CAPITOLO VI AL SEGUITO DI CRISTO OBBEDIENTE POVERO E CASTO «Ho lasciato perdere tutte queste cose.._ al fine di guadagnare Cristo..o perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3,8.12). La vivace asserzione paolina di totale donazione a Cristo è stata scelta per esprimere quella radicalità della sequela già ricordata a proposito della professione religiosa (Me 1,17-18). In effetti sono le conseguenze di essa che vengono qui riprese (cf. Cost 60). Si tratta di assumere per sé la «forma vitae» di Gesù, di cui i tre consigli evangelici sono classica espressione. Paolo è nel NT colui che meglio ci ha fatto intravvedere la straordi- naria relazione sua con Cristo (1 Cor 4; 2 Cor 10-13; Gal 1-2). Ed ora lo fa, non senza punta polemica, scrivendo ai Filippesi. Infatti al gruppo di giudaizzanti che gli contestano il tradimento dell'eredità ebraica propo- nendosi essi stessi cristiani perfetti, Paolo risponde mostrando anzitutto che la rottura avvenuta in lui con un passato giudaico del tutto glorioso (3,4-6) è stata provocata dal fatto che Cristo lo ha afferrato (la conversione di Damasco, Atti 9,5-6), per cui Egli ha un primato su di lui tale che tutto il resto che appaia anche soltanto come alternativo vale, deve valere come 'sterco' (3,8). Ma se Cristo ha afferrato Paolo in un caldo abbraccio, Paolo ha coscienza di dover continuamente guadagnare Cristo. Non è così perfetto, come i suoi denigratori ritengono di se stessi. La vita di Cristo si snoda come una via che da Betlemme si conclude a Pasqua, ed «io - dice con umiltà l'Apostolo, sigillando ancora meglio la sincerità del suo donarsi a Cristo - non ritengo ancora dì esservi giunto. Questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù» (3,13-14) Non si potrà facilmente dimenticare ciò che per Paolo significa seguire Gesù: il riconoscimento che Gesù ha l'iniziativa di averlo afferrato, il coraggio di una rottura dolorosa verso valori anche buoni ma esaltati indebitamente al di sopra di Gesù stesso, la pazienza di accettarne le con seguente persecutorie, l'umile ammissione di essere sempre in cammino, ed infine la tensione escatologica generatrice di speranza. È in fondo quanto le Costituzioni vanno proponendo a proposito dei consigli evangelici: non semplicemente pratica di virtù, ma soprattutto sequela radicale del Maestro, con la grazia, traducendo le parole di Paolo, di «acquistare il senso supremo della vita in Cristo Salvatore» (Cost 62). Dopo aver presentato gli impegni della missione apostolica e dopo aver approfondito il carattere comunitario di questa missione e di tutta la vita del salesiano, le Costituzioni descrivono nel capitolo VI il terzo elemento fondamentale che, insieme con i due precedenti, concorre a dare il volto completo della nostra consacrazione apostolica: la sequela di Cristo nella pratica dei consigli evangelici della obbedienza, povertà e castità. Come è noto, la professione dei consigli evangelici è - fin dalla prima tradizione cristiana - una caratteristica della vita consacrata nelle sue diverse forme: t è la risposta alla chiamata gratuita di Dio da parte dell'uomo che vuole conformarsi a Gesù fino ad assumere la sua stessa forma di vita verginale povera e obbediente, impegnandosi totalmente per Dio e per il suo Regno. Questo tipo di esistenza è riconosciuto pubblicamente dalla Chiesa come appartenente alla sua vita e Guardando alla tradizione cristiana più antica, vediamo iI particolare onore che viene dato alla verginità o celibato per il Regno: i Padri della Chiesa sono concordi nell'esaltarla come un modo eccellente di seguire Cristo. Via via che nascono nuove forme di vita religiosa, prima eremitica e poi cenobitica, altri impegni si aggiungono a caratterizzare il tipo dì vita che è condotta da questi uomini e donne che vogliono dedicarsi al servizio di Dio; spesso si tende a portare a tre il numero degli impegni assunti nel momento della professione, ma non sempre - negli scritti dei Padri - questi corrispondono alla triade *povertà castità obbedienza (nel monachesimo latino, ad esempio, si cominciò a promettere obbedienza, ma non si prometteva esplicitamente celibato o povertà). II triplice impegno è chiaramente indicato da san Giovanni Climaco nel secolo VII (egli parla di rinuncia alle cose, alle persone e alla propria volontà). Solo nell'ambiente dei canonici regolari, cioè nella tradizione delle comunità sacerdotali, si giunge a legare strettamente il celibato con la comunione dei beni e con iI voto di obbedienza. San Tommaso parlerà espressamente dello stato religioso caratterizzato dalla professione dei tre consigli di povertà, continenza perpetua e obbedienza. C£. LG, 44 santità: 2 essa non solo accoglie i voti, o altri vincoli sacri, con cui i singoli fedeli professano di voler seguire Cristo nella via dei consigli, ma si rende garante dell'autenticità della vita evangelica ispirata da Dio ai Fondatori dei diversi Istituti; 3 ogni Istituto, infatti, porta nel suo modo di vivere secondo il Vangelo tutta la ricchezza del suo carisma. Don Bosco, chiamato da Dio per svolgere nella Chiesa una missione in favore della gioventù povera ed abbandonata, fu ispirato a fondare una Società - la Società di san Francesco di Sales - nella quale il servizio apostolico è vissuto nella donazione completa a Dio espressa nella professione pubblica dei consigli evangelici. Il Capitolo generale speciale, riflettendo appunto sul fatto che Don Bosco volle che i suoi più intimi collaboratori si impegnassero con voto in una vita evangelica di obbedienza povertà e castità (rivediamo il momento solenne della prima professione il 18 dicembre l859),4 spiega le ragioni per cui il Fondatore ha legato il servizio dei giovani alla pratica dei consigli evangelici. Premesso che di per sé non c'è un legame assoluto (ci si può dedicare alla gioventù, anche ispirandosi allo stile salesiano, senza necessariamente essere religiosi), il CGS individua in un fatto vocazionale la ragione principale del legame, per noi essenziale, tra il servizio apostolico e la professione dei consigli. È l'iniziativa gratuita dello Spirito Santo che ha spinto Don Bosco a fondare una Società di educatori «evangelici», in cui gli impegni della vita attiva sono animati dalla piena conformazione a Cristo vissuta mediante i voti religiosi. Don Bosco ricevette indubbiamente dei segni dall'alto (basta pensare ai sogni del nastro che cinge la fronte dei collaboratori, del pergolato di rose, in particolare al sogno della ruota e a quello dei dieci diamanti),' ma si affidò anche al consiglio di persone illuminate (D. Cafasso) e dello stesso Pontefice Pio IX.6 Possiamo comprendere ancor più a fondo il significato dei consigli evangelici nella vita salesiana. L'amore verso il prossimo è frutto di un'autentica carità verso Dio. Don Bosco, nel suo zelo, voleva che i ' Cf. PC, 2; CIC can. 573. 576 4 Cf. MB VI, 335 5 Cf. MB II, 299; III, 32; V, 457; VI, 898-916; VII, 336; XV, 183.186 6 Circa il consiglio dato da don Cafasso cf. MB V, 685; riguardo al parere di Pio IX cf. MB IX, 345 e la stessa Introduzione alle Costituzioni scritta da Don Bosco. suoi figli fossero pronti a impegnarsi a tempo pieno e a piena esistenza per la salvezza della gioventù in un'opera stabile e destinata a durare. Ora lo Spirito gli fece percepire, anche attraverso l'esperienza, tutte le risorse obiettive e le promesse di fecondità che derivano per la missione apostolica dalla vita vissuta nella perfetta imitazione di Cristo obbediente povero e casto. La pratica generosa e fedele dei consigli evangelici nel suo dinamismo interiore, mentre orienta verso Dio, tende a rafforzare la qualità e l'efficacia dell'azione apostolica e dello spirito che la caratterizza.' Partendo da queste considerazioni, che stanno alla base della nostra vocazione, il capitolo VI delle Costituzioni si propone di approfondire il significato dei consigli evangelici per la nostra vita e missione di apostoli dei giovani. Il piano del capitolo è semplice: dopo una breve introduzione, che considera globalmente la «sequela Christi» nella via dei consigli, tre sezioni presentano successivamente e in modo articolato i singoli voti di obbedienza povertà e castità. Lo schema è il seguente: Art. 60-63. Articoli introduttivi - Significato globale dei consigli evangelici nella nostra vita (art. 60) - Fecondità di questa via evangelica per la vita di comunione fraterna e per il servizio apostolico (art- 61) Particolare valore di testimonianza * nell'annunciare il Vangelo ai giovani (art. 62) * della speranza portata dalla Pasqua di Cristo (art. 63) Sez. I Art. 64-71: La nostra obbedienza - Fondamento evangelico della nostra obbedienza (art. 64) - Obbedienza e missione salesiana: stile proprio dell'obbedienza e dell'autorità salesiana (art. 65) ' Cf. CG8, 117-120 - Obbedienza nella comunità salesiana: uniti nella ricerca della volontà di Dio (art. 66) - Obbedienza personale: • atteggiamenti di fede e responsabilità (art. 67) ? esigenze del voto (art. 68) * doni personali e obbedienza (ari. 69) • colloquio con il Superiore (art. 70) --- Obbedienza e mistero della croce (art. 71) Sez. II Art. 72-79: La nostra povertà - Fondamento evangelico della nostra povertà (art. 72) - Povertà e missione salesiana: testimonianza e servizio sull'esempio di D. Bosco (art. 73) - Impegno personale di povertà: * esigenze del voto (ari. 74) * atteggiamenti di vita povera (art. 75) Povertà comunitaria * comunione dei beni materiali e spirituali (art. 76) * testimonianza nella vita della comunità e nelle opere (art. 77) - Tratti caratteristici del nostro spirito di povertà: * il lavoro (art. 78) * l'amore ai poveri (art. 79) Sez. III Art. 80-84: La nostra castità - Fondamento evangelico della nostra castità (art. 80) - Castità e missione salesiana (art. 81-82) - La castità consacrata nella vita di comunità (art. 83) - Mezzi per conservare e crescere nella castità (art. 84) Aggiungiamo ancora tre osservazioni relativamente ai criteri che hanno guidato l'ordinamento dei contenuti del capitolo. a) Osserviamo in primo luogo che la trattazione dei tre consigli evangelici è stata raccolta in un solo capitolo, sia pure suddiviso in tre «sezioni». Si è voluto, in tal modo, mettere in rilievo l'unità della vita evangelica secondo i consigli. Se è vero che i singoli consigli hanno un significato e un contenuto proprio (ciascuno di essi evidenzia la rela zione a un aspetto del mistero di Cristo, consacrato e inviato dal Padre), occorre tuttavia tener presente che è nel loro insieme che essi definiscono la vita consacrata nella sua essenza di «sequela Christi» e di assunzione radicale delle esigenze del Vangelo. In Cristo il mistero dell'obbedienza alla volontà del Padre («obbediente fino alla morte») è strettamente unito alla povertà assunta per amor nostro («annientò se stesso») e alla verginità per cui amò con cuore indiviso tutti fino a dare la propria vita (fino alla fine»). Così anche nel discepolo, che segue il suo Signore, obbedienza povertà e castità sono tre facce di un medesimo impegno a vivere come ha vissuto Gesù: i tre voti, quindi, si integrano e si illuminano a vicenda. b) In secondo luogo occorre tener presente che le Costituzioni de- scrivono la vita di obbedienza povertà e castità non astrattamente, ma secondo le caratteristiche proprie del progetto apostolico salesiano. Ciò corrisponde alle indicazioni dello stesso Codice di diritto canonico, che dice: «Ogni Istituto, attesa l'indole e le finalità proprie , deve stabilire nelle Costituzioni il modo in cui, secondo il proprio programma di vita, sono da osservarsi i consigli evangelici di castità povertà e obbedienza».a Rispettando tale principio, il testo, dopo aver evidenziato il fondamento evangelico di ognuno dei consigli, li considera nella luce dell' esperienza di Don Bosco e della vita e azione del salesiano; mette quindi sempre in risalto i legami fra i consigli, la missione apostolica e la comunità fraterna, e sottolinea le modalità caratteristiche, suggerite dallo ,Spirito del Signore, per praticare i voti salesianamente, cioè secondo l'insegnamento e l'esempio di Don Bosco. È questo lo schema che si trova chiaramente in ognuna delle tre sezioni. c) Un ultimo rilievo riguarda l'ordine di successione dei tre consigli: come si può notare, esso non corrisponde né all'ordine adottato dai documenti del Concilio Vaticano II (castità povertà obbedienza: ordine che era stato scelto dal CGS), né a quello tradizionale (povertà castità obbedienza) che era stato inserito nelle nostre Costituzioni dopo la pro- mulgazione del Codice del 1917. e crc, can. 595 Il CG22 ha voluto riprendere l'ordinamento che era proprio delle Costituzioni scritte dallo stesso Don Bosco: obbedienza povertà castità. Tale ordinamento è stato approvato dalla Sede Apostolica e costituisce quindi un tratto che ci deve caratterizzare. Il primo motivo che ha spinto il CG22 a porre l'obbedienza al primo posto è quello storico-tradizionale già accennato: Don Bosco, infatti, pur facendo riferimento, secondo quanto ci risulta,9 a fonti che usavano l'ordine tradizionale dei voti (povertà castità obbedienza), ha scelto per la sua Società un ordine proprio, che sottolineava la centralità dell'obbedienza nella esperienza spirituale e apostolica che il Signore gli ispirava. D'altra parte sappiamo il valore che Don Bosco assegnava all'obbedienza in relazione alla missione della Società: basta pensare al rilievo dato all'obbedienza nel sogno dei dieci diamanti.1° Vedremo come le stesse Costituzioni evidenzieranno con chiarezza lo stretto vincolo tra obbedienza e missione salesiana (cf. Cast 64. 65. 