BOLLETTINO SALESIANO

ANNO XXVII - N. 7.   Esce una volta al mese.   LUGLIO 1903.

SOMMARIO - Premi e premiazioni . . . . pag. 189 Le nostre feste ed i trionfi dell'Ausiliatrice    192

Per gli emigrati italiani    198 Missioni - Colombia: Pei poveri lebbrosi - Attraverso l'Equatore - Patagonia (Territorio del Neuquen): Visita di Mons. Cagliero    201 Grazie di Maria Ausiliatrice . . . 210 Notizie compendiate: Bologna - Gualdo Tadino-Losone - Rapallo - S. Paolo (Brasile)    213

Necrologia: Cav. Efisio Manno - Marchesa Guasco di Bisio e Francavilla    215

Spigolature Agrarie    210 Cooperatori defunti . . . . 218 Illustrazioni : Immagine di Maria Ausiliatrice Incoronata il 17 Maggio 1903, pag. 193 - S. E. il Card. Agostino Richelmy, Arcivescovo di Torino, 196 - Il Conte Olivieri di Vernier, 200 - I paggetti della Madonna, 511.

PREMI E PREMIAZIONI

RIPIENA di speranze e di emozioni è pur sempre la giornata dei premi per i giovani studenti.

Ma anche per gli educatori, essa non giunge senza importanza, senza attrattive. Sollevano l'animo i cauti , la declamazione, la gioia dei giovinetti che baldi si presentano a ricevere il premio; ma nel medesimo tempo in quell'ora che è come sintesi e suggello di un lungo lavoro educativo, le più serie considerazioni vengono ad occupare la loro mente, ed il loro pensiero non può non posarsi sopra l'uno o l'altro dei tanti punti del tormentoso problema dell'educazione cui hanno consacrato tutta la vita.

Perciò in questo mese, sacro, per così esprimerci, ai premi ed alle premiazioni scolastiche, non è fuor di proposito esporre alcuni pensieri intorno ad uno di questi punti educativi, e precisamente intorno al fatto delle premiazioni che si sogliono fare pel chiudersi dell'anno scolastico. Due cose sopratutto ci paiono degne di studio, i premi cioè in se stessi e la parte decorativa della festa.

* *

Circa i premi nelle scuole, nella seconda metà del secolo scorso, è avvenuto un grande mutamento, e noi tutti ne fummo spettatori : la loro importanza un dì si grande, dapprima si scolorì nella considerazione del pubblico e dei giovaci stessi , ed a poco a poco si lasciarono cadere pressoché dovunque e restarono quasi solo più come memoria di un passato negli istituti privati. Ci pare che questo sia stato un male grande nel campo dell'educazione. Si è detto e ripetuto che conveniva addestrare i giovani a pensieri serii e sodi per la pratica della vita, e toglier loro dinanzi tutte quelle illusioni che potevano nella mente loro creare un vano onore scolastico: che trionfar doveva solo l'idea del dovere, e non quello di un premio qualsiasi da conseguire alla fin dell'anno, e dopo tutto, ciò che importava esser il dar in mano ai giovani una carta di idoneità a qualche ufficio od impiego, non già una medaglia od un libro che generalmente poteva dire troppo o troppo poco, costituendo in pari tempo un inutile aggravio ai bilanci degli enti pubblici o privati.

Non diremo già che in questi riflessi non siavi una parte di vero, di giusto; ma questo osserviamo , che trattandosi dell'animo dei giovanetti, tali riflessi furono fatti assai fuor di luogo. Deve sì il fanciullo per tempo mettersi dinanzi il fine di guadagnarsi un pane per la vita; ma l'insistere unicamente su questo, ci ha fatto arrivare precisamente là dove non volevamo giungere. A poco a poco si è creato l'idea che ciò che importava era un attestato di promozione o di licenza: l'onor di un premio era tutto una vanità e così venne mancando la molla più potente che spinge il, giovane allo studio; la molla dell'emulazione, che sola può nell'età fanciulla mettere in attività , tutte le .energie della mente e del cuore, e far compiere sforzi che il freddo interesse, l'idea astratta d'un dovere non potrà mai ottenere.

In quella equiparazione di effetti che porta una carta qualunque di abilitazione, anche i più insufficienti hanno creduto di poter stare coi migliori, di poter entrare come tutti gli altri in questo o quell'uffizio; e forse questa non è una delle ultime cause che ha fatto tanti spostati, cioè tanta gente che si trovò troppo numerosa per i posti aperti, o quel che è peggio potè giungere a posti cui erano assolutamente insufficienti, escludendo tanti migliori.

L'idea del puro e semplice dovere è un' astrazione che la niente di un fanciullo non può afferrare se non assai lentamente e attraverso un mondo di cose sensibili. Quando si volesse andar contro questo bisogno dell'umana natura, si riuscirà a vani sforzi e tutt'al più ci accorgeremo d'aver formato qualche freddo egoista, privo di ogni idealità, di ogni nobile aspirazione, che solo si fermerà a ciò che gli si presenta come utile direttamente e più da vicino come bene. Per salire al concetto della giustizia e del dovere l'anima del giovinetto deve passare, come abbiamo detto, attraverso le cose sensibili, e l'onore che gli tocca, la piccola gloria, di presentarsi a prendere un premio alla fine di un corso di scuola, gli dirà che egli ha fatto bene e gli imprimerà più viva nella sua mente la dolce testimonianza della sua coscienza d'aver compiuto il proprio dovere; mentre l'esser costretto in tanta gioia a dire: tutto ciò non è più per me, farà rimpiangere il tempo perduto, farà concepire proposito di mutamento per gli anni avvenire. Nè la vita cristiana, che deve continuamente farci mirare ad un premio ultraterreno, condanna la pratica di questa sanzione pel giovinetto. Giacchè come nell'autorità dei propri genitori o superiori egli trova l'espressione, l'immagine dell'autorità di Dio, così nel giudizio loro troverà un'immagine di quel giudizio che la ragione stessa un giorno gli metterà più vivo dinanzi, giudizio ch' egli deve aspettarsi alla fine dei suoi dì. È necessario che il fanciullo si senta incoraggiato a soffrire, a sforzarsi , anche dalle aspirazioni: ad un premio sensibile dal quale col maturar dell'età, quando già avrà un corredo di buone abitudini, un carattere più formato, maggiore la forza della sua volontà, egli potrà salire e fissarsi in un premio di ordine superiore. Del resto, chi di noi non ricorda con commozione ineffabile quel momento, in cui ci fu dato di deporre nelle mani del nostro padre, il premio avuto nella scuola, il bacio che ci sentimmo posare sulla nostra fronte, che ci diceva tutta la consolazione, di cui eravamo causa ai nostri parenti? E quale folla di aspirazioni, di santi propositi non valse a suscitare in noi la sola rimembranza di quel momento felice ?... Oh! non è forse vero che in altri tempi, quando a questi premi di scuola si dava tanta importanza si son venuti preparando delle intelligenze e dei caratteri che formano la gloria della patria nostra? Ai dì nostri si è voluto esser troppo pratici e sì è finito, è doloroso il constatarlo, si è-finito al trionfo della materialità, dell'egoismo, della platealità.

E la distribuzione dei premi si fu sempre soliti circondarla di solennità, e fa buon pensiero, perchè dalla solennità della festa acquistava valore ed importanza il premio. Come parti decorative della festa si ebbero sempre in altri tempi, suoni, canti, saggi di declamazione; e in questo non si è mutato gran fatto da quello che solevasi fare anche molti anni addietro. Subì invece, se pure non c'inganniamo, mutazione quasi sostanziale il discorso che si è solito tenersi in queste circostanze. In addietro, anche per buona parte dell'ultima metà del secolo passato, esso era qualche cosa di più che una semplice parte decorativa: aveva quasi una ragione in se, si coglieva. l'occasione di una solennità scolastica per dare comunicazione dinanzi ad una eletta adunanza di qualche progresso compiuto dalla scienza, di qualche studia importante, di qualche lavoro d'arte, di qualche opera di carità. Manifestazioni di serio lavoro intellettuale pareva che trovassero il loro posto in una festa che. per molti rispetti si può dir la festa dell'intelligenza. In tempi a noi più vicini si andò calmando il desiderio di ascoltare lunghi discorsi scientifici od artistici, e forse per mancanza di serietà negli studi in chi doveva parlare o fors'anche in chi doveva ascoltare. Ai componimenti dagli intenti artistici o scientifici, succedettero chiaccherate rettoriche, spesso di rancidi ciarpami di fiori scolastici , cose che a prenderle un po' sul serio deporrebbero un po' sinistramente e per gli oratori e per gli ascoltatori. Ma ai nostri dì, mentre si è segnato un vero progresso nel volere, dove si fanno ancora solenni distribuzioni di premi, roba breve ma sugosa, discorsini che si sogliono intitolare brevi parole , vi è pure come una specie di reazione, che a me pare serio progresso circa la materia che forma argomento di queste parlate. Noti vi sentirete quasi più alcuno che venga a parlarvi dell'Olimpo o delle Grazie, che venga a ragionarvi di qualche memoria classica, parrebbe dopo tutto quasi una stonatura: vogliamo essere assolutamente pratici. Ed è appunto questa tendenza al pratico che vuole che il discorsetto tocchi di un argomento vitale e assieme consono colla natura della festa. È quasi generale il fatto di veder trattato qualche punto importante dell'educazione, spessissimo vediamo che si insiste nel dimostrare quanto importi educare più che istruire, e, cosa ancor più degna di nota, si è che generalmente, deposte certe vane paure, certi umani rispetti , si viene a ragionare apertamente della parte fondamentale che deve avere il principio religioso nell'educazione. In cento programmi di premiazioni se vi è il titolo di un discorso, quasi sempre dirà educazìone e religione, od altre parole che equivalgono a queste. Esso ci dice che si sente generale il bisogno di pensare un po' meglio alla generazione novella, si sente l'impossibilità di fare astrazione dalla religione quando si tratta del grande affare dell'educazione. Comincia entrare nelle coscienze di tutti la persuasione che è impossibile formare l'anima del fanciullo alla pratica della virtù, alla lotta contro le passioni, allo spirito di ubbidienza, alla forza del sacrifizio quando il lavoro educativo non ha per principio e suo fine le verità religiose. Si comincia ad intendere che fu male, fu debolezza grande, l'aver paura di inchinarsi dinanzi a questa religione, e di volerla bandita dalla scuola, quasi superstizione nemica d'ogni progresso; si comprende che si è tolta la vera guida , l'unico freno delle passioni; e pur troppo la corruzione, la ribellione, il disordine, la rovina ci minacciano da ogni parte. Che volete! Questo fatto dei discorsi svolti su questa intonazione è per me un sintomo confortante: è un'idea salutare che si fa innanzi ogni dì più. Se il secolo passato, così feroce nel voler tutto anatomizzare, per aver la soddisfazione di chiamare superbamente scienza ciò che è sol lunga sgobbatura d'analisi , se avesse preso a studiare da vicino, ad analizzare per mettere in luce, come ha fatto praticamente D. Bosco, tanti di questi punti del problema educativo, senza dubbio avrebbe fatto fare a quest'idea un cammino più grande, senza dubbio prima d'ora sarebbero cadute tante vane illusioni o sfatati tanti vani pregiudizi.

Dal sintomo ci sia permesso trarre un augurio, formulare un voto: possa l'età nostra fare suo pro dell'esperienza del passato: possa veder consacrati al grave problema dell' educazione gli sforzi di tutti; possa e voglia sopratutto in quest'affare di grande importanza aver sempre dinanzi i grandi veri della religione nostra, donde solo può a noi derivare luce di verità, principio di vita.

Esercizi Spirituali per le Maestre e Signore

Dal 7 al 14 dei prossimo agosto in NIZZA MONFERRATO presso l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, si detterà, da Sacerdoti Salesiani, un corso di spirituali Esercizi ai quali potranno prender parte pie secolari, Maestre e Signorine. Per le domande rivolgersi alla Superiora Generale Suor CATTERINA DAGHERO, non più tardi del 30 Luglio.

LE NOSTRE FESTE ed i nuovissimi trionfi dell' Ausiliatrice .

L'Ottavario nel Santuario di Valdocco.

grandiosi omaggi tributati dal mondo cattolico alla nostra potente Ausiliatrice in occasione della sua solenne Incoronazione non cessarono, ma, possiam dire, ebbero principio il giorno memorando in cui il Delegato del Papa fregiava di auree corone l'effigie taumaturga. Nei giorni seguenti fu un continuo affollarsi di devoti e pellegrini al Santuario benedetto : le sacre funzioni si succedevano incessantemente quasi onde che salivano a baciare i piedi dell'Augusta Regina del cielo, mentre le varie scuole di canto delle nostre Case dei dintorni di Torino con nobile gara di egregie esecuzioni, come fu già notato nella cronaca musicale, recando il tributo dell'arte divina, facevano gustare qualche cosa delle armonie della musica celeste.

Il lunedì onora le funzioni Mons. Valbonesi , vescovo di Urbania. Il valente oratore del mese Mariano, D. Pietro Gallo, continua la sua predicazione con tanto affetto ed entusiasmo che commuove e trascina. La, sua non è più la parola preparatoria, è il rispecchio spontaneo e naturale del sentimento comune verso Maria Incoronata. Pare legga la pagina che Dio scrive in onore della sua Madre nel grande libro della vita e la spieghi a quella parte di popolo che vedendo lettere e parole non sa leggerle , ma sente tuttavia un non so che di misterioso che l'invita ad amare Dio , ed amandolo goderlo, come goder si può anche in questa patria terrestre.

Il martedì è la giornata dei convittori del nostro Istituto S. Lorenzo di Novara e dei pellegrini di Saluzzo. Al mercoledì il nostro Istituto di Foglizzo, vari altri pellegrinaggi e la presenza di Mons. Brandolini Rota, vescovo di Ceneda, costituiscono la nota caratteristica della giornata animatissima. Il giovedì, giorno dell' Ascensione di N. S. G. C. tre Messe di Comunione generale ; Messe solenni con assistenza pontificale e Vespri pontificali di Mons. Cagliero ; prediche dei Rev.mi D. Gallo e D. Piccollo ed eccellenti esecuzioni dì Canto Gregoriano sostenute dalla scuola di canto di Lombriasco, diretta dal M° D. Grosso. La vigilia della solennità di Maria Ausiliatrice l'E.mo Cardinale Arcivescovo celebra la 2a Messa della Comunità presenti i pellegrini di Gassino e di Ivrea. Dopo rivolge parole affettuosissime ai numerosi chierici della Casa Salesiana di Ivrea esortandoli a voler essi pure intrecciare per Maria una corona di gigli e di rose collo spirito di purità e di amore. Termina ricordando le soavi emozioni provate dal suo cuore nel momento dell'incoronazione. Alla Messa solenne la scuola di canto del nostro Istituto d'Ivrea, eseguìsce eccellente musica. A notte, riuscitissima l'illuminazione.

Il 24 maggio a Valdocco.

Per fare la cronaca di questo giorno bisognerebbe riprodurre in gran parte la splendida pagina della storia del giorno dell'incoronazione. Nessuno poteva pensare che dopo dieci giorni di feste, il concorso del popolo dovesse oggi assorgere a proporzioni così grandiose. La circolazione nel Santuario e nei dintorni dell'Oratorio si mantiene assai difficile per tutta la giornata e deve essere regolata costantemente, per evitare disgrazie. Le Messe, dall'alba si seguono interrotte in tutti gli altari fino oltre il mezzodì ; e così la distribuzione della S. Comunione. Celebra la seconda Messa della Comunità S. E. Mons. Giov. Cagliero e la terza il Rev.mo D. Michele Rua.

