PERIODICO MENSILE DEI COOPERATORI DI DON BOSCO
ANNO XLI - N. 5 1 MAGGIO 1917
5° SUPPLEMENTO PER I SACERDOTI
Nell'attesa della pace-- Lettera del S. Padre all'Em.mo Cardinal Segretario di Stato.
Lo spirito sacerdotale di Don Bosco secondo Don Rua -- Carità di Don Bosco verso il prossimo.
Industrie e riflessi di un buon Parroco a prò della gioventù studiosa.
Pagine intime dell'Oratorio ai tempi di Don Bosco - I: Come Don Bosco coltivasse le vocazioni sacerdotali.
Le norme pontificie ai predicatori.
Ricordi e ammaestramenti paterni.
Ai Rev.mi Parroci e ai Direttori di Oratori Festivi.
Lettere inedite di Don Bosco - II: Come scriveva ai benefattori (5 lettere).
,,Unione Missionaria del Clero".
,,Acta Apostolicae Sedis: riussunto di tutti gli atti pubblicati dal 1° gennaio al 30 aprile.
Azione Salesiana: Schemi di conferenze ai Cooperatori - Tracce di fervorini pel 24 del mese.
Lettera del S. Padre al Card. segretario di Stato (1).
Al Signor Cardinale PIETRO GASPARRI, Nostro Segretario di Stato.
Sig. Cardinale,
Il 27 Aprile 1915, con la Lettera diretta al Rev. P. Crawley-Boevey, Noi estendemmo a tutti coloro, i quali consacrassero la loro casa al Sacratissimo Cuore di Gesù, le Indulgenze due anni prima concesse per tale atto di pietà dal nostro Predecessore Pio X, di venerata memoria, alle famiglie della Repubblica Cilena. Ci arrideva allora, vivida e serena, la speranza che il Divin Redentore, chiamato a regnare visibilmente nei focolari domestici, vi diffondesse gl'infiniti tesori di mitezza e umiltà del Suo Cuore amantissimo e preparasse tutti gli animi ad accogliere il paterno invito alla pace, che Ci proponevamo d'indirizzare nel Suo Augusto Nome ai popoli belligeranti ed ai loro Capi nel primo anniversario dello scoppio della attuale terribile guerra. L'ardore, con cui le famiglie cristiane ed anche i soldati dei varii eserciti combattenti offrirono da quel giorno a Gesù l'omaggio di amorosa sudditanza tanto accetto al Suo Cuore Divino, accrebbe la Nostra speranza e Ci confortò a levare più alto il paterno grido di pace.
Indicammo allora ai popoli l'unica via per comporre - con onore e beneficio di ciascuno di essi - i loro dissidii e, tracciando le basi, sulle quali dovrà posare, per essere duraturo, il futuro assetto degli Stati, li scongiurammo, in nome di Dio e dell'umanità, ad abbandonare i propositi di mutua distruzione e addivenire ad un giusto ed equo accordo.
Ma la Nostra voce affannosa, invocando la cessazione dell'immane conflitto, suicidio dell'Europa civile, quel giorno ed in appresso rimase inascoltata ! Parve che salisse ancor più la fosca marea di odî dilagante tra le Nazioni belligeranti, e la guerra travolgendo nel suo spaventevole turbine altri paesi, moltiplicò le rovine e le stragi.
Eppure, non venne meno la Nostra fiducia! Ella lo sa, Sig. Cardinale, che ha vissuto e vive con Noi nella ansiosa attesa della sospirata pace. Nell'inesprimibile strazio dell'animo Nostro e tra le lagrime amarissime, che versiamo sugli atroci dolori accumulati sopra i popoli combattuti da questa orribile procella, Noi amiamo sperare ornai non più lontano l'auspicato giorno, nel quale tutti gli uomini, figli del medesimo Padre Celeste, torneranno a considerarsi fratelli. Le sofferenze dei popoli divenute pressochè insopportabili, hanno reso più acuto e intenso il generale desiderio di pace. Faccia il Divin Redentore, nell'infinita bontà del Suo Cuore, che anche negli animi dei governanti prevalgano i consigli di mitezza, e che, consci della propria responsabilità innanzi a Dio e innanzi all'umanità, essi non resistano più oltre alla voce dei popoli invocante la pace!
A tal fine salga. a Gesù, più frequente, umile e fiduciosa, specialmente nel mese dedicato al suo Cuore Santissimo la preghiera della misera umana famiglia e ne implori la cessazione del terribile flagello. Si purifichi ciascuno più spesso nel salutare lavacro della sacramentale Confessione, e all'amantissimo Cuore di Gesù, congiunto al suo nella Santa Comunione, porga con affettuosa insistenza le sue suppliche. E poichè tutte le grazie che l'Autore d'ogni bene si degna compartire ai poveri discendenti di Adamo, vengono, per amorevole consiglio della Divina Provvidenza, dispensate per le mani della Vergine Santissima, Noi vogliamo che alla Gran Madre di Dio in quest'ora tremenda più che mai si volga viva e fidente la domanda dei Suoi afflittissimi figli. Diamo, quindi, a Lei, Signor Cardinale, l'incarico di far conoscere a tutti i Vescovi del mondo il nostro ardente e vivo desiderio che si ricorra al Cuore di Gesù, trono di grazie, e che a questo trono si ricorra per mezzo di Maria. Al quale scopo Noi ordiniamo che, a cominciare dal primo dì del mese di giugno, resti fissata nelle Litanie Lauretane l'invocazione: « Regina - Pacis ora pro nobis » che agli Ordinarii permettemmo di aggiungere temporaneamente col Decreto della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinarii in data del 16 novembre I9I5.
Si levi pertanto, verso Maria, che è Madre di misericordia ed onnipotente per grazia, da ogni angolo della terra, nei templi maestosi e nelle più piccole cappelle, dalle reggie e dalle ricche magioni dei grandi come dai pìù poveri tugurii, ove alberghi un' anima fedele. dai campi e dai mari insanguinati, la pia, devota invocazione e porti a Lei l'angoscioso grido delle madri e delle spose, il gemito dei bimbi innocenti, il sospiro di tutti i cuori bennati: muova la Sua tenera e benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto la bramata pace, e ricordi poi, ai secoli venturi, l'efficacia della sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci.
Con questa fiducia nel Cuore, noi imploriamo da Dio sopra tutti i popoli, che abbracciano con eguale affetto, le più elette grazie, ed impartiamo a Lei, Signor Cardinale, e a tutti i Figli Nostri la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 5 maggio 1915. BENEDICTUS PP. XV.
In ogni mio scritto di cose sacre e di cose profane ho sempre avuto in mira difendere l'autorità della Chiesa e segnatamente del Sommo Pontefice.
Ven. Giov. Bosco.
(1) È dovere di ogni sacerdote assecondare con zelo gli augusti
desideri del Papa. In questa lettera il S. Padre:
I) insinua il vivo desiderio di veder largamente diffusa la Consacrazione delle
famiglie al S. Cuore di Gesù (di cui parlò anche il Bollettino Sales. del mese
di febbraio u. s. pag. 33);
II) insiste perchè il popolo cristiano avvalori con insistenti preghiere il
comun desiderio di pace;
III) raccomanda che tali preghiere sieno indirizzate con rinnovato fervore a
Maria SS.ma, perchè la perpetua Ausiliatrice del popolo cristiano interponga la
sua intercessione presso N. S. Gesù Cristo.
Sua carità verso il prossimo.
Il Servo di Dio, animato com'era dall'amor di Dio, non poteva non essere altresì acceso di carità verso il prossimo. Lo accennai come angelo tutelare a salvezza dei suoi giovani compagni. Fanciullo nella sua borgata, adolescente nella città di Chieri, chierico nel Seminario, egli era sempre intento a far del bene ai suoi compagni, e specialmente ad allettarli alla virtù col mezzo dei divertimenti ed ameni edificanti racconti. Preludendo al sistema che avrebbe introdotto nelle sue case per tirare i giovani a Dio, fin d'allora avea formato la Compagnia dell'Allegria, in cui però il principale articolo era quello di evitare i cattivi discorsi, i cattivi compagni e praticare la frequenza dei SS. Sacramenti. Molestato talvolta dai compagni per la sua aria di bonarietà, pel suo abito dimesso, non solo non ne conservava rancore, ma ancora colle sue buone maniere e carità, riuscì a guadagnarseli e farne dei cari amici. L'effetto della sua carità e delle sue attenzioni a favor dei compagni, si scorgeva nel miglioramento che essi facevano, di modo che al suo paese le madri desideravano vivamente che i proprii figli andassero sempre con lui; a Chieri il giovanetto dissipatello che fu dato fin da principio alla sua custodia, come già deposi, fece tale miglioramento che la madre dispensò il giovane Bosco dalla pensione, come veniva assicurato da varie persone e da D. Bosco stesso; ed in breve nella città di Chieri fu tanto nota la sua virtù che i parenti desideravano averlo come istitutore dei proprii figli, od almeno che i figli gli divenissero compagni. In Seminario poi, come già dissi, egli era il consolatore dei mesti, assistente e sollievo degli infermi, modello e monitore dei compagni, centro dei più pii.
Fatto sacerdote, la sua vita divenne un tessuto continuo di opere di carità. Fin dal principio della sua dimora in Torino, ebbe cura d'informarsi dello stato morale della gioventù, e vistone i bisogni spirituali, tosto fondò l'Oratorio per venirle in soccorso. Le sue sollecitudini per aumentarne il numero e coltivarli nella pietà e nella virtù, già furono accennate. Solo aggiungerò che neppure infermo tralasciava d'occuparsi dei suoi piccoli amici. L'Oratorio però non assorbiva tutte le sue cure: la sua carità lo teneva al confessionario, lo portava agli ospedali, lo introduceva nelle prigioni, dove otteneva grandi frutti a vantaggio delle anime. Anche in mezzo ai più discoli otteneva risultati i più splendidi, mediante la dolcezza e la carità del suo cuore. Invitato a dettare un corso di esercizi alla Generala, casa governativa di correzione dei più discoli, riuscì a farli accostare tutti ai SS. Sacramenti, e se li cattivò in modo di averli pronti ai suoi cenni. Infatti, ottenuta come in ricompensa della loro buona condotta in quei giorni dal Ministro degli Interni, Rattazzi, la facoltà di farli uscire un giorno intiero a diporto, senza l'accompagnamento di alcuna guardia (come voleva ordinare il Ministro), egli solo, dopo qualche raccomandazione, li accompagnò fino a Stupinigi, li trattenne in sacre funzioni, li trattò allegramente a pranzo, e dopo averli divertiti durante tutta la giornata, alla sera li ricondusse tutti alla loro prigione, e fatto l'appello, si conobbe che non ne mancava neppur uno. Il Ministro ne rimase tanto meravigliato che, avendo un cugino bisognoso di quella casa di correzione, pregò Don Bosco ad accoglierlo invece nell'Oratorio, come fece Don Bosco, formandone un buon operaio ed un buon cristiano, quale io conobbi intimamente. Questo fatto mi fu riferito da Don Bosco stesso; d'altronde è noto in tutto l'Oratorio.
Quando poi alcuni di tali giovani uscivano dal carcere correzionale, se non avevano alcuno che si interessasse di loro, egli si occupava per collocarli presso buoni padroni, e talvolta eziandio li accoglieva in casa sua. Di questi giovani poi che egli collocava presso padroni esterni egli non si dimenticava, ma, per incoraggiarli alla perseveranza nel bene, andava a visitarli, prender notizie dai loro padroni, ed intanto animarli a frequentar l'Oratorio o la Parrocchia nei giorni festivi.
Grandemente si manifestò la sua carità nelle occasioni di malattie epidemiche. Nel 1854 ci preparò in buon numero per andare ad assistere i colerosi, come infatti dietro al suo esempio ci andammo, sia al Lazzaretto, sia nelle famiglie particolari. Egli perseverò, per tutto il tempo che durò la malattia, ad accorrere giorno e notte ad assistere i poveri infermi, e dietro il suo esempio noi facevamo altrettanto nella sfera della nostra condizione. Talvolta venne preso a sassate dai vicini del Lazzaretto, indispettiti perchè sì fosse collocato in quei paraggi quell'ospedale. Ed io pure ebbi la sorte di essere a parte di tali maltrattamenti. Non cessò per questo di continuare a prodigare le sue cure ai poveri infermi. Nella medesima circostanza si occupò dei poveri giovani fatti orfani dal morbo micidiale. Essendo stati da principio raccolti in un locale apposito, egli andava e mandava dei suoi chierici a catechizzarli. In seguito, preparato il posto nella sua casa, ne accolse in numero di circa due dozzine, dando loro istruzione ed educazione religiosa, intellettuale e professionale. Di tutto questo fui teste io stesso.
(Ved. Proc. Ord. Sessione 362a).
Il Servo di Dio non solo nella città di Torino e suoi dintorni mostrò tenera carità verso i giovani, fatti orfani dal colèra, ma altresì verso le altre città che furono maggiormente infestate da tal morbo. La città di Ancona nel 1866, la città di Napoli nel 1885 ebbero grande sollievo col vedersi accogliere parecchi dei loro orfanelli sia nella casa salesiana di Torino, sia in quelle delle rispettive città dove ne esistevano. Dalle stesse autorità civili e governative ebbe Don Bosco grandi elogi pei servizi prestati in tale circostanza.
La sua carità, se splendeva nel porgere aiuto temporale coll'accogliere i poveri orfanelli, rifulgeva anche più colle cure continue che si prendeva pel bene spirituale del suo prossimo. In mezzo a tante occupazioni che gli dava il governo della sua casa, egli si adoperava tuttavia nella predicazione di novene e tridui, esecizi spirituali, anche fuori della città di Torino, dove tutto il tempo che gli avanzava dal pulpito lo occupava al confessionale, impiegandovi i giorni e le notti; e difficilmente ritornava da tali escursioni spirituali senza condurre seco qualche orfanello, oppure qualche buon giovane di ottime speranze per la carriera ecclesiastica, come ho sempre veduto.
Già ebbi occasione varie volte di parlare della carità di lui, mostrata per le estere Missioni. Uno studio accurato per preparare le analoghe spedizioni, la ricerca dei mezzi, di cui per sè era affatto sprovvisto, la pena grande che provava nel separarsi dai suoi diletti figli, tutto mostrava l'ardore della sua carità. Le istruzioni poi che egli dava sui siti dove stabilire le loro case, sul modo di guadagnare più facilmente gl'individui, gl'incoraggiamenti che continuamente mandava ai suoi Missionari, ora individualmente ora collettivamente, ben diedero a conoscere qual tenero amore di padre nutrisse peì Missionari stessi, e quale ardente desiderio di salvare quelle povere anime gli divampasse in cuore. Furono ben oltre una ventina le spedizioni di Missionari che egli fece negli ultimi tredici anni della sua vita.