66). e Cf. F. MOTTO Constitutiones Soc. S. Francisci Salesii, Fonti letterarie, RSS 1ugiiv-dic. 3983, p, 348.356. ° Cf. E. VIGANÒ, Il profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, in ACS n. 300 (1981) ART. 60 AL SEGUITO DI CRISTO Con la professione religiosa intendiamo vivere la grazia battesimale con maggior pienezza e radicalità. Seguiamo Gesù Cristo il quale, «casto e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza» 1 e partecipiamo più strettamente al mistero della sua Pasqua, al suo annientamento e alla sua vita nello Spirito. Aderendo in modo totale a Dio, amato sopra ogni cosa, ci impegniamo in una forma di vita che si fonda interamente sui valori del Vangelo. ' PC, i Volendo presentare nelle linee essenziali il significato della professione dei consigli evangelici nella nostra vita di religiosi apostoli, le Costituzioni si ispirano da vicino alla dottrina del Concilio Vaticano II, che ha descritto in modo vivo l'esperienza spirituale vissuta da una schiera innumerevole di discepoli e testimoni di Cristo. In tre successivi capoversi l'art. 60, dopo aver collegato la professione religiosa all'universale vocazione alla santità da parte di tutti i battezzati, mette in evidenza le dimensioni cristologica e teologale della vita secondo i consigli. La via evangelica dei consigli sviluppo della grazia battesimale. L'affermazione con cui si apre il capitolo VI delle Costituzioni si ri- collega direttamente all'art. 3 che, fin dall'inizio, ha presentato la nostra vita di discepoli del Signore come un dono gratuito del Padre, che ci consacra mediante il suo Spirito, e come la libera risposta del nostro amore, che si offre «per camminare con Cristo nella costruzione del Regno» (Cost 3). Ora questo duplice movimento di amore - l'iniziativa di Dio e la nostra umile risposta - è profondamente radicato nella grazia del Battesimo, mediante il quale il Padre ci ha chiamati ad essere figli nel Figlio e, segnandoci con il sigillo dello Spirito, ci ha fatti membra vive del popolo nuovo, che è la Chiesa, partecipi della sua missione di salvezza. Leggiamo negli Atti del CGS: «Ogni cristiano è chiamato a realizzare la vocazione battesimale con la carità evangelica ispirata alle beatitudini: un unico comandamento, l'amore filiate per il Padre e l'amore fraterno per il prossimo, sull'esempio di Cristo, è per tutti i battezzati l'unica strada verso la stessa santità».1 È significativo questo collegamento del dono della professione religiosa con l'unica vocazione di tutti i battezzati alla santità: come si è accennato nel commento dell'art. 23, ciò corrisponde chiaramente all'intenzione del Concilio che, nella Costituzione «Lumen Gentium», ha collocato i religiosi all'interno dell'unico popolo di Dio, chiamati -- - con vocazione specifica -- a percorrere il cammino della santità cristiana. Il testo dell'art. 60 richiama esplicitamente il n. 5 del decreto conciliare «Perfectae caritatis».2 Così commenta il CGS: «I1 Concilio caratterizza la consacrazione religiosa dicendo che essa opera un radicamento interiore più profondo («intimius consecratur», «intime radicatur») e un'espressione esterna più ricca («plenius exprimit») della consacrazione battesimale. Il religioso è colui che, spinto dallo Spirito Santo, vuole intensificare al massimo la sequela del Cristo secondo il Vangelo nella ricerca dell'amore».3 Notiamo la duplice espressione di intensità con cui viene qualificato l'impegno del salesiano nel realizzare - attraverso la professione dei consigli - la grazia del suo Battesimo: «pienezza» e «radicalità». Si tratta, secondo la formula meravigliosamente sintetica del decreto «Perfectae caritatis», di «tendere mediante i consigli evangelici alla perfetta carità»4 con un'intenzione profonda e rinnovata di adesione a Cristo e al suo Vangelo: vivere il Vangelo con radicalità, seguire Cristo il più da vicino possibile e questo per amore e con lo scopo di amare sempre meglio. Spiega molto bene Giovanni Paolo II: «La professione religiosa, sulla base sacramentale del Battesimo in cui si radica, è 'una nuova sepoltura nella morte di Cristo': nuova mediante la consapevolezza della scelta; nuova mediante l'amore e la vocazione; nuova mediante l'incessante conversione. Tale 'sepoltura nella morte' fa sì che ' CGS, 109 = Ci. anche ET, 7; RD, 7 ' CGS, 110 4 PC.f l'uomo `sepolto insieme a Cristo' `cammini con Cristo in una vita nuova' ».5 Dimensione cristologica della professione dei consigli. Dopo la riflessione di fondo sul radicamento battesimale della pro- fessione religiosa, il secondo capoverso si concentra sull'elemento più caratteristico - proprio di tutta la tradizione cristiana - della pratica dei consigli: la «sequela Christi», l'impegno cioè a seguire Cristo nella sua stessa forma di vita per dedicarsi totalmente al servizio del Regno.,, Le Costituzioni citano letteralmente il testo del decreto «Perfectae caritatis», che si collega con quello della Costituzione «Lumen gentium»: «i consigli, volontariamente abbracciati secondo la vocazione personale di ciascuno, sono capaci di assicurare una più grande conformità col genere di vita verginale e povera che Cristo Signore scelse per sé e che la Vergine sua Madre abbracciò».' Possiamo cogliere qual è l'intenzionalità profonda di colui che accoglie la divina chiamata: egli vuole seguire Gesù, modellare la propria esistenza sulla Sua, riprodurre in sé, anche se in forma imperfetta e limitata, il modo di vivere di Cristo e il suo orientamento di fondo nel servizio del Padre. In verità l'obbedienza, la povertà e la verginità non hanno senso se non a partire da Gesù Cristo, dalla sua vita e dalla sua parola. Egli, venendo in questo mondo per portare la salvezza, scelse per sé un tipo di vita, un modo concreto di realizzarsi anche umanamente; inaugurò uno stile proprio, originale di vivere, che è l'affermazione più piena e totale dei valori del Regno. Obbedienza, povertà e verginità in Cristo s RD, 7. Si trova qui il nucleo essenziale della risposta all'obiezione avanzata da alcuni circa l'uso dei comparativi nei riguardi della -Ma religiosa fatto dallo stesso Concilio e ripreso dalle Costituzioni salesiane («maggior» pienezza e radicalità). Fondata nella consacrazione battesimale e quindi nella vocazione universale alla santità, la vita consacrata eccelle per il proposito di una sequela Christi» radicalmente evangelica: la consacrazione religiosa non aggiunge un carattere nuovo e diverso alla grazia del Battesimo, ma imprime una spinta nuova di amore, che fa camminare con una volontà più determinata nella via della santità: si tratta di un vero dono dello Spirito, che giustifica l'espressione «speciale consacrazione» usata dal Concilio (Cf, PC, 5). o Che questo sia l'elemento centrale dell'articolo è evidenziato anche dal titolo (»AI seguito di Cristo») e dalla citazione biblica posta in capo all'intero capitolo. 7 LG 46 non furono soltanto degli esempi edificanti, ma tre dimensioni fondamentali della sua esistenza terrena, l'espressione della sua autodonazione al Padre e agli uomini. La vita religiosa si propone di rivivere e ripresentare, in forma pe- rennemente nuova nella Chiesa, questo modo di vivere di Cristo, questi suoi atteggiamenti fondamentali. Tutto questo assume un particolare significato per il salesiano, che, accogliendo la divina chiamata, ha seguito Cristo «Apostolo del Padre» (Cast 11) e si è impegnato a «lavorare con Lui alla costruzione del Regno» (Cost 3). Come Cristo Apostolo, il salesiano vuole vivere nella verginità, nella povertà e nell'obbedienza con amore e piena disponibilità per farsi strumento di salvezza per i suoi fratelli. Ma è nella partecipazione al mistero della Pasqua che la «sequela Christi» raggiunge la sua pienezza: se per ogni cristiano il Battesimo è «immersione nella morte e risurrezione del Signore» (Rm 6, 4-5), per il religioso la conformità a Cristo crocifisso e risorto è la norma costante e suprema della sua vita di discepolo. La Croce rivela la totalità dell'amore di Dio: rivela l'amore del Padre che dona al mondo il suo Figlio, e nello stesso tempo rivela la risposta d'amore del Figlio. Sulla Croce il Figlio è il vero «religioso del Padre», totalmente obbediente alla sua volontà, che non ha più nulla di suo per aver amato «con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze». Il testo delle Costituzioni mette bene in evidenza questa intima par- tecipazione al mistero pasquale di Cristo, che si attua nella professione dei consigli. É nella Croce che il salesiano trova la ragione profonda della sua vita: rinunciando all'uomo vecchio, egli realizza la sua unione con Cristo crocifisso, giungendo alla totalità dell'amore; dalla Croce promana la vita nuova del Cristo risorto, la vita secondo lo Spirito con i suoi frutti di grazia e di salvezza.' A conclusione di queste riflessioni, non si può non accennare al ri- ferimento che il nostro Fondatore faceva al Divin Salvatore come modello supremo della nostra vita secondo i consigli. Lo vedremo dettagliatamente trattando dei singoli voti. Basti ricordare qui alcune delle s La partecipazione all'annientamento di Cristo e alla sua vita nello Spirito è chiaramente indicata da PC, 5; si veda anche RI). 7. espressioni scritte da Don Bosco in una circolare del 1867 circa le di- sposizioni per entrare nella Società: «Chi entrasse (nella Società) per godere una vita tranquilla, aver comodità e proseguir gli studi, liberarsi dai comandi dei genitori, od esimersi dall'obbedienza di qualche supe- riore, egli avrebbe un fine storto e non sarebbe più quel Sequere me del Salvatore, giacché seguirebbe la propria utilità temporale e non il bene dell'anima. Gli Apostoli furono lodati dal Salvatore e venne loro promesso un regno eterno, non perché abbandonarono il mondo, ma perché abbandonandolo si professavano pronti a seguirlo nelle tribolazioni, come avvenne di fatto, consumando la loro vita nelle fatiche, nella penitenza e nei patimenti, sostenendo in fine il martirio per la fede»." Dimensione teologale della professione dei consigli. Il terzo capoverso dell'articolo sottolinea in modo esplicito la di- mensione teologale della professione dei consigli evangelici: per Cristo e in Cristo noi siamo condotti al Padre, che vogliamo amare sopra ogni cosa. Viene qui richiamata esplicitamente l'affermazione della Costituzione «Lumen gentium» che dice: «Con i voti o con altri impegni sacri simili ai voti il fedele... si dona totalmente a Dio amato sopra ogni cosa, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'onore di Dio». f° La vita di coloro che abbracciano i consigli evangelici vuole essere una particolare «confessione» dell'esistenza di Dio, della sua presenza salvatrice, del suo amore ricco di misericordia. È stato detto che i religiosi sono «i professionisti di Dio», nel senso che si dedicano a tempo pieno e con piena disponibilità agli interessi di Dio e del suo Regno; conquistati dall'amore di Dio, con la propria vita essi rivelano l'essenzialità della comunione con Dio come relazione costitutiva della verità ultima di ogni uomo; essi sono, in una parola, «gli uomini dell'Assoluto». Questo è vero non solo per quei consacrati, cui lo Spirito ha fatto il dono sublime di dedicarsi totalmente alla contemplazione di Dio, ma MB VIII, 828-830 ° LG, 44 anche per i religiosi più direttamente impegnati nelle opere di carità e di apostolato. Come scrive Paolo VI: «Quando poi la vostra vocazione vi destina ad altre funzioni in servizio degli uomini - vita pastorale, missione, insegnamento, opere di carità ecc. non sarà anzitutto l'intensità della vostra adesione al Signore che le renderà feconde?».11 Tutto ciò noi cogliamo nell'invito delle Costituzioni ad aderire a Dio amato sopra ogni cosa. E sentiamo qui riecheggiare le parole semplici del nostro Padre Don Bosco che inculcava ai suoi giovani la via della santità nell'amare e servire Dio sopra ogni cosa: 12 il salesiano con la testimonianza della sua vita consacrata educherà i giovani a scoprire Dio, amarlo e servirlo (questo concetto verrà ripreso e approfondito dall'art. 62). L'articolo conclude riassumendo con un'espressione sintetica la dottrina sviluppata: la vita secondo i consigli è una «vita interamente fondata sui valori del Vangelo», è cioè una via evangelica di santità che la Chiesa ha riconosciuto approvando le Costituzioni e proclamando la santità del Fondatore (cf. Cast 1 e 192). Al termine di tutta la descrizione del progetto salesiano si potrà affermare che «il Vangelo è la nostra Regola suprema» (cf. Cost 191), 0 Padre, noi Ti ringraziamo per averci chiamati fin dal giorno del nostro Battesimo ad essere Tuoi figli e collaboratori della Tua opera di salvezza. Mediante la professione religiosa Tu hai voluto accrescere in noi la grazia del Battesimo, chiamandoci a seguire da vicino il tuo Figlio nella via dei consigli evangelici. " ET, 10; ct PC, 5 'x Si vedano le espressioni di Don Bosco sull'amare e servire il Signore nel «Giovane Provveduto» (OE II, p. 185ss). Si può ricordare anche ciò che Don Bosco scrive nella prefazione alla vita di Domenico Savio: Dio doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar profitto dì quanto ivi leggeranno; e la Vergine Santissima, dì cui il giovane Savio era fervoroso divoto, ci ottenga di poter fare un cuor solo cd un'anima sola per amare il nostro Creatore, che è il solo degno di essere amato sopra ogni cosa, e fedelmente servito in tutti i giorni della nostra vita (OE X1, p. 160). Noi Ti preghiamo, o -Padre: donaci con abbondanza il Tuo Spirito, che ci conformi pienamente a Cristo Gesù nella partecipazione incessante alla Sua Pasqua come oblazione pura a Te gradita. Fa' che aderiamo totalmente a Te, amandoti e servendoti sopra ogni cosa, così da diventare una profezia vivente della Tua presenza salvatrice in mezzo agli uomini, specialmente in mezzo ai giovani. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore. ART. 61 AMORE FRATERNO E APOSTOLICO Don Bosco fa spesso notare quanto la pratica sincera dei voti rinsaldi i vincoli dell'amore fraterno e la coesione nell'azione apostolica. La professione dei consigli ci aiuta a vivere la comunione con i fratelli della comunità religiosa, come in una famiglia che gode della presenza del Signore.' I consigli evangelici, favorendo la purificazione del cuore e la libertà spirituale,2 rendono sollecita e feconda la nostra carità pastorale: il salesiano obbe. diente, povero e casto è pronto ad amare e servire quelli a cui il Signore lo manda, soprattutto i giovani poveri. cf. PC, 15 z cf. f.G, 46 Come è indicato dal titolo, questo articolo vuole particolarmente sottolineare il legame che esiste - nella nostra vita -- fra la pratica dei consigli evangelici e la missione apostolica vissuta nella comunità fraterna: il salesiano, che segue fedelmente Cristo obbediente povero e casto, è capace di vivere nella sua comunità come in una vera famiglia e di donarsi con entusiasmo sempre nuovo alla sua missione. Un'indicazione chiara di Don Bosco. L'articolo si apre con un richiamo a Don Bosco e al suo insegna- mento, che è garanzia di fedeltà al progetto di vita evangelica che Dio ha suscitato per la salvezza della gioventù. Già si è accennato, introducendo il capitolo VI, al significato dei voti religiosi nel disegno apostolico della Società salesiana: essi sono un vincolo che unisce saldamente i soci nell'amore per Cristo e nell'amore fraterno e li rende totalmente disponibili per il compimento della missione. Don Bosco è particolarmente sensibile al valore della comunione, che viene rinsaldato dalla pratica dei voti religiosi. Basta richiamare il primo articolo del cap. II delle Costituzioni del 1875, ripreso dall'art. 50 del presente testo costituzionale, che mette in risalto il ruolo fondamentale dei voti per la crescita della carità fraterna che giunge al punto di «formare un cuor solo e un'anima sola per amare e servire Iddio». Più ampiamente Don Bosco scrive nella Introduzione alle Costituzioni: «Molto si compiace il Signore di vedere abitare i fratelli nella sua Casa 'in unum', cioè uniti in una sola volontà di servire Dio e di aiutarsi gli uni gli altri. Questa è la lode che dà San Luca agli antichi cristiani, che cioè tutti si amavano così da sembrare che avessero un sol cuore ed un'anima sola".' Quanto al legame dei consigli evangelici con la missione apostolica, abbiamo presente l'insistenza di Don Bosco nel promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime. È interessante rileggere ciò che il nostro Padre scrive ancora nella Introduzione alle Costituzioni: «I nostri voti si possono chiamare altrettante funicelle spirituali, con cui ci consacriamo al Signore e mettiamo in potere del Superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché fra tutti facciamo un cuor solo ed un'anima sola, per promuovere la maggior gloria di Dio, secondo le nostre Costituzioni, come appunto c'invita a fare la Chiesa, quando dice nelle sue preghiere: Affinché una sia la fede delle menti e la pietà delle azioni».z I consigli evangelici rinsaldano la comunione fraterna. Nella Chiesa e per la Chiesa la professione religiosa è stata sempre un grande segno di amore, segno dell'amore di Dio che riserva qualcuno per Sé e lo destina ad una missione, e segno dell'amore del discepolo che rispdnde generosamente alla chiamata divina. Ora questo segno di amore si riversa con tutta la sua ricchezza sulla Chiesa stessa e, come un lievito, contribuisce a costruirla come comunità di amore. In questo senso è da intendersi l'espressione del Vaticano II: «i consigli evangelici congiungono in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero»: 3 essi nascono all'interno del disegno di amore che Dio ha per la sua Chiesa e l'aiutano a crescere nella carità e nella missione. D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni. Carità fraterna; cf. Appendice Costituzioni 1984, p- 225.226 ' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, I voti; cf. Appendice alle Costituzioni 1984, p. 218 a Cf LG 44 Ma l'articolo, citando il decreto «Perfectae caritatis», vuole soprattutto mettere in evidenza ciò che la pratica dei consigli apporta alla vita della comunità religiosa, costituendo una base sicura per una convivenza serena e per una comunione fraterna «come in una famiglia che gode della presenza del Signore» 4 La pratica fedele dei consigli evangelici non solo rimuove gli ostacoli che si oppongono alla convivenza cristiana (l'egoismo, lo smodato attaccamento ai beni terreni, l'amore esclusivoo della creatura), ma soprattutto positivamente libera energie per una vita di comunione più ricca e completa: il celibato consacrato consente di donarsi con maggiore libertà e sollecitudine ai fratelli nel Signore; la povertà conduce a condividere tutto, i beni materiali e le ricchezze spirituali, in clima di famiglia; l'obbedienza alla comune volontà del Padre aiuta ad assumere un atteggiamento di attenzione e di sottomissione fraterna, secondo le parole dell'Apostolo: «siate sotto messi gli uni agli altri» (Ef 5,21). Riferendosi specificamente alle nostre comunità salesiane, il CGS esprime così questa realtà: «Il nostro compito richiede 'équipes' ben amalgamate, coerenti nel metodo e nell'azione; richiede anche uno spirito di famiglia particolarmente cordiale: tutto ciò viene sostenuto dai valori evangelici della vita religiosa...».5 I consigli evangelici rendono più solleciti nell'azione apostolica. L'ultimo capoverso dell'articolo descrive sinteticamente l'influsso che la pratica dei consigli evangelici ha nei riguardi della missione: i voti, vissuti con amore, non solo possono unire i fratelli fra di loro, ma sono il presupposto per un servizio apostolicamente efficace. Anche qui viene anzitutto ricordato l'effetto liberante della vita evangelica secondo i consigli: è citato, nella sostanza, il testo della Co- stituzione «Lumen gentium», dove si afferma che «i consigli, volontariamente abbracciati secondo la vocazione personale di ciascuno, contribuiscono considerevolmente alla purificazione del cuore e alla libertà 4 PC, 15 5 CC; 5, 123 • irituale»: per questo «essi stimolano in permanenza il fervore della carità».