Alle 10,30 celebra il solenne pontificale S. Em. Mons. Spandre, Ausiliare dell' Em.mo Arcivescovo. S. A. R. la Duchessa di Genova Madre assiste dalla tribuna delle dame patronesse dei festeggiamenti salesiani. L'Augusta Donna è fatta segno a grandi applausi dalla popolazione che riverente la saluta all'uscire dal Santuario. Alle 18,30, dopo i vespri solenni pontificali di S. E. Mons. Spandre, il Sacerdote Pietro Gallo dice uno splendido panegirico di Maria Ausiliatrice : panegirico che è felice coronamento di una predicazione , quale solo un cuore di apostolo e l'amore di un figlio che fu testimone affettuoso dei trionfi della Madre della grande famiglia salesiana poteva fare.

Con sguardo rapido e chiarissimo a tutto ciò che forma ormai la letteratura religiosa e artistica del culto a Maria Ausiliatrice, dimostra in una splendida illustrazione del quadro della Vergine incoronata, la consolante verità che Maria è davvero il nostro aiuto ; ne addita la prova storica negli affreschi della cupola ed infine quella vivente e mondiale, data dalla riconoscenza dei popoli che prepararono gli odierni trionfi dell'Ausiliatrice.

Chiude con una commovente e felicissima apostrofe al Venerando Vegliardo del Vaticano, all'Episcopato, al popolo cristiano, invocando su tutti quella benedizione che deve essere arra dell'incoronazione nostra per Maria in cielo. Così questo ardente figlio di D. Bosco pone termine ad una predicazione che fu fruttuosissima e che lasciò tante e soavi memorie in quanti ebbero la fortuna di ascoltarlo.

La benedizione col SS. Sacramento, ricevuta da una moltitudine sterminata, sugella queste feste, che segnarono uno dei più grandi trionfi della fede a Torino.

L'infanzia ai piedi di Maria.

Varii Istituti infantili della nostra città visitarono il Santuario di Maria Ausiliatrice; ma non possiamo tacere di una visita che pel modo con cui si svolse commosse profondamente i divoti che si trovavano in chiesa.

I bambini del R. Asilo Vittorio Emanuele II, sotto il patronato di S. M. la Regina Madre, guidati dalle venerande Suore Giuseppine, pregarono e cantarono con tanta ingenuità di sentimento che il popolo ne era commosso ed ammirato. Prima di partire, ogni bimbo depose in uno splendido cuore la modesta offerta di cinque centesimi e poi la portarono ai piedi di Maria.

Le più vive congratulazioni alle venerande Suore che con tanta abnegazione educano alla virtù della preghiera quei piccoli angioletti.

Il cuore votivo della città di Bologna.

La nobile città di Bologna che in tanti modi partecipò alle recenti nostre feste ed al Congresso salesiano, volle regalare al Santuario un ricordo perenne della sua divozione a Maria Ausiliatrice. Il 17 maggio, il Direttore diocesano dei Cooperatori bolognesi, Mons. Giacomo Carpanelli , in esecuzione di quanto, su proposta dello stesso Monsignore, eràsi stabilito nell'adunanza generale dei Cooperatori di Bologna, presentava al Rettore del Santuario un grande e splendido cuore d'argento dorato, che riuscì pure di grande consolazione all'Eminentissimo Card. Svampa.

Il quadro votivo della Carriera di Mathi.

Gli operai e le operaie della nostra Cartiera in Mathi Torinese, con bellissimo pensiero, vollero recarsi il giorno dell' incoronazione in pellegrinaggio a Valdocco per offrire alla Madonna di Don Bosco uno splendido quadro votivo. Erano circa 300 tra operai ed operaie che, dopo aver compiute le loro divozioni ed assistito alle funzioni pubbliche, si raccolsero a fraterna agape nel prato del recinto avanti il Santuario e per l'occasione ridotto a Buffet. Sovrana regnò in tutti l'allegria ed i brindisi sgorgarono copiosi e pieni di affetto dalla bocca e più dal cuore di coloro che s'alzarono a parlare. L'offerta del quadro di un cuore d'argento dorato si fece dinanzi all'altar maggiore, intorno al quale però non poterono radunarsi gli operai e le operaie essendo impossibile ogni circolazione nel Santuario. Il bellissimo quadro commemorativo, sostenuto in alto dai paggetti della Madonna, venne con acconcie parole di un sacerdote deposto ai piedi di Maria.

Aggiungiamo ora a coronamento delle feste di Torino alcune delle numerosissime relazioni delle feste qua e là celebratesi ad onore della nostra Madonna. Così apparirà più luminoso il culto universale e popolarissimo dell'Ausiliatrice di D. Bosco, e come sapientemente Leone XIII decretandone l'incoronazione abbia soddisfatto ad uno dei più vivi desideri del popolo cristiano.

A Milano.

Scrivono all'Italia Reale in data 14 giugno:

Oggi i Salesiani di Milano hanno voluto fare anche per noi la festa di Maria Ausiliatrice incoronata. Pontificava alla Messa solenne Mons. G. Cagliero, che con nostra sorpresa celebrò in rito Ambrosiano con una esattezza di voce e cerimonie da non lasciar conoscere che era la prima volta. Durante la Messa disse le lodi di Maria Ausiliatrice il Salesiano D. Francesia venuto da Torino a rallegrarci della sua presenza. Ci piacque tutto il semplice tema del suo discorso: Maria Ausiliatrice, i Salesiani ed i Papi! Ma l'accenno dell'angelo di Milano che cinquant'anni fa, alla prima volta che D. Bosco metteva piede nella nostra città, timido e sospettoso, gli fa la rivelazione di ciò che sarebbe succeduto, ci commosso e ci parve il più bel momento di quelle sue affettuose parole. Anche noi dobbiamo ripetere, al proposito del rapido svolgersi in Milano dell'opera di D. Bosco, ciò che il nostro poeta diceva di Napoleone che giunse e tenne un premio ch'era follia sperar.

Si cantò la Missa brevis del Palestrina, e con tale affiatamento di voci ed esattezza di espressione, che; il nostro più fine critico, il Terrabugio, ebbe a confessare che si era eseguita a perfezione. E pensare che erano solo i giovani dell'Istituto di S. Ambrogio, sorto come per incauto ed elevato già ad un bel punto di perfezione per l'opera specialmente di D. Lorenzo Saluzzo, il quale seppe acquistarsi la benevolenza con la stima dei nostri milanesi.

A Bologna.

Ai Salesiani (scrive l'Avvenire d'Italia del 29 maggio) fu ieri una simpatica e commovente festa, quella celebratasi in onore di Maria Ausiliatrice e rallegrata dalla presenza dell'Eminentissimo Cardinale Arcivescovo, che per l'istituto di D. Bosco ha una predilezione speciale e di S. E. mons. Cagliero, l'apostolo della Patagonia, che dei Salesiani è una fulgida gemma.

L'Eminentissiino celebrò al mattino la santa Messa della Comunione generale, cui parteciparono più di 250 alunni, fra i quali una ventina ammessi per la prima volta all'Eucaristica Mensa. Alle 10 pontificò mons. Cagliero, assistito dallo stesso Eminentissimo Principe.

» Nel pomeriggio al suono della musica, e al canto di un scelto coro di alunni, dopo un affettuoso discorso del Cardinale, ebbe luogo una pia processione nell'interno dell'Istituto, preceduta da quattro giovanetti in costumi graziosi di paggi, i quali spandevano petali di rose lungo la via, donde doveva passare il seguito del corteo, fra cui ammiravansi un graziosissimo s. Giovannino, un piccolo s. Luigi e un semi-minuscolo s. Antonio da Padova, tre simboli di virtú e di perfezione cristiana, d'esempio speciale ai giovani ».

A Chieri.

VERAMENTE bella riuscì la solennità celebratasi il 21 maggio nella chiesa sacra all'Ausiliatrice. Onorava la festa il Rev. D. Marenco, nostro Procuratore Generale a Roma. L'Oratorio Salesiano di S. Luigi coi suoi numerosi giovanetti, fregiati il petto della medaglia-ricordo dell'Ausiliatrice, si recò in corpo, al mattino ed alla sera, alla Chiesa di Maria Ausiliatrice, sfilando in bell'ordine per le vie della città.

Alla Messa della Comunione celebrata da Don Marenco, che disse anche un soave fervorino, ben 500 furono le S. Comunioni delle quali alcune prime.

Alla sera la Chiesa rigurgitava di gente, signore e signori, ma la maggior parte erano giovanette operaie, felici e contente di poter onorare la loro Madre Celeste. Le figlie di Maria erano in alta divisa, gloriose di veder accresciuta la loro forte unione di altre nuove reclute. Verso le ore 16 il direttore, con acconcie e calde parole annunziò al popolo che le oratoriane avevano stabilito di deporre sopra il capo dell'Ausiliatrice una bella corona tutta intessuta di cuori d'argento recati durante il mese in attestato delle grazie ricevute. Gentile pensiero ! Quando la corona venne fissata in alto sulla statua della Madonna, spontaneo ed irresistibile uscì dal petto degli accorsi il grido di: « W. l'Ausiliatrice! » accompagnato da vivi applausi. Disse il panegirico della Madonna Don Marenco affascinando l'uditorio colla sua dotta parola.

Impartita la benedizione del SS. Sacramento, il direttore dal pulpito disse che la festa doveva chiudersi col trionfo della Vergine, consistente in una generale sfilata e nell'accademia musicoletteraria.

E tutta quella numerosa gioventù cominciò il corteo, che ordinatissimo sfilò per le navate della Chiesa e per l'ampio cortile dell'Oratorio disponendosi con numerose spirali per lasciar passare la statua che sorridente dall'alto del suo trono gioiva e benediceva alla folla, che pigiava il cortile e cantava le sue lodi. Collocata la statua sull'improvvisato tempietto posto nel cortile, si svolse la riuscitissima accademia.

A Verona.

RIUSCITISSIMA e solenne più del consueto fu la festa della Madonna celebrata il 28 maggio. Numerose furono le Comunioni ed il cav. prof. Pietro Scapini celebrò la Messa solenne. Indi Mons. Camillo Antonini, Arciprete della Cattedrale, tenne un bellissimo discorso, nel quale, dopo aver accennato la cerimonia dell'incorona zione, mostrò con una sintesi storica dei fatti più salienti quanto diritto abbia Ella al nome di Ausiliatrice. E questa tesi gli diè argomento a parlare anche dello sviluppo dell'Opera Salesiana, che è l'Opera della Madonna di D. Bosco. Un numeroso uditorio assistette alla Messa solenne, al discorso e alla benedizione di chiusa che fu impartita dal direttore del Comitato Salesiano locale Don Francesco Serenelli.

Il prof. (così il Verona Fedele) don Urbano fu tutto ardore per la esecuzione della musica e i giovani con tutta diligenza corrisposero alle assidue fatiche. La Missa pontificalis del Perosi, l'Ave Maria del Palestrina, la Corona Aurea del Dogliani e il Tantum ergo dello stesso Urbano costituirono un vero avvenimento artistico di musica sacra e furono un buon esempio per chi lo vorrà imitare. Dopo la funzione religiosa, la banda svolse un breve programma nel cortile dell'Istituto.

Nel pomeriggio vi fu il trattenimento musico letterario. Il prof. Grancelli disse la prolusione, nella quale mostrò come a buon diritto siasi incoronata la Madonna Ausiliatrice che dal suo altare venerato vide i trionfi dei figli di D. Bosco nell'antico e nuovo mondo. Seguirono poscia la musica e la recita con programma interessantissimo. La bella giornata si chiuse nel cortile gaiamente illuminato ove, con gli evviva a Maria Ausiliatrice, s'alternarono le armonie della banda musicale.

A Catania.

ScRIvE la Luce di Catania del 24 maggio: « La festa di M. A., riuscì con piena soddisfazione, bella eco di quelle celebrate contemporaneamente nel santuario di Torino. Il triduo di predicazione, affidato al notissimo P. Fiore, dei Preti della Missione, attirò alla vasta Chiesa uno scelto e numeroso uditorio. Numerosissime le Comunioni nelle due Messe di colloquio. Bello e commovente spettacolo offrì lo stuolo numeroso dei giovanetti e delle fanciulle che si accostarono per la prima volta alla sacra Mensa. Solenne la Messa celebrata con assistenza pontificale di S. E. R. Mons. Antonino Cesareo Vescovo titolare di Elenopoli. Riuscitissimo il panegirico del sullodato P. Fiore che nell'inneggiare all'Ausiliatrice seppe trasfondere il suo entusiasmo nell'affollato uditorio. Un plauso ai bravi cantori dell'Istituto di San Francesco di Sales che tanto lustro accrebbero alle funzioni sia del mattino nella Messa solenne, sia del pomeriggio nei vespri.

» Degna corona dei festeggiamenti furono, la sera, le publiche dimostrazioni in onore della Vergine che assunsero un carattere veramente grandioso. Alle 19,30 dalla Chiesa di S. Agostino mosse un'imponente processione. Precedevano in doppia fila i fanciulli della prima comunione che cospergevano di fiori la via. Seguivano i numerosi giovani dei due Oratorii festivi e della scuola di Religione preceduti dalle loro bandiere e stendardi. Veniva quindi una larga rappresentanza di giovani collegiali dell'Istituto S. Francesco e dei reverendi chierici del Seminario Arcivescovile. Chiudeva una gran folla che si accalcava presso la bellissima statua di Maria Ausiliatrice sorridente nel suo trono di fiori. La processione animata dalla banda che intrecciò le sue allegre note coi devoti cantici dei fedeli procedette sempre devota ed ordinata per le principali vie della città. Rientrata nella Chiesa di S. Filippo Neri la parola sentita del Rev.do Sac. Francesco Savini, direttore dell'Oratorio, trovò un'eco solenne nel grido della moltitudine che non si stancava di ripetere: Viva Maria Ausiliatrice!

» Splendida e generale l'illuminazione in tutte la vie percorse. Coi riuscitissimi fuochi d'artifizio, collo sparo di bombe e razzi, colle allegre marcie della banda, collo slancio di bellissimi areostati tra l'allegria del popolo ed il chiasso innocente dei fanciulli ebbe termine la bellissima festa che segnò un vero trionfo per l'Ausiliatrice dei Cristiani ».

A Riva di Chieri.

SCRIVE il giornale locale: « Promossa dalle Oratoriane dirette dalle Suore di Don Bosco, si celebrò il 24 maggio una solenne festa ad onore dell'Ausiliatrice, la cui sacra effige, bellamente esposta in un altare della Parrocchia, traeva gli sguardi di tutti i fedeli. Oltre 150 furono le Oratoriane che si comunicarono alla Messa della Comunione generale. Devota fu la Messa solenne.

» Alla sera venne istituita canonicamente la Pia Associazione di Maria Ausiliatrice. Presiedeva il M. R.do direttore dei Salesiani della città di Chieri e compì il sacro rito il Rev.mo Don Cora. Furono circa 60 le ascritte che ricevettero solennemente la medaglia dell' Ausiliatrice : fu una funzione commovente ed indimenticabile. Dopo i vespri, disse il panegirico dell'Ausiliatrice il sullodato direttore la chiesa era gremita e la sua parola fervida ed attraente fu un inno che commosse ed entusiasmò tutti. La trina benedizione venne impartita dal Rev.mo sig. Priore, al quale unitamente ai Rev. suoi Coadiutori devesi in gran parte il felicissimo esito di questa cara: festa.

» Verso notte nel cortile dell'Asilo Infantile si svolse una devota e simpatica accademia ad onore della Madonna di D. Bosco, che coronò degnamente la festa. Fu onorata dal Clero e dalle principali famiglie che ne rimasero soddisfatte assai. Le parole di chiusura dette ancora dallo zelante signor direttore riscossero vivi applausi e bene impresse rimarranno nel cuore di tutti quanti erano presenti. »

A Napoli.

