Anno LX - N. 11 NOVEMBRE 1936 - XV
SOMMARIO: L'ampliamento del Santuario di M. A. - Suffraghiamo I nostri Morti. - Sotto la cupola dell'Ausiliatrice. - Dalle nostre case. - Lettera di Don Giulivo ai giovani. - Dalle nostre Missioni: Matto Grosso (Brasile) - Miyazaki (Giappone). - Grazie attribuite all'intercessione di M. A. e di S. Gio. Bosco. - Necrologio.
Dati e fotografie illustrano mensilmente l'incremento e lo sviluppo dei lavori di ampliamento del nostro caro santuario che non vede l'ora di poter accogliere convenientemente i divoti della Vergine Ausiliatrice e di San Giovanni Bosco. Grazie a Dio ed alla carità dei nostri Cooperatori, siamo già al tetto, confortati da un duplice plebiscito di affettuosa corrispondenza all'appello del Rettor Maggiore: la sottoscrizione per le colonne e la sottoscrizione per le lesene. Ambedue si son chiuse in pochi mesi facendoci sperare la continuazione del generoso concorso di tutti per le spese ulteriori di cui esse hanno coperto solo una minima parte.
Mentre pertanto ringraziamo tutti e singoli i caritatevoli sottoscrittori, assicurandoli delle nostre preghiere, ci raccomandiamo nuovamente agli altri nostri Cooperatori perché non ci abbandonino e ci soccorrano nella misura del possibile.
Indicheremo quanto prima altre particolari iniziative. Intanto la mole dei lavori lascia facilmente comprendere le ingenti somme delle spese generali che richiedono il concorso di tutti, ed a tutti noi ora domandiamo qualche elemosina per la casa di Dio.
Ci incoraggia l'esempio del nostro santo Fondatore Don Bosco il quale visse mendicando la carità dei buoni e col suo sacrificio meritò dal Signore le più ampie benedizioni. Di questi giorni abbiamo letto nel vol. XV delle Memorie Biografiche un episodio quanto mai eloquente.
Nell'aprile del 1881 Don Bosco si era recato a San Remo per una conferenza, annunziata cinque giorni prima con una circolare a quei « benemeriti cittadini ».
Erano venuti a mancare i mezzi per la continuazione dei lavori nella vicina Vallecrosia; a fine di raccogliere sussidi aveva costituito un comitato di trentasei fra signori e signore sanremesi, disposti a questuare presso le persone caritatevoli di loro conoscenza. Essi fecero anche la propaganda per attirare gente ad ascoltare il Santo, e se ne toccarono con mano gli effetti. In quella stazione climatica e balneare i protestanti avevano seminato a larga mano l'indifferenza religiosa; eppure non solo la chiesa di San Siro, ma anche la piazza era piena di gente desiderosa di udire Don Bosco.
Il teologo Margotti, che era di San Remo e conosceva la sua città, ebbe a dire che l'aver tirato tanta gente alla sua predica in una popolazione così fredda per le pratiche religiose gli sembrava uno dei più grandi miracoli operati da Don Bosco.
Sul finire della conferenza il Santo disse che avrebbe egli stesso fatto il giro per la questua e poi proseguì: - Voi vi meraviglierete forse nel vedere un prete a girare per la chiesa con la borsa in mano; ma quando guardo il Crocifisso e penso a quanto ha fatto Gesù per la nostra salvezza, prendo volentieri in mano la borsa e vado a chiedere per amor suo la limosina. - Raggranellò così ottocento lire. (V. vol. cit., pag. 143)
Per l'ampliamento del Santuario di Maria Ausiliatrice il Successore di Don Bosco vi stende la mano come faceva il Santo. Cari Cooperatori, siate generosi.
Vincolo santo.
La festa d'Ognissanti e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci richiamano uno dei dogmi più consolanti di nostra santa Religione, il dogma della Comunione dei Santi. È verità di fede, e la professiamo esplicitamente nel Credo, che Nostro Signore Gesù Cristo, fondando la Chiesa, ha creato un vincolo soprannaturale che ne lega tutti i membri fra loro, vivi e defunti, e fa sì che partecipino tutti agli stessi interessi ed agli stessi beni spirituali. Grazie a questo vincolo, tutti i fedeli della Chiesa militante, uniti fra loro dalla stessa fede, dagli stessi sacramenti, dallo stesso sacrifizio, possono aiutarsi a vicenda con le preghiere, coi meriti e colle buone opere; e possono comