprie cause. Cf. G. SPALLA, Don Bosco e il suo ambiente socio-politico, LDC Torino 1975, F. DESRAMAUT, L'azione sociale dei cattolici nel sec. XIX e quella di Don Bosco in «L'impegna della Famiglia salesiana per la giustizia, Colloqui di vita salesiana, LDC Torino 1976, p. 21-87; P. STELLA, D. Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), LAS Roma 1980 2 Cf. Progetto educativo pastoraleu, a cura di J. VECCHI e J.M. PRELLEZO, LAS Roma 1974, p. 81; cf. anche Esperienze di pedagogia cristiana nella storia, a cura di P. BRAIDO, LAS Roma 1981, p. 344-350; P. BRAIDO, Il progetto operativo di Don Bosco e l'utopia della società cristiana, LAS Roma 1982, p. 10. 21. 22-24 Aspetti del nostro impegno sociale. II secondo e terzo capoverso dell'articolo mettono in luce due aspetti della nostra partecipazione alla trasformazione della società. Il primo è legato al nostro compito di educatori: in una società di- suguale ci prendiamo cura degli ambienti bisognosi di promozione superando il concetto dell'educazione come vantaggio personale e favorendo dinamismi di cambio: «educhiamo alle responsabilità morali, sociali e professionali». L'affermazione contiene un riferimento implicito a Don Bosco, sempre così sollecito di fare dei suoi giovani «onesti cittadini». L'espressione dell'articolo, tuttavia, non rivela immediatamente tutto il suo contenuto; e, particolarmente per quanto si riferisce agli aspetti morali e professionali, potrebbe essere interpretata secondo una mentalità individualistica. Bisogna perciò domandarsi che significa oggi essere «onesti cittadini», in società spesso soggette all'ingiustizia, o in altre travagliate da problemi morali o in quelle in cui i diritti umani sono pubblicamente e impunemente lesi. Significa schierarsi in una lotta pacifica e coraggiosa per la giustizia, per creare un reale spirito di fraternità, per portare attenzione agli ultimi, per elevare la moralità pubblica. Affiora il bisogno di discernere la prospettiva generale della nostra educazione (mai individualistica) e di rivedere l'area particolare della formazione sociale, tanto raccomandata dal Magistero della Chiesa. Il secondo aspetto è legato alla nostra qualità di religiosi: siamo chiamati a offrire una testimonianza radicale per la giustizia e la pace. Leggiamo negli Atti del CGS: «11 nostro impegno educativo per la giustizia nel mondo diventa credibile, nella misura in cui ogni salesiano singolarmente e ogni comunità a tutti i livelli sono autentici testimoni della giustizia».3 Sottolineiamo la particolare prospettiva di questo compito: la nostra testimonianza partecipa alla missione stessa della Chiesa in favore della giustizia e della pace. A tal riguardo, ricordiamo come le Encicliche dei Sommi Pontefici e i documenti del Magistero hanno ripetutamente stimolato i cristiani a un impegno attivo e con 3 CGS, 70 vinto nel campo sociale.4 Certo, da parte nostra, dobbiamo evitare ogni verbalismo e accettare le dure esigenze di questo compito: occorre offrire al mondo prove concrete. Alcune indicazioni verranno date per noi negli articoli che riguardano le opere, la loro collocazione, il loro servizio. Al compito educativo pastorale e alla testimonianza si aggiunge l'azione, espressa con due verbi: «rifiutiamo» tutto ciò che favorisce la miseria, «cooperiamo» con coloro che costruiscono una società più degna dell'uomo. È un modo di agire più diretto. Nell'art. 7 si affermava che con la nostra azione pastorale vogliamo «l'avvento di un mondo più giusto e più fraterno in Cristo. Il CGS collega il primo aspetto - l'educazione - a quest'altro: «Si educa più per quello che si è che non con quello che si dice. La nostra missione per i giovani, soprattutto i più poveri, richiede alle nostre comunità un tipo di presenza e di atteggiamento globale verso i poveri stessi e verso il movimento (più o meno organizzato) con cui essi tentano di conquistare i loro diritti ad una vita più umana».5 Principi ispiratori di questi interventi. Da dove sgorga il nostro impegno sociale e da che cosa viene regolato? In primo luogo, come si diceva, dalla nostra qualità di religiosi- apostoli.'