BOLLETTINO SALESIANO

PERIODICO MENSILE DEI COOPERATORI DI DON BOSCO

ANNO XLI - N. 1   1 GENNAIO 1917

4° SUPPLEMENTO PER I SACERDOTI 

SOMMARIO

Il nostro Supplemento - La benedizione del S. Padre Preziosi incoraggiamenti.

Lo spirito sacerdotale di Don Bosco, secondo Don Rua - Carità di Don Bosco verso Dio.

Ai Sacerdoti soldati.

Ricordi ed ammaestramenti paterni.

La Passione di Gesù - Discorso inedito del Ven. Don Bosco, letto da lui all'Accademia dell'Arcadia in Roma il Venerdì Santo del 1876.

Lettere inedite di Don Bosco - 1 : Come scriveva ai Salesiani: 6 lettere a un Missionario.

Scuole parrocchiali di Religione, ovvero la Dottrina in forma di vera scuola.

II nostro quesito : - Come ottenere personale idoneo, cui affidare le opere giovanili?

Concorsi per le „Letture Cattoliche."

,,Acta Apostolicae Sedis"; riassunto di tutti gli atti pubblicati dal 1 settembre al 31 dicembre.

Le „Opere pastorali" del Card. Mercier.

Azione Salesiana: Per la festa di S. Francesco di Sales - Tracce di fervorini pel giorno 24 di ogni mese.

IL NOSTRO „SUPPLEMENTO"

In benedizione del S. Padre - Preziosi incoraggiamenti.

Ci sia permesso - a conforto anche dei lettori - il rilevare due autorevoli incoraggiamenti, fra i vari che ci pervennero per quest'umile pubblicazione.

Il Santo Padre Benedetto XV, nell'udienza concessa al rev.mo nostro Rettor Maggiore Don Paolo Albera il 5 novembre u. s., mostrò di aver seguito, pur in mezzo alle gravi e molteplici cure del governo della Chiesa, queste pagine, e lo fece con le parole più benevoli, esprimenti tutto il Suo augusto gradimento insieme con la certezza dei frutti più copiosi e salutari, cui auspicava con una speciale benedizione apostolica.

Anche Sua Ecc. Rev.ma Mons. Lodovico Marchese Gavotti, Arcivescovo di Genova, aveva la bontà d'inviarci la sua alla approvazione con una affettuosissima lettera.

ARCIVESCOVADO DI   24 Settembre 1916.

Scrivo un po' in ritardo; tuttavia debbo dire che appena ebbi fra le mani il ,,Supplemento" per i Sacerdoti del „Bollettino Salesiano'' mi compiacqui della bella ed opportuna iniziativa e mi proposi di manifestare pubblicamente la mia compiacenza.

Non ebbì la ventura di, conoscere il Ven. D. Bosco, tuttavia avvicinai molti che ben l'avevano conosciuto, parecchi che gli erano stati familìari; ho letto la sua vita, ho visto alla prova i suoi figli , le sue opere e mi sono formato la convinzione che Egli è stato proprio il sacerdote suscitato da Dio per compiere l'apostolato dei nostri tempi ed insegnare come questo apostolato debba effettuarsi.

Molti pensando a Don Bosco pensano soltanto al sacerdote, che accoglieva i fanciulli, fondava una Congregazione religiosa e mandava Missionarii in Patagonia ; ma ignorano tutto il resto dell'opera sua e specialmente lo spirito che l'ha animata. La lettura attenta della sua vita, scritta con tanta intelligenza e tanto amore dall'or ora compianto nostro concittadino D. Lemoyne, la conoscenza dei suoi scritti, delle sue massime, de' suoi metodi d'apostolato, sarebbe per essi una vera rivelazione. Nulla direi essere sfuggito a quel Grande di quanto preoccupa i cristiani del giorno d'oggi, specialmente i sacerdoti che ardono di zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Stampa, scuola, associazioni, collegi, oratorii festivi, metodi educativi, età e frequenza della Comunione, sport, canto, musica, le stesse questioni politiche, tutto ha attirato l'attenzione del Vene rabile ed è stato ìlluminato da uno sprazzo di quella luce di che brilla la sua cara e venerata figura. Per questo egli deve essere piú intimamente conosciuto, e dobbiamo sopratutto cercare di conoscerlo noi, fatti ministri dì Dio in questa società che s'allontana da Lui e che a Lui dobbiamo avvicìnare coi nostrì esempi, colla nostra parola, col nostro apostolato.

E l'iniziata pubblicazione parmi proprio un mezzo eccellente a raggiungere lo scopo, per cui altamente la lodo e ampiamente la benedico, col voto ardentissimo che essa sia conosciuta, letta, meditata da tutti i miei sacerdoti, e che per mezzo di essa il Venerabile ripeta a ciascheduno di noi quanto diceva nel

1882 al Teol. Piano (2° Supplemento pag. 43) : „Cor tuum sit constanter super parvulos et egenos !'

+ LoDoVIcO, Arcivescovo.

Al .Santo Padre Benedetto XV l'espressione commossa della nostra filiale riconoscenza.

A Sua Ecc. Mons. Arcivescovo di Genova ed a quanti ci furono larghi di benevoli parole torni gradita l'assicurazione della nostra gratitudine.

Al Signore poi e a Maria SS. Ausiliatrice rinnoviamo con ardore la preghiera e il proposito che il ,Supplemento'' sia davvero „un umile ma ardente propagandista dello spirito sacerdotale del Ven. D. Bosco".

LO SPIRITO SACERDOTALE DI D. BOSCO secondo Don Rua.

Queste pagine appartengono alle deposizioni fatte dal compianto D. Rua nel Processo Ordinario, compiutosi nella Curia Arcivescovile di Torino, intorno la vita, le virtù, la fama di santità e i miracoli del nostro Venerabile Fondatore.

Confidiamo che ai nostri lettori - più di ogni altra trattazione congenere - riuscirà cara e proficua quest'eco fedele dell'anima di chi visse per 43 anni al fianco del Venerabile e, dopo la sua morte, tenne cosí saggiamente la Direzione generale delle Opere Salesiane da essere universalmente stimato un altro Don Bosco.

I.

La carità di Don Bosco.

Verso Dio.

Il Servo di Dio si distinse in tutte le virtù; ma ben si può dire che la carità fu, in lui, in modo speciale luminosa.

Cominciando dall'amore verso Dio, ne era talmente infiammato che, come disse ottimamente il Card. Alimonda nell'elogio funebre, la vita di Don Bosco si può definire l'unione con Dio.

Fin da bambino succhiò col latte l'amore e il timor di Dio, e ne diede tosto prova nella vigilanza che usava per evitare il peccato. Quando giovanetto ancora, a Castelnuovo d'Asti, alcuni compagni lo stimolavano a rubar danaro al suo padrone, il sarto Roberto, egli rispose: - E come? volete che io rubi? E non sapete che il settimo comandamento dice di non rubare? - Così, per orrore che aveva al peccato, si adoperò con tanta sollecitudine in Chieri per far partire il saltimbanco che riusciva di scandalo ai suoi compagni. Per la stessa ragione durante gli studi e durante il chiericato, procurava sempre di fuggir l'ozio come la peste. E questo continuò in tutto il corso della sua vita.

Fin da fanciullo amava la preghiera, e sovente si ritirava dalla compagnia degli amici per potere, nel raccoglimento, trattenersi col Signore mediante l'orazione o letture spirituali, e non contento di pregare esso, particolarmente nei giorni festivi v'invitava anche i compagni...

Il suo amore a Dio appariva. dalla regolare frequenza ai SS. Sacramenti, specialmente alla Comunione, a cui si accostava quanto più spesso poteva, e si adoperava per condurvi eziandio i suoi giovani compagni. Da chierico, visitato in Seminario durante l'anno pai suoi piccoli amici, continuava ad animarli alla frequenza ai SS. Sacramenti, specialmente alla Comunione, e nelle vacanze si interessava a far scuola ai giovanetti della borgata, ponendo per sola condizione che andassero una volta al mese ad accostarsi ai Sacramenti.

Giovanetto, anche in mezzo alle compagnie, fu veduto più volte inginocchiato, assorto nella preghiera; ed ordinariamente lo si vedeva tenendo da una mano la corda, con cui guidava una vacca al pascolo, e dall'altra un libro di pietà o di letture edificanti. Cosi mi riferirono alcuni vecchi del suo paese, suoi coetanei.

I condiscepoli poi di Chieri, mentre era studente, e D. Giacomelli, suo compagno di Seminario, mi raccontavano che nelle sue passeggiate cogli amici aveva quasi sempre di mira la visita a qualche Chiesa o Santuario, e così continuò durante la sua carriera sacerdotale; ed io ricordo come ora ci conduceva al Santuario della Madonna di Campagna, ora alla Chiesa del Monte dei Cappuccini, ora alla Basilica di Superga, ed ora al Santuario di Trana, ora a quello di S. Michele Arcangelo sul monte Pirchiriano nella valle di Susa.

Quando poi ci conduceva alle lunghe passeggiate durante l'autunno, il suo scopo era sempre di aiutare a fare con solennità le feste nelle parrocchie dove andava, ed in modo speciale colla frequente Comunione dei suoi allievi eccitare le popolazioni alla frequenza della chiesa e dei Sacramenti. Cosi ci diceva egli stesso, e si vedeva infatti che molto giovamento recava l'esempio di tanti giovanetti, che vispi ed allegri sapevano a suo tempo star raccolti e fervorosi nell'onorare Iddio.

Durante il tempo che egli frequentò come secolare le scuole di Castelnuovo e di Chieri... nel trattenersi coi suoi compagni aveva di mira di indurli a compiere di tratto in tratto qualche atto di pietà ad onor di Dio. Merita di essere richiamato alla memoria il desiderio che aveva di entrare in religione per cui prese l'esame, giacchè ciò faceva per conservarsi interamente a Dio fuori dai pericoli del secolo.

Fatto sacerdote non ebbe altro di mira che Iddio e la sua gloria. Sebbene le grandi occupazioni gli assorbissero il suo tempo, ciò non ostante lo trovai varie volte raccolto nella preghiera in quei brevi istanti, che bisognoso di respiro trovavasi nella solitudine.

Era sua abitudine sollevarsi col pensiero a Dio nelle sue occupazioni, e ricordo come, essendo io per molto tempo suo segretario, lo vedeva sempre cominciare i suoi lavori coll'elevazione della mente a Dio. La marchesa Passati mi raccontava che ogni qualvolta gli domandava qualche consiglio, notava sempre come prima di rispondere alzava gli occhi al cielo, come chi andava cercando da Dio i lumi necessari.

La sua unione con Dio appariva anche dalle sue lettere, giacchè giammai ne scriveva alcuna senza che v'entrasse il nome di Dio o di Gesù Cristo o della Divina Madre: e si può dire di lui ciò che S. Bernardo diceva di sè stesso, che qualunque discorso, qualunque scritto gli tornava insipido, se non vi trovava il nome di Dio o di Gesù o di Maria. Anche nel distribuire immagini era solito a scrivervi qualche giaculatoria per sollevare la mente a Dio.

In tutte le circostanze la sua mente ed il suo cuore si sollevavano a Dio. Talvolta accompagandolo la sera ad ora tarda al riposo, si fermava a contemplare il cielo stellato e ci tratteneva, immemore della sua stanchezza, a discorrere dell'immensità, onnipotenza e sapienza divina: altre volte alla campagna ci faceva osservare la bellezza dei campi, dei prati, l'abbondanza e ricchezza dei frutti, e con ciò conduceva il discorso a parlarci della divina bontà e provvidenza; di modo che ben sovente ci avveniva di esclamare coi discepoli di Emmaus: nonne cor nostrum ardens erat in nobis dum loqueretur in via?

(Ved. Proc. Ord. Sessione 361a).

L'unione dell'anima del Servo di Dio col suo Signore, non appariva solamente nelle conversazioni, che teneva coi suoi figli, ma altresì core qualunque persona anche altolocata, sia del ceto ecclesiastico, sia del civile o militare. Gli avvenne un giorno di parlare con un generale di esercito, e dopo aver discorso un poco, nel separarsi, Don Bosco gli disse: - La riverisco, mi ricordi nelle sue preghiere. - Il generale sorridendo rispose: Ah! D. Bosco! comprendo le sue parole: sì, in avvenire voglio pregare, e pregherò anche per lei; ma ella di grazia voglia ricordarsi di me.

Un giorno fu invitato a pranzo dal Prefetto di Torino. Giunti ai brindisi, chi inneggiava all'unità italiana, chi al Re, chi a Garibaldi, ecc. Fu invitato anche Don Bosco a fare un brindisi ed egli alzandosi col suo bicchiere: - Lo porto, disse, alla salute del Re, alla salute di Garibaldi, dei Ministri tutti, schierati sotto la bandiera del Papa! - Uno scoppio di applausi accolse fra la più grande ilarità il brindisi di D. Bosco. Questi fatterelli, come molti Atri simili, ce li raccontava Don Bosco stesso, di mano in mano che gli accadevano.

Il suo amore a Dio si mostrava ardentissimo allorchè parlava dal pulpito, oppure anche solo dalla cattedra a tutti i suoi figli; giacchè allora nel parlare della sua bontà, della sua Provvidenza, come anche nel trattare dei misteri della sua Passione, del Sangue versato per la salvezza delle anime, lo si vedeva talvolta entusiasmarsi, ed altre volte commuoversi in guisa da restarne soffocata la parola; il che produceva nell'udienza mirabili effetti di commozione e di conversione. In modo speciale poi gli avveniva quando ci raccomandava di pensare alla salvezza della nostra anima: ed allora, dopo averci rammentato ciò che Gesù Cristo aveva fatto e sofferto per la salvezza delle anime, ci inculcava come suo più grande desiderio era quello di salvare le nostre anime: e che quanto faceva per noi, quanto tollerava di fatiche, di stenti, tutto era per le anime nostre.

Sovente in mezzo alla ricreazione scorgendo fra gli altri qualche dissipatello, lo chiamava a sè e gli diceva all'orecchio: - Aiutami a salvare l'anima tua. - Altre volte ad altri diceva: - Voglio che facciamo una bella cosa. - Ed interrogando l'altro che cosa mai fosse, egli gli soggiungeva tuttora all'orecchio: - Voglio che facciamo un buon bucato, perchè tu possa venire amico di Dio e si iprotetto da Maria SS. - Dal che si vedeva che anche in mezzo alle ricreazioni ed in qualunque circostanza la sua mente ed il suo cuore erano rivolti a Dio.

La sua ardente carità verso Dio si manifestava parimenti nell'odio che aveva al peccato. Già lo indicai nella sua fanciullezza tutto intento a trattenere i compagni in onesti divertimenti, col fine di allontanarli dal pericolo del peccato. Aggiungerò tuttavia ciò che raccontava il caffettiere Giovanni Pianta, presso cui Don Bosco fu qualche tempo in pensione come garzone. Qualche volta giuocando al bigliardo, il Pianta incaricava Don Bosco a notare le puntate. Ma il contegno del giovane nell'occasione che si pronunziava qualche bestemmia, o si incominciava qualche discorso poco onesto, si faceva cosi serio che metteva loro soggezione; di modo che parecchi di essi pregarono il padrone a non metter più quel puntatore, perchè incuteva loro rispetto ed impediva di parlare come avrebbero voluto.