La sua carità scorgevasi continuamente nel modo con cui accoglieva e trattava ogni sorta di persone. I ricchi e i poveri, gli amici e gli estranei, i dotti e gl'ignoranti, i buoni e i cattivi, tutti trovavano in lui un consigliere, un consolatore, un padre, un amico. La sua pazienza nell'ascoltare le miserie del prossimo non aveva limite. La dolcezza, con cui trattava ognuno, dava animo a ritornare a lui, qualunque volta ne avessero bisogno. Le sue udienze, ben si può dire, duravano dal mattino alla sera, specialmente negli ultimi trent'anni della sua vita, quando il suo nome e la sua opera erano più conosciuti. Quando poi trovavasi nei viaggi, allora, malgrado la stanchezza, protraeva le sue udienze anche fino alle dieci, alle undici, alla mezzanotte, e quando qualcuno di noi gli diceva: - D. Bosco, lei ha bisogno di riposare; permetta, noi diremo a quei che aspettano, di ritornare in altro giorno, - ed egli rispondeva : - Poveretti, sono tante ore che attendono l'udienza; alcuni di essi vengono anche da lontano, come potrei rimandarli senza dar loro soddisfazione? - E così continuava colla stessa calma e dolcezza ad accogliere e consolare tutti quelli che si presentavano. Lo vidi io stesso parecchie volte stanco, bisognoso di ristoro, cadente per sonno, e continuare tuttavia nella sua imperturbabile carità. Anche quando era l'ora di andar a prendere la parca sua refezione, e v'era qualcuno che ancora attendeva l'udienza, non sapeva rinviarlo senza dargli soddisfazione, pel che sovente gli accadeva di dover ritardare i suoi pasti.
Nel dar udienza si interessava di quanto gli veniva esposto, e cercava nel miglior modo possibile il bene spirituale di quanti a lui ricorrevano. Pareva che non avesse in quei momenti altro pensiero che il loro interesse spirituale e temporale: perchè la fretta, come dice S. Francesco di Sales, suole guastare tutte le opere. Mi raccontò D. Bologna, Superiore delle case salesiane di Francia, che una volta a Marsiglia, essendovi molte persone che aspettavano l'udienza, mentre Don Bosco stava ragionando con una madre che gli aveva presentato il suo figlio infermo, egli, D. Bologna, andò per tre volte ad avvisarlo che molte persone stavano attendendo. Don Bosco per due volte gli disse di raccomandar loro che avessero pazienza; la terza volta poi, chiamato a sè D. Bologna, gli disse sotto voce: « Le cose bisogna farle come si conviene, o non farle: qui non si perde tempo; appena si possa, lascieremo entrare altri ». Don Bologna comprese l'ammorevole avviso di Don Bosco, e non venne più per allora a disturbarlo. Volle però vedere quale fosse l'esito di quella lunga conversazione. Vide infatti che quel giovane che era stato introdotto indisposto ed infermo, ne uscì pienamente sano e libero da ogni pericolo.
In modo speciale apparve la sua carità verso coloro, che in qualche maniera lo tribolavano e lo osteggiavano. Già lo vedemmo fanciullo farsi amici i bricconcelli, che da principio lo burlavano in pubblica piazza; lo vedemmo pure beneficare i figli del fratello Antonio, che lo aveva tanto osteggiato nel suo desiderio di intraprendere la carriera ecclesiastica. In seguito era solito a far le sue vendette contro i suoi nemici con cercare di rendere loro qualche servizio; e godeva grandemente quando gli si presentava l'occasione
Uno di quelli che avevano attentato alla sua vita, cadde nelle mani della giustizia, e Don Bosco, chiamato a deporre contro di lui, gli ottenne il perdono e condono della pena, solo si raccomandò al tribunale che volesse tutelare la sua persona; il che venne eseguito coll'allontanamento di quel pericoloso soggetto dalla città di Torino. Questo fatto lo seppi da Don Bosco stesso, e da chi l'aveva accompagnato al tribunale.
Fra i giornali che talvolta censurarono Don Bosco, vi fu pure qualcuno di quelli che combattevano per la buona causa, e ciò avvenne precisamente, come già dissi altrove, quando Don Bosco si occupava presso il Governo per ottenere le temporalità ai Vescovi. Uno di questi scrittori, venuto a Torino, non sapeva come presentarsi a Don Bosco per far le sue scuse. Don Bosco però, vedutolo a qualche distanza nella sacrestia della Chiesa di Maria Ausiliatrice, lo accolse con tanta amorevolezza che se ne fece un grande amico, come seppi da Don Sala, presente al fatto.
Sul letto di morte una delle raccomandazioni che Don Bosco ci fece fu questa: « Diligite inimicos vestros, et benefacite his qui vos persequuntur ». Non mi trattengo ad esporre i molti casi, in cui perdonò e beneficò dei giovani che gli avevano perduto il rispetto, ed anche l'avevano oltraggiato; mi limiterò a raccontare il seguente.
Da parecchi mesi, circa il 1855, una schiera di giovinastri fannulloni gironzolavano quasi continuamente intorno all'Oratorio, insultando chi entrava e chi usciva, e talvolta pure molestando col lanciare sassolini od altro ai passeggieri, e specialmente nei giorni di festa col lanciare pietre nel cortile di ricreazione con grave pericolo dei ragazzi, che vi si divertivano. Don Bosco, incontratone un giorno una dozzina, che stavano giuocando nel solito modo, si fermò presso di loro, ed interrogandoli amorevolmente perchè non andassero a lavorare, n'ebbe in risposta che nessun padrone li voleva. Allora egli li invitò a venire con lui, che esso li avrebbe provvisti di tutto, e avrebbe fatto loro insegnare un mestiere. Accettarono l'invito, e Don Bosco colla sua carità, mentre liberò l'Oratorio dai disturbi non lievi di quella masnada, ebbe la consolazione di farne altrettanti buoni operai. Giacchè gli uni si fermarono sei mesi, altri un anno, chi due anni, e chi quattro o cinque; ma tutti uscirono dopo essere stati istruiti nella nostra santa religione ed aver imparato un mestiere, con cui campare la loro vita. Uno di essi, dopo molti anni ritornato dall'America, la prima visita la fece all'Oratorio rammentando con riconoscenza la carità che Don Bosco aveva usata a lui ed ai suoi compagni. Io gli parlai in quest'occasione.
Pei suoi poveri orfanelli non aveva niente di suo. Fin da principio del suo ospizio profuse quanto possedeva, non escluse le gioie e le vesti di nozze di sua madre, che in questo era ben d'accordo col figlio: non risparmiava fatiche, nè umiliazioni, per andare alla questua a fine di loro provvedere il pane quotidiano. Soleva dire nel suo linguaggio semplice: - La fame che obbliga il lupo ad uscir dalla tana per cercare il vitto ai suoi lupicini, essa obbliga anche Don Bosco ad andar anche lontano, per cercare il pane ai suoi orfanelli. - Ricevette più volte amare ripulse, ma non si offendeva per ciò, nè diminuiva l'ardore della sua carità. Vidi io stesso lettere, ossia risposte ingiuriose alle domande che egli aveva fatto di soccorso per i suoi poveri figli: qualche volta m'incaricò di rispondere indicandomi le parole che doveva usare. - Scrivigli, disse, che se egli non può o non vuole aiutare i miei orfanelli, è padrone di farlo, ma che però non può ingiuriarmi, perchè mi occupo di essi; non è cosa piacevole al Signore. Presentandogli tuttavia i miei rispetti, assicuralo che non conservo per ciò nessun risentimento. --Ricordo come colui che ricevette tal lettera, si indusse a miti consigli, e divenne suo amico e ammiratore.
Le sollecitudini poi d'ogni sorta che impiegava a favore dei suoi figli, non si possono esprimere in poche parole. Li occupava presso padroni finchè non potè avere la comodità di tenerli in casa: li serviva egli stesso in refettorio, talvolta raccomodava i loro panni, tagliava loro i capelli, e faceva, più che da padre, da madre. Ammalati poi, si prendea di loro le più sollecite cure: li visitava sovente, li confortava; e, quando peggioravano, passava le ore del giorno e della notte per assisterli; ed era parola che correva nella nostra bocca, che dolce sarebbe stato morire all'Oratorio, per aver l'assistenza di Don Bosco.
Tutte le sue cure però erano rivolte al bene spirituale delle nostre anime, e ce lo diceva egli stesso, che quanto faceva per noi non erano che mezzi per riuscire a salvare le nostre anime. Erano mirabili le sante industrie che metteva in pratica per tirarci a Dio e renderci buoni. Non solo in Chiesa, non solo nel sermoncino alla sera, ma: in ogni tempo la sua mira era rivolta al nostro profitto spirituale. Quando in refettorio gli facevamo bella corona, egli, o ci raccontava qualche esempio edificante, oppure parlando all'orecchio or dell'uno, or dell'altro, ci diceva parole sì dolci che c'infiammavano di ardore per la virtù. Nel cortile prendeva parte ai nostri divertimenti: ma tratto tratto avvicinandosi ad uno gli diceva all'orecchio qualche parola per cui si vedeva tosto quel giovane correre alla Chiesa, far una visita a Gesù in Sacramento, un altro si vedeva all'indomani ad accostarsi ai SS. Sacramenti, ed altri divenire più raccolti nelle preghiere, più diligenti nei propri doveri, più caritatevoli coi compagni. Al principio dell'anno talvolta per aver occasione di dare a ciascuno un avviso adattato a propri bisogni, ei annunziava che aveva una strenna da dar a tutti, e noi tutti premurosi ci avvicinavamo per aver la parte propria: e Don Bosco, all'orecchio di ciascuno, dava un avviso, talvolta un testo della Scrittura, talvolta l'esempio di un qualche Santo ; talora eziandio, affinchè più facilmente ritenessimo tale strenna, ci dava per iscritto un biglietto a caduno che diventava per noi prezioso in guisa che, dopo tanti e tanti anni, parecchi ancor lo conservavano.
L'amore di Don Bosco per i suoi figli compariva anche in modo speciale, allorchè si avvicinavano le vacanze. Ben conoscendo i pericoli a cui vanno incontro ai nostri tempi i giovani nelle vacanze, faceva quanto poteva per dissuaderli dall'andarvi. Siccome, però, ora per la premura dei parenti, ora per la voglia dei giovani stessi, non poteva impedirli tutti dall'andarvi, cosi cominciò dal togliere le vacanze natalizie e le carnevalesche, poi anche le pasquali, e finalmente, quanto alle autunnali, premuniva negli ultimi giorni scolastici i suoi allievi contro i pericoli delle vacanze, avvertendoli che parecchi partivano colle ali di angioletto e ritornavano colle corna di diavoletti. Poi diminuì la durata delle vacanze, richiamando per un mese i giovani all'Oratorio, allettandoli quanto poteva colla promessa di passeggiate autunnali; e tutto ciò faceva malgrado l'aumento di spese, di fatiche, di sollecitudini che ciò gli procurava.
La sua carità si estendeva anche agli adulti. Molti di quelli che mancavano assolutamente di mezzi per mantenersi da loro, li accoglieva nelle sue case, o provvisoriamente finchè avessero trovato utile occupazione, od anche stabilmente; altri cercava di farli ritirare in istituti di beneficenza. Per le madri poi dei sacerdoti e confratelli salesiani, fondò appositamente una casa a Mathi, sotto la protezione di S. Francesca di Chantal, dove, lavorando come possono alla loro età, assistite dalle Suore, passano tranquillamente gli ultimi anni della loro vita. Ai parenti poveri dei nostri Missionari, malgrado le strettezze sue, somministrava aiuto, soccorsi, sia col procacciare loro qualche utile occupazione, sia collo spedire sussidi di danaro, quando però non poteva assolutamente in altri modi sovvenire ai loro bisogni.
L'amor suo verso il prossimo si estendeva anche verso le povere anime del Purgatorio. Scrisse in loro favore un'operetta, in cui animava i fedeli a soccorrerle. Ci esortava sovente a pregare per i nostri parenti e benefattori defunti; pei genitori dei confratelli ordinava messe e comunioni e vari esercizi di pietà, ed animava gl'infermi e tribolati a soccorrere quelle povere anime coll'offrire a loro suffragio le loro tribolazioni. Gli avvenne qualche volta di trovarsi al letto d'infermi, che temevano grandemente le pene del Purgatorio. Egli, spinto dalla sua carità, per tranquillarli e confortarli, diceva che si assumeva egli stesso una parte almeno delle pene, che avrebbero incontrate nell'altro mondo. Gli avvenne infatti una volta di essere assalito da fortissimo mal di denti, che per parecchi giorni non gli dava requie nè dì, nè notte. Interrogato come mai ciò fossegli avvenuto, ci manifestò la promessa che egli aveva fatta ad un povero moribondo per consolarlo, di assumersi cioè le pene che avrebbe dovuto soffrire esso in purgatorio.
La carità verso il prossimo nacque con lui, sì sviluppò in tutta la sua vita, manifestandosi, come si scorge, sotto tutte le forme, ordinata nel miglior modo, perchè diretta a dar gloria a Dio e a salvare le anime, come io ammirai sempre.
(Ved. Proc. Ord. Sessione 363).
Dio benedica te, e ti faccia un campione per guadagnare molte anime a Dio.
DON Bosco a un giovane sacerdote.
N. d. R. - Quest'articolo uscì nel Bollettino Salesiano nel settembre del 1878, e riappare per due motivi
1) Per raccomandare vivamente ai nostri cari confratelli nel Sacerdozio i giovanetti studenti nel periodo delle Prossime ferie autunnali;
2) perchè meglio appaia come questo Supplemento al « Bollettino Salesiano », destinato ai Sacerdoti, sia nello spirito del nostro Ven. Fondatore.
Il vivo desiderio che abbiamo di giovare ai giovinetti studiosi ci fa ritornare sull'argomento, già in parte trattato nel numero precedente all'articolo: I giovanetti studenti e le vacanze autunnali. Ma se in quelle pagine del mese scorso noi abbiamo parlato ai nostri Cooperatori in genere, in queste noi ci rivolgiamo ai nostri colleghi nel sacro ministero; e perchè abbiano una qualche norma di ciò che far potrebbero nelle ferie correnti a prò dei fanciulli, esporremo qui in proposito le industrie e i riflessi di un buon Parroco, del quale, perchè tuttor vivente, dobbiamo tacere il paese.
Pensiero dominante di tutta la sua vita sacerdotale quello si è che dal buon indirizzo della gioventù dipende la bontà di una popolazione, ed è convinto che chi vuol crearsi una parrocchia virtuosa e veramente cristiana deve prendersi a cuore la tenera età. Per la qual cosa egli non si contenta di dimostrare ai padri ed alle madri il dovere che loro incombe di bene educare in famiglia la diletta prole; non si limita ad esortarli che per tempo indirizzino i loro figli a Dio; neppure è pago di porgere loro le norme più atte' a conseguire questo nobile scopo, e segnalare i vantaggi amplissimi che ne derivano ai figli, alla famiglia, alla Chiesa, alla società; ma porge all'uopo il più luminoso esempio di carità, di pazienza e di zelo veramente ammirabile. Egli quindi è l'amico, egli è il padre dei fanciulli della sua parrocchia. Per guadagnarseli più facilmente e renderli pieghevoli e docili alla sua voce, egli prima di ogni altra cosa cerca non già di farsi temere, ma bensì di farsi amare. Presosi a modello il Divin Salvatore, il buon religioso coglie tutte le occasioni per intrattenersi coi piccoli, volge ora a questo ora a quell'altro amorevoli parole, fa loro opportune e piacevoli domande, racconta fatterelli graziosi ed edificanti, e sempre sì dolce e sì amabile loro si mostra, che i fanciulli e gli stessi giovinetti già grandicelli, quando lo vedono, aprono il cuore a sentimenti di allegrezza e di gioia, e lungi dal fuggire gli corrono incontro, gli fanno corona, e ti fanno come assistere al dolce spettacolo di Gesù attorniato dai fanciulli ebrei nelle vie di Gerusalemme. Intrattenendosi in tal modo con essi, egli assai di leggeri viene a scoprire le loro doti di mente e di cuore, l'indole, l'inclinazione; e poscia con catechismi, e con discorsetti famigliari, quale paziente giardiniere svelle dai loro animi le male erbe, ne coltiva e migliora le buone, e così a tempo opportuno fa sbocciare tra loro bellissimi fiori e produrre soavissimi frutti di virtù. Per siffatta guisa questo modello di sacerdote viene ancora a conoscere per tempo i giovanetti che possono con vantaggio della Religione e della Società intraprendere la carriera degli studi e, all'uopo, col consiglio e colla mano ne soccorre quelli che, per difetto di mezzi pecuniari, non sarebbero in grado di far fruttificare il talento loro affidato dalla Divina Provvidenza.