> Lavorando per la giustizia nel mondo non ci allontaniamo dalla nostra missione religiosa. Questa comanda lo spirito e le intenzioni con cui compiamo tale sforzo e anche i comportamenti pratici sui quali ha riflettuto il CGS. Si chiede perciò che le parole e gli interventi Si può vedere in dettaglio la dottrina della Chiesa sugli impegni sociali del cristiano nel Magistero degli ultimi Pontefici: le Encicliche Mater et Magistra (AAS 53, 1961, 401-464) e Pacem in terris (AAS 55, 1963, 257-304) di Giovanni XXIII; l'Enciclica Populorum progressio (AAS 59, 1967, 257-299) e la Lettera Apostolica Octogesima advenìens (AAS 63, 1971, 401-404) di Paolo VI; l'Enciclica Laboren exercens (AAS 73, 1981, 577-647) di Giovanni Paolo II. Si veda anche il Sinodo dei Vescovi del 1977 sull'impegno per la giustizia e la pace e le due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede: Istruzione su alcuni aspetti della `Teologia della liberazione' (AAS 76, 1984. 876-877) e Libertà cristiana e liberazione (1986). s CGS, 70 Sull'impegno sociale dei religiosi si vela, in particolare, il documento «Religiosi e promozione umana», pubblicato dalla Congregazione per i Religiosi e Istituti secolari nel 1980. abbiano come sorgente e anima viva la carità del Cristo Salvatore; come motivazione le esigenze del Vangelo e la volontà di soccorrere Cristo stesso in coloro che soffrono ingiustizia; come scopo cooperare all'affermazione del Regno, animando l'ordine temporale con lo spirito del Vangelo; come stile quello di Don Bosco: una bontà dialogante che procede per le vie dell'amore.? Il nostro testo parla di spirito evangelico: questa indicazione ci rende estremamente esigenti nel nostro amore per la giustizia e per i poveri e allo stesso tempo ci vieta ogni atteggiamento che non sia ispirato all'insegnamento del Signore. Ricordiamo le parole forti dell'Apostolo: «Se do ai poveri tutti i miei averi, se offro il mio corpo alle fiamme, ma non ho amore, non mi serve a nulla» (1 Cor 13,3). Il nostro impegno, in secondo luogo, poggia sulla comunione ecclesiale. In questo campo, come negli altri, non possiamo agire secondo la nostra fantasia né soltanto secondo la nostra spontanea generosità: inseriti nella Chiesa locale, partecipiamo alla sua azione con una preoccupazione di coerenza e di tempestività. Derivano da ciò alcuni comportamenti pratici, che ci limitiamo ad enumerare: muoversi quando la Chiesa locale si muove e non fare da forza frenante o da «franchi tiratori»; confrontare i propri criteri di intervento con quelli che la Chiesa propone; concordare, particolarmente se si attua in circostanze straordinarie o in società ad alto indice di conflittualità, i propri interventi con chi guida la Chiesa. Questo è importante perché le situazioni socio-politiche variano secondo i luoghi e i momenti storici; spetta alla Chiesa locale e in modo particolare ai suoi Pastori, determinare i comportamenti più opportuni." Da questi principi deriva un terzo criterio: la nostra indipendenza da partiti politici e da ideologie di moda. La Chiesa, nella sua espe Cf. CGS, 77 a Sull'importanza della comunione ecclesiale nell'impegno per la giustizia e la liberazione si veda quanto dice l'Istruzione Libertà cristiana e Liberazione: aL'insegnarnento sociale della Chiesa è nato dall'incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze, che si riassumono nel comandamento supremo dell'amore di Dio e del prossimo e nella giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società... Esperta in umanità, la Chiesa