PERIODICO MENSILE PER I COOPERATORI DELLE OPERE E MISSIONI DI S. GIO. BOSCO

BOLLETTINO SALESIANO

Anno LX - N. 10 - OTTOBRE 1936 - XV

SOMMARIO: Missioni e Missionari... - Il discorso del Papa ai Profughi spagnuoli. - Sotto la cupola dell'Ausiliatrice. - Dalle nostre missioni: Rio Negro - Porto Velho - Equatore - Giappone. - Un'anticaglia che sostiene una istituzione mondiale. - Grazie. - Lettera di D. Giulivo ai giovani. - Necrologio.

Missioni e Missionari...

Ottobre, mese missionario! La Chiesa, con inalterabile passione di carità cristiana, mobilita tutti i fedeli per la grande Giornata missionaria del prossimo 18 ottobre. Mentre le orde dei Comunisti, rinnegata ogni fede, sovvertono venti secoli di civiltà cristiana e le straziano il cuore con barbarie inaudite massacrandole vescovi, sacerdoti, fedeli, religiosi e suore in Paesi d'Europa e d'America, superando la ferocia delle persecuzioni anteriori, nell'eroica Nazione Spagnuola, essa ascolta il grido di milioni e milioni di anime, non ancor redente dal Sangue di Cristo e, soffocando l'angoscia dei giorni che passa, protende il conforto materno alle più lontane regioni, organizzando una santa crociata di preghiere e di aiuto alle diverse missioni, spronando tutti i suoi figli al nobile apostolato con nuove indulgenze e celesti favori. È del 14 aprile 1926 il Rescritto con cui il S. Padre Pio XI concesse l'indulgenza plenaria, applicabile anche ai defunti, a tutti i fedeli che nella Giornata missionaria si accosteranno alla santa Comunione e pregheranno per la conversione degli infedeli. Ora, per animare anche i cattolici delle regioni in cui non è ancor possibile celebrare ufficialmente la giornata missionaria, nell'udienza accordata all'Em.mo Cardinale Penitenziere Maggiore il 14 marzo u. s., Sua Santità ha benignamente concesso che anche tutti gli altri fedeli che vivono in paesi ove non si celebra ancora la Giornata missionaria, possano individualmente lucrare: 1) l'indulgenza parziale di sette anni, visitando con cuore contrito qualche chiesa o pubblico oratorio e pregando per la con versione degli infedeli; 2) anche l'indulgenza plenaria, aggiungendo alle pratiche suddette la Confessione e la Comunione. La risposta dei cattolici, quest'anno, dev'essere ancor più generosa! L'eroismo dei fratelli che muoiono nella Spagna, che soffrono eroicamente nelle varie nazioni ove infierisce la persecuzione, deve commuovere profondamente quanti apprezzano il dono della fede e vedono le rovine dell'ateismo e del neopaganesimo: deve eccitarli a moltiplicare i loro sforzi per facilitare la evangelizzazione e la civilizzazione di tante anime che anelano alla vita ed alla grazia di Cristo. Anche perché l'ardore con cui i popoli infedeli, trascurati o sfruttati dai sovvertitori della civiltà cristiana, invocano la luce del Vangelo, è il più grave mònito e il maggior conforto per le anime nostre nell'ora presente.

Gli atei, gli apostati, i comunisti uccidono: gli infedeli implorano missionari e missionarie; quelli disprezzano i tesori della fede, questi li invocano ansiosamente; quelli rigettano la civiltà secolare per tornar barbari e selvaggi, questi sentono l'onta e il tormento della loro misera condizione e si rivolgono a Cristo, via, verità e vita! Oh, non li deludiamo nelle loro speranze, non li abbandoniamo alla loro sorte.

Sensibile più che mai all'appello, il Successore di S. Giovanni. Bosco, il nostro Rettor Maggiore, ha allestito quest'anno una delle spedizioni più numerose di missionari: duecentodue Salesiani e trentadue Figlie di Maria Ausiliatrice partiranno entro questi mesi per le diverse regioni. E la prima domenica di ottobre, sacra alla Vergine del Rosario, quelli che non avranno dovuto anticipare la partenza riceveranno il saluto ufficiale nella Basilica di Maria Ausiliatrice. La cara funzione tradizionale si svolgerà con tutta la suggestività del rito, sotto lo sguardo della Madonna, presso l'Urna di Don Bosco, verso le ore 17. I Cooperatori che lo possono sono senz'altro invitati ad assistere ; tutti gli altri si uniscano in ispirito a noi e di aiutino colle loro preghiere e con qualche elemosina a condurre a termine felicemente anche questa spedizione.

Il discorso del Papa ai Profughi spagnuoli.

La vostra presenza, dilettissimi figli, profughi dalla vostra e Nostra cara e tanto tribolata Spagna, Ci desta in cuore un tumulto di così contrastanti ed opposti sentimenti, che è assolutamente impossibile dar loro adeguata contemporanea espressione. Dovremmo ad un tempo piangere per l'intimo amarissimo cordoglio che Ci affligge, dovremmo esultare per la soave e fiera gioia che Ci consola ed esalta.

Siete qui, dilettissimi figli, a dirCi la grande tribolazione dalla quale venite (Apoc., VII, 14); tribolazione della quale portate i segni e le tracce visibili nelle vostre persone e nelle cose vostre, segni e tracce della grande battaglia di patimenti che avete sostenuto, fatti voi stessi spettacolo negli occhi Nostri e del mondo intero (Hebr., X, 33); voi derubati e spogliati di tutto, voi cacciati e cercati a morte nelle città e nei villaggi, nelle abitazioni degli uomini e nelle solitudini dei monti, proprio come vedeva i primi martiri l'Apostolo, ammirandoli ed esaltandosi di vederli fino a lanciare al mondo quella fiera e magnifica parola che lo proclama indegno di averli: quibus dignus non erat mundus. (Hebr., XI, 38).

Venite a dirCi il vostro gaudio d'essere stati ritenuti degni, come i primi Apostoli, di soffrire pro nomine Iesu (Act., V, 41); la vostra beatitudine, esaltata già dal primo Papa, coperti di obbrobrii nel nome di Gesù, e perchè cristiani (I Petr., IV, 14); che direbbe Egli, che possiamo Noi dire per vostro encomio, venerandi Vescovi e Sacerdoti, perseguitati ed offesi proprio ut Ministri Christi et dispensatores mysteriorum Dei ? (ad Cor., IV, 1).

È tutto uno splendore di cristiane e sacerdotali virtù, di eroismi e di martirii; martirii veri in tutto il sacro e glorioso significato della parola, fino al sacrificio delle vite più innocenti, di vecchiaie venerande, di giovinezze in primo fiore, fino alla intrepida generosità che chiede un posto sul carro e colle vittime che il carnefice attende.

È in questa luce sovrumana che Noi vi vediamo, e vi diciamo la sacra e venerabonda ammirazione di tutti quelli che anche non possedendo la nostra Fede, dilettissimi figli, nella quale sta la segreta divina virtù che quella luce accende ed alimenta da venti secoli, conservano senso di umana dignità e grandezza. Ammirazione di tutti, dilettissimi figli, ma particolarmente Nostra, di Noi che, in grazia della universale paternità, dal supremo Padre di tutti partecipata, possiamo e dobbiamo applicarCi la bella divina parola: filius sapiens laetificat patrem (Prov., XV, 20); che abbracciando collo sguardo e col cuore voi e tutti i vostri compagni di tribolazione e di martirio, possiamo e dobbiamo dirvi, come l'Apostolo ai vostri primi predecessori in gloria di martirio: gaudio mio e corona mia; (Philip., IV, 1) nè soltanto mia, ma di Dio stesso che, secondo la lieta e gloriosa visione del grande Profeta, con la grazia Sua si è fatto di Sua mano di ciascuno di Voi una corona di gloria ed un diadema di regno: et eris corona gloriae in manu Domini, et diadema regni in manu Dei tui (Is., 62, 3).

Che magnifica riparazione cotesta che voi, dilettissimi figli, avete offerto e venite ancora offrendo alla divina Maestà, in tante parti ed anche in Spagna da tanti disconosciuta, denegata, blasfemata, respinta ed in mille orrendi modi offesa. Quanto opportuna, provvidenziale e a Dio gradita la vostra riparazione di fedeltà, di onore e di gloria, in questi nostri giorni ai quali era riserbato di udire il nuovo orrendo grido: senza Dio, contro Dio...

Ma tutti questi splendori e riflessi di eroismi e di gloria, che voi, dilettissimi figli, Ci presentate e richiamate, per fatale necessità Ci fanno tanto più chiaramente vedere come in una grande apocalittica visione le devastazioni, le stragi, le profanazioni, gli scempi dei quali voi, dilettissimi figli, siete stati e testimoni e vittime.

Orrende stragi. I fratelli hanno ucciso i fratelli.

Quanto vi è di più umanamente umano e di più divinamente divino, persone sacre e sacre cose ed istituzioni; tesori inestimabili ed insurrogabili di fede e di pietà cristiana insieme che di civiltà e d'arte; cimeli preziosissimi, reliquie santissime; dignità, santità, benefica attività di vite interamente consacrate alla pietà, alla scienza ed alla carità; altissimi sacri Gerarchi, Vescovi e Sacerdoti, Vergini sacre, laici d'ogni classe e condizione, venerande canizie, primi fiori di vita e l'istesso sacro e solenne silenzio delle tombe, tutto venne assalito, manomesso, distrutto nei più villani e barbari modi, nello sfrenamento tumultuario, non più visto, di forze selvagge e crudeli tanto da credere incompossibili, non diciamo con la umana dignità ma con la stessa umana natura, anche la più miserabile e la più in basso caduta.

E al di sopra di quel tumulto e di quel cozzo di sfrenate violenze, attraverso gli incendi e le stragi, una voce porta al mondo la novella veramente orrenda: « i fratelli hanno ucciso i fratelli... ». La guerra civile, la guerra fra i figli dello stesso paese, dello stesso popolo, della stessa patria. Dio mio! La guerra è sempre - sempre anche nelle meno tristi ipotesi - così tremenda e inumana cosa: l'uomo che cerca l'uomo per ucciderlo, per ucciderne il maggior numero, per danneggiare lui e le cose sue con mezzi sempre più potenti e micidiali... che dire quando la guerra è tra fratelli? Fu ben detto che il sangue di un solo uomo sparso per mano del suo fratello è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra (A. MANZONI, Osservazioni sulla morale cattolica, cap. VII); che dire in presenza delle stragi fraterne che ancora continuamente si annunciano ?

E c'è una fraternità che è infinitamente più sacra e più preziosa della fraternità umana e patria; è quella che unisce nella fratellanza di Cristo Redentore, nella figliuolanza della Cattolica Chiesa che di Cristo stesso è il Corpo Mistico, il tesoro plenario di tutti i benefici della Redenzione. È appunto questa sublime fraternità, che ha fatto la Spagna Cristiana, è questa che ebbe ed ha ancora maggiormente a soffrire nelle presenti sciagure. Si direbbe che una satanica preparazione ha riaccesa, e più viva, nella vicina Spagna quella fiamma di odio e di più feroce persecuzione confessatamente riserbata alla Chiesa ed alla Religione Cattolica, come l'unico vero ostacolo al prorompere di quelle forze che hanno già dato saggio e misura di sè nel conato per la sovversione di tutti gli ordini, dalla Russia alla Cina, dal Messico al Sud-America, prove e preparazioni, precedute, accompagnate incessantemente da una universale, assidua,. abilissima propaganda per la conquista del mondo intero a quelle assurde e disastrose ideologie, che, dopo aver sedotto e fermentate le masse, hanno per fine di armarle e lanciarle contro ogni umana e divina istituzione, ciò che per fatale necessità non mancherà di avvenire, e nelle peggiori condizioni e proporzioni, se per falsi calcoli ed interessi, per rovinose rivalità, per egoistica ricerca dei singolari vantaggi, tutti quelli che debbono non corrono ai ripari, forse già di troppo ritardati. Partecipi di quella universale, divina paternità, che abbraccia tutte le anime da Dio create, dal sangue di un Dio redente, e tutte a Dio destinate, paternità che tanti e così sublimi vincoli e doveri aggiunge a quelli dalla umana solidarietà, non possiamo a meno di esprimere ancora una volta, in questa adunata, che la vostra presenza, dilettissimi figli, rende tanto solenne e commovente, nella sacra sublimità delle vostre sofferenze, esprimere, diciamo, il Nostro paterno cordoglio, come in genere per tanti mali ed eccidii, così più particolarmente per tanta strage tra fratelli, per tante offese alla dignità ed alla vita cristiana, per tanto scempio della più sacra e preziosa eredità di un nobilissimo popolo ed a Noi singolarmente caro.

Ammonimenti per tutti.

Ma i fatti, che la vostra presenza, dilettissimi figli, richiama ed attesta, non sono soltanto successione impressionante di distruzioni e di stragi; essi sono anche una scuola dalla quale gravissimi insegnamenti si proclamano all'Europa ed al mondo intero. Al mondo ormai tutto quanto percorso, irretito e sconvolto dalla propaganda sovversiva, e particolarmente all'Europa già così profondamente sconvolta e così fortemente scossa, i tristi fatti di Spagna dicono e predicono ancora una volta fino a quali estremi sono minacciate le basi stesse di ogni ordine, di ogni civiltà e di ogni coltura.