Ma il tempo, in cui il sant'uomo spiega la più industriosa carità, si è quello appunto delle vacanze autunnali coi giovinetti studenti della parrocchia. Per lo più, questi ritornati in patria, memori della bontà sua e delle care accoglienze che li attendono, lo vanno tosto a riverire. Se taluno vi manca, egli senza mostrarne dispetto ne fa in bel modo dimandare nuove o a lui stesso, o ai parenti suoi, e mostra quanto gli gradirebbe di rivederlo; dopo ciò, ci non tarda di esserne soddisfatto. E qual giovanetto mai, qual famiglia sarebbe così scortese dal non arrendersi ai desideri di una persona, che senza alcun suo interesse mostrasi così benevola ed amorevole? Il buon sacerdote, avutili a sé, si dà loro a vedere così contento e giulivo, da sembrare un padre che dopo una lunga assenza torni a ritrovarsi in mezzo ai suoi più cari figliuoli. Dopo varie ed opportune interrogazioni del come passano l'anno scolastico, dopo un bene a questo ed un bravo a quell'altro, egli finisce coll'esprimere il vivo desiderio di rivederli sovente.
Per ciò ottenere annunzia loro come una specie di programma delle vacanze pei giorni feriali e festivi, per le opere di pietà, di studio e di ricreazione. - Celebrandosi varie messe in parrocchia, egli comincia dal fissarne loro una da ascoltare in ora competente, nè troppo presto, nè troppo tardi, lasciando tuttavia liberi di udirne una piuttostochè un'altra, secondo le circostanze e i bisogni delle proprie famiglie. - Per lo studio, non potendoli raccogliere ogni giorno insieme, ne assegna loro tuttavia alcune ore del mattino e della sera, e perchè non vi manchino li fa venire di quando in quando a dargli conto del lavoro fatto e della lezione studiata. - Per la ricreazione poi, a fine di allontanarli dai pericoli, egli si adopera per averli più spesso che si può sotto i suoi occhi. Quindi avendo un cortiletto libero presso la canonica lo lascia a loro disposizione, anzi li invita a venirvici in certe ore a trastullare, giuocando alla palla, alle boccie, e simili. Al dopo pranzo vi prende parte ancor egli, e allora ei ti parrebbe di vedere S. Filippo Neri a divertirsi coi fanciulli di Roma, e farsi piccolo coi piccoli per conservarli e guadagnarli a Dio. Alla sera, uscendo al passeggio, si fa da loro accompagnare: e in questo è tanto il piacere che essi ne prendono, che difficilmente taluno vi manca. Ma la passeggiata più o meno lunga, mentre ne solleva lo spirito e ne rinfranca le forze, convertesi per loro in una scuola utile e dolce ad un tempo; imperocchè il pio sacerdote or col racconto di un bell'episodio, or con dimande sulla storia sacra, ecclesiastica, profana, o sopra qualche altra materia di studio, talora col dare e svolgere una regola di buona creanza, cerca, direi così, opportune et importune di far del bene a quei cari giovanetti, i quali ritornando alla sera nelle proprie case vi narrano i tratti di singolare bontà dell'amato pastore, che diviene allora il caro soggetto dell'ammirazione, della lode, dell'amore dei padri e dei figli, anzi di tutto il paese.
Alla festa poi, dietro ai suoi suggerimenti ed esortazioni, essi gli divengono in più cose siccome aiutanti del campo; e questi serve alla messa letta, quegli alla cantata, quest'altro si presta a catechizzare i fanciulli della parrocchia, e quello li assiste. Tutti poi si trovano puntuali alle sacre funzioni e vi assistono in così divoto contegno da riuscire di grande edificazione non solo ai piccoli, che li stanno guardando in atto di maraviglia, ma ancora agli adulti, e i genitori li additano come modelli ai propri figliuoli. .
Con questo metodo il pio religioso riesce facilmente a farli accostare di tratto in tratto ai santi Sacramenti, la qual cosa ottenuta, il buon esito delle vacanze si può dire assicurato, poichè i giovinetti con questo mezzo si mantengono nei savii propositi, e nel santo timor di Dio, principio di ogni bene.
Due sono le principali cagioni, per cui molti studenti, anche soliti nei loro collegi ad accostarsi con qualche frequenza alla Confessione e Comunione, smettono nelle vacanze questa divota usanza; la prima e più forte è il rispetto umano. Nei buoni Istituti àvvi la lodevole consuetudine che in certi giorni gli alunni, o tutti o in parte, compiano insieme le pratiche religiose, e quindi gli uni sono di esempio e di eccitamento agli altri, e punto non si affaccia, o difficilmente, il rispetto umano ad impedirneli; ma così non è nei propri villaggi. Nelle città e villaggi, generalmente parlando, è così cosa rara il vedere giovanetti accostarsi al tribunale di penitenza e alla Mensa Eucaristica, se ne togli la Pasqua! Perciò il buon fanciullo, che volesse appressarvisi, vedendosi pressochè solo, si lascia cogliere dal vano timore: Che cosa ne diranno gli altri?... forse mi burleranno; e sotto questa apprensione se ne astiene talvolta per un lunghissimo tempo, e alcuni collegiali per tutte le vacanze. Privi allora dei saggi consigli di un amico dell'anima, privi dei divini conforti dei Sacramenti, i poveretti vengono ad indebolirsi nella virtù, e nel termine di alcune settimane eccoli in braccio al peccato. Ma se trovansi parecchi insieme nel compiere la divota pratica, più non li coglie la paura, e ciascuno tira innanzi confortato dall'esempio del compagno, ritraendone ampio vantaggio.
La seconda ragione per cui molti ragazzi nelle vacanze si allontanano dai Sacramenti si è per non trovare a loro bell'agio un confessore. Talora questi, o non si trova nel tribunale di penitenza ed essi non osano farvelo chiamare appositamente, oppure lo vedono attorniato di gente, e a loro rincresce di cacciarvisi in mezzo e sotto gli sguardi di tutti, e perciò se ne ritirano.
Ora il nostro buon Parroco si studia a tutto potere di togliere ai giovanetti suoi questi due ostacoli. Avendoli sovente sotto i suoi occhi egli in date circostanze fa loro apposita ed affettuosa raccomandazione e li invita ad accostarsi ai Sacramenti insieme. Per meglio facilitarne la pratica e il giorno, fissa l'ora nella quale abbiano comodità di confessarsi da chi loro talenta. Ma è pur cosa intesa che in qualunque giorno ed ora taluno abbia volontà di riconciliarsi, basta che ne faccia motto al sagrestano, il quale ne avvisa il parroco stesso od altro sacerdote, che tosto si porta in sacristia, ed ivi in una celletta appartata ascolta il giovane penitente. Per questa ragione quei buoni fanciulli continuano durante le vacanze e talora prendono la divota usanza di confessarsi una o due volte al mese; anzi taluni tutte le domeniche; e alcuni dei più virtuosi si accostano alla S. Mensa persino due o tre volte la settimana, con quale profitto delle loro anime, con quanta soddisfazione del buon pastore, ed esemplare edificazione di tutto il gregge, ognuno può facilmente argomentarlo.
Al vedere questo degno sacerdote ad usare sì grande attenzione verso quei fanciulli, un vecchio signore, suo vicino, forse assordato dai loro innocenti schiamazzi, un giorno gliene fece parola, e tra le altre cose gli domandò:
- Le par egli, signor Prevosto, cotanto utile l'assoggettarsi a siffatte noie e disturbi per una dozzina di giovanetti studenti? anzi trova ella il tornaconto di fare eziandio delle spese, come usi dicono, a fine di procurar loro giuocattoli, merenducce, e simili?
A cui egli rispose:
- Io la ritengo per cosa utilissima, e mi trovo assai ben ricompensato, ed eccone il perche. Tra questi ragazzi alcuni aspirano allo stato ecclesiastico. Ora ognuno sa quanto facilmente la grazia della vocazione si perda da un giovanetto mal custodito nelle vacanze e abbandonato a se stesso. Laonde se le noie, se i disturbi, se le spese stesse, cui mi sottometto per averli sotto i miei occhi, per allontanarli dal male ed allettarli al bene, riuscissero anche solo ad ottenere che uno di essi conservasse i buoni sentimenti, e giungesse un dì all'altare, io la terrei per la ricompensa più ambita. Di fatto, un sacerdote di più non sarebbe egli per la parrocchia, per la diocesi, per la Chiesa, per le anime un guadagno incomparabile?
» Del resto, ancorchè questi giovanetti non riescano tutti Sacerdoti, nondimeno pel loro maggiore studio e più larga istruzione eglino si procacceranno certamente un posto distinto nella società, e saranno sempre nel paese gli individui più influenti. Or bene, non le par ella bene spesa la mia fatica per conservarli e crescerli buoni cristiani, e tenermeli amici? Io per me la riguardo siccome parte importantissima del sacro ministero, specialmente ai giorni nostri, in cui la Religione abbisogna di ausiliari ed appoggi in ogni classe della società; e mi gode l'animo al vedere che i più grandi uomini della Chiesa siano del mio parere. Per tacere degli altri, l'immortale Pio IX, sì affezionato alla gioventù, diceva: - Oggi più che mai un sacerdote non può meglio impiegare il suo ministero che a prò dei fanciulli. - E il degno suo successore Leone XIII, fin da quando era Vescovo di Perugia, non mostrava Egli la più sollecita cura a favore della tenera età? Di fatto a che altro mirarono i cosidetti Giardini di S. Filippo Neri, da lui stabiliti nella sua diocesi, se non ad istruire, a custodire, assistere in ogni tempo e luogo, per quanto è possibile, la cattolica gioventù?
L'esperienza, continua lo zelante Prevosto, mi fece finora toccar con mano che, eccettuati rarissimi casi, un giovanetto ben educato, soprattutto amato e piacevolmente trattato dal prete, difficilmente anche in mezzo al mondo diviene nemico della Religione e del Sacerdozio. Le care rimembranze, le dolci amorevolezze ricevute dal ministro di Dio, e i divini insegnamenti avuti da lui, i prudenti consigli, gli serviranno come di forte baluardo contro le dicerie degli empi, che gli dipingono il Sacerdote quale un uomo intollerante, intrattabile, taccagno, un uomo insomma, nemico del popolo, indegno di stima e di rispetto. Lei conosce il Cavaliere tale (e qui gli apriva il nome); ebbene malgrado la sua delicata posizione egli non mostrossi mai avverso, nè alla Chiesa, nè alle sante sue leggi; e, quando occorre, prende le difese dei sacerdoti senza appunto arrossirne. Mesi or sono trovossi ad un gran pranzo, ove secondo l'andazzo dei tempi il discorso venne a cadere contro dei religiosi in generale, e contro del suo parroco in particolare. Egli lasciò dire per un poco, e poi, presa la parola, rispose: « Amici, io nego recisamente le vostre asserzioni. Io conobbi ed usai con quel sacerdote fin dai miei primi studi-di grammatica, e vi so dire che egli è l'amico dei grandi e dei piccoli, un uomo di vita intemerata, di una carità, di una piacevolezza ammirabile, e solo la ignoranza o la mala fede ne può parlare male. Se egli non la sente con noi in materia di politica, perchè fargliene un capo di accusa? Non siano noi forse in tempo di libertà? Vorreste voi incatenargli persino le idee? Riguardo agli altri membri del Clero che voi bistrattate, mi limito a dirvi: Se voi errate così grossolanamente contro uno, sì ben noto e rispettabilissimo, potrò io fidarmi ancora di ciò che tra i bicchieri spumeggianti voi sciorinate contro tutti? - Così il coraggioso signore, alle cui parole molti fecero plauso, e mutossi discorso. La gratitudine verso dell'amorevole sacerdote, le care impressioni dei primi anni lo fecero avvocato di tutti.
» E senza andare in cerca di fatti consimili fuori della nostra parrocchia, sappia, o signore, che di venticinque e più giovani studenti da me pel passato come al presente familiarmente trattati, e che ora sono già impiegati civili in varie città del Regno, un solo fin qui mi mutò faccia, e ruppe ogni commercio col vecchio amico dell'anima sua. Poverino! Fu sedotto e allacciato nelle sètte segrete! Gli altri mi si serbano attaccatissimi ed in più occasioni già s'interessarono per me e per le persone che ebbi loro raccomandate, prestandomi consigli ed appoggi. Quasi altrettanti altri si trovano ora in seno alle loro famiglie, come Ella sa, frequentano la società, e molti fanno parte del Municipio; eppure malgrado i tempi nostri niuno mi diede mai il disgusto di aver consigliata od appoggiata una deliberazione che sapesse tornarmi dispiacevole. Ci vuol altro ancora per convincerci della somma utilità di prendersi cura, ed anche subire pene e fastidii, a fine di accaparrarsi per tempo i giovanetti studiosi?
» Davvero che assai mi addolora quando vengo a sapere che or in questa, or in quell'altra città succedono scandali di matrimonii puramente civili, di morti senza i conforti religiosi, e persino di sepolture sine crux e sine lux
» Per me sono trent'anni che governo questa numerosa parrocchia, ma la Dio mercè non uno degli accennati disordini venne finora ad amareggiare i miei giorni. Imperocchè quei cotali, che sarebbero in maggior pericolo di commettere siffatti scandali fin dai primi loro anni, legati in amicizia col parroco, punto non li commettono, non fosse per altro, che per non disgustarmi. Specialmente poi in pericolo di vita essi mi fanno chiamare di buon grado al loro letto, e quando taluno nol facesse, a me tuttavia sotto colore dell'antica amicizia, riesce facile il prevenirlo con una visita, ed entrare in materia. Or suppongasi che simile ammalato sia un uomo ripieno la testa di pregiudizi contro la Chiesa e i suoi ministri o per discorsi uditi, o per letture fatte, e per soprappiù alieno dal suo pastore; e io le dico che nulla v'ha di più facile che costui muoia senza la religione, o perchè non fa chiamare il sacerdote per tempo, o perchè riguardandolo come uno spauracchio non gli ha confidenza e talvolta ricusa persino di riceverlo ».
Noi non possiamo che applaudire alla condotta ed approvare i saggi riflessi di questo amico della gioventù; anzi preghiamo quei nostri Cooperatori, che hanno l'alto onore di lavorare nel sacro ministero a meditarli, e metterli in pratica secondo le proprie forze. Badiamo pure, mostriamoci pure amorevoli a tutti i giovinetti che ci sono affidati, perchè tutti hanno un'anima egualmente preziosa e redenta dal Sangue di Gesù Cristo, e tutti, chi più chi meno, potranno col tempo rendersi utili alla buona causa; ma usiamo un'attenzione precipua, una benevolenza speciale a quelli di loro, i quali, o per censo, o per istudio, o per impiego potranno un giorno esercitare una maggiore influenza nella famiglia e nella società. Certamente non tutti per vari ragionevoli motivi saremo in grado di usar loro i riguardi, prodigar loro le sollecitudini di cotesto nostro collega ; ma che cosa può mai impedirci dal raccoglierli qualche volta a noi d'intorno, volger loro qulalche parola, esortarli ad accostarsi ai SS. Sacramenti, insomma a far loro intendere che noi li amiamo?