attraverso la sua dottrina sociale offre un insieme dì principi di riflessione e di criteri di giudizio, e quindi di direttive di azione, perché siano realizzati quei profondi cambiamenti che le situazioni di miseria e di ingiustizia esigono, e ciò sia fatto in modo che contribuisca al vero bene degli uomini» (cf. n. 72) _ rienza, è giunta a distinguere le diverse possibilità che ha un laico da quelle di un religioso o di un pastore a riguardo degli interventi nell'area politica. Tale esperienza è stata espressa in una norma canonica: «I chierici • i religiosi non devono partecipare attivamente nei partiti politici né nella direzione di associazioni sindacali ...».9 Una distinzione chiarificatrice tra il pre- politico, il politico in senso largo, e lo specifico politico riguardante l'area della gestione del potere può giovare a collocare meglio l'intervento specifico di ciascuno. L'indicazione dell'art. 33 va oltre il minimo obbligatorio del Codice • chiede a noi Salesiani di essere coscienti che i valori del Regno contengono ed esprimono in forma universale ed efficace le energie di costruzione della società più di qualunque struttura politica, e di essere quindi fedeli alla nostra professione di testimoni della carità e della potenza di Cristo. Possiamo sintetizzare tutto questo, dicendo che ciò corrisponde a un criterio globale salesiano, espressione dell'indole propria del nostro carisma. Don Bosco avrebbe voluto esprimerlo in un articolo, che per ben tre volte cercò di inserire nelle Costituzioni, come egli stesso attesta: «Io ero persuaso dell'importanza di questo (argomento), nel 1874, in cui si trattava di approvare i singoli articoli delle Costituzioni, cioè si trattava dell'ultima approvazione definitiva; presentando le Regole alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari ve l'introdussi ancora, e nuovamente mi fu cancellato»,"> Erano altri tempi...; oggi i consultori della Sede Apostolica hanno accolto con particolare lode l'art. 33 del nostro testo! Il criterio globale salesiano comprende i tre aspetti sopra indicati (missione «religiosa», «comunione» ecclesiale, indipendenza politica e ideologica) e li compone armonicamente in un atteggiamento tanto in- tensamente «pastorale» da evitare tutto ciò che può allontanare dalla gioventù e dalla sua educazione integrale; e, allo stesso tempo, porta a un atteggiamento di costruttivo dialogo con tutte le persone responsabili del bene comune, al di là della stessa loro fede religiosa. * CIC, can. 287 §2 '0 MB XIII, 265 ll Rettor Maggiore D. Luigi Ricceri, nella lettera che scrisse su «I Salesiani e la responsabilità politica», ricorda che nelle nostre attività dobbiamo «partire sempre dalla prospettiva della vocazione salesiana. Noi non possiamo perdere la nostra identità per assumere un tipo di attività che, anche se è cristiana, è però caratteristica di altre vocazioni. Ci potrà pur essere tra i confratelli una distinta mentalità, un differente modo di apprezzare gli avvenimenti; ma il criterio che guida le decisioni pastorali e le prese di posizione, soprattutto comunitarie, sarà la prospettiva pastorale del progetto apostolico di Don Bosco: 'essere, con stile salesiano, i segni e i portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri'»." Il senso dei nostri interventi. L'ultimo capoverso dell'articolo riprende il tema dell'unità della nostra missione e mostra come tutto questo compito, apparentemente profano, è intimamente legato al compito di educazione della fede. L'unità è assicurata dalla coscienza del salesiano, guidata e illuminata da un riferimento fondamentale: l'amore liberatore di Cristo che si attua attraverso diversità di azioni. Qualunque cosa il salesiano faccia, quindi anche attraverso questi contenuti umani, vuole essere «segno e portatore dell'amore di Dio ai giovani». Ci