Vero è che questa minaccia è più grave e mantenuta più viva ed operosa da più profonda ignoranza e disconoscimento della verità, da vero e satanico odio contro Dio e contro l'umanità da Lui redenta, all'indirizzo della Religione e della Chiesa Cattolica. È questo un punto tante volte ammesso e, come già accennammo, confessato, che è affatto superfluo insistervi Noi davvantaggio, tanto più data la spaventevole eloquenza dei fatti di Spagna al proposito.

Non superfluo invece, anzi opportuno e purtroppo necessario e per Noi doveroso, è mettere in guardia tutti quanti contro l'insidia con la quale gli araldi delle forze sovversive cercano di far luogo a qualche possibilità di avvicinamento e di collaborazione da parte cattolica, distinguendo fra ideologia e pratica, fra idee ed azione, fra ordine economico e ordine morale: insidia estremamente pericolosa, trovata e destinata unicamente ad ingannare e disarmare l'Europa e il mondo a tutto favore degli immutati programmi di odio, di sovversione, di distruzione che li minacciano.

Vero è anche che con questa rinnovata rivelazione e confessione di odio privilegiato contro la Religione e la Chiesa Cattolica nei lagrimevoli fatti di Spagna, si offre all'Europa ed al mondo anche un altro insegnamento, prezioso e sommamente salutare questo, per chi non voglia chiudere gli occhi alla luce e perdersi. È dunque ormai certo e chiaro fino all'evidenza, a confessione appunto di queste forze sovversive che tutto e tutti minacciano, che l'unico vero ostacolo all'opera loro è la dottrina cristiana, è la pratica coerente della vita cristiana, come dalla Religione e dalla Chiesa Cattolica vengono insegnate e comandate.

È come dire certo ed evidente che dove si combatte la Chiesa e la Religione Cattolica e la sua benefica azione sull'individuo, sulla famiglia, sulle masse, si combatte in unione con le forze sovversive, per le forze sovversive e per lo stesso fatale risultato. È come dire che dove con procedimenti insidiosi o violenti secondo i casi, con distinzioni fittizie e insincere fra religione cattolica e religione politica, si frappongono difficoltà, ostacoli ed impedimenti al pieno sviluppo dell'opera e dell'influsso della Religione e della Chiesa Cattolica secondo il divino mandato che la accompagna ed autorizza, nella stessa misura si facilita e si favorisce l'influsso e l'opera deleteria delle forze sovversive. Non è la prima volta che Noi facciamo e raccomandiamo a tutti - specialmente a tutti i responsabili - queste gravissime considerazioni. In un momento così importante della storia dell'Europa e del mondo, ormai non lontani Noi dal rendiconto supremo, abbiamo voluto profittare della vostra presenza per rinnovarle; nessuna testimonianza più autorevole della vostra, dilettissimi figli, di voi che in voi stessi ed in quanto vi è più caro, nella patria vostra, avete esperimentato le sciagure e i mali che a tutti si minacciano.

Accuse infondate e calunniose.

Si è detto in questi ultimi giorni che Religione e Chiesa Cattolica si sono mostrate impari e inefficaci contro quelle sciagure e quei mali, e si è creduto di darne prova coll'esempio della Spagna e non di essa sola.

Quadra pienamente a questo proposito l'osservazione di A. Manzoni: «per giustificare la Chiesa non è mai necessario ricorrere a degli esempi: basta esaminare le sue massime » (Loc. cit). L'osservazione è evidente oltrechè solida e profonda.

Dateci infatti una società nella quale abbiano sinceramente libera ed incontrastata diffusione le massime che la Chiesa e la Religione Cattolica continuamente insegnano e intimano con forza di leggi e di essenziali direttive come da Dio volute e da Dio controllate e sancite a norma della condotta e dignità individuale, della giustizia privata e pubblica, sociale e professionale, della santità della famiglia, sull'origine e sull'esercizio dell'autorità sociale e di ogni superiorità, sull'umana fraternità divinizzata in Cristo e nel Suo Corpo mistico la Chiesa, sulla dignità del lavoro sublimato fino al divino compito della espiazione e della redenzione nell'attesa di ineffabili immanchevoli ricompense, sui doveri della mutua carità, della quale unica regola, unica norma il bisogno ed il bene del prossimo sentiti e misurati da un amore che non può avere limiti, perchè simile all'amore al quale Dio stesso ha diritto; dateci una società nella quale abbiano pieno e incontrastato influsso e dominio queste massime e tutti quegli altri principii teorici e pratici che ad esse si ricollegano come loro presupposti, loro legittime derivazioni, e doverose applicazioni, e Noi domandiamo con che cosa e come possono Chiesa e Religione Cattolica più e meglio contribuire al vero benessere individuale, domestico e sociale. E più e meglio fanno, fornendo e procurando a tutte le buone volontà i mezzi onde ricavare da quelle massime e da quei principii tutto il pratico bene di cui contengono il segreto e la forza produttiva, mercè la grazia divina, e strumenti e veicoli di essa, la preghiera, i sacramenti, la vita cristiana. Restano le terribili possibilità di negligenza, di inerzia, di resistenza, di opposizione che fanno capo alla libertà umana; e quante tristi cose trovano qui la loro origine non solo senza alcuna complicità della Religione e della Chiesa Cattolica, ma in piena ed incessante contradizione ed opposizione a quanto esse insegnano e procurano in ogni modo a loro possibile di tradurre in atto, cioè in vite cristianamente vissute.

Ostacoli deleteri.

Ma vi sono e non possiamo non almeno accennare anche ad altre spiegazioni ed origini di quello che vuolsi attribuire ad insufficienza ed inefficacia della Religione e della Chiesa Cattolica. Che cosa può. fare la Chiesa Cattolica se non deplorare, protestare e pregare, quando e dove ad ogni piè sospinto si vede contrastato ed impedito il passo verso la famiglia, la gioventù, il popolo, vale a dire proprio negli ambienti che più abbisognano della sua presenza e della sua funzione di Madre e di Maestra ?

Che altro può fare la Chiesa Cattolica quando e dove la stampa cattolica, destinata alla diffusione, esposizione e difesa delle massime genuinamente cristiane che solo la Chiesa Cattolica possiede ed insegna, sola conservatrice del genuino e integrale cristianesimo, si vorrebbe relegata nel tempio e nel pulpito sempre più angustiata e sospettata, mentre ogni libertà, ogni favore od almeno ogni tolleranza è riservata alla stampa che sembra avere il mandato e il proposito di confondere le idee, falsare e sofisticare i fatti, spargere sospetto e discredito contro la Chiesa, le cose e persone sue, le sue massime e le sue istituzioni, fino a predicare invece cristianesimi e religioni di nuovo conio ? E quanto viene impedita e paralizzata l'influenza e l'opera benefica della Religione e della Chiesa Cattolica da tanti impedimenti che quasi rendono impossibile la pratica della vita cristiana e l'adempimento dei doveri che la Chiesa impone ad alimento della vita interiore e spirituale, in questa ridda incessante e vertiginosa che ai tempi nostri trattiene e travolge la gioventù, e non essa sola, in cose esteriori e materiali; e ancora più e peggio da questo generale dilagare di una immoralità che ogni dì più tende ad infrangere ogni freno di legge, che già sembra aver spento in tante anime ogni senso di pudicizia e di dignità, di coscienza e di responsabilità per così gravi e continui scandali dati e subiti. Miseros facit populos peccatum (Prov., XIV, 34); ed è certamente una ben grave e formidabile responsabilità quella di coloro che, in ragione ed in misura delle loro mansioni, specialmente se pubbliche, non oppongono tutti i rimedi e tutti i ritegni possibili a così grandi mali.

Sappiamo che purtroppo anche altri e molti e gravi -impedimenti nei diversi campi della vita pubblica e privata, collettiva e individuale, si oppongono alla piena efficacia dell'azione e della influenza della Religione e della Chiesa Cattolica.

Vogliamo limitarci alle già fatte segnalazioni e non ritardarvi più oltre la benedizione paterna, apostolica che siete venuti a chiedere al Padre comune delle anime vostre, al Vicario di Cristo; benedizione che voi, dilettissimi figli, tanto desiderate e che anche il Padre vostro desidera impartirvi, benedizione che voi tanto largamente meritate. E come voi volete, così anche Noi vogliamo ed abbiamo disposto che la Nostra voce benedicente si estenda ed arrivi a tutti i vostri fratelli di passione e di esilio, che vorrebbero essere con voi e non possono. Sappiamo quanto vasta è la loro dispersione; forse è anche in questa una disposizione di Provvidenza divina a più di un benefico scopo. Questa Provvidenza vi ha voluto in tanti luoghi, affinchè voi in tante e così lontane parti, coi segni delle tristissime cose che hanno afflitto la vostra e Nostra cara Spagna e voi stessi, portaste la testimonianza personale e vivente dell'eroico attaccamento alla Fede avita, che a centinaia e migliaia (e voi siete della gloriosa schiera) ha aggiunto confessori e martiri al già tanto glorioso martirologio della Chiesa di Spagna; eroico attaccamento che (lo sappiamo con indicibile consolazione) ha pure dato luogo a imponenti e piissime riparazioni e ad un così vasto e profondo risveglio di pietà e di vita cristiana, specialmente nel buon popolo spagnolo, da rappresentare l'annuncio e l'inizio di cose migliori e di più sereni giorni per tutta la Spagna.

A tutto questo buono e fedelissimo popolo, a tutta questa cara e nobilissima Spagna che ha tanto sofferto, si volge e vuole arrivare la Nostra benedizione, come va e andrà ancora fino al pieno e sicuro ritorno di serena pace, la Nostra quotidiana preghiera.

Al di sopra di ogni considerazione politica e mondana, la Nostra benedizione si volge in modo speciale a quanti si sono assunto il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l'onore di Dio e della Religione, che è dire i diritti e la dignità delle coscienze, la condizione prima e la base più salda di ogni umano e civile benessere. Compito, dicevamo, difficile e pericoloso, anche perchè troppo facilmente l'impegno e la difficoltà della difesa la rendono eccessiva e non pienamente giustificabile, oltrechè non meno facilmente intenzioni non rette ed interessi egoistici o di partito subentrano a intorbidare ed alterare tutta la moralità dell'azione e tutte le responsabilità. Il Nostro cuore paterno non può dimenticare, anzi ricorda più che mai in questo momento e coi sensi della più sincera riconoscenza paterna tutti quelli che, con purezza di intenzioni e con sinceri propositi, hanno cercato dì intervenire in nome dell'umanità. La Nostra riconoscenza non si è menomata avendo dovuto constatare la inefficacia dei loro nobilissimi conati.

E gli altri? che dire di tutti questi altri, che sono pure e rimangono sempre figli Nostri, sebbene nelle cose e nelle persone a noi più care e più sacre, con atti e metodi estremamente odiosi e crudelmente persecutorii, ed anche nella Nostra stessa persona, quanto la distanza consentiva, con espressioni e atteggiamenti sommamente offensivi Ci hanno trattato non come figli un Padre, ma come nemici un nemico particolarmente detestato? Abbiamo, dilettissimi figli, divini precetti e divini esempi che possono sembrare di troppo difficile ubbidienza ed imitazione alla povera e sola umana natura e sono invece così belli ed attraenti all'anima cristiana - alle anime vostre, dilettissimi figli, - con la divina grazia, che non abbiamo mai potuto nè possiamo dubitare un istante su quello che Ci resta a fare: amarli, amarli d'un amore particolarmente fatto di compassione e di misericordia, amarli e, null'altro potendo fare, pregare per essi; pregare perchè ritorni alle loro menti la serena visione della verità e si riaprano i loro cuori al desiderio ed alla fraterna ricerca del vero bene comune; pregare perchè tornino al Padre che desiderosamente li aspetta, e si farà una lietissima festa del loro ritorno; piegare perchè siano con Noi, quando tra poco - ne abbiamo piena fiducia in Dio benedetto nell'auspicio glorioso della odierna Esaltazione della Santa Croce: per Crucem ad lucem - l'arcobaleno della pace si lancerà nel bel cielo di Spagna, portandone il lieto annuncio a tutto il vostro grande e magnifico Paese; della pace, diciamo, serena e sicura, consolatrice di tutti i dolori, riparatrice di tutti i danni, contentatrice di tutte le giuste e savie aspirazioni compatibili col bene comune, annunciatrice di un avvenire di tranquillità nell'ordine, di onore nella prosperità.

Ed ora: Benedicat vos Omnipotens Deus, Pater, et Filius et Spiritus Sanctus.

SOTTO LA CUPOLA DELL'AUSILIATRICE

Profughi dalla Spagna insanguinata.

Il mese di agosto ha segnato le ore più angosciose della vita dell'Oratorio. All'ansiosa trepidazione degli ultimi giorni di luglio, suscitata dalle prime notizie della guerra civile di Spagna - confermate ampiamente dai nostri confratelli profughi, salvati dall'Ambasciatore e dai Consoli e rimpatriati con tanta carità e sollecitudine dal nostro Governo a tutte sue spese - non fu che un succedersi di angoscie e di lutti. Giorno per giorno confratelli e suore che potevano scampare all'orrenda strage, ci straziavano con nuove notizie sempre più dolorose e raccapriccianti, rivelandoci la tortura e la morte di tanti fratelli, la dispersione, la miseria, la fame e i pericoli di tanti altri, la devastazione, gli incendi e le profanazioni di grandiosi istituti e di splendidi templi ove ferveva serena e promettente la vita di tanta giovinezza.