ó La liberazione esteriore, che i consigli favoriscono, ci rende maggiormente disponibili a tempo pieno, con tutte le nostre risorse, per servire effettivamente i giovani; la liberazione interiore, poi, orienta verso di essi tutta la nostra potenza affettiva, rendendoci capaci di amarli con lo stile di affetto e di dedizione voluti da Don Bosco e secondo le esigenze di un'educazione veramente completa. Gli Atti del CGS spiegano autorevolmente questa dimensione apo- stolica dei nostri voti: «I valori evangelici della vita religiosa favoriscono il nostro servizio di salvezza integrale dei giovani e del ceto popolare e lo spirito di zelo e di bontà affettuosa con cui dobbiamo compierlo. Ci permettono di realizzare il «cetera tolle» che condiziona la pienezza del 'da mihi animas': difatti ci rendono disponibili nella nostra vita esteriore come nel profondo del cuore. Il salesiano rinuncia ad avere figli attraverso il matrimonio, per amare come suoi i giovani tra i quali vive e lavora. Rinuncia a possedere beni di fortuna per mettere se stesso e i beni che riceve al servizio dei poveri. Rinuncia a disporre della vita a suo piacere per essere mandato là dove il servizio è più necessario».' La storia della nostra Società dimostra ampiamente quanto la vita frugale e austera, la dedizione casta e generosa e la convinta compat- tezza di famiglia di generazioni di Salesiani alla scuola di Don Bosco, hanno permesso di dar avvio a iniziative ed opere e di svolgere compiti in condizioni che sembrerebbero proibitive. Ancor oggi certamente la dedizione incondizionata che proviene dallo spirito dei consigli evangelici è indiscutibilmente il segreto di un alto `rendimento' apostolico. Signore Gesù, Tu ci hai riuniti in una famiglia stretta dal vincolo della carità e sostenuta dalla vita evangelica di obbedienza povertà e castità, sull'esempio Tuo e del nostro Fondatore Don Bosco. * LG, 46 * CGS, 123 Accresci la generosità della nostra donazione quotidiana e aiutaci a vivere i santi voti come un cammino di puro amore nella fraternità della nostra famiglia religiosa. Fa' che, percorrendo con slancio la via evangelica dei consigli, liberi da tutto ciò che impedisce la carità, siamo pronti ad amare quelli a cui ci mandi, specialmente i giovani poveri. ART. 62 SEGNO PARTICOLARE DELLA PRESENZA DI DIO La pratica dei consigli, vissuta nello spirito delle beatitudini, rende più con- vincente il nostro annuncio del Vangelo. In un mondo tentato dall'ateismo e dall'idolatria deI piacere, del possesso e deI potere, il nostro modo di vivere testimonia, specialmente ai giovani, che Dio esiste e il suo amore può colmare una vita; e che il bisogno di amare, la spinta a possedere e la libertà di decidere della propria esistenza acquistano il loro senso supremo in Cristo salvatore. Il nostro modo di vivere tiene conto anche dell'abito: quello che i chierici portano, conforme alle disposizioni delle Chiese particolari dei paesi in cui di- morano, e il vestire semplice che Don Bosco consigliava ai soci laici,' vogliono essere un segno esterno di questa testimonianza e di questo servizio.' ' et. Cost 1875, XV, 1-3 ' ct. C1C, can. 669 Dopo aver presentato i consigli evangelici nel loro fondamentale rapporto a Cristo (Cast 60) e dopo averne evidenziato il valore in vista della carità fraterna e pastorale (Cast 61), le Costituzioni in due successivi articoli parlano della testimonianza che rendono coloro che percorrono questa strada di santità.' La testimonianza evangelica dei consigli nellà missione salesiana. Ogni missione apostolica, e particolarmente l'annuncio della Parola, ha bisogno, per essere efficace, di essere «confermata da segni che l'accompagnano» (Cf. Mt 16, 17-20). Il segno più eloquente è la testimonianza stessa della vita del messaggero: fu così per i profeti, fu così per Gesù e per i suoi Apostoli. Ora la pratica dei consigli, conformandoci alla vita stessa di Gesù, apporta a questa testimonianza un particolare vigore, perché ci impegna a vivere quei valori evangelici che insegniamo ai nostri giovani.' ` Il titolo dell'articolo si ispira alla Lettera apostolica «Redemptìonis donumq di Giovanni Paolo li, nn. 14 e 16. 2 Cf. CGS, 125 È questo il tema di fondo sviluppato dall'art. 62: chi testimonia il Vangelo con la propria vita lo può annunciare in modo più convincente. I voti religiosi, facendoci assumere con radicalità lo spirito delle beatitudini, accordano la nostra esistenza al compito e alle esigenze della evangelizzazione. Ciò è tanto più importante in un'epoca in cui i giovani sono estre- mamente sensibili a qualsiasi disaccordo tra le -parole e la vita dell'edu- catore. Lo asseriva Paolo VI: «L'uomo contemporaneo ascolta più vo- lentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni».3 E riferendosi specificamente ai religiosi, lo stesso Papa scriveva: «I religiosi rivestono un'importanza speciale nel contesto di una testimonianza che è primordiale all'evangelizzazione. Questa silenziosa testimonianza di povertà e di distacco, di purezza e di trasparenza, di abbandono nell'obbedienza, può diventare, oltre che una provocazione al mondo e alla Chiesa stessa, anche una predicazione eloquente, capace di impressionare anche i non cristiani di buona volontà sensibili a certi valori».4 Questa, d'altra parte, era la convinzione di Don Bosco che proponeva spesso il «buon esempio» come mezzo efficace per trascinare gli altri al Signore. «Nessuna predica è più efficace del buon esempio», scrisse nel «Primo piano di Regolamento».5 E ricordava ai suoi Salesiani educatori: «Non avvenga mai che si inculchi negli altri la pratica di una virtù, l'adempimento di un dovere, senza che siate i primi a praticarlo».6 Testimonianza per i giovani in un mondo tentato dall'ateismo e dal materialismo. La Regola orienta la testimonianza del salesiano in funzione di due situazioni principali in cui si trovano soprattutto i giovani. Da una parte essi soffrono la condizione di un mondo che è tentato dall'ateismo: un ateismo pratico, che spesso è indifferenza di fronte ai ' Paolo VI, Discorso ai membri del 'Consilium de Laicis', 2 ott. 1974; ripreso in EN, 41. ° EN, 69 ' MB IV, 753 b MB X, 1037 valori religiosi, dimenticanza di Dio più che una sua esplicita negazione. La nostra vita secondo il Vangelo rende testimonianza di Lui, della sua presenza e del suo Amore, in quanto il nostro vivere e il nostro stare con i giovani più bisognosi non hanno senso se non per Lui, liberamente scelto come Amore supremo, sommo Bene, Maestro perfetto. D'altra parte in un mondo, che sotto tante forme esalta il materia- lismo, i giovani sono tentati di trovare soluzioni fuori di Dio (e talvolta in sostituzione a Dio) per tre problemi fondamentali che incontrano nella loro crescita: il bisogno di amare e l'esercizio della sessualità, la spinta a possedere e a procurarsi i beni necessari per l'esistenza, e infine la libertà di regolare la propria vita con le esigenze dell'autonomia personale e dell'affermazione di sé e con i limiti imposti dalla convivenza sociale. Si tratta di problemi difficili, dalla cui soluzione dipende la relizzazione della persona o il suo smarrimento. L'educatore salesiano con la stessa sua vita casta, povera e obbediente attesta il senso cristiano dei suddetti valori: la sessualità è ordinata ai rapporti personali ispirati da un amore vero; il danaro ha una destinazione e una funzione di servizio; la libertà non viene data per do- minare o per opporsi ma per costruire insieme con gli altri. Scrive il CGS: «L'apostolo religioso stima molto questi valori, ma la sua vita consacrata ne contesta le deviazioni (erotismo, ricchezza ingiusta, potere oppressivo), ne manifesta i limiti, ne annuncia il superamento nella Pasqua di Cristo Liberatore».' Vi è dunque una relazione profonda tra il compito educativo e la vita secondo i consigli evangelici: è importante per noi esserne coscienti. La testimonianza dell'abito. L'ultimo capoverso si sofferma su di un particolare segno esteriore nella nostra vita di religiosi apostoli: l'abito che portiamo. Il testo si propone soprattutto di mettere in rilievo il significato che ha l'abito del religioso di fronte alla gente: è un segno esterno, ma un CGS, 125 segno che visibilmente collega una persona al disegno di Dio, che l'ha scelta e l'ha riservata per Sé.' Pur essendo attenti a non assolutizzare l'importanza dell'abito, va ricordato che anche con il nostro esteriore noi possiamo proclamare l'amore di Dio e far riconoscere la sua opera in mezzo al mondo. Ciò acquista un maggior rilievo in un mondo in cui i segni di Dio sono sempre più nascosti. Riferendosi specificamente al salesiano, il testo riporta il dato costante della nostra tradizione: Don Bosco non ha voluto che i suoi avessero una speciale divisa, un'uniforme propria della Congregazione, ma parlò di un vestito semplice, tuttavia serio e decoroso, tipico di religiosi dedicati a un lavoro di educazione della gioventù.9 Non è certamente da sottovalutare ciò che la responsabilità di educatori richiede anche per il nostro vestire. Il testo specifica, poi, che l'abito dei chierici,10 seguendo l'esempio e l'insegnamento di Don Bosco, si adeguerà alle disposizioni riguardanti il clero secolare. Tali disposizioni (concernenti sia l'abito stesso sia le circostanze e i tempi in cui viene indossato) non sono oggi identiche in tutti i paesi, ma dipendono dalle Chiese particolari: il salesiano chierico vi aderisce con fedeltà, dimostrando anche in questo il suo amore per la Chiesa. a Il testo riprende sostanzialmente un articolo che il CG22 aveva collocato nei Regolamenti generali, La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ha chiesto che, in armonia con le disposizioni del Codice di diritto canonico, il tema venisse trattato nello stesso codice fondamentale. Il can. 669 del CIC, citato in nota alle Costituzioni, si fonda sul pensiero del Vaticano II che dice: «L'abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell'apostolato, (PC, 17). 9 Nelle Costituzioni del 1875 Don Bosco tratta dell'abito in un capitoletto (XV), comprendente tre articoli: nel primo dice che la Società non ha un abito uniforme, ma l'abito dei soci si adatterà all'uso dei diversi paesi; gli altri due articoli si riferiscono specificamente all'abito dei chierici e a quello dei soci coadiutori. Si noti Ia conclusione: «Ma ciascheduno procurerà di fuggire tutte le novità dei secolari, (cf. F. MOTTO, p. 199). 10 La parola «chierici, è qui assunta nel senso generale attribuito, all'interno della nostra Società, dall'ars. 4 delle Costituzioni. Il tuo Cristo, o Padre, ci ha costituiti suoi segni in un mondo che vuole adorare le creature invece di Te, unico Dio vivo e vero. Fa' che, vivendo con fedeltà totale la nostra vocazione, diventiamo testimoni viventi delle Beatitudini del Vangelo tra i giovani, e tutto nella nostra condotta manifesti loro il Tuo amore e il senso supremo dell'esistenza in Gesù Cristo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. L'offerta della propria libertà nell'obbedienza, lo spirito di povertà evangelica e l'amore fatto dono nella castità fanno del salesiano un segno della forza della risurrezione. I consigli evangelici, configurando il suo cuore tutto per il Regno, lo aiutano a discernere e ad accogliere l'azione di Dio nella storia; e, nella semplicità e la- boriosità della vita quotidiana, lo trasformano in un educatore che annuncia ai giovani «cieli nuovi e terra nuova», 1 stimolando in loro gli impegni e la gioia della speranza.2 ' ef. Ap 21,1 z cf. Rm 12,12 Il tema della testimonianza che il salesiano dà vivendo lo spirito delle Beatitudini nella pratica dei consigli viene considerato nella sua dimensione pasquale ed escatologica: è la testimonianza del Regno di Dio, già operante per la Pasqua di Cristo, che cresce fino al suo compimento definitivo nella Gerusalemme celeste. Il testo dell'art. 63 raccoglie in unità ed evidenzia quegli aspetti di segno e di anticipo del Regno dei cieli che sono presenti nella professione dei consigli. L'articolo si ispira alla dottrina del Vaticano II, il quale, parlando del carattere di segno proprio della professione religiosa, soggiunge: «Poiché il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, il quale rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo tempo, meglio testimonia l'esistenza di una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannuncia la futura risurrezione a la gloria del regno celeste».1 Per noi Salesiani l'articolo si collega all'insistenza pedagogica con cui Don Bosco parlava del Paradiso ai suoi giovani e ai Salesiani: «Badate bene, o miei figlioli, che voi siete tutti creati per il Paradiso», scriveva per i suoi ragazzi; s «Pane, lavoro, paradiso», egli prometteva ai LG, 44 2 D. BOSCO, Giovane Provveduto, Parte I, (GE II, p. 190) Salesiani;' «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto!», ripeteva nelle difficoltà.