Merita pure di essere ricordato che, trovandosi egli alle scuole a Chieri, aveva qualche condiscepolo israelita. Il giorno di sabato credendo essi commettere un peccato se avessero fatto il compito scolastico, secondo il rigore dell'osservanza loro insegnata, e per altra parte non volendo comparire come negligenti, il giovane Bosco si assumeva l'incarico di far esso per loro il compito. Con questa carità ed attenzione di allontanarli dal peccato si guadagnò il loro affetto ed ebbe la consolazione di vedere uno di essi, a nome Jona, convertirsi, e, malgrado le difficoltà dei parenti, ricevere il battesimo e divenire un buon cristiano

Come chierico dimostrò il suo odio al peccato nella attenzione che metteva a trattenersi solamente coi compagni più pii e più diligenti. Nell'occasione di un'accademia letteraria, a cui egli presiedeva, avendo inteso un. compagno a leggere un componimento alquanto libero, lo richiamò all'ordine, avvisandolo opportunamente.

Come sacerdote poi la sua guerra era sempre contro il peccato. Nelle novelle di solennità ci inculcava sempre di far digiunare il demonio col non commettere peccati; nelle calamità ci prescriveva come prima condizione per andarne liberi la fuga del peccato mortale; e chi gli chiedeva che cosa dovesse fare per ottenere grazie di qualsiasi genere, sempre consigliava anzitutto di riconciliarsi con Dio col Sacramento della Penitenza.

Al sentire parlare di sacrilegi commessi o di altri delitti, lo si vedeva rannuvolarsi nell'aspetto e soffrirne grandemente. Così avveniva pure quando sentiva scagliare qualche bestemmia, chè allora si faceva serio e si vedeva sofferente; ed una volta mi diceva: -- Quando in confessionario sento ripetere l'accusa di bestemmie, mi sento come ferire il cuore e mancare le forze. - Se poi gli si raccontava di scandali avvenuti per causa di qualche cattivo compagno fra i suoi giovani, esclamava addolorato: - Oh, che disastro! - e tosto si metteva all'opera per porvi riparo. L'orrore che aveva al peccato, ed in particolare ai peccati di bestemmia e di disonestà, appariva persino nei sogni che sovente ci veniva raccontando, giacché in essi venivano raffigurati sotto le sembianze più orride.

Allorché trovavasi lontano da Torino, il suo tintore era soltanto che il peccato si infiltrasse nella sua casa; epperò non tralasciava mai di scrivere ai superiori per metterli in attenzione dalle insidie e dai siti ove il demonio poteva far strage, e di scrivere anche lettere collettive ai suoi figli per premunirli contro le insidie del nemico. Gli Oratori, gli ospizi, le fatiche al confessionario, tutte le sue sollecitudini erano rivolte a combattere il peccato. Ed a tal fine fondò gli Ospizi: - Giacchè, diceva, per giovani abbandonati, e per altri che hanno scandali nelle loro case stesse, non basta l'istruzione che loro si dà nei giorni festivi; se si vogliono salvare, si debbono allontanare dal pericolo anche durante la settimana. - Ed infatti, quando conosceva giovani che si trovavano in simili cimenti, li accoglieva di preferenza ad altri. Un giorno parlandosi di simili giovani che si tro vavano per la miserìa esposti al pericolo di commettere delitti, o ad essere arreticati da qualche malvagio compagno, tutto commosso, colle lagrime agli occhi, diceva: - Per questi giovani farò qualunque sacrifizio; anche il mio sangue darei volentieri per salvarli - raccomandando a noi la stessa compassione.

Il suo ardente amor di Dio appariva nei sacrifizi che s'impose e fatiche che sostenne per l'erezione di tante chiese, di tanti ospizi, destinati precisamente ad onorare Iddio ed avviare la gioventù al suo servizio. Le Missioni sono pur esse una prova lampante della sua carità verso Dio; giacchè per nessun altro fine vi si adoperò, se non per ravvivare la memoria di Dio nei popoli che quasi l'avevano dimenticato, e portarne la conoscenza alle tribù che ancora l'ignoravano. Al considerare tutta la sua vita, si vede come sempre ed in ogni sua opera, aveva di mira la gloria di Dio. Il Bollettino Salesiano, che da qualcuno venne qualificato la gran cassa per attirare limosine all'Opera Salesiana, fu per lui uno sfogo della sua riconoscenza per far conoscere la bontà di Dio nelle sue opere, secondo quel detto: Sacramentum regis abscondere bonum est; opera autem Dei revelare honorificum est: intendendo così di onorare Dio, e di accendere nei cuori il desiderio di amarlo e servirlo, il che ottenne in realtà, giacché fra tutte le sue pubblicazioni, è forse quella che ha prodotto maggiori frutti, sia coll'accendere i cuori a cooperare alle Missioni e alle opere di religione, sia col suscitare generose vocazioni per le Missioni stesse.

L'amore in Lui verso Gesù Cristo apparve in modo speciale nelle lunghe e penose sollecitudinì impiegate per l'erezione della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Roma, per cui ben si può dire che logorò gran parte delle sue forze; e quando taluno, vedendolo alquanto incurvato, gli chiedeva come mai si piegasse così sulla persona, rispondeva faceziando:

- Ho la Chiesa del S. Cuore in Roma che mi pesa sulle spalle.

La sua carità verso Dio si manifestò nella piena conformità ai divini voleri. Nelle tribolazioni, nelle infermità, nelle persecuzioni non mai si udì ad uscire dal suo labbro alcun lamento, bensì diceva sovente: - Sic Domino placuit, sit nomen Domini benedictum! - Nelle rovine di case, in occasione di incendi, di terremoti, non mai si disturbava, ma pieno d'amor di Dio, tutto rassegnato, diceva: - Il Signore conosce i nostri bisogni, e ci aiuterà. - Nella stessa sua ultima infermità, esortato a pregare anch'esso per la sua guarigione, non rispondeva altro che fiat voluntas tua! e, quando già aveva perduto la parola, non però l'intelligenza, non faceva altro che allargare le braccia come per dire:

- Tutto come Dio vuole!

Ben si può dire che in tutta la vita di D. Bosco l'amor di Dio fu il movente di tutte le sue opere, l'ispiratore di tutte le sue parole, ed il centro di tutti i suoi pensieri e dei suoi affetti, come io ho potuto convincermi nei 43 anni che ebbi la fortuna di passare sotto la sua direzione.

(Ved. Proc. Ord. Sessione 362a).

(Continua.

Ai Sacerdoti soldati.

Perchè si approfittino del trovarsi a contatto con tanta gioventù d'Italia.

« ...Noi li esortiamo a prevalersi di questa oc casione perchè la gioventù d'Italia apprenda da essi l'esempio delle più elette virtù cristiane e civili, persuasi come siamo che anche per questo la Divina Provvidenza abbia permesso questo contatto del clero con tanta parte della crescente generazione che più non lo avvicinava, o per rispetto umano o per vieti pregiudizi, che fomentavano in essa la disistima e l'avversione; così invece i nostri baldi giovani ritornando domani alle feconde e tranquille opere della pace, riporteranno buoni ricordi e buone impressioni del Clero, che avranno osservato da vicino alla stregua degli esempi e riameranno quella religione che nel momento del bisogno e del pericolo avrà procurato loro tanti preziosi aiuti e conforti. E perche questo si avveri appieno, come punto dubitiamo, vi accompagni sempre, ven. sacerdoti, in tutte le contingenze e gli incontri, in tutti i rapporti coi vostri superiori e compagni di milizia il sentimento della vostra dignità ed in pari tempo alimentate il vostro spirito colla preghiera, colla meditazione, colla devota celebrazione del Divin Sacrificio, colla confessione frequente, e con tutti gli altri mezzi di santificazione che potrete avere a vostra disposizione. Per tal modo uscirete dalla dura prova a cui siete stati sottoposti, anziché indeboliti nello spirito della grande vostra vocazione, più forti, più sperimentati della vita, più assetati di giustizia, e si potrà ripetere con tutta ragione anche di voi che: diligentibus Deum, omnia cooperantur in bonum ».

(Da una lettera dell'Episcopato Emiliano).

Ricordi e ammaestramenti paterni. (1)

N. d. R. - Questa rubrica è aperta a tutti i sacerdoti che avvicinarono Don Bosco e ricordano di aver udito da lui qualche parola, o consiglio, o esortazione per esercitare degnamente il sacro ministero.

V.

« Un prete si prenderà cura di te e diverrai prete anche tu... »

Ricordo come nel giorno solenne dei Santi, del 185o, un mio cuginetto m'invitava ad andare da Don Bosco. Già allora si diceva cosí, per significare l'unico Oratorio di Valdocco. Gli risposi:

E a che fare?

- Oggi si dànno le castagne!

Allora stavo di casa quasi sull'uscio dell'Oratorio, e non ne sapevo proprio nulla. Ero venuto di fresco dal paesello, e non mi imaginavo di essere cosí vicino a sí grande fortuna. Accettai l'invito, e subito dopo mezzodí fui impaziente per essere condotto.

Il mio ingresso all'Oratorio, fu come quello del villan che s'inurba. Quel tramestio di giovani, quello slancio in tutti di divertirsi, quella spensieratezza di tutta quella gente, che non guardava a me, ma che era argomento per me di curiosità e di meraviglia, mi tenne un momento perplesso su che cosa dovessi fare, e poi guadagnato dal desiderio di divertirmi, mi slanciai con entusiasmo fanciullesco tra il passo del gigante e cominciai anch'io a farne le prime prove. Sul piú buono suona il campanello per la chiesa, e vedo un'altra novità. Si sospendono come per incanto i divertimenti, e, chi era da me spinto in alto, si distacca con furia dalle corde, e poi, studiando il passo, cerca di fuggire. Né era solo, ma vedo un vero fuggi fuggi generale... Cercai il cuginetto e non lo vidi piú... e quindi non sapendo che cosa fare, fuggo anch'io, credendo che tale fosse l'uso.

Ed ecco che senza avvedermi, mi trovo davanti ad un giovane prete, che, cadutogli tra le braccia, mi fermò, e sorridente mi disse:

- Verresti a dirmi due parole all'orecchio? - Si, sí.

- Ma sai che cosa voglio dire?

- E perché no? Lei vuole che io mi venga a confessare!

- Proprio questo. E come ti chiami?

- Battistin!

- E sai chi sono io?

(1) Ved. il numero II°, pag. 41.

- Veramente... Lei sarà Don Bosco.

- Sono proprio lui, e che vuole già tanto bene all'anima tua!

E impossibile che quell'ora, quel giorno, quelle memorande parole si cancellino dalla mia memoria, e... di poi

Di riudir non fui senza desiro.

Quindi mi prese per mano, e mi condusse nella prima cappella in mezzo a tanti altri compagni. Ricordo che me ne stetti fermo durante i due vespri, senza neppur pensare alle castagne, che piú non vidi, perché erano state distribuite alla mattina. Sentii per la prima volta a predicare il teol. Borel, che mi fece piangere, pensando alle povere anime del Purgatorio. Intanto si era fatto sera, si diede la benedizione ed io uscii, ma col desiderio di rivedere quel prete, per cui già sentiva tanta affezione, e che mi aveva detto esser Don Bosco. E non durai fatica.

Finite le funzioni e raccogliendosi i piú alti in circolo, rividi lui che sorridendo vi si pose in mezzo e li tratteneva con amorevoli discorsi. Io mi contentava di guardare e sentire. Non osava avvicinarmi per timore di commettere non saprei quale imprudenza.

Finalmente era già comparsa la luna in cielo e la notte si faceva scura.

Don Bosco si mosse e tutta quella turba di adulti si mosse con lui verso il cancello d'uscita. Che poteva fare? Mi accompagnai a loro. Si cantavano a coro alcuni pezzi, che poi io stesso in altri tempi faceva ripetere e che io ascoltava con un piacere infinito. Ma i miei occhi eran fissi in Don Bosco, in Don Bosco che mi aveva parlato con tanta bontà.

La lieta comitiva passò il piccolo sentiero d'allora e poi ascese per via Cigna e sali fino al Rondò del Corso Valdocco. Colà si fece circolo, sull'angolo estremo, presso un ruscello, che dopo varii anni fu coperto come tutti gli altri. Il canto era finito e Don Bosco dava i saluti e gli avvisi a tutti... Io m'era fatto coraggio, e, avanzatomi fino a lui, tutto confuso dissi con meraviglia universale: - Ciao, Don Bosco! - Tutti sorrisero della mia ingenuità, alcuni mi schernirono, ma Don Bosco mi salutò con amorevolezza.

Oh! come ricordo quella bella sera! Qualche mese prima, mentre recitavo le preghiere, mi ero fermato in una strana idea che mi passava per la mente. Era questa: « Un giorno un prete si prenderà cura di te, e diverrai prete anche tu! ». Dopo mille vicende dolorose di famiglia, venuto a Torino, avevo dimenticata la distrazione, e pensavo, lasciato gli studii, a consolare la famiglia col lavoro delle mani. Quella sera, in ritornare alla casa, mentre ripassavo con ineffabile dolcezza le memorie del giorno, vedeva Don Bosco che mi parlava all'orecchio, che mi invitava a confessarmi, e già sentivo di amarlo e di essere disposto a tornare da lui. Nel corso delle idee, mentre l'immaginazione camminava a briglia sciolta, mi arrestai sulla fortunata antica idea e dissi meravigliato: - Che sia lui il messaggero della Provvidenza?

Non osai manifestare questa segreta voce che un'altra volta, ed ora quasi al fine della vita, la ripeto in atto di ringraziamento a Dio e di riconoscenza a Don Bosco, suo fedel Servitore.

Torino.

Sac. G. B. FRANCESIA.

VI.

Una profezia.

Quando io venni Parroco a Cunico nel 1884, siccome la grandine flagellava questo paese da quindici anni, pieno di fiducia in Maria Ausiliatrice feci con tutta la popolazione (mille abitanti) il voto pubblico di: 1° non bestemmiare; 2° santificare le feste; 3° di osservare le vigilie; 4° fare una sottoscrizione pubblica di offerte pei ristauri della chiesa nostra, dando la decima delle offerte a Maria Ausiliatrice di Torino per cinque anni.

Portai in persona il voto a Don Bosco che lo ratificò dicendo:

- Tu chiedi una spada a due tagli! So anch'io esser dura cosa zappar la vigna e bere l'acqua: ma, quando i tuoi parrocchiani avranno l'abbondanza di vino, si conserveranno ancor buoni?

- Sí, risposi; sarà mia cura conservarli tali e dopo i cinque anni pubblicheremo la grazia nel Bollettino.

Egli mi benedisse e approvò il voto.

Nel numero di settembre del 1887, Don Lemoyne, allora direttore, pubblicò a mia insaputa il voto e la grazia ottenuta allora per due anni, 1885-86. Ne feci le rimostranze a Don Bosco, che la grazia non era compiuta, che la pubblicazione intempestiva poteva comprometterci. Ed egli col suo sorriso bonario, mi tranquillizzò, dicendomi in piemontese:

- La Madona an fa nen passè bas : la Madonna non ci farà andare confusi.

Tu profeta, e nel 1890, io aveva il piacere di scrivere a Don Rua che il voto era stato esaudito, e la grazia era fatta: per cinque anni la grandine non si era piú vista in questo paese. E Don Rua mi rispondeva:

Questa è una novella prova che Don Bosco era buon profeta e gran santo.