Documenteremo a suo tempo le barbarie inaudite, quando ci sarà possibile avere i dati necessari e l'elenco completo dei gloriosi caduti. Intanto cogliamo questa occasione per rendere pubbliche grazie a S. E. il Capo del nostro Governo che dispose con ammirabile rapidità e munificenza pel pronto generoso soccorso dei poveri perseguitati; al R. Ambasciatore ed ai RR. Consoli delle Provincie tormentate che fecero prodigi per salvare i nostri cari, esponendosi a mille pericoli con intrepido ardire; ai Comandanti ed Equipaggi delle navi, alle Autorità politiche, civili, militari e ferroviarie che usarono tutte le delicatezze della più squisita cordialità.

I nostri Confratelli, le nostre Suore, i nostri Cooperatori non dimenticheranno mai le premure e la bontà del Governo Italiano e dei suoi degni rappresentanti all'estero, e con noi serberanno perenne gratitudine, implorando dal Signore le più elette benedizioni.

I profughi Salesiani furono accolti colle più tenere dimostrazioni di affetto dal Rettor Maggiore, dai Superiori e Confratelli nella CasaMadre; le Figlie di Maria Ausiliatrice dalla Madre Generale e dalle Superiore nella vicina Casa Generalizia, ove accorse subito a confortarle e benedirle il sig. Don Ricaldone.

Oltre le preghiere speciali ordinate subito dal Rettor Maggiore in tutte le Case Salesiane, il giorno dell'Assunta, nella Basilica di Maria Ausiliatrice, fu tutto consacrato ad implorare la pace ed il trionfo della giustizia e della fede nella cara Nazione. Commovente la Messa solenne, officiata dagli stessi profughi all'altar maggiore.

Il Signore affretti, per intercessione di Maria Ausiliatrice e di S. Giovanni Bosco, l'ora sospirata.

Pellegrinaggi.

Il registro ha segnato nel mese di agosto numerosi pellegrinaggi ed un'affluenza straordinaria nei giorni del ferragosto. Segnaliamo quello dei Giovani Esploratori Cattolici di Algeri, della Colonia Solare di Villanova Monferrato, di un bel gruppo di devoti da Barge, di un numeroso stuolo di fedeli dall'Austria Superiore, guidati da P. Egger del Preziosissimo Sangue e dal Segretario di S. Em. Rev.ma il Cardinale Arcivescovo di Vienna; quello di Olgiate Comense e quello delle Dopolavoriste di Maccio di Villaguardia (Como); quello dei parrocchiani di Morazzone (Varese) e quello degli alunni dei Giuseppini di Montecchio Maggiore (Vicenza).

Nella seconda metà del mese affluirono pellegrini da Gallarate, da Grenoble, da Novara, da Forlì, da varie regioni della Francia, da Asti, da Camisano (Crema), da Ripalta Nuova (Crema), da Reggio Emilia, 5o Seminaristi di Genova col loro Direttore spirituale, Giovani di Azione Cattolica da Lione, parrocchiani di Sant'Agostino (Como), varii pellegrini da Saluggia, da Strambino, da Mendrisio (Svizzera)...

Il 26 celebrò all'altare dell'Ausiliatrice S. E. Mons. Perdomo, Arcivescovo di Bogotà; il 29, all'altare di Don Bosco, S. E. Mons. Edwards, Vescovo castrense del Cile.

I lavori di ampliamento.

Nel mese di agosto è stato gettato il grande solaio delle tribune che poggia sulle colonne di «arabescato » della galleria e sulle quattro grandi colonne in « verde antico» di Champdepraz del presbiterio. Per questo solaio vennero impiegati 30o quintali di ferro e 9oo quintali di cemento, per un'estensione complessiva di 55o mq. di soletta.

Sono in corso di preparazione e di esecuzione le armature dei pilastri e dei solai sopra la sagrestia ed i depositi.

DALLE NOSTRE MISSIONI

RIO NEGRO e PORTO VELHO

Dopo venti anni di lavoro sulle sponde dell'Amazzoni.

Veneratissimo signor don Ricaldone,

Si compiono ormai vent'anni dacchè i figli di Don Bosco apersero la prima piccola Casa in questo vasto territorio del Rio Negro, iniziandovi i primi lavori del loro apostolato, tra questi fiumi impetuosi, nel mezzo di queste selve secolari, in contatto con le tribù indigene che popolano questa regione.

È giusto pertanto che, mentre il nostro cuore si rallegra innalzando il suo inno di ringraziamento a Dio per i favori concessi alla nostra Missione in questi primi vent'anni, noi offriamo ai nostri Cooperatori ed amici, in rapida rassegna almeno, tutta la serie dei lavori che i figli di Don Bosco Santo poterono realizzare con l'aiuto delle loro preghiere e con il soccorso della loro carità.

E, prima di tutto, è con un sincero sentimento di affetto che il nostro cuore ricorda il nome e l'azione benemerita di Mons. Giordano e di Don Balzola, che qui sacrificarono la loro vita, così piena di peripezie in quei primi anni quando, ancor mal ambientati, movevano i primi passi del lungo cammino, segnato da tante tappe, gloriose alcune, altre ben dolorose, che la storia di questa regione registra. Riposano ora i loro resti mortali nella terra che fecondarono con i loro sacrifici, mentre, qua e là, altri Salesiani ed una benemerita Figlia di Maria Ausiliatrice rompono, con le rozze croci dei loro sepolcri, la densità della selva che mormora sulle loro povere tombe, come un inno, una preghiera. Furono certo queste vittime che ottennero dal Signore i risultati ammirevoli delle iniziative missionarie che fecondarono fin qui e feconderanno ancora la nostra Missione.

Quanti episodi, quante sorpese, ed anche quante persecuzioni!

Ci fu un tempo in cui le malattie, che flagellano questa regione, sembrarono impedire la nostra stessa vita missionaria. Un giorno - nel 1925 - si apersero due tombe, quasi nella stessa ora, per ricevere i corpi di due Salesiani caduti sul lavoro il dì innanzi. Ci fu un anno in cui la siccità, prolungandosi. per molti mesi, ridusse alla fame le nostre povere Case. E ci fu anche un brutto giorno in cui gli indigeni minacciarono di sterminio una delle nostre più fiorenti Missioni... Tutto questo ora è passato, e resta il frutto di tanti sacrifici nelle Case, nelle Scuole, nelle Officine, negli Ospedali, che distribuiscono i loro benefici straordinari ai nativi di questa regione. Le povere cappelle e le belle chiese, sparse qua e là per la selva, nel mezzo di queste tribù, raccolgono ora quegli stessi figli della foresta, che vent'anni or sono ricevevamo nudi e diffidenti nel loro primo contatto col Missionario.

LE OPERE. - Come un inno di ringraziamento a Maria Ausiliatrice, a cui furono solennemente consacrate queste Missioni nel 1921, diamo qui l'elenco delle Opere, che conquistarono lentamente queste millenarie foreste e questi immensi fiumi.

Nel 1916, Mons. Giordano iniziava la prima residenza in San Gabriele, sede della nostra Prelatura. Crescendo di giorno in giorno, questa Missione presenta ora due bei Collegi, con 220 alunni interni a spese della Missione stessa, un Ospedale con trenta letti, officine, dispensario ed ambulatorio e una fiorente Scuola d'Agricoltura che conta già circa 300 ex-allievi: il tutto illuminato a luce elettrica da vari anni. Una spaziosa chiesa, in cemento armato e capace di 1000 persone, non attende più che la costruzione della sua torre, la quale porterà il Segno della nostra santa Redenzione a 36 metri d'altezza.

Nel 1924 si fondava la Missione di Taracuà, tra gli indi Tucanos. Attualmente conta due internati con 17o alunni, un bell'Ospedale con ambulatorio, officine, una grande fabbrica di mattoni e tegole e una magnifica chiesa. Questa missione benefica un migliaio circa di indigeni, che vivono nei suoi dintorni.

Nel 1928 sorgeva la Missione di Barcellos, nel basso Rio Negro, villaggio che fu l'antica capitale della provincia amazzonica, ma poi, abbandonato e in rovina per le febbri e la miseria, destinato a scomparire del tutto, soffocato dalla foresta che lo stringeva da ogni lato. Ora, belle e larghe strade, illuminate a luce elettrica, aperte dai Missionari, circondate da grandi campi di cultura agricola, presentano edifici moderni, a due piani, e fanno di Barcellos il punto più civilizzato della regione. Anche qui due grandi Collegi distribuiscono i benefici dell'educazione e dell'istruzione a 200 alunni interni. Vicino sorgono l'Ospedale e un Dispensario; e, poco lontano, le prime case coloniche, sempre in aumento, offrono il conforto della civiltà ai nostri operai e agricoltori. Fra non molto verrà pure ultimato il nostro teatrino, e così tutti potranno ricrearsi con allegri spettacoli, tanto necessari in questi luoghi isolati.

Nel 1929 è Porto Velho, che diventa il centro di un'intensa vita religiosa e civile sulle sponde del Rio Madeira. Anche là sorgono: un Ospedale con 8o letti e con tutti i moderni conforti della scienza medica, che mantiene pure sette Dispensari sparsi lungo il fiume, una Maternità, un piccolo Ospizio di mendicità, due grandi Collegi (uno a due e l'altro a tre piani, con 5o metri di lunghezza ciascuno),. e finalmente un Asilo Infantile. Il numero complessivo degli alunni è di circa 6oo, premiati. per la loro frequenza all'Oratorio festivo, col Cinematografo, inaugurato quest'anno.

Nell'anno seguente, i nostri sguardi si rivolgono a Humaytà, dove oggi abbiamo la parrocchia con sette cappelle annesse, e un Ospedaletto con 28 letti, assistenza medica e due Dispensari.

Nel 1930 ci portavamo al confine estremo del Brasile, nell'alto Uaupés, proprio al confine con la Columbia, fondando, in Jauareté-Cachoeira, un altro centro missionario tra i Tucanos, dove ora funzionano altri due Collegi con 210 alunni interni, tutti figli d'indigeni, e dove, prima della fine dell'anno in corso, verrà inaugurata la luce elettrica a turbina idraulica (regalata a Don Marchesi dai nostri benefattori di Bergamo). Così verrà rischiarata anche la densità di quella immensa e misteriosa foresta. Nel settembre ultimo scorso, venne pure aperto un Ospedaletto con 24 letti e un Dispensario di medicinali.

Diamo ora inizio alla Missione di ParyCachoeira con lo stesso programma di quella di Jauareté, cercando di legare le due Missioni con una strada di trenta chilometri, per evitare le pericolose cascate di cui abbondano anche quei fiumi. Dopo di essa, abbiamo in vista la Missione dei Parintintina, nel Rio Machado, e quella di Tunuy, nel Rio Issana. Abbiamo già scelto il posto nella mia ultima escursione del passato novembre

I VILLAGGI INDIGENI MISSIONARI. - Queste varie Missioni però, sparse su un territorio di oltre 25o.ooo kmq. rappresentano appena rare oasi, sperdute nell'immensità del deserto. Era necessario raggruppare gli indi, nascosti nella selva e disseminati nei dedali di questi fiumi, fissandoli in definite località. Così fu fatto. Sorsero in tal modo, poco alla volta, 37 villaggi, con le loro cappelle, con le loro case, con i loro campi, per ogni famiglia, abolendo via via la maloca, cioè l'antica abitazione collettiva, causa di tanti mali e di tanti disordini. Sono circa 3.700 gli indigeni raccolti, che il Missionario può visitare con maggior facilità, percorrendo tutti i fiumi con i quattro vaporini ad olio pesante (« Maria Ausiliatrice », «Don Bosco», « San Michele », e « Santa Teresina »), di proprietà delle nostre Missioni.

LE OPERE MAGGIORI. - Un'opera tanto vasta ma sperduta, quasi, in queste sterminate selve, isolata da qualsiasi contatto diretto col centro, risentì subito il bisogno di un punto di convergenza nella capitale dello Stato, la moderna città di Manaos. E così nacque la Casa Centrale delle Missioni, che accoglie i Missionari stremati di forze e flagellati dalle febbri palustri per ridar loro conforto e salute, e serve pure da deposito generale per i rifornimenti mensili alle nostre varie Case.

Ma la capitale dello Stato reclamava molto di più. Sorse quindi, poco alla volta, una delle più grandi opere salesiane del Brasile: il Collegio Don Bosco che supera i 1.500 alunni; l'Istituto Maria Ausiliatrice con 6oo alunne, due belle chiese, una delle quali dedicata a San Giovanni Bosco e capace di 1.500 persone; e, infine, un modernissimo Dispensario e Ambulatorio, aperto fin dal 1929, con assistenza medica e frequentato, annualmente, da oltre 10.ooo bisognosi (v. Bollettino di genn., p. 27).