¢ Nel sogno dei diamanti il «Premio», sul tergo del manto del personaggio che rappresenta la fisionomia del salesiano, è collegato con i diamanti dei tre voti e con quello del digiuno. Sui raggi si legge: «Se vi attrae la grandezza dei Premi, non vi spaventi la quantità delle fatiche. Chi soffre con Me, con Me godrà. È momentaneo ciò che soffriamo sulla terra, eterno è ciò che farà gioire i miei amici nel Cielo»,s Si può ben affermare che la coscienza del Paradiso è una delle idee sovrane e dei valori di spinta della tipica spiritualità e anche della pedagogia di Don Bosco.' Questa premessa ci aiuta a comprendere meglio le idee espresse dall'articolo costituzionale. Il salesiano è per i giovani segno della forza della risurrezione di Cristo. Il testo si apre con l'affermazione del valore pasquale della vita consacrata nella professione dei consigli. L'offerta del salesiano, che dedica al Padre la propria libertà, i suoi beni e tutto il suo amore, si congiunge con l'offerta del Cristo, con il mistero della sua morte e risurrezione, e testimonia al mondo che l'opera della salvezza del Cristo è viva e operante in mezzo agli uomini. I1 salesiano diventa così testimone della forza redentrice della Pasqua del Signore, segno della potenza («dynamis») della risurrezione, che è capace di trasformare il cuore dell'uomo. Scrive Paolo VI ai religiosi e religiose: «Questo mondo oggi più che mai ha bisogno di vedere in voi uomini e donne che hanno creduto alla parola del Signore, alla sua risurrezione e alla vita eterna, fino al punto di impegnare la loro vita terrena per testimoniare la realtà di questo amore che si offre a tutti gli uomini».7 Cf. MB VII, 544; XII, 598; XVII, 251; XVIII, 41 ° MB VIII, 444 s MB XV 184 a Cf. E. VIGANO, Profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, ACS n. 300 (1981), p. 27 ET, 53 Il salesiano con la sua vita annuncia ai giovani «cieli nuovi e terra nuova». Il secondo capoverso approfondisce queste verità. Sono ben evidenziati i due atteggiamenti caratteristici del cristiano, che nel religioso devono splendere di più viva luce. Da una parte egli attesta la realtà di un fatto che è già compiuto: il Signore è venuto! Il Signore è presente! La Pasqua di Cristo ha inaugurato i tempi nuovi ed ultimi ed i beni messianici già sono dati agli uomini. Dall'altra parte la vita del cristiano è un atto di speranza nella prossima venuta del Signore, speranza del definitivo compimento del Regno di Cristo nei «nuovi cieli e nuova terra», che Dio prepara per i suoi figli. Ciò si esprime nell'incessante preghiera dello Spirito e della Sposa: «Maranathà! Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20). I1 salesiano, come ben esprime il nostro testo, vuole testimoniare questa duplice realtà. Egli attesta anzitutto che il Signore è vivo ed è presente nella storia e che, come afferma il Concilio, «i beni celesti sono già dati», sia pure in misura iniziale, su questa terra." Diceva S. Teresa di Lisieux: «In cielo certo vedrò Dio. Ma quanto ad essere con Lui, lo sono già su questa terra». La vita secondo i consigli, conforme alla stessa forma di vita che il Figlio di Dio volle abbracciare per compiere la volontà del Padre, va via via configurando il cuore del salesiano a quello del Cristo, che palpita solo per il Regno: così egli impara a «discernere ed accogliere l'azione di Dio nella storia» e diventa capace di additarla ai giovani. Con questo impegno storico si congiunge il compito profetico di annunciare il Signore che viene, il Regno che si compie, «i nuovi cieli e la nuova terra» che costituiranno la condizione definitiva dell'umanità. Qui i consigli evangelici hanno una funzione evidente. La verginità è la vita eterna iniziata: «In cielo, si sarà come gli angeli, non si prenderà né moglie né marito» (Mc 12,25). Così la povertà: «Per seguire me, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo» (Mc e Cf. LG, 44 per Ia testimonianza dei religiosi; LG, 48 sull'indole escatologica della Chiesa. 10,21). E così l'obbedienza: «Padre, sia fatta la tua volontà sulla terra come in cielo» (Mt 6,10). Il testo della Regola sottolinea il messaggio di speranza che il salesiano, profeticamente, deve portare con la sua vita: ciò ha un rilievo particolare se collegato con la sua missione di educatore della gioventù, capace perciò di radicare il futuro delle giovani generazioni sui sicuri orizzonti della speranza. Questa speranza non è attesa passiva, ma è carica di impegno ed è fonte permanente di gioia vera. Ci sono di guida le parole dell'Apostolo, che la liturgia utilizza nella festa del nostro Padre Don Bosco: «Siate sempre lieti, il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). O Padre, che nel giorno della professione hai gradito l'umile offerta della mia libertà e del mio amore, unendola al sacrificio redentore del Tuo Figlia, trasforma la mia povertà con la potenza del Tuo Spirito, e fa' della mia vita un segno vivo della risurrezione. Configura il mio cuore a quello del Tuo Figlio, sì che, d'ora in poi, esso palpiti solo per il Regno. Aiutami a discernere i segni della tua presenza e della tua azione tra gli uomini, per essere, come Don Bosco, portatore di gioiosa e attiva speranza, capace di attestare in ogni momento che, oltre le sofferenze della vita presente, ci attendono «nuovi cieli e nuova terra» in cui abita la giustizia. Per Cristo nostro Signore. LA NOSTRA OBBEDIENZA «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che pali e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9). Altri testi biblici sono ricordati nelle Costituzioni a proposito dell'ob- bedienza, e tutti lo sono in rapporto all'atteggiamento obbediente di Cristo: Fil 2,8; Mt 26,42, Gv 12,24 (Cost 71). È Lui, le ragioni e lo stile della sua sottomissione al Padre che stanno al centro. Eb 5,8-9 rafforza potentemente questa dimensione cristologica dell'obbedienza religiosa, apportando il prezioso motivo del nChristus oboediens» in quanto «Christus patiens». Eb 4,14-5,10 (che fa da contesto alla citazione) intende mostrare Gesù Cristo come sommo sacerdote misericordioso, profondamente solidale con quanti sono provati. Ebbene Egli ha compiuto ciò attraverso un processo drammatico: accolse con totale disponibilità il piano di salvezza del Padre, in fedeltà al quale, pur essendone Figlio, non esitò ad andare incontro alle estreme conseguenze: alla morte in croce. Ma Dio lo fece risorgere proponendolo come causa di salvezza eterna per tutti coloro che seguono coraggiosamente il suo itinerario obbedienziale. Ma Gesù non è solo modello. Secondo il principio di saggezza popolare che chi soffre impara («epathen - emathen»), Egli che per obbedire al Padre soffrì per noi, ha imparato nella sua carne il prezzo duro richiesto alla nostra obbedienza. Imparò li senso dell'obbedienza, soffrendone coraggiosamente le pene. Obbediamo dunque a Dio in Cristo per l'esito felice del suo obbedire, ma anche nella consapevolezza che Egli è solidale con noi. Non solo ci aspetta al traguardo, ma cammina con noi verso di esso. Non solo ci fa da modello, ma è nostro sacerdote intercessore perché sappiamo obbedire. Questa comunione con l'obbedienza di Cristo e i significati salvifici che Egli vi ha inteso diventano la ragione dominante dell'obbedienza sa- lesiana, che le Costituzioni ci presentano (Cost 64-71). ART. 64 SIGNIFICATO EVANGELICO DELLA NOSTRA OBBEDIENZA Il nostro Salvatore ci assicurò di essere venuto sulla terra non per fare la propria volontà, ma la volontà del Padre suo che è nei cieli.' Con la professione di obbedienza offriamo a Dio la nostra volontà e riviviamo nella Chiesa e nella Congregazione l'obbedienza di Cristo, compiendo la missione che ci è affidata. Docili allo Spirito e attenti ai segni che Egli ci dà attraverso gli eventi, prendiamo il Vangelo come regola suprema2 di vita, le Costituzioni come via sicura, i superiori e la comunità come quotidiani interpreti della volontà di Dio. ' ci. Cost 1875, 111,1 ci. PC, 2 Lo scopo di questo articolo, che introduce la sezione dedicata al- l'obbedienza del salesiano, è quello di fondare evangelicamente l'obbe- dienza e rivelarne quindi il senso più profondo. Il testo si appoggia to- talmente sul pensiero del nostro Fondatore e sulla dottrina del Concilio, approfondita nella riflessione del CGS.' Possiamo sottolineare soprattutto tre linee di pensiero che sono sviluppate nell'articolo. Gesù Cristo obbediente al Padre. L'obbedienza del religioso si radica profondamente nell'obbedienza di Gesù Cristo e rappresenta un aspetto della sua sequela. I1 Concilio, volendo presentare all'interno del popolo di Dio la via di coloro che abbracciano i consigli evangelici, li definisce «gli uomini e le donne che seguono più da vicino l'annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano... al fine di conformarsi più pienamente al Cristo obbediente».2 Il decreto «Perfectae caritatis», a sua volta, sottolinea che l'obbedienza del religioso è «ad imitazione di Gesù Cristo, che venne per fare la volontà del Padre (cf. Gv 4,34; 5,30; Eb 10,7; Sal ' Cf. L'obbedienza salesiana oggi, CGS, 624 ss 2 LG, 42 39,9) e, `prendendo la forma di servo' (Fil 2,7), dai patimenti sofferti conobbe l'obbedienza (Eb 5,8)».' Non possiamo comprendere quindi l'obbedienza del salesiano, se non prendiamo coscienza della profondità del mistero di Cristo obbediente. Leggiamo negli Atti del CGS: «In Gesù l'obbedienza al Padre è la sintesi della sua vita e del suo mistero di morte e risurrezione. Essa rivela la sua identità di Figlio e insieme di servo, mostrandolo unito in modo indicibile e assolutamente unico al Padre e, perciò, totalmente docile a Lui» ,1 È facile concludere: «Dalla nostra inserzione battesimale nel Cristo e nell'amore che lo unisce al Padre trae la sua vera origine la nostra obbedienza».5 Non si sottolineerà mai abbastanza questa visuale fondamentale: Gesù obbediente è la sorgente viva e il modello del nostro obbedire; al di fuori della fede in Cristo l'obbedienza religiosa non ha senso! L'articolo costituzionale, oltre che attraverso il testo scritturistico posto in testa alla sezione (Eb 5,8-9), afferma questo fondamento eristica dell'obbedienza salesiana citando la frase che Don Bosco aveva collocato nel primo articolo delle Costituzioni sul voto di obbedienza: «Il Divin Redentore ci assicurò ch'Egli non è venuto sulla terra per fare la volontà propria, ma quella del suo celeste Padre».6 Questa espressione del nostro Fondatore evoca le affermazioni evangeliche dove Gesù riassume il proprio atteggiamento di Figlio e di perfetto servitore del Padre: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e portare a compimento la sua opera» (Gv 4,34). Si può accennare fin d'ora che questo riferimento al Cristo obbediente sarà ripreso nell'ultimo articolo della sezione, dove l'obbedienza è considerata nel suo momento culminante cioè nella partecipazione al mistero pasquale del Signore. 3 PC, 14 " CGS, 627 s IVi ° Costituzioni 1875, 111,1 (Lf. F. MOTTO, p. 93) Riviviamo l'obbedienza di Cristo nel compimento della missione. Il secondo capoverso cerca di approfondire il significato della nostra obbedienza: «con la professione di obbedienza offriamo a Dio la nostra volontà». II testo si richiama ancora esplicitamente al decreto «Perfectae caritatis»,' per affermare che si tratta di un uso intensamente evangelico della libertà. Rinunciare, in clima di fede, a condurre da solo la propria vita e accettare fil.ialmente di sottomettersi alla volontà di Dio Padre, è l'obbedienza di ogni cristiano. La nostra obbedienza di religiosi consiste nel vivere questo mistero con un carattere di totalità («offriamo a Dio la nostra volontà») all'interno di un progetto comunitario («riviviamo nella Chiesa e nella Congregazione l'obbedienza di Cristo»). Il testo afferma il carattere ecclesiale e comunitario della nostra obbedienza: Cristo sempre vivo, continua a obbedire al Padre attraverso la Chiesa e i suoi membri battezzati; per questo è stato detto che «un figlio della Chiesa è figlio dell'obbedienza».a All'interno della Chiesa l'obbedienza di Cristo rivive nell'umile servizio che la nostra Congregazione rende al disegno della salvezza. In modo speciale deve esser sottolineato lo stretto legame tra l'obbedienza e la missione che il Signore ci affida. Il testo della Regola ha cura di segnalare che noi «riviviamo... l'obbedienza di Cristo compiendo la missione che ci è affidata». Per Gesù l'obbedienza «fino alla morte e alla morte di croce» è stata in funzione della missione redentrice per cui venne in questo mondo («per noi e per la nostra salvezza è disceso dal cielo», diciamo nel Credo). Anche per noi la professione di obbedienza, facendoci aderire interamente alla volontà del Padre, ci inserisce nel suo disegno di salvezza e ci permette di lavorare efficacemente in un progetto apostolico specifico: obbedire a Dio porta ad essere pienamente disponibili per il servizio dei fratelli in Cristo. Si vede così come l'obbedienza sta al centro della nostra vocazione di apostoli: è ordinata alla nostra missione per la salvezza della gioventù. Cf. PC, 14 s Card. H. De Lubac Don Bosco dava un grande valore all'obbedienza proprio in prospettiva della missione della Società. Basta ricordare i sogni del nastro 9 e quello dei diamanti.10 In molte occasioni il nostro Fondatore ha evidenziato la centralità dell'obbedienza: «L'obbedienza è l'anima delle Congregazioni religiose, è quella che le tiene unite», egli diceva." Merita, in particolare, di essere citata la conferenza che fece ai Salesiani la sera dell'11 marzo 1869, subito dopo l'approvazione della Congregazione da parte della Sede Apostolica. Dopo di aver rilevato che fino allora «non essendoci ancora l'approvazione da parte della Chiesa, la Società era come in aria...», tosto soggiunge: «Miei cari, in questo momento la cosa non è più così. La nostra Congregazione è approvata: siamo vincolati gli uni gli altri. Io sono legato a voi, voi siete legati a me, e tutti insieme siamo legati a Dio... Non siamo più persone private, ma formiamo una Società, un corpo visibile...». Sviluppando poi l'immagine paolina del corpo, Don Bosco mette in risalto l'importanza dell'obbedienza per la vita della Società: «Questa è come il perno su cui si regge tutta la nostra Società, perché se manca l'obbedienza tutto sarà disordine. Se invece regna l'obbedienza, allora si farà un corpo solo e un'anima sola per amare il Signore». 12 Le mediazioni attraverso cui si manifesta la volontà del Padre. L'ultimo capoverso dell'art. 64 spiega più ampiamente il modo con cui l'obbedienza viene esercitata «nella Chiesa e nella Congregazione salesiana». Il problema difficile, infatti, non è sempre quello di aderire di cuore alla volontà di Dio Padre; sovente è quello di conoscere tale volontà, di sapere attraverso quali segni scoprirla e attraverso quali strumenti interpretarla. Don Bosco ci dice: «Noi facciamo voto di ubbi- dienza appunto per assicurarci di fare in ogni cosa la santa volontà di Dio»,F3 ' MB 11, 298-299 10 MB XV, 183; cf. Profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, ACS n. 300 (1981). " Cf. MB XII, 459 12 MB IX, 572.573 Il Costituzioni 1875, III,1 (cf. F. MOTTO, p. 93) Quali sono, dunque, per noi i segni e gli strumenti per una sicura adesione alla volontà di Dio? L'articolo costituzionale si propone di rispondere, indicando le «mediazioni» attraverso cui si manifesta la volontà del Padre. Ci può essere di guida, per una comprensione più profonda, il CGS, sulla cui riflessione è appunto fondato il testo. 