Sí, Don Bosco fu un gran santo. Il pensiero della gloria di Dio e della salvezza delle anime fu l'unica preoccupazione della sua vita. Ricorderò sempre la scena indimenticabile dell' 11 agosto del 1887, pochi mesi primi che egli morisse, a Lanzo Torinese, ove si era recato a respirare aria piú fresca per volere dei medici. Una commissione di ex-allievi, sacerdoti e secolari, si recò a salutarlo. Suonavano le 6, quando entravamo in Collegio. Annunziata la cosa a Don Bosco, ne fu cosí commosso che sulle prime non poté articolare parola. Ci guardò col quel suo sguardo benigno e sagace, con cui ci aveva guardati tante volte. L'occhio sempre il suo, ma all'aspetto ahi! quanto ci parve sofferente. Il ricevimento non volle farlo nel salone, ma, sorretto dalle nostre braccia, ne uscí e, all'aria libera, nel prato attiguo al Collegio ci diede udienza, ricordando che nei prati di Valdocco aveva fatto le prime accoglienze ai giovanetti. Salí in una carrozzella, dicendo per ischerzo: Io che sfidava i piú snelli a far dei salti, ora devo camminare in carrozza colle gambe altrui. -- Noi guidavamo la carrozzella fino al pergolato, che è in fondo al prato. Quivi si fece seduta e mille cose si dissero in pochi minuti. Don Bosco volle riconoscere un per uno i deputati dell'ambasciata. Eravamo nove. Si parlò della sua messa d'oro del 1891, e quando si disse di Gastini che voleva mille cantori, ci soggiunse: - Due mila ! ma un coro sia tutto di Patagoni... Poi volgendosi a me: --E a quella Messa, disse, si berrà il vino di Cunico, ottenuto come grazia di Maria Ausiliatrice e che sia assaggiato anche dai Patagoni!

L'ora spirava; si fecero benedire alcuni oggetti. Quando si chiese la benedizione sui presenti e sugli assenti, Don Bosco si commosse, i suoi occhi si riempirono di lagrime: ci piangeva e noi piangevamo!...

Non altrimenti gli antichi patriarchi dovevano benedire i loro figliuoli!...

Sac. DOMENICO GRIVA, Pievano di Cunico d'Asti.

In ossequio ai decreti di PP. Urbano VIII e di altri Sommi Pontefici, vogliamo data a tutte queste pagine solo quell'autorità che si meritano veridiche testimonianze umane.

LA PASSIONE Dl GESU'

Discorso inedito del Ven. D. Bosco, letto da lui all'Accademia dell'Arcadia in Roma, il Venerdì Santo del 1876.

NOTA.

Il libretto-programma della Tornata portava in copertina questo titolo : - Solenne adunanza che gli Arcadi tengono la sera del Venerdì Santo 14 aprile 1876 nella sala del « Serbatoio » al Palazzo Altemps per celebrare la Passione del Redentore divino.- In prima pagina si leggeva: - Componimenti letterari: Prosa: Don GIOVANNI Bosco, Superiore Generale della Congregazione dei Preti Salesiani.- Poesie: Mons. Giambattista Fratejacci, Mons. Luigi Tripepi, Can. Agostino Bartolini, ecc., ecc. - Seguivano 10 altri nomi, e, in altre sette pagine, i nomi dei cantanti e le parole delle cantate sacre.

Noi pubblichiamo queste pagine, perchè dicano ai lettori: I) a quanta semplicità e praticità il Venerabile si fosse assuefatto a svolgere qualunque argomento, anche dinnanzi ad un uditorio colto ed erudito; II) com'Egli non mancasse mai - in nessuna occasione - di venire ad un'esortazione pratica, cui - in questo discorso - prendendo argomento dal suo parlar in Roma - diè forma di un caldo invito all'unione più intima, di sentire e di opere, col Romano Pontefice; III) come, a tacer d'altro, egli fosse realmente nutrito di buona cultura ecclesiastica.

Le sette parole di Gesù in croce.

Chi ha l'alto onore di parlare alla vostra presenza, rispettabili Signori, è un umile sacerdote, che venuto a Roma, per sua buona ventura e senza alcun suo merito, fu annoverato fra gli Arcadi, ed ora è incaricato di leggere una prosa, che possa servire d'introduzione all'arcadica radunanza di questo Venerdì Santo.

La eleganza del dire, la forbitezza dello stile, che sogliono brillare in quest'aula scientifica, mi hanno messo in non lieve apprensione, essendo io abituato a parlare, leggere, scrivere pel popolo, e specialmente per l'idiota gioventù. Mi sono tuttavia fatto animo ad accondiscendere, pensando che la forbita penna dei miei colleghi, mi si permetta questo vocabolo, supplirà in abbondanza all'insufficienza mia.

Ma la Passione del Redentore di cui devesi trattare, essendo argomento vasto assai, è mestieri di restringerlo ad alcuni punti determinati. Pertanto io non toccherò la parte ascetica, nè la parte oratoria, che appartengono ai sacri pergami: non parlerò dell'archeologia, che si rimette alle lunghe elucubrazioni dei dotti; neppure dei personaggi nominati nel racconto evangelico della Passione del Signore, perciocche questa è materia propria dei

commentatori biblici e degli Scrittori di Storia Ecclesiastica. Ometto pure quanto è avvenuto del Salvatore prima della sua salita al Calvario, e sceglierò soltanto quello che diciannove secoli fa, presso a poco nell'ora in cui noi siamo qui raccolti, si compiè sopra quel monte di Redenzione.

Vale a dire le Sette parole proferite da Gesù in croce.

Qui pure, o Signori, di buon grado affido la sublimità dei concetti, gli slanci poetici, alla valentia dei miei Colleghi, ed io mi terrò ad una semplice esposizione storico-letteraria quale parrai si convenga agli uditori che in questo avventuroso momento mi onorano. Se la pochezza del mio lavoro non vi porge ragione di applaudire, vi darà certo motivo di esercitare la vostra bontà e di compatire.

Dopo mille strapazzi e tormenti, sottoposto a spietata flagellazione, coronato di spine, condannato alla ignominiosa morte di Croce, l'amabilissimo Salvatore, con grande spasimo, portò l'istrumento del suo supplizio fino sul Golgota.

Golgota o Calvario, significa monte di teschi, che alcuni vogliono così chiamato, perchè quivi erano condotti i giustiziati a scontare la pena dei misfatti commessi. Ma Tertulliano, Origene, Sant'Epifanio, S. Gio. Grisostomo, ed Agostino opinano quel monte essere appellato Golgota da Adamo ivi sepolto; e che per un tratto di Provvidenza Divina venisse fatto il fosso della Croce dove era il teschio di lui, e così l'autore del primo peccato fosse pure il primo ad essere lavato dal sangue di chi moriva per la salvezza del genere umano. San Girolamo nella lettera a Marcella si esprime così:

In hoc loco et habitasse dicitur, et mortuus esse Adam. Unde et locus in quo crucifixus est Dominus Noster, Calvaria appellatur, scilicet quod ibi sit primi hominis Calvaria condita, ut secundus Adam et sanguis de cruce stillans primi Adam et jacentis protoplasti peccata dilueret. Nei libri santi era predetto che il Messia doveva essere elevato in croce, come Mosè innalzò il serpente nel deserto in liberazione dei morsi velenosi da cui erano feriti gli ebrei (S. Gio.,

C. III) Sicut Moyses, dice Cristo, exaltavit serpentem in deserto, ita oportet exaltari Filium hominis.

Prima parola.

Inalberata quindi la Croce, elevata sopra di essa la Sacratissima Persona di Gesù, confittovi con acutissimi chiodi, i soldati, i Principi, gli Anziani degli Ebrei in luogo di conoscere il comun Salvatore in Colui che avevano crocifisso, si fecero a burlarlo, a disprezzarlo in tutte guise. - Ha salvato gli altri, andavano dicendo, e non può salvare se stesso. Se è il Cristo predetto da Dio, discenda presentemente dalla croce; se Dio lo ama, lo liberi adesso. Se tu sei suo Figlio, discendi dalla croce; se Re dei Giudei, salva te stesso, giacchè hai detto che distruggi il tempio di Dio ed in tre giorni lo riedifichi: pretendi salvare gli altri e non salvi te stesso. - Questi ed altri simili insulti lanciava la moltitudine contro a Gesù pendente in croce. Tutti gli elementi della natura volevano certamente vendicare gli oltraggi del Creatore. Il Salvatore avrebbe potuto far cadere estinti tutti i suoi oltraggiatori, come caddero tramortiti al principio della sua passione; aprire la terra per inghiottirli vivi, come fu di Datan ed Abiron; farli inabissare nell'acqua, come nel Diluvio; incenerirli, come gli abitanti di Sodoma e di Gomorra. Ma il tempo in cui Gesù pendeva in croce era di misericordia, perciò a tanti insulti non rispose se non colla clemenza e col perdono. Ed appunto la prima parola profferita dalla Croce fu indirizzata al suo Padre Celeste, a fine d'implorare misericordia a quelli che l'oltraggiavano: - Padre mio, egli dice, perdonate a questi miei crocifissori, perchè non sanno quello che fanno. Jesus autem dicebat: Pater dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt (LUCA, Cap. XXIII).

L'Angelico S. Tommaso fa qui due domande: (III Part. Quest. XLVII) Utrum Christi persecutores eum agnoverint, et utrum peccatum Christum crucifigentium fuerit gravissimum.

Alla prima, se i Crocifissoci l'abbiano conosciuto, risponde che i Maggiori, cioè i Principi, gli Scribi, i Dottori della legge avevano certamente chiara cognizione del Salvatore, ma non gli vollero prestare fede e tutto pervertirono in cattivo senso. Onde nel Vangelo dice (S. Gio., Cap. xv.): - Si non venissem, et locutus fuissem eis, peccatum non haberent: nane autem excusationem non habent de peccato suo.

Inoltre i Maggiori, essendo istruiti nelle scienze dei Libri Santi, dovevano conoscere le profezie, che si andavano compiendo, i miracoli che Gesù aveva operato, le virtù eroiche esercitate, quindi la ignoranza loro non poteva scusarli, perchè affettata; anzi rendevali maggiormente colpevoli.

Riguardo poi ai Minori, cioè al popolo minuto che non conosceva e non intendeva le Scritture, per la sua ignoranza si rese assai meno colpevole. In questo senso San Pietro compativa gli Ebrei dicendo: Io so che quanto operaste contro il Salvatore il faceste per ignoranza, come fecero i vostri antenati (Atti degli Ap. c. III.)

Da ciò conseguita la risposta al secondo quesito, che il peccato dei Crocifissoci fu gravissimo pei Maggiori, gravissimo nei Giudei Minori, ma assai diminuito dalla loro ignoranza. Perciò la preghiera di Gesù all'Eterno Padre non fu per i Maggiori, che si mostravano ostinati, ma pei Minori, pei Gentili che lo crocifissero, resi in qualche modo scusabili dalla loro ignoranza.

Il Venerabile Beda prende S. Tommaso nello stesso senso, dicendo: Pro illis rogat, qui nescierunt quid facerent, zelum Dei habentes, sed non juxta scientiam. Multo magis fuit excusabile peccatum Gentilium, per quorum manus crucifixus est.

Seconda parola.

Gli Ebrei per coprire d'infamia il Salvatore, e, secondo la predizione del Profeta, saturarlo d'obbrobrii, vollero che due insigni facinorosi fossero ai suoi fianchi crocifissi, affinchè comparendo loro uguale nella pena, pari pure ne fosse giudicata la colpa e l'infamia.

Sembra che da principio ambidue i ladroni insultassero il Salvatore, ma uno di loro, tòcco dalla divina grazia, rimproverò il compagno dicendo: - Neppure tu temi Iddio, trovandoti colpito dalla stessa condannazione? Noi per altro paghiamo il fio dei nostri misfatti, e ce lo meritiamo, ma costui non ha fatto alcun male. - E vòltosi a Gesù diceva: - O Signore! Ricordatevi di me quando sarete nel Vostro regno. - Gesù rispose: - Oggi sarai meco in Paradiso.

Et dicebat ad Jesum: Domine, memento mei cum veneris in regnum tuum. Et dixit illi Jesus: Hodie anecum eris in Paradiso (1).

I sacri interpreti dimandano, se la parola Paradiso debba intendersi del Paradiso terrestre, del Paradiso celeste, o del Limbo. La comune opinione intende del Paradiso celeste. Ma se in quel giorno il Salvatore non salì al Cielo, bensì discese al Limbo, come si compiè la promessa: Oggi sarai meco in Paradiso?

Il dotto Esichio di Gerusalemme interpreta il testo evangelico, aggiungendo una virgola dopo hodie, sicche il senso ne sarebbe questo: Oggi ti dico: Tu sarai meco in Paradiso. Ma più semplice è la spiegazione di S. Agostino che dice, il Salvatore avere parlato non come uomo, ma come Dio. Dimodochè oggi nella bocca di Dio non ha limite di tempo. Più chiaro ancora lo spiega San Tommaso dicendo: Illud verbum Domini hodie, est intelligendum non de Paradiso terrestri corporeo, sed de Paradiso spirituali, in quo esse dicuntur, quicumque divina gloria perfruuntur. Unde latro quidem cuna Christo ad infernum descendit, ut cum Christo esset, quia dictum est ei: Mecum eris in Paradiso; sed proemio in Paradiso fuit, quia ibi divinitate Christi fruebatur sicut et alii Sancti (Part. 3, Quest. 52.)

(1) Chi desiderasse notizie particolari del nome e patria del buon Ladrone, se esso debba dirsi martire o Confessore, egli può leggere Benedetto XIV. - De Canoniz. Sanct. L. 4°. Parte 2a. C. 12, N. 10.

Terza parola.

Il Salvatore aveva concesso il perdono ed assicurato il Paradiso al buon Ladrone, quando volgendo lo sguardo sopra gli astanti, i suoi occhi si scontrarono con quelli dell'amatissima sua Madre. Erano tutti fuggiti i suoi parenti ed amici, eransi dispersi gli Apostoli. Ella sola, qual donna forte, accompagnata da Giovanni, quasi resa insensibile al dolore dall'affetto materno, intrepida assisteva il Figlio in croce, restando il suo Cuore veramente trafitto da pungente spada, come sta scritto nel Vangelo: Et team ipsius animam pertransibit gladius.

Gesù adunque, avendo rimirata la madre e vicino a Lei il discepolo prediletto, dice alla Madre sua: - O Donna, ecco il Figlio tuo. - Di poi dice al Discepolo: - Ecco la Madre tua. - E da quel momento Giovanni la ricevette per Madre.

Si suole dimandare perchè la Santissima Vergine sia qui chiamata Donna e non Madre. Il Grisostomo ci ammaestra che Maria fu chiamata Donna, affinchè non fosse di troppo amareggiato il Cuore di Lei, chiamandola col tenero nome di Madre. San Bernardo aggiunge che la chiama donna per rammentarle che Essa era quella Donna forte, la quale in quel momento col suo piede immacolato schiacciava il capo del Serpente insidiatore.

S. Giovanni seguì fedelmente il desiderio di Gesù e prese di Maria cura veramente filiale. La tenne in casa sua, finche dimorò in Palestina, seco la condusse in Efeso, e come figlio affettuoso l'assistette fino agli ultimi momenti di vita.

In S. Giovanni la Chiesa ravvisa tutto il genere umano, dimodochè la SS. Vergine in ricevere San Giovanni per figlio divenne Madre di tutti i Cristiani, come insegna S. Bernardino: Qui est discipulus Christi, est etiam Virginis Filius.

Quarta parola.

La quarta parlata del Salvatore in Croce viene espressa così in S. Matteo (Cap. XXVII): Et circa horam nonam clamavit Jesus voce magna dicens: Eli, Eli, Lamma sabacthani? Parole che dallo stesso Vangelo sono interpretate: Deus mens, Deus meus, ut quid dereliquisti me? Mio Dio, mio Dio, perchè mi avete abbandonato?