Ci scrivono : « Anche noi abbiamo avuto il nostro pellegrinaggio a Maria Ausiliatrice nella nostra chiesetta del S. Cuor di Gesù. Mons. Enrico Marano , zelantissimo Direttore diocesano dei Cooperatori Salesiani, venne in paludamenti pontificali seguito da un bel numero di divoti della nostra Madre Celeste: celebrò la S. Messa alle 9 1/2, nella quale recitò un bellissimo discorso sull'incoronazione, e diede poi la Benedizione col Venerabile. Molti pellegrini fecero la Santa Comunione, fra i quali un Consigliere comunale di Napoli, e Mons. Neri volle che la messa si applicasse in suffragio dei Confratelli Salesiani defunti. Dopo, lo stesso Mons. Marano si degnò collettar la limosina dandone egli il primo l'esempio, e raccolse L. 78, che s'impiegheranno a profitto della nostra casa in costruzione, la quale ebbe l'onore d'una visita di tutti i pellegrini.

L'indomani si celebrò il meglio che si potè la festa di Maria Ausiliatrice , nella quale i giovanetti dell'Oratorio festivo , diretti dal bravo D. Crippa, cantarono una bella Messa di Monsignor Cagliero.

» I giovanetti medesimi capitanati dagli ottimi fratelli Coppola fecero a loro spese e col loro lavoro una graziosa luminaria ad onore della Madonna di D. Bosco ed un buon sacerdote napolitano ne recitò il panegirico dopo averne predicata la novena nella nostra chiesina. »

Castellamare di Stabia.

Con solennità straordinaria si son celebrate nel fiorente Istituto salesiano S. Michele A di cui tanto si onora la nostra città, le feste della Madonna SS. Ausiliatrice. Il 17 maggio si tenne nella chiesa dell'Istituto , addobbata con sobria eleganza, una grandiosa accademia musico-letteraria. V'intervenne l'Ecc.mo Vescovo diocesano Mons. Michele De Iorio insieme con molte ragguardevoli persone del clero e del laicato. Gli alunni eseguirono con valentia maestrevole un largo e svariato programma, che fu tutto un inno fervido di gloria alla Vergine benedetta, la cui effigie, tra una profusione di fiori e ceri, troneggiava maternamente pietosa. Lesse un pregiato discorso di prolusione il direttore dell'Istituto, parlando dei rapporti dell'opera di D. Bosco con la Vergine Ansiliatrice. A conclusione della cara festa, Mons. Vescovo disse belle parole, calde di pio e affettuoso entusiasmo, e con geniale pensiero aggiunse un suo olezzante fiore poetico alla vaga corona elle gli alunni avevano posta sul capo della celeste Regina.

» Preceduta da una divota novena, ebbe luogo il 24 la festa religiosa. Dopo la Messa della Comunità, detta dal Parroco Mons. Palmigiano, durante la quale i 150 alunni si accostarono alla Sacra Mensa con pietà edificante, celebrò Messa solenne pontificale S. E. Mons. De Iorio, assistito dai R.mi Canonici mitrati della Cattedrale e dai Chierici del Seminario. La Schola cantorum dell'Istituto eseguì, vivamente ammirata, scelta musica liturgica, sotto la direzione di D. Caligaris. Nel pomeriggio, dopo il canto dei Vespri, il R.mo Teol. D. Francesco Paolo Scelzo , Canonico Decano della Cattedrale, recitò il panegirico dell'Ausiliatrice, e vi fu, nel recinto della Casa, la processione con la bella statua della Madonna, accompagnata dal concertino dell'Istituto. Impartì la solenne Benedizione Eucaristica, il R.mo Can. D. Placido Gambardella, Parroco della Cattedrale e Direttore diocesano dei Cooperatori. La sera tutto l'edifizio illuminato scintillava vagamente ai monti e alla marina.

» Quanti ebbero la ventura di assistere alla festa, veramente bella e memoranda, restarono compresi di profonda ammirazione per l'opera benefica e santa di D. Bosco. »

A Faenza.

CI scrivono: « Questa città, che da 25 anni accoglie nel suo seno i Salesiani, alla relazione del trionfo dell'Ausiliatrice in Torino si sentì scossa nell'intimo e volle essa pure dare alla Vergine l'attestato maggiore che potesse di sua figliale devozione. Nella Chiesa dell'istituto, sfarzosamente addobbata, intervennero numerosi i Faentini al. triduo soleune. Il giorno 23 nella medesima chiesa si tenne la conferenza salesiana con l'intervento di S. Ecc. Monsignor Gioachino Cantagalli, vescovo della città, e di tutto il venerando Seminario. La dotta parola del M. R. D. Domenico Pasi, recentemente nominato direttore diocesano dei Cooperatori Salesiani, seppe stupendamente lumeggiare Don Bosco, quale l'uomo di Dio nel secolo XIX. Parlò anche Monsignore e con un'enfasi iucredibile nella sua età mise in tutti un nuovo fuoco a favore della gioventù pericolante. Infine impartì la trina benedizione col SS. Sacramento.

» Il 24, giorno della festa, fino dalle 4 del mattino fu un continuo accorrere di gente, che pregava dinanzi alla divota statua dell'Ausiliatrice tolta dalla sua nicchia. Alla Comunione generale prese parte buon numero di esterni. La Messa solenne fu con assistenza pontificale dell'Ecc.mo Vescovo. Alle 17 vespri cantati da Mons. Emilio Berardi Prelato domestico di S. Santità. Dopo i vespri processione colla statua di Maria SS. Ausiliatrice.

» Intervennero oltre agli alunni salesiani ed i giovani dell'Oratorio festivo, con rappresentanza di altri istituti maschili e del Circolo Cattolico, anche le Dame d'Onore di Maria SS. Ausiliatrice, e colle loro bandiere, le confraternite della città intitolate dal nome di Maria. Ben cinque mila persone assistettero alla processione e le vie per le quali passò erano tutte pavesate. Finita la processione il medesimo Monsignor Berardi impartì prima dall'altare e poi dalla porta maggiore la benedizione col SS. Sacramento.

» Alla sera Faenza richiamata all'attenzione dai frequenti spari di mortaretti e dai fuochi artificiali, volse ancora una volta un saluto all'Ausiliatrice che dalla torre dell'Istituto , in trasparente, la guarda e pare voglia ringraziarla per la bella dimostrazione di devoto affetto.

» Ma anche i Salesiani di Faenza sentono il dovere di ringraziare tutte quelle persone che cooperarono a festa così cara. Anzitutto ringraziano S. Ecc. per la tanta parte presa, poi il M. Rev. D. Pasi, parroco loro, che se si mostrò mai sempre interessatissimo per i Salesiani, in questa festa si mise proprio con tutta l'anima. Infine ringraziammo tutti i nobili faentini per la divozione dimostrata all'Ausiliatrice.

» L'addobbatura era del sig. Francesco Zama; la musica tanto vocale che istrumentale, riuscitissima specie nel giorno della festa, fu eseguita dai giovani dell'istituto e diretta dal M° Andrea De-Vecchi. Il giorno 23 sedeva all'organo per il collaudo di recenti riparazioni, il valente M° Cimini di Bagnacavallo, ed il giorno della festa il M° Caffarelli della città, da poco uscito dal Conservatorio , ma già lodato compositore di musica sacra e profana. »

A Piazza Armerina.

CI scrivono : « La festa di Maria Ausiliatrice fra noi è passata come onda d'armonia celeste, come nuovo testimonio delle vittorie della Vergine sotto sì eccelso titolo. Precedette un novenario, e quei nove giorni furono altrettante feste : vedemmo la Chiesa di S. Agata, dove si è celebrata, sempre zeppa, sempre più gaia. La funzione era semplice: il Rosario , una lode e le Litanie cantate dalle giovani dell'Istituto Geraci, diretto dalle Figlie di M. A., un sermone predicato dai chierici in sacris del Seminario, infine la Benedizione col SS., eppure non poteva apparire più solenne.

» Il giorno di domenica, 17, fu ricco ancora di più tenere commozioni. Il pensiero dell'incoronazione, che segna nei fasti salesiani uno dei maggiori avvenimenti , suscitò un sacro entusiasmo vivissimo, specialmente nei fortunati istanti della gran Messa, in cui allo splendore dei doppieri, alla maestà del rito, all'olezzo dei fiori si aggiungeva la parola calda filiale del panegirista.

» Ma la nostra gioia toccò il colmo nel giorno della festa. Il Rettore di questo Seminario, Monsignor Biagio Palermo, celebrò la Messa per la Comunione generale. Le bambine della 1a Comunione coperte di bianchi veli e di corone occupavano buon tratto della Chiesa. Ad esse principalmente il prelodato Monsignore volle rivolgere nel fervorino la parola profondamente intenerito. Le comunioni furono numerose. Più tardi ebbe luogo la Messa cantata dal Rev.mo D. Giov. Cannizzo, Canonico della Cattedrale, e poi l'ascrizione delle giovinette dell'Istituto fra le Figlie di Maria Ausiliatrice e fra le aspiranti. Nel pomeriggio si chiuse la festa al solito colla conferenza ai Cooperatori e Cooperatrici salesiane , tenuta dal R. Can. Prof. Gius. La Vaccara. L'oratore non poteva riuscire più felice. Egli conchiuse chiamando Piazza fortunata nall'avere le Figlie di M. A., e aggiunse che nei giorni presenti, in cui si guarda alla sola beneficenza materiale e laica, fu pensiero assai grande quello della baronessa Geraci, bene interpretato dalla venerata memoria di Mons. Mariano Palermo, che volle una scuola cristiana pubblica per le buone fanciulle della città. Una lode sincera alle Figlie di M. Ausiliatrice dell'Istituto Geraci, alla cui opera intelligente e di vera abnegazione va dato il primo merito della riuscita della festa ».

Per gli emigrati italiani

Gli Italiani in California - Loro condizioni materiali e morali - I Salesiani nelle Parrocchie dei s. S. Pietro e Paolo e del Corpus Christi - Frutti della loro azione.

RICHIAMIAMO l'attenzione dei nostri bemeriti cooperatori su questa interessantissima relazione.

« Il numero degli italiani arrivati su queste coste del Pacifico nello Stato di California, così il nostro Don Piperni, supera i 50 mila, dico cinquantamila; e circa quindici mila risiedono in questa città di S. Francisco. I primi ad emigrare (circa cinquanta anni fa) non passavano la dozzina. Questi dati li ebbi dalla Camera di Commercio italiana qui stabilita da vari anni. Essi vengono da ogni parte della nostra penisola, ma in maggioranza sono Genovesi, Toscani e Meridionali. Il clima mitissimo di California li invita a stabilirvisi definitivamente : e molti che hanno lasciato in Italia le loro famiglie, dopo un anno o due di lavoro, finiscono collo spedir loro il danaro e chiamarsele qui: molti altri, senza famiglia, preferiscono di accasarsi qui e rimanervi stabilmente: non mancano però di quelli, e sono in gran numero, che amano rimpatriare dopo alcuni anni di lavoro.

» Quanto alle occupazioni, gli italiani ne disimpegnano di ogni specie. I Siciliani sono quasi tutti pescatori: degli altri, molti hanno il monopolio di lustra-scarpe nelle strade; altri attendono a pulire i vetri dei magazzini, delle case e degli edilizi pubblici: altri si dedicano al lavoro della terra, specie alla orticoltura: ed altri infine sono fruttivendoli, barbieri, panettieri, fornai, camerieri di osterie, servi di ristoranti, ecc. Molti, che con questi mestieri mettono su un buon gruzzolo di monete, aprono poi cantine di vini e liquori, che sono numerosissime.

» La maggior parte insomma si adatta ai bassi mestieri, perchè non parlano la lingua inglese, nè sono in grado di apprenderla, stante la loro età adulta e anche perchè tanti non sanno nemmeno l'italiano, ma solo i nostri dialetti.

» Coloro che per l'esercizio di questi mestieri vengono, dirò così, contrattati a mese, hanno una paga di 20 o 30 scudi mensili più il vitto. Ma i figli degli emigrati, apprendendo la lingua localo, trovano lavoro ed occupazioni di ogni specie secondo la loro capacità e istruzione, e sono padroni del campo più che i loro genitori, grazie appunto alla lingua e alle conoscenze commerciali apprese nelle scuole. In queste si fanno molto onore gl'Italiani.

» Son poi moltissimi quelli che vivono nelle campagne, dediti all'agricoltura. Altri sono impiegati nelle strade ferrate e guadagnano da 30 a 40 scudi tal mese; altri lavorando nelle miniere, guadagnano anche di più, ma soffrono anche maggiormente.

» In genere gli italiani sono tenuti come lavoranti bravi e intelligenti : e come tali sono bene accetti. Forse la poca conoscenza della lingua inglese contribuisce perchè facciano bene quello che devono fare, per non perdere il lavoro. Le loro condizioni economiche sono eccellenti: lo dice il fatto che grandi somme di danaro vengono in Italia, anno per anno. Certo non mancano gli sciuponi che buttano nelle bettole e nel giuoco i loro guadagni e lasciano perire nella miseria la famiglia: ma chi più, chi meno, hanno tutti un po' di ben di Dio. Se lasciano l'Italia, forse, con le lagrime agli occhi, dopo che qui hanno messo casa e trovato lavoro, son contenti, allegri e poco o niente ripensano al tetto natio. Ma non è così per quelli che vengono qui in età avanzata, specie le donne, che difficilmente si adattano a nuovi costumi e sistemi nuovi di vita, piangono e sospirano e... imprecano a Cristoforo Colombo che scoperse l'America!... In breve la mitezza del clima, l'abbondanza e il buon mercato dei viveri, i comodi della vita coi quali sono, per leggi obbligatorie d'igiene, fabbricate le case, tutto contribuisce a far quasi dimenticare a questi emigrati il caro cielo d'Italia.

» Ancora una notizia. Parrà incredibile, eppure è vero; certa gente che in patria forse mangiava carne solamente a Pasqua e Natale, qui la mangiano ogni giorno e non risparmiano neppure il venerdì... dicono, per economia! Finalmente vi sono moltissime famiglie rispettabili per beni di fortuna e per relazioni sociali : si chiamano ricchi e lo sono. Vi sono due Banche italiane con forti capitali, molto accreditate. Vi è pure una buona dozzina di bravi dottori in medicina; alcuni italiani e altri figli d'italiani; nè vi mancano bravi avvocati e farmacisti di gran conto figli pure essi d'italiani.

» Ed ora una parola sulle condizioni morali e religiose. Dirò brevemente. Socialisti, anarchici e stampa cattiva fanno fra questi emigrati un male incalcolabile. Una mezza dozzina di giornali locali, anarchici, atei, sono i padroni del campo: o l'uno o l'altro penetrano in quasi tutte le famiglie, e vi lasciano, si capisce, insensibilmente ogni giorno un po' di veleno: e come se questi giornali non bastassero, ne vengono altri dalle altre città di America e dall'Italia, tutti irreligiosi, ad innondare le barbierie, i caffè, i ristoranti, e le bettole. I giornali locali riproducono, come notizie prelibate, le fandonie che si pubblicano in Italia a scredito del Sommo Pontefice e del Clero. Il loro scopo è, secondo che affermano essi stessi, di mantenere sempre vivo il sacro fuoco dell'amore verso la sventurata patria, attizzando in tutti i versi l'odio contro la Chiesa e la religione e il clero!... Il male che fanno queste pubblicazioni, è immenso: questo popolino trangugia come pezzi di cielo tutto ciò che vede stampato, e non sa concepire che si possa impunemente stampare la calunnia e il falso. - E si noti che nessun giornale americano osa stampare un motto offensivo contro il Papa, il clero e la Chiesa cattolica, a meno che sia un organo esclusivo di una setta protestante.