Quando tutti i Parroci, anzi quando ogni sacerdote nella propria sfera lavorasse con questa mira e premesse le pedate dei grandi amici della gioventú, sì, di certo, la restaurazione della cristiana e civile società sarebbe immancabile.
Pagine intime dell'Oratorio ai tempi di D. Bosco.
Un antico allievo dell'Oratorio Salesiano di Torino, il venerando Mons. Giacinto Ballesio, dice che Don Bosco fu « un sole di fede luminosa e pratica, che rischiarava e scaldava l'ambiente del primo suo Istituto, che passa alla posterità col nome di Oratorio per antonomasia ».
E « riesce difficile - egli osserva - in questi giorni di scetticismo, immaginarsi la vita di pietà, di lavoro, di studio, di belle e care cristiane virtù, di santa e soave giocondità del nostro Oratorio! »
Tuttavia l'indagare come si viveva, come si parlava, come si pensava all'Oratorio ai tempi di Don Bosco, è uno studio interessante, tanto per chi vuole intimamente conoscere il suo spirito sacerdotale, come per chi, intento alla propria formazione, anela soprattutto a ricopiarlo.
A tutti offriamo queste pagine, dove presenteremo, un po' alla volta, una serie di documenti che ritrarranno oggettivamente la vita di quei tempi, a noi così cari e omai così lontani.
I.
Come Don Bosco coltivasse le vocazioni sacerdotali.
Il Ven. D. Bosco, avendo un'idea ben chiara della dignità e della missione sacerdotale, si studiava incessantemente di suscitare tra la gioventù molte vocazioni ecclesiastiche. «Oh! se potessi moltiplicare, come vorrei, il numero dei sacerdoti!» andava ripetendo. E di frequente, a questo nobilissimo scopo indirizzava le sue esortazioni in pubblico e in privato. Coglieva ogni occasione per imprimere nella mente e nel cuore degli alunni un giusto concetto della missione sacerdotale.
Apriamo la cronaca dell'Oratorio del mese di maggio 1875, redatta dal Teol. D. Giulio Barberis: e vedremo quanti saggi ammonimenti dava il Venerabile in pochi giorni.
1.
Negli aspiranti al Sacerdozio è necessaria una vocazione disinteressata. - Le congregazioni religiose
sono un porto sicuro pei deboli nella virtù ".
Il 10 maggio - dopo le orazioni della sera, nel sermoncino che soleva tenere quotidianamente agli alunnni - il Venerabile inculcava la necessità di una vocazione disinteressata in chi si fa prete, e additava le Congregazioni religiose qual porto sicuro pei deboli nella virtù:
Ecco il sunto delle parole di D. Bosco:
«Siamo nel bel mese di Maria e di più nella novena dello Spirito Santo. Io vorrei che foste tutti in impegno a far bene questo mese e questa novena, e perciò metteste un'intenzione speciale. Pregate che lo Spirito Santo in questi giorni vi illumini e vi faccia conoscere che cosa voglia il Signore da voi. Pensate tutti alla vostra vocazione; specialmente vi pensino coloro che sono più avanti negli studii. Tenete a niente che è della massima importanza questo punto della vostra vita. Io desidererei che in questa novena, o in quella che immediatamente seguirà in onore di Maria Ausiliatrice, chi si deve decidere, risolva risolutamente. Ma nessuno intraprenda lo stato ecclesiastico se non vi è chiamato da Dio: o nessuno s'incapricci di altro stato, se la voce del Signore lo chiamasse al servizio della sua Chiesa.
» Qui bisogna che vi manifesti un gravissimo errore radicato nei genitori e nei figliuoli, errore che, forse, voi già avrete udito ripetere da persone di qualche autorità: - Fàtti prete, si dice; così avrai una buona posizione in società e potrai aiutare i tuoi genitori. - Carissimi giovani! Non sia mai che alcuno di voi abbracci lo stato ecclesiastico per aiutare i suoi genitori. Se volete far questo, prendete un'altra carriera e così guadagnate pur danari quanti volete! Chi si fa sacerdote, deve lavorare solamente per guadagnare anime a Dio.
» Ancora una obbiezione voglio sciogliere a questo riguardo, che mi fu fatta da parroci e da altre persone ragguardevoli. Dicono costoro: - Come va che D. Bosco suggerisce ad alcuni de' suoi giovani che si facciano preti, purchè abbiano intenzione di ritirarsi in qualche Congregazione religiosa? mentre, se questi giovani dimostrano l'intenzione di stare in mezzo al mondo, suggerisce loro di non abbracciare lo stato ecclesiastico? - La ragione, miei cari giovani, è questa: vi son molti che, se stanno ritirati, praticano la virtù e adempiono con diligenza ai doveri di religione: se invece si trovano anche per brevi istanti nel secolo, essi non sono più capaci di contenersi fra i tanti pericoli che vi s'incontrano e non fanno buona riuscita. Perciò, quando io vedo un giovane, il quale finchè si trova ricoverato nell'Oratorio o in altro Collegio, conduce vita esemplare; ma se va a casa in vacanza cade in molti peccati e ripiglia le opere che faceva prima che venisse nell'Oratorio: e, tornato dalle vacanze, lo vedo mettersi di nuovo sul serio ad adempiere bene i suoi doveri e ad essere assiduo alle pratiche di pietà; e, restituitosi a casa altra volta, ha da lamentare di bel nuovo gravi cadute; oh! allora, chiamato da questo giovane a dar consiglio sulla sua vocazione, gli rispondo fermamente: - Se tu hai intenzione di andare nel mondo come prete, o parroco, o vice-parroco, ecc., assolutamente non entrare nella via del santuario, chè questa sarebbe la via della tua rovina e chi sa di quante altre anime. Se però ti senti inclinato, con fini retti, a farti prete, e ti risolvi a condur vita ritirata in qualche congregazione religiosa, e regolare, volentieri ti consiglio e permetto di farti sacerdote.
» Questo, credetelo, è ciò che diede già a me molti dispiaceri, poichè alcuni mi dicono: - Don Bosco ha suggerito di indossare l'abito ecclesiastico al tale, che poi si dovette cacciare dal Seminario: ha consigliato di farsi prete al tal altro, che ora si vede condurre vita tutt'altro che esemplare. - Ma cotesti critici non sanno come io avessi assicurati quei tali che avrebbero potuto mantenersi buoni chierici e buoni preti, solo qualora avessero fatta vita ritirata. Essi domandavano in quel senso, ed in quel senso loro rispondeva.
» Se voi, o miei cari figliuoli, terrete a mente questi miei avvisi, credo che non avrete nessun umano riguardo nella scelta della vocazione: ma che colui che è chiamato allo stato ecclesiastico lo abbraccerà, e chi non è chiamato ne rimarrà indietro. Così sarete sicuri della strada per cui vi metterete, sicuri della vostra eterna salvezza.
» Raccomandatevi dunque allo Spirito Santo che vi illumini, ed alla Beata Vergine che vi aiuti ».
II.
Le umane miserie e il peccato,
All'indomani, dopo pranzo, Don Bosco passeggiava sotto i portici con diversi chierici, addetti all'insegnamento. Il discorso cadde sulle miserie umane, e si osservava che tutti hanno la loro croce, qual più, qual meno pesante.
Don Bosco, sempre intento ad istruire i suoi amatissimi figli, osservava
» E cosa naturale; tutto procede da quella domanda del Catechismo, dove si dice: - Che effetto fa il peccato originale? - « Fa che veniamo al mondo in disgrazia di Dio, meritevoli dell'Inferno, inclinati al peccato, sottoposti alla morte ed a molte miserie dell'anima e del corpo ». - Alcuni si credono di poter condurre vita felice su questa terra e cercano ogni modo per godersela. Ma quaggiù non si può mai aver vita felice per causa di queste miserie. Più si ha desiderio di felicità e si cerca, più fugge da noi. E ciò che sembra ancor più mirabile si è che tutte le soddisfazioni che ci prendiamo, non servono che a crescere le miserie del peccato di Adamo. Vi ha chi cerca la sua soddisfazione nel mangiare e nel bere, ed ecco che, poco dopo, questo cibo che non si può smaltire, sta sullo stomaco, e quindi indigestioni e dolori. Altri mette la sua soddisfazione nel giuoco ed ecco che se perde, si cruccia; se guadagna, resta maggiormente tentato a giuocare, e questo pensiero del guadagno non lo lascia più riposare. Altri crede di trovare soddisfazione in altri piaceri e ne ha un rimorso che dura tutta la vita. C'è chi va in cerca di onori e, o non li trova, e resta angustiato e avvilito ; o se li trova, resta maggiormente tormentato dall'ambizione, come Amari. L'uomo non si ferma mai nei suoi desiderii: desidera sempre più di quello che ha già conseguito.
» Eh! tutte queste miserie ci fanno proprio esclamare dal più profondo del cuore: Quod aeternum non est, nihil est. E meglio che pensiamo ai premii eterni e ci sembreran vili le cose di questa terra ! ».
In questo mentre - nota la Cronaca - un carrettone passava sotto i portici e Don Bosco, fermato il passo, addita ai chierici il mulo, esclamando: - Comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis. - E domandò ad uno dei chierici: - Tu, Gallo, capisci questo latino? Ecco che cosa fa l'uomo. Pensa solo a cose di terra... e fa peccati. E che cosa fa commettendo peccati ? ma!? rinunzia alla sua ragione, perchè se si ragiona, è impossibile offendere Dio riconoscendolo così grande, cosi buono, così giusto. Se si ragiona, non si cerca più di offenderlo. L'uomo adunque, peccando, per quel momento rinunzia alla sua ragione. E che cosa è che distingue l'uomo dal giumento? La ragione! Per questo dalla Sacra Scrittura l'uomo peccatore viene paragonato al giumento insipiente. Davidde però nel salmo 48 ha queste parole precise: Homo, cum in honore esset, non intellexit. L'uomo, essendo in onore non capì. In che modo l'uomo è in onore? Dice un santo Padre: - L'uomo, innocente od in grazia di Dio, è amico del buon Dio, riceve da lui continui doni e benefizi, è in caso di servirsi bene della sua mente tanto vasta; possiede quindi il più grande tesoro, il più grande onore, che possa darsi al mondo. Eppure! Non intellexit.: non capisce, non ci pensa, non sa d'avere un si gran tesoro e lo deturpa e lo perde commettendo peccati. Iumentis insipientibus comparatur... »
„Chi aspira allo stato ecclesiastico si spogli di ogni amare all'interesse".
Nello stesso giorno (11 maggio) Don Bosco tornò ad insistere, nel sermoncino della sera, su ciò che aveva detto la sera innanzi, riguardo alla vocazione. E perchè le sue parole fossero ascoltate con maggior attenzione, aveva concertato col sac. Giulio Barberis che gli facesse in pubblico alcune obbiezioni. « Mi avvedo ogni giorno più, gli diceva Don Bosco, che coloro che abbracciano lo stato Ecclesiastico son quelli che sono poveri affatto: e, se non si insiste molto, si fanno preti più per aiutare la famiglia e star bene temporalmente, che per vero zelo della salute delle anime. Ed io son di parere che per la Chiesa è più vantaggioso un prete di meno, che uno scandalo di più ».
Infatti, appena Don Bosco fu in cattedra ed ebbe dette alcune parole di introduzione, Don Barberis, interrompendolo, gli chiese permesso di esporre alcune difficoltà su ciò che aveva esposto intorno alla vocazione.
Cominciò dall'osservare: « Ogni fatica deve avere il suo premio; quindi è ben giusto che il prete che lavora possa guadagnare ».
E Don Bosco con espressione cortese:
« È vero quanto tu dici e perciò io non intendo dire che chi lavora nel ministero abbia a digiunare tutto il giorno. Chi lavora deve anche mangiare ed avere tutto ciò che è necessario per vivere. Lo dichiara San Paolo: Qui altari deserviunt, cum altari participant: ma, oltre il vitto, i guadagni del prete vogliono essere le anime e nulla più. Si è sempre veduto che chi cerca gli interessi temporali, ben difficilmente converte molte anime o pensa alla salute eterna di quelle che gli vennero affidate. Invece mostrami un prete al tutto disinteressato che non pensi a far danari, ovvero a provvedere la sua famiglia e vedrai quanto bene, quante conversioni egli farà. È per questo che S. Paolo, non vuole che il prete s'immischi in negozii secolari: Nemo, militans Deo, implicat se negotiis saecularibus... Nemmanco deve pensare a compre, a vendite, a depositi sulle banche; nulla di tutto questo ».
Don Barberis insistè: « Mi permetterà, signor Don Bosco, che avanzi ancora una parola. È chiaro che il prete deve pensare specialmente alla salute delle anime. Tuttavia nei comandamenti della legge di Dio si comanda: Onora il padre e la madre. La parola onorare significa anche soccorrere. Se tutti adunque devono andare a gara nel soccorrere i genitori, tanto più il prete. »
E Don Bosco:
« Io sono contento che si onorino e perciò si soccorrano e il padre e la madre quando sono in bisogno. Ma se tu hai questo fine nel farti prete, lascia la carriera ecclesiastica e dàtti a qualche arte o mestiere, dàtti al commercio o ad altra impresa che sia per te più conveniente: ma non farti prete. Dal momento che tu ti fai prete, divengono tuoi parenti tutti coloro che hanno un'anima da salvare, e tu devi pensare a loro e non ad altro. Il Divin Salvatore ci volle dare questo esempio in un modo proprio splendido, poichè, mentre badava a far del bene alle turbe, essendogli stato detto: - Tua madre è fuori che ti cerca - rispose: - Chi è mia madre? In verità vi dico che coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica, sono mio padre, mia madre, miei fratelli! - Gesù benedetto andò ancora più avanti. Arrivò a dire - Colui che non odia suo padre, sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle, non può essere mio discepolo. - Dimodochè, tienilo bene a mente, la santità dello stato ecclesiastico importa l'assoluto distacco delle cose del mondo. I Teologi sono tutti d'accordo nell'asserire questo Bona clericorum sunt patrimonia pauperum: che i beni dei chierici, e qui la parola chierico vuol dire prete, sono patrimonii dei poveri.
Don Barberis lo interruppe nuovamente
« Mi sembra che non ci sia altro a ridire. Io la pensavo in tutto come Lei, ho insistito solo perchè desiderava qualche risposta precisa, categorica, per coloro che su di ciò mi interrogassero. Mi permetta tuttavia che faccia ancora un'osservazione, che oggi stesso venne fatta a me. Ci sono persone molto autorevoli, di grande studio, ed anche ecclesiastici, che su questo punto non vanno così stretti di maniche, anzi dissero: - Fatti pur prete chè potrai così guadagnare, comperare, farti un capitale ».
E Don Bosco, marcando le parole:
« Lo so che vi sono di costoro, e pur troppo non pochi; e che altri non solo lo dicono, ma lo fanno. Io non vado ad investigare le loro opere. Essi lo faranno in buona fede, o loro sarà stato rivelato qualche altro Vangelo diverso da quello che io conosco. Il fatto sta che il Signore parlò come ti esposi; così S. Paolo; così i santi Padri che commentarono i Libri Santi ».