sono due precisazioni interessanti: la prima afferma con discrezione che per chi si trova in situazione di ingiusta dipendenza e di miseria, l'opera di «promozione» prende necessariamente la forma di liberazione voluta da Cristo Salvatore; la seconda dice che tale opera è, nella sua consistenza umana, «trasparente»: è un segno attraverso cui il Regno può essere detto e mostrato. Il servizio di promozione «prepara la fede» di chi non l'ha ancora, stimola e sostiene la fede di chi già la possiede: l'uno e l'altro pos- sono riconoscere nella dedizione di cui sono oggetto un segno della verità di Cristo che viene loro annunciato attraverso le opere. " CF. L. RICCERI. •1 Salesiani e la responsabilità politica in ACS n. 284 (1976), p. 50 Preghiamo il Signore che dilati gli spazi della nostra intelligenza * dia apertura universale alla nostra carità. Perché, lavorando con dedizione totale al bene delle persone a noi affidate, sappiamo introdurle al senso del bene comune • le formiamo alle loro responsabilità personali e sociali, ti preghiamo, Signore. Perché nella nostra missione di religiosi ci impegniamo con costante fedeltà a collaborare con la Chiesa nel lavorare per la giustizia e la pace, ti preghiamo, Signore. Perché alla base di ogni nostro progetto e sforzo poniamo sempre la fede nella risurrezione di Cristo, sorgente della vita ed energia per il suo pieno sviluppo, * non cediamo al fascino delle ideologie * alle divisioni di partito, ti preghiamo, Signore. Perché nello spirito evangelico, con la forza dell'amore liberatore di Cristo, sappiamo rifiutare ogni ingiustizia e violenza, • siamo capaci di collaborare con tutti gli operatori di giustizia e di pace, ti preghiamo, Signore. «Questa Società nel suo principio era un semplice catechismo».' Anche per noi l'evangelizzazione e la catechesi sono la dimensione fondamentale della nostra missione. Come Don Bosco, siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede. La nostra scienza più eminente è quindi conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero.' Camminiamo con i giovani per condurli alla persona del Signore risorto affinché, scoprendo in Lui e nel suo Vangelo il senso supremo della propria esistenza, crescano come uomini nuovi. La Vergine Maria è una presenza materna in questo cammino. La facciamo conoscere e amare come Colei che ha creduto,' aiuta e infonde speranza. .41E IX, 61 ' cf. Ef 3,8.19 ' cf. Lc 1,45 La dimensione fondamentale della missione salesiana. Nel progetto educativo pastorale salesiano c'è un aspetto centrale, che illumina e dà il colore a tutto l'insieme; esistenzialmente esso ci sta molto a cuore: è l'annuncio di Gesù Cristo e l'iniziazione al suo mistero. Nella successione dei vari aspetti, presentati nel capitolo, c'è conseguentemente una gerarchia: la dimensione che viene definita «fondamentale» è quella dell'evangelizzazione e della catechesi. L'evangelizzazione è intesa come annuncio di Gesù e comprende tutte le forme che vanno dalla semplice testimonianza silenziosa che provoca domande, fino all'inserimento nella comunità cristiana e al coinvolgimento attivo nella sua missione.' Emergono in essa, come la parola stessa lascia capire, l'intenzione di suscitare la fede e la forma dell'annuncio di Cristo come proposta di salvezza. La catechesi invece è la presentazione organica del mistero cristiano fatta a coloro che, avendo risposto positivamente all'annuncio, ' Cf. EN, 41-47 sono pervenuti ad una prima scelta di fede. La catechesi introduce in forma sistematica e completa nella comunità cristiana. È un aspetto o momento particolare del processo globale di evangelizzazione.2 Che il termine «evangelizzazione» venga adoperato oggi per indicare non soltanto il primo annuncio, ma tutto il processo di assunzione vitale del messaggio di Cristo e di conversione