In questa stessa città, sulla sponda destra del Rio Negro, nel popoloso rione della Cachoeirinha, si sta ora costruendo un Istituto Professionale femminile il quale, affidato dalla Prelatura alle benemerite Figlie di Maria Ausiliatrice, fornirà in breve a 300 giovani operaie, educazione cristiana e istruzione domestica.

Non ci era possibile dimenticare, in così vasto campo evangelico, la formazione del personale missionario - ch'è il punto vitale per eccellenza - raccogliendo le migliori vocazioni tra i nostri alunni. Fin dal 1922, quindi, procuriamo di mantenere, nei nostri Studentati di Jaboatao e Recife, un buon numero di aspiranti, assieme a quelli che, annualmente, i Superiori c'inviano dall'Italia. Sono certo le nostre più care speranze, poichè da quelle Case, tra breve, di anno in anno usciranno i nuovi operai evangelici. Già l'anno prossimo, il primo figlio del Rio Negro verrà ordinato Sacerdote; consolante primizia di una lunga serie di altri fiori spirituali che, speriamo, cresceranno, profumati e copiosi, nella vigna del Signore.

DEO GRATIAS! - L'arido elenco di queste varie opere forma, così, come un mazzo di fiori, che, al termine di questi primi vent'anni di missione, i Salesiani depongono, commossi e riconoscenti, ai, piedi di Maria Ausiliatrice.

La Divina Provvidenza non ci è mancata mai col suo materno aiuto. Quantunque sopraffatti ancora da forti debiti, si sono spesi e già pagati; per tutte queste opere, vari milioni di lire. E dobbiamo pure tributare un pubblico attestato di riconoscenza al Governo Federale il quale, riconoscendo i larghi benefici delle Missioni salesiane, ci ha sempre protetti con particolare benevolenza. Nessuno però potrà apprezzare la somma ben maggiore di sacrifici dei nostri Missionari e delle eroiche Figlie di Maria Ausiliatrice che, in quest'ambiente ostile e malarico. assistono alla loro lenta consunzione organica e alla diminuzione quotidiana delle loro energie, confortati soltanto dai risultati spirituali che, grazie a Dio, si vanno ottenendo. Sono 15.000 le Comunioni che annualmente vengono distribuite nelle nostre diverse Missioni; e questa è una prova ben consolante che il sentimento religioso e morale è vivo e dà buoni frutti di pietà e di fede.

Un giorno - nel 1927 - il nostro Don Balzola, già al tramonto della sua lunga vita, contemplando il tisultato di tante fatiche, ripeteva commosso le parole che tante volte aveva sulle labbra: Deo gratias! Deo gratias! Mi pare ancora di vederlo, vecchio e stanco, stringere nella mano tremula il bastone che l'accompagnava sempre, come fedele amico, nelle sue lunghe escursioni, con gli occhi pieni di lagrime di riconoscenza, aperti alla consolante visione di un così bello spettacolo... Era proprio per noi - il caro Don Balzola - la figura del vecchio patriarca, il quale, sentendo avvicinarsi il giorno del premio eterno, mostrava ai nuovi Missionari, che dovevano sostituirlo, quella bella ghirlanda di opere e di speranze, l'eredità immensa del suo cuore d'apostolo. Egli rimarrà sempre, scolpito così, nella nostra memoria e nella nostra venerazione!

Nè più bella espressione potrei io ripetere, veneratissimo Padre, col cuore ripieno di riconoscenza verso Dio, come conclusione di questa lettera, che raccoglie in sintesi le vicissitudini e le umili vittorie di questi vent'anni di apostolato dei suoi figli in queste selve: Deo gratias!

Baciandole la mano a nome di tutti i confratelli della Missione prelatizia del Rio Negro, godo dirmi

Suo aff.mo in Corde Jesu

Mons. PIETRO MASSA

Amministratore Apostolico del Rio Negro e Porto Velho.

San Gabriele, 20 luglio 1936.

EQUATORE

Una visita di Mons. Comin alle Missioni di Indanza e Limon.

Amatissimo Padre,

Anche tra i nostri Kivari si sta lavorando alacremente. Ritorno or ora da una visita fatta alle Missioni di Indanza e Limon, a un anno preciso di distanza dall'ultima volta che fui in quei luoghi.

Trovai molti progressi in tutti i sensi: progressi materiali e progressi spirituali. A Limon, dove lo scorso anno non era che una povera capanna con una ancor più povera stanzuccia, è ora sorta una casa comoda e spaziosa, ed è anche a buon punto la costruzione di una nuova Cappella, più ampia ed acconcia alle attuali esigenze della Missione. Da qualche tempo vi dimora stabilmente il Missionario, che in breve ha organizzato non solo catechismi e istruzione religiosa, ma anche un fiorente Circolo di Azione Cattolica con un bel nucleo di giovani. Così l'Azione Cattolica si diffonde pure tra le foreste; e vogliamo, in questo, seguire pienamente le direttive del glorioso Sommo Pontefice regnante, persuasi che la formazione, solidamente cristiana, è la miglior base per un florido avvenire in queste terre, in cui si sta innalzando il vessillo di Cristo.

Il Missionario ha sempre la porta aperta a tutti: Kivari e coloni. Riceve tutti, ascolta tutti, consola tutti. I coloni giubilano, perché hanno finalmente il Missionario stabile in mezzo a loro. L'avevano desiderato tanto! È un notevolissimo passo innanzi che si è fatto, su un campo molto promettente. Tra breve, Limon sarà certo un centro di prim'ordine. Perfino i Kivari sembrano più disposti -che altrove; ed hanno una vera divozione entusiastica per il Missionario, che considerano come Padre e potente protettore.

Quando giunsi a Limon, la Colonia era tutta in moto. Sbucarono Kivari da tutte le parti, felici di poter salutare il « Padre Grande », il « Padre Capitano ».

Il giorno dopo il mio arrivo, la sezione sportiva del Circolo volle giocare una calorosa partita al pallone in onore del Vescovo. Poi, con nobile e generoso pensiero, la squadra vittoriosa destinò il denaro guadagnato alla celebrazione di una Messa per vinti e vincitori.

Rimasi a Limon oltre un mese. Vennero, nel frattempo, per farmi visita, Kivari da tutte le parti. Al solito, dovetti udirne di graziose. Gliene voglio raccontare qualcuna.

GENEROSITÀ FORZATA. - Il primo incontro notevole fu con il kivaro Pincio. Tempo fa mi si era presentato vestito all'europea con un bel paio di scarpe nuove fiammanti nei piedi. Ora lo vedo indossare semplicemente l'« itipi » (la tradizionale pezza di stoffa acconciata ai lombi). - Come mai?! - gli domando con meraviglia - se prima eri così ben vestito ! ? - Ed egli: - Un Kivaro si è invaghito dei miei calzoni e della mia giubba... e me li chiese. Non potei rifiutarmi. Dovetti dargli tutto. Se no, avrei avuto in lui un nemico, capace di stregarmi e di causarmi la morte. - Ed in questo aveva ragione. Val più la vita che un paio di calzoni.

RICONOSCENZA E REMINISCENZE. - Ciarupi venne con la sua famiglia quasi al completo. Disse di voler molto bene al suo Vescovo, e lo provò con regali di pesce fresco, e frutta e con un pollo. Cosa singolare tra i Kivari: non si trattava del « do ut des ». Ci tenne a far sapere che dava per dare, per manifestare la sua amicizia e la sua gratitudine. Anche i suoi figli mi presentarono dei regali. Uno d'essi aveva cacciato una magnifica pernice: gli avrebbe reso un gran servizio; ma la volle portare e regalare al Vescovo. Tempo addietro, l'avevo ospitato paternamente in Cuenca, ed egli volle, con quel regalo, dimostrare la sua riconoscenza. Li ringraziai e li ricompensai con qualche regaluccio. Anche nel Kivaro è radicato profondamente il sentimento della gratitudine; e questa è una bella disposizione per avvicinarsi alla nostra santa Religione.

Ma non bastano i regali. Ciarupi volle intrattenersi a chiacchierare rievocando antichi ricordi. Intavolammo una lunga conversazione.

GRANCHI SOLENNI. - I Kivari non conoscono arte di sorta, neppure i primi rudimenti di pittura e scultura. Non possono capire la possibilità di ritrarre al vivo una persona o altra materia. Quando videro la prima volta una statua di San Vincenzo Ferreri, la credettero una persona vivente. Uno di loro al veder tante candele accese dalla pietà dei fedeli a pie' del simulacro, interrogò a bruciapelo il Missionario: « Perchè condannate questo poveretto a soffocare dal caldo in mezzo a tante candele » ?. E ce ne volle per persuaderlo che quella era solo un'immagine priva di vita, che non sentiva nè caldo, nè freddo, non camminava, non parlava, non mangiava.

«Non mangia?! Oh questa non me la dài a intendere... Com'è possibile il bel colorito del suo volto, se non mangia ? Questa no, non me la fai credere».

A questo proposito, ricordo che un Kivaro di Mendez, veduto per la prima volta un Crocifisso di grandezza naturale, corse spaventato dal Missionario, e, con gli occhi sbarrati, gli fece cenno di recarsi in Chiesa, per vedere un uomo vittima di un orribile delitto. Il Missionario lo seguì trepidante, e, con sua meraviglia, venne condotto dinanzi al Crocefisso.

STREGONERIE. - Tra i Kivari, gli stregoni godono sempre di grande autorità. Venne Sandù, figlio di Ciarupi con una bottiglia vuota in mano.

- Che vieni a fare con quella bottiglia?

- Vengo in cerca di acquavite (una specie di grappa, estratta dalla canna da zucchero, di cui qui si fa larghissimo uso). Ma non è per me, sai?! L'ubriachezza, in un Kivaro, sta male. Ho chiamato lo stregone perché venisse a guarire mia moglie molto ammalata. Venne, la visitò e mi disse, che non può succhiare la malattia se prima non beve acquavite.

- E tu credi ancora che lo stregone sia capace di guarire tua moglie?

Sandù sorrise, ma rimase nella persuasione che lo stregone può e sa fare. Se l'ammalata guarisce, domani Sandu tornerà trionfante per dirmi che lo stregone, succhiando, estrasse il corpo del delitto. Sarà un grillo, un ragno, un insetto qualunque, oppure una spina di cionta, una pietruzza: ecco tolta la causa, e, quindi, l'effetto.

Sandu tornò infatti, qualche giorno dopo, un po' scontento però, perchè lo stregone gli aveva fatto pagare cara la cura di sua moglie; ad ogni modo era soddisfatto, perchè l'inferma stava meglio.

- Ma credi proprio che lo stregone te l'abbia guarita ?

- Ne sono convinto, convintissimo. I primi tre stregoni non ci riuscirono; ma l'ultimo, a forza di succhiare, tirò fuori il male.

- E qual era la causa del male? Che cosa ha tirato fuori lo stregone?

- A me non ha fatto vedere nulla. A noi profani non è dato di saperlo. Lo stregone mi ha fatto preparare un narcotico (il « natema»); mi costò cinque giorni di lavoro. Poi mi fece comperare acquavite. E giù acquavite! e giù natema! Finalmente, lo stregone ci vide... chiaro, ebbe la visione esatta del male, succhiò e lo... estrasse. Solo lo stregone ha un tale potere.

E così, si continua: lo stregone ad ingannare, e lo stregato a crederci. Eppure, anche lo stregone, quand'è ammalato, fa chiamare gli stregoni per curarsi.

UN ALLARME. - Bella anche questa. Il kivaro Gioacchino venne alla Missione per saldare un debituccio contratto in farmacia. Aveva seco alcuni kivaretti, che corsero subito dal Vescovo, al quale, senza tanti preamboli, chiesero dei dolci. Li appagai, approfittando della circostanza per diriger loro qualche esortazione. Ma proprio in quel momento, ecco che la campana suona il mezzodì. I merlotti a quel suono, rimasero di stucco. Non avevano mai udito la voce di quello strumento. Riavutisi un tantino dalla meraviglia, in tre salti furono sul posto, per constatare « de visu » il prodigio. Spalancarono tanto d'occhi, e mirarono e rimirarono finchè il campanaro lasciò di suonare. Appena si trovarono soli, s'aggrapparono alla corda e... avanti! a suonare disperatamente. Si corse a farli desistere, altrimenti tutta la Missione si sarebbe mossa al falso allarme.

NUOVO METODO POLIGLOTTA. - Pincio è un Kivaro che desidera imparar bene lo spagnuolo. Si è ficcato in testa di poter imparare la lingua bevendo vino. Si reca alla farmacia della Missione e vuole una bottiglia di vino. E non fa misteri sul suo scopo. È persuaso che, col vino, gli entri pure lo spagnuolo, per poter così commerciare coi bianchi senza pericolo di essere ingannato. E qui ricordo un altro Kivaro di Mendez, che si recò a Cuenca, per comperare tre bottiglie di vino con lo stesso scopo. Dopo averle bevute, si presenta al Missionario per dirgli che nemmeno con tre bottiglie di vino gli era riuscito d'imparare lo spagnuolo. - Ma, caro mio - obbiettai - col vino le idee si fanno più scure! - Non ne fu persuaso. Se ne andò via, brontolando che il vino non era buono e che l'avevano truffato.