E continuando con alcuni riflessi, finì con augurare ai giovani, che l'avevano ascoltato attentissimamente, la buona notte.
IV.
Le Missioni.
All'indomani dall'America giungevano all'Oratorio le risposte alle lettere che Don Bosco aveva scritte per le ultime pratiche circa la prima spedizione dei Missionari Salesiani. Dopo aver parlato di quest'impresa col S. Padre e con varii Cardinali e Prelati, Consultori della S. Congregazione di Propaganda Fide, il Venerabile aveva deciso di accettarla e aveva comunicato a Buenos Ayres e a S. Nicolas de los Arroyos il suo consenso formale e il beneplacito del S. Padre.
Quella sera adunque, dopo ché gli alunni ebbero terminato le preghiere, egli saliva di nuovo sulla piccola cattedra sotto i portici. Noi pubblichiamo il sunto delle sue parole, com'è notato nella cronaca:
« Questa sera, miei cari giovani, lasciamo da banda ogni altro argomento. Io ho da parlarvi di una cosa, della quale da tanto tempo aspettate che vi tenga parola. Vi dirò adunque di Buenos Aires e di S. Nicolas ».
- Ah, ah, finalmente! - si gridò da tutte le parti: poi profondo silenzio di viva aspettazione.
« ...Molti mi chiamavano, continuò Don Bosco, se non si trattava più di andare in America, ed io faccio loro sapere che oggi è arrivata l'ultima risposta definitiva. Chi vuol partire, si metta all'ordine. La lettera, giunta poc'anzi, mi dice che l'Alcade di S. Nicolas, carica che presso di noi corrisponderebbe a quella di Sindaco, ricevuto il foglio di accettazione, s'inginocchiò per terra e alzando gli occhi al cielo ringraziò il Signore come di uno dei più grandi favori da Lui concessi a quella città; poi andò egli stesso a darne avviso a tutte le autorità del paese; e subito mi rispose che egli era contento di tutte le condizioni apposte e da quel momento metteva a nostra disposizione il collegio con un terreno atto a pascolare ottomila pecore, con orto, cortili, ecc.
» Vedete dunque come in quei paesi ci sarà da lavorare per ogni fatta di persone. Ci vogliono predicatori perchè si hanno chiese pubbliche da funzionare; ci vogliono professori per le scuole; ci vogliono cantantì e suonatori perchè là si ama tanto la musica; ci vuole chi conduca le pecore al pascolo, le tosi, le munga, faccia il cacio; ci vogliono altre persone per fare tutti gli uffizii di casa.
» Ma quel che è più, miei cari figliuoli, si è questo. Poco lungi da S. Nicolas cominciano le stazioni delle tribù selvaggie, le quali però sono d'indole molto buona e molti di essi dimostrano già buona intenzione di abbracciare il Cristianesimo, purché qualcuno vada a loro insegnarlo. Ma questo missionario ora non si trova e perciò vivono nell'idolatria. Facciamoci adunque coraggio noi, e cerchiamo ogni modo per prepararci ad andare a far del bene in quelle terre.
» Tra poco si sceglierà il personale, e i scelti si metteranno a studiare la lingua spagnuola che è la lingua parlata nella Repubblica Argentina ».
Don Bosco finiva coll'osservare che non fa più paura la distanza di quelle terre; anche le maggiori distanze sono oggigiorno avvicinate dal vapore, dal telegrafo, ecc.
All'Oratorio si recavano spesso, per parlare a Don Bosco, Vescovi e Missionari, provenienti da lontane regioni. Il 13 maggio la Cronaca nota:
«Venne all'Oratorio un altro missionario dell'Asia e narrò che in una provincia di otto milioni di abitanti non àvvi che il proprio Vescovo con otto missionarii.- Un missionario per ogni milione di anime! Quanto bene si potrebbe fare con grandissima facilità, se non mancassero gli operai del Signore... »
Era dunque l'Oratorio un ambiente di fede e di fervore, dove il pensiero della gloria di Dio, della fuga del peccato, e della salvezza delle anime era il pensiero dominante.
Disse bene il Card. Cagliero, l'anno scorso, agli alunni dell'Oratorio la sera innanzi del suo ritorno a Roma: « Don Bosco fondò l'Oratorio e tutte le altre sue opere, unicamente per salvar delle anime ! »
Nel leggere le norme date dal Papa il 19 febbraio, quando si fece predicatore ai predicatori quaresimali di Roma, ho pensato che anche ad un profano fosse lecito illustrarle, perchè Egli stesso implicitamente riconobbe che il gusto e le preferenze dei profani, ossia dei semplici ascoltatori, possono avere influenza sopra i modi di predicazione. Gli era stato detto, come riferì nel discorso, che gli abusi tribunizi d'alcuni oratori sacri si dovevano appunto ad un deplorevole favore di certi uditori verso questi abusi. Per contrario dunque se un uditore esprime diffusamente gusti e preferenze rette, può nel suo piccolo contribuire invece a tenere per quanto è da, lui i predicatori nella via buona. D'altra parte, se c'è un'eloquenza non fatta per brillare in sè, ma per giovare appunto ai profani è la sacra; quindi essi hanno voce in capitolo, come sul cibo che altri apparecchia l'ha chi deve nutrirsene.
Ecco perchè non mi sembra d'essere temerario quando ritengo che le raccomandazioni di semplicità apostolica, fatte dal Papa quest'anno come gli altri anni, ma fatte con un'insistenza maggiore, con una dimostrazione più minuta della sua eccellenza, della sua necessità, della sua corrispondenza agli esempi di San Paolo mi paiono provvidissime. Di questa semplicità la maggior parte degli uditori cristiani ha una sete estrema. Quei predicatori, che abbandonando opportunamente le vuote reboanze accademiche d'un tempo, hanno voluto prendere dalle dispute e dal fraseggiare di moda qualche cosa di più brillante e di più fresco, non hanno per lo più badato che in questo salto dal vecchio al moderno facevano torto a ciò su cui avrebbero dovuto fermarsi, ossia a quello che è perpetuo e che non chiede il proprio valore nè a mode passate nè a mode che passeranno. Facevano precisamente torto al Vangelo, soggetto vero e unico di ogni predicazione, e a quel candore, rifuggente dai puri ragionamenti umani e dalle astruserie anche sacre, con cui si può efficacemente propagare la verità e le virtù di esso. E diciamolo pure; mentre alcuni di questi oratori sacri che si mutavano in conferenzieri religiosi, di soggetto più che di zelo, ebbero tempo e ingegno per farlo bene, almeno umanamente, la maggior parte non ebbe queste facilità; dètte lo spettacolo d'orecchianti del moderno, e riuscì innegabilmente inferiore a quegli uomini delle Università, del Foro, del Parlamento, ai quali avevano voluto somigliare, col nobile scopo di superarne il valore per rettificarne le idee. Così alla decadenza dell'oratoria sacra troppo scolastica e stantìa non si rimediò, ma le si sostituì una decadenza nuova col portare sul pergamo troppo e con troppo frequente impreparazione i soggetti, i ragionamenti, le espressioni che formano il bene e il male, il serio e il non serio della cultura moderna.
Invece il solo terreno dove al predicatore sia assicurata una superiorità di valore, di dignità, di fecondità è quello che il Papa, commentando parola per parola le lettere di San Paolo, ricordava ai quaresimalisti, cioè il terreno delle «manifestazioni di spirito cristiano e di cristiane virtù » nel quale essi devono muoversi senza rendersi nè speciosi nè difficili, ma in modo piano e pratico.
E se io non ho autorità nè veste per dire ai predicatori quanta disposizione al sacrifizio essi sono obbligati a fare per rinunziare a tutte le inconsapevoli illusioni e vanità che favoriscono nell'animo di alcuni di essi il pervertimento dei metodi oratori, mi sento invece il diritto di ricordar loro - specialmente se sono assai più giovani di me e non hanno fatto sopra il pergamo il lungo tirocinio ch'io ho fatto sotto di esso - ch'è un grande sbaglio la supposizione comune del volerci più ingegno a fare delle conferenze mezzo sacre, che a predicare alla buona i precetti evangelici. Prima di tutto l'ingegno è una di quelle cose che non c'è bisogno di cercargli un terreno particolare perchè possa avere impiego. Quando lo si ha, trova modo di uscir fuori sempre, e la semplicità lo può rivelare in un modo più sublime elle non la complicazione delle idee e delle parole. Ma quando questa mia proposizione potesse parere troppo generica e vaga, indicherei subito un punto in cui la predicazione all'apostolica può dar luogo all'esercizio dei maggiori ingegni. Ed è l'insegnamento concerto del modo di applicare le virtù suggerite dal Vangelo; poichè in questo insegnamento può entrare tutta l'esperienza che nel suo ministero e fuori di esso un sacerdote faccia delle colpe, dei difetti, delle propensioni umane; esperienza che varia, quanto al anodo di farla ed esprimerla, a seconda dell'ingegno di chi in un modo o in un altro ha cura e si occupa d'anime. La paura che alcuni giovani hanno di non sviluppare o non dimostrare abbastanza l'intelligenza propria dal pergamo - ed io non giudico qui il lato morale di questa paura- se non fanno sfoggio di erudizione e d'argomentazione laicale o almeno difficile, dovrebbe cadere davanti all'esercizio intellettuale che offre in maniera utile e perfettamente conforme all'apostolato evangelico, l'osservazione attenta della vita umana. E purtroppo questa che s'adatta tanto bene anche alla semplicità, scarseggia per lo più dolorosamente nel linguaggio del pulpito. Quante volte m'è accaduto di parlare a tu per tu con giovani sacerdoti delle lezioni pratiche che avea dato loro il delicatissimo commercio con gli uomini, e di dover riconoscere quanta sapienza essi ne avevano tratto per regolarsi nelle varie contingenze della vita... E io domandavo loro: « Ma perchè quando avete da predicare vi tenete sempre a generico, raccomandando virtù in astratto ad uomini che sembrate figurarvi come esseri astratti, e nei quali nessun uditore può riconoscersi? Perchè non ritenete degno del pergamo quel che ritenete degno d'alte conversazioni private; cioè non fate vedere, come l'avete imparato dalla realtà, quel che gli uomini veramente sono, quali difficoltà oppongono al praticare questa e quella virtù, quale disciplina la può facilitar loro e via discorrendo? Io son sicuro che se conservando la chiarezza e l'umiltà del sermone, dedicandolo tutto a ciò che il Vangelo ci prescrive di fare, voi faceste sentire all'uditorio d'aver camminato ad occhi aperti nelle vie umane, e di poter suggerire, per pratica fatta, quali impulsi si hanno da seguire, quali pericoli da evitare, io sono sicuro che ciascuno riconoscerebbe se stesso nell'uomo dipinto da voi, vi starebbe ad udire con interesse e con ansia, e aiuterebbe il vostro zelo coll'applicare da sè a se stesso ciò che voi andate predicando per tutti. Invece troppo spesso voi, anche quando mettete da parte, com'è vostro dovere, la materia e la trattazione profana, anche quando vi attenete alla stretta sostanza e forma sacra, andate cercando nei libri le singolarità da imitare piuttostochè nell'esperienza vostra le realtà vive da far toccare cori mano. E questa è la ragione intellettuale della inferiorità frequente dell'eloquenza sacra coree eloquenza, e una delle ragioni morali per cui si è tentati di cercare, nell'artificio condannato dal Papa, quel ricco impiego dell'intelletto, che non contrasta punto colla semplicità raccomandata da Lui ».
E in verità, quando egli citava come modello San Paolo, e da San Paolo traeva l'esempio del parlare alla buona, senza apparati di scienza e di modi cattedratici, senza divagare in questioni che agitino l'opinione pubblica, senza darsi a forme di ragionamento adatte a tutt'altre aule che le chiese, Egli si faceva forte non solo dell'Apostolo ispirato da Dio, ma d'uno dei più maravigliosi ingegni che siano passati sopra la terra. Chi non volesse imitare San Paolo per troppo poca docilità verso l'apostolo, farebbe male; ma chi non lo volesse imitare, per paura di far torto all'ingegno proprio, sarebbe meritevole di pietà.
Marchese FILIPPO CRISPOLTI Coop. Sal.
N. d. R. - Questa rubrica è aperta a tutti coloro che avvicinarono Don Bosco e ricordano di aver udito da lui qualche parola, o consiglio, o esortazione, soprattutto per esercitare degnamente il sacro ministero.
VII.
D. Bosco e il B. Cottolengo. Episodi edificanti (2).
Era un pomeriggio di febbraio, rigido e con un cielo coperto e triste, e noi Tommasini della Piccola Casa della Divina Provvidenza facendo la passeggiata attraverso la Piazza d'armi (ora vecchia), appunto dalla parte di tramontana, poco più in su dell'attuale via Fanti, di ritorno incontrammo il Ven. D. Bosco, accompagnato da un sacerdote. Egli camminava lentamente. Sapemmo poi che il Servo di Dio non era allora in tanto buone condizioni di salute. Al vederlo, noi tutti subito subito l'avvicinammo per riverirlo e baciargli la mano, e Don Bosco con amorevole sorriso ci disse: - Oh bravi !... e chi siete voi?... a quale istituto appartenete?...
Rispondemmo che eravamo i Tommasini del Cottolengo.
-I Tommasini del Vén. Cottolengo. Oh i Tommasini del Ven. Cottolengo!... - esclamò egli.
Ed in così dire, sollevando il suo sguardo al cielo, quasi per indicare la dolce soddisfazione che provava al ricordo del nuovo Beato, soggiunse:
- Sappiate, o miei cari, che il primo Tommasino al Ven. Cottolengo gliel'ha condotto D. Bosco.
Il Ven. D. Bosco ci disse ancor altro allora, ma io non lo ricordo più. Quel che allora mi colpì e che pìù non dimenticai, fu che il primo Tommasino veniva condotto al B. Cottolengo dal Ven. D. Bosco. In quell'occasione io contavo dai diciassette ai diciotto anni. Ciò avvenne nell'anno 1886, ovvero nell'anno 1887. Dell'affermazione del Ven. D. Bosco sono così certo, che ora che scrivo mi sembra d'essere ancora accanto al Ven. Padre, di osservarlo in ogni movimento e di sentirne ancora le parole.
Io conosceva già molto bene D. Bosco.
Per motivi di famiglia la mia prima ginnasiale la feci al R. Ginnasio Cesare Balbo in Torino ; e per esortazione del mio buon padre, che era tutto cuore per D Bosco (egli l'aveva conosciuto al Santuario di Sant'Ignazio presso Lanzo in occasione dei SS. Esercizi) nell'anno 1884 ogni giovedì mi recavo al Santuario di Maria Ausiliatrice, e qualche volta anche alla domenica, dove m'accostavo sempre ai SS. Sacramenti. Ricevuta la S. Comunione e udita la S. Messa, immancabilmente ogni volta, passando per la sacristia, discendevo in cortile unicamente per osservare i giovani durante la loro ricreazione. Ciò era per me un vero divertimento e, se debbo dire tutta la verità, io invidiavo quei giovani.