della mente e del cuore, rivela uno spirito: quello dell'apostolo, cosciente di proclamare una novità. Indica anche una modalità e uno stile per tutte le altre fasi: l'annuncio di Cristo va fatto e rinnovato nell'iniziazione cristiana e in ogni momento della vita. L'espressione usata nell'articolo per evidenziare la dimensione evangelizzatrice e catechistica ci colloca sia come «missionari» verso coloro che non hanno mai conosciuto Cristo, ai quali non è stato presentato in forma sufficiente, o che lo hanno dimenticato; sia come «catechisti» tra coloro che crescono nella fede. Definendo poi tale dimensione «fondamentale», il testo non intende sottolineare soltanto l'aspetto quantitativo dell'impegno, quanto piuttosto l'ispirazione di tutto il processo di educazione: il processo educativo è positivamente orientato a Cristo, nel cui Vangelo «troverà le sue motivazioni e le sue ispirazioni».3 La stessa formazione umana, descritta nell'articolo precedente, si ispira a motivi che provengono dalla fede, per cui il senso del dovere è «religioso», la socialità affonda le sue radici nella carità che viene da Dio; la moralità si basa su di un ordine naturale che è manifestazione della legge divina, ma molto di più sugli insegnamenti della fede. La sintesi educativa di Don Bosco è caratterizzata dall'anima religiosa e cristiana. Nell'integralità c'è dunque un «primum» in importanza, una dimensione fondamentale: il cuore religioso del giovane, che aspetta l'annuncio di Gesù che l'educatore non deve ritardare. Ciò viene confermato nell'articolo da una frase di Don Bosco, che è ricavata dal cenno storico inviato dal nostro Fondatore al Vescovo di Casale, dal quale richiedeva lettere commendatizie per la sua Congregazione. Proprio in rapporto alle finalità che avevano guidato l'idea Cf. CT, 18 ' E. VIGANO, Il progetto educativo salesiano, ACS n. 290 (1978), p. 32 305 della fondazione Don Bosco scrive: «Questa Società era nel suo inizio un semplice catechismo che il Sac. Giovanni Bosco... cominciava in apposito locale annesso alla Chiesa di san Francesco di Assisi» 4 L'affermazione trova larghissimo riscontro nelle Costituzioni medesime e in altri scritti e presentazioni del nostro Padre.' Educatori alla fede. Che cosa comporta per noi l'assumere l'evangelizzazione e la catechesi come dimensione fondamentale della nostra missione? L'espressione che ci definisce, «educatori alla fede», dà la portata giusta a quanto si afferma nel primo capoverso. Negativamente essa vuol dire che non siamo soltanto «predicatori» e nemmeno soltanto «catechisti» in senso stretto. Positivamente sottolinea la capacità di aprire i giovani alla fede attraverso diverse vie e modalità. Educare è far affiorare dal soggetto, attraverso proposte oggettive, le sue possibilità latenti, aprirlo a un mondo di valori e agli eventi della salvezza in modo che egli scelga proprio perché si sono attivate le motivazioni e il desiderio della fede. Mentre viene valorizzato il momento specifico della catechesi, nel- l'articolo si afferma che in questo compito ci ritroviamo tutti senza ec- cezione, qualunque sia l'attività che ci tocca svolgere. «Tutti e in ogni occasione» è una formula espressiva. Non c'è differenza di finalità né di compito tra coloro che fanno la catechesi e coloro che si dedicano all'insegnamento o alle discipline profane. La nostra vita non si spartisce tra le occupazioni profane, senza rilevanza cristiana, e quelle pastorali. Attraverso ogni rapporto, ogni attività sia cul * MB IX, 61 5 Neil'art. 3 delle Costituzioni 1875 leggiamo: all primo esercizio di carità sarà di raccogliere giovanetti poveri e abbandonati per istruirli nella santa Cattolica religione, particolarmente nei giorni festivi» (cf. F. MOTTO, p. 75). $ significativa la seguente espressione riportata dal biografo di Don Bosco: a Alla