14 Tra i molteplici segni che manifestano la volontà di Dio dicono gli Atti del CGS - sono di grande importanza gli avvenimenti e le situazioni concrete della vita («Dio parla attraverso la storia»), sia quelli di portata generale come i «segni dei tempi», sia quelli particolari come le necessità, le urgenze, le esigenze e i problemi dei giovani che interessano i singoli tempi, luoghi, comunità e individui. Ma questi segni non sempre si possono interpretare con chiarezza e con facilità. Per scoprirne il significato profondo ci rivolgiamo, in primo luogo, al VANGELO, dove troviamo esposta l'obbedienza perfetta di Gesù. Certamente esso è valido per tutti i cristiani, ma il Concilio ha creduto bene di ricordare che esso rimane «a fortiori» la «regola suprema» di tutti i religiosi." Le COSTITUZIONI sono un altro strumento specifico per noi: costi- tuiscono il nostro punto di vista evangelico per approfondire la realtà; la loro approvazione da parte della Sede Apostolica ci garantisce che esse tracciano una via pratica e sicura di santità (Cf. Cast 192) e nello stesso tempo ci uniscono allo spirito di obbedienza della Chiesa. Il Vangelo e le Costituzioni sono strumenti oggettivamente sicuri e assicurano la fedeltà allo spirito e alla missione della Congregazione. Per confrontarli con la storia e applicarli alla realtà concreta I SUPERIORI E LA COMUNITÀ hanno un ruolo proprio come «quotidiani interpreti della volontà di Dio». L'obbedienza a Dio mediante la sottomissione a un uomo, che rappresenta Dio, è partecipazione della radicalità dell'obbedienza di Cristo, che ha voluto essere sottomesso a degli uomini nell'incarnazione e nella sua missione redentrice. Questo aspetto dell'obbedienza al Superiore sarà più ampiamente ripreso negli articoli seguenti. Qui basta ricordare che l'aspetto che distingue l'obbedienza 1a Cf. CGS, 630 5 Cf. PC, 2 «religiosa» dalla comune virtù cristiana dell'obbedienza sta precisamente nella sottomissione della volontà al proprio legittimo Superiore: è l'impegno che abbiamo preso con la formula della professione (cf. Cost 24). Merita un cenno particolare la menzione della comunità come luogo in cui si manifesta la volontà di Dio. È chiaro che si tratta della comunità che include il Superiore come padre e guida; ma si vuole evidenziare che nella comunità sia locale che ispettoriale o mondiale, a conclusione della comune ricerca, c'è per ciascun membro una indicazione provvidenziale della volontà del Padre. Anche questo aspetto sarà ripreso quando si parlerà dell'obbedienza comunitaria (Cost 66). O Padre, Ti ringraziamo per averci chiamati a rivivere nella Chiesa e nella Società salesiana il mistero del Tuo Figlio fattosi per noi servo «obbediente fino alla morte di croce». Noi Ti offriamo la nostra libertà di figli, unendola totalmente al tuo disegno di amore, nel compiere la missione di salvezza che Tu ci hai affidata, con lo spirito e la dedizione di Don Bosco. Manda a noi, o Padre, il Tuo Spirito di verità, e rendici capaci di leggere i segni della Tua santa volontà, che continuamente ci manifesti nel Vangelo di Gesù, nelle nostre Costituzioni, nelle disposizioni dei Superiori e in ogni circostanza della nostra vita. Fa' che siamo pronti a risponderTi con amore generoso e fedele. Per Cristo nostro Signore. ART. 65 STILE SALESIANO DELL'OBBEDIENZA E DELL'AUTORITÀ Nella tradizione salesiana obbedienza e autorità vengono esercitate in quello spirito di famiglia e di carità, che ispira le relazioni a stima e a fiducia reciproca. Il superiore orienta, guida e incoraggia, facendo un uso discreto della sua autorità. Tutti i confratelli collaborano con un'obbedienza schietta, pronta e fatta «con animo ilare e con umiltà.' Il servizio dell'autorità e la disponibilità nell'obbedienza sono principio di coesione e garanzia di continuità della Congregazione; per il salesiano sono via di santità, fonte di energia nel lavoro, di gioia e di pace. ' Cesr 1 87.5, 111,2 Dopo aver descritto l'obbedienza nella sua sorgente evangelica e in relazione al modello divino, Gesù Cristo, venuto per compiere la volontà del Padre, le Costituzioni presentano il modo proprio con cui obbedisce il salesiano: l'art. 65 propone infatti «lo stile salesiano dell'obbedienza e dell'autorità». Notiamo subito che, in questo come in altri articoli della sezione, obbedienza e autorità sono strettamente unite fra loro. Ciò vuol mettere in evidenza non soltanto che il modo di obbedire è legato al modo di comandare, ma soprattutto che sia colui che esercita l'autorità come il fratello che liberamente ha accolto di sottomettergli la propria volontà sono servitori di un unico progetto apostolico, vincolati da una stessa Regola e. uniti nell'autentica ricerca della volontà di Dio.' La fonte degli orientamenti esposti in questo articolo è direttamente l'esempio e l'insegnamento di don Bosco, che è stato trasmesso ai suoi figli ed è diventato patrimonio di famiglia, elemento fondante della nostra tradizione (si noti appunto il riferimento alla tradizione che viene fatto nell'introdurre l'articolo). Si veda quanto Don Bosco diceva nella conferenza del 3 Febbraio 1876 a proposito del legame del Superiore con la Regola (MB XII, 81), Ciò sarà richiamato più ampiamente nell'articolo seguente, parlando dell'obbedienza comunitaria. Già illustrando il precedente art. 64 è stato messo in risalto il valore centrale che Don Bosco attribuiva all'obbedienza nel progetto apostolico della sua Società: l'obbedienza del salesiano è orientata al compimento della missione, è cioè l'obbedienza di un apostolo che si realizza nella consegna incondizionata che egli fa di sé al servizio di coloro per cui il Signore lo manda. Parallelamente il compito dell'autorità salesiana è inanzitutto quello di animare la comunità guidandola nello svolgimento di questo servizio. Ma, affermato il carattere apostolico fondamentale dell'obbedienza e dell'autorità salesiana, l'articolo vuole descrivere il modo con cui queste vengono esercitate. Che cosa insegna Don Bosco al riguardo? Tutti conosciamo il principio della totale disponibilità che Don Bosco vuole realizzato nell'obbedienza: egli desidera che i suoi figli si abituino a «vedere nella volontà del Superiore la volontà di Dio» 2 e «abbiano sempre presente che il Superiore è il rappresentante di Dio e chi ubbidisce a lui ubbidisce a Dio medesimon.3 Egli vuole che i suoi Salesiani siano «come un fazzoletto» nelle mani del Superiore ,4 vuole cioè gente totalmente disponibile e anche disposta a far di tutto quando occorra. Ma questa esigenza di totale disponibilità si congiunge con un altro principio, su cui Don Bosco fonda la sua comunità, che è il valore della fraternità cristiana: secondo il pensiero di Don Bosco, l'anima che deve guidare questo corpo gerarchicamente strutturato deve essere la carità.' Ciò è doveroso per tutti, nei rapporti che vincolano i membri gli uni con gli altri; ma è ancor più doveroso per colui che deve essere padre per i suoi sudditi:> il suo comando deve essere la carità;' egli deve farsi amare prima di farsi temere." Mentre perciò Don Bosco esige la piena e totale disponibilità del- l'obbedienza, nell'esercizio dell'autorità è profondamente umano, poi ' Cf. MB IX, 574 ' Cf. MB IX, 575 * Cf. MB III, 550; cf, anche MB IV, 424; VI, 11-12; XIII, 210. s Cf. MB IX, 574 * Costituzioni 1875, 111,2 (cf. F. MOTTO, p. 93) 7 Cf. MB XIII, 723 * Cf. MB VII, 524 ché vuole che l'obbedienza sia compiuta per amore e non per forza, con gioia e non malvolentieri.9 Egli sa valorizzare le doti dei singoli, vuole che «ciascuno si occupi e lavori quanto lo permette la sanità propria e capacità»,10 chiede un'obbedienza di uomini adulti e responsabili. In sintesi, Don Bosco esercita la sua autorità e chiede ai suoi figli l'obbedienza come in una famiglia. Questo riferimento alla prassi di Don Bosco aiuta a comprendere meglio il testo dell'articolo, che in tre capoversi presenta alcuni tratti dello stile salesiano di comandare e obbedire con i frutti che ne derivano. Obbedienza e autorità vissute in spirito di famiglia e con carità. Lo spirito di famiglia e di carità è l'atmosfera che avvolge, presso di noi, sia l'obbedienza sia l'autorità. Già trattando dello spirito salesiano (cf. Cost 16) e della comunità fraterna (cf. Cost 49. 51) si è detto che lo spirito di famiglia è un'idea centrale e orientatrice di Don Bosco. Ad essa egli si riferisce spesso nel parlare e nello scrivere, si ispira nel dar vita alla sua opera e nel reg gerla. Vuole la comunità come una sana, ordinata e concorde famiglia; l'amore vi deve regnare e deve ispirare la vita, il lavoro i rapporti reci proci; in essa il Superiore è come amico, fratello, padre (cf. Cost 55). Come si accennava, è significativo quanto don Rinaldi scrisse in occasione del 50° dell'approvazione delle Costituzioni: «Don Bosco, più che una Società, intendeva formare una famiglia, fondata quasi esclu sivamente sulla paternità soave, amabile, vigilante del Superiore e sul l'affetto filiale, fraterno dei sudditi».11 Comprendiamo ciò che Don Bosco stesso scriveva ad un salesiano, cui aveva affidato la direzione di una Casa: «Va' in nome del Signore, va' non come Superiore, ma 9 Cf. MB XII, S 1 1O MB IX, 574 " D. RINALDI, Lettera per il 50' dell'approvazione delle Costituzioni, ACS n. 23, 24 gennaio 1924, p. 179 come amico, fratello e padre. II tuo comando sia la carità, che si adopera di fare del bene a tutti, del male a nessuno».12 A don Rua, Direttore a Mirabello, aveva dato la norma: «Studia di farti amare prima di farti temere; nel comandare e correggere fa sempre conoscere che tu desideri il bene e non il tuo capriccio» .13 L'articolo costituzionale, mettendo in evidenza questo stile di famiglia e di carità, come caratteristico dello spirito salesiano, dice che esso «ispira le relazioni a stima e a fiducia reciproca»: è cioè uno spirito che unisce i confratelli fra loro e con i Superiori in un clima il più intenso possibile di confidenza vicendevole, di simpatia, di fiducia, di dialogo sereno e costruttivo, appunto come avviene in una famiglia dove i membri si stimano e si amano. Si noti l'esplicito richiamo alla «reciprocità» nei rapporti: confidenza del salesiano nel suo Superiore e fiducia del Superiore nei suoi confratelli: «mutua confidenza» secondo l'espressione dell'art. 16. Non bastano la stima e l'affetto da una parte sola. Non c'è riuscita e felicità se non nell'incontro di due sforzi positivi: ognuno deve sforzarsi di dare pienamente la propria fiducia e meritare quella del confratello. Non dimentichiamo che la soluzione pratica di molti problemi ri- guardanti l'autorità e l'obbedienza si trova nell'impegno di sviluppare questo clima, così caratteristico della nostra famiglia. Il modo salesiano di comandare e di obbedire. Può sorprendere, a prima vista, l'espressione che leggiamo nel testo della Regola per tratteggiare il Superiore salesiano: egli - è detto - fa un uso «discreto» della sua autorità. Non si vuole certamente ridurre il compito preciso del Superiore di guidare la comunità e i confratelli con un'autentica capacità di governo; ma si vuole piuttosto sottolineare che tra noi l'uso di ordini formali è sobrio e che il governo si suole esercitare nella linea della animazione. Già l'art. 55 aveva descritto il Superiore salesiano come un «fratello tra fratelli», che agisce come «padre, maestro e guida spirituale». 12 Lettera a D_ Pietro Pcrrot, Epistolario, vol III, p. 360; cf. anche Lettera a D. Domenico Tornatis, Epistolario, vol IV, p- 337 13 MB VII, 524 Qui si ribadisce che la sua azione si svolge su questa linea: egli «orienta» come maestro portatore di dottrina spirituale, «guida» come primo responsabile pieno di zelo e di prudenza pastorale, «incoraggia» come padre e fratello ricco di affetto. É chiaro che, in queste condizioni, il ricorso frequente a interventi di autorità diventa superfluo: illuminati e guidati, i confratelli camminano con responsabilità e spirito di iniziativa nel realizzare il progetto comune. L'articolo, evidentemente, non esaurisce la presentazione delle ca- ratteristiche dell'autorità salesiana: esso va completato con quanto è detto in altri punti del testo costituzionale e regolamentare.'' Le caratteristiche salesiane dell'obbedienza sono descritte con espressioni care a Don Bosco, prese in parte da uno degli articoli delle Costituzioni scritte dal nostro Padre: «Ognuno obbedisca al proprio Superiore, e lo consideri in tutto qua] padre amoroso, ubbidendolo senza riserva alcuna, con animo ilare e con umiltà».' 5 Vale la pena sottolineare le tre qualità dell'obbedienza salesiana: - Un'obbedienza schietta: l'aggettivo «schietta» traduce l'espressione «senza riserva alcuna» e richiama la disponibilità generosa e incondizionata e insieme la sincerità e profondità della risposta del salesiano a Dio che lo chiama attraverso la mediazione del Superiore. - Un'obbedienza pronta: è facile pensare non solo alla prontezza materiale della risposta, ma a quello spirito di collaborazione pieno di iniziativa che è ben riassunto da don Caviglia in una delle sue Confe- renze sullo spirito salesiano: «Noi abbiamo uno spirito che si riassume nel motto salesiano `vado io'. Non so quanti giorni di indulgenza abbia, ma è certo il maggior trionfo per la Congregazione che è cresciuta tutta col 'vado io', così, in forza di sacrifici».16 - Un'obbedienza gioiosa: l'espressione «con animo ilare» non vuol dire necessariamente che si debba obbedire, in ogni occasione, con un largo sorriso (tanto meglio se ciò accade!); essa equivale a «con buon animo» e richiama l'espressione paolina citata da Don Bosco " Cf., in particolare, Cast 55, Reg 121.124, 173-176 15 Costituzione 1875. 111,2 (cf. F. MOTTO, p. 93) 's A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano, Torino 1985, p, 57 nella sua Introduzione alle Costituzioni: «Ubbidite volentieri e prontamente... La vera ubbidienza... consiste nel fare con buon animo qualunque cosa ci sia comandata... imperocché, scrive san Paolo, Dio ama l'allegro donatore: `Hilarern enim datorem diligit Deus'». In un discorso tenuto ai confratelli a Varazze sulla Strenna del 1872 Don Bosco parlava della «vera ubbidienza», cioè - diceva -- «di quella che ci fa abbracciare con volto ilare le cose che ci sono comandate e le abbracciamo come buone perché ci vengono imposte dal Signore»." I frutti di questa obbedienza. L'ultimo capoverso dell'articolo è un incoraggiamento a mantenere lo spirito salesiano nel servizio dell'autorità e nell'obbedienza, considerando i frutti che ne derivano. Tali frutti si riferiscono sia all'intera Società che a ciascuno dei suoi membri. - - Coesione della Congregazione e garanzia di continuità: questi due frutti dell'obbedienza salesiana sono stati messi in rilievo da Don Bosco stesso nella citata conferenza tenuta ai confratelli l'11 marzo 1869. Come già si ricordava, Don Bosco applica alla Congregazione l'immagine del corpo, che ha un solo capo con membra aventi funzioni complementari: «Se questo corpo, che è la nostra Società, sarà animato dallo spirito di carità e guidato dall'ubbidienza, avrà in sé il principio della propria sussistenza e l'energia a operare grandi cose a gloria di Dio, al bene del prossimo ed a salute dei suoi membri».'" - Per ciascun membro della Società, l'obbedienza è «via di santità»: lo fa aderire al volere di Dio e lo pone al posto giusto per la realizzazione della missione che il Signore gli affida nella famiglia di Don Bosco: in questo, diceva l'art. 2, «troviamo la via della nostra santificazione». L'obbedienza è anche «fonte di energia nel lavoro», perché dà libero accesso in noi alla grazia di Dio e perché ci dà la sicurezza di essere là dove Dio ci vuole. Infine essa è «fonte di gioia e di pace»: Don Bosco l'ha promesso quasi in forma solenne: «Se voi eseguirete I'ubbi ' MB X, 1037 '" M13 IX, 573-575 dienza nel modo suindicato, io vi posso accertare in nome del Signore che passerete in Congregazione una vita veramente tranquilla (pace) e felice (gioia)».79 0 Signore, Ti ringraziamo per averci chiamati a lavorare al tuo servizio e per la salvezza della gioventù in una famiglia che Don Bosco ha voluto guidata dallo spirito di carità, in un clima di stima reciproca, di confidenza e serenità. Concedici di vivere insieme, superiori e fratelli, animati dal Tuo Santo Spirito, in servizio