Queste voci sono siriache, perciocchè questa lingua, che è un misto di Caldaico e di Ebraico, era molto parlata dagli ebrei dopo il ritorno dalla schiavitù Babilonica. Ma pare che non siano state intese, perche gli astanti credettero che chiamasse Elia in suo aiuto. Chi fossero poi questi astanti non si conosce chiaramente. Alcuni li reputano Romani, i quali ignorando la lingua Ebraica credevano avesse chiamato Elia in suo soccorso. Ma si osserva che se i Romani non sapevano l'Ebraico, nemmeno avevano notizia di Elia. Altri sono di parere che fossero Ellenisti, cioè Ebrei abitanti nell'Egitto, dove assai era diffusa la lingua Greca. Costoro ignoravano l'ebraico ma conoscevano Elia. Pare peraltro preferibile l'opinione che dice essere Ebrei, i quali intendevano benissimo l'Ebraico, ma fingevano di non capirlo per così burlare G. C.

Intorno a questa parola è opportunissimo di notare l'empia interpretazione che ne dànno Calvino ed i moderni increduli. In quel momento, dicono essi, Cristo provò tutte le pene dei dannati, e quelle parole segnano un atto di disperazione. Orrenda bestemmia! dice Benedetto XIV: se Cristo si disperò in croce, conte potè placare l'ira divina, che era lo scopo della celeste sua Missione? Come potè tosto aggiungere le altre affettuose parole al Celeste Padre? Pater, in manus tuas, commendo spiritum meum? Parole che dimostrano la piena sua rassegnazione e confidenza ai voleri del Cielo? Onde le parole del Salvatore non vennero da impazienza, nè da diffidenza, nè vollero significare l'umanità abbandonata dalla Divinità, perche dice il Nazianzeno, quod semel assumpsit nunquam dimisit; neppure indicano che Egli sia stato privato della benevolenza del suo Eterno Padre. Quelle parole adunque furono dette per significare l'atrocità dei dolori che pativa per iscontare i delitti degli uomini, parole che rendevano palesi le interne afflizioni, alle quali Dio abbandonollo per isconto delle nostre colpe, di cui erasi fatto reo. Gran Dio, esclama S. Leone, quanto mai sono terribili gli effetti della tua giustizia! Se con tanto rigore punite le iniquità sopra gl'innocenti, che ne sarà dell'uomo che le ha commesse e più volte conmiesse?! (Serro. De Passione D.)

Quinta parola.

Come la prima colpa fu peccato di gola, così il Divin Salvatore volle scancellarlo col sensibilissimo patimento della sete. Ed ecco la quinta parola di Gesù in Croce.

L'addolorato Redentore pendeva tuttora in croce, e il sangue sparso, le fatiche di ogni genere sostenute, avevano prostrato il suo adorabilissimo Corpo da provare di fatto ardentissima sete. Postea, dice S. Giovanni (Capo XIX), sciens Jesus quia omnia consummata sunt, ut consummaretur Scriptura, dixit: Sitio. Vas ergo erat positum aceto plenum. Illi autem spongian plenum aceto, hyssopo circumponentes, obtulerunt ori eius.

Nicolò di Lira parlando di questa sete dice: Tantum laboraverat, et sanguinem miserat, quod corpus eius erat dessicatum et adustum, et propter hoc sitiebat sopra modem.

S. Agostino ravvisa un mistero nella sete di Cristo. Gesù ha sete, egli dice, ma sete della nostra felicità, della nostra salute, della nostra beatitudine: Sitit gaudium vestrum. Il Nazianzeno dice che Gesù ha sete per invitar noi ad avere sete di Lui, e ci risolviamo ad amarlo: Sitit sitiri Deus. Ha sete delle nostre anime, e vorrebbe patir di più a fine di facilitarci la via della salvezza. Sitio : sitit majora tormenta (1).

(1) Mons. Rocca nel suo trattato De solemni communione Sommi Pontificis (Tom. I) dice che i Pomani Pontefici, quando celebrano solennemente, col loro Diacono e Suddiacono succhiano il Sangue di G. C. colla fistola, per rappresentare la canna sopra cui fu imposta la sponga d'aceto offerta a G. C. mentre pendeva dalla Croce.

Sesta parola.

La sesta parola che Gesù parlò dalla Croce è così descritta da S. Giovanni (Cap. XIX): Cum ergo accepisset Jesus acetum, dixit: Consummatum est. Avendo Gesù gustato l'aceto che gli si offeriva, disse: È consumato. È consumato il sangue che doveva spargere per la redenzione degli uomini. Sono consumate, ovvero compiute, le profezie che predissero i miei patimenti. - Completae sunt Scripturae, scrive S. Leone, non est amplius quod insaniam populi furentis expectem : nihil minus pertuli, quam me passurum esse predixi (Sermo de Pass.).

Sono compiute le figure: i simboli e quello che vaticinò Davidde intorno alla mia sete ed all'amara bevanda che mi sarebbe posta. Dederunt in escam meam fel et in siti mea potaverunt me aceto.

Consummatum est. E consumata la barbarie dei miei persecutori: il mistero della Redenzione del mondo è compiuto. Consummatum est.

Settima parola.

Gesù Salvatore dopo aver perdonato ai suoi nemici: usata misericordia al buon ladrone, stabilita l'augustissima sua Madre per madre nostra: provata ardentissima sete: consumato il mistero della Redenzione: finalmente con gran voce raccomandò il suo spirito al Padre Celeste, ed esclamò: Padre mio, nelle vostre mani raccomando il mio spirito. Et clamans voce magna Jesus ait: Pater, in manus tuas, commendo spiritum meum. Et haec dicens, expiravit (LUCA, XXIII).

I sacri commentatori osservano che un uomo così esausto di sangue, così sfinito di forze e sul pulito di mandare l'ultimo respiro, non poteva naturalmente emettere cotanto gagliarda voce: perciò Cornelio a Lapide vuole che gridasse per forza soprannaturale, che la Divinità gli somministrava. Altri con S. Tommaso affermano che G. C. per dimostrare che la Passione non gli levava violentemente l'anima, conservò la natura umana nella sua forza, che perciò moriva volontariamente, come disse il Profeta: Oblatus est, quia ipse voluit. Ma ognuno conviene essere vero miracolo che un uomo agonizzante abbia potuto con tale gagliarda voce esclamare.

San Bonaventura insegna che questo grido è quello di cui S. Paolo parla agli Ebrei: Cum clamore magno et lacrymis offerens. Colle lacrime dimostrò la sua umanità, colla gagliardia di voce dimostrò la sua divinità. Lo stesso asserisce il Card. Ugone: Veritas humanitatis et virtus divinitatis ostenditur.

In fine S. Atanasio insegna che Gesù con quella gran voce ci raccomandò tutti all'Eterno Padre e tutti ci chiamò a seguirlo nei patimenti, perche possiamo tutti un giorno andarlo a raggiungere nella sua gloria. In eo clamore ómnes apud Patrem deponit. L'Angelico S. Tommaso si fa a questo proposito questa dimanda: Se i patimenti che Gesù sostenne nella sua Passione e Morte siano stati gravi assai: Utrum dolor Passionis Christi fuerit major omnibus doloribus. E risponde, che i dolori cui fu sottoposta l'umanità di Cristo, furono gravissimi sotto ogni rapporto. Egli patì assai per cagione delle donne, perciocchè le ancelle hanno accusato Pietro, che di poi lo negò; da parte degli uomini, dei Principi, dei Sacerdoti degli anziani del popolo; per parte dei suoi stessi famigliari ed amici, essendo stato tradito da Giuda, negato da Pietro, abbandonato da tutti i suoi Apostoli; patì nella fama per le orrende bestemmie profferite contro di lui, nell'onore e nella gloria per le irrisioni e contumelie; patì nel corpo per le ferite e pei flagelli: nella testa per le spine: nelle mani e nei piedi da pungenti chiodi trafitti: nella faccia per gli schiaffi e per gli sputi, a segno che non vi era parte del sacratissimo suo corpo che non avesse un dolore speciale, come di lui fu predetto: A planta pedis usque ad verticem non est in eo sanitas.

I dolori dell'animo furono pure gravissimi. Patì una tristezza mortale che lo ridusse al sudor di sangue; soffrì poi pei peccati di tutto il genere umano, per quelli degli Ebrei e degli altri che ebbero parte nella sua morte, per lo scandalo che ricevettero i suoi discepoli.

Lo stesso Angelico Dottore avverte eziandio che il Salvatore nel suo corpo essendo di forma perfettissima, il senso del tatto in lui era parimenti sensibilissimo, quindi atrocissimo il dolore.

Finalmente Gesù Cristo essendosi volontariamente assoggettato a quella dolorosa Passione per liberare gli uomini dal peccato, ne assunse tutta la gravità; perciò la pena doveva essere proporzionata al frutto che ne doveva derivare; per conseguenza i suoi dolori non potevano essere più gravi: Non est doler sicut dolor mens.

Alla morte di Gesù.

Coree Gesù mandò l'ultimo respiro, tutti gli elementi rimasero commossi e sconcertati prendendo in certo modo anch'essi parte ai patimenti del loro Creatore. La chiara luce del giorno scomparve e le tenebre coprirono tutta la faccia della terra dal mezzogiorno alle tre pomeridiane. Oscurato così il sole, apparvero le stelle come in piena notte. Et fatta hora sesta, scrive S. Marco (Cap. xv), tenebrae factae sunt per totam terram. - Et obscuratus est sol (Cap. xxii) aggiunge S. Luca. A sexta autem hora, dice S. Matteo (Cap. xxvii) tenebrae factae sunt super universam terram usque ad horam nonam.

Tale oscuramento del sole avvenne in tempo in cui vi era plenilunio, perciò non poteva succedere senza un gran miracolo. Ma si dimanda se quelle tenebre abbiano solamente coperta la terra in Giudea, oppure abbiano oscurato e circondato tutto il globo. È comune sentenza che le tenebre abbiano coperto tutto il globo. Tale è il senso letterale del Vangelo: Et tenebrae factae sunt in universam terram (S. Luca).

Ciò conferma S. Dionigi Areopagita nella sua lettera a S. Policarpo, dove parla a lungo di questo oscuramento e lo dice avvenuto in modo soprannaturale quando egli dimorava in Eliopoli, città di Egitto. Anzi lo stesso S. Dionigi, vedendo un eclisse in tempo in cui non poteva naturalmente avvenire, ebbe ad esclamare: Aut Deus naturae patitur, aut mundi machina dissolvitur (Brev. 9 Ott.)

Ancor più chiare sono le parole di Flegonte, liberto dell'Imperatore Adriano, che nella sua storia parla così: Quarto anno Olympiadis centesimae secundae, che corrisponde all'anno in cui morì il Salvatore, magna et excelsa inter omnes, quae ante eam acciderant, defectio Solis facta. Dies hora sexta ita in tenebrosam noctem versus, ut stellae in coelo visae sint, terraeque motus in Bithynia Niceae urbis rnultas aedes subvertit.

Si legge pure nella Storia della China, che in quel medesimo tempo un eclisse straordinaria oscurò il sole in quelle lontane regioni, a segno che l'Imperatore Quamvuzio ne fu gravemente turbato (Storia della China, di Adriano Greffonio).

Queste autorità della Storia profana concorrono a confermare l'esposizione dei libri santi che l'eclisse avvenuta alla morte del Salvatore siasi difatto estesa a tutta la superficie della terra Tenebrae factae sunt super universam terram (San Matt. xxvii).

Altro pubblico prodigio avvenne alla morte di Gesù per la rottura del velo del Tempio, che senza essere tocco da mano d'uomo si squarciò istantaneamente in due parti, da capo a fondo. Et ecce velum templi scissum est in duas partes, a summo usque deorsum (Matt. ici).

Due erano i veli, ossia le grandi cortine dei tempio; tino separava il Santuario dal Santo dei Santi, che era luogo riservato al solo Sommo Sacerdote, che ci entrava una sola volta all'anno. L'altro velo separava il Santuario, dove erano i Sacerdoti, dall'atrio in cui si raccoglieva il popolo.

Il Vangelo non dice se tutti due i veli, o soltanto uno siasi squarciato, e se solamente uno quale ne sia. Cornelio a Lapide (al C. 27 di S. Matt.) Natale Alessandro e Calmet chiamano comune l'opinione che dice solamente un velo siasi squarciato, e questo fu il velo del Santo dei Santi, che soleva appellarsi velo per eccellenza.

Gesù Cristo, dice Calmet sulla lettera agli Ebrei, in qualità di Sommo e Grande Sacerdote ci aprì il cammino del Santuario attraverso del velo, ossia colla sua Passione, mostrando che il cammino del Cielo restò aperto per la morte di Cristo, che le ombre della legge si sono dissipate, e che il vero e grande sacerdote secondo l'Ordine di Melchisedec era entrato nell'interiore del Tempio, per liberare tutti gli uomini dalla schiavitù del peccato (Agli Ebrei, C. 10).

All'oscuramento del sole e alla rottura del velo . segue un terzo prodigio per cui tremarono i monti, si spaccarono le pietre, si aprirono le tombe, e parecchi morti ritornati a vita comparvero a molti nella stessa città di Gerusalemme. Et terra mota est et petrae scissae sunt, et monumenta aperta sunt; et multa corpora sanctorum qui dormierant, surrexerunt. Et exeuntes de monumentis post resurrectionem Eius venerunt in sanctam civitatem, et apparuerunt multis (Matt. C. xxvii).

Si vuole dimandare se il miracolo della risurrezione di molti sia solamente avvenuto nella Giudea, o eziandio in altre parti del mondo.

Origene è di parere che solo nella Giudea o al più nella terra della Giudea sia succeduto questo miracolo: ma il Baronio, il Calmet e molti altri ammettono tale prodigio avvenuto anche fuori della Giudea. Di fatto nel Vangelo non apparendo alcun limite di luogo devesi intendere generale, palesandosi vieppiù l'onnipotenza di Dio. Corrobora tale asserzione il fatto di Flegonte che dimorando nella nella Bitinia fu testimonio tanto dell'eclisse, quanto del terremoto che rovinò parecchi edifizi nella città di Nicea.

Il grande ed erudito Benedetto XIV accenna ad un quarto prodigio, non registrato nel Vangelo, ma nella Storia profana.

Credo non vi riesca discaro udirlo quale sta scritto in Plutarco nel libro della Cessazione dei Miracoli. Un certo Tamo, egli dice, viaggiava dall'Egitto verso all'Italia sopra una nave carica di merci e di viaggiatori. Giunto presso alle isole Curzolari, sul farsi della notte si levò un gagliardo vento che, sbattendo qua e là il naviglio, metteva tutti in gran pericolo. Quando all' improvviso calmaronsi i venti, cessò la burrasca, e fattosi profondo silenzio si udì una voce sconosciuta che chiamò due volte Tamo. Esso non osava farsi vedere, soltanto alla terza chiamata uscì di mezzo alla moltitudine; ed allora la voce continuò: Tamo, quando sarai arrivato al porto di Pelade, annunzia con gran voce che è morto il Gran Pan. Giunto a Pelade, i venti nuovamente si calmarono e Tamo potè ad alta voce annunziare la morte del Gran Pan.. ossia del Padre di tutti gli uomini, l'autore di tutta la natura. Finiva appena di parlare che si udirono strida e sospiri di molti che piangevano la detta morte. Pervenuta quella notizia a Roma, l'Imperatore Tiberio volle udirla raccontare dallo stesso Tamo.

Il prelodato Benedetto XIV crede che quei pianti fossero gemiti degli spiriti maligni che per la morte del Salvatore vedevansi annientata la loro potenza.