SUPERSTIZIONI. - Quante ve ne sono tra i Kivari! Non si cibano mai di carne di bue, di gazzella o d'altro animale cornuto. Hanno paura di rimaner vittima di qualche maleficio, e, più spesso, manifestano il timore che anche ad essi spuntino le corna.

Una donna kivara si lasciò indurre a mangiare un pezzo di carne, che le offrì un colono. Quando le fu detto che aveva mangiato carne di bue, cominciò a far le boccacce e a sputacchiare, quasi volesse liberarsi dal malefico ingombro.

- Ma non vedete - si fa loro osservare - che, queste carni ai cristiani non fanno alcun male? e, allora, perchè a voi invece dovrebbero far male?

Essi non sanno spiegare il motivo, ma sono convintissimi che i cristiani possono benissimo mangiarne senza alcun danno, mentre per il Kivaro sarebbe fonte di ogni sventura.

Si lavora molto per disperdere tutte queste ridicole superstizioni; e a qualche cosa si è già riusciti. Per citare un esempio: giorni or sono vidi una kivara mangiare tranquillamente carne di bue, e mi si disse che non teme neppure la carne di gazzella, per la quale i Kivari hanno un vero ribrezzo.- Se ai cristiani non fa male, non farà male neppure a me - diceva.

SPIRAGLI DI LUCE. - Tra tante miserie e tanta ignoranza, non mancano ai Kivari buone qualità. Ho già fatto parola dei sentimenti di gratitudine di cui è capace il cuore del Kivaro. Vi sono anche episodi eloquenti sulla loro rettitudine naturale. Giorni fa - ad esempio - venne un Kivaro a comprare qualche oggetto al piccolo deposito annesso alla Missione, tra cui uno schioppo. Non gli bastò il denaro e gli si fece credito, con piena sicurezza che sarebbe tornato per saldare il suo conto. E, infatti, tornò. In quanto a questo i Kivari non lasciano mai di fare il loro dovere. Un altro esempio: al Kivaro Sandu fu consegnata una sommetta, perchè andasse a cercare della paglia per coprire la casa. Non essendo stato possibile trovarne, riportò scrupolosamente il denaro. « Non voglio tenere ciò che non è mio», osservò restituendo.

Sono spiragli di luce che, se pur difettosamente, ci manifestano che anche la loro anima è fatta a immagine e somiglianza di Dio. Di qui si può far penetrare in essi, poco a poco la divina fiamma della Fede e, con molta pazienza trarli lentamente a Gesù. Non abbiamo fretta. Non pretendiamo convertirli tutti d'un colpo. Lasciamo cadere il seme che, tardi o tosto, dovrà germinare, crescere, fruttificare.

I MINEROS. - Anche sotto un'altra forma si esercita l'apostolato missionario a Limon: ospitando i cercatori d'oro. Passano a decine e decine ogni giorno, col fagotto di viveri a tracolla sotto la « batea » (vaglio di legno a forma precisa di cappello cinese) con cui vagliano le sabbie aurifere. La vita che conducono è faticosissima e piena di pericoli. E l'oro che estraggono è più che guadagnato. Qui non c'entra l'« auri sacra fames »: è la vera fame dello stomaco che li spinge. Spesso, dopo aver tanto faticato, non ricavano nulla o ben poco. Alcuni, che più arditamente si sospingono verso il mezzo del fiume, vengono inghiottiti dalle acque infide; altri, che imprudentemente scavano il materiale aurifero di sotto a grandi massi, vengono miseramente schiacciati dagli stessi che franano d'improvviso.

Ebbi tutti quei poveretti dinanzi a me. Raccomandai loro di non mettersi mai al lavoro senza prima recitare le loro preghiere, per avere da Dio e da Maria Santissima l'assistenza necessaria a un genere di occupazione così difficile e tanto pericoloso. Promisero di gran cuore.

Eccole, Padre amatissimo, qualche episodio della nostra vita missionaria. Come vede, il lavoro è multiforme, intenso e non facile. Tra i Kivari i risultati dell'apostolato di evangelizzazione sono tutt'altro che strepitosi e lusinghieri. Non per questo si lavora meno; ma abbiamo bisogno delle preghiere dei buoni, che renderanno più feconde le nostre non lievi fatiche. Missionari dei Kivari possono essere tutti coloro che vogliono; basta che s'impegnino a soccorrerci, soprattutto spiritualmente.

Benedica noi, il nostro lavoro, i nostri Kivari: la sua è la benedizione di Don Bosco Santo!

Cuenca, marzo 1936.

Dev.mo in G. C.

+ DOMENICO COMIN

Vicario Apostolico di Mendez e Gualaquiza.

GIAPPONE La statistica può dirci qualche cosa...

Amatissimo signor don Ricaldone,

Proprio col chiudersi del mese dei fiori (maggio), consacrato alla Mamma nostra, mi giunge un interessante resoconto delle religioni, edito dal Ministero dell'Educazione Nazionale, che mi pare valga la pena di riferire.

Contemporaneamente esce pure una piccola brossura-statistica, delle opere di carità della Chiesa Cattolica in Giappone (escluse le Colonie).

La composizione di una statistica è certo lavoro ingrato, noioso, pesante; ma, se fatto bene, dice pur qualche cosa. A noi Missionari specialmente fa capire assai bene l'immane colosso entro cui si cerca di far opera di penetrazione pacifica nel nome di Gesù... Siamo proprio alla figurazione biblica: la grande statua e il sassolino... La statistica ci fa capire quanto si è fatto, ciò che si sarebbe potuto fare e quanto resta da fare per l'avvenire, specialmente nelle opere assistenziali di carità, che, al momento, sono - pensiamo - le più efficaci per accelerare il ritmo dell'avvicinamento a Dio di queste anime a noi così care.

La statistica governativa, completa, esatta, minuziosa (anche in questo i Giapponesi sono ammirabilmente perfetti), sfortunatamente è condotta solo fino al 1930. Pensi pure quindi a cifre assai più rilevanti.., mentre il ritmo ascensionale delle conversioni cattoliche è più che lentissimo, pur essendo relativamente numerosi i Battesimi amministrati in punto di morte, e quindi le anime salvate.

Questo popolo meraviglioso, troppo poco conosciuto e che è appena agli albori della sua espansione, anche nelle sue manifestazioni religiose merita la nostra considerazione. La statistica, di cui le parlava, dà i seguenti risultati, che riassumo nelle linee fondamentali:

La religione buddista, suddivisa in 12 sétte principali con 5o sottosétte, ha le sue manifestazioni di culto pubblico in 71.343 templi di prim'ordine e 34.961 di second'ordine; è funzionata da 55.094 bonzi (dei quali 53.693 uomini e 1.401 donne). Le riunioni istruttive sono tenute in 6.982 locali. Il totale degli aderenti ascende a 41.882.307. Nella nostra Missione in Provincia di Miyazaki, i templi buddistici sono, tra principali e secondari, 269 con 189 bonzi; e, in Provincia di Oita, 2.224 con 1.025 bonzi.

La religione shintoistica è suddivisa in 13 sétte principali con 101.659 ministri (kanneshi), dei quali 71.464 sono uomini e 30.195 donne. Le funzioni vengono fatte in 19 templi principali e in 14.250 locali di istruzione e riunione. Il totale degli aderenti è valutato a 16.525.840. Nella nostra Missione, in Provincia di Miyazaki, i locali in servizio del shintoismo ascendono a 73; e, in Provincia di Oita, a 199.

La religione cristiana è divisa in:

a) Cattolica, con 273 Missionari stranieri e 99 indigeni, e 233 locali di culto con 89.119 aderenti ;

b) numerose sétte (37), con 589 ministri stranieri e 1.985 indigeni, e 1.586 locali di riunione con 183.707 aderenti. Nella nostra Missione, le sétte protestanti e affini hanno, in Provincia di Miyazaki, 12 centri; e, in Provincia di Oita, 19.

I monumenti nazionali, che han relazione con la Religione, si posson valutare, in tutto l'Impero, a 1.650; di cui una dozzina in Provincia di Oita e mezza dozzina in Provincia di Miyazaki. Se si pensa poi che questo poderoso esercito è fornito di quanto si può desiderare per lo sviluppo materiale della sua attività di propaganda, d'azione, ecc., si comprenderà come possa trovarsi il piccolo sassolino cattolico.

Passando alla seconda statistica, ecco qui l'elenco sintetico delle opere di carità istituite dai Cattolici per il solo Impero: Opera S. Infanzia, 25; Orfanotrofi, 23; Asili d'Infanzia, 89; Ospedali, 9; Sanatori, 6; Dispensari, 22; Lebbrosari, 3 ; Ricoveri notturni, 5 ; Case famiglia, 9; Ricoveri per vecchi, 8; Scuole famiglia, 11 ; Scuole domenicali (Oratori), 12. Lei e i nostri amici già conoscono quanto tenti la nostra piccola Missione di fare in questo campo di carità; e, grazie a Dio, i frutti sono relativamente abbondanti.

Ci aiutino la preghiera e la carità dei buoni a intensificare sempre più queste nostre opere di bene e di redenzione sociale. In mezzo a questo immenso popolo, le opere di assistenza sono numerose in ogni branca di carità. Come già ebbi a scrivere, ci avviamo ad un inquadramento generale, in cui figureranno assai bene anche quelle tenute dai Cattolici, e che, bisogna confessarlo, sono già conosciute, ed anche sussidiate dalla Famiglia Imperiale, da Enti pubblici e da privati. È la verifica, chiara ed esatta, del detto di Gesù: « Date e vi sarà dato ».

Ci aiuti la sua benedizione e la preghiera di tanti amici, allievi e fratelli ad attrarre più facilmente le anime alla carità di Cristo.

Suo aff.mo in G. C. Mons. VINCENZO CIMATTI Prefetto Apostolico di Miyazaki.

UN'ANTICAGLIA CHE SOSTIENE UNA ISTITUZIONE MONDIALE

Torna il mese di ottobre ad infervorare le anime cristiane nella pia pratica della recita del santo Rosario.

I nostri Cooperatori sanno quanto Don Bosco la apprezzasse e quanto la raccomandasse. Su di essa, si può dire, ha fondato tutta la sua istituzione. Basta ricordare la risposta che diede nel 1848 al marchese Roberto d'Azeglio che giudicava tempo perduto quello che si impiegava nelle lunghe preghiere e diceva che a quell'anticaglia di 5o Ave Marie infilzate una dopo l'altra non ci teneva guari e che Don Bosco avrebbe dovuto abolire quella pratica noiosa. Il Santo rispose amabilmente, ma decisamente: Ebbene, io ci sto molto a tale pratica: e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione: e sarei disposto a lasciare piuttosto tante altre cose ben importanti, ma non questa; e anche se facesse d'uopo rinunzierei alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del S. Rosario (Mem. Biogr., vol III, pag. 294). Tant'è che ancor oggi in tutti i nostri Istituti se ne recita ogni giorno la terza parte e la seguono agevolmente studenti ed artigiani, fior di giovinezza che va dai bimbi degli Orfanotrofi, agli alunni delle scuole medie e superiori, agli operai. Lungi infatti dall'essere la divozione dei vecchi e delle donne, il S. Rosario suppone quell'alacrità di spirito che è esuberante nella giovinezza e che ha solo bisogno d'essere costante ed ordinata. Manzoni ed Ampère non attesero la vecchiaia per sgranare la corona; e di Haydn si sa che, quando nel corso d'una composizione gli scemava l'ispirazione, si levava dal pianoforte, afferrava la corona e, sull'esempio di Glücke, lo recitava con fervore. Non parliamo dei Santi. San Francesco di Sales era giovinetto quando fece voto di recitarlo tutti i giorni.

Tutto sta a presentarlo ai giovani come si conviene. Nella sua semplicità popolare, è la divozione più completa e più interessante che si possa desiderare. Orazione mentale ed orazione vocale nello stesso tempo, coll'alterna vicenda dei quadri principali della vita del Salvatore e della sua santissima Madre, colla recita dei Pater e delle Ave Maria, colla scorsa alla corona, esso interessa tutta la persona. E mani e labbra, e mente e cuore, fantasia ed intelletto, volontà e sentimento: tutti hanno la loro parte, mobilitati contemporaneamente non solo per rendere omaggio alla Madonna, ma per trarne vantaggio spirituale di grazia e di elevazione.

Pio IX chiamava il Rosario il compendio del Vangelo. E per poco che si rifletta agli elementi che lo formano, è facile comprendere non solo l'importanza, ma il fascino e l'incanto della pia pratica che ha rapito i genii ed estasiato i santi.

Si sa che gli elementi essenziali del S. Rosario sono tre: i Misteri, i Pater noster, e le Ave Maria. La « Salve Regina», i «Gloria» o i «Requiem » e i «Lodato sempre sia», aggiunti coll'approvazione tacita della Chiesa ed entrati in consuetudine, non sono essenziali e si possono quindi omettere liberamente senza perdere neppur le indulgenze. Ora, il « Pater » è la preghiera più perfetta che possiamo fare. Ce l'ha insegnata Nostro Signor Gesù Cristo stesso ed è l'espressione più sublime dell'amor filiale che dobbiamo a Dio. È la preghiera per eccellenza: l'orazione del Signore: l'orazione domenicale! L'« Ave Maria » è poi tutto un poema al quale han posto mano e cielo e terra. Elaborata lentamente dalla Chiesa attraverso i secoli, comincia col saluto dell'Angelo, che si completa con quello di sant'Elisabetta, per chiudersi nella più dolce invocazione all'intercessione di Colei che è Madre di Dio, e quindi, per grazia, onnipotente, omnipotentia supplex.