» In fatto di religione le cose vanno per conseguenza assai male. Appena un quarto o un quinto di quelli che risiedono in città, possiamo dire che santificano la festa. Agli sforzi della cattiva stampa e delle società secrete per screditare tutto ciò che è sacro, si unisce un'ignoranza grave in materia di religione, e la nessuna premura d'istruirsi. Ed è un'ignoranza che risalta tristemente a lato dei cattolici americani, istruiti chi più chi meno in religione, ma tutti profondamente rispettosi verso la Chiesa, il Clero, il Papa e tutta la Gerarchia Cattolica. Ecco un fatto eloquentissimo. Delle ventotto Parrocchie cattoliche che si contano qui in città, dodici hanno le loro scuole parrochiali sostenute a spese dei parrochiani, stabilite in belli, ampi e sani edifizi propri annessi alla chiesa, ove l'insegnamento è affidato a Religiosi e Religiose. Buon per gl'Italiani che qui a poca distanza da noi vi è una scuola gratuita tenuta da Religiose americane, alla quale concorrono parecchie centinaia, dei loro ragazzi e ragazze. E i protestanti? Lavorano senza dubbio: e se perdono il tempo attorno agli adulti, qualcosa guadagnano fra la gioventù povera. In una città qui, vicina chiamata Oakland, vi sono varie migliaia d'Italiani: ebbene un apostata svizzero vi fa propaganda, e, se non li converte, certo li perverte.

» Vi ha fra gl'Italiani una leggerezza spaventevole nel contrarre matrimoni, e una somma indifferenza nel battezzare assai tardi i loro bambini. Per colmo di tutti i mali la bestemmia ereticale, le ingiurie più villano contro Dio, il Vicario di Gesù Cristo e i Sacerdoti, sol per far eco a quello che leggono nei giornali settari, sono il sale con cui condiscono ogni minestra. Per un nonnulla giù bestemmie che farebbero gelar le ossa al più feroce eretico. A dir tutto ostentano irreligiosità, come se con ciò potessero accattare simpatie o impieghi. Ma se questo tristissimo andazzo forse fa buona prova in qualche luogo d'Italia, in America fa l'effetto contrario. I cattolici sono qui universalmente in intima di gente onorata e rispettabile: il clero cattolico innanzi al Governo e a qualunque società laica anche protestante, è fatto segno a gran rispetto ed è tenuto in alta considerazione. Le nostre Autorità Ecclesiastiche sono in grande onore, anzi una potenza morale innanzi al Governo Federale e a quello dello Stato. Che figura ripugnante fa dunque l'Italiano, bestemmiatore di Dio e dei suoi Sacerdoti! Se gli Americani, cattolici o protestanti, capissero i dialetti italiani e il senso delle bestemmie, armerebbero una crociata contro di loro!

» Abbiamo però in questa colonia un forte nucleo di bravissimi cattolici: sì, non manca la parte eletta, il popolo di Dio, che lo ama, lo adora, lo benedice; che ne promuove la gloria e l'onore: che frequenta i Santi Sacramenti: che ascolta con rispetto e assiduità la divina parola ed assiste con devozione alle solennità della Chiesa. Sono solo 18 anni che esiste questa bella Chiesa di tre navi, dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo. Fu eretta tra mille contraddizioni e opposizioni dei cattivi, per cura del defunto Sacerdote Carlo Franchi. Prima di noi Salesiani, gl'Italiani erano assistiti assai bene dal detto Padre Franchi, genovese: poi dal Padre R. De Carolis, napoletano, e dal Padre De Romanis, romano. Noi Salesiani abbiamo continuato con assai profitto spirituale e materiale le opere da loro ben convinciate. Abbiamo edificato una seconda Chiesa chiamata del Corpus Christi per gl'Italiani che si trovano un poco fuori di città: e sebbene colà non vadano a Messa se non pochi, per essere molti assai occupati nei lavori anche la domenica, pure con detta Chiesa affidata al nostro confratello Don Valentino Cassinis, si è ottenuto di far loro un gran bene, in mille maniere, tra le altre radunandovi il bel numero di più di 200 ragazzi e ragazze pel Catechismo domenicale. Senza di questa nuova parrochia, duemila Italiani sarebbero rimasti abbandonati.

» In questa Chiesa di S. Pietro e Paolo poi, abbiamo più di 1500 tra ragazzi e ragazze che frequentano il catechismo domenicale. Per quest' uso e per varii sodalizi dell'uno e l'altro sesso abbiamo innalzata un' ampia e bella sala, annessa alla Chiesa. L'opera dei catechismi è affidata al confratello D. Redahan, insuperabile nella organizzazione e disciplina della sua rispettabile parrochia infantile: la sua opera è veramente modello. Abbiamo nella stessa Chiesa la Pia Unione del Sacro Cuore di Gesù, le Confraternite di Maria Ausilia trice, di S. Giuseppe e della Buona Morte per gli adulti di ambo i sessi e quelle delle figlie di Maria, della S. Infanzia, di S. Luigi Gonzaga e degli Angeli per la gioventù. Il nostro Circolo cattolico di giovani italiani, fondato or sono due anni, è fiorentissimo, e forse, colla grazia di Dio, giungerà a raddoppiare quel po' di bene che ora si va facendo per questi nostri connazionali ».

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Fin qui il nostro carissimo Don Piperni. Da altre sue relazioni. noi abbian rilevato che il bene che l'umile Società di S. Francesto di Sales compie fra gl'Italiani emigrati in California, è veramente consolante. Nella sola parrocchia dei Ss. Pietro e Paolo, ufficiata da noi in S. Francisco, si fanno mensilmente più di mille e duecento Comunioni. Il precetto pasquale si compie ordinariamente da parecchie migliaia di persone; e la domenica in ogni Messa, si fa una breve istruzione di cinque o dieci minati. La predica formale sull'Evangelo è alla Messa cantata: alla sera alle 7 1/2 (secondo il costume di quei paesi) si cantano i Vespri e si fa una seconda istruzione. Ma senza risparmiar nessuna cura per gli adulti, dove sacrificano maggiormente i nostri confratelli le loro enegie è precisamente negli oratori festivi. I 1500 fanciulli e fanciulle di Italiani che convengono ogni festa alla nostra parrocchia ne sono la prova eloquente. Dopo la Messa delle nove, chiamata la Messa dei ragazzi, questi si dividono ordinatamente nelle varie classi e loro s'insegna il Catechismo. Quando si avvicina il tempo della prima comunione, i candidati hanno per lo spazio di due o tre mesi un'istruzione apposita tre volte la settimana: il giorno fissato dànno seriamente gli esami e gli approvati fanno tre giorni di esercizi spirituali, come immediata preparazione alla S. Comunione. Si fa lo stesso per la Cresima, che, negli Stati Uniti, per disposizione della S. Sede, si dà sempre un anno dopo la prima comunione. I nostri Italiani, accostumati a presentare alla Cresima i loro figli ancor bambini, non sanno tutti rassegnarsi a quelle savie leggi locali e, come scrive Don Piperni, « ciò che è peggio non sanno e non vogliono capirne le ragioni, e, come documento del loro sviscerato amore al cattolicismo, regalano, secondo il patrio stile, qualche bestemmia al Papa, ai Vescovi, e qualche moccolo anche a noi, loro umilissimi servi ». Prima di conchiudere quest'importante relazione stralciamo ancora una notizia che vorremmo dire di attualità.

« In questo paese, continua il nostro confratello, che io vorrei chiamare un mosaico di tutte le nazioni è spaventevole la facilità con cui si compie il divorzio: basta per divorziarsi un capriccetto qualunque o anche la semplice mutua volontà di amendue le parti; cosicchè, qui, fra tanti mercati, si può contare pur questo del matrimonio. È incalcolabile il danno arrecato alla società dal protestantesimo, fautore e protettore del divorzio. Sono assai frequenti i divorzi degli stessi ministri e vescovi protestanti dalle loro mogli: e chi avesse tempo e voglia di ridere, se non vi fosse pur tanto di vergognoso, dovrebbe recarsi a tali dibattimenti nei tribunali !...

Il Signore tenga lontano questo flagello dalla nostra patria e benedica gli sforzi dei nostri missionari in favore dei 50 mila italiani emigrati in California. D. Piperni pensa di fondare colà un periodico italiano in loro benefizio: e noi auguriamo fin d'ora le più ampie simpatie ed i frutti più consolanti.

MISSIONI

COLOMBIA Pei poveri lebbrosi. Il primo lazzaretto dipartimentale. (Lettera di D. Evasio Rabagliati. *)

I viaggi qui, in queste terre, sono piuttosto lenti e non si può fare in altra maniera: unico modo è l'andare in groppa alla mula; ma in certe parti anche la mula non serve, e bisogna andare a piedi, perciò i nervi, alla vista di certi precipizi, imbizzarriscono tanto e scuotono tanto le persone, che sarebbe una vera imprudenza restare in arcioni. Qui non si conoscono nè treni, nè tramvay, nè automobili, nè vetture. I cavalli stessi, velocissimi per la pianura, sono fuori d'uso in questo paese tutto montagnoso; e l'unico veicolo è proprio la mula. Se è buona, meno male; se poi è cattiva, stanca o capricciosa, come pur troppo succede molte volte, - e i lettori del Bollettino ornai lo sanno - allora è una vera agonia il viaggiare. Il Governo stesso ci diede le mule, due da sella ed una da carico : ma chi sa in quante battaglie erano state quelle povere bestie, e quanti viaggi avevano fatto ! Fatto è che ci parvero lumache e non mule. Ma di lì a pochi giorni, un bel mattino, si va a cercarle al prato dov'erano state messe la sera innanzi, e non si trovano più. Durante la notte trovando poca erba, fecero un prodigio di valore... saltarono i ripari, e indisturbate se ne tornarono a Medellin, e così noi restammo a piedi.... Ma presto potei affittare altre bestie con grande vantaggio nostro, perche erano migliori, e non tanto mule come le prime.

Il mio modus operandi durante questa scorreria era il seguente : Giunto ad un paese, mi presentava in casa del Parroco presentandogli le mie credenziali. Ma non furono mai necessarie: Mons. Arcivescovo per telegramma e con circolari mi aveva raccomandato a tutti. Quindi coll'aiuto dello stesso parroco e del sindaco, si combinava una lista dei principali del paese, ai quali mandava subito un invito a stampa per la conferenza da tenersi in chiesa il giorno dopo, che era sempre un giorno di Domenica o festivo. Per la popolazione in genere si affiggevano manifesti agli angoli delle vie, o sulla pubblica piazza, fissando chiaro il giorno, l'ora, il luogo e l'oggetto della conferenza. Fra i più cospicui del paese, ne sceglieva poi 4 o 6, appartenenti ai vari partiti politici, cosa indispensabile in questi paesi per impedire o distruggere le diffidenze e ne formava un Comitato col suo Presidente, Vice-presidente, Tesoriere e Segretario. Quindi faceva la conferenza. Cominciava coll'annunziare che l'Arcivescovo di Medellin concedeva benignamente 80 giorni di indulgenza a tutti quelli che avrebbero ascoltato la conferenza; ed altri 80 per quelli che mi avrebbero dato qualche elemosina per i poveri lebbrosi. E poi parlava per un'ora di lebbra, di lebbrosi, di ospedali-lazzaretti, della necessità d'impiantarli , e finiva per chiedere l'elemosina ai presenti, procurando di mettere l'emulazione fra un paese e l'altro. In ultimo, annunziava la fondazione nel paese di una succursale del Banco dei lebbrosi, dicendo che ne sarebbero i direttori quei quattro o sei del Comitato facendo i nomi di ciascuno. La cosa riuscì stupendamente. Nel primo paese si raccolsero 8100 pesos; nel secondo 9379; nel terzo 23.738; nel quarto 25353; nel quinto 39536; nel sesto 42736.... e si arrivò fino al paese di Concordia, nel quale dicendo che se fossero ben concordi avrebbero vinto e superato tutti i loro rivali, raccolsi la bella cifra di pesos 63272. In breve: totale generale dei dodici paesi: pesos 291175,80. Fatta la fondazione del Banco, che generalmente durava dalle 12 alle 18 delle domeniche e feste, e distribuite le azioni dello stesso ai ricchi, colle relative ricevute per le quantità offerte, che non potevano essere inferiori ai cento pesos, non mancava, per completare l'opera, che la limosina dei poveri e di quelli che non volevano o non potevano figurare come azionisti del Banco. Era questo il lavoro più faticoso che si riservava per il lunedì, ed anche per il martedì, quando non bastava un giorno solo. Faceva il giro del paese, accompagnato dai membri del Comitato, entrando in tutte le case più o meno povere, e ricevendo in tutte quel molto o quel poco che si poteva. Quante emozioni ho provato mai in queste visite! Quante volte mi son sentito a dire: « Prenda, Padre; è tutto quello che abbiamo in casa; siamo tanto poveri! Ma più poveri sono i lebbrosi! » e così dicendo, mi consegnavano quei pochi reales che formavano tutta la loro fortuna. Questo mi faceva più impressione che il ricevere le centinaia di biglietti da certi ricchi.

Non dimenticherò mai il fatto seguente, che mi accadde in Bolivar, il più remoto dei paesi visitati. Entrammo adunque inaspettati in una casa di persone povere; e ci ricevette la padrona di casa, padrona di niente, perchè non aveva nulla da darci. Mentre faceva le scuse per doverci lasciar partire colle mani vuote, d'improvviso s'interrompe, e come colpita da una subita inspirazione: « Prenda, Padre, mi dice, è l'unico oggetto di valore che ho in casa, » e così dicendo, si leva un anello d'oro dal dito e me lo consegna. « Questo è lusso, continua a dire, e posso benissimo farne senza; servirà assai meglio per i suoi poveri lebbrosi, che se ne muoiono di fame, e non possono lavorare. »

In altro paese avvenne un altro fatto degno di nota. Entrammo in Titiribi, in una casuccia di poveri, e trovammo tutta la famiglia ciascuno con un bigliettino in mano, pronto per la limosina. Intanto un bambino di circa sette anni in un angolo della casa, piangeva dirottamente. Tentai consolarlo con una carezza, credendo che la madre l'avesse messo colà in castigo; ma non ne fu nulla; il pianto non cessava, anzi cresceva e cresceva sempre. Partiti di là, ed allontanatici una ventina di passi, vedo che il bambino mi corre dietro, sorridente, felice, asciugandosi le lagrime col dorso delle mani e: « Tome, Padrecito, gridava, mi limosnita también, » e mi consegnava un peso. Compresi la causa del suo pianto : il caro bambino piangeva, perchè non aveva nulla da darmi. Appena qualcuno gli ebbe dato quella moneta, cessò il pianto... Come mi parvero preziose e belle le lagrime di quell'innocente e più prezioso e bello il suo tenero cuore ! Il Signore ti benedica, caro fanciullo; ti liberi dalla lebbra e da ogni male e ti faccia un santo.