reciproco di amore. Fa' che il servizio di guida e di animazione dei Superiori e l'obbedienza schietta, pronta e gioiosa di tutti noi siano per la Congregazione garanzia di continuità e per ogni salesiano via di santità, fonte di energia nel lavoro, di gioia e di pace. Così sia! " D. BOSCO, fniroduzlone alle Costituzioni, Ubbidienza; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 220 ART. 66 CORRESPONSABILITA NELL'OBBEDIENZA Nella comunità e in vista della missione tutti obbediamo, pur con compiti diversi. Nell'ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell'Eucaristia esprimiamo e rinnoviamo la nostra comune dedizione al divino volere. Nelle cose di rilievo cerchiamo insieme la volontà del Signore in fraterno e paziente dialogo e con vivo senso di corresponsabilità. Il Superiore esercita la sua autorità ascoltando i confratelli, stimolando la partecipazione di tutti e promuovendo l'unione delle volontà nella fede e nella carità. Egli conclude il momento delIa ricerca comune prendendo le opportune decisioni, che normalmente emergeranno dalla convergenza delle vedute. Tutti quindi ci impegniamo nell'esecuzione collaborando sinceramente, anche quando i propri punti di vista non sono stati accolti. L'obbedienza, fondata sul Vangelo e vissuta con stile salesiano, è appello rivolto sia al singolo confrateIlo sia alla comunità: il presente art. 66 delle Costituzioni tratta appunto della dimensione comunitaria dell'obbedienza, sviluppando alcuni aspetti più importanti che la carat- terizzano. Si può notare che questo punto è stato oggetto di particolare studio sia da parte del CGS che da parta del CG21.' La comunità obbediente. Una prima affermazione fondamentale è contenuta nel capoverso iniziale: la comunità in quanto tale è soggetto di obbedienza, cioè è una comunità obbediente. Su di essa Dio ha il suo disegno; ad essa pri- mariamente è affidata la missione (cf. Cost 44); la comunità, perciò, ha un preciso impegno di ricercare e compiere la divina volontà, e ciò sia in rapporto all'intera Congregazione per la totalità della missione sia con riferimento alle comunità ispettoriali e locali per i livelli loro propri. ' Cf. CGS, 632.637; CG21, 391-392 Il testo della Regola mette in evidenza un aspetto particolare: la co- munità è obbediente perché in essa tutti obbediamo, anche se con compiti specifici diversi. Non solo i confratelli, che non esercitano l'autorità, ma anche i Superiori (in una forma, anzi, più delicata ed esigente) sono in atteggiamento costante di obbedienza: tutti insieme, ciascuno secondo il proprio ruolo, siamo corresponsabili dell'attuazione del progetto che Dio ha pensato per noi e ci ha affidato per la salvezza della gioventù. A proposito dell'obbedienza da parte dei Superiori, basterebbe ricordare ie parole di Don Bosco il quale, dopo aver affermato: «Tra noi il Superiore sia tutto», tosto soggiunge: «ll Rettor Maggiore poi ha le Regole: da esse non si diparta mai, altrimenti il centro non resta più unico ma- duplice, cioè quello delle Regole e quello della sua volontà. Bisogna invece che nel Rettor Maggiore quasi si incarnino le Regole: che le Regole e il Rettor Maggiore siano come la stessa cosa». z Fonti soprannaturali dell'obbedienza corresponsabile. Dopo l'affermazione di fondo del primo capoverso, l'articolo si ferma a presentare il contesto tipicamente religioso in cui si muove la corresponsabilità comunitaria nel ricercare la volontà di Dio. Si vuole evidenziare che il nostro modo di cercare insieme le strade per compiere il disegno del Padre (come verrà spiegato nel terzo capoverso) differisce dal processo puramente razionale delle assemblee umane e affonda le sue radici nell'ascolto della Parola di Dio e nella partecipazione alla mensa del Signore. Richiamandosi esplicitamente a due articoli, che sono sviluppati nel capitolo della preghiera (cf. Cost 87 e 88), viene indicata la maniera con cui la comunità esprime visibilmente e nutre la sua realtà quotidiana di «comunità obbediente». Ascoltare insieme, nella fede, la Parola di Dio significa accettare di essere insieme «informati» da essa per divenire suoi servitori: «La Parola di Dio... è per noi... luce per conoscere la volontà di Dio e forza s MB XII, 81. Un commento a questo tema dell'obbedienza «in spirito di comunione» si trova negli Atti del CGS, n. 632. per vivere in fedeltà la nostra vocazione» (Cost 87). Si potrebbe dire, sotto questo punto di vista, che la comunità è chiamata a imitare l'obbedienza di Maria, prolungandola nella propria vita e azione: «Si compia in me la tua Parola». Ma l'atto per eccellenza di sottomissione a Dio, la proclamazione più viva della «comune dedizione al divino volere» è la celebrazione del- l'Eucaristia. «La comunità vi celebra in pienezza il mistero pasquale» (Cast 88): in spirito di offerta sacerdotale si unisce all'obbedienza perfetta di Cristo «fino alla morte di croce». È il punto d'appoggio vitale per rivivere quest'obbedienza nel concreto dell'esistenza quotidiana ed accettarne le esigenze talvolta crocifiggenti. Le tre tappe dell'obbedienza comunitaria. I capoversi terzo, quarto e quinto dell'articolo descrivono le tappe del cammino comunitario per ricercare insieme e compiere correspon- sabilmente la volontà del Padre. Si noti anzitutto l'inciso iniziale: «nelle cose di rilievo». Questa formula suppone che nella vita quotidiana i membri della comunità, ciascuno al proprio posto, eseguiscano il loro compito con competenza e amore, sapendo che ciò corrisponde al volere del Padre. La ricerca co- munitaria della volontà del Signore diventa importante sia quando occorre stabilire le grandi direttrici di marcia del cammino della comunità (progetto comunitario), sia quando, in presenza di circostanze nuove, di problemi seri che interessano la comunità in quanto tale o qualcuno dei suoi membri o il lavoro che essa compie, la volontà di Dio non appare subito ed ha bisogno di essere chiarita. È allora che i suoi membri devono, insieme, mostrarsi «docili allo Spirito e attenti ai segni che Egli ci dà» (Cost 64). E cammino dell'obbedienza comunitaria comprende tre tappe o momenti fra loro strettamente legati. - La prima tappa è quella della RICERCA, un momento importante in cui si cerca insieme di scoprire i segni della volontà di Dio, che parla alla comunità. Lo strumento privilegiato di tale ricerca è il dialogo comunitario nel quale tutti, animati da spirito costruttivo e in un clima fraterno, franco e paziente, danno il contributo della propria capacità e competenza, per il bene della comunità e delle persone. È importante che ciascuno sia davvero alla ricerca di ciò che Dio vuole, in atteggiamento interiore di distacco, senza volere ad ogni costo «imporre» la propria idea. In questa fase il Superiore ha come propria responsabilità l'animazione. Egli, dice il testo della Regola, «ascolta i confratelli, stimola la partecipazione di tutti e promuove l'unione delle volontà nella fede e nella carità». Egli deve servire la comunità, aiutandola ad esprimersi in un dialogo reale, ma nello stesso tempo orientandola perché anche nella ricerca mantenga la comunione e l'unità, che sono essenziali alla sua vita. --- La seconda tappa è quella della DECISIONE. «Normalmente essa emergerà dalla convergenza delle vedute», dicono le Costituzioni. «Normalmente»: infatti, se tutti gli elementi della comunione fraterna entrano in gioco (medesimo spirito, medesima sollecitudine del bene comune, medesimo zelo pastorale diretto a raggiungere una reale efficacia apostolica), è normale che le eventuali divergenze di partenza a poco a poco si riducano. In questo movimento verso l'unità, come già sopra si accennava, il Superiore ha la sua parte da compiere: guidare i suoi confratelli, educarli a uno sguardo di fede;' orientare e far convergere al massimo la diversità dei pareri: in questo caso la sua ultima parola sarà il naturale suggello della convergenza delle idee .4 Tuttavia, quando sarà necessario, egli interverrà in virtù della sua autorità a prendere le opportune decisioni per il bene della comunità e della sua missione, tenendo conto il più possibile del parere di tutti, ma senza essere legato da una maggioranza. Su questo punto il testo si ispira chiaramente al decreto «Perfectae caritatis»: «I Superiori ascoltino volentieri i religiosi e promuovano l'unione delle loro forze per il bene dell'Istituto e della Chiesa, pur rimanendo ferma la loro autorità di decidere e di comandare ciò che si deve fare»,5 Scrive Paolo VI nella Esortazione apostolica Evangelica tesiifieario: 4É dovere di ciascuno, ma particolarmente dei Superiori e di quanti esercitano una responsabilità tra i loro fratelli o le loro sorelle, risvegliare nelle comunità le certezze della fede che devono guidarli» (ET, 25). Cf. CGS, 635 ' PC, 14; cf. anche ET, 25 - Viene allora la terza tappa, quella della ESECUZIONE. Qui in modo del tutto speciale entra in gioco la leale corresponsabilità nell'obbedienza. Scrivono gli Atti del CGS: «Nel momento dell'esecuzione l'obbedienza si impegna concretamente, suscitando la ricchezza delle iniziative personali e la generosità del sacrificio, Liberamente, responsabilmente, attivamente la comunità tutta, o il singolo interessato, entrano nell'adesione al Padre con i fatti, ossia con il compimento di ciò che è stato deciso. Lo fanno nel nome della fede sempre, ma soprattutto nei casi in cui la decisione diverge dai pareri personali. Lo fanno con l'intelligenza e con il cuore, lo fanno con lealtà e con responsabilità, prendendo le iniziative convenienti nell'ambito delle direttive date, in una collaborazione piena e cordiale, in un clima di famiglia unita nell'amore, anche nel lavoro molteplice. Mentre i casi di decisione comunitaria si presentano in alcune particolari situazioni, la fase dell'esecuzione sarà il campo quotidiano della virtù dell'obbedienza».' L'art. 123 delle Costituzioni , tra i principi e criteri che devono guidare la vita e l'azione della comunità, ricorderà esplicitamente la «partecipazione corresponsabile di tutti», applicata concretamente alle fasi di elaborazione delle decisioni, di esecuzione e di verifica: è il modo con cui la comunità obbediente è attenta a compiere la volontà del Signore per la realizzazione della missione. O Dio nostro Padre, che nell'ascolto della Tua Parola • nella comunione all'unico Pane eucaristico ci doni le sorgenti della vera coesione tra noi. fa' che impariamo a cercare insieme ciò che Tu vuoi da noi. Concedici di accogliere con fede le decisioni dei nostri Superiori, • di realizzarle con amore, perché la nostra vita d'obbedienza sia strumento della salvezza nostra • di coloro che Tu ci hai affidato. Per Cristo nostro Signore. 6 CGS, 637 Il salesiano è chiamato ad obbedire con spirito libero e responsabile, impe- gnando le sue «forze di intelligenza e di volontà, i doni di natura e di grazia».' Obbedisce con fede e riconosce nel superiore un aiuto e un segno che Dio gli offre per manifestare la sua volontà. Questa obbedienza «conduce alla maturità facendo crescere la libertà dei figli di Dio? ' PC, 14 2 PC, 14 Tre articoli (67. 68. 69) sono dedicati a descrivere gli impegni e le caratteristiche dell'obbedienza personale: essi vanno letti e meditati alla luce degli orientamenti già indicati trattando del significato evangelico e dello stile salesiano dell'obbedienza. In questo art. 67 sono proposti alcuni atteggiamenti fondamentali, che permettono di obbedire con quella disponibilità e prontezza che si addicono al salesiano. Si riconoscono facilmente due linee di esigenze: il salesiano obbedisce con la responsabilità di un uomo adulto e con la fede di un credente convinto. Obbedienza di uomini liberi e responsabili. La prima parte dell'articolo si ispira, anche letteralmente, al decreto «Perfectae caritatis», che esorta in questo modo i religiosi e i loro Superiori: «I religiosi, in spirito di fede e di amore verso la volontà di Dio, secondo quanto prescrivono la Regola e le Costituzioni, prestino umile ossequio ai loro Superiori col mettere a disposizione tanto le energie della mente e della volontà quanto i doni di grazia e di natura... I Superiori poi governino come figli quelli che sono loro sottomessi, con rispetto della persona umana e facendo sì che la loro sottomissione sia volontaria... (Li) guidino in maniera tale che questi, nell'assolvere i propri compiti e nell'intraprendere iniziative, cooperino con un'obbedienza fattiva e responsabile»,' PC, 14 II testo del Concilio fa vedere che nella vera obbedienza entrano in gioco grandi valori e virtù umane, che vengono da essa sviluppate. Il primo valore è la libertà. Contrariamente a una certa opinione corrente, che vede nell'obbedienza una virtù da bambini, si deve affermare che l'obbedienza religiosa in realtà è una virtù da adulti, incom- patibile con una psicologia da minorenni. Obbedire è un atto di autonomia personale che consiste nel dire interiormente sì a una determinazione, accettata per realizzare la propria vita in Cristo.2 Il salesiano obbedisce dunque «con spirito libero», cioè da uomo libero, che conosce le ragioni della sua obbedienza. Così scrive Giovanni Paolo II: «Ricordate, cari fratelli e sorelle, che l'obbedienza a cui vi siete impegnati... è una particolare espressione della libertà interiore, così come definitiva espressione della libertà di Cristo fu la sua obbedienza `fino alla morte': `Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso' (Gv 10,17-I8)».3 La seconda qualità umana è il senso di responsabilità ricco di iniziativa. Effettivamente si tratta di una ulteriore forma di esercizio della libertà, che accetta il mandato ricevuto condividendone la responsabilità insieme con i fratelli e lo trasforma in compito personale, dedicandovisi con tutte le energie e rifiutando ogni atteggiamento passivo o meccanico. Se è vero che nell'iniziativa occorre l'obbedienza, è altrettanto vero che l'obbedienza è avvalorata dallo spirito di iniziativa. , questo un aspetto dello spirito salesiano, secondo quanto è stato espresso nell'art. 19. Don Albera osservava: «(Bisogna) congiungere lo spirito di personale iniziativa con la debita sottomissione al Superiore: da questo spirito appunto la nostra Società ritrae quella geniale modernità che le rende possibile di fare il bene richiesto dalle necessità dei tempi e dei luoghi» .4 Anche don Caviglia, parlando dello stile di obbedienza a cui Don Bosco ha voluto educare i suoi figli, acutamente osserva che egli «concepì sì una Congregazione religiosa coi tre voti semplici, ma la x Scrive il CGS: «L'obbedienza non sarà un atto infantile, ma un atteggiamento da adulti; non una rinuncia alla volontà e alla personalità, ma il volere fortemente il compiersi della volontà divina, preferendola ai propri desideri. È questa la via della vera liberazione dell'uomo (cf. CGS, 639). ' RD, 13 ° D. ALBERA, Circolare sulle vocazioni 15 ACS n. 4 p, 201 (LetI, circolari, p. 499) volle composta e, per così dire, materiata di uomini vivi e pensanti, e capaci di movimento spontaneo. Il lavoro compiuto e da compiersi nella sua istituzione è tale per quantità e per indole, che non può concepirsi senza libero moto individuale, ed è inconciliabile con una forma di vivere che, se in altre condizioni è meritoria al cospetto di Dio, in questa diventerebbe una soggezione e un inceppamento nell'operare».s Obbedienza radicata nella fede. La qualità soprannaturale dell'obbedienza che include le altre e che avvalora le stesse qualità umane, rendendole maggiormente dinamiche, è evidentemente la fede. Tutti gli articoli della sezione lo affermano o implicitamente lo suppongono. Chi volesse regolare la propria obbedienza soltanto in base a ragionamenti umani non riuscirà a obbedire liberamente e con convinzione per lungo tempo. Infatti l'amore che spinge a cercare appassionatamente la volontà di Dio ed a compierla con tutto il cuore, seguendo la via tracciata da Gesù, nasce dalla fede, che fa scoprire e gustare la presenza dello Spirito e la gioia di affidare completamente al Padre la propria vita. In concreto - ci dice la Regola - la fede fa riconoscere nel Superiore, al di là dei suoi limiti e difetti umani, «un aiuto e un segno che Dio ci offre per manifestare la sua volontà». Questa fede, che anima l'obbedienza, è ricca di umiltà, sull'esempio di Gesù Cristo, servo obbediente, mite e umile di cuore, e di Maria, l'umile ancella del Signore. Non è fuori luogo ricordare che umiltà e obbedienza vanno sempre insieme.b Così il salesiano cresce nella santità. Il capoverso che chiude l'articolo riprende il testo dei decreto «Perfectae caritatis», già citato all'inizio, sottolineando la capacità propria dell'obbedienza di far maturare la persona, sia umanamente che eri A. CAVIGLIA, Don Bosco - Profilo storico, SEI Torino 1934 (2a, ed.), p. 168-169 ° Leggiamo nelle Memorie Biografiche: 'L'edificio della santificazione dovrà avere per fondamento l'umiltà, per fabbrica l'ubbidienza, per tetto 1'orazionen (MB X, 1286). stianamente. Scrive il Concilio: «Così l'obbedienza religiosa, lungi dal diminuire la dignità della persona umana, la conduce alla maturità, fa- cendo crescere la libertà dei figli di Dio» .7 Anche la Costituzione «Lumen Gentium» parla di una «libertà corroborata dall'obbedienza».