I Misteri infine ci trasportano attraverso alle fasi principali della vita di Gesù e di Maria ridestandoci le più grandi emozioni ed ispirandoci il massimo fervore.

Peccato che troppo facilmente se ne trascuri la contemplazione che è invece elemento indispensabile alla costituzione del S. Rosario!

Donde la noia, prodotta dalla meccanica ripetizione del Pater e dell'Ave, senza la debita impostazione del quadro del Mistero che dovrebbe assorbire tutta l'anima nostra, da una décade all'altra, in meditazione. Ma allora non è più il Rosario quello che si dice: è una semplice serie di Pater ed Ave.

Per definizione infatti il S. Rosario è una formula di preghiera composta di quindici décadi di Ave Maria, separata ogni décade dall'altra dalla Orazione domenicale, il Pater noster, e congiunta alla pia meditazione di un mistero della nostra Redenzione. La meditazione dei misteri si può dir anzi l'anima della pia pratica, perchè è quella che l'informa della sua forma propria, costitutiva ed, essenziale. Sicché, mancando la meditazione dei misteri, non si ha più il Rosario propriamente detto, anche se si recitano scrupolosamente tutti i Pater e tutte le Ave Maria. L'ideale della Chiesa è che durante la recita di ogni décade la mente si compenetri tutta del mistero corrispondente, per trarne quei palpiti di fede, di speranza e di carità che devono ravvivare il fervore della vita cristiana, imprimendo alle nostre azioni quello spirito di pietà filiale - pietas actionum - che le rende care a Dio e meritorie pel Paradiso. E qui sta la potenza pedagogica del S. Rosario cui D. Bosco non si sentiva di rinunziare. Le grazie di cui aveva bisogno le poteva certamente strappare alla bontà di Dio anche con altre preghiere, perchè l'efficacia della impetrazione sta tutta nella fede, e la fede la si può sviluppare con qualsiasi invocazione. Ma, come sapeva di rendere alla Vergine un omaggio particolarmente caro colla recita quotidiana del S. Rosario, così sapeva che non aveva mezzo più facile e popolare per avvezzare i suoi giovani alla riflessione, che la meditazione dei misteri della vita del Signore e della Madonna, distribuiti secondo l'ordine del S. Rosario ed accompagnati dalla orazione vocale colla recita delle preghiere fissate. Tanto più che la Chiesa, per l'acquisto delle indulgenze, ha semplificato fino all'estremo la forma di questa meditazione. La Sacra Congregazione delle Indulgenze ha infatti dichiarato che per l'acquisto delle indulgenze annesse al S. Rosario basta un amans respectus, uno sguardo affettuoso ad ogni mistero, mentre lo si enuncia, oppure al termine delle «Ave Maria». E Benedetto XIII, per confortare anche le persone che non sanno affatto meditare, ha concesso che queste possano lucrare ugualmente tutte le indulgenze, purchè procurino di assuefarsi a contemplare i misteri, e intanto li enuncino sempre prima di recitare il Pater di ogni décade. Praticamente pertanto chi non può far di meglio basta che enunci il mistero, badando a quel che dice, perchè soddisfi al minimo richiesto per costituire questa parte così essenziale del S. Rosario. Ora, a questo possono arrivare anche le anime più rudi dei giovinetti. I quali poi, sentendo lungo l'anno narrare e descrivere gli episodi della vita del Salvatore e di Maria SS. che formano l'oggetto dei misteri, ne hanno a sufficienza per commuoversi piamente e risentirne qualche impulso al bene, che è lo scopo pratico di ogni meditazione. Ma chi può misurare l'efficacia educativa di questo esercizio quotidiano, ripetuto tutti i giorni dell'anno, anche quando la parte meditativa si riduce a qualche buon pensiero? Oh, un buon pensiero nelle anime tenere dei giovinetti, come su quelle vergini delle umili figlie del popolo, quanta impressione può fare! Poggiando pertanto il suo sistema educativo essenzialmente sulla- religione, Don Bosco, che fu tanto discreto nel fissare le pratiche di pietà pei suoi Istituti, non esitò ad imporre la recita quotidiana della terza parte del S. Rosario. Ne aveva provato il fascino e l'efficacia formativa egli stesso nella sua giovinezza, e l'una e l'altro volle assicurare a tutti i giovani degli Oratori e dei suoi Collegi. Ne colse quei frutti che tutti sappiamo. Frutti che il Santo Padre Pio XI ha indicato ancora recentemente, il 5 agosto u. s. ai giovani di Azione Cattolica, reduci dal pellegrinaggio al Santuario di Pompei, ed accolti in udienza speciale a Castelgandolfo: Quel Santo Rosario che avete veduto nelle mani, si può ben dire, della Santa Vergine di Pompei, - ha detto il Papa - deve essere anche per voi un vero Rosario, una vera corona di tutte le più belle rose di cui può coronarsi la vostra giovinezza: le rose della purezza, le rose dell'amore e della carità filiale, della carità apostolica che alita in mezzo a questa magnifica compagine di famiglia soprannaturale che è appunto la famiglia dell'Azione Cattolica e particolarmente della Gioventù di Azione Cattolica.

Indicati ai giovani, questi frutti devono allettare tutti i fedeli. Perciò la Chiesa non cessa di inculcare la pia pratica che ha arricchito di innumerevoli indulgenze (1), coronate da quella che potremmo chiamare eucaristica, largita dall'attuale Sommo Pontefice nel 1927:

Chi recita una terza parte del S. Rosario in chiesa, alla presenza di Gesù Sacramentato, esposto sull'altare o nascosto nel tabernacolo, può acquistare ogni volta l'indulgenza plenaria, purchè confessato e comunicato. Questa indulgenza plenaria è concessa toties quoties, sicchè chi ho l'abitudine di confessarsi e comunicarsi una volta alla settimana la può acquistare anche tutti i giorni ed anche parecchie volte al giorno, ogni volta cioè che reciti una terza parte; e non occorre che entri ed esca di chiesa di volta in volta, perchè non si esige la visita alla chiesa nè alcun'altra pratica, richiesta da altre indulgenze plenarie toties quoties, ma solo la recita della terza parte del Rosario alla presenza del SS. Sacramento esposto, o nascosto nel tabernacolo, confessati e comunicati. Il Santo Padre ha concesso questo inestimabile tesoro per favorire colla pietà mariana la divozione alla SS. Eucaristia.

Il Rosario in famiglia.

Ma è anche una bella consuetudine, che purtroppo va scomparendo, quella di recitare il S. Rosario in famiglia, la sera, dopo il lavoro, prima del riposo. Chi è cresciuto in famiglia cristiana, ove s'usava questa bella tradizione, ricorda certamente tutta la poesia della pia pratica.

Augusto Conti la rievoca con emozione ne La mia corona del Rosario. «Quanti ricordi - scrive - quante speranze risvegli nel mio cuore, o amabile coroncina. Questa orazione si recita nel seno delle famiglie per glorificare Iddio e la Vergine, per suffragio dei nostri poveri morti, per ottenere grazie, quella soprattutto di morir bene, cioè che la morte sia transito alla vita immortale. Passeggiando per le campagne, nella mia gioventù, udivo uscire da ogni povera casa di contadini e de' pigionali la supplichevole orazione: Ave Maria... ora pro nobis. Nella mia famiglia, così al tempo de' miei vecchi come sempre poi, non è mai cessata, prima di concedere al sonno le membra stanche, quella invocazione del patrocinio celeste, quel supplicare perdono dalla misericordia di Dio! » (AUGUSTO CONTI, La mia corona del Rosario. Firenze, Tip. S. Giuseppe).

Beate le famiglie che continuano ancora la secolare patriarcale tradizione! Fra tanta dissoluzione e tanto pervertimento morale e sociale, troveranno nel S. Rosario il glutine provvidenziale degli affetti domestici, che salverà l'intimità familiare, risparmiando lagrimevoli diffidenze, scissure e traviamenti, tragedie e tradimenti. Quei dieci minuti di preghiera in comune, alla meditazione dei misteri della vita di Gesù e di Maria neutralizzeranno la potenza disgregatrice dei dissidi e dei risentimenti causati da intemperanze di carattere e dai difetti personali, ridestando i palpiti più puri della carità cristiana, che « è benigna e paziente; che non ha invidia e non agisce a caso, che non si gonfia e non è ambiziosa, che non è egoista, non si irrita, non pensa male, non si compiace dell'ingiustizia, ma gode della verità, tutto soffre, tutto spera, tutto tollera e non vien mai meno» (I Cor., XIII, 4-7)

L'oppressione del lavoro giornaliero scemerà agli esempi del divino Lavoratore; le ansie e le pene della vita troveran sollievo nella fiducia dell'aiuto di Dio e dell'intercessione della Vergine; le stesse gioie si faran più pure; e, mentre si cementa la fedeltà coniugale, e si ravviva la coscienza dell'amor paterno e dell'amor materno, si svilupperà pure l'amor filiale nelle tenere generazioni. Per non dire delle grazie e benedizioni che attirerà dal cielo. Le famiglie fedeli alla tradizione ne fanno l'esperienza. E noi ci auguriamo che la facciano pure tutte le famiglie dei nostri Cooperatori.

(1) Ne ricordiamo alcune:

Indulgenza plenaria: 1) una volta all'anno in un giorno a scelta, se si recita ogni giorno almeno una terza parte (Ben. XIII, 13-4-1726).

2) L'ultima domenica del mese, se si recita intero almeno una volta in settimana (Pio IX, 2-5-1851).

3) Nella festa del Rosario o in un giorno dell'ottava (Pio X, 30-7-1904).

4) Ogni giorno, se lo si recita intero (Pio X, 12-6-1907).

5) Il giorno della festa dell'Annunciazione, se si recita intero (Pio V, 14-6-1566).

Indulgenze parziali: 1) 5 anni e 5 quarantene, ogni volta che se ne recita una terza parte (Sisto IV, 12-5-1479).

2) 10 anni e 10 quarantene, se si recita intero nelle feste della Natività, Purificazione ed Assunzione di Maria SS. (S. Pio V, 14-6-1566).

3) 10 anni e 10 quarantene, ogni volta, se si recita almeno tre volte la settimana la terza parte (S. Pio V, 17-9-1569).

4) 100 giorni, ad ogni Pater ed Ave (Ben. XIII, 13-4-1726).

A queste si aggiungano le indulgenze particolari annesse alle corone benedette da chi ne ha facoltà. Preziosissima quella dei Crocigeri, di 50o giorni di indulgenza alla recita di ogni Pater e di ogni Ave Maria. Ma per acquistare queste indulgenze occorre tenere la corona in mano ed usarla, mentre si recita il Rosario. Quando si recita in comune, basta che la tenga in mano una qualuqnue delle persone che lo recitano.

NB. Tutti i fedeli battezzati possono lucrare le indulgenze, purchè:

1) non siano scomunicati ;

2) siano in istato di grazia;

3) abbiano almeno l'intenzione generale di acquistarle;

4) compiano le opere prescritte; tra le quali per le indulgenze plenarie è sempre inclusa la confessione e comunione fatte almeno entro gli otto giorni precedenti o seguenti.

Le corone benedette non perdono la benedizione quando si regalano; e le indulgenze annesse cessano solo quando le corone benedette e indulgenziate si distruggano o si vendano. (Can. 924, 2).

GRAZIE attribuite all'intercessione di MARIA SANTISSIMA AUSILIATRICE e di San Giovanni Bosco.

Perduta ogni speranza, Maria Ausiliatrice ci ottiene la grazia. - Nel mese di luglio dell'anno scorso, 1935, una nostra carissima cugina fu colta quasi improvvisamente da grave malattia: nefrite con 25% di albumina, e uricemia. Medici curanti e consulenti pronosticavano male, e non davano speranza di guarigione. L'unico esile filo di vita che rimaneva era alimentato da continue, ininterrotte inalazioni di ossigeno. Nell'immenso dolore, ricorremmo allora all'aiuto di Maria Santissima Ausiliatrice, che non tardò a soccorrerci. Infatti, di lì a poco, la lotta che si era impegnata fra la vita e la morte mutò in un leggiero miglioramento, che non lasciò più la nostra cara inferma. Aumentò anzi di giorno in giorno, si che oggi siam lieti di vederla guarita; e ringraziando di tutto cuore la Vergine Santissima Ausiliatrice della grazia ricevuta desideriamo che essa sia segnalata nel Bollettino Salesiano, mentre mandiamo la nostra piccola offerta.

Linguaglossa, 6 - 8 - 936.

Sorelle REGANATI SCARLATA.

Una serie di grazie. - Diversi anni fa ebbi un trasferimento d'Ufficio che mi cagionò per lungo tempo un'angoscia indicibile. La mia situazione si faceva sempre più difficile e sempre più oscura. In quell'occasione mi rivolsi a Maria Ausiliatrice e a S. Giovanni Bosco perchè mi ottenessero dal Cuor di Gesù una soluzione favorevole al mio problema intricatissimo, promettendo di far pubblicare la grazia sul Bollettino Salesiano qualora l'ottenessi.