Il Tillemont (nota 37, sopra la vita di G. C.), il Card. Baronio (all'anno 34°), Natale Alessandro (I secolo, Capo I), Eusebio di Cesarea, il Card. Goti ammettono questo miracolo, aggiungendo che simili fatti raccolti dalla Storia profana hanno molta autorità per confermare la verità e i fatti dei Libri Santi.

Conclusione. - „Viviamo uniti, nella fede e nel bene operare, a Gesù Cristo e al Romano Pontefice,,.

Esposti così i fatti avvenuti mentre Gesù pendeva sul Calvario in Croce, è mestieri di venire ad una conclusione, che a noi sia opportuna, e come cristiani e come cattolici.

Come cristiani, o rispettabili signori, non dobbiamo giammai dimenticare che Cristo Salvatore si procacciò il sublime posto di gloria alla destra del Celeste Padre ed un none che è sopra tutti i Nomi; ma ciò ottenne colla sua lunga, dolorosa Passione e Morte. Se noi desideriamo di andare in Cielo al possesso della gloria che Egli ci comperò a cotanto caro prezzo e che tiene preparato per tutti i redenti, dobbiamo seguirlo nei patimenti sopra la terra. Qui vult gaudere cum Christo, oportet pati cum Christo.

Come cattolici poi teniamo fisso nella mente, che vi è un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, un solo Gesù Cristo morto per tutti. Noi tutti perciò dobbiamo riporre in Lui, tutta la nostra fiducia, credere in Lui, sperare in Lui, perchè Egli solo colla sua Passione e Morte ci ha fatti figli di Dio, suoi fratelli, membri dello stesso suo corpo, eredi dei medesimi tesori del Cielo.

Concedeteci, o Signore, prega S. Chiesa, che partecipando dei meriti del corpo e del sangue sacrificato sulla Croce, meritiamo di essere annoverati fra i vostri membri: Ut inter ejus membra numeremur cujus torpori communicamus et sanguini (Sab. della III Sett. di Quar.).

Divenuti membri del Sacratissimo Corpo di Gesù, dobbiamo tenerci a Lui strettamente uniti, non in astratto, ma in concreto, nel credere e nell'operare. Di tutti i credenti, continua S. Chiesa, non vi abbia che una sola fede che regni nella nostra mente, ed un solo spirito di pietà che guidi le nostre azioni. Ut... una sit fides mentium et pietas actionum (Feria V post Pascha).

L'unità di fede che è fondamento del Cattolicismo, l'unità nel bene operare cotanto raccomandata nei Libri Santi, predicata da Gesù Cristo e dagli Apostoli, inculcata in tutti i tempi da quelli che lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio, è quella che in questo momento raccomando a me, raccomando a Voi, venerati Signori. Ad esempio dei fedeli della Chiesa primitiva, facciamo anche noi un cuor solo, un'anima sola per iscongiurare i gravi pericoli da cui siamo circondati. Ma come al tempo della vita mortale del Salvatore gli Apostoli raccoglievansi intorno a Lui, come a centro sicuro e maestro infallibile : come dopo di lui i veri credenti, per non errare, si tennero strettamente uniti con Pietro e coi suoi successori nel governo della Chiesa; così noi tutti dobbiamo schierarci intorno al degno successore di Pietro, intorno al grande, al coraggioso Vicario di Gesù Cristo, al forte, all'incomparabile Pio IX. In ogni dubbio, in ogni pericolo, ricorriamo a Lui, come ad àncora di salvezza, come ad oracolo infallibile. Nè mai alcuno dimentichi che in questo portentoso Pontefice sta il fondamento, il centro d'ogni verità, la salvezza del mondo. Chiunque raccoglie con lui edifica fino al cielo, chi non edifica con lui disperde e distrugge fino all'abisso: Qui mecum non colligit, dispergit. Se mai in questo momento la mia voce potesse giungere fino a quell'Angelo Consolatore:

« Beatissimo Padre, vorrei dire, ascoltate e gradite le parole di un figlio povero, ma a Voi affezionatissimo. Noi vogliamo assicurarci la via che sicura ci conduca al possedimento della vera felicità, perciò tutti ci raccogliamo intorno a Voi, come a Padre amoroso, Maestro Infallibile.

» Le vostre parole saranno guida ai nostri passi, norma alle nostre azioni. I vostri pensieri, i vostri scritti verranno raccolti colla massima venerazione, e con viva sollecitudine diffusi nelle nostre famiglie, fra i nostri parenti, fra i nostri amici, e se fia possibile per tutto il mondo.

» Le vostre gioie saranno pur quelle dei vostri figli, e le vostre pene e le vostre spine saranno parimenti con noi divise. E come torna a gloria del soldato che in campo di battaglia muore pel suo Sovrano, così sarà il più bel giorno di nostra vita, quando per Voi, o Beatissimo Padre, potessimo dare sostanze e vita, perchè morendo per voi abbiamo sicura caparra di morire per quel Dio, che corona i momentanei patimenti della terra cogli eterni godimenti del Cielo ».

LETTERE INEDITE DI DON BOSCO.

Le lettere scritte da Don Bosco furono numerosissime e ce ne restano, fortunatamente, ancor molte. Queste si possono distinguere in varie categorie secondo le categorie delle persone alle quali furono indirizzate: ad es., ai Salesiani, ai Cooperatori, alle Autorità Civili ed Ecclesiastiche, ai giovani alunni, ecc.; ma in tutte si riflette l'anima sua, che null'altro cercava che la gloria del Signore e la salvezza delle anime.

I.

Come scriveva ai Salesiani.

NB. - Le sei lettere che seguono sono indirizzate ad uno dei nostri Missionari, già chiamato dal Signore alla gloria celeste.

I.

« Fammi questo gran piacere ».

Mio caro Don...

Ho avuto tue notizie e provai gran piacere che tu abbi fatto buon viaggio e che abbi buona volontà di lavorare. Una tua lettera scritta a Varazze ha dato a conoscere che tu non sei in armonia con qualche tuo Confratello. Questo ha fatto cattiva impressione, specialmente che si lesse pubblicamente.

Ascoltami, caro Don... un missionario deve essere pronto a dare la vita per la maggior gloria di Dio, e non deve poi essere capace di sopportare un po' di antipatia per un compagno, avesse anche notevoli difetti? Dunque ascolta quello che ti dice San Paolo: Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi... Charitas benigna est, patiens est, omnia sustinet... Et si quis suorum, et maxime domesticorum curami non habet, est infedeli deterior, etc.

Dunque, mio caro, dammi questa grande consolazione, anzi fammi questo gran piacere, è Don Bosco che te lo chiede; per l'avvenire M sia tuo grande amico, e se non lo puoi amare perchè difettoso, amalo per amor di Dio, amalo per amor mio. Lo farai, non è vero? Del resta io sono contento di te, ed ogni mattino nello S. Messa raccomando al Signore l'anima tua, le tue fatiche.

Non dimenticare la traduzione dell'aritmetica aggiungendo le misure e pesi della R. Argentina.

Dirai al benemerito Dott. Ceccarelli, che non ho potuto ricevere il Catechismo di cotesta Archidiocesi, e desidero averlo, il piccolo, per inserire gli atti di fede nel Giovane Provveduto conformi ai diocesani.

Dio ti benedica, caro D... non dimenticare di pregare per me, che ti sarò sempre in G. C. Alassio, 7-3-76.

Aff.mo amico Sac. GIOVANNI Bosco.

II.

Qualche linea anche a te... ». Carissimo Don ...

Qualche linea anche a te tornerà certamente gradita, essendo scritta dal vero amico dell'anima tua. Le notizie nostre ti saranno date in abbondanza dai nostri Confratelli che giungono, e da Mons. Ceccarelli che ha veduto tutto, e l'abbiamo occupato in tutto. Anima buona, di molto cuore.

Tu poi vedrai, e te lo comando, di essere il modello nel lavoro, nella mortificazione, nell'umiltà e nell'ubbidienza ai neovenuti. Non è vero che lo farai?

Vorrei però che tu mi scrivessi qualche lunga lettera, che fosse come un rendiconto degli Esercizi Spirituali e mi dicessi, schietto, vita, virtù, miracoli presenti, passati e futuri.

Caro Don .... vogli bene a Don Bosco, come esso porta grande affezione a te.

Io ti raccomando di tutto cuore al Signore nella S. Messa, ma tu prega anche per me che ti sarò sempre in G. C.

Sampierdarena, 14-II-77.

Aff.mo amico Sac. GIOVANNI Bosco.

« ... degli avvisi che do sempre ai direttori ». Mio caro Don ...

Sono stato sempre a giorno delle cose del Collegio di S. Nicolas; presentemente pare voglia correre novella fase sotto al tuo ducato. Bene sia. Animo. Noi poniamo in te piena fiducia e speranza. Ti noto qui alcuni degli avvisi, che do sempre ai Direttori, e procura di valertene:

1° Abbi gran cura della tua sanità e di quella dei tuoi sudditi ; ma fa' in modo che niuno lavori troppo, e non istia in ozio.

2° Procura di precedere gli altri nella pietà e nell'osservanza delle nostre regole; e adòperati affinchè siano dagli altri osservate, specialmente la meditazione, la visita al SS. Sacramento, la Confessione settimanale, la Messa ben celebrata, e pei non preti la frequente Comunione.

3° Eroismo nel sopportare le debolezze altrui.

4° Agli allievi molta benevolenza, molta comodità e libertà di confessarsi.

Dio ti benedica, o caro Don... e con te benedica tutti gli altri nostri Confratelli, figli, l'amico Ceccarelli, cui debbo scrivere; e a tutti vi conceda sanità e grazia di una santa vita. A tutti un cordialissimo saluto.

Prega per me, che ti sarò sempre in G. C.

Alassio, 30 settembre 79.

Aff.mo amico Sac. GIOVANNI Bosco.

P. S. - Da questo scritto argomenterai che gli occhi miei vanno assai meglio.

IV. « Non ti dimentico mai nella S. Messa ».

Mio carissimo Don...

Qualche volta ho ricevuto di tue lettere con gran piacere, ma troppo di rado. Tuo zio, Padre..., fa lo stesso lamento. Dunque procura che una volta al mese io abbia di tue notizie e di quelle di tua casa.

So che hai molto da fare, e questo ti serve di scusa; io l'ammetto. Tuttavia l'affezione che ti porto, mi fa ardentemente desiderare di essere a giorno delle cose che ti riguardano.

Mi fu detto che le faccende finanziarie di S. Nicolas si vanno sistemando. Benissimo. Ti faremo dare la croce della corona... di gloria, quando Dio ti chiamerà al cielo.

Noi qui ti vogliamo sempre bene e spesso parliamo di te e delle tue prodezze poetiche. Io poi non ti dimentico mai nella S. Messa e credo che tu pure non dimenticherai l'antico amico dell'anima tua.

Nel tuo particolare ti raccomando l'osservanza di quelle regole con cui ci siamo consacrati al Signore, specialmente l'esercizio mensile della Buona Morte.

Ai tuoi giovani dirai che io prego per loro e che ricordino sempre, che il tempo è un gran tesoro e si guardino dal perderne anche un bricciolo.

Dio ti benedica, o mio caro Don... Dio ti conservi in buona salute e nella sua santa grazia, e prega per me che ti sarò sempre in G. C.

Torino, 31-81.

Aff.mo amico

Sac. GIOVANNI Bosco.

P. S. - Il Capitolo Superiore ha definitivamente eletto D. Costamagna ad Ispettore Americano. Puoi darne comunicazione a chi di ragione.

V

« Cristiani patriotti... Fa' loro da parte mia un cordialissimo saluto... ».

Mio caro Don...

Ho ricevuto la bella offerta di 12.300 lire che i nostri fervorosì Cooperatori di S. Nicolas hanno inviato in Italia per continuare i lavori della Chiesa e dell'Ospizio del S. Cuore in Roma.

Un'offerta così generosa, fatta da cristiani patriotti che dimorano tanto lontano da noi, meritava certamente che io ne facessi relazione al S. Padre, che appunto affidò e raccomandò tali edifizi allo zelo dei Cooperatori Salesiani.

Sua Santità ne ascoltò con gran piacere ìl racconto, ne lodò la somma offerta, la carità degli oblatori, e in fine conchiuse così: « Ringraziate quei miei buoni e cari figliuoli della Chiesa Cattolica, io benedico essi, le loro famiglie e i loro interessi, e a tutti concedo una Plenaria Indulgenza da lucrarsi in quel giorno in cui faranno la loro Santa Comunione ».

Io sono assai lieto di poter comunicare questi benevoli pensieri del Sommo Pontefice a cotesti nostri amici e Cooperatori; ed io sono certo che il Sacro Cuore di Gesù, che è sorgente inesauribile di grazie e di favori, darà il centuplo ai medesimi nella vita presente, come è di fede, e il vero premio nella vita futura.

Se mai qualcuno di questi benemeriti oblatori venisse in Italia, io li pregherei di venire nelle Case Salesiane, come a casa loro propria.

Fa' loro da parte mia un cordialissimo saluto e raccomandandomi alle valide loro preghiere, io non li dimenticherò nel celebrare la S. Messa.

Dirai a Graziano che mi piacque assai la sua ultima lettera, come pure quella di D. Rabagliati. Ad essi e ad altri risponderò quanto prima.

D. Lasagna, perfettamente guarito, è partito di nuovo per Montevideo. La sua pietà, il suo zelo, ci ha veramente edificati.

I Salesiani d'Italia, di Francia, di Spagna, per mio mezzo vi mandano un fraterno saluto e si raccomandano alle vostre preghiere. Un augurio tutto speciale di celesti benedizioni farai a Mons. Ceccarelli.

La grazia di N. S. G. C. sia sempre con noi e prega per me che ti sono nei Sacri Cuori di G. e di M.

Torino, 21 dicembre 81.

Aff.mo amico Sac. GIOVANNI Bosco.

VI. « Mio testamento per te».

Mio caro Don...

Il ricevere tanto di rado di tue lettere mi fa giudicare che hai molto da fare; io lo credo; ma il dare di tue notizie al tuo caro Don Bosco merita certamente di essere fra gli affari da non trascurarsi. «Che cosa scrivere? » tu mi dirai. Scrivere della tua sanità, e della sanità dei nostri Confratelli; se le regole della Congregazione sono fedelmente osservate; se si fa e come si fa l'Esercizio della Buona Morte; numero degli allievi e speranze che ti dànno di buona riuscita. Fai qualche cosa per coltivare le vocazioni? ne hai qualche speranza? Mons. Ceccarelli è sempre un vero amico dei Salesiani? Queste risposte le attendo con gran piacere.

Siccome la mia vita corre a grandi passi al suo termine, così le cose che voglio scriverti in questa lettera sono quelle che ti raccomanderei negli ultimi giorni di esiglio: mio testamento per te.

Caro Don ... tien fisso nella mente che ti sei fatto Salesiano per salvarti; predica e raccomanda a tutti i nostri Confratelli la medesima verità.

Ricòrdati che non basta sapere le cose, ma bisogna praticarle. Dio ci aiuti che non siano per noi le parole del Salvatore: Dicunt enim, et non Jaciunt. Procura di vedere gli affari tuoi cogli occhi tuoi. Quando taluno fa mencamenti, o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali.

Colla tua esemplare maniera di vivere, colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla Congregazione.

Raccomanda costantemente frequenza dei Sacramenti della Confessione e della Comunione.

Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nell'eternità sono: L'umiltà e la carità.

Sii sempre l'amico, il padre dei nostri Confratelli; aiùtali in tutto quello che puoi nelle cose spirituali e temporali; ma sappi servirti di loro in tutto quello che può giovare alla maggior gloria di Dio.