Devo pur notare che nel terzo paese chiamato Fredonia, trovai un parroco singolare. Al tempo della partenza mi dice: « Io la voglio accompagnare nelle sue escursioni. Mi pare tanto bella la sua missione, tanto grata agli occhi di Dio, e tanto vantaggiosa agli uomini, e ammalati e sani, che ho deciso di aiutarla in tutto quello che mi sarà possibile. » Si chiamò subito per telegrafo il permesso all'Arcivescovo, che lo mandò ipso facto, rimanendo altri due preti in quella parrocchia. E questo buon prete mi accompagnò fino ad Amaga, che fu l'ultimo paese visitato. Sacerdote eccellente, pieno di virtù e di zelo per il bene delle anime, arrivati ad un paese, dopo di avermi chiesto, se non mi abbisognasse il suo servizio, entrava in confessionale, e non ne usciva più, finchè c'era della gente. Al mattino alle 4 era già in piedi, e andava subito in chiesa per prestare l'opera sua a quanti la desideravano. Per me poi aveva tutto le cure possibili, tanto nei viaggi, come nelle formate, ovunque: ed io più che compagno, potrei chiamarlo l'angelo mio visibile datomi dalla Provvidenza per rendere meno faticosa e più proficua la mia missione. Al lasciarci mi disse: « Con lei, per questa missione dei lebbrosi, andrei in capo al mondo, se Mons. Arcivescovo lo consente. » Non dimenticai la generosa profferta; e giunto a Medellin ne parlai coll'Arcivescovo, che senza difficoltà alcuna mi concesse quello che gli proponeva. Deo gratias; così viaggerò più tranquillo; e in caso di disgrazia, avrò al mio fianco un buon prete che mi assolva e che mi aiuti a ben morire. Stia adunque tranquillo sulla mia sorte, amatissimo signor Don Rua. Se è volontà del Signore che io lavori ancora per il bene dei lebbrosi della Colombia, Egli saprà liberarmi da ogni disgrazia; ma se così non fosse, non sarò più solo, nè morirò abbandonato; ora ho il prete sicuro, e procurerò di averlo fin che mi sarà possibile.

Tornato a Medellin, e comunicato l'esito di questa prima scorreria, l'Arcivescovo esclamò: « Per me, questo fatto lo considero come uno dei grandi miracoli di D. Bosco. Raccogliere tanto denaro, in così poco tempo, dopo una guerra di tre anni, quando non si parla che di rovine, di miseria e di fame, è cosa veramente inesplicabile dai tetti in giù. Digitus Dei est hic! Carissimo D. Rabagliati, l'opera è santa, Dio la vuole; la vuole Don Bosco; avanti dunque; non occorrono altre prove per convincersi che l'opera dei lebbrosi è cara a Dio e agli uomini. »

Dopo una quindicina di giorni di riposo in questa casa-collegio dei PP. Gesuiti di Medellin, che mi trattano come uno dei loro, fatti i preparativi necessarii per la fondazione del Banco dei lebbrosi in tutti i paesi di questo dipartimento, in compagnia del mio carissimo P. Ortiz (il sacerdote di cui ho parlato più sopra) ripartirò per visitare la Provincia del Sud, e vi resteremo finchè le pioggia invernali, rendendo impraticabili le vie attraverso queste montagne, non ci obblighino a tornare a questa Capitale. Allora mi occuperò dei lavori di costruzione che adesso lascio ai membri della Giunta d'accordo cogli ingegneri. Credo che mi dovrà passare tutto quest'anno prima di veder costrutto questo primo lazzaretto dipartimentale. Finito che l'abbia, se l'obbedienza non dispone altrimenti, andrò à Santander dov'è il maggior numero dei lebbrosi, per fare non uno, ma varii lazzaretti, capaci di raccogliere quei 25000 disgraziati, che soffrono, vivono, e muoiono come sa il Signore.

Da quello che Le ho detto fin qui, ella comprenderà facilmente, carissimo Padre, quanto bella e, nello stesso tempo, quanto difficile e pericolosa sia la missione di questo suo figlio salesiano. Ho quindi diritto a chiederlo e sperare una specialissima benedizione, che bramerei quotidiana nel memento della S. Messa, perche quotidiani sono i pericoli a cui sono esposto. Il Signore la conservi ancora moltissimi anni all'affetto di tutti i suoi figli, pel bene della nostra Pia Società e per la maggior gloria di Dio e salute delle anime. Questa è la preghiera fervente del

Suo Dev m° figlio Sac. EVASIO RABAGLIATI.

Nota della Redazione. - Mons. Arcivescovo di Medellin nella sua bella lettera circolare del 6 dicembre u. s. ha per la missione del nostro carissimo Don Rabagliati queste precise parole: « Il Rev. D. Evasio Rabagliati, della Congregazione Salesiana di D. Bosco, venuto espressamente da Bogotà per iniziare quest'opera salvatrice della nostra terra, farà una rapida escursione fra tutti i popoli di Antioquia, per sollecitare il soccorso della carità cristiana, affinchè l'opera che s'inizierà in questi giorni non venga a paralizzarsi per mancanza di denaro, ma possa compirsi e nel minor tempo possibile. Ed io credo inutile di raccomandare alla S. V. ed ai suoi fedeli, che diano a questo degno ed esemplare sacerdote l'appoggio migliore, affinchè la sua laboriosa missione dia tutto quel buon risultato che si spera di ottenere. » Ci auguriamo anche noi che l'opera santa possa diventar quanto prima un fatto compiuto.

Attraverso l'Equatore

(Impressioni di un viaggio*) La bocina.

Prima che si potesse riscaldare l'aria irrigidita dal gelo della notte, la chiesa era gremita di popolo che all'improvviso annunzio era accorso per vedere il Vescovo ed essere benedetto.

Questi non si fece aspettare.

Celebrato il Sacrificio e cresimati quelli che erano disposti, così parlò ai fedeli : - Altre cure, altri affetti mi chiamano per ora lungi di qua, sebbene io rimanga col mio cuore fra voi. Oltre le Ande orientali mi attendono i miei figli delle selve. Là bisogna che io corra. Voi pregate Iddio perchè al ritorno io possa fermarmi più lungamente nel vostro bel paese.

Invano il buon Curato supplicò che ci fermassimo per provvederci il conveniente; che non volessimo' interpretare alla lettera il passo del vangelo, ove dice: neque sacculum neque peram. Accompagnati per buon tratto da lui e dal coadiutore, ascendemmo la collina.

Questa, correndo verso l'Est, da prima divide l'altipiano in due versanti minori, quindi si frastaglia in numerose vallette coperte d'abbondante verzura. Sul dorso del colle è tracciato il cammino, ormai.asciutto e comodo sì da ricevere gli onori di strada carrozzabile. Ma qua e colà si levano delle gobbe e si abbassano delle pozze. Poi, a intervalli, succedono i pantani, la strada carrozzabile s'interna nei prati , divisa in varie lingue o sentieri irregolari, che più lungi si riuniscono. Da una delle prime capanne che erano a vista, uscirono alcuni indii, uno dei quali traeva un lungo corno o bocina, da cui estrasse alcune note cupe e prolungate, a modo di avviso. E subito, al primo suono, risposero altri dalle sottoposto valli, a destra ed a sinistra; poi altri più lontani ed altri ancora che si dileguavano fra le ultime gole, quasi fossero un'eco ripercossa più volte dalle roccie interposte , simili alle onde di uno stagno, formate dal cadere di una pietra, che spingonsi in cento orli, sino a morire sulle rive.

Ed ecco quasi repentinamente smaltarsi i sottoposti campi , non già di fiori , ma dei ponchos, azzurri, rossi, verdi e gialli, e dei grandi cappelli bianchi, che indossavano molti indii, i quali, usciti dalle loro capanne, al suono della bocina, come uccelli al richiamo, venivano verso noi da diversi punti, a guisa di rigagnoli che, seguendo il loro letto, si uniscono in varii fiumicelli, per formare un solo grosso fiume.

Venivano frettolosamente i giovani e le donne, portandosi chi uno, chi due ed anche tre o quattro bambini sulle braccia, legati al collo, o fasciati sulle spalle. E dietro ad essi spingevano innanzi i magri corpi, i vecchi, incurvati sul loro bastone da cui parevano togliere un poco del perduto vigore.

Che volevano? Essere benedetti essi e le loro creaturine. Volevano sapere ove si sarebbero cresimati. E piegando le ginocchia e colle braccia aperto in forma di croce, benedicevano essi pure Iddio, Gesù Cristo e la Vergine, che loro avevano concesso tanta grazia. Parlavano delle loro sventure, della loro speranza nel Cielo.

No! Voi non potete essere sventurati. Sventurati sono i popoli che non credono, che non sperano.

La rugiada e la nube.

Che edifizio è quello che là in alto domina, di stile misto, dalla grande scalinata doppia che ne orna la base, dai due ordini sovrapposti di ampie finestre, dallo svelto cupolino che lo sormonta ? Tutto fabbricato di bianchissima pietra, incastrato nella somma cavità di una rupe, si distacca sul verde dei circostanti colli, come una tortorella che sporge dal suo nido ?

E veramente è il nido di una colomba, formato nelle cavità della pietra. È un santuario : la Madonna della rugiada.

Or vanno otto anni queste valli erano tribolate dalla siccità. All'appello del Parroco, Rev. Daniele Muñoz, il popolo fece un voto a Maria. D'allora in poi non mancò mai la benefica rugiada e la pioggia feconda. Ecco l'origine del Santuario. E chi ne fu l'ardimentoso architetto? Quale la eletta niente di artista che ha lasciato di sè orme sì fulgide in mezzo alla generalità di edifizii rozzi e cadenti ? Lo sapremo quando avremo seguito il passo di questo genio che l'Autore del bello condusse a queste regioni , come un raggio di luce fra le tenebre.

Monsignore volle visitare il Santuario. Su quella rupe si cantò a si pregò per i selvaggi Jivaros. Il popolo, col Parroco alla testa, vuol trattenere Monsignore. Ma bisogna compiere l'itinerario.

- Al ritorno, il Vescovo si fermerà anche qui. Lasciateci per ora.

Così abbandonammo Bibliàn ai piedi del santuario; guadammo il fiume omonimo, ed al volgere di una collina, perdemmo di vista il gentile santuario della rugiada.

Ma ecco aprircisi innanzi un'altra valle amenissima, e su uno dei suoi poggi dominare due svelte torricelle. È la Madonna della nube che protegge la città di Azógues, giacente ai suoi piedi.

Mentre ammiravano non meno l'amenità dei luoghi, che la pietà degli abitanti, scorgemmo da non lungi, una cavalcata che verso noi veniva. Erano i bravi Azoguesi che si dirigevano ad incontrarci , condotti da tre buoni preti Oblati, i quali reggono quella parrocchia. Le campane annunziarono l'arrivo di Monsignore. Pareva un giorno di festa.

L'indomani, ammirato lo zelo dei giovani sacerdoti oblati, il nostro vescovo, volgendole sue cure alla parto più eretta del gregge, visitò le scuole cristiane dei Fratelli, esortando i loro fortunati giovanetti ad essere degni dei loro maestri.

Indi ci dirigemmo al bel santuarietto della nube, poi, accompagnati dal clero di Azogues, a Chuquipata. Il parroco di questo paese, per timore di perdere la visita episcopale, era accorso sin dal mattino, come per metterci i ferri. Parlava sì bene e con tanto entusiasmo di D. Bosco e di Maria Ausiliatrice, che fu impossibile resistere. E bisognò far sosta nella sua parrocchia, che si estende attorno a un enorme piccaccio in forma di becco di pappagallo , vulcano spento, chiamato Cositambo. La sua chiesa è centro di divozione a Maria Ausiliatrice, frutto della pietà dei nostri D. Spinelli e D. Mattana, che in questi luoghi hanno fatto frequenti escursioni.

Il primo incontro.

La strada, ora commoda e spaziosa, ora stretta ma quasi sempre piana, serpeggia fra siepi di odorose ginestre o all'ombra di biondi salici. Oltrepassato il fiume Azógues, guadammo il Déiej, abbastanza ricco d'acque, e poi costeggiammo su un'alta rupe il Challabamba, assai più grosso. Avevamo fatto pochi passi, sull'orlo dell'altissima sponda, quando, dietro uno dei macigni che interpolavano la via, apparve d'improvviso un cavaliere. Un lungo oh! ripetuto da ambe le parti, seguì l'apparizione : era il caro confratello Donoso.

Poco dopo vennero verso noi, sul dorso dí briosi cavalli, quattro preti.

Erano il vicario generale, col segretario della diocesi e due parroci, l'uno dei quali era incaricato dai PP. Redentoristi di dire a S. E. che non essendo possibile dargli ospitalità salesiana, si degnasse accettare quella che essi gli offrivano.

Non erano ancor finiti i complimenti di uso, quand'ecco dalla rupe soprastante correre un uomo trafelante e gridando

- Padre, corra che la mia donna se ne muore.

Chiesi licenza al Vicario, e senz'altro feci capire alla mia mula (succeduta al cavallo) che le bisognava far prodigi. Essa non se lo fece ripetere, poichè si mise ad arrampicarsi su per le pietraccie, saltando frane, siepi e macigni, quasi fosse uno scoiattolo, ed in un lampo mi pose sull'uscio di una capanna, nascosta fra gli arbusti.

Imbruniva , allorquando , passato il fiume Machàngara e sceso il soave pendio delle ultime colline, Monsignore benediceva i rappresentanti laici e religiosi della nobile e cattolica città di Cuenca. Coll'effusione del cuore, abbracciammo poi i cari Redentoristi che ci aprirono le loro porte.

Dieci giorni a Cuenca.

Monsignore si trattenne qui qualche tempo per ricambiare le innumerevoli visite che ha ricevuto dalle autorità e dalle principali persone di Cuenca L'Amministratore apostolico, il Capitolo, il Governatore civile, il Generale di divisione, l' Ex presidente Cordero, i Religiosi ed i privati vogliono avere con loro il Vescovo salesiano. E ben si potrebbe dire che Monsignor visita tutti i cittadini di Cuenca.

Le strade sono divenute luogo di ricevimento. Appena egli è sulla via, la parola vescovo lo procede come banditrice. Giovani, vecchi, operai e padroni, uomini e donne accorrono per vederlo passare, s'inginocchiano, vogliono la benedizione, e fra le lodi a Dio, s'ode qua e là ripetere: Beati gli occhi che ti vedono. I bambini affluiscono in capo alle vie, si afferrano al mantello, al bastone, alle mani del prelato e levano festoso rumore.

Si direbbe che Cuenca e divenuta Gerusalemme e i tempi nostri, quelli del buon Gesù. Ma Monsignore la chiama Roma per la fede, e la fama la dice Atene, per la sua università, gli studii profondi ed i molti uomini di lettere. La gioventù dei collegi si ebbe le preferenze paterne del Vescovo salesiano. Era poetico vedere i seicento alunni dei fratelli, allineati in ben disposte file, ascoltare le efficaci ed ilari istruzioni di S. E., dopo avergli cantato le loro marcie e gli inni giocondi. Non vi fu istituto di giovanetti o di fanciulle in cui Mons. non abbia sparso la buona ed affettuosa parola, con quella tattica da maestro che sa, operare molto in brevissimo tempo.

Il popolo, che era venuto numeroso alla conferenza salesiana, ed ogni giorno accorreva dai luoghi limitrofi per ricevere nella cresima, non dimenticherà la solenne vestizione di ben 20 giovani chierici e la consacrazione di parecchi novelli leviti.

Partenza !

Un mattino per tempo, dopo la Messa di Monsignore e mentre questi pregava nella sacristia, se ne aprì improvvisamente la porta e si vide apparire sopra una croce di missionario, una gran barba biondo-oscura, emula di quella di Aronne, folta e diffusa come una foresta.

Era infatti la barba di un abitante delle foreste, dell'intrepido missionario D. Mattana, vulgo, Padre Francisco.

Dico volgo, poichè, per molte leghe all'intorno, noi, c'è uomo, nè donna, vecchio o fanciullo che non conosca questa barba e lo zelo che l'accompagna.