scuola dì Don Bosco la scienza della salute dell'anima teneva il primo posto (MB III, 213; cf. MB XIV, 467). La preoccupazione catechistica di Don Bosco risalta poi mirabilmente dalle opere che egli ha scritto per la catechesi dei giovani e del popolo: sono più di trenta gli opuscoli scritti da Don Bosco a carattere catcchistico (si può vedere G. C. ISOARDI, L'azione catechstica di san Giovanni Bosco nella pastorale giovanile, LDC Torino 1974; P. BRAIDO, L'inedito «Breve catechismo pei fanciulli ad uso della Diocesi di Torino" di Don Bosco, LAS Roma 1979; N. CERRATO, La catechesi di Don Bosco nella sua Storia Sacra, LAS Roma 1979). turale o ricreativa che specificamente religiosa, noi cerchiamo di mettere la fede al centro della vita. Educare alla fede è comunicare vitalmente. Il primo sguardo, perciò, non è rivolto né ai contenuti né alla metodologia, ma alla Persona di Gesù Cristo, il Comunicatore perfetto: lo dice il testo con una frase carica di risonanze paoline: «conoscere Gesù Cristo sia la scienza più eminente; annunciare le insondabili ricchezze del suo mistero, la gioia più profonda» (cf. Ef 3, 8-19). Che cosa è questa conoscenza di Cristo? È il tratto e la profondità del rapporto personale e quotidiano con Cristo; è la frequentazione della sua parola e del suo mistero; è il confronto dei problemi della vita personale e sociale con la sua visione; è lo studio accurato di tutto ciò che è necessario per poterlo comunicare ai piccoli. Esperienza personale e preoccupazione pastorale! Conoscenza e scienza! Evangelizzare e fare catechesi è rivelare « insondabili ricchezze»; educare alla fede è introdurre nel mistero di Cristo, salvezza del'uomo. Più che un «mestiere», è una gioia; più che un obbligo costituzionale, è un'inclinazione incontenibile. Si riflette nel nostro testo una bella pagina della Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi»: «Conserviamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi, come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e per Paolo, per gli altri apostoli, per una moltitudine straordinaria di evangelizzatori lungo il corso della storia della Chiesa, uno slancio interiore che nessuno né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo che cerca ora nell'angoscia, ora nella speranza, ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunciato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo».6 ° EN 80 Camminare con i giovani incontro al Signore, accompagnati da Maria. Dopo lo sguardo sulla persona dell'educatore alla fede, l'articolo descrive il suo ministero in termini educativi. «Camminare con i giovani» non significa inculcare una credenza. Comporta almeno due cose. Anzitutto esige che l'educatore stesso avanzi maturando nella fede, spinto dalle sfide e dagli stimoli che gli vengono dalla situazione del giovane di fronte all'annuncio: comunicando la fede, la sviluppa. D'altra parte «camminare con i giovani» vuol dire accettare il loro punto di partenza, i loro ritmi ed essere disposti a percorsi diversi. P - tutt'altro che svolgere un programma. San Paolo paragonava la comunicazione della fede alla generazione .7 Chi non accetta questa logica può ripetere delle formule, ma bisogna vedere se veramente suscita la fede nel dinamismo della vita. L'obiettivo dell'evangelizzazione è l'incontro personale col Signore. Al centro della fede si colloca il rapporto con la Persona di Gesù. Attraverso questo incontro il giovane dovrebbe trovare un senso unificante per la sua esistenza, stabilire una fusione costante tra fede e vita, costruirsi una personalità nuova modellata su Cristo. Sono tre le espressioni da meditare: condurre al Signore risorto, scoprire il senso della propria esistenza, crescere come uomini nuovi. La Dichiarazione «Gravissimum Educationis» esprime in forma simile la finalità