Ogni pensiero che esprimo in questo foglio ha bisogno di essere alquanto spiegato. Tu puoi ciò fare per te e per gli altri.

Dio ti benedica, o sempre caro mio Don ... fa' un cordialissimo saluto a tutti i nostri Confratelli, amici e benefattori. Di' che ogni mattina nella Santa Messa prego per loro, e che mi raccomando umilmente alle preghiere di tutti.

Dio faccia che possiamo noi un giorno lodare il santo nome di Gesù e Maria nella Beata Eternità. Amen.

Fra breve ti scriverò, o che farò scrivere, altre cose di qualche importanza.

Maria ci tenga tutti fermi e ci guidi per la via del Cielo. Amen.

Mathi, 14 agosto 85.

Vostro aff.mo amico in G. C.

Sac. Gio. Bosco.

SCUOLE PARROCCHIALI DI CATECHISMO ovvero la Dottrina in forma di vera Scuola

Non è esagerato il dire che l'argomento, di vitalissima importanza, sempre, ma specialmente, e per varie ragioni, al tempo nostro, ha non solo una storia, ma anche una letteratura. Dalle Encicliche Pontificie alle Lettere Vescovili, dal trattato al periodico, è tutta una fioritura di studi, di propositi, di iniziative, specialmente nell'Italia Superiore, invero consolantissima. Non sarà dunque fuor di luogo dire alcune cose, sia pure in forma semplice e sintetica, sulla Dottrina Cristiana in forma di vera scuola. Mi propongo due scopi: anzitutto di mettere dinnanzi agli occhi, anche di chi non ha potuto seguire in questi ultimi anni lo svolgersi delle discussioni in proposito, i punti principali della questione; e poi di fare alcuni rilievi, alcune osservazioni che tenderebbero a ottenere una intesa più generale.

***

E prima di entrare in argomento propongo un dubbio da risolvere. Pio X di s. m. nell'Enciclica « Acerbo nimis » del 15 aprile 1905, nella parte dispositiva, ordina:

« 1° Tutti i Parroci, ed in generale tutti coloro che hanno cura d'anime, in tutte le domeniche e feste dell'anno, col testo del Catechismo ammaestrino, per lo spazio di un'ora, i fanciulli e le fanciulle in ciò che ognuno deve credere ed operare per salvarsi.

2° I medesimi, in determinati tempi dell'anno, con una istruzione combinata di più giorni, preparino i fanciulli e le fanciulle a ricevere i Sacramenti della Penitenza e della Confermazionne.

3° Similmente, e con cura speciale, in tutti i giorni feriali della Quaresima, e, se fosse necessario, in altri giorni dopo le feste pasquali, preparino con opportune istruzioni e riflessioni, i giovanetti e le giovanette a fare santamente la 1a Comunione. »

Da ciò risulta chiaramente che obbligo del clero è d'impartire l'istruzione religiosa non solo in tutte le feste, ma anche in altri tempi dell'anno. Ora io domando : coloro che caldeggiano la dottrina in forma di vera scuola, intendono parlare soltanto di quella da farsi nei giorni festivi, o anche di quella da farsi in altri giorni feriali? Nè si tratta di una questione oziosa, perchè ci sono degli ordinamenti di dottrina largamente diffusi che propongono gli stessi metodi tanto per l'una che per l'altra. E come avviene assai spesso che idee nuove, o credute nuove, non si accettano per paura di difficoltà insussistenti, così dinanzi all'idea di far la dottrina in forma di vera scuola, molti parroci di campagna potrebbero dire: « Io non la potrò mai accettare, perchè nel tempo di quaresima, e in altre circostanze, sarò sempre solo, non potendo affatto far conto sui maestri, i quali, Deo gratias che vengano alla festa! » Credo adunque che sia giusto ed utile dire che cosa si intende in proposito, e per parte mia non dubito di esprimere quanto penso. Dal momento che solo nei giorni di festa si possono avere tutti i fanciulli obbligati alla dottrina, e tutti i maestri necessari alla divisione per classi, così solo all'insegnamento religioso festivo in via ordinaria, potrà darsi la forma di vera scuola

Chiarito questo punto, io dico adunque che la Dottrina Cristiana festiva non solo può, ma, dovunque è possibile, è utile che venga fatta in forma di vera scuola. La questione, che fu sì a lungo trattata e sostenuta nel Periodico Il Catechista Cattolico, può dirsi ormai superata.

Pio X, il 18 luglio 1913, con suo venerato autografo benediceva in segno di gratitudine e di particolare benevolenza quanti studiavano il metodo per dare all'insegnamento del Catechismo la forma di vera scuola; e Benedetto XV, nel suo Breve del 7 giugno 1916 al Direttore del Catechista, ne lodava l'opera diretta a scegliere il metodo migliore col quale al presente convenga istruire ed educare i nostri fanciulli nei doveri religiosi.

Dunque è un metodo d'insegnamento catechistico, almeno in massima, approvato, e perciò, se in teoria lo si trova più conforme ai principi della pedagogia, e in pratica più vantaggioso, può essere, e io direi, deve essere abbracciato.

Ed è provvidenziale che ogni discussione sia finita su questo punto, essendo urgente rivolgere gli sforzi e gli studi a risolvere le non poche difficoltà pratiche che tale sistema pone sul tappeto. Poichè a convertirsi all'idea di far la dottrina in forma di vera scuola può esser facile, trattandosi di cosa in sè logica e naturale. Ma non si creda che dare attuazione alla cosa sia così facile come accettarla in teoria. Anzi, io ritengo che possa riuscire dannosissima la riforma, se non si è predisposto il terreno come si conviene per farla, riuscire. E poiche indubbiamente si richiedono sacrifici e tempo, può non esser del tutto inutile presentare a quanti si interessano dell'argomento le difficoltà principali che si incontreranno per via, perchè, conoscendole prima, ognuno possa studiare, secondo le proprie circostanze, il modo migliore di poterle superare.

Quante e quali cose adunque sono necessarie per poter insegnare la Dottrina in forma di vera scuola?

A me sembra che siano necessarie e sufficienti quattro cose: 1a) divisione dei fanciulli per classi; 2a) Locali separati e convenienti; 3a) Maestri suffi cientemente idonei; 4a) Il testo col programma per ciascuna classe.

Diciamo qualche parola su ogni punto.

I. Divisione dei fanciulli.

Devono ritenersi obbligati alla Dottrina i fanciulli e le fanciulle dai 6 ai 12 anni. Non sarà mai raccomandato abbastanza di non esser facili a licenziare dal Catechismo i fanciulli, anche se lo hanno imparato tutto, meno casi eccezionali, prima dei 12 anni; non conviene affatto dispensarli dall'obbligo di venire alla Dottrina. Le classi quindi, in via ordinaria, devono essere 6 per i fanciulli e 6 per le fanciulle.

Ho detto « in via ordinaria », perche nei paesi piccoli, nei quali il numero dei fanciulli e delle fanciulle, facendo 6 classi per sesso, fosse troppo esiguo, si potrà o riunire due anni in una stessa classe, o far miste le classi inferiori. Quindi, a seconda dei paesi, si potrebbe avere la divisione seguente:

Fanciulli dai 6 ai 7 anni Classe I Id. per le fanciulle »   7 »   8 »   »   II »   »

»   8 »   9 >   »   III »   »

»   9 » 10 > » IV »

» IO » II > » V »

»   II » 12 » > VI >

In complesso si avrebbero 12 classi: 6 maschili

»   6 femminili. E per le parrocchie piccole:

Fanciulli di 6 e 7 anni Classe I Id. per le fanciulle »   8 e 9 anni   »   II »   »

»   10 e 11 anni   »   III »   »

E così, pur evitando di far classi miste, il numero delle classi potrà ridursi a 6: 3 maschili

e 3 femminili.

Una razionale divisione dei fanciulli è un buon principio, poichè da essa, in gran parte, dipendono il profitto e la disciplina. E un'altra cosa occorre per ben cominciare: l'elenco esattissimo di tutti i fanciulli obbligati alla dottrina.

Parlando poi dei locali si dirà quanti alunni conviene assegnare al massimo ad ogni classe.

2. Locali o scuole.

Il concetto di scuola è talmente legato a quello di un locale proprio, che comunemente, quando si dice scuola, più che la funzione educativa s'intende l'ambiente in cui essa si svolge. Anche la dottrina fatta in forma di scuola richiede adunque tanti locali, quante sono le classi in cui vengono divisi i bambini. E così nei casi più semplici sa ranno necessari 12 ambienti diversi (6 per le classi maschili e 6 per le femminili) e solo in certi paesi piccoli si potrà accontentarsi di 6 (3 per le maschili

e 3 per le femminili). Invece merita di essere rilevato il caso, tutt'altro che raro, di parrocchie molto estese, nelle quali anche i 12 locali sono affatto insufficienti, se non si vuole avere in ogni classe un numero di alunni affatto superiore a quanto comporti ogni buona norma pedagogica.

Avendo bisogno di un esempio pratico, devo accennare alla mia parrocchia. Senza tener conto dei fanciulli che frequentano la dottrina nelle due chiese succursali di due frazioni, Asolo dà questo contingente:

Fanciulli obbligati alla dottrina dai 6 ai 12 anni N. 271. Fanciulle obbligate   »   »   » 257.

Si doveva adunque provvedere a 528 alunni, e noi, tenendo conto che, per abituare i più piccoli a una chiara e retta pronuncia, occorre interrogarli con più frequenza, abbiamo diviso la prima in 4 sezioni; la seconda, la terza e la quarta in 3 sezioni ciascuna; la quinta e le sesta in 2 sezioni; in modo che nelle classi dei piccoli ogni aula contiene dai 12 ai 15 alunni, e nelle altre dai 2o ai 25. In complesso ci furono quindi necessari 30 locali.

Siamo dunque di fronte a una delle più gravi difficoltà. Come avere tanti locali separati, sufficienti, convenienti? Fino ad ora, dobbiamo confessarlo, nessuno ha pensato a prepararsi le aule per l'insegnamento della Dottrina, venendo essa impartita, per tradizione e per necessità, in chiesa. Ma l'aumento della popolazione, e quindi del numero dei fanciulli, l'aumentata irrequietezza di essi, la diminuita premura da parte delle famiglie di insegnare la religione, le condizioni create a tale insegnamento nelle pubbliche scuole e i criteri moderni di pedagogia catechistica hanno imposto, o vanno imponendo, quelle riforme, che fanno sentire la mancanza di locali adatti. Chi non lo sa? In molti luoghi noi troviamo la sala delle associazioni cattoliche, il teatrino, ecc., e si potrà giovarsene anche per la dottrina, ma siamo ben lontani dalla mèta. Non si può adungne negare che questa dei locali sia uno scoglio per l'auspicata riforma. E d'altra parte questa dei locali è una necessità che s'impone. Accenno ad alcune delle testimonianze più autorevoli.

Il Perardi nel suo ottimo Manuale del Catechista scrive: «Nessuna classe abbia più di 15 alunni... inoltre è necessario che le classi sieno disposte in modo e a tale distanza, una dall'altra, che assolutamente non rechino disturbo. I migliori maestri di catechetica insegnano che l'ideale per una ottima scuola di catechismo sarebbe un locale espressamente preparato, come una vera scuola... Se si dovesse per ora fare nella chiesa parrocchiale, è necessario che durante la dottrina non vi sia ammessa altra persona per nessun motivo, anche se ciò potrà dispiacere a qualcuno »

E il Sac. Vigna nel suo magnifico lavoro Un Parroco a' suoi catechisti: « ... Conviene provvedere distinti locali per le scuole maschili e le scuole femminili, in numero corrispondente alle classi gli ambienti dovranno essere decenti, ben arieggiati, puliti nelle pareti... la loro capacità deve essere proporzionata al numero degli alunni, che non dovrà essere superiore ai 40 per classe ».

E S. Ecc, il Vescovo di Vicenza, in una sua Lettera al Clero, del novembre 1912, prescrive: « In ogni parrocchia si dispongano dei locali convenienti per le classi. Dove mancano locali speciali, si usino le sale dei circoli, delle società, ovvero gli Oratori, e, se occorre, si divida opportunamente la chiesa con tende, in modo da isolare degli spazi. sufficienti ad ogni classe, come lodevolmente si usa in altre diocesi. Ogni classe sia separata dal l'altra, e si procuri che non venga disturbata da persone estranee... Il numero degli alunni non superi la trentina per ogni classe ».

Ecco adunque una nuova opera, alla quale si deve accingere lo zelo dei nostri parroci, a cui deve provvedere la generosità del popolo cristiano. Subito non si potranno avere tutti i locali? Si supplisca alla meglio, ma si tenga presente la cosa, in modo da non fare altri lavori non necessari, se prima non si è provveduto alle scuole per il catechismo. Il nostro popolo è generosissimo, e noi assistiamo a una gara di lavori per il decoro della Casa di Dio, per Asili, ecc. Non è dunque il caso di spaventarsi, o di credere impossibile ciò che è soltanto difficile. D'altra parte, se s'interrogassero tutti i parroci, quanti se ne troverebbero veramente tranquilli sull'andamento e sulla efficacia della propria dottrina? Che anzi per i più essa rappresenta una preoccupazione, una spina, un martirio. Dunque, si voglia o non si voglia, provvedere bisogna. Col chiudere gli occhi non si risolvono le difficoltà, per cui tanto vale prenderle di fronte e adoperarsi per superarle. È con tali disposizioni, a mio parere, che conviene guardare al problema dei locali, cioè colla persuasione che non è impossibile risolverlo.

3. Maestri.

La scuola domanda il maestro. Come non si può concepire una scuola senza un ambiente proprio, così non la si può concepire senza l'insegnante. Anzi è il maestro che forma la scuola. Maestro bravo, scuola disciplinata e profittevole; maestro non idoneo, scuola pesante e sterile. E questo vale per qualsiasi insegnamento: come per la geografia, così per la religione. Ci vuole il maestro. E non basta che il maestro abbia molte cognizioni, è necessario che sappia, insegnare. Abbiamo noi per le scuole di dottrina i nostri maestri? In generale, possiamo rispondere che non li abbiano. E possiamo noi formarli senza gravi difficoltà? E io credo di sì. Dobbiamo certamente cominciare col persuaderci che non basta che un buon giovane, o una fanciulla seria, sappiano leggere, perchè senz'altro possano far da maestri di religione. Specialmente con la riforma che auspichiamo, la preparazione dei maestri s'impone. Non si richiederanno lunghi studi, come per i maestri elementari; nemmeno sarà necessario che imparino altre materie all'infuori della religione, ma devono conoscere bene ciò che devono insegnare, e di più devono avere qualche cognizione, sia pur elementare, sul modo di tener la disciplina, d'interrogare, premiare o castigare, ecc. E con un po' di buona volontà, e con la guida d'un buon testo di catechista, a ciò si può arrivare, più facilmente di quello che si creda. Mi sia concesso ancora un accenno alla mia parrocchia. Quando si iniziarono qui le istruzioni per i maestri, invitandosi i volonterosi non si usarono certo infingimenti per adescarli; ma si disse chiaro che bisognava saper leggere bene ; sapersi sacrificare ; essere sempre puntuali ; dare il buon esempio di vita cristiana. Con tutto ciò alla prima lezione si presentarono oltre 100 tra giovani e fanciulle in età superiore ai 17 anni. Alla seconda lezione il numero aumentò alquanto, e furono costanti a tutte le lezioni festive, che durarono tre mesi. Per cui quando si dovette far la scelta di 30 maestri e di 3o assistenti (ogni classe ha un maestro o una maestra con un assistente) e d'alcune zelatrici, per raccogliere nei diversi gruppi i fanciulli più trascurati, non s'incontrarono certe difficoltà. Non tutti gli elementi furono ottimi. Alcuni un po' scarsi, tutti sufficienti.