Dal 1894, in cui il valoroso apostolo lasciò la città di Quito, ove era venuto dalla bella Italia nel 1887, per sacrificarsi alle anime dei selvaggi Jivaros, questa barba è sempre l'incanto e la favola dei neofiti, che dal suo prestigio si lasciarono indurre a valicare monti altissimi, a guadare fiumi pericolosi, ad avvicinare tribù feroci, per accompagnare il missionario. Questa barba causa bene spesso l'allegrezza degli indii civilizzati, nei paesi che percorre D. Mattana per confessare, cresimare e cercare aiuti. Questa barba a noi pure era foriera di buona nuova, poichè all'indomani della sua comparsa, avremmo continuato il nostro felice viaggio.

La partenza da Cuenca fu più solenne dell'arrivo. Il giorno diciassette di buon mattino, un picchetto di nove soldati con un ufficiale erano mandati dalla squisita gentilezza del generale Giulio Andrade, per accompagnare il nostro Vescovo fino a Gualaquiza.

- Accetto l'ossequio del sig. Generale, disse Monsignore quando vide il marziale drappello ; ma non voglio incomodare tanti buoni giovanotti. Sarò contento di tre, che mi seguano a una giornata di cammino. Chè a Gualaquiza, ai selvaggi vogliamo giungere soli, col Crocifisso e non colle armi. Vengano dunque tre soli. E voi, figliuoli, rimanetevene e dite al vostro generale che io vi ho levato la consegna. Buon numero di signori, laici ed ecclesiastici, vollero corteggiare la partenza del nostro vescovo, fin oltre i suburbii della città. Fuori, nel campo, ci trovammo un'altra volta soli e ci affidammo alla magica barba del P. Francisco, ai bravi soldati ed al loro ufficiale, che non si vollero staccare da noi un momento. Era l'ufficiale, giovane in sui venticinque, piuttosto basso di corpo , sebbene più tarchiato che non volesse la proporzione militare; però svelto, attento e gentile , dal viso tra il bonario e l'astuto, con due occhietti che volevano dire qualunque cosa, e due piccoli baffi neri sopra due labbra leggerissime. Cercava d'indovinare il pensiero degli altri per accomodarvisi; parlava poco e solo di cose generalmente sapute; del resto era docile come un fanciullo e sapeva approfittare di ogni buona occasione. Insomma : un soldato alla moda.

S. Bartolo.

Così bene accompagnati, cavalieri in focosi cavalli, per un sentiero che, di fronte ai già passati ben si poteva chiamar reale, ascendendo da pendice in pendice, giungemmo a un paraggio ove il cammino, descrivendo molte curve e spezzate sul dosso di un verde colle, ci permise di scorgere a gran distanza e fra i vuoti che lasciavano gli alberi, una lunga processione , una specie di colonna di cavalleria, posta là sul pendio in forma di molte Z a seconda della strada. E subito dopo si levò dai cespugli e dal bosco immediato, un gridìo di fanciulli che a squarciagola facevano giungere alle stelle i loro evviva e gli osanna al Vescovo salesiano.

Era la popolazione di San Bartolo che , colla scuola, il maestro, il sindaco ed il parroco, non esclusi l'organista e il sacristano, erano venuti a riceverci.

Allo schiamazzo dei fanciulli seguì una corsa precipitosa di quella legione , giù per la discesa, che divorò in un minuto.

L'entusiasmo dei cavalieri e dei cavalli ci portò in un sospiro al paese , senza Lasciarci sentire l'impressione di qualche orrido abisso, che a fianco ci stava, nello scendere gli ultimi burroni.

Tutte le più belle masserizie, le lane e le stoviglie delle feste, erano stato esposte sulle vie in forma di archi dalle donne, che generosamente profondevano fiori, di cui erano colmi varii cesti, sul suolo, sulle persone e sulla faccia altresì degli aspettati; anzi era la faccia il bersaglio favorito, senza temere l'adombrarsi, e l'indomito scalpitare dei destrieri.

La chiesa addobbata, l'altare illuminato, le tre campano che a gara simultanea assordavano l'ambiente, l'altero incedere degli uomini, l'affaccendarsi delle donne, non lasciava ambiguità sull'intenzione degli abitanti, vale a dire, che quella era giorno di gran festa e che il Vescovo non doveva passare oltre.

Per tanto, cantato il Te Deum, Monsignore, prendendo argomento dall'immagine dell'Ausiliatrice che campeggiava sull'altar maggiore, parlò al popolo della Madre di Dío e della fortuna di esserne figli. E quella brava gente ne rimase sì incantata che per tutta la sera non si volle allontanare dal Prelato. Ma riempiendo ogni ambito della casa parrocchiale, che è come di tutti, vi stava là a guardare il buon Vescovo , a raccontargli le grazie, i miracoli ottenuti dalla Madonna salesiana, la cui statuetta, dicevano, va sempre girando di casa in casa , durante l'anno intiero, per le novene ed i tridui non mai interrotti.

Il Curato anch'egli, mentre ammanniva in pari tempo il necessario per la cena e per le cresime del giorno appresso, confermava e dava colorito alle narrazioni dei buoni figliuoli.

Sigsig.

Lo stesso corteggio che ci aveva condotti a San Bartolo ci accompagnò pure il dì seguente, sin oltre i limiti del comune. Ed appena eravamo giunti ai piedi dell'alto ed irto colle, lasciandoci indietro il fiume Pamar, quando un altro stuolo di fanciulli del paesello omonimo, fece echeggiare di evviva le falde opposte. Quindi scorgemmo alla sinistra le acque verdose e chiare del fiume Sigsig, sulle cui sponde, coperte di ubertosi campi, scorgemmo un antico recinto annerito, monumento secolare della estinta dinastia incaica.

Rasentavamo le capanne degli indii , in quella che s'udì una voce rauca e profonda, e poscia apparve un vecchio , che per dichiarazione generale avea cento venti anni, il quale, mal reggendosi sulla persona e spalancando i suoi due occhi nascosti da foltissime ciglia, diceva nella sua lingua : - Benedicimi, padre santo, perchè io possa morire. - Soddisfatto appena quel pietoso desiderio, c'imbattemmo coi primi rappresentanti del paese di Sigsig che ci venivano all'incontro. E subito dopo appare un'intiera legione, non minore di quella del dì innanzi.

Salutiamo il Parroco col suo vicario ed i principali signori, mentre dalla banda opposta del fiume ed ai piedi del poggio, a cavaliere del quale siede il gentil paesello, i bambini, le donne e le fanciulle saltano e danzano in vaghi giri. Le campane, dall'alto delle torri , spandono su tutto il valloncello la loro nota acuta, che si confonde colle note della banda, composta di un clarinetto, un pistone, una tromba, un bombardino, un basso ed una gran cassa.

Giungiamo al fiume dalle acque limpidissime e copiose, dalle sponde ombreggiate da frondosi salici. La banda ci accoglie al suono della marsigliese cui segue l'inno equatoriano, mentre i destrieri con passo fiero ed irrequieto fendono la corrente, sollevando intorno bianchissima schiuma.

Nel paese e fuori numerosi archi di festoni e di verzura, gruppi pittoreschi di gente, fanciulli che scorrazzano fra le zampe dei nostri cavalli, incessanti e frenetici evviva a D. Bosco, a D. Rua, al vescovo, alla Congregazione salesiana. La chiesa si gremisce. Anche qui, il quadro dell'Ausiliatrice, coi pegni delle grazie ottenute.

Monsignore encomia grandemente la fede entusiasta del popolo, e benedicendolo con effusione, conchiude dicendo: - Siccome voi mi avete ricevuto fra cotanta allegria, così io spero di ricevervi nel Cielo.

Per quel giorno e poi due seguenti che ivi ci fermammo, il nostro Vescovo è attorniato dalla pietosa gente. Avresti veduto ad ogni istante e da ogni direzione, giungere drappelli di uomini e di donne, penetrare nella casa parrocchiale, nella stanza del Vescovo, senza alcun indugio e senza che alcuno ne li potesse impedire; ed i missionari erano dì e notte assediati da quei fervorosi cristiani, che da uno o due giorni di distanza arrivavano al paese per le confessioni o le cresimo. La domenica poi fu caratteristica. La piazza e la chiesa riboccavano di gente, i vestiti di mille foggie e colori, imitavano la bizzarra varietà dei mosaici. Di fuori i commenti, le congratulazioni e gli elogi dell'illustrissimo, sì zelante, abnegato ed amorevole. Di dentro, le preci frammischiate ai singhiozzi, l'andare e venire dei divoti a prendere l'indulgenza, il vagire dei bambini che erano portati a cresimare.

I signori del paese si disputarono il prelato salesiano alle loro mense: ed il nostro ufficialino si sarebbe fatto scrupolo di non accompagnarlo dovunque. Lo stesso facevano i soldati con rispetto al loro superiore.

Bello e brutto.

Spuntava il giorno 21 luglio, prima che il sole avesse avuto tempo di salutare tutte le cime orientali delle Ande, le mule, che non cedono ai cavalli il diritto di valicarle, ano avevgià sentito il nostro peso specifico, non senza certo rammarico, ma senza proteste : cosa caratteristica di questi animali forti, rassegnati e prudenti.

Nè eravamo i soli a prevenire il giorno. Chè noi stessi fummo prevenuti dai cavalieri del paese i quali, coi loro preti, già ci attendevano sulla strada per farci scorta. E non solo ci vollero far corteggio sule amene rive del placido e susurrante fiume; ma eziandio per le molte valli e le altrettante valline che poco lungi da Sigsig rendono l'immagine di onde, e sulle quali è sparso, quasi galleggiando, il paesello di Cuchil.

Gli abitanti di questo rinnovarono con aumento la scena dell'ingresso trionfale, con tal varietà e profusione che nessun arco si assomigliava agli altri, e noi godemmo di quell'onore per lungo tratto. Anzi non mancò chi, sollevando di peso gli archi sotto i quali già si era sfilati (che non erano monumentali) li andava a collocare più innanzi, perchè gli onori si prolungassero, insino all'ultimo lembo di territorio, finche apparisse una casuccia.

Così scalammo quelle pendici ridenti ai primi raggi solari, che ingemmavano i campi e spargevano di madreperle i boschetti vicini.

L'ultima casupola di Cuchil segnava il termine del mondo incivilito, cui noi dicemmo addio da quella cresta dei monti interandini. I cavalli salutarono anch'essi con un lungo e passionato nitrito le squisite praterie dove poco prima pascolavano liberi carolando coi loro poledri ed i muli cercarono di imitarli come era loro concesso

La comitiva che ci scorta chiede il commiato e la benedizione a Monsignore, e noi ci disponiamo a oltrepassare il vallone che ancor ci separa dal grosso nodo del Matanga.

Ci accompagnano il giovane coadiutore Abramo Torres, un arriero e Giovanni Coronel, sindaco di Gualaquiza, che scalzo e a piedi è venuto apposta per far da paggio al suo Vescovo. Cento vaghe scene ci sfilano innanzi, come entro una lanterna magica.

Dopo quasi due ore di stenti, abbandoniamo il Molón, e dato un po' di riposo ai corpi, prendiamo d'assalto il terribile Matanga.

È questo un nodo di montagne, ove le Ande sembrano aver ceduto nel titanico impegno di negare all'uomo il passo, alla ricchissimi regione d'oriente. Una notevole depressione delle creste ne offre il difficile adito. Ma l'impresa è veramente ciclopica. Bisogna che lo sforzo sia pari alla durezza del macigno, entro cui è tagliato il cammino a chiocciola che, in non meno di un'ora ci metterà sulla gelida vetta.

Siamo alla vetta. La nebbia ci ottenebra da ogni parte. Soffia un vento rigido; ed un nevischio insistente ci penetra le carni. In un ora e mezzo percorriamo l'alta spianata, che in giorni di verno più crudo, costa agli imprudenti la salute e la vita.

L'Oriente.

L'orlo opposto della gigantesca catena, imminente alla regione orientale è il limite del nostro Vicariato. La discesa è più ripida che l'ascesa. Churucu, che vuol dire lumaca, è il nome che gli da la sua forma.

Su un picco sporgente chiamato il calvario, ove troviamo la prima croce della nostra missione, ci fermammo un istante a contemplare il maestoso spettacolo.

Entriamo nuovamente in piena selva, nell'ambiente tropicale. Di fronte, dall'una e dall'altra parte, e chiuse a sud-ovest dal cordone andino del Pacifico, montagne e valli che si ramificano in cento foggie, indi pianure, poi nuove giogaie di monti e colline, che si vanno man mano abbassando, sino a confondersi colle sterminate pianure amazzoniche, che vedono il maggior dei fiumi gettarsi in seno all'Atlantico. L'occhio si perde sull'interminabile foresta, che tutto copre l'immenso panorama. Numerose e bianchissime cascate, spiccano su quell'oceano di verzura, a guisa di filigrane sopra tersi smeraldi. Ogni gola, ogni angolo formato dai declivi è la culla di un torrente che, fra cento altri si versa giù con iscroscio e muggito, a formare tanti fiumi quante sono le ramificazioni delle valli.

E subito qui sotto, vedresti il Blanco, il Granadillas e il Tigre, balzando indomitamente da masso in masso congiungersi e quasi assalirsi in uno stesso punto con vertiginosa carriera e fra risonanti boati; per continuare poi rappacificati in grave corso, lambendo le radici e le fronde della fitta selva. Indi ricevendo nuove acque da ogni gola e da ogni falda, abbracciarsi al Cuchipamba; il quale, versandosi giù per la valle che mena a Gualaquiza, ammansa colla sua placidezzà l'orgoglioso Cuyes, gonfio delle acque strepitose del Rosario; delle onde dei quali va poi nobilmente altero il Bomboiza. Questi, ben tosto, sarà generoso di suo ricchezze al magnifico Zamora che, già regalato dal Chuchumbleza, riceverà il tributo del Gualaquiza, dell'Indanza e del Chupianza e di altri ancora; finche si affratelli al non meno imponente Pante, ricco di cento vene, per offrire assieme, nel maestoso Santiago, un degno omaggio al re dei fiumi; emulando quello che più tardi gli renderà il profondo e mansueto Morona, sul limite settentrionale del Vicariato.

Le esalazioni, i profumi, il grandioso silenzio, solo interrotto del canto degli uccelli, dal rumore delle acque, e dal cadere di qualche albero; e più che tutto, l'indefinibile idea del mistero che avvolge questi boschi, abissi di vita, testimonii arcisecolari delle grandi epopee della natura, apportano all'animo un fremito di gioia, di timore e d'ammirazione che fa quasi svenire; e la lingua ammutolita balbetta: Lo spirito di Dio è sopra la foresta.

Granadillas

Che dolce impressione, che piacevole sentimento causa nel viaggiatore perduto nella selva la vista di una casuccia, o di un tugurio di foglie ! Tale fu per noi la gioia che, provammo allorquando, scesci rapidamente dalla irta scala della montagna, ora strisciando colle mule sotto i gioghi formati da molti alberi rovesciati sul sentiero, ora saltando fossi o serpeggiando incassati fra le sponde di uno stretto rigagnolo, entro cui a mala pena sarebbe passata la bestia sola, riuscimmo in un luogo, dove gli alberi di fresco tagliati, un considerevole spazio diboscato, e in esso due abituri, ci annunziarono il consorzio umano. Eravamo a Granadillas.

Chuba, indio Lícina, ivi dimora colla sua famiglia, e sono le prime anime a noi affidate. La prima delle due casuccie è abbandonata.

L'altra consta di un portico aperto, con una macchina per macinare la canna, e sopra una soffitta a modo di pollaio; di fianco la cucina, più in là un altro portichetto con una seconda soffitta. Chuba, che ostenta molta perspicacia, e sa parlare come persona colta, aveva già preparato sotto il secondo portico e sopra un tavolino, tutte le immagini, i crocifissi e gli acquasantini che avevano potuto riunire la donna, i figli e le figlie, per formare, come egli diceva, l'altare dell'Altissimo.