In una di quelle visite vidi passare il Venerabile D. Bosco, circondato da giovani, con cui s'intratteneva allegramente. Senza tante cerimonie mi ficcai anch'io tra loro, togliendomi il berretto. Don Bosco, appena mi vide, mi fissò con una certa qual serietà, indi col solito sorriso, che per me sapeva un dolce rimprovero, mi domandò: - E tu come l'hai passata la notte? Hai dormito bene? - A queste dimande fui sconcertato, fissai anch'io il Venerabile, divenni tutto fiamme in volto, e non diedi risposta di sorta. Tant'è che uno dei giovani mi disse sotto voce: - Rispondi a Don Bosco. - La risposta non la diedi; la parola mi mancò: tremavo, perchè compresi e profondamente compresi che il Ven. D. Bosco conosceva come io ero andato col fratello maggiore a vedere il salto dei cavalli al Vittorio di via Rossini. D'allora in poi, addio teatri! Sì, d'allora in poi di teatri non ne vidi più alcuno, e neppure sentii la voglia di vederne. E quando, seminarista di Torino, venivo coi compagni all'Oratorio per assistere a qualche recita in occasione del carnevale, ricordavo sempre Don Bosco, ed ogni recita, invece d'esser motivo di divertimento, era sempre per me un'ammonizione.
Un altro caro ricordo.
Verso la metà di giugno, sempre del mio primo anno di ginnasio, 1884, mi recai con una naia cugina, presentemente maestra comunale a Ciriè, al Santuario di Maria SS. Ausiliatrice. Nostra intenzione era d'avere dal Ven. D. Bosco una benedizione, io per essere promosso senza esami, la mia cugina per conseguire la patente di maestra elementare. Il Ven. D. Bosco si trovava in quel momento in sacrestia. Ci ricevette affabilmente, e quando seppe il motivo della nostra andata al Santuario, sorrise piacevolmente. Noi ci inginocchiammo ai suoi piedi ed Egli ci accontentò. Poi accarezzandomi la testa disse: - Sì, tu sarai promosso senza esami. - E vòlto alla mia cugina proseguì: - E lei conseguirà presto la sua patente da maestra. State buoni sempre, e pregate molto ! Pregate molto e... pregate anche per me.
Come il Venerabile disse, avvenne. Io fui promosso senza esami, ed anche la mia buona cugina verso la metà di luglio chiudeva splendidamente il suo corso.
Tanto sono lieto di poter attestare in memoria di D. Bosco, nel giorno che si compie la beatificazione del Ven. Cottolengo, nella cui Piccola Casa studiai per tre anni !
Corio Canavese, 29 aprile 1917.
Don PIETRO CERVA.
(1) Ved. il Suppl. IV, pag. 1o2.
(2) Ved. il Boll. Sales. di questo mese, pag. 132.
VIII.
Amabilità nel correggere. - «... Un povero peccatore! »
Come antico allievo del caro D. Bosco, mi prendo la libertà di inviare anch'io qualche piccola nota che può sempre giovare a rendere più illustrata la sua vita di Santo.
Senz'accennare del sant'uomo gli amichevoli, utili, saggi e sicuri consigli che sempre usava nella direzione delle anime e dei cuori, e specialmente delle vocazioni religiose, vorrei dire di lui quanto fosse animato di quel santo zelo che in tutto e da tutto sapeva trarre motivo per indurre le anime ad amar Dio, cercando sempre di sollevare a lui ogni azione ed ogni pensiero.
Lo ricordo come fosse adesso. Era nel giugno del 1879. Mentre tornava dalla scuola di musica - diretta dal sempre caro e simpatico maestro Dogliani - mi vinse una tentazione, sia pure ingenua, chè invece di recarmi direttamente nello studio, salendo le scale, vidi in una camera un pianoforte. Non seppi resistere a quella tentazione. Entrai in quella camera solitaria, e senza badare al disturbo che avrei arrecato ai giovani, cominciai a toccare in qualunque modo quei poveri tasti.
In quel mentre passò D. Bosco. Mi sorprese, e, senza che me ne avvedessi, mi prese subito per le orecchie, ma in un modo così delicato che avrei desiderato ben più a lungo quel castigo.
Confuso ed umiliato, alla presenza di D. Bosco, non seppi cosa dire, ma fu lui il primo a parlare e a darmi in quel mentre le paterne ammonizioni. Mi ricordo che tra l'altro disse
- Vedi, non ti dico male perchè suoni, ma perchè suoni fuor d'ora, essendo tempo di studio. Mentre il buon cristiano, e più il buon giovane, tutto deve compiere secondo l'ordine. Del resto son ben lieto di saperti amante della musica. I musici devono, per me, avere in cielo un luogo privilegiato, dovendo essi più degli altri allietare la schiera celeste. Procura dunque di esser buon musico in terra, ma coll'intenzione ferma e risoluta di essere poi musico anche in paradiso!
Nel settembre del medesimo anno, mentre mi trovavo a S. Benigno per attendere ai SS. Esercizi, mi incontrai in Don Bosco lungo la scala che metteva al corridoio del piano superiore. Era seduto il sant'uomo sopra di un gradino... e dal tutto insieme rivelava che la grande stanchezza gli aveva impedito di continuare la salita, ed accasciato si era come adagiato lungo le scale aspettando rassegnato che alcuno passasse per aiutarlo a proseguire. E dispose la Divina Provvidenza che passassi io, e mi pregò di aiutarlo a salire. E debbo dire quanto volentieri mi sia prestato a quella carità?
Dirò anzitutto che, restando troppo a disagio sollevarlo solo a braccetto, preferii caricarmelo sulle spalle. E si rassegnò anche a questo il sant'uomo. E in quel tratto, che non fu per me di via Crucis, con tutta la soavità e la dolcezza di S. Francesco di Sales mi disse celiando:
- Il Cireneo fu ben più fortunato di te. Egli sollevò Gesù, portandogli per un poco la sua croce. Ma tu che cosa porti? Un povero peccatore... Però se lo fai per amor di Dio, ne avrai lo stesso un bel premio perchè, non devi dimenticarlo mai, Gesù Cristo considera come fatta a sè stesso qualunque cosa che facciamo al nostro prossimo per suo amore.
E ne avrei ben altri e tanti di questi simili episodii, incontratimi nel breve corso dei miei studi ginnasiali fatti nel collegio di Valdocco e sotto la direzione di D. Bosco. Ad ogni modo sarò ben lieto se potrò anch'io porre qualche pietruzza all'edifizio di santità sublime di quel santo uomo.
Castelferro (Alessandria).
Can. GIUSEPPE I,AGUZZI.
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II. (1) Come scriveva ai benefattori.
Questa puntata comprende cinque lettere dello stesso anno, anzi quattro anche dello stesso giorno.
Sono dirette a vari benefattori dei primi Missionari Salesiani in America, donde nel settembre del 1877 era tornato il capo della 1a Spedizione, il Teologo Don Giovanni Cagliero, oggi Cardinale di S. R. C., che aveva recato a Don Bosco lettere di quegli amici lontani e narrato le meraviglie della loro carità.
I. Al Sig. Giuseppe Francesco Benitez.
E la risposta ad una lettera del primo benefattore dei Salesiani in S. Nicolas de los Arroyos, Repubblica Argentina. Il Benitez aveva compiuto da pochi mesi gli ottanta anni. Ammiratore cordiale di D. Bosco, non conoscendo bene l'italiano gli scriveva in latino, e D. Bosco currenti calamo rispose affettuosamente nella stessa lingua.
DILECTO AMICO ET FRATRI IOSEPHO FRANCISCO BENITEZ IN D. S. P.
Quotiescumque epistolas tuas accipio, semper magno animi gaudio afficior. Etenim eloquia tua sunt undique verba amici benevolentissimi, patris amantissimi et perinsignis benefactoris, qui, verbo et opere, filiis Sancti Francisci eorumque Congregationi benefacere exoptat.
Perge itaque, vere amice mi; adiuva filios meos et per ipsos subsidium Catholicae Ecclesiae offeres. At memento caritatem tuam non esse tantum in praesentiarum, sed in futurum, hoc est donec humilis nostra Societas filios habuerit.
Si tamen licet aliquid a te specialiter petere, confidenter dicam. Filii mei, qui Buenos Ayres commorantur, ob pecuniae deficientiam in angustiis versantur; propterea Sacerdos Bodrato mihi scripsit nunc temporis pro se et pro suis non aliud habere vivendi adiumentum praeter Fideliurn oblationes, quae in Ecclesia Matris Misericordiae de die in diem deferuntur. Si commode aliquid poteris, grato animo ut hos filios meos adiuves tibi commendo. Utor verbo si poteris, eo quod satis mihi patefacta sunt beneficia quamplurima, quae tu, sive apud S. Nicolas de los Arroyos, sive in urbe Buenos Ayres, quotidie repandis.
Interim ob tot cumulata beneficia volens te speciali benevolentia prosequi tibique rem gratam peragere, statuam ab initio huius mensis ut per singulos dies ad Beatae Mariae Adjutricis altare una Missa celebretur, nostri Alumni sanctam Comunionem cum aliis precibus pro te ad Deum fundant (1).
Vivito et vale, anima electa, amice fidelis; Deus te sospitem diutissime servet in annos plurimos. Ego vero, donec vixero, rogabo Deum pro te; cum autem Factor rerum ad aeternam patriam me vocaverit, hoc idem facient filii mei in Europa, in Asia, in America per saecula, uti spero. Amen.
Tamquam munus pretiosum alias epistolas, si tibi placet, expecto. Interim roga Deum pro me; et, collectis animis, pugnemus viriliter ut coronemur feliciter.
Iterum vale.
Taurini, pridie Idus Maji 1877.
JOANNES Bosco, Sac.
(1) Don Bosco era di una gratitudine immensa verso i suoi benefattori. La salita promessa, che fa in questa lettera a Francesco Benitez, si trova in varie altre lettere inviate ad altri benefattori.
II.
Ai membri della Confraternita di Mater Misericordiae - a Buenos Aires (2).
Ai Signori: - Romolo Finocchio priore,
al Consiglio e Confratelli di N. S. della Misericordia.
La grazia di N. S. Gesù Cristo sia sempre con voi.
Amen.
La vostra lettera, amatissimi confratelli e figli carissimi, mi portò la più grande consolazione.
Voi fate vedere che avete un buon cuore, e che quanto i Salesiani mi scrissero, ed ora Don Cagliero mi racconta di voi, è assai poco in confronto della realtà. L'accoglienza fatta a Don Cagliero ed a' suoi compagni, è un fatto che resterà incancellabile nei nostri cuori e farà parte della Storia della Congregazione Salesiana. Sì, o miei cari Confratelli, la storia ricorderà a quelli che verranno dopo di noi, che sul finire dell'anno 1875, un'umile schiera di Missionari, colle sole mani in mano, unicamente mossi dal desiderio di fare del bene al loro simile lasciarono l'Europa e si recarono nella Repubblica Argentina. Colà incontrarono degli amici, dei cristiani generosi, i Confratelli della Misericordia. Costoro li accolsero con bontà esemplare, loro offersero alloggio, chiesa e pane, offrirono comodità di celebrare il loro sacro ministero, e così di essere conosciuti, aprire altre e poi altre case a favore della classe più bisognosa della civile società, di pericolanti giovanetti, che se non sono aiutati diventano il flagello della società e per lo più vanno a popolare le prigioni.
Questo bene, questa gloria è dovuta a voi, generosi confratelli. Siatene santamente gloriosi in faccia a Dio e in faccia agli uomini. Presentemente Don Cagliero non può ritornare tra voi, siccome di tutto cuore desidera. Esso è uomo provvidenziale, e dovrà andare ad- iniziare una missione nell'isola di Ceylan e poi un'altra a S. Domingo (1). Di poi, a Dio piacendo, volerà tra voi che siete i suoi primi amici d'America.
Intanto il 14 novembre partirà un'altra schiera di ventiquattro Salesiani che andranno a rinforzare coloro che già lavorano nelle case e nei collegi già aperti, ed anche a rimpiazzare l'anima cara di D. Baccino, da Dio chiamato a godere il premio delle sue fatiche (2). A fare le veci di Don Cagliero avrete zelanti operai, e fra gli altri avrete Don Giacomo Costamagna, assai conosciuto per la sua perizia nella musica, nel canto, nel suono, e specialmente nel predicare. Avvi eziandio D. Milanesio che tra noi fa gran bene alla povera gioventù cogli Oratori festivi.
Essi andranno, e andranno per lavorare a maggior gloria di Dio, e salvare anime fino all'ultimo respiro della loro vita. Ma voi, o cari confratelli, continuate ad usare ai medesimi carità e benevolenza. Compatite i loro difetti, date loro buoni consigli; e quell'aiuto e quel pane che loro porgete, immaginate di darlo all'umile scrivente che voi chiamate padre, mentre vi sottoscrivete col dolce nome di figli.
Le parole di affetto, di stima, di gratitudine
e di ringraziamento, dette a voi, desidero che siano comunicate anche ai vostri compagni, e a tutti quelli che in qualunque maniera fanno del bene ai Salesiani.
Coraggio adunque, o figli amatissimi, continuate ad amare la religione nei suoi Ministri e continuate a praticare questa nostra santa Cattolica religione, sola che possa renderci felici su questa terra, che valga a renderci eternamente beati in cielo.
Se volete farmi cosa veramente grata, scrivetemi ancora altre lettere, e pregate anche per me, che con vera stima e profonda gratitudine vi sono sempre nel Signore,
Torino, 30 settembre 1877.
Aff.mo amico Sac. Gio. Bosco.
(2) Presso la Chiesa di Mater Misericordiae, detta anche degli Italiani, i Missionari Salesiani trovarono la loro prima residenza nella Repubblica Argentine.
(1) Il 31 ottobre 1876 Don Bosco scriveva amabilmente a don
Cagliero: « Avrei proprio bisogno che pel 1877 potessi fare una passeggiata in
Europa, per farne poi un'altra a Ceylan nelle Indie per aprire altra missione
assai importante, dove ci vuole proprio un Castelnuovese... ».
E il 15 luglio 1878 scriveva a D. Luigi Guanella, che in quel tempo era con noi
e si trovava a Trinità di Mondovì: « ... Il Santo Padre ha dato ordine che per
questo anno si faccia una spedizione di Missionari a S. Domingo, dove si tratta
di prendere la direzione del Piccolo e Grande Seminario, della Cattedrale,
della Università. Si sentirebbe, caro D. Luigi, di far parte di questa nuova
spedizione e missione di nuovo genere? La lingua è la Spagnuola ».
(2) Don Giov. Battista Baccino, uno dei primi dieci missionari, morì vittima della sua operosità apostolica in età di 34 anni.
Al Dottor Carranza, Presidente del Consiglio Superiore delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli, a Buenos Aires.
Chiar.mo sig. Dott. Carranza,
Fra i mezzi che Dio in questi tempi suscitò pel bene della Chiesa e della Civile Società, devesi a buon diritto annoverare la pia Società, del cui Superiore Consiglio Ella è degnissimo Presidente. Non parlo del gran bene che questa meravigliosa istituzione va ogni dì operando con insigni opere di carità in Buenos Ayres ed altrove: mi limito ad accennare quello che fece pei Salesiani. Questi Religiosi giunsero in cotesta città, privi di tutto, ricchi soltanto di buon volere. Ma fortunatamente trovarono costi la Società di S. Vincenzo costituita, trovarono dei zelanti confratelli, trovarono il Dott. Carranza. Essi adunque porsero mano ai pellegrini Salesiani, loro offersero protezione, direzione, consiglio; per loro cura i poveri religiosi vennero ricevuti con grande benevolenza, installati nella Chiesa della Misericordia, nella Chiesa della Boca, alla Direzione dell'Ospizio dei poveri giovanetti.