Passai tre anni penando, piangendo e pregando con tutte le mie forze. Ero deciso di cercare, bussare e domandare con insistenza a Chi ha promesso d'esaudire ogni preghiera, fino a quando non avessi ottenuto quella grazia, o meglio quel complesso di grazie che mi dovevano ridare la calma nel lavoro e la pace nella famiglia. Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco mi dettero la forza di riprendere lo studio e di applicarmivi con riuscita, nonostante l'esaurimento fisico e il principio di nevrastenia che mi tormentavano.

Tale e tanta fu la protezione di Maria Ausiliatrice e di S. Giovanni Bosco che ottenni più assai di quanto chiesi. Partecipai ad un concorso: fui il 22° e riuscii tosto ad avere il posto; non solo, ma - caso insperato - l'ottenni nella cittadina ove avevo la famiglia e dalla quale vivevo separato da 8 anni e 3 mesi; vidi questa unita nell'affetto e nella pace; sentii di giorno in giorno migliorare le mie energie, scomparire la nevrastenia e, da ultimo, mi giunse la lettera tanto aspettata, con notizie rassicuranti, circa la mia carriera.

Da quel trasferimento che accettai con disperazione e con la morte nel cuore mi derivarono tanti beni: solo il Cuor di Gesù - e molto spesso servendosi dei suoi grandi Santi - sa trarre il bene anche dal male. Davvero non ho parole per ringraziare Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco per la serie dei favori ottenuti. Ora attendo altra difficile grazia per una persona lontana a me assai cara.

Grato se codesta Spettabile Direzione vorrà render pubblico il mio voto, ossequio.

Ventimiglia, 25 - 7 - 1936-XIV.

WOLFANGO LONENI.

Guarita da paralisi. - Nei primi del mese di luglio u. s. tutto il mio lato sinistro fu colpito da paralisi. Il caso non era lieve per cui con grande fiducia si ricorse a D. Bosco.

I miei cari, le Suore di M. A., i bambini dell'Asilo G. Pavoncelli, iniziarono immediatamente una novena. Io promisi che avrei fatto pubblicare la grazia e inviato un'offerta.

Oh prodigio! la grazia sospirata venne quasi subito, perchè dopo pochi giorni cominciai ad articolare i due arti colpiti. Ed ora, sebbene colle dovute precauzioni, cammino senza appoggio alcuno.

Compio la promessa fatta sperando che D. Bosco voglia completare la grazia.

Cerignola (Foggia), 3 agosto 1936.

MARIA CHIOMENTI.

La febbre scompare. - Il mio bambino, Gianni Ghigliotto, di anni sei, fu sorpreso nel giugno scorso da febbre violentissima. Desolata, ricorsi con fiducia a D. Bosco. Presi un'immagine con la reliquia del taumaturgo Santo dei giovani e fiduciosa la posai sulla testina del mio bambino, ardente per la elevata temperatura; poi mi inginocchiai a pregare. Dopo mezz'ora, guardai ansiosa il mio piccino: era calmo e sfebbrato... guarito perfettamente !

Con infinita riconoscenza al gran Santo, invio la mia offerta per l'altare di S. Giovanni Bosco e chiedo l'iscrizione fra le cooperatrici salesiane.

Varazze, 24 luglio 1936.

Dev.ma VITTORIA GHIGLIOTTO.

Don Bosco non s'invoca invano. - Il mio caro nipotino Varetto Vittorio di tre anni e mezzo, nello scorso aprile, cadeva ammalato. A tutta prima sembrava una cosa passeggera, ma improvvisamente una sera si aggravò e fu chiamato d'urgenza il Dottore il quale riscontrò una forte polmonite doppia. Il piccino lottò alcuni giorni tra la vita e la morte, finchè il dottore disperò di salvarlo. Nell'imminenza della catastrofe mi rivolsi con gran fiducia a Don Bosco e posi sotto il guanciale del bimbo un'immagine colla reliquia del Santo.

Don Bosco non tardò a confortarci. Pochi giorni dopo il bimbo era fuori pericolo, incominciò la convalescenza ed ora, a distanza di 4 mesi, gode perfetta salute.

Colla più viva riconoscenza

Castiglione Torinese, 1 Luglio 1936.

VITTORINA ROSTAGNO.

Grazia segnalata. - Vallar Lidia di Giuseppe, d'anni 8, il giorno 8 giugno nel pomeriggio, precipitava dall'altezza di 3 metri sul sottostante lastricato, battendo il capo sul suolo. Fu raccolta svenuta e portata a letto ove venne assalita da ripetuti vomiti di sangue. Il medico giudicò gravissimo lo stato della bambina.

La notte fu agitatissima e, non potendosi alimentare neppure con liquidi, non fece che peggiorare.

Straziati dal dolore, ventiquattr'ore dalla caduta, si pensò di ricorrere all'intercessione di Maria SS. Ausiliatrice e di S. Giovanni Bosco. Si recitò l'intiero rosario, e poi si collocò una piccola immagine del Santo sotto il guanciale della sofferente recitando con viva fede un Pater, Ave, Gloria al Santo, che la piccina accompagnò a stento.

La grazia fu immediata, perchè la bambina che fino allora avea vomitato sangue, e si dimenava fra atroci smanie e dolori, s'addormentò placidamente, e dormì tranquilla per ben tre ore.

Risvegliatasi, ebbe ancora vomito, ma con diminuzione di sangue; poi riprese il sonno per altre due ore. Nel giorno seguente sparirono i forti dolori, e si potè cominciare a nutrirla con liquidi.

Il medico meravigliato del miglioramento, lo attribuì ad una grazia speciale, e la dichiarò fuori pericolo. Il giorno della festa del Corpus Domini, la bambina volle essere portata alla finestra per fare atto di adorazione a Gesù che passava fra i fiori e canti del popolo, e la sera si alzò da letto si può dire guarita, giacchè il quarto giorno discese in casa, fra le meraviglie di quanti l'avevano giudicata morta.

Da quel giorno essa non ha accusato alcun dolore, ed è sana come non avesse avuto alcun male.

La mamma lontana accorsa dopo due giorni al letto della figlia, la zia che la raccolse per morta, e la nonna ne rendono con me immense grazie a Maria SS. Ausiliatrice, ed al gran Santo D. Bosco.

Arba 6 luglio 1936.   Lo zio Arciprete

Sac. Don ANGELO CATTARIMETTI.

L'ulcera scompare. - Da quattro mesi, la mia cognata Rubatto Maria non poteva quasi più digerire per forti dolori allo stomaco. Il dottore curante consigliò una radioscopia che individuò un'ulcera allo stomaco. Angosciati, ci rivolgemmo all'aiuto del Signore, iniziando la novena a Maria Ausiliatrice consigliata dal santo Don Bosco. L'intercessione della Madonna fu tanto efficace che al termine della novena l'ulcera era scomparsa da sè. I medici constatarono che non c'era più bisogno di operazione e mia cognata riprese i suoi lavori accudendo alla sua famiglia. Piena di gratitudine, mando l'offerta promessa.

Chieri, 26 giugno 1936.

RUBATTO CATERINA.

Per intercessione del Ven. Domenico Savio.

Togliamo dal Lazo de Union, organo delle Ex-alunne delle Figlie di Maria Ausiliatrice, quanto segue:

Il giorno 1° Marzo di quest'anno (1936), ebbi la disgrazia di cadere fratturandomi il braccio sinistro. Applicati immediatamente alcuni rimedi casalinghi, lungi dal recarmi sollievo, peggiorarono il mio male, producendomi una emorragia interna e una piaga all'esterno.

Due giorni dopo andai dal medico, il quale, eseguendo la radiografia del braccio, trovò che l'osso era rotto e fuor di posto, e vi erano pure due fratture e varie scheggie. Per rimettere l'osso a posto era necessaria un'operazione, la quale però era ostacolata dall'impossibilità di ingessare il braccio a cagione della piaga esterna. Secondo il medico, la cura avrebbe dovuto durare cinque mesi.

Io soffrivo orribilmente. Appena la Rev. Madre Ispettrice ebbe conoscenza della mia disgrazia, mi raccomandò di rivolgermi con molta fiducia al Ven. Domenico Savio, assicurandomi che mi avrebbe ottenuta la guarigione. Io acconsentii e posi sul braccio una sua reliquia.

La domenica 22 marzo ho fatto un sogno. Mi pareva di essere in una vasta sala con varie scalinate, e su di queste io era seduta con la testa appoggiata. Improvvisamente sentii un leggiero colpo alla spalla: apersi gli occhi e vidi un sacerdote di venerabile aspetto. Richiestomi se lo conoscessi, risposi di no. Egli mi disse che era un Salesiano, alunno di Don Bosco, che amava moltissimo, e si chiamava Don Cagliero (faccio notare che io non lo conosceva neppur di nome). S'interessò del mio male, di cui era a conoscenza, e mi disse di cominciare una novena a Domenico Savio per la mia guarigione. Io gli risposi che non aveva avuto mai divozione a Domenico Savio mentre ne aveva moltissima a Don Bosco. « Ebbene - rispose allora don Cagliero - prega Don Bosco che dica a Domenico Savio, che fu sempre un alunno molto obbediente, che ti ottenga la grazia della guarigione ». E mi assicurò che il prossimo venerdì 27 marzo, avrei potuto muovere il braccio, suonare il pianoforte e fare lavori di cucito. Lo mirai attonita, ed egli continuò a dirmi di aver fiducia, perchè ciò che mi prediceva sarebbe accaduto, aggiungendo che sarebbe rimasto un segno al gomito come indice del male avuto.

Veramente non detti molta importanza al sogno; però lo raccontai alla Rev. Direttrice, che mi esortò a cominciare quel giorno stesso la novena. e con me l'incominciarono pure le novizie e le alunne del collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Il giovedì ebbi momenti di grande speranza e presentivo che il giorno seguente avrei ottenuta la grazia. Nella notte dal giovedì al venerdì non ho potuto dormire che qualche tratto, tanto era il nervosismo che mi agitava. Sonata l'una, volli provare a muovere il braccio, ma esso rimaneva immobile. Poi mi addormentai, e svegliandomi verso le quattro, notai tosto che il braccio non mi doleva più tanto. Tornai a provare se potessi muoverlo, mentre accompagnava l'atto con devote giaculatorie. Quale non fu la mia sorpresa all'alzare il braccio e muoverlo in tutte le direzioni, senza sentire il minimo dolore! Mi alzai, chiamai tutti quelli di casa perchè vedessero ciò che io chiamava miracolo, e tutti, alla constatazione del fatto rimasero stupiti, senza pronunziar parola. Mi sedetti al pianoforte, ed effettivamente lo potei sonare con la più grande naturalezza.

Fuori di me per l'emozione e per la gioia, appena potei, corsi a raccontare alla Direttrice, alle Suore e a tutte le mie compagne la grazia ricevuta. Non dimenticherò mai le loro grida di gioia e le esclamazioni di meraviglia con cui mi accolsero.

Quando ritornai dal medico, questi non dissimulò il suo stupore, e volle esaminare nuovamente il braccio attraverso la radioscopia. Trovò l'osso al suo posto e le fratture completamente scomparse.

Con la più viva gratitudine rendo pubblica questa grazia sul nostro Lazo de Union, affinchè tutti, e specialmente le numerose Ex-allieve Salesiane, sappiano ricorrere con fiducia al Venerabile Domenico Savio quale potente Protettore.

Barcellona, 2 Aprile 1936.

CONSUELO ADELANTADO.

Ex-alunna del Collegio di Barcellona-Sepùlveda.

NB. - Chi ottenesse grazie per intercessione del Ven. Domenico Savio o di altri nostri Servi di Dio abbia la bontà di inviare relazione precisa e dettagliata al Rettor Maggiore, Via Cottolengo, 32, Torino 109.

Lettera di Don Giulivo ai giovani.

Quando si vuole...

Carissimi,

Ho qui sott'occhio la lettera con cui gli alunni del nostro Istituto Card. Richelmy in Torino - Scuole Elementari - hanno presentato i loro auguri al Rettor Maggiore, lo scorso mese di giugno, in occasione del suo onomastico. È un magnifico documento che prova ancora una volta come i giovani quando vogliono riescono a tutto. Ve la trascrivo integralmente perché impariate e vi sforziate di imitarli.

Rev.mo Signor Don Ricaldone,

Anche quest'anno i membri delle Compagnie dell'Istituto Salesiano Agostino Richelmy si sono accinti all'impresa di fare un piccolo banco di beneficenza per mandarle il ricavo per il santuario di Maria Ausiliatrice e per l'altare di Don Bosco.

L'anno scorso i nostri compagni sono riusciti a ricavare solo L. 125, perchè avevano trovato pochi oggetti per il banco. Noi quest'anno ci siamo fatti più furbi e abbiamo incominciato molto tempo prima a radunare il materiale. Prima di tutto molti di noi ci siamo privati dei nostri giocattoli, poi abbiamo tormentato i nostri parenti, le buone suore dell'Istituto, quelle dell'Asilo e finalmente ci siamo rivolti a tutte quelle buone persone da cui speravamo qualche cosa. Nessuno si è rifiutato di darci quel poco che poteva. Una mamma dolente di non aver dei soliti oggetti, portò un coniglio vivo, che attirava gli sguardi di tutti noi bambini e ci faceva venir la voglia di tirar su biglietti per guadagnarlo.