Cenammo; indi, riunitasi la gente, si recitò il Rosario, si cantarono varie lodi, accompagnate dal rumoreggiare dei torrenti, dai trilli e dal ronzio di cento mila insetti. Per ultimo, udite alcune confessioni, pensammo al riposo.

Monsignore, per riguardo alla dignità vescovile, andò a dormire solo... nel pollaio. Tutti gli altri ebbero il letto comune colla madre terra, ai piedi dell'altarino. Chuba, chiamato da noi, col soprannome insinuativo ed a lui caro di compadre Rosario, ci portò un bel fascio di foglie secche di banano. Su queste e sui finimenti cavallereschi stirammo le gambe; e quasi subito ci chiuse gli occhi l'amore delle stelle che brillavano come una incandescente foresta sopra quella verde e tiepida di sotto. Il Signore conceda sempre al missionario un letto così soffice e sicuro dalle intemperie, dalle tigri e dalle serpi!

Forti rimbombi di tuoni e poi un generoso acquazzone ci svegliarono prima dell'alba. Il cielo e la foresta erano divenuti neri; il lampo, come un serpente di fuoco elettrico, percorreva la valle. Ma tosto l'uragano s'allontanò vertiginosamente. Si richiusero le palpebre, e non furono riaperte che dal cinguettio degli uccelli, che riempiva la selva. Il sole screziava già le coppe altissime, ed al suo avanzarsi, si levavano dal fondo della vallea, grosse colonne di vapore denso come fumo, sì che avresti detto che da tutta la selva stava per issprigionarsi un formidabile incendio.

Dopo la Messa, preso un boccone, siamo a cavallo.

(Continua)

PATAGONIA (Territ. del Neuquen).

Visita Pastorale e missione di S. E. Rma Monsignor Giovanni Cagliero. (1)

San Martin de los Andes, 19 marzo 1902.

Fra le Cordigliere - Matrimonio e prima Comunione del Cacico Curruhuinca - La nuova cristianità di S. Martin de los Andes.

APPENA arrivati a Junin il primo pensiero di Monsignore è per la cristiana popolazione ed il campamento militare di San Martin, distante sole nove leghe dalla nostra residenza. Per meglio raggiungere il suo intento manda innanzi D. Milanesio e D. Genghini, i quali presentatisi al progressista colonnello Perez Celestino, comandante del 3° reggimento di cavalleria, ottengono subito a tale effetto e protezione ed aiuto. Possono quindi preparare bene la popolazione ed anche le numerose famiglie indigene dei dintorni al solenne ricevimento del Vicario Apostolico della Patagonia, che per la prima volta visitava quelle lontane regioni.

Il giorno dopo (13 di marzo) Monsignore e comitiva partono da Junin e per facili cammini si inoltrano nelle Cordigliere. Il viaggio non poteva essere nè più bello, nè più felice. Al principio si passa in mezzo a campi preziosi ed all'ombra di fitte boscaglie di pomi silvestri, e dopo s'incomincia ad ascendere e discendere per amene colline, la cui esuberante vegetazione profuma l'aere di soavi balsami. Bello era contemplare quelli alberi corpulenti , quei canali naturali e quelle verdi piantagioni, che ricoprono i colli e le sponde del Chimehuín (formato dalle acque del lago Huelche-Leuquen), tesoro ignorato dalla regione andina. Si vedeva il monte fantastico e vulcanico del Perro (cane), così chiamato pei molti macigni sparsi qua e là, e che visti da lontano sembrano inquieti mastini disposti a raggiungere la sommità. Domina l'angolo Nord-Est della confluenza del Quilquihue (fiume che nasce dal lago Lolog) col Chimehuin. Quivi incomincia la regione caratteristica delle serre patagoniche, formate da terreni arenosi e di avanzi vulcanici, in strati orizzontali di svariati colori, che rallegrano lo sguardo del viaggiatore.

Più avanti attraversiamo la zona così detta de los Manzanares , cioè pomifera, ricoperta di alti erbaggi e di frondosi alberi, cresciuti vigorosi per le pioggie, che quasi giornalmente irrigono queste terre di prodigiosa fertilità. Nel discendere alla pianura di Chapelcó o campo di Maipú, si presentano leghe e leghe di prati ameni, ostentando rigogliose cespi di dolci e profumate fragole. Dal campo di Maipú si discende nuovamente per uno stretto pendio ad una vallata più bella, più ricca ed incantevole delle precedenti, e che circonda lo storico lago Lacar, le cui acque (profonde 140 metri) come limpido cristallo, si stendono per una superficie di 35 chilometri.

Questa magnifica valle ha la forma di un grandioso anfiteatro , circondato da alti monti e da verdeggianti colline, popolate di grossi alberi formanti fitti boschi di quercie, roveri, faggi, alerces, coyhué ed altre varietà. In un così splendido giardino della natura è appunto situato l'importanto e strategico campamento militare, e l'allegro paesello di San Martin de los Andes, circondato di bellissimi orti e frutteti , irrigati da infiniti canali naturali e dal fiumicello Picahullo. Detto fiume ha per affluente il Chapelcó, che nasce verso il Nor-Est del picco vulcanico dello stesso nome, alto 2180 metri.

I nuovi quartieri, l'ospedale militare, lo stato maggiore, l'officina idraulica dei segatori di legnami, le modeste casette degli abitanti, e le umili capanne degli indii, nonché la fertilissima valle coperta di alti pomi, carichi di belli e saporiti frutti danno maggior splendore alla magnificenza dell'incantevole panorama.

Ci vengono incontro il sig. Colonnello Perez, accompagnato dal cappellano militare e da un ufficiale. Nella piazza è schierata la Guarnigione in uniforme di festa, e davanti allo Stato Maggiore sventola la bandiera argentina. La banda del reggimento saluta con le sue vigorose note e gli squadroni presentano le armi. Giungono in buon punto anche gli indii Manzaneros, guidati da Don Milanesio e dal figlio del cacico Curruhinca, il quale non solo li aveva radunati, ma li faceva pure marciare in ordine ed in fila , come nuovo e potente battaglione della regione andina.

Però pieni di curiosità e maravigliati alla presenza del Vescovo , che vedevano per la prima volta, rompono le file e gli si avvicinano. Ma i poverini non sanno come diportarsi dinanzi a lui e molto meno come fare a baciare l'anello episcopale. Chi abbassa la testa, chi s'incurva, chi spalanca la bocca, chi stringe i denti; infine nessuno indovina. E Monsignore sorridendo, chiama a sè i piccoli e loro impone le mani, benedicendoli con paterno affetto. Anche i vicini di San Martín, ed i ragazzi e le giovanette della scuola del Governo prendono parte al ricevimento.

Tutti si radunano nella cappella del paese, e Monsignore, dopo averli ringraziati di una così grande dimostrazione di stima e venerazione, li eccita con brevi e penetranti parole a ricevere degnamente la grazia di Dio, che come preziosa manna discenderebbe dal Cielo pel bene delle loro anima. In ultimo imparte loro la pastorale benedizione, dichiarando incominciata da quel momento la prima missione e visita episcopale in San Martìn de los Andes.

La popolazione urbana e l'intiera e numerosa tribù di Curruhinca con altri numerosi indigeni Manzaneros, che vivono sparsi nei boschi e nelle vallate, accorrono premurosi e sono perseveranti alle funzioni religiose. Il carissimo D. Milanesio con una pazienza e carità a tutta prova s'intrattiene lunghe ore con questi poveri figli del deserto, istruendoli nelle verità della fede, e preparandoli a ricevere con frutto i SS. Sacramenti. Parla il loro linguaggio, e con tanta grazia e facilità, che l'ascoltano con somma attenzione ed indicibile piacere.

Il concorso è stato grande assai e costante durante i sei giorni della missione. Anche i ragazzi e le giovanette delle scuole governative, ed i giovani e fanciulle indigene si prepararono alla prima Comunione, che ricevettero con esemplare pietà e divozione. Negli ultimi due giorni si battezzarono e cresimarono gli indii adulti insieme ai principali capi della tribù ; e moltiplicavasi il lavoro pel gran numero dei neofiti e cresimandi della località e dei dintorni. Eziandio quattro figli di un capitano ricevettero dalle mani di Monsignore le acque rigeneratrici del Battesimo e la s. Cresima, essendone padrino il sig. Colonnello, circondato dalla maggior parte della sua ufficialità. Si regolarono e benedissero tutti i matrimonii degli indii. Il matrimonio e la prima Comunione del cacino Abele Curruhuinca, figlio dell'antico regolo di queste regioni, merita special menzione. Umile e ben disposto si presentò a Monsignore, il quale lo persuase ad abbandonare la poligamia ed a vivere da buon cristiano, giacchè non potevano più sussistere costumi selvaggi in terra cristiana. Che desse però buon esempio a tutta la sua tribù , se voleva partecipare dei benefizii della religione e delle cristiana civiltà.

Abbastanza intelligente ed istruito, riconobbe la verità, e mantenne la data parola, ricevendo in un solo giorno quattro sacramenti : Penitenza, Eucaristia, Cresima e Matrimonio.

Restò così impiantata in San Martin de los Andes una nuova e fiorente cristianità , giardino di virtù e di buoni costumi e di belle speranze per la Chiesa e per la Repubblica Argentina.

La visita al quartiere militare - La Messa campale - Il pranzo offerto dall'ufficialità Concerto militare - La nuova colonia Maipis.

Ma se Monsignore ed i suoi aiutanti di missione tanto impegno si presero per l'avvenire cristiano dei popolani e degli indii di questo remotissimo paesello delle Cordigliere, non se ne presero meno pei giovani coscritti , venuti alla frontiera per difendere gli interessi della patria, esposti a mille pericoli e soggetti alla rigorosa disciplina militare. Fin dal primo giorno Monsignore in compagnia dei suoi Missionarii e del sig. Colonnello andò a visitarli nel nuovo e grandioso quartiere, che a forza di eroici sacrificii fu ultimamente costrutto nel bel mezzo del paese. In un gran salone, artisticamente imbandierato, quei giovani soldati in ordine di rivista colle lucenti armi salutano di nuovo l'amatr Vescovo della Patagonia, mentre egli con paterna bontà e dolce sorriso li benedice. Tien dietro un ben preparato concerto musicale ; e meritano entusiastiche felicitazioni e replicati applausi la banda del reggimento ed il suo degno maestro. Monsignore ringrazia tutti per questa prova di simpatia e loda la loro nobiltà d'animo; e raccomandando quindi le virtù del soldato cristiano, li anima al compimento dei doveri religiosi. Efficace è la sua parola, ed essi volendo secondare il pio, desiderio assistono per tre giorni alle conferenze catechistiche, in preparazione al precetto pasquale.

La Messa campale celebrata da Monsignore presente l'ufficialità, la guarnigione ed il popolo, riesce pevota e tanto imponente, che la sua memoria rimarrà indelebile negli animi di tutti. Anpena finito l'incruento sacrifizio Monsignore parlò dell'eroismo della fede e pietà di quei valorosi soldati ed illustri capitani; che, negli albori del cristianesimo, come nell'età media e contemporanea, seppero santamente confessare Iddio e sostenere i veri diritti della patria.

A mezzodì ha luogo il pranzo dato in onore di Monsignore dall'ufficialità , e rallegrato dai concerti della banda. Verso il fine s'alza il sig. Colonnello e parlando con entusiasmo si esprime in questi termini

Illustrissimo Monsignore, Signori, Nel darvi, Eccellenza, il benvenuto in nome dei Superiori ed Ufficiali del mio reggimento ed in nome mio proprio, v'offro questa modesta colazione di campagna, che non ha altro fine che la soddisfazione di vedervi fra noi coi vostri missionari.

La presenza d'un inviato della S. Sede, in San Martin de los Andes in visita pastorale pei Territori del Sud, è degna certamente di elogio bei beni grandi che apporterà. Gli uomini di cuore, amanti della civiltà, sapranno stimarla nel suo giusto concetto, celebrando il vostro nome.

La benedizione episcopale, che oggi avete dato a questa regione, confermerà maggiormente l'indiscutibile diritto, che ha l'Argentina alla sua possessione. .È suolo argentino e sempre lo sarà.

Signori.... in piedi... Questa dimostrazione di affettuoso rispetto sia resa a Mons. Cagliero, l'Apostolo della civiltà cristiana. Brindiamo alla sua salute, facendo voti all'Onnipotente affinchè gli conceda lunga vita pel bene dell'umanità. Ho detto.

Monsignore gli rispose colle più espressive frasi di riconoscenza ; brindando per la salute del signor Colonnello , per la concordia dei suoi ufficiali, per la prosperità della Repubblica Argentina e la fedeltà dei suoi soldati.

Prima di partire da San Martin il Vescovo recossi ancora una volta al quartiere per celebrare la S. Messa nella modesta cappella, che quei buoni coscritti gli avevano improvvisato. Amministrò loro la S. Cresima e distribuì il Pane dei forti ad un buon numero di essi, che disposti a morire per la patria, ricorrevano al Dio degli eserciti, domandando forza e valore pel bene della religione e dell'amato suolo argentino.

Molti furono i riguardi che il sig. Colonnello ebbe verso Monsignore. Non ultimi per certo l'avergli dato come scolta d'onore il tenente signor Brunetta d'Usxaux, nostro compatriota, e l'avergli dato alloggio nella sua propria casa, situata nel centro di un esteso ed ameno giardino, coperto di rigogliosa vegetazione, frastagliato da rigagnoli di limpidissime acque , ed ombreggiata da frondosi alberi di pomi.

L'ultima sera passata in S. Martin, il reggimento diede una nuova prova di affetto a Monsignore con spari di fucili , con bellissimi razzi, fuochi di bengala e generale luminaria. Spontanei gli applausi ed i viva a Monsignore, al sig. Colonnello ed all'esercito argentino, nell'atto che ci ricreava scelta musica. Servì di corona a quel variato ed allegro trattenimento il concerto intitolato la Mezzanotte, musica italiana, di effetto sorprendente pei suoi tre cori, pel tocco di campana, sparo di fucili e scarica d'artiglieria.

Il dì seguente, festa del glorioso patriarca san Giuseppe, Monsignore, celebrata la s. Messa, benedice con tutta l'effusione del suo cuore quella popolazione, e insellato il suo fedele alazán lascia San Martin.

Il sig. Colonnello, il Cappellano militare e tutta l'ufficialità lo accompagnano pure a cavallo fino alla deliziosa e romantica pianura del Maipú. Quivi, salutati quei nostri cari amici, continuiamo fino a Junin de los Andes, per dar principio ad un'altra importantissima missione tra gli indii della tribù di Namuncurá della quale parlerò altra volta. Ora termino con alcune notizie sulla colonia Maipú di 50 leghe di superficie, decretata in luglio del 1897, ma il decreto finora non è ancora eseguito.

Molti indigeni e stranieri che non posseggono beni stabili nella Repubblica Argentina, protrebbero vivere felici in questa colonia, giacchè il terreno non solo si presta per la pastorizia, ma anche per l'agricoltura e la coltivazione delle piante. I boschi di quercie, roveri, faggi, cipressi, pini, ecc... coprono numerose montagne, in tutta la loro superficie. Inoltre nelle valli vi sono boschi secolari di pomi ricchi di frutti aromatici e squisiti. Il taglio adunque di legnami e la fabbricazione del sidro, sarebbero due fonti di ricchezze, senza contare le miniere d'oro, d'argento, rame, ferro, piombo, carbone ecc... veri tesori per le future generazioni, che avranno la sorte di abitare in queste ancor vergini terre patagoniche. In questo importantissimo Territorio del Neuquen esistono dispersi molti indii cristiani, riconosciuti pacifici e laboriosi , che vanno vagando colle loro famiglie e coi loro armenti, senza avere dove rifugiarsi, perchè li scacciano da per tutto senza alcuna misericordia. Fa pena il veder questa povera gente senza una miserabile capanna dove albergare durante l'inverno e senza un palmo di terra ove pascolare il loro gregge. Molti padroni veri o finti li sfruttano, facendosi pagare una tassa così esorbitante per la pastura del gregge, quanto non vale l'intiero gregge.