Ed ora che si sta cominciando un secondo corso d'istruzioni, dopo l'esperienza che ciascuno ha fatto nella scuola, non sarà difficile migliorare il corpo insegnante. Autori che possano facilitare tale preparazione dei maestri ve ne sono parecchi; il più pratico io crederei quello già accennato del sac. dott. Luigi Vigna.

Vogliamo regolare, quando che sia, la nostra Dottrina in forma di scuola? Prepariamoci con ogni cura, e, se è possibile, di lunga mano i maestri. Sarà questo il lavoro più delicato, più proficuo e destinato a portare un bene immenso anche fuori delle pareti delle scuole. Preparando i maestri e le maestre per la nostra dottrina, non ci sfugga di mente il pensiero che noi prepariamo insieme un elemento prezioso per la vita religiosa e sociale delle famiglie e della parrocchia.

4. Testo di classe e programma.

Ed eccoci al punto più scabroso, più difficile, e, direi, più importante. Dice un proverbio che per un bravo soldato qualunque arma è buona; ma non si può dire altrettanto del testo di scuola per un maestro, per la semplice ragione che esso deve servire non tanto per il maestro quanto per i fanciulli. E come riesce più difficile parlare a fanciulli che ad adulti, così è più difficile dare un buon libro di classe ai più piccoli, che non ai più grandi. Ora è chiaro come la luce del sole che la dottrina fatta in forma di scuola esige il proprio testo per ciascuna classe. Ma su questo punto, nasconderlo è inutile, stiamo male, e forse per colpa di nessuno. Fummo còlti all'improvviso dalla bufera antireligiosa, e non eravamo preparati a sostenere contemporaneamente due azioni, di difesa, l'una, contro gli assalti nemici, di conquista, l'altra, verso il popolo, che si allontanava per ignoranza e per indifferenza da noi.

E un testo facile, bello, scorrevole, popolare, adatto a tutte le età, a tutte le condizioni, per far imparare e amare la religione non l'avevamo, e non lo abbiamo, nè sarà facile averlo. Non parlo del testo ufficiale contenente le verità da credersi e la forma più sicura di concepirle e di esprimerle. Esso sarà la sorgente, a cui si dovrà attingere per la compilazione dei testi di classe; sarà la guida, sarà l'argine oltre del quale non conviene inoltrarsi, ma non potrà essere il testo di classe, se non per altro perchè non si può ammettere che un testo possa valere tanto per i bambini di 6 anni, quanto per quelli di 12, o di 20. E che sia difficile, non solo avere i testi per le singole classi, ma anche il testo ufficiale di Catechismo, lo comprova il fatto che molti Vescovi fecero non pochi tentativi, e la stessa Suprema Autorità alla distanza di pochi anni ha creduto conveniente cambiare il testo che prima ci aveva dato. Che sia poi lecito desiderare, e fare in modo di avere, testi di classe per l'insegnamento della religione, lo prova il fatto, in modo non dubbio, che l'Autorità Ecclesiastica, pur conservando il proprio testo di catechismo, approvò e benedì i vari sforzi diretti precisamente a dare ai fanciulli delle diverse età un libro di religione redatto con criteri scolastici e pedagogici.

E di questi sforzi, di questi tentativi ne abbiamo già parecchi. Essi rappresentano il necessario lavoro di dissodamento, di preparazione, di prova. Nè deve recar meraviglia, se forse nessuno, trattandosi d'un campo così difficile e in gran parte nuovo, ha potuto raggiungere la perfezione, o almeno quel grado di perfezione che legittimamente è lecito desiderare. Perchè fra i testi comparsi in questi ultimi anni ce ne sono che hanno innegabilmente dei pregi, ma forse, ed esprimo con titubanza una mia convinzione, quello che possa soddisfare appieno, non lo troviamo. E qui la lealtà e il desiderio del bene m'impongono di discendere un po' ai particolari. Senza dubbio abbiamo dei volumetti ricchi d'illustrazioni e di materia, eleganti e seducenti. Eppure, più che dei testi di catechismo, per me sono degli ottimi libri di lettura catechistica. Io penso che il disperdere, sia pure con lo scopo di renderlo più facile e più geniale, fra aneddoti e raccontini, fra una poesia e un episodio di storia, quel po' di catechismo, sia assolutamente poco pratico. Sarà ufficio del maestro spiegare la materia, renderla facile con tutte le risorse del sistema intuitivo, ma affidare alle piccole testoline, e distratte, un testo di religione, in cui c'è un po' di tutto, quasi una piccola antologia religiosa, e in cui la parte principale, cioè il catechismo, è frazionata, sbocconcellata, a sbalzi, sembra a molti un metodo non solo poco utile, ma dannoso. E non basta: perchè, se un fanciullo dovesse ripassare qualche punto particolare di religione, ad esempio, sulla Confessione o sulla S. Eucaristia, egli non solo dovrebbe cercare la materia un po' qua e un po' là, di pagina in pagina, ma per di più, in alcuni testi, la troverebbe resa più arida e più difficile dalla soppressione delle domande, non essendo riportate che le sole risposte.

In una diocesi è in uso da qualche anno un testo, che pure, sotto parecchi riguardi, merita di essere segnalato. La dottrina è saggiamente divisa in 6 classi; orbene, a ciascuna classe si è voluto dare il proprio testo; ed ogni testo non contiene che tutto e solo il programma d'un anno ; ed inoltre assai opportunamente, dopo la storia sacra, si è dato posto alla liturgia e alla storia della Chiesa. Tutto ciò non può essere che approvato da tutti. Si osserva però che l'aver diviso il testo, non per materia, ma per lezioni, in modo che ogni lezione, anche nell'ordine materiale della stampa, fosse completa e continuativa, ha portato la conseguenza d'interrompere continuamente l'argomento di catechismo, il che è considerato un inconveniente. Ci sembra del resto che a tale inconveniente si potrebbe ovviare con facilità.

Ammesso infatti che l'istruzione religiosa da impartirsi ai fanciulli deve abbracciare le tre parti che a vicenda si completano e si illuminano, e cioè: le Orazioni o formale di preghiera, il Catechismo propriamente detto (domande e risposte sulle verità da credere e doveri da osservare), e la Storia sacra (o liturgia e storia della Chiesa nelle classi superiori), niente vieta che nel testo, prima, ci sieno, e di seguito, tutte le orazioni da impararsi in quella determinata classe, e poi, pure di seguito, tutto il catechismo, e infine la Storia sacra, sempre nella misura stabilita per detta classe. Nè sarà difficile che il maestro, sotto la guida del Direttore, sappia assegnare con una certa varietà e coordinazione la materia da impararsi lezione per lezione.

Ad ogni modo quello che si deve assolutamente desiderare è un testo veramente opportuno per ciascuna classe, e quindi per ciascuna età, in modo che ogni fanciullo sappia chiaramente quello che deve imparare durante l'anno, per passare di classe. Solo così si potrà sperare che la religione venga studiata e imparata bene. Infatti, quali sono i luoghi dei quali il fanciullo può venire istruito nelle verità religiose? Sono la famiglia, la scuola, la chiesa. Ora, facciamo la migliore delle ipotesi, cioè che un fanciullo, tanto in famiglia quanto alla scuola comunale e in chiesa, abbia chi prenda cura della sua istruzione religiosa. Ma che avviene ora? Avviene che in famiglia si insegna quello che capita; a scuola pure, e in chiesa... altrettanto. Non c'è una intesa perchè non c'è un testo con un programma; e così le varie forze agiscono non in senso contrario, ma nemmeno concomitanti, e perciò non si aiutano a vicenda. Datemi invece un fanciullo, a cui si consegni il suo libro di religione, che deve imparare durante l'anno, e mettete a suo fianco la mamma, o una buona sorella, e il maestro di classe e quello di dottrina, e vedrete quanto più facilmente riuscirà a imparare.

S'intende bene che la parte del Catechismo propriamente detto deve essere svolta col metodo ciclico, in modo che ciascuna età impari, gradatamente, in forma più estesa e completa, tutto quello che si richiede per salvarsi.

Ma non si abbia tanta paura dell'imparare a memoria. Meno forse la Storia sacra, tutto il resto è bene sia appreso ad litteram. Perchè non s'impari a recitar soltanto meccanicamente, il maestro dovrà prima spiegare la parte che viene assegnata, usando tutti i sussidi didattici del metodo intuitivo, che la moderna pedagogia suggerisce. Ma ricordiamoci che i fanciulli capiranno sempre... quello che potranno capire, cioè poco. Ritorniamo un po' ai nostri 8 e 9 anni, e fra tante cosette che si sapevano recitare quante erano davvero capite? Nè si trascuri la storia sacra, come pur troppo si è cominciato a fare da qualche tempo. A ragione il Vescovo di Vicenza, nella lettera suddetta, scrive:

« I Parroci richiamino in onore l'insegnamento della Storia sacra, la quale costituisce una parte integrale dell'istruzione cristiana ». Nel vecchio e nel nuovo Testamento, nella storia della Chiesa, dei martiri, nella liturgia abbiamo una miniera di fatti che si prestano meravigliosamente a far amare la virtù, alla formazione del carattere cristiano, alla elevazione delle anime verso il cielo. « Se io, mi diceva qualche anno fa un giovane avvocato socialista, potessi parlare al popolo col Vangelo in mano, lo trascinerei ». E dalla storia profana, da Cincinnato a Coriolano, dal pio Enea alla madre dei Gracchi, quanti episodi si sanno trarre per l'educazione patria e civile! Anzi, dalla stessa natura, con favole e novelle, fin dal tempo di Esopo, quanti insegnamenti morali non si seppero trarre! E noi che abbiamo un patrimonio storico e soprannaturale inestimabile ed inesauribile, perchè non ne sapremo trarre tutte le essenze vitali? Non si potrebbe, ad esempio, dividere la materia, come si fece a Vicenza, in modo da svolgere la storia del vecchio e del nuovo Testamento nelle quattro prime classi di religione, per dare nella quinta la storia della Chiesa e dei martiri, e nella sesta la liturgia? Sarebbero gli episodi principali, ma pieni d'insegnamento; sarebbero sprazzi di luce, ricchi di bellezza educativa e morale, che rimarrebbero incancellabili nei cuori giovanili, per suscitarvi in seguito il desiderio d'allargare quelle prime cognizioni.

Un concorso nazionale ?

E finisco di parlare del testo di religione, facendo una proposta. Sia aperto per esso un concorso nazionale, e chissà che i tempi non sieno maturi per donare all'Italia quel libro che da tanto tempo si desidera e si aspetta con ansia da genitori e da fanciulli, da parroci e da maestri.

Nel 1912 il Collegio dei Parroci della città di Torino aprì un concorso per un libro di Storia sacra ad uso dei catechismi parrocchiali, e si ebbe il bel volume del teologo Cariano.

Nel 1913 la Società per la difesa del clero di Bologna aprì un concorso per un Libro di Lettura ad uso delle scuole catechistiche, e si ebbero i quattro volumetti graziosi e scorrevoli dei sacerdoti Ravaglia e Benini.

Perchè un concorso per un testo di religione ad uso delle sei classi della dottrina e delle scuole elementari e delle famiglie cristiane, non potrebbe dare pratici risultati?

Certo, prima della pubblicazione esso dovrà essere sottoposto all'approvazione di quell'Autorità che solo ha diritto d'insegnare; ma se corrisponderà teologicamente e pedagogicamente a tutte le esigenze, l'approvazione non potrà mancare.

Conclusione.

L'articolo mi si è allungato a dismisura, ma ormai è meglio ch'io dica anche un'altra cosa, a mo' di conclusione, e così avrò aperto tutto l'animo mio.

L'ordinamento delle scuole di dottrina dovrebbe essere quanto è possibile semplice, pratico, facile. Tener conto di quanto si fa nelle scuole elementari, è non solo giusto, ma può essere utile assai. Peraltro non esageriamo, non complichiamo le cose, non rendiamo più difficili i primi passi, non accettiamo tutto l'ordinamento scolastico delle scuole elementari come perfetto. Dirò ch'io non sono mai stato entusiasta della nostra burocrazia scolastica e son certo che, se ritornassero nelle nostre scuole i vecchi maestri, che facevano imparare sul serio, si sentirebbero oppressi, come da ingombranti catene, dalle tante, minuziose norme che tolgono ogni spontaneità, ogni calore all'animo dell'insegnante. Ciò non vuol dire che non ci sia del buono; ma come ultimo fra i maestri d'Italia, anche perchè la mia carriera magistrale fu molto breve, mi sia lecito dire che non tutto è buono.

Ma in qualunque caso, altro è far scuola ogni giorno e più ore al giorno, e di varie materie, qual è il caso d'un maestro elementare; ed altro è far scuola d'una sola materia per una sola ora, nei soli giorni di festa, qual è il caso dei nostri maestri di dottrina. E d ancora: altro è aver dinanzi maestri diplomati, altro è aver da fare con maestri, sia pur sufficientemente preparati, ma ai quali il maneggiar la penna può non essere la cosa più agevole. Ed infine altro è trovarsi in una scuola comunale, arredata a norma di legge, altro in una scuola di dottrina, che può esser sufficiente anche se manca il tavolo o il necessario per scrivere. In una parola, vogliamo noi renderlo accessibile a tutte le parrocchie? Presentiamo un ordinamento catechistico semplice quanto è possibile, in modo che nulla richieda che non sia strettamente necessario. Chi è in grado di far di più, lo farà egualmente, anche se non viene prescritto; mentre chi non è in grado di fare il minimo, se vede moltiplicarsi le esigenze, finirà per abbandonare le riforme.

E chiudo. Un'intesa più generale è domandata da quanti s'interessano dell'argomento, e se io ho avuto l'ardire di prendere la parola e di manifestare il mio pensiero, che è pur condiviso da altri, ho inteso unicamente di facilitarlo. Ma al disopra di tutte le nostre idee e di tutti i nostri atteggiamenti, una cosa sola tutti vogliamo, e tutti cerchiamo: Adveniat regnum tuum! Sorga presto quindi il giorno nel quale i Parroci d'Italia costituiscano un vero esercito di maestri di religione, con le loro compagnie, costituite da scuole di dottrina ben regolate e ben volute, perchè sarà il giorno auspicato nel quale l'Italia ritornerà cristiana in tutto l'intiero significato della parola.

(Asolo Treviso).

Mons. ANGELO BRUGNOLI.

A promuovere tutto il bene che può e deve produrre il bell'articolo di Mons. Brugnoli, ameremmo sapere dai più competenti tra i nostri lettori, con quali criteri vorrebbero redatto il desiderato Testo per le Scuole di Catechismo. La Società Ed. Int. per la diffusione della Buona

Stampa, aderendo volontieri a un nostro invito, attende solo cotesti criteri per bandire l'accennato Concorso Nazionale.

LA REDAZIONE.

IL NOSTRO QUESITO

,,Come si può avere personale idoneo cui affidare le opere giovanili?"

N. d. R. - Ricordano i revv. Sacerdoti il quesito che interessò, per vari mesi (giugno-ottobre 1916), i lettori del Bollettino?... Siccome alcuni di quelli che presero parte alla discussione toccarono un punto che non era conveniente portare a conoscenza di tutti i cooperatori nell'edizione comune del Bollettino, ci pare che possa tornar utile l'accennarlo nel « Supplemento »: ed è precisamente quello di cui è parola nella seconda parte di questa lettera.