dell'educazione cattolica: «Aiutare gli adolescenti perché nello sviluppo della propria personalità crescano anche secondo quella nuova creatura che in essi ha realizzato il battesimo».e Nella nostra presentazione della fede, accanto a Gesù e formando parte del suo mistero, c'è sempre sua Madre. La santità giovanile, fiorita nel primo Oratorio, ci ha lasciato in una formula l'unione reale di queste due figure: «I miei amici saranno Gesù e Maria».9 L'articolo costituzionale sceglie di Maria tre aspetti, tra i molti che potrebbero essere riportati, che hanno particolare riferimento alla situazione del giovane: presenza materna, modello di fede, fonte di speranza. Cf. Gal 4,19 a GE, 8 e G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico, p. 20, cf. OE XI, p. 170 La maternità di Maria è ricordata nel senso generale della Costituzione «Lumen gentium»: «Nella sua materna carità Ella si prende cura dei fratelli del suo Figlio ancora pellegrinanti... alla nascita e formazione dei fratelli del suo Figlio... coopera con amore di Madre».1D Per i giovani l'accenno alla maternità di Maria ha un tocco del tutto singolare. In primo luogo suggerisce accompagnamento nella loro non facile crescita nella grazia; in secondo luogo dà il senso di una presenza sentita in una fase della vita esposta alla solitudine, allo scoraggiamento e alle prove; infine accenna a un modello di vita aperta a Dio, sulla quale modellare la propria esistenza. Così Maria si rivela l'Ausiliatrice dei giovani in cammino incontro al Signore: «Colei che ha creduto, aiuta e infonde speranza». Il Padre ha mandato il suo Figlio a evangelizzare i poveri. Preghiamo che faccia di noi continuatori fedeli dell'opera di Cristo. Perché sappiamo sempre considerare l'evangelizzazione e la catechesi come l'aspetto centrale della nostra missione, ti preghiamo, Signore. Perché tutti noi Salesiani, in ogni occasione e situazione, sappiamo aprire i giovani alla fede e condurli alla persona del Signore Risorto, ti preghiamo, Signore. Perché la scienza più eminente sia per noi conoscere Gesù Cristo, e la gioia più profonda sia comunicare a lutti le insondabili ricchezze del suo mistero, ti preghiamo, Signore. 10 LG 62{,3 Perché siamo capaci di aiutare i giovani a scoprire nel Cristo e nel Vangelo il senso pieno della loro esistenza • a crescere come uomini nuovi, ti preghiamo, Signore. Perché ai nostri giovani indichiamo nella Madre del Signore, prima credente e sostegno della Chiesa, il modello di ogni fede e di ogni servizio, * siamo capaci di condurli alla sua conoscenza * al suo amore, ti preghiamo, Signore. Avviamo i giovani a fare esperienza di vita ecclesiale con l'ingresso e la par- tecipazione a una comunità di fede. Per questo animiamo e promuoviamo gruppi e movimenti di formazione e di azione apostolica e sociale. In essi i giovani crescono nella consapevolezza delle proprie responsabilità e imparano a dare il loro apporto insostituibile alla trasformazione del mondo e alla vita della Chiesa, diventando essi stessi «i primi e immediati apostoli dei giovani».' AA, 12 Avviare all'esperienza ecclesiale: gruppi e movimenti. La vita della Chiesa è vita di comunione profonda nella fede, nella speranza e nella carità. È anche vita di comunità visibile, nell'amore e nella comunicazione fraterna, nelle celebrazioni e nell'azione, sotto la direzione di coloro che sono chiamati a presiedere. È primariamente un fatto spirituale (comunione con Dio in Cristo), personale e comunitario: partecipazione alla costruzione del Regno. Ma è anche un'esperienza, che si coglie e si impara vivendola in prima persona, mentre si va sviluppando la conoscenza e la coscienza attraverso comunicazioni e approfondimenti. Perciò il testo della Regola sottolinea, tra gli obiettivi che i Salesiani si propongono, quello di «avviare i giovani a fare