Il banco riuscì benino; abbiamo potuto ricavare 308 lire che proprio di cuore le mandiamo come pegno della nostra riconoscenza verso la nostra buona mamma Maria Ausiliatrice e verso S. Giovanni Bosco che ci hanno ottenuto dal Signore la grazia di essere stati accolti in questo bell'Istituto.

Vorremmo anche presentarle in questa bella occasione qualche centinaia di lire per le Missioni; ma lei lo sa bene che i fanciulli non solo non guadagnano soldi, ma ne fanno spendere molti, e i nostri parenti sono piuttosto poveri e quindi quando vengono a trovarci non ci lasciano che pochi soldi per i nostri piccoli bisogni per animarci a studiare.

Ebbene molti miei compagni hanno saputo rinunciare alle golosità e hanno messo questi soldi nella bussola missionaria che si trova in ogni scuola e abbiamo così raccolto L. 92,50 per le Missioni. Però se non abbiamo potuto aiutare molto i missionari col denaro, abbiamo cercato di aiutarli di più con le nostre preghiere. Per i missionari abbiamo ascoltato 3156 Sante Messe; abbiamo fatto 25oo sante Comunioni; abbiamo recitato 2z13 terze parti del Rosario; abbiamo fatto 4076 visite a Gesù Sacramentato. Come vede anche noi piccoli amici di Savio Domenico, abbiamo cercato di fare quello che abbiamo potuto per fare un po' di bene.

A nome di tutti i miei compagni che stanno per partire le presento i più fervidi auguri di un felice giorno onomastico e in quel santo giorno voglia ricordarci al Signore nella santa Messa, affinchè il buon Gesù ci faccia crescere proprio buoni in modo che possiamo essere sempre la consolazione dei nostri cari, degni figli della Chiesa e cittadini che fanno onore alla Patria. Ci benedica tutti, mentre per tutti godo firmarmi di lei dev.mo

GNAVI AGOSTINO,

Vicepresidente delle Compagnie.

Non aggiungo nulla. Mi auguro soltanto che il bel gesto trovi molti imitatori sia per concorrere all'ampliamento del Santuario di Maria Ausiliatrice, sia per aiutare le nostre Missioni. È vicina la Giornata missionaria. Vedremo chi saprà fare di più.

Allegramente   vostro aff.mo

DON GIULIVO

NECROLOGIO

Salesiani defunti:

SUCCO D. GIOVANNI, sac. da Foglizzo (Torino), † a Torino-Martinetto il 27-VIII-1936 a 55 anni di età. Direttore dell'Istituto Card. Richelmy fu colto quasi improvvisamente dalla morte, mentre la sua virtù, la sua bontà soprattutto ed il suo spirito di sacrifizio promettevano ancor tanto per l'Opera Salesiana. Aveva speso le sue migliori energie negli oratori festivi cattivandosi l'affetto di tutti e facendo tanto bene in mezzo ai giovani, che lo rimpiansero come un padre.

GIANNONI ARTURO, coad. da Pescaglia (Lucca), † a Piossasco (Torino) il 3o-VIII-1936 a 24 anni di età.

FARINA D. DOMENICO, sac. da Randazzo (Catania), † a Raliang (India) il 2-VI-1936) a 5o anni di età.

PUGLISI D. ROSARIO, sac. da Linguaglossa (Catania), † a Messina il 22-VI-1936 a 58 anni di età.

MASILI FRANCESCO, coad. da Nureci (Cagliari), † a Lanusei (Nuoro) il 28-VI-1936 a 64 anni di età.

SCHULTZ GIACOMO, coad. da Egmating (Baviera), † a Barcellona di Venezuela (America) il 16-V-1936 a 32 anni di età.

REVES D. GIULIO, sac. da S. Cristoforo del Tachira (Venezuela), † a Los Teques (Venezuela) il 28-1V1936 a 29 anni di età.

SCHMIDT GIORGIO, ch. da Zegrze (Posnania), † a Marienhausen (Renania) il 5-VI-1936 a 27 anni di età.

GIACCARDI D. VINCENZO, sac. da Cavour (Torino), † S. Paolo (Brasile) il 17-VI-1936 a 64 anni di età.

N.B. Dei Salesiani uccisi nella recente rivoluzione di Spagna daremo l'elenco completo appena ci sarà possibile.

Cooperatori defunti:

Mons. Dott. Carmelo Scalca.

Vicario Generale dell'Archidiocesi di Catania, affezionatissimo ex-allievo di Don Bosco e ardente Direttore dei Cooperatori Salesiani, morì a Catania il 29 agosto u. sc. a 5o anni di età.

Nato in Catania il 25 febbraio 1886, frequentò giovanetto l'Oratorio Salesiano di San Filippo Neri dove apprese ad amare Don Bosco con tanto slancio che desiderò ardentemente di farsi salesiano.

Fu nel noviziato salesiano di San Gregorio (Catania) per pochi mesi; ma dovette ritornare in famiglia per espresso volere del padre che non seppe distaccarsi dal suo Carmelino.

Compiuti gli studi teologici nel Seminario catanese, fu mandato dal Cardinale Nava, che molto lo apprezzava, all'Università di Lovanio, dove conseguì la laurea in scienze e filosofia e poi fu aggregato all'Istituto San Tommaso dal Cardinale Mercier. Quest'ultimo titolo gli aprì le porte dell'insegnamento in quella celebre Università.

Ritornato in Patria, conseguì la Laurea in filosofia nell'Ateneo catanese e, nel 1924, la libera docenza in Economia politica nella R. Università di Torino.

In seguito passò all'Università di Roma, come libero docente e, nel 1926, riorganizzandosi la Biblioteca Vaticana, fu mandato dal Pontefice regnante Pio XI in missione nelle Americhe per studiare la tecnica e l'organizzazione delle Biblioteche di Washington e delle altre città americane.

Nel 1930, l'attuale Arcivescovo di Catania, Mons. Carmelo Patanè, lo scelse come suo Vicario Generale nel governo dell'Archidiocesi, carica che Mons. Stalla tenne con dignità sacerdotale e con finissimo tatto.

Spirito attivissimo e benefico fu anche Presidente degli Ospedali riuniti Santa Marta e Villarmosa, animatore appassionato della F.U.C.I., organizzatore delle Confraternite dell'Archidiocesi.

In molti avvenimenti locali, rifulsero la qualità del suo intelletto coltissimo e della sua squisita sensibilità sacerdotale.

Tutti ricordano ancora l'entusiasmo con cui egli si dedicò alla riuscita delle grandiose feste che Catania tributò, nella Cattedrale, a Don Bosco Santo, l'anno della Canonizzazione. A lui si deve lo splendido successo del primo Convegno Catechistico diocesano, tenutosi nell'arcivescovado, l'anno scorso.

In tutti i Convegni di ex-allievi e in tutte le manifestazioni salesiane Mons. Scalìa era sempre presente e vi portava la fede e lo slancio dell'anima generosa. Fu veduto sovente, in ore memorabili della recente Storia della Patria, tra il popolo; la sua parola ardente di patriottismo dinanzi agli altari o in sale di conferenze, fu sempre ascoltata con attenzione e con deferente simpatia.

È scomparso nel pieno vigore degli anni ed improvvisamente quando la Chiesa e la Patria tanto bene si attendevano ancora da Lui. L'ultimo suo bacio fu per l'immagine della Patrona S. Agata e per la Reliquia di Don Bosco Santo che teneva sempre con sè.

N. U. Cav. Uff. GIUSEPPE GIUNTINI † a Pontassieve il 1 maggio u. s. a 73 anni di età. Iscritto alla Pia Unione dei Cooperatori dal nostro Santo Fondatore Don Bosco, veneratissimo da tutta la nobile famiglia, crebbe nella devozione al Santo, ispirandosi ai suoi esempi nell'esercizio della carità e sovrattutto nella cura della cristiana educazione della gioventù cui provvide con munifiche istituzioni. La fede lo sostenne nelle più dure prove della vita, serbandogli pura la luce dello spirito e l'alacrità del cuore. Rimpianto dai poveri e dai piccoli che l'ebbero benefattore, vivrà in benedizione nella famiglia salesiana, soprattutto nella nostra casa di Firenze, per cui ebbe tante predilezioni, fulgido esempio ai posteri delle virtù più nobili e generose.

Cav. GAETANO FASULO, a Canicatti, il 12 agosto u. a. all'età di 58 anni, assistito dal fratello, don Antonio, salesiano.

Esemplare figura di padre, di educatore, consacrò, con piena, generosa dedizione, tutte le preziose energie dell'ingegno eletto, della volontà forte, del cuore buono, alla famiglia e alla scuola.

Fervido ammiratore e devoto di S. Giovanni Bosco merita di essere annoverato fra i più benemeriti nostri cooperatori.

La sua casa fu il centro del movimento salesiano che ha avuto nella città di Canicatti e nella provincia di Agrigento splendide manifestazioni.

MARIA MANETTI ved. POZZATI † a Comacchio il 31 luglio u. s. a 84 anni di età. Madre esemplare, e fervida nostra Cooperatrice, trasfuse la sua fede nella cristiana educazione dei figli, lieta di consacrare l'ultima figliola al Signore nella vita contemplativa.

Don VINCENZO QUARANTA † a Carbonara (Bari) il 5 agosto u. s. a 61 anni di età. Piissimo sacerdote, visse per le anime, prodigandosi con predilezione pei poveri e bisognosi.

SPARTA MICHELE † a S. Domenico Vittoria (Messina) il 15 agosto u. s. a 83 anni di età, tutti spesi nel lavoro, nella cura della famiglia e nelle opere di bene. Zelantissimo Cooperatore ispirava la sua vita agli esempi di Don Bosco, con grande edificazione del prossimo.

ANNETTA GATTO FISAULI † a Randazzo il 29 giugno u. a. in età di anni 49. Donna caritatevole con tutti, efficace ed operosa cooperatrice, sostenne le Opere salesiane nel corso della vita, ricordandosene anche al momento della morte.

GIOVANNI BATT. DEMARTIN † a Padola di Cadore (Belluno) il so giugno u. s. a 85 anni di età. Babbo del nostro D. Gerolamo, era un cristiano dell'antico stampo, pieno di fede, di carità e di zelo per l'educazione della famiglia. Cooperatore salesiano da tanti anni, sosteneva le nostre opere con affettuosa sollecitudine sesecondo le sue forze.

FRANCESCO STRADELLA † a Torino il 25 luglio u. a. a 66 anni di età. Devotissimo di Maria Ausiliatrice visse sempre di fede, educando alla pietà cristiana tutta la famiglia, lieto di offrire un figlio alla Società Salesiana ed una figliuola all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

N. D. FERNANDA EAMA dei Marchesi LAUREATI † a Tolentino il 10 luglio u. s. a 20 anni di età. Cresceva nella nobile famiglia agli alti sensi tradizionali di pietà e carità cristiana, con particolare predilezione per le Opere salesiane, quando sentì la chiamata del Signore. E rispose con amor filiale, volando a Dio, confortata da una speciale benedizione del S. Padre.

Cav. Dott. PIETRO SEGAFREDO † a Rosà il 29-VI u. s. Di profondi sentimenti cristiani, spese la illibata sua vita in opere di carità, soccorrendo i poveri con una generosità senza limiti. Ottimo nostro Cooperatore, favoriva le vocazioni ecclesiastiche e religiose e più d'un Salesiano ebbe da lui aiuto efficace per compiere i suoi studi.

Altri Cooperatori defunti:

Anteriore Giuseppe, Ferino (Ascoli Piceno) - Betta Bernardi Anna, Cavalese (Trento) - Borga Teresa, Rovereto (Trento) - Borgna Giacinta, Mursecco (Cuneo) - Carena Amalia, Cortemilia (Cuneo) - Cavalli Paola, Sartirana Lomellina (Pavia) - Ciocia Giuseppe, Firenze - Clerico Maria, Borgofranco d'Ivrea (Aosta) - Destro Don Abelardo, Montagnana (Padova) - Fabrello Rosa in Rosa, Piovene (Vicenza) - Fenoglio Dott. Luigi, Morozzo (Cuneo) - Ferrario Emilia ved. Venzaghi, Milano - Franco Domenica, S. Bonifacio (Verona) - Freschi Sanchetta Laura, Bassano del Grappa (Vicenza) - Gabba Simone, Castelnuovo D. Bosco (Asti) - Galeazzi Francesco, Gargallo (Novara) - Genovino Don Francesco, Forio d'Ischia (Napoli) - Graglia Adelaide, Castelnuovo D. Bosco (Asti) - Mandelli Mario, Balerna (Svizzera-Ticino) - Mancrelli Luigi, Viserba (Forlì) - Pasini Antonio, Marcellise (Verona) - Pedrotti Maria, Cavedine (Trento) - Perosino Ermenegildo, Tigliole (Asti) - Pierinami Giovanni fu Donato, Giuncugnano (Lucca) - Rosso Angela ved. Marchetti, Torino - Sanmartino Ludovica, Vinovo (Torino) - Soretti Giulia Bertoni, Alfianello (Brescia) - Vannucci Eufrosina, Lucca.