Queste, sig. Dottore, sono tutte opere dei confratelli di S. Vincenzo. Ora le cose sono incominciate; ci vorranno non piccoli sacrifizi, affinchè abbiano lo sviluppo e possano dare quei frutti che a ragione tutti si aspettano. Niente risparmieremo. Qui in Italia preparerò operai evangelici, preparerò capi d'arte idonei, e li invierò tra voi. E voi continuerete loro la stessa protezione, la stessa benevolenza che già avete usato a quelli che li hanno preceduti.
Ma se me lo permette, sig. Dottore, io raccomando l'Ospizio dei poveri fanciulli per arti e mestieri. L'esperienza ci fa persuasi che questo è l'unico mezzo per sostenere la civile società; aver cura dei poveri fanciulli. Raccogliendo ragazzi abbandonati si diminuisce il vagabondaggio; diminuiscono i tiraborse, si tien più sicuro il denaro nella saccoccia, si riposa più quieti in casa, e coloro, che forse andrebbero a popolare le prigioni e che sarebbero per sempre il flagello della civile società, diventano buoni cristiani, onesti cittadini, gloria dei paesi ove dimorano, decoro della famiglia cui appartengono, guadagnandosi col sudore e col lavoro onestamente il pane della vita.
Ella, sig. Dottore, raccomandi ai suoi confratelli l'opera dei poveri fanciulli, come quella che sarà di gran merito in faccia a Dio e in faccia agli uomini.
Mi compatisca, sig. Dottore, se io parlo con troppa confidenza. Le belle cose che il vostro Arcivescovo raccontò dello zelo e dell'abnegazione dei confratelli di S. Vincenzo, me ne dànno l'ardire. Questo venerando Prelato, coi pellegrini Argentini, si degnò di venire ad abitare nell'umile nostra casa di Torino: tutti ci edificò colla sua pietà e scienza, si dimostrò contento di quel poco che sapemmo fare per attestare il nostro ossequio e la nostra gratitudine ad un insigne benefattore. Egli parlò molto di Lei, sig. Dottore, e della Società di S. Vincenzo, e ripetè più volte che questa era l'opera del Signore, da cui sarebbe derivato gran bene alla Chiesa ed allo Stato. Abbiamo anche avuto il piacere di essere visitati dal confratello Dottore Martel, ma egli si fermò poco, sicchè ci mancò tempo di manifestargli i nostri sentimenti di stima e d'affezione quali si meritava e quali noi desideravamo di esternare.
La ringrazio della bella lettera che si degnò di scrivermi e che ricevetti per mano di Don Cagliero. Esso si fermerà in Italia per sistemare alcune missioni a S. Domingo e nelle Indie, di poi ritornerà ai suoi cari amici di Buenos Avres, come caldamente egli desidera. A supplirlo alla Chiesa degli italiani ci andrà D. Costamagna, buon musico e valente predicatore, con D. Milanesio, che si occupa di proposito dei fanciulli pericolanti. Altri preti con due catechisti saranno inviati alla Boca in aiuto di D. Bodratto. La partenza loro è fissata pel 14 del prossimo novembre.
Ora voglia gradire i miei umili ma vivi ringraziamenti: abbia la bontà di estenderli a tutti i suoi confratelli. Abbiano tutti vita felice, e i posteri possano vedere il frutto della loro carità, mentre Dio a tutti terrà preparato il ben meritato guiderdone in cielo.
Mi raccomando in fine alla carità delle sante loro preghiere, e mi professo colla massima gratitudine
D. V. S. Car.ma,
Torino, 3o settembre 1877.
Aff.mo amico in G. C. Sac. GIO. Bosco.
PS. - Il Conte Cays, fondatore delle nostre Conferenze, presidente del Consiglio Superiore di Torino, si fece Salesiano, vestì da prete, e a Dio piacendo, fra pochi mesi sarà sacerdote.
IV.
Al Signor Enrico Fynn, insigne benefattore del Collegio Pio di Villa Colon nell'Uruguay.
Benemerito sig. Enrique Fynn,
É ben giusto che qui dall'Europa un suo beneficato levi le mani al cielo invocando le divine benedizioni sopra di lei, nostro insigne benefattore. Leggiamo con ammirazione le donazioni fatte da S. Clemente, da S. Pudente, da S. Prassede e da molti altri per sostenere i bisogni della Chiesa o per fondare istituti a favore della Religione o della Società. Ora io godo immensamente nel vedere tali fatti rinnovati nel Collegio Pio dalla carità di V. S.. Io nutro viva fiducia che questo atto generoso contribuirà a formare giovanetti nella fede e nel moralità, giovanetti che spargendosi nella civile società saranno ad altri, e poi ad altri, modelli di civiltà e di pietà. Ella poi ne goda in cuor suo, chè tale opera sta già scritta nel libro della vita in cielo, mentre i Salesiani sono gloriosi di scrivere il suo venerato nome nella storia della loro Congregazione. E finchè questa sussisterà, si faranno speciali preghiere per Lei e pel suo figliuoletto caro; e verrà il tempo in cui Ella sarà già nel riposo con Dio in cielo, ma i Salesiani continueranno tuttora la quotidiana loro prece della riconoscenza. La prego di estendere questi miei sentimenti di gratitudine al sig. Lezica e al sig. Lanus, suoi compagni nel bene operare a favore della nascente nostra istituzione.
Don Cagliero prima di ritornare in Montevideo, dovrà andare ad aprire altra missione, ma nel prossimo novembre partiranno otto salesiani e sei suore alla volta di Montevideo per completare il personale del Collegio Pio.
Le noto qui con piacere che alcuni mesi sono, essendomi recato a Roma per pregare il S. Padre a voler gradire che il Collegio di Villa Colon portasse il suo nome, lo gradì assai, e ne benedisse il pensiero. Ma siccome S. S. conosceva la magnificenza di quella località, mi chiese come l'avessi potuta acquistare. Quando poi seppe che era dono di V. S., dimandò varie particolarità della sua famiglia, e poi m'incaricò di comunicarle questa sua particolare benedizione:
Dio benedica quei generosi oblatori, dia loro il centuplo nella vita presente e la vera mercede nella futura. Faccia poi che la carità del genitore passi nel suo figliuoletto Enrique, e così diventi ricco della vera ricchezza del Santo Timor di Dio.
Il medesimo Don Cagliero mi disse che lei si compiacque di mettere-lo stesso suo figlio in collegio e che continua a beneficare l'opera che ha incominciata. Io nutro viva fiducia che, in ricompensa di tanta carità, Dio concederà a questo suo figliuolo che cresca nella sanità e nella virtù, sia la sua consolazione in vita, e le faccia un giorno gloriosa compagnia nel regno dei Beati.
La grazia di N. S. G. C. sia sempre con noi. Lei si degni anche di pregare per me che sono sempre colla massima venerazione,
Di v. S. B.,
Torino, 30 settembre 1877.
Umile Servitore Sac. Gio.: Bosco.
V. A Mons. Giacinto Vera, allora Vicario Apostolico, poi Vescovo di Montevideo (1).
Eccellenza Rev.ma,
Più volte il Dott. Lasagna e gli altri miei religiosi mi scrissero intorno alla sollecitudine che V. E. praticò sia per iniziare, sia per sostenere la Casa di Villa Colón; ma ora che Don Cagliero mi espose di presenza lo stato delle cose, conosco che dopo Dio è dovuto alla efficace sua protezione l'impianto di tale istituto.
Io pertanto le professo la più sentita gratitudine, e tutti pregheremo la Divina Bontà che ci voglia conservare lunghi anni la V. E., nostro insigne benefattore.
Don Cagliero non può subito tornare nella partenza del 14 pross. novembre; e perciò ogni autorità di esso resta conferita al sacerdote Bodratto, parroco alla Boca in Buenos Ayres: ma siccome intendo che tutti i Salesiani siano suoi figli, così qualunque autorità mia sopra di loro la conferisco a V. E. tanto nello spirituale quanto nel temporale, pel tempo che dimorano nella Repubblica dell'Uruguay.
In novembre partiranno sei suore, otto salesiani, per Montevideo; gli altri andranno a Buenos Ayres e a S. Nicolas.
Ella poi mi farà una grande carità, se me ne darà avviso, ogni volta che scorgesse qualche disordine tra i miei Salesiani: farò tosto ogni mio possibile per porvi rimedio. Ci troviamo in principio bisognosi di tutto: Ella ci aiuti colla sua protezione, e noi saremo tante braccia nelle sue mani, che lavoreremo con tutto lo zelo possibile per coadiuvare la E. V. e con Lei promuovere la maggior gloria di Dio.
Mi raccomando umilmente alla carità delle sue preghiere, mentre ho l'alto onore di potermi professare
Di V. E. Rev.ma,
Torino, 3o settembre 1877.
Obbl.mo Servitore
Sac. Gio. Bosco.
(1) Montevideo, oggidi sede arcivescovile, un tempo era sotto la giurisdizione dell'Arcivescovo di Buenos Aires. Il primo Arcivescovo fu Mons. Soler, egli pure nostro grande benefattore.
Il Rev.mo P. Paolo Manna, Direttore delle Missioni Cattoliche » di Milano ha lanciato il progetto di una « Unione Missionaria del Clero » con l'intento di mettere a servizio della S. Chiesa, per la causa dell'Apostolato, l'opera organizzata dei Sacerdoti, affine di promuovere nel popolo cristiano un più vivo interessamento ed una più larga cooperazione a favore delle Missioni tra gl'infedeli.
La splendida idea, formulata oltre un anno fa, è stata oggetto di studi diligenti. Fin dall'anno scorso fu comunicata da S. E. Rev.ma Mons. Guido Conforti, Arcivescovo Vescovo di Parma, a parecchi membri del Sacro Collegio e ad altri illustri prelati che l'approvarono e se ne dichiararono entusiasti. Con sì valido appoggio il progetto fu presentato alla Sacra Congregazione di Propaganda fide, che, dopo averlo favorevolmente accolto per proprio conto, lo umiliò al Santo Padre Benedetto XV.
Ed anche Sua Santità, che tanto si interessa dell'Opera delle Missioni, degnavasi approvare e benedire la nobile iniziativa.
Trattandosi di un'Opera che riguarda tanta parte dell'azione che svolge anche l'umile Società Salesiana, il Successore di Don Bosco, mentre aderisce ad essa con tutto il cuore, la raccomanda anche vivamente ai Sacerdoti Cooperatori.
Eccone lo
STATUTO.
I. A fine di promuovere nel popolo cristiano un più vivo interessamento per l'apostolato della Chiesa fra gl'infedeli ed ottenerne una più generale, attiva ed efficace cooperazione, si è istituita l'UNIONE MISSIONARIA DEL CLERO, posta sotto il patrocinio della SS. Vergine delle Missioni.
II. - Possono divenire membri di questa Unione tutti i sacerdoti secolari e regolari e i chierici studenti di teologia, disposti ad impegnarsi a favorire efficacemente coll'opera e colla parola, a seconda del loro potere, la causa della propagazione della fede. Gli Ecc.mi Vescovi, che aderiranno formalmente all'Unione, saranno considerati Membri Onorari della medesima.
III. - L'Unione sarà diretta da un Presidente e da un consiglio composto di dieci direttori delle principali Unioni diocesane (v. Art. VI, VII) e di un membro per ciascuno degli Ordini o Congregazioni religiose aventi Missioni, i quali aderiranno all'Unione e la favoriranno.
Il Presidente sarà nominato dalla S. Sede e durerà in carica a beneplacito della medesima. L'elezione dei Direttori delle Unioni diocesane a membri del Consiglio verrà fatta dal Presidente d'accordo con i rispettivi Vescovi, e sottoposta alla ratifica della S. Sede. I Membri di Istituti di Missioni, facenti parte di questo Consiglio, saranno nominati dai rispettivi Superiori.
Tutti i consiglieri dureranno in carica per tre anni e potranno essere rieletti.
Fra i Consiglieri il Presidente nominerà un Segretario ed un Cassiere.
IV. - Il Consiglio si riunirà una volta all'anno, nel mese di marzo, in luogo da stabilirsi volta per volta. In questa adunanza si darà il resoconto morale e finanziario dell' Unione; si studieranno i mezzi di dare all'opera un sempre maggior incremento; si esamineranno le proposte, che potranno venire dai Consiglieri o da altri membri dell'Unione e si fisserà la sede dell'adunanza dell'anno successivo. Il resoconto generale e le altre decisioni del Consiglio verranno pubblicati sull'organo dell'Unione.
V. - Dove risiederà il Presidente, ivi sarà la Sede Centrale dell'Unione, donde procederà e verrà diretto tutto il movimento, e dove ognuno potrà inviare la propria adesione, dichiarando la Diocesi alla quale appartiene.
VI. - Quando da una Diocesi si sarà avuto un numero considerevole di adesioni particolari, il Presidente od un membro del Consiglio - previa l'approvazione da parte dei membri già iscritti in quella Diocesi -passerà, in una adunanza del Clero, alla costituzione dell'Unione Missionaria del Clero diocesano. In tale adunanza si concreterà pure l'azione da svolgersi nella Diocesi secondo il Programma dell'Unione.
VII. - Ciascuna Unione missionaria diocesana avrà il suo Direttore locale eletto, dall'Ordinario, e possibilmente, un Comitato diocesano permanente.
I Direttori diocesani dell'Unione dureranno in carica a beneplacito dei rispettivi Ordinari.
VIII. - Sarà compito dei Direttori diocesani favorire col maggior zelo possibile lo sviluppo dell'Unione coll'accrescerne il numero degli aderenti e far sì che il programma d'azione dell'Unione abbia nella loro Diocesi la più ampia ed intensa applicazione. I Direttori diocesani comunicheranno alla Sede centrale i nomi dei nuovi aderenti da essi fatti, ed una volta all'anno, nel mese di gennaio, il resoconto annuale svolto nel loro centro.
LX. - L'Unione Missionaria del Clero terrà, in epoche da stabilirsi, i suoi Congressi sia generali che diocesani. I Congressi generali si terranno ogni cinque o sei anni, per turno nelle principali città. Le adunanze diocesane invece si terranno almeno ogni due anni.
X. - L'Unione avrà il suo Organo in una pubblicazione periodica intitolata : Rivista di Studi Missionari, la quale tratterà teoricamente e praticamente il problema delle Missioni, darà conto del movimento generale di propaganda in favore delle Missioni e si occuperà in ispecial modo dello sviluppo dell'Unione stessa.
XI. - Ogni membro dell'Unione si obbliga a versare alla Sede centrale la quota annua di lire tre. In tale somma è compreso l'importo della Rivista suddetta, che si manderà indistintamente a tutti i membri.
L' Unione Missionaria ha dunque un programma ben chiaro e definito.
Essa si propone di svolgere un'azione ampia, doverosa, organizzata in favore dell'Apostolato della Chiesa in generale, affine di creare e sviluppare nei cattolici la coscienza del dovere che essi hanno di interessarsi della propagazione della fede, per averne quindi spontaneamente la cooperazione in tutte quelle forme che furono già approvate dalla Chiesa.
Il programma dell'Unione si riduce a due punti
1) Propaganda dell'idea Missionaria.
2) Cooperazione pratica all'Apostolato della Chiesa.
La propaganda deve essere fatta anzitutto fra Sacerdoti, poi fra i chierici, indi tra il popolo.