Per la qual cosa un gran numero di questi poveri figli del deserto si vedono nella dura necessità di andar vagando senza speranza di miglior sorte. I loro padri lasciarono ad essi per diritto consuetudinario la terra, dove nacquero ; ma la moderna civiltà, disconoscendo questo diritto, li li riduce all'ultima miseria, convertendoli di buoni in cattivi ed in nemici dell'uomo civilizzato. Misurata e divisa la Colonia Maipú, offrirebbe facile e sicuro ricovero a queste povere famiglie, lasciando ancora molta terra per gli altri.

Facilitare ogni mezzo di stabile popolazione indigena per incorporarla alla civiltà , mediante l'educazione cristiana ed il lavoro ; fondare cappelle e scuole dirette dai Missionarii ; dar a questi facoltà per attendere al bene morale delle nuove popolazioni e difendere i diritti degli indii, sarebbe questo per certo un sacro dovere del Governo ed un atto di umanità e di giustizia.

(Continua).

GRAZIE di Maria Ausiliatrice

QUANDO il piissimo Card. Richelmy, nel nome del Papa, nell'ansia di un popolo immenso e nell'imponente maestà del rito, impose sulla tua fronte, o Regina, le auree corone, un senso di pace ineffabile e di arcana letizia riempì il tempio, si diffuse nei pressi del tuo Santuario, e di là invase l'Italia, l'Europa, il mondo... Milioni e milioni di fedeli in quell'indimenticabile istante erano prostrati innanzi ai tuoi miti altari, e Tu sorridevi a tutti con materno sorriso. Molti furon da Te consolati, o Madre; molti ottennero da Te grazie e favori , in quell'ora beata

Madre dolcissima ! come gradisti l'ossequioso e solenne tributo, deh ! ascolta le umili preghiere dei tuoi poveri figli. Nel cuor loro si è accresciuta la fiducia e la speranza in Te;.... e Tu raddoppia con tutti le tue regali munificenze. Fa, o piissima, che nessuno abbia ad implorare invano il tuo santo, il tuo forte, il tuo pronto aiuto ; finchè si affolleranno i popoli ai tuoi devoti altari, e Tu, dal tuo Santuario, sorriderai a tutti colla fronte ricinta delle sante corone!...

Un buon pensiero.

Il mio bambino Giovanni Battista, di soli tre anni, fu colpito nel maggio dell'anno scorso da una gravissima malattia, dichiarata dal medico polmonite doppia, complicata con infiammagione ai visceri addominali. Il poveretto venne curato con ogni più sollecita attenzione dal suo stesso padre, medico-chirurgo, il quale non lasciò intentato nessun espediente suggerito dall'arte salutare, per la guarigione del figliuolino. Tutto però riusciva invano, così che il desolato padre non si dissimulava la ormai fatale disgrazia, e nella sottomissione al volere dell'Altissimo, cercava un conforto al suo dolore. Io e la mia buona suocera addolorata al par di lui, assistevamo il piccino col cuore straziato, senza però lasciare la preghiera, quando ci venne il pensiero di rivolgerei all'intercessione di Maria Vergine Ausiliatrice. Nella nostra fervida preghiera facemmo promessa che, ottenuta la guarigione, l'avremmo pubblicata nel .Bollettino Salesiano. L'implorato favore non tardò a consolarci , poichè tosto apparve un miglioramento, che andò giornalmente aumentando sino a completa guarigione. Memore della fatta promessa , alla maggior gloria di Dio e della SS. Vergine, Aiuto dei Cristiani, sciolgo ora il mio voto e rimetto la mia tenue offerta.

Lerici (Spezia), 2 maggio 1903.

CARPANINI MEROPE.

Confidenza in Maria Ausiliatrice.

Da otto mesi era sofferente per un forte catarro intestinale e viscerale che mi aveva resa uno scheletro, e mi aveva fatto perdere tutte le forze. Nessun medicinale, nessun alimento sapeva liberarmi da quel male, che avrebbe finito per distruggere la mia vita. Finalmente, mi rivolsi alla misericordia di Maria SS. Ausiliatrice, chiedendole con grande confidenza che prima del mese di aprile mi guarisse da quella penosa malattia. E Maria Santissima, nell'immensa sua bontà, ascoltò una povera madre, che stava per abbandonare tre figli in età tenerissima. Infatti fin dalla metà di marzo, io sentii un qualche miglioramento, che poi progredì di molto; ed ora mi trovo in via di guarigione. Prima di partire per una vicina città, ove per cambiamento d'aria penso di andare per un mese intero, mando una piccola offerta ed i miei sentiti ringraziamenti a Maria Ausiliatrice.

Terranova di Sicilia, 6 aprile 1903.

BENEDETTA CASTROGIOVANNI nata MANGANARO.

Lo zelo di una collettrice premiato dalla Madonna.

Colpita da convulsioni dolorose che mi avevano ridotta agli estremi, alla fin di marzo, spediva un vaglia-cartolina di L. 2,50 per la celebrazione di una Messa all'altare di Maria SS. Ausiliatrice, colla promessa di adoprarmi con tutte le mie forze a raccogliere offerte per la sua incoronazione, se avessi lasciato il letto. E la Madonna, con una grazia segnalata, volle ridonarmi la salute. Fedele alla promessa ho raccolto la tenue somma di L. 7, che mi affretto a spedire, pregando che venga pubblicata nel Bollettino la grazia straordinaria da me ricevuta ; perchè, a sessantanove anni sonati, malata com'era, conosco che debbo attribuire la mia guarigione unicamente a Maria Ausiliatrice.

Castellar Guidobono, 21 aprile 1903.

CEBRELLI PEPPINA.

Un sacerdote guarito da bronchite e da paralisi.

Il mio povero zio, ottantenne, trovavasi a letto da due mesi per influenza e bronchite, quando venne colpito da paralisi, perdendo completamente la parola e l'uso dei sensi. Allora ricorsi al Santuario di Valdocco, fa tendo celebrare una novena. Il malato non dava più segni di vita, e da cinque giorni non prendeva più nulla, tranne qualche sorso d'acqua. Ma l'ultimo giorno della novena ecco un sensibile miglioramento; cominciano a tornargli le forze; il miglioramento continua, ed ora che scrivo, l'ammalato parla speditamente e si spera che fra poco potrà lasciare il letto e riprendere gli uffici del sacro ministero. Se la Madonna di D. Bosco continuerà a farlo migliorare così, promettiamo di venire nel prossimo autunno a celebrare al suo Santuario, in rendimento di grazie.

Pontegatello (Brescia), 22 aprile 1903.

D. ALESSIO TRONCANA.

Torino - Sento il dovere di riconfermare una grazia ricevuta, or sono 2 anni, dalla Madonna di D. Bosco e pubblicata nel mese di novembre 1902, nel Bollettino Salesiano. La mia gamba affetta da complicazione di vena varicosa e piaga tonica, la quale mi aveva costretto a vita quasi sedentaria non disgiunta da disturbi e noie e che per giudizio dei medici era stata dichiarata in istato di male cronico, mi permette sempre meglio di compiere i miei doveri; e, senza far uso dl calza elastica. Un tal successo tiene del prodigio: poichè, per migliorare vieppiù lo stato attuale della gamba, avendo io provato di mettere la calza (la quale in dette malattie è non solo utile, ma indispensabile per giudizio della scienza), fui costretto di lasciarla, perchè oltre a non giovarmi, mi era di non lieve disturbo. Checchè sia la causa di sì strano effetto, io vi ravviso l'aiuto di Maria Santissima, la quale volle così confermarmi nel benefizio ricevuto. Ed io, pieno di nuova riconoscenza, porgo nuovamente i miei più caldi ringraziamenti a sì pietosa Ausiliatrice.

1 maggio 1903.

COSTANTINO GIOVANNI,

Conegliano Veneto. - Una somma sventura mi colpì. Mentre passeggiavo in cortile co' miei due figli minori, sento dietro me un grido straziante : mi volto, e veggo, inorridita, il povero mio marito, disteso a terra cadavere. Egli era morto senza aver potuto pronunziare nemmeno Gesù mio, misericordia!

Lo spavento e il dolore mi eccitarono in tal modo lo spirito, che la lenta affezione cardiaca, da cui era da qualche tempo molestata, mi assalì tanto da farmi credere di dover morire io pure nella notte seguente la catastrofe. Mi ricordai in buon punto di Maria Ausiliatrice, ed a questa buona Madre promisi che se mi avesse mantenuta in vita pe' miei figliuoli, avrei fatto pubblicare la grazia, nel Bollettino, e spedita a Torino una piccola offerta. Oggi, adempio riconoscente la mia promessa, perche la grazia l'ho ricevuta.

S. Fiore, 14 maggio 1903.

TERESA Nob. BAROZZI Ved. RoMANATO. D. C.

Torino. - Già da parecchio tempo ero affetto da nevralgia e forti mal di capo unitamente ad una seria costipazione che non mi lasciava in pace. Invano prodigavansi al mio riguardo le speciali cure di due buoni dottori-medici dei migliori della nostra città, unitamente a quelle della mia cara famiglia, ma io non miglioravo di salute e anzi il male aumentava. Incoraggiato dalla lettura di tante grazie fatte dalla Vergine SS. Ausiliatrice, mi rivolsi fiducioso a Lei, e feci una novena di preghiere. Ed ecco che alla fino di questa ebbi la consolazione di vedermi prodigiosamente ristabilito di salute, e nuovamente sano e robusto in grazia Sua. Siano rese grazio infinite a sì buona Madre.

FELICE CoRINO Cooperatore Salesiano.

Ottennero pure grazie da Maria SS. Ausiliatrice, e pieni di riconoscenza inviarono offerte al Santuario di Torino, o per la celebrazione di S. Messe di ringraziamento, o per le Missioni Salesiane, o per le altre Opere di D. Bosco, i seguenti:

A*) - Alice Belcolle: Giribaldi Carlo 25, per grazia.

B) - Bagolino (Brescia): Scalcini Giovanni 5, per assistenza in molti suoi travagli. - Bergassana (Spezia) : Nicci Don Gerolamo Prevosto 10, Messa di grazia in soddisfazione di voto per prezioso favore ottenuto. - Bologna: La Cava Filomena 5, per grazia. - Boves (Cuneo): chier. Maccario Giuseppe 2, per Messa di grazia. - Buronzo (Novara) : Greppi Andrea Albino 5, riconoscente per grazia. - Bra: Santi Margherita 5, per grazia.

C) - Caltagirone (Girgenti) : Sagone Giuseppina 10, per guarigione dell'amato suo figlio. - Calizzano (Genova) : Canonero Luigi, per grazia. - Carmagnola: S. A. M., per guarigione del figlio. - Castellar Ponzano: Ponzano sorelle Maddalena e Carolina 10, per Messe di grazie. - Cagliari: Marini Silvia 2, per guarigione della madre. - Calamandrana (Alessandria): Z. G. nata A. 10, per esito felice in grave operazione. - Caselle d'Isola della Scala: Bulbarelli Luigi 15, in adempimento di voto per guarigione. - Castelfranci (Avellino) : Lautero sac. prof. Ernesto, per guarigione ad nn occhio, dopo implorato il potente aiuto dell'Ausiliatrice. - Ca di David (Verona) : Manzini Tullia 3, per Messa di grazie. - Carpaneto (Piacenza) : Paganuzzi Giuseppina 2, per grazia. - Cavona (Corno) Galli Teresa 5, per guarigione.- Chioggia (Venezia) Voltolina Luigi, offerta per Messa di grazie. - Cimbro (Milano): Plonza Carlo 10, per Messe di grazie. - Costigliole d'Asti: Torchio Luigia 10, per guarigione da tetano del figlio Giovanni che era stato spedito dai medici. - Cuneo: Bertolotto Giovannina 5, per grazia.

E) - Envie (Cuneo) : Sorelle Gloria 5, per grazia. Fasano (Bari) : Cofano Can. Abele 2,75 per grazie. - Faenza : una famiglia fa un'offerta per la guarigione di una cara parente da difterite. - Fossano : Rossi Antonietta 2, Messa di grazie per guarigione.

G) - Gavirate (Como) : Don Pelagatta Ottavio e sorella 8, per grazia. - Gianni Candida 2, per grazia. - Germagnano (Torino) : C. T. col cuore pieno di viva e santa riconoscenza, rende pubblico tributo di grazie per ottenuta guarigione e spedisce offerta per celebrazione di una Messa. - Genova: Borro Onorina, per guarigione. - Grugliasco torinese: M. D. M. 2, per Messa di grazie.

L) - Lanusei: ch. Evasio Ag. Spriano inneggia a Maria Aus. per molte grazie ricevute. - Lonigo (Vicenza) : T. N. 5, per Messa di grazie. - Luino (Valencia) : Pelter Amedeo , per guarigione di persona cara.

M)-Malta-Bischiriara: Attard Agius Angela manda col cuore pieno di gioia scellini 4 per Messa di grazie. Montebello: C. C., Messa di grazie per protezione in gravi angustie. - Mondovì : Mollo Giovanna 5, per grazia.

N) - Novara : Una cooperatrice 15, per grazie. - Novi Ligure: Ghiara Luigi, offerta in adempimento di voto per liberazione da grave malattia che la minacciava.

O) - Ormea : Molinario Teresa 10, per parecchie grazie ricevute.

P) - Pallanza : Lovatelli Azari Emma 25, per grazia. - Padova : Andreetta Ostavi Elisa 2, per gnarigione della figlia. - Pergola (Pesaro): Jacarella Giuditta 1, per grazia. - Pian Comune (Brescia) Bertoli Giuseppe 5, per guarigione di un amico. - Pont San Martin : Grangia Maria 2, per grazia. - Prato di Toscana: N. N. offerta per Messa, in seguito alla pace e al conforto riacquistati dalla sua famiglia.

R) - Rapallo : A. C. M. 5, per grazia. - Riva di Sotto : Camplani Emilia, dopo di aver fatto celebrare due Messe all'altare dell'Ausiliatrice per guarigione del marito affetto da grave nevrastenia, continuando il male, fece promessa di una nuova offerta e, se la ottenesse, di pubblicare la grazia. Esaudite ora le sue preghiere, soddisfa il voto.

S) - Sandrigo (Vicenza) : Stecchini Cecilia 10, per grazia. - S. Stefano al mare: Ughetto Gariboldi Edvige 5, per grazia.

T) - Tarsogno (Parma) : Belli Catterina 2, per Messa di grazie. - Tonengo (Torino) : Mattea Giovanni 10, per grazia. - Torazza Verolengo: Chiolerio Antonio 5, Messa di grazie in adempimento di voto per guarigione della moglie. - Torino: Negro Maria 50, per guarigione della figlia Rosina che era ridotta in fin di vita. - I. B. V. 5, per l'ottenuta guarigione dell'amatissima nonna. - Bisio Ida inneggia con dolcissimi versi all'Ausiliatrice per grazia ricevuta. - Zajeldattilo Francesco, ascrive alla protezione di Maria Ausiliatrice di essere stato prosciolto da un'accusa disonorante. - Un sacerdote torinese scrive: « Due povere persone minacciate di un grave pericolo per parte di gente iniqua, si raccomandarono di cuore per mezzo mio alla Vergine Ausiliatrice e trovaronsi presto e con letamente liber