Premetto che sotto la parola Oratorio, io intendo alludere appunto a tutte le opere giovanili, le quali si possono chiamare diramazioni del grande albero dell'Oratorio.

Premetto ancora che io parto dal principio che il sacerdote debba essere il magnete dell'Oratorio; deve essere la linfa che dà vita e rigoglio a tutte le multiformi opere giovanili. Quando avremo un tale sacerdote, preparato completamente alla vita oratoriana, avremo in embrione anche il più idoneo personale laico. È noto il principio, elevato ormai a vero programma: - Il trionfo dell'Oratorio deve essere opera degli oratoriani stessi. - Difatti uri Oratorio, impiantato e diretto da un sacerdote ben preparato alla sua missione, non tarderà nel breve giro di pochi anni a dare il migliore e più idoneo personale, scelto tra i membri stessi dell'Oratorio.

Quindi io porto il quesito alla sua stessa sorgente, al sacerdote.

Ciò posto, rispondo al quesito: - Si può ottenere un idoneo personale dirigente, con l'educazione e con l'aiuto finanziario.

1° Con l'educazione. - Come si ottengono buoni preti? - Con un buon seminario.

Si faccia l'applicazione al personale dell'Oratorio.

Vi sono dei seminaristi che hanno una particolare inclinazione all'educazione della gioventù e vi sono di quelli che ne hanno meno. Educate bene gli uni e gli altri e avrete un ottimo personale nei primi, buono nei secondi. Il buono è sempre migliore dello scadente e non è mai nemico dell'ottimo. Ma se manca la necessaria educazione ad hoc, lo scadente rimarrà sempre scadente.

Viene ora naturale la domanda: - Con quale mezzo compiere una tale educazione?

La risposta è ovvia: - Con tutti i mezzi che la sana ragione e l'esperienza suggeriscono come i migliori. Essi consistono particolarmente: a) In una vera scuola pedagogica, fatta da abile personale. b) In una scuola pratica.

Se l'esperienza è maestra della vita, perchè non tener calcolo di tutti i suoi frutti migliori, già ottenuti dai migliori direttori di Oratorii? Varrà più un mese di esperienza in un Oratorio nodello, che non dieci anni di studio. Di qui la necessità di mettere i seminaristi, specialmente gli studenti di teologia, a contatto con gli Oratorii festivi più fiorenti.

Le vacanze autunnali possono servire assai bene allo scopo, particolarmente in quei centri, dove non vi siano ancora buoni Oratorii. Come si procura, con ingenti sacrifizi, la villeggiatura ai seminaristi, si può procurar loro anche un mese di scuola pratica nei migliori Oratorii. Non sarà un mese sprecato, tutt'altro; sarà tanto di guadagnato per il bene della Diocesi.

Ho detto sopra: un Oratorio modello. Difatti, per avere un concetto pieno ed esatto dell'Oratorio, non dobbiamo perderci in un cucchiaio d'acqua, ma passare all'acqua grande, cioè dove gli Oratorii furono impiantati con criteri moderni e dove oggi trionfano in tutta la loro multiforme attività. Quindi non basta, sarebbe anzi un grave errore, mettere i seminaristi a contatto di Oratorii mediocri o meno che mediocri.

È tutto un sistema che deve essere studiato e conosciuto in tutta la sua estensione e profondità.

Io stesso, trovandomi direttore di un Oratorio che stimavo dei migliori, confesso di essermi sentito umiliato quando venni a contatto con l'Oratorio Salesiano di Valdocco in Torino, dove ho imparato in soli due giorni ciò che non avrei immaginato in dieci anni, pur mettendo a fuoco la più bollente fantasia. Del resto è noto il proverbio: Val più la pratica che la grammatica.

Su questo punto è bene insistere e tanto. Davanti ad un esemplare artistico, la copia non potrà a meno che essere buona.

Prevedo le difficoltà: - Per mandare i Seminaristi in un buon Oratorio a fare un po' di tirocinio, occorrono delle spese.

D'accordo. Anche per diventare dotti sacerdoti, occorrono spese; anche per frequentare le Università occorrono spese; anche per passare un mese di villeggiatura, ai monti o ai laghi, occorrono spese; eppure non si bada a sacrifizi, per allontanare i seminaristi dal contatto pericoloso del mondo durante le ferie autunnali, e per dare alla diocesi un clero che le apporti lustro e ornamento. E perchè non si potranno sostenere spese minori per ottenere un clero che domani scenda ben formato in mezzo al popolo a conquistare e a salvare la gioventù?

2° - Senz'accorgermi, ho già toccato il secondo punto: la parte finanziaria. Punto delicato, ma della massima importanza; non si può farne a meno.

Premetto una domanda che sposta un tantino la questione, ma che pure risponde indirettamente al quesito. - Perchè gli Oratorii femminili, organizzati e presieduti dalle religiose, ordinariamente conducono una vita fiorente, mentre invece una gran parte degli Oratori maschili fondati, e diretti da ecclesiastici, dopo un primo sprazzo di trionfo, si rinchiudono in una vita stentata, intisichiscono e, o finiscono col far fiasco, oppure continuano in una vita che può rassomigliarsi ad una permanente agonia? Possibile che tutti codesti ecclesiastici siano degli inetti? Possibile che dopo aver portato un Oratorio ad una buona altezza, siano poi del tutto incapaci a mantenerlo in vita?

Che ci possa essere qualche inetto, nessuna meraviglia; ma che lo siano proprio tutti, non è ammissibile.

E allora?

Io credo di non errare cercando l'ostacolo nell'insufficienza dell'aiuto finanziario.

In alcuni luoghi il Direttore dell'Oratorio ha un magro stipendio di 400 o 500 lire annue. Come può vivere per sè, con tutte le esigenze moderne, e pensare a tutte le gravi spese che porta con sè un Oratorio?

In altri luoghi, fu preparato un ottimo locale per l'Oratorio ed una comoda abitazione per il Direttore, poi... punto fermo. Se loro domandate quanto ricevono per il mantenimento delle diverse opere giovanili, qualcuno potrà rispondervi di aver ricevuto, in tre anni, cinque lire (storico !...) - Ma signori miei, non basta fabbricar un pollaio e mettervi dentro i polli; se si vuole mantenerli in vita, ci vuole del becchime e sufficiente al loro numero. Diversamente si fa niente.

Altrove il Direttore dell'Oratorio viene in coda a tutta la gerarchia ecclesiastica locale. L'essere Direttore equivale all'essere semplici cappellani, nè più nè meno. La prima preferenza è per i coadiutori, la seconda per i vice-coadiutori; così i Direttori di Oratori restano sempre la povera cenerentola.

Non è poi neanche raro il caso che lo stesso vice-parroco sia direttore dell'Oratorio. E prima deve soddisfare a tutte le esigenze della vita parrocchiale, e della canonica e.... in ultima linea, potrà pensare all'Oratorio, come se l'attendere ad un Oratorio sia una di quelle opere cui si possa rinunziare a seconda che tiri vento o faccia pioggia.

Posto tutto ciò, c'è forse da stupirsi se un Direttore di Oratorio, pensando al suo magro stipendio attuale, insufficiente a sbarcare il lunario, e, dando uno sguardo al fosco avvenire, si senta alle volte necessitato ad abbandonare l'Oratorio che forma il suo vanto e la sua vita e finisca per preferire un beneficio qualunque che gli assicuri un pane per oggi e specialmente per domani?

Così ogni anno, o giù di lì, un Oratorio cambierà il suo Direttore; ad ogni cambiamento, verranno nuovi metodi; rimarranno tuttavia le difficoltà precedenti ed i ragazzi finiranno con lo stancarsi e con l'abbandonare per sempre l'Oratorio.

Sbaglio forse?... Lo volesse il cielo!... Ma, pur troppo, ho i capelli bianchi...

r. d. l.

Concorsi per le "Letture Cattoliche,,.

Al secondo concorso per le letture Cattoliche, annunziato il 1° maggio 1916 dal Bollettino Salesiano (Supplemento pei Sacerdoti), presero parte quattro concorrenti. Il tema assegnato era: « L'educazione dei figli. - Una parola serena ai genitori cristiani ». E questo è il titolo dato ai loro lavori da tre concorrenti; un egregio scrittore, che elenchiamo secondo, perchè fu il secondo a mandarci il suo manoscritto, preferì il titolo: Da pupo a uomo.

Ecco l'elenco:

1. Motto: Verbo et opere;

2. » X Y;

3. »   In labore requies;

4.   »   Microfilo.

La Commissione esaminatrice, dopo diligente esame, ha giudicato degni del premio i manoscritti contrassegnati coi motti In labore requies e Microfilo. Aperte le buste, risultarono vincitori del Concorso i Reverendissimi Signori D. Giacomo Bertetti, Prof. nel seminario vescovile d'Ivrea, e D. Pietro Boggio, Rettore di S. Lorenzo, a Ivrea.

A loro le nostre congratulazioni cordiali.

Ora, sebbene molti nostri amici, che scriverebbero volentieri, siano occupati nelle caserme, negli ospedali, in zona di guerra, invitiamo a un altro Concorso.

Ci preme che, anche per opera nostra, il nostro popolo conosca di più, perchè possa amarlo di più, il nostro divino Redentore, Gesù Cristo, che, non è molto, si osò bestemmiare orrendamente. Perciò il tema sia:

GESU' CRISTO BENEFATTORE DELL'INDIVIDUO, DELLA FAMIGLIA, DELLA SOCIETÀ.

AVVERTENZE

Ia Non si faccia un lavoro polemico; invece, si espongano i fatti oggettivamente, serenamente, e cori la semplicità, l'affettuosità che ammiriamo nel S. Vangelo;

2a il fascicolo delle Letture Cattoliche abbia non meno di 9o pagine, e non superi le 120 pagine dell'attuale suo formato;

3a Ciascun manoscritto sia contrassegnato con un motto, che si dovrà ripetere sopra una busta chiusa, nella quale sia stato messo l'indirizzo esatto del concorrente;

4a il vincitore avrà in premio tanti libri, editi dalla Libreria della S.A.I.D. Buona Stampa, pel valore di cento lire, a norma del catalogo;

6a il lavoro premiato diverrà proprietà esclusiva della suddetta Libreria Editrice. L'autore avrà, gratuite, cento copie;

6a I manoscritti non pubblicati, se richiesti dagli Autori entro un mese dalla notificazione dell'esito del concorso, saranno restituiti; non richiesti, vulcano tradentur;

8a Il tempo utile per la spedizione dei manoscritti scade il 31 maggio 1917.

Torino, 1 gennaio 1917.

La Direzione delle Letture Cattoliche.

Via Cottolengo, 32.

«ACTA APOSTOLICAE SEDIS »

Fo miei tutti i sentimenti di fede, di stima, di rispetto, di venerazione, di amore inalterabile di S. Francesco di Sales verso il Sommo Pontefice... Intendo che gli alunni dell'umile Società di S. Francesco di Sales non si discostino mai dai sentimenti di questo gran Santo, nostro patrono, verso la Sede Apostolica... Ritengo inoltre che questo si debba fare non solo dai Salesiani e dai loro Cooperatori, ma da tutti i fedeli, specialmente dal Clero.

Ven. Gio. Bosco.

*

Atti di PP. Benedetto XV.

„Sacrum Consistorium".

I) Il S. Padre il 4 dicembre u. s. nell'Apostolico Palazzo Vaticano tenne Concistoro Segreto, e in esso

a) Pronunciò un'allocuzione. Annunziò la compiuta codificazione del diritto canonico e i vantaggi che ne avrà la Chiesa; - deplorò i gravi danni della guerra che devasta l'Europa: « Qua indegnamente trattati cose sacre e ministri del culto anche insigni per dignità, sebbene inviolabili quelle e questi per diritto divino e per diritto delle genti; là numerosi pacifici cittadini, allontanati dal loro focolare, tra il pianto delle madri, delle spose, dei figli; altrove città aperte e popolazioni indifese fatte segno specialmente alle incursioni aeree; ovunque per terra e per mare commettersi tali misfatti da riempire l'animo di orrore e di strazio ».

b) Pubblicò Cardinali di S. R. C. dell'ordine dei preti: Mons. Pietro La Fontaine, Patriarca di Venezia; Mons. Vittorio Amedeo Ranuzzi de Bianchi, Arcivescovo titolare di Tiro, Maggiordomo di Sua Santità; Mons. Donato Sbarretti, Arcivescovo titolare di Efeso, Assessore della S. Congregazione del Sant'Officio; Mons. Augusto Dubourg, Arcivescovo di Rennes; Mons. Ludovico Ernesto Dubois, Arcivescovo di Rouen; Mons. Tommaso Pio Boggiani, Arcivescovo titolare di Edessa. Assessore della Sacra Congregazione Concistoriale; Mons. Alessio Ascalesi, Arcivescovo di Benevento; Mons. Luigi Giuseppe Maurin, Arcivescovo di Lione ; dell'Ordine dei Diaconi: Mons. Nicolò Marini, Uditore di Sua Santità, Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura; Mons. Oreste Giorgi, Segretario della Sacra Congregazione del Concilio; - creò inoltre due altri Cardinali, dei quali non pubblicò il nome, riservandoli in petto.

e) Nominò Camerlengo di S. Romana Chiesa l'Em.mo Card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato della medesima Sua Santità.

d) Provvide ad alcune Chiese e annunziò la provvista di molte altre, già fatta per Bolla o per Breve: tra le quali noi ricordiamo le seguenti:

Chiesa Metropolitana di Santiago di Cuba pei rev.mo Mons. Felice Ambrogio Guerra, della Pia Società Salesiana, promosso dalla Chiesa Titolare di Amata; Chiesa tit. Vescovile di Eudossiade pei rev.mo Giovanni Pinardi, Parroco di S. Secondo di Torino, nominato Ausiliare dell'Em.mo Card. Richelmv; - Chiesa tit. Vescovile di Sasina pel rev.mo Mons. Emilio Bongiorni, Vic. Gen. di Crema, nominato Ausiliare del Vescovo di Crema - Chiese Cattedrali di Isernia e Venafro, pel rev. P. Nicola Rotoli dei Minori; - Chiese Cattedrali di Calvi e Teano pei rev.mo Mons. Calogero Licata, Sostituto della S. Penitenzieria Apostolica - Chiesa Catt di Diano o Teggiano pel rev.mo D. Oronzio Caldarola.

II) Il 7 dicembre 1916 ebbe luogo nello stesso Palazzo Vaticano il Concistoro Pubblico. In esso:

a) Il S. Padre diede il Cappello Cardinalizio agli Em.mi Frühwirth e Scapinelli di Léguigno creati Cardinali il 6 dicembre 1915, e poi ai dieci nuovi Cardinali, creati il 4 dicembre 1916.

b) In pari tempo l'Avv. Concistoriale Conte Carlo Santucci teneva la terza ed ultima perorazione per la causa di Beatificazione e Canonizzazione del Ven. Servo di Dio, Don GIOVANNI Bosco, fondatore della Pia Società Salesiana, ed avendo il rev.mo Promotore della Fede pregato il Santo Padre a rimettere la Causa alla S. Congregazione dei Riti, Sua Santità rispondeva: Ad Nostram Congregationem Rituurm, quae videat ac referat.

e) Nello stesso giorno e nello stesso Concistoro segreto il S. Padre provvedeva ad altre Chiese vacanti e annunziava la provvista di altre, già fatta per Bolla o per Breve. Tra esse ricordiamo le seguenti: - Chiesa Cattedrale di Lacedonia pel rev.mo Don Francesco Maffei, Can. Penitenziere della Cattedrale di Bisaccio; - Chiesa C