La Cooperazione pratica può essere I) morale: a) favorendo le vocazioni; b) incitando alla preghiera per i poveri infedeli; e) pregando e celebrando per la conversione dei pagani; ed infine d) favorendo gli Istituti di Missioni.
II) materiale: a) promuovendo le Opere della Propagazione della Fede e della S. Infanzia; b) favorendo le altre opere minori sorte per iniziativa dei diversi Istituti per le Missioni; c) aiutando sia qualche missionario e Missione, o Istituto in particolare; d) facendo nell'azione cattolica delle Sezioni Missionarie coll'impegno di mantenere un allievo Missionario, un catechista, o un orfano; e) preparando paramenti sacri; f) facendo le feste Missionarie con solennità.
IMPORTANTE.
La nuova opera, ideata con criteri generali per il bene di tutte le Missioni, non dipende nè moralmente, nè amministrativamente da alcun Istituto di Missioni. Al futuro governo dell'Unione si darà conto della gestione morale e finanziaria dell'Opera durante questo periodo di preparazione.
I sacerdoti, che in questo periodo daranno il loro nome, saranno considerati membri effettivi dell'Unione. Essi potranno intanto svolgere quella azione che crederanno più opportuna, secondo le linee tracciate nel Programma.
La quota personale di L. 3 si deve inviare al momento dell'adesione. La Rivista uscirà, non appena le circostanze lo permetteranno, quando si sarà avuto un considerevole numero di adesioni. Prima di questa pubblicazione i soci saranno tenuti al corrente del movimento per mezzo di un foglio periodico.
Fino a tanto che l'Unione non avrà la sua organizzazione, quale è progettata nello Statuto. le adesioni saranno da inviarsi al R. Paolo Manna, Miss. Ap., a Milano, Via Monte Rosa, 71.
Chi desidera più ampie spiegazioni chieda al Rev.mo P. Manna, o al Rev.mo nostro Rettor Maggiore Don Paolo Albera, Via Cottolengo, 32, Torino, l'opuscolo illustrativo sull'„Unione Missionaria del Clero" e lo avrà gratuitamente.
Fo miei tutti i sentimenti di fede, di stima, di rispetto, di venerazione, di amore inalterabile di S. Francesco di Sales verso il Sommo Pontefice... Intendo che gli alunni dell'umile Società di S. Francesco di Sales non si discostino mai dai sentimenti di questo gran Santo, nostro patrono, verso la Sede Apostolica... Ritengo inoltre che questo si debba fare non solo dai Salesiani e dai loro Cooperatori, ma da tutti i fedeli, specialmente dal Clero.
Ven. Gio. Bosco.
Atti di PP. Benedetto XV.
,,Sacrum Consistorium
I) Il S. Padre il 22 marzo u. s. nell'Apostolico Palazzo Vaticano tenne Concistoro Segreto, e in esso:
a) Pronunciò un'allocuzione, nella quale manifestò il proposito di tenere i Sacri Concistori - come si faceva un tempo -anche solo per la provvista delle Chiese; - annunziò la soppressione della S. Congregazione dell'Indice (Ved. Motu proprio) ;
b) Assegnò la Sede suburbicaria di Velletri all'Em,mo sig. Card. Basilio Pompili, Vicario Generale di S. S.;
c) Provvide ad alcune Chiese e annunziò la provvista di molte altre, già fatta per Bolla o per Breve. - Tra esse ricordiamo le seguenti
Chiesa Metropolitana di Vercelli pel rev.mo Mons. Giovanni Gamberoni, già Vescovo di Chiavari; - Chiesa Tit. Arciv. di Eraclea pel rev.mo Mons. Sebastiano Nicotra, Nunzio Apostolico al Cile; - Chiesa Metropolitana di Sassari pel rev.mo Mons. Cleto Cassani, già Vescovo tit. di Tacia; - Chiesa tit. Arciv. di Efeso pel rev.mo Mons. Lorenzo Lauri, Internunzio Apostolico al Perà; - Chiesa tit. Arciv. di Edessa pel rev.mo Mons. Giovanni Marenco, della Pia Società Salesiana, già Vescovo di Massa, Delegato Apostolico all'America Centrale; - Chiesa Catt. di Andria pel rev.mo Mons. Eugenio Tosi, traslato da Squillace; - Chiesa Catt. di Chiavari pel rev.mo Mons. Serafino, traslato da Biella; - Chiesa Catt. di Biella pel rev.mo Mons. Giovanni Garigliano, già Vescovo tit. di Eucarpio e Ammin. Ap. di Aquila; - Chiese Catt. unite di Chiusi e Pienza pel rev.mo Mons. Giuseppe Conti, Vic. Gen. di Fiesole; - Chiesa Catt. di Tivoli pel rev.mo Mons. Luigi Scarano, Vie. Gen. di Trivento; - Chiesa Catt. di Pesaro pel rev.mo Mons. Bonaventura Porta, Vie. Gen. di Tiferno; - Chiesa Catt. di Gubbio pel rev.mo Mons. Carlo Taccetti, Vic. Gen. di Firenze; - Chiesa Catt. di Boiano pel rev.mo D. Alberto Romita, Arciprete di Modugno (Bari); - Chiesa tit. Vescovile di Isso pel rev.mo don Abramo Aguilera, della Pia Società Salesiana, Vicario Apostolico di Magellano nella Patagonia Cilena; - Chiesa Catt. di Bosa pel rev.mo P. Angelico Zanetti, Provinciale dei Minori in Sardegna; Chiesa tit. Vescovile di Sidone pel rev.mo don Giuseppe d'Alessio, Ausiliare del Card. Arcivescovo di Napoli; - Chiesa tit. Vescovile di Daulia pel rev.mo don Aurelio Bacciarini, Superiore Generale dei Servi della Carità, nominato Amministratore Apostolico di Lugano.
d) Concesse il Sacro Pallio per le Chiese Metropolitane di Vercelli, Sassari, ecc. - (Acta A. S., IX, n. 4, pag. 161).
,,Motu proprio".
Alloquentes proxime -Per affidare al S. Officio la censura dei libri e alla Penitenzieria Apostolica la concessione delle Indulgenze. - 25 marzo 1917.
Compiendo un disegno già concepito dal S. Padre Pio X, il S. Padre Benedetto XV:
a) ha abolito la S. Congregazione dell'Indice, affidando l'incarico che essa aveva alla Suprema Congr. del S. Officio, che avrà un apposita divisione per l'Indice;
b) ha tolto al S. Ufficio tutto ciò che riguardava l'uso e la concessione delle indulgenze, affidandolo alla S. Penitenzieria, salvo jure S. Officii videndi ea quae doctrinam dogmaticana circa novas orationes et devotiones respiciunt. - (Acta A. S., IX, n. 4, pag. 167).
Litterae apostolicae.
I) Compertum nobis - Si concedono indulgenze al Clero Consorziale di Bologna.- 10 dicembre 1916.
I SS. Pontefici Pio IX e Leone XIII di v. m. avevano concesso ad tempus alcune indulgenze all'Associazione suddetta. La rinnovazione della concessione ora è fatta in perpetuo, ut, dice il S. Padre, benemerenti clero Bononiensi singulare sit Nostrae voluntatis pignus. - (Acta A. S., IX, n. 1, pag. 5).
II) Quam anno. - La Chiesa di S. Antonio Abate in Napoli è restituita al S. Ordine Militare Costantiniano. - 13 dicembre 1916.
È un beneficio abbaziale, rimesso sotto l'immediata giurisdizione del Gran Priore dell'Ordine suddetto (Mons. Giov. di Sangro di Casacalenda) e dei suoi successori; i quali, per ciò che riguarda la cura delle anime annessa alla chiesa, dipenderanno dall'Ordinario, come le parrocchie erette nelle Chiese dei Regolari. - (Acta A. S., IX, n. 1, pag. 6).
III) Extat Granatae. - È dichiarata basilica minore la chiesa di S. Giovanni di Dio a Granata. - 2o dicembre 1916.
Il privilegio venne concesso dietro istanza del Provinciale locale dei Fate-bene-fratelli, fondati da S. Giovanni di Dio. -(Acta A. S., IX, n. 1, pag. 7).
IV) Tempia huius almae Urbis. - I Canonici pro tempore della Chiesa dei SS. Gelso e Giuliano di Roma sono dichiarati in perpetuo Capellani secreti honoris. - 16 ottobre 1914.
E la Collegiata dei SS. Gelso e Giuliano al ponte Elio, detta Cappella Pontificia già da tempo antico, che presentemente risiede nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 49)
V) Tempia Dei. - La Chiesa di S. Michele Arcangelo di Piano di Sorrento è dichiarata Basilica minore. - 10 dicembre 1914.
Il santuario è tra i più celebri in onore di S. Michele; risale al X secolo, ed è sede di una insigne Collegiata. - (Acta A. S., IX, n. 2 pag. 5o).
VI) Cum antiquius. - L'Associazione delle Dame Sacramentine di Catania è innalzata ad Arciconfraternita con facoltà di aggregare in tutta la Sicilia. - 8 gennaio 1915.
L'Associazione delle Dame Sacramentine fu eretta nel 1900, a Catania, nella chiesa di S. Euplio, soprattutto per promuovere frequenti visite a Gesù in Sacramento. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 51).
VII) Benigne annuentes. - È concessa indulgenza plenaria per la festa dei BB. Agatangeloe Cassiano. - 11 agosto 1915.
La festa dei BB. Agatangelo e Cassiano ricorre il 7 agosto: e l'indulgenza si può lucrare da tutti i fedeli, visitando in tal giorno, alle solite condizioni, qualunque chiesa dei Frati Minori. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 53).
VIII) Cum in sancta. - Son concesse indulgenze plenarie e parziali alle Associazioni intitolate « Foedus Missae quotidianae », erette e erigende in Irlanda. - 16 settembre 1915.
Nell'Irlanda risale ai tempi più antichi del Cristianesimo una divozione particolare alla SS. Eucaristia. Il Foedus Missae quotidianae dovrebbe sorgere in ogni parrocchia. Raccoglie i fedeli che si propongono di andare a messa ogni giorno. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 53).
IX) Divinum praeceptum.- Si concede al Seminario Arcivescovile di Buenos Aires la facoltà di conferire gradi accademici in Filosofia e in Teologia. - 23 dicembre 1915.
Il Seminario Metropolitano di Buenos Aires, eretto dalle fondamenta dopo il Concilio LatinoAmericano celebratosi in Roma nel 1899, è sede di un corso di studi sacri, ben ordinato e fiorente, così da meritarsi l'accennato favore. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 55).
X) Eximia fidelium.- Il Tempio della B. V. del Pino a Las Palmas è dichiarato basilica minore. - 13 gennaio 1916.
La divozione alla Beata Vergine ha suscitato insigni monumenti d'arte in tutte le terre. Las Palmas è la città capoluogo delle Isole Canarie. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 57).
XI) domani Pontifices. - Il piccolo Santuario della B. V. Addolorata, detto « al Fiumicello », a Napoli, è dichiarato Santuario Pontificio.- 18 gennaio 1916.
L'immagine dell'Addolorata, che si venera in detto Santuario, venne solennemente incoronata nel 1900, dal Card. Arcivescovo, in nome e per autorità di Pio X, nel Duomo di Napoli. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 58).
XII) Nihil est profecto. - La Confraternita « Lega del Vangelo » di Montmagny, Diocesi di Versailles, è innalzata ad Arciconfraternita, con facoltà di aggregare in tutto il mondo. - 16 febbraio 1916.
La « Lega del Vangelo», dice il S. Padre, eo praecipue spectat ut S. Evangelii cognitio longe lateque diffundatur, ejusque mandata fideliter adimpleantur. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 59).
XIII) Romanorum Pontificum. - Sono indulgenziate alcune preghiere per impetrare l'unione della Chiesa. - 25 febbraio 1916.
I Pontefici Romani hanno sempre zelato l'unione nella Chiesa e il ritorno dei scismatici all'unità della fede. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 61).
XIV) Rhedonensi in Urbe. - La chiesa del SS. Salvatore e della B. V. dei miracoli e delle virtù, nella città di Rennes, è dichiarata Basilica minore. - 27 aprile 1916.
Detto tempio illustre fu sovente visitato dal Beato Giovanni Eudes nel secolo XVI, e nel XVII dal B. Grignion de Monfort. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 63).
XV) Conspicua Dei templa - La chiesa parrocchiale di S. Albino V. e C. e della B. V. M. delle Buone Novelle, nella città di Rennes, è dichiarata Basilica minore. - 27 aprile 1916.
La B. Vergine delle Buone Novelle (de bonis nuntiis) riscuote nella città di Rennes un culto tenerissimo. -- (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 64).
XVI) Dilectus Filius Noster. --Si concedono indulgenze plenarie e parziali alle Società della Verità Cattolica (Catholic Truth Society) istituita in Inghilterra, con speciali privilegi per i sacerdoti. - 2 maggio 1916.
La Società «della Verità Cattolica » promuove il Cattolicismo soprattutto colla diffusione di buoni libri (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 66).
XVII) Rector Ecclesiae B. M. V. - Si concedono alcune indulgenze ai fedeli di Perth, diocesi di Dunkeld, per la recita di tre Ave per la conversione della Scozia. - 13 maggio 1916.
I fedeli di Perth hanno la pia usanza di recitare pubblicamente nella chiesa della B. V. del Soccorso tre Ave al fine suddetto. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 68).
XVIII) Basilicae B. M. V. - Il Santuario della. B. Vergine di Monte Berico è arricchito d'indulgenze e privilegii. - 20 maggio 1916.
La Basilica di Monte Berico (Vicenza) è tra i più celebri Santuari Mariani. L'accennata lettera Apostolica contiene l'elenco delle Indulgenze e dei Privilegi speciali di cui essa gode, oltre quelli comuni alle chiese dei Serviti, da cui è ufficiata. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 69).
XIX) Honorificentissimum magisterium. - È concesso al Principe Don Alessandro Ruspoli il titolo nobilissimo di Gran Maestro dell'Ospizio del Palazzo Apostolico. - 28 maggio 1916.
È un riconoscimento delle benemerenze dell'Ecc.mo Patrizio Romano e della Ecc.ma Casa, cui appartiene. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 72).
XX) Quae ad fovendam. - È indulgenziata la giaculatoria: « Santissima Vergine di Montenero, pregate per noi. » - 2 luglio 1916.
L'indulgenza concessa è di 300 giorni ogni volta - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 73).
XXI) De more Romanorum Pontificum. -La pia opera dell'Apostolato della Carità, eretta nella Casa Madre delle Sorelle dei Poveri in Siena, è dichiarata Primaria, e si concede ai loro Superiori la facoltà di aggregare in tutto il mondo nelle case di detto Istituto. - 28 luglio 1916.
La suddetta Pia Opera è una delle Associazioni dirette a promuovere opere di pietà e carità fra il popolo cristiano. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 74)
XXII) Quum magis. - La Pia Unione della B. Regina degli Angeli, eretta nell'Abbazia di Einsiedeln, è elevata ad Arciconfraternita con facoltà di aggregare in tutta la Svizzera. - 24 agosto 1916.
La Pia Unione, oltre le preghiere comuni a simili Associazioni, ne fa delle particolari per l'incolumità del Romano Pontefice e la prosperità di tutta la Chiesa. - (Acta A. S., IX, n. 2, pag. 75).
XXIII) Centesimo hodie. - Della distinzione data dal S. Padre alla bandiera dei Gendarmi Pontifici, che di sua mano decorò di due medaglie d'oro. - 22 ottobre 1916.
Le due med