$ L'obbedienza apre la strada a una libertà sempre più piena, perché schiude le vie dello Spirito, che è perfetta libertà. E così, guidato dallo Spirito, il salesiano matura nella sua umanità e nella statura di figlio di Dio, conformandosi sempre più a Cristo Signore. Possiamo ricordare le parole scritte sui raggi del diamante dell'obbedienza: «È la base e il coronamento dell'edificio della santità».9 Guidandoci verso la santità, l'obbedienza ci conduce alla realizzazione più completa della nostra personalità e alla felicità vera e duratura. 0 Signore, concedi a noi che la nostra obbedienza sia sempre un atto di intelligenza, di libertà e di responsabilità, e insieme un atto di fede viva, che ci permette di riconoscere nel Superiore un segno e un aiuto che Tu ci offri per conoscere la Tua volontà. Attraverso l'umile omaggio del nostro cuore obbediente fa' che percorriamo le Tue vie per giungere alla perfetta libertà dei figli, conformi all'immagine del tuo Figlio, Uomo perfetto e nostro Salvatore, che vive e regna nei secoli dei secoli. PC, 14 " LG, 43; cf. ET, 27 MB XV, 184 ART. 68 ESIGENZE DEL VOTO DI OBBEDIENZA Con il voto di obbedienza il salesiano si impegna ad obbedire ai legittimi superiori nelle cose riguardanti l'osservanza delle Costituzioni.' Quando un precetto è dato espressamente in forza dei voto di obbedienza, l'obbligo di obbedire è grave. Soltanto i superiori maggiori e i direttori possono dare tale precetto; ma lo facciano raramente, per iscritto o davanti a due testi moni, e solo quando lo richiede qualche grave ragione2 cf. CI[:, can. 601 ' cf. CIC, can. 4955 Questo articolo esprime, anche da un punto di vista giuridico, gli impegni di obbedienza che il salesiano assume con voto davanti a Dio nel giorno della sua professione: la materia esposta viene desunta dalla nostra tradizione costituzionale antecedente e dalle indicazioni del Codice di diritto canonico.' Si può osservare che l'articolo parla sia degli impegni del religioso chiamato ad obbedire, sia dei doveri del Superiore incaricato di comandare (sottomesso però anche lui ad un Superiore ed alla Regola). La vita del salesiano nel segno dell'obbedienza. Il capoverso iniziale presenta lo specifico dell'obbedienza, cui il salesiano si obbliga con voto: se infatti è vero che tutta la sua vita di consacrato- apostolo si svolge sotto il segno dell'obbedienza, ad imitazione di Gesù Cristo (cf. Cost 64), il voto che egli fa a Dio riguarda espressamente la sottomissione della sua volontà «ai legittimi superiori nelle cose riguardanti l'osservanza delle Costituzioni».x ' Nei testi delle Costituzioni scritte dal nostro Fondatore le precisazioni canoniche sul precetto di obbedienza sì trovano dalla prima bozza del 1858 fino al secondo testo a stampa del 1873; non sono presentì, invece, nell'edizione approvata nel 1874 (cf. F. MOTPO, p. 92.95). Le prescrizioni canoniche furono riprese nelle edizioni seguenti; in particolare si possono confrontare gli articoli 41 e 42 delle Costituzioni del 1966, i cui contenuti sostanziali sono riassunti in questo articolo del testo del 1984. 2 Il can. 601 del CIC esprime in questo modo l'oggetto del voto di obbedienza: «Il consiglio evangelico dell'obbedienza, accolto con spirito di fede e di amare per seguire Cristo obbediente fino L'obbedienza a Dio da parte del religioso, come già è stato accennato nei precedenti articoli, passa attraverso la mediazione di un fratello, che nella comunità è scelto per esercitare il ministero dell'autorità; essa inoltre vincola strettamente al progetto apostolico dell'Istituto, espresso nelle Costituzioni, approvate dalla Chiesa come una via evangelica e come un mezzo per realizzare la missione voluta dallo Spirito. Facendo voto di obbedienza, il salesiano si impegna a cercare nel progetto apostolico della Società la volontà di Dio, sottomettendosi liberamente alla guida di un Superiore, che riconosce come «rappresentante di Dio» (Cast 66).3 Come si vede, l'ambito del voto è assai ampio: esso abbraccia tutta la vita consacrata del salesiano per il compimento della missione affidata dal Signore e descritta nella Regola. È precisamente quello che ciascuno ha promesso a Dio nella sua professione: «faccio voto di vivere obbediente, povero e casto, secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane» (Cast 24). Momenti nei quali il salesiano è chiamato più esplicitamente ad as- sumere l'obbedienza di Gesù. Dopo aver proposto la visione globale dell'impegno assunto con la professione, il secondo capoverso dell'articolo intende precisare i momenti nei quali il voto di obbedienza vincola gravemente davanti a Dio, davanti alla Chiesa e alla Congregazione. Occorre, dice il testo, che il precetto sia dato formalmente, cioè «espressamente in forza del voto»: le condizioni esterne, che vengono indicate («per iscritto o davanti a due testimoni») manifestano più chiaramente l'intenzione del Superiore di comandare. Si avverte, in questa materia, una giusta preoccupazione di chiarezza giuridica, per la tranquillità delle coscienze: ciò è ispirato dal Codice di diritto canonico,4 ma anche da quanto già Don Bosco aveva scritto in una delle prime edizioni delle Costituzioni: «L'os alla morte, obbliga a sottomettere la volontà ai Superiori legittimi, guadi rappresernanri di Dio, quando comandano secondo le proprie Cosiituzioni~. 3 Cf. PC, 14 ° Cf. CIC, can. 49 e seguenti: sono espresse alcune condizioni per la validità di un «decreto» o precetto» dato ad una singola persona. servanza di questo voto non s'intende obbligare sotto pena di colpa se non in quelle cose che sono contrarie ai comandamenti di Dio e di santa Madre Chiesa od alle disposizioni dei Superiori con obbligo speciale di obbedienza».5 Riferendosi ai Superiori, il testo dice chi sono i «Superiori legittimi», cioè quelli che possono vincolare «in forza del voto». Essi sono «i Superiori maggiori», cioè il Rettor Maggiore e il suo Vicario, gli Ispettori e i loro Vicari, e i «Direttori» nelle singole comunità. Ritorna in questo punto delicato il discorso - già accennato nell'art. 65 - - della discrezione e prudenza dei Superiori nel ricorrere al precetto formale di obbedienza: «lo facciano raramente, e solo quando lo richiede qualche grave ragione». Il testo vuol sottolineare che il salesiano, avendo offerto a Dio la sua volontà per «rivivere l'obbedienza di Cristo», ordinariamente non ha bisogno di comandi formali: il suo dinamismo interiore lo porta a cercare dappertutto e sempre ciò che piace a Dio. La perfezione dell'obbedienza salesiana, secondo don Rinaldi, è che «il Superiore non abbia neppure bisogno di comandare»,6 ma che ognuno generosamente si presti per il bene della comunità e dei giovani. Al di sopra di tutte le precisazioni canoniche, proposte dall'articolo, rimane il fatto fondamentale, ben espresso anche negli articoli precedenti: con la professione di obbedienza il salesiano «si impegna» liberamente e con gioia (cf. Cost 65. 67) e si rende disponibile a cercare e compiere in tutto la volontà di Dio, ad imitazione di Gesù e per la salvezza dei giovani. s Costi(uzioni 1860, cap III, 3 (cf. F. MOTTO p. 94) D. RINALDI, Lettera per il 50' dell'approvazione delle Costituzìpni, ACS n. 23, 24 gennaio 1924, p. 179. O Padre, che ci hai condotti nel Tuo Spirito a offrire per il Tuo servizio la nostra libertà nel voto della santa obbedienza, aiutaci a viverlo come sacrificio a Te gradito nell'umile sottomissione ai fratelli che Ti rappresentano in mezzo a noi, e nella fedele osservanza delle nostre Costituzioni, per il bene della comunità e dei nostri giovani. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Ognuno mette capacità e doni al servizio della missione comune. Il superiore, aiutato dalla comunità, ha una speciale responsabilità nel discernere questi doni, nel favorirne lo sviluppo e il retto esercizio. Se le necessità concrete della carità e dell'apostolato esigono il sacrificio di desideri e progetti in sé legittimi, il confratello accetta con fede ciò che l'obbedienza gli chiede, pur potendo sempre ricorrere all'autorità superiore. Per assumere incarichi o uffici, oltre quelli che gli sono assegnati nella co- munità, domanda l'autorizzazione del legittimo superiore.' ' cf. CIC, can. 671 Questo terzo articolo sul comportamento della persona che obbedisce tocca il problema dell'accordo tra l'esercizio dei doni personali e gli impegni propri dell'obbedienza. Si può facilmente scoprire, nello svolgimento del tema, una duplice linea della riflessione di fede: i doni e carismi personali sono una grande ricchezza per il servizio della missione; ci sono tuttavia necessità o circostanze che possono richiederne il sacrificio per il bene della comunità e dei giovani. L'obbedienza nell'esercizio dei doni personali. I primi due capoversi vogliono mettere in rilievo che l'obbedienza salesiana, inserita nell'obbedienza redentrice di Cristo, pur comportando un'effettiva rinuncia, non deve essere identificata con il sacrificio delle capacità personali. «Ognuno mette capacità e doni al servizio della missione comune», dice la Regola. Nello sviluppo ordinario della vocazione, l'obbedienza non si oppone ai talenti che Dio ha dato a ciascuno, anzi li assume, li valorizza e li santifica «per i.l servizio della missione comune». Non va dimenticato ciò che asseriva l'art. 22, che cioè ognuno riceve da Dio doni personali per rispondere alla vocazione, si che questi doni (di natura e di grazia) rappresentano uno dei segni della chiamata del Signore a servirLo nella Società salesiana. Per quanto riguarda poi la nostra storia, pensiamo a come Don Bosco seppe valorizzare i doni di ogni confratello per costruire un corpo unito e per dar vita - con l'aiuto di Dio - a imprese che oggi ci appaiono gigantesche. Riferendosi, in particolare, alla cura che i Superiori devono avere nei confronti dei confratelli, egli scriveva nella Introduzione alle Costituzioni, parlando del rendiconto: «I sudditi aprono il loro cuore... e i Superiori possono conoscere le (loro) forze fisiche e morali e in conseguenza dare loro gli incarichi più adatti». 1 Il testo della Regola si ferma appunto a precisare la responsabilità cha ha il Superiore, «aiutato dalla comunità», {nel discernere questi doni, nel favorirne lo sviluppo e il loro retto esercizio». Occorre, anzitutto, precisare che i «doni» di cui si parla non sono solo le attitudini, doti e capacità naturali, ma anche i «doni particolari» dello Spirito che Egli distribuisce in vista del bene comune e di un servizio apostolico più ricco e fecondo: si tratta cioè anche dei veri e propri «carismi» di cui parla l'Apostolo Paolo, dati per l'utilità di tutti. Ciò premesso, la responsabilità del Superiore e della stessa comunità si basa su un principio di natura ecclesiale, ma anche su considerazioni di ordine psicologico. Da un punto di vista umano, in primo luogo, non va dimenticato che il salesiano è un educatore che deve trovarsi a suo agio tra i giovani e portare un contributo competente all'insieme del compito apostolico. L chiaro che l'efficacia del suo influsso e del suo lavoro esige che siano sfruttate le sue risorse migliori. Ma è soprattutto alla luce della Scrittura e del Magistero ecclesiale a che si comprende il dovere dei Superiori di «scoprire» i carismi, riconoscerli con gratitudine, favorirne lo sviluppo, regolandone il buon uso. Il testo della Regola deve essere interpretato nel suo significato più genuino: esso esprime la preoccupazione di regolare i carismi per il bene comune, valorizzandoli nel senso autentico di un servizio alla comunità. In questo contesto si colloca bene l'art. 173 dei Regolamenti generali che, parlando dei compiti del Direttore, traduce in direttive prati ' O. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Dei rendiconti e della loro importanza; cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 231 2 Sui doni deI1(3 S13irito o carismi si veda, in particolare, Rio 12,6ss e il cap. 12 di i Co r. Nei documenti dei V;iei, ano 11 si veda, LG, 4. 7. 12. 30; AG, 4. Si veda anche ET, 28; MR, 12 che i principi del testo costituzionale: «Renda effettiva la corresponsabilità e la collaborazione dei confratelli secondo lo spirito di famiglia voluto da Don Bosco. Rispetti le competenze favorendo, in un clima di sana libertà, l'esplicazione delle attitudini e doti personali, per il raggiungimento del fine comune». Un'ultima osservazione: come già si è accennato, la Regola mette in evidenza anche la responsabilità che spetta all'intera comunità nel discernere e valorizzare i carismi: essa deve aiutare il Superiore nel ruolo che gli è proprio: tale compito rientra in quel processo di ricerca comunitaria della volontà di Dio, che si manifesta anche attraverso i doni particolari fatti ai confratelli. Rileggiamo, sotto la specifica angolatura dell'obbedienza, l'esigenza di condivisione fraterna e di partecipazione responsabile che caratterizza la comunità apostolica, cui in primo luogo viene affidata l'attuazione della missione (cf. Cost 44. 51. 66. 