esperienza di Chiesa»: questo esige di introdurli gradualmente nella comunità cristiana, fino a coinvolgerli e renderli partecipi della sua vita, in ciò che ha di più specifico, ossia nel testimoniare il messaggio di amore del Vangelo. Già è stato detto (cf. Cost 6, 13 e 31), e più ampiamente sarà spiegato in seguito (cf. Cost 44 e 4&), che la nostra missione, e quindi il progetto educativo e pastorale che la sostiene, è una missione ecclesiale e tende a costruire un'autentica comunità cristiana. La proposta che i Salesiani fanno ai giovani, come cammino educativo per fare un'esperienza personale di Chiesa, sono i gruppi e i movimenti. Questi vanno annoverati tra gli elementi caratterizzanti l'educazione e l'evangelizzazione salesiana, tra le esigenze indispensabili del progetta' 1 E. VIGANO, Gruppi, Movimenti e Comunica giovanili, ACS n. 294 (1979), cf. p. 9-10 A riguardo dei gruppi c'è una storia che parte da Don Bosco e dal suo Oratorio. Scrive il Rettor Maggiore, in una circolare su «Gruppi, Movimenti e Comunità giovanili»: «La tendenza associativa, la vita di gruppo, l'aspirazione comunitaria è stata un'esperienza quasi spontanea nella vita del nostro santo Fondatore Don Bosco: un'inclinazione della sua indole naturalmente portata alla socialità e all'amicizia... Le industriose iniziative tra i ragazzi dei Becchi e dei paesi vicini, la Società dell'allegria nella scuola di Chieri, l'esperienza di comunanza e di amicizia nel seminario, contengono già in forma germinale l'apprezzamento e la premura per l'associazionismo, che si concretizzerà nella formula caratteristica delle Compagnie»-1 Don Bosco educatore esprimeva chiaramente il suo pensiero in una lettera circolare ai Salesiani il 12 gennaio 1876: «In ogni casa ciascuno diasi la massima sollecitudine di promuovere le piccole associazioni... Niuno abbia timore di parlarne, di raccomandarle, di favorirle e di esporne lo scopo... Io credo che tali associazioni si possono chiamare chiave della pietà, conservatorio della moralità, sostegno delle vocazioni ecclesiatiche e religiose.' All'intuizione di Don Bosco ha fatto seguito una prassi della Con- gregazione, che ha accompagnato l'evoluzione del tema nella Chiesa e che si è espressa senza interruzione in ciascuno degli ultimi Capitoli generali.¢ A livello di comunione ecclesiale, si comprende il significato dei gruppi considerando che la Chiesa universale si concretizza e si rende visibile nelle Chiese particolari e queste si fanno presenti nelle loro comunità più piccole. In tal modo la comunione di vita e di amore che sgorga dal Cristo percorre un duplice movimento guidato dallo Spirito: dalla Chiesa universale alle Chiese particolari e da queste alle comunità più piccole; e, in senso inverso, dalle comunità minori alle Chiese particolari e da queste alla Chiesa universale. La comunione, poi, oggi non si esprime soltanto nelle strutture locali, ma, superando l'aspetto territoriale, si concretizza in associazioni unite da ideali cristiani condivisi e celebrati. = CE. ACS n. 294 (1979), p. 7 ' Epistolario, III, p. 7-8 ° Per un approfondimento del tema, si veda 4La proposta associativa salesiana», Dicastero Pastorale Giovanile, Roma 1985 Per i giovani l'entrata nelle comunità ecclesiali più grandi può avere il rischio dell'impersonalismo, del ritualismo, dello scontro fra gli aspetti esterni e gli elementi costitutivi. L'esperienza della vita di gruppo costituisce una mediazione importante tra il singolo (rischio dell'individualismo e della solitudine) e la grande massa (rischio dell'anonimato), facendo maturare a poco a poco il senso di appartenenza. Per questo i recenti Capitoli generali hanno fatto la scelta del. gruppo, «affinché le comunità possano veramente diventare evangelizzatrici, e perché il singolo possa efficacemente inserirsi nella comunità cris