123). L'obbedienza può richiedere il sacrificio di progetti personali. Dopo aver considerato l'obbedienza del religioso nella condizione più usuale, il testo presenta la dottrina dell'obbedienza cristiana nel suo aspetto più sconvolgente. La medesima parola della Scrittura (e, per noi, la parola e l'esempio di Don Bosco) che giustifica la valorizzazione dei doni personali, e cioè il servizio apostolico compiuto a una comunità, ne giustifica talvolta il sacrificio. Doni e progetti personali non sono un assoluto. Per il cristiano, e tanto più per il religioso, assoluto è solo il disegno di Dio, la sua volontà: per noi tale volontà è letta, dice la Regola, attraverso «le necessità concrete della carità e dell'apostolato». È facile capire quanto sia delicato il compito di un Superiore quando deve imporre una rinuncia per il bene e la missione della comunità. Gli Atti del CGS parlano di un «dialogo aperto e paziente», che deve accompagnare il discernimento del Superiore.' Da parte sua anche il confratello deve compiere un cammino sin- cero di discernimento per scoprire il disegno di Dio nei suoi riguardi. ' CF. CGS, 640-641; c€L anche la riflessione di Paolo VI su Coscienza e obbedienza» in ET, 28. Se l'ordine del Superiore non gli sembrasse conforme alla volontà del Signore, la Regola - in sintonia con le disposizioni della Chiesa - gli riconosce «la possibilità di ricorrere all'autorità superiore». Ma il testo vuole soprattutto mettere in risalto che al fondo della sua obbedienza (se è autentica) deve sempre rimanere nel religioso la disponibilità alla rinuncia, Un religioso, sia o no salesiano, non deve meravigliarsi che, almeno in certe circostanze, l'obbedienza gli riesca dolorosa. Egli, infatti, ha offerto a Dio la sua volontà, rivivendo l'obbedienza del Cristo. Il suo riferimento va quindi a Gesù, che rinuncia a cercare «la propria gloria», cioè la strada di una sua personale realizzazione e si inserisce totalmente nella volontà del Padre: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato... Non sono io che cerco la mia gloria, ma la attendo dal Padre. Sono certo che Egli me la darà» (cf. Gv 4,34; 8,54). Ai suoi discepoli non nasconde che questa è la strada che dovranno percorrere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24), L'obbedienza al disegno di Dio può attraversare i propri piani, impedire la realizzazione di alcune aspirazioni o progetti personali, anche legittimi, in qualche circostanza può sembrare che contrasti con quelli che si possono chiamare «diritti» umani. Per realizzare il piano di Dio l'obbedienza può sembrare talvolta una sconfitta, come fu quella della croce! L'ora della rinuncia (e dell'apparente sconfitta) è l'ora della verità per chi obbedisce. Lo stesso nostro Padre Don Bosco ci ripete: «Ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifici di volontà» .4 L'ultimo capoverso dell'articolo, rifacendosi direttamente al Codice di diritto canonico,' riporta una norma pratica di applicazione dei principi esposti: l'accettazione di eventuali incarichi o uffici, che nascono da progetti al di fuori del piano comunitario, deve essere sottoposta al legittimo Superiore, che dovrà appunto discernere (aiutato dalla comunità) il servizio reso da tali impegni nella luce della missione educativa e apostolica della comunità. Molto concretamente viene ricordato ancora che l'obbedienza ci inserisce in un progetto comunitario e che tutti i doni che il Signore ci 4 MB VII, 47 ' Il can. 671 del CIC dice: SII rei igioso non si assuma incarichi o uffici fuori del proprio Istituto senza la licenza del Legittimo Superiore ha dato per realizzare la nostra vocazione sono al servizio della missione comune (cf. Cost 44). Donaci, o Padre santo, uno sguardo limpido, capace di vedere nei nostri Superiori e nelle loro direttive un segno del Tuo disegno di amore; e aiutaci a crescere nella disponibilità a sacrificare, secondo la Tua volontà, desideri e interessi personali, per divenire più simili al Tuo Figlio nel dono totale di noi stessi per la salvezza dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore. ART. 70 COLLOQUIO CON IL SUPERIORE Fedele alla raccomandazione di Don Bosco, ogni confratello s'incontra fre. quentemente con il proprio superiore in un colloquio fraterno. fE un momento privilegiato di dialogo per il bene proprio e per il buon andamento della comunità. In esso parla con confidenza della sua vita e attività e, se lo desidera, anche della sua situazione di coscienza. Questo articolo tratta di un argomento di grande importanza nella vita salesiana, che riguarda i rapporti personali del confratello con il suo Superiore e nello stesso tempo è di grande aiuto per la crescita della comunità. Si può osservare che il tema del colloquio fraterno fu oggetto di riflessione e di approfondimento in tutti gli ultimi Capitoli generali;' in particolare la sua collocazione nel contesto dell'obbedienza salesiana fu opportunamente motivata: pur essendo un mezzo che favorisce grandemente la vita comunitaria, si è preferito conservare la trattazione del colloquio in questa sezione sia per rispettare una tradizione che risale a Don Bosco,' sia perché il colloquio è uno strumento che contribuisce efficacemente a discernere la volontà di Dio. La brevità dell'articolo, che riassume due lunghi articoli delle Co- stituzione anteriori al 1972,3 contiene una grande ricchezza, di cui vogliamo cogliere gli aspetti più significativi. ' Si ricorda, in particolare, che il CGS, raccogliendo le riflessioni pervenute dall'intera Congregazione, ha provveduto ad una prima stesura rinnovata dell'articolo costituzionale. Il CG2I, attraverso un successivo approfondimento del tema, ha introdotto un nuovo articolo regolamentare sull'argomento, riprendendo i contenuti fondamentali della Introduzione alle Costituzioni di Don Bosco (cf. CG2I, 435-436). 1 CG22 ha portato a conclusione la revisione del testo delle Costituzioni e dei Regolamenti definendo in modo più completo le finalità e i contenuti del colloquia. z In tutti i manoscritti delle successive stesure del testo delle Costituzioni di Don Bosco c pre. sente un articolo sul colloquio con il Superiore nei capitolo che tratta dell'obbedienza: cf. P. MOTTO, CosutuZioni della Società di san Francesco di Sales 1858-1875, p. 96. Cf. Costituzioni 1966, art. 47-48 Un aiuto spirituale tipicamente salesiano. L'articolo delle Costituzioni incomincia con un'affermazione importante - «Fedele alla raccomandazione di Don Bosco» - che fonda la pratica del colloquio fraterno sull'insegnamento e sulla prassi del Fondatore. Sappiamo infatti che si tratta di un impegno sul quale il nostro Padre insisteva frequentemente, al punto che possiamo asserire che esso è uno degli elementi caratteristici dello spirito salesiano. Per Don Bosco il colloquio appartiene alle «norme fondamentali delle Case salesiane»; 4 è «la chiave di ogni ordine e di ogni moralità»; s è perciò un dovere che i Direttori devono assolvere con la massima diligenza.° Già nel primo schema delle Costituzioni Don Bosco aveva previsto un articolo sulla totale confidenza col Superiore, cui si deve aprire il cuore senza nulla nascondergli; 7 lo si ritrova nel testo approvato dalla Sede Apostolica nel 1874, con importanti ritocchi che concentrano il contenuto soprattutto sulla «vita esterna». Ma per avere il pensiero genuino di Don Bosco su questo punto della vita salesiana, è utile rileggere ciò che egli ha scritto nel 1877 per la seconda edizione della Introduzione alle Costituzioni, nel capitoletto su «I rendiconti e la loro importanza»- Al di là delle precisazioni concrete, che vi sono riportate, quelle pagine sono un meraviglioso inno alla totale confidenza verso il Superiore, descrivendo la natura vera del colloquio e il clima in cui deve svolgersi. La «confidenza» è appunto il clima salesiano in cui unicamente può svolgersi il colloquio, e che viene sottolineata dal testo attuale delle Costituzioni; tale confidenza è messa in rilievo dallo stesso nome che il CGS ha voluto dare a questo incontro tra il confratello c il suo Superiore: «colloquio fraterno». Non si tratta certamente della semplice a MB X, 1052 MB XI, 354 Cf. MB XI, 346 e 354-355; cf, anche X, 1048 e 1118; XII, 60-61 L'art. 7 dei cap. III delle Costituzioni del 1858 suona così: Ognuno abbia grande confidenza nel superiore, nìun segreto del cuore si conservi verso di lui. Gli tenga sempre la sua coscienza aperta ogni qualvolta ne sia richiesto od egli stesso ne conosca iI bisogno». Nelle Costituzioni del 1875 l'articolo (III, 4) è così modificato: Ognuno abbia somma confidenza nel suo superiore; sarà perciò di grande giovamento ai soci il rendere di tratto in tratto conta della vita esteriore ai primari superiori della Congregazione. Ciascheduna loro manifesti con semplicità e prontezza le mancanze esteriori commesse contro le regole, ed anche il suo profitto nelle virtù, affinchè possa riceverne consigli e conforti, e, se farà d'uopo, anche le convenienti ammonizioni (cf. F, MOTTO, p. 96-97). conversazione tra amici, perché il suo contenuto interessa la vita stessa e la missione della comunità; è l'incontro di un fratello con colui che rappresenta Don Bosco e al quale egli offre la sua confidenza per il bene proprio c della comunità. Da parte sua il Superiore, che riceve la confidenza del confratello, in questo momento più che in ogni altro è «l'amico, il fratello e il padre», come già si è osservato (Cf. Cost 55 e 65). In questo clima si comprende la bella definizione del colloquio data dal testo costituzionale: «un momento privilegiato di dialogo». Finalità e vantaggi del colloquio fraterno. Don Bosco ha sempre assegnato al colloquio, che allora si chiamava «rendiconto», un duplice scopo, in riferimento a due principali vantaggi che si ricavano dalla sua pratica regolare. Le Costituzioni riassumono il pensiero del nostro Padre con una breve ricchissima espressione: il salesiano ama incontrarsi col suo Superiore «per il bene proprio e per il buon andamento della comunità». Anzitutto il colloquio ha di mira il «bene proprio» del singolo con- fratello. Nella sua Introduzione alle Costituzioni Don Bosco, dopo aver affermato in generale che il «rendiconto» giova alla «pace e felicità dei singoli soci», ne elenca i numerosi vantaggi: «...si trovano alleggerite le pene interne; cessano le ansietà, che si avrebbero nel compiere i propri doveri; ed i Superiori possono prendere i provvedimenti necessari, affinché si eviti ogni disgusto, ogni malcontento; possono altresì conoscere le forze fisiche e morali dei loro soggetti ed in conseguenza dare loro gli incarichi più adatti... Ogni confratello sappia che, se li farà bene (i «rendiconti») con tutta schiettezza e umiltà, ne troverà un grande sollievo pel suo cuore, un aiuto potente per progredire nella virtù ... ».11 Il secondo scopo e conseguente vantaggio del colloquio è «il buon andamento della comunità». «Ragione della importanza della schiettezza e confidenza verso i Superiori - scrive ancora Don Bosco - si è perché questi possano meglio ordinare e provvedere quel che conviene s D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni, Dei rendiconti e della loro importanza; Cf. Appendice Costituzioni 1984, p. 230-233 al corpo universale della Congregazione, del cui bene ed onore, insieme con quello di ognuno, essi sono obbligati ad aver cura».9 Il Superiore è potentemente aiutato, nel suo compito di primo re- sponsabile, dalla miglior conoscenza che viene ad avere dai suoi confratelli. Il confratello comprenderà perciò che il suo «rendiconto» è un reale servizio che egli rende al Superiore e all'intera comunità. Contenuti del colloquio. Sono espressi dal terzo capoverso dell'articolo: «in esso parla con confidenza della sua vita e attività e, se lo desidera, anche della sua situazione di coscienza». Vi è, dunque, un contenuto del colloquio stabilito dalla Regola e che, secondo la nostra tradizione, riguarda la vita e l'attività del confratello. Il suo significato è ampiamente spiegato da un articolo dei Regolamenti generali, che riprende in sintesi gli argomenti indicati da Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni: «In un clima di fiducia ogni confratello si incontri frequentemente con il Direttore e gli manifesti lo stato della propria salute, l'andamento del lavoro apostolico, le difficoltà che incontra nella vita religiosa e nella carità fraterna, e tutto ciò che può contribuire al bene dei singoli e della comunità» (Reg 49). Come si nota, rientra nei contenuti del colloquio tutto ciò che riguarda la vita concreta del confratello: vita personale, vita comunitaria, vita apostolica. È chiaro che il senso di responsabilità e l'iniziativa personale sono chiamate in causa per arricchire il dialogo e farne un vero strumento di crescita. La Regola propone poi un contenuto, che è lasciato alla libertà del singolo confratello: è «la situazione di coscienza», espressione che si riferisce alla interiorità della vita nello Spirito e che l'art. 47 delle Costituzioni del 1966 spiegava così: «il profitto nelle virtù, i dubbi e le ansietà di coscienza». Il Superiore non è ordinariamente il confessore, ma secondo l'art. 55 rientra pefettamente nei suoi compiti quello di essere «guida spirituale» : egli deve aiutare ciascuno a «realizzare la propria vocazione personale». Tuttavia, soprattutto in questo campo, le Costituzioni vogliono che sia salvaguardata la libertà di ciascuno. ' D. BOSCO, Introduzione alle Costituzioni. Le, Frequenza del colloquio. Circa la frequenza del colloquio, le Costituzioni anteriori al CGS dicevano che il salesiano incontra il Superiore «almeno una volta al mese», norma che troviamo già raccomandata da Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni.` I Capitoli generali XX, XXI e XXII hanno voluto fare appello a una maggiore libertà interiore dei confratelli. Essi non hanno fissato una scadenza precisa per la frequenza del colloquio: hanno utilizzato solo l'avverbio «frequentemente» sia nell'articolo delle Costituzioni che in quello corrispondente dei Regolamenti già citato. 1~ chiaro, tuttavia, che il testo dell'articolo non vuole sminuire l'importanza di un incontro sufficientemente regolare del confratello con il suo Superiore: spetta alla responsabilità degli stessi confratelli e dei Superiori stabilire i ritmi opportuni perché questa regolarità si realizzi efficacemente. Osserviamo come, in questa materia, i Capitoli generali hanno creduto bene di sottolineare la speciale importanza che riveste il colloquio per i giovani confratelli nel periodo della loro formazione iniziale: per essi infatti hanno stabilito una norma più precisa nell'art, 70 dei Regolamenti generali, ove si dice che essi lo faranno «una volta al mese». Concludiamo con due ulteriori brevi riflessioni. In primo luogo, poiché il colloquio è un «dialogo», è chiaro che la sua riuscita non dipende solo dal confratello, ma molto anche dal Superiore, dalla sua personalità umana e spirituale, dalla sua disponibilità e bontà, dalla sua competenza: l'ars. 49 dei Regolamenti, già citato, ricorda questo come uno dei «principali doveri» del Direttore. In secondo luogo, si deve tener presente che il colloquio si realizza all'interno di una comunità fraterna, dove esistono forme di dialogo co- munitario, dalle quali è fortemente avvantaggiata anche la vita dei singoli confratelli. Se da una parte ciò porta a considerare che il colloquio con il Superiore è integrato con altri strumenti di dialogo, non deve però essere sminuita la sua importanza. Occorre che questo grande mezzo sia considerato nei suoi aspetti più autentici sia per lo sviluppo ° Nelle Costituzioni la specificazione almeno una volta al me e~ è posteriore (testo del 1923), ma essa era un uso già consolidalo e fondato appunto sulla indicazione dello stesso Don Bosco nella Introduzione alle Costituzioni. della persona, sia per la creazione di quella comunità fraterna e apostolica tanto necessaria per l'efficacia della missione salesiana. Donaci, Padre, lo spirito di confidenza filiale, e fa' che l'esprimiamo e lo sviluppiamo nel colloquio frequente e cordiale con i nostri Superiori, come voleva Don Bosco, per dare il nostro contributo costante all'edificazione della comunità, sul modello della Tua divina famiglia, e per diventare segni efficaci della Tua salvezza tra i giovani. Per Cristo nostro Signore. ART. 71 OBBEDIENZA E MISTERO DELLA CROCE «Invece di fare opere di penitenza, ci dice Don Bosco, fate quelle dell'obbedienza».' A volte l'obbedienza contrasta con la nostra inclinazione all'indipendenza e all'egoismo o può esigere difficili prove di amore. È il momento di guardare a Cristo obbediente fino alla morte:' «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».3 Il mistero della sua morte e risurrezione c'insegna come sia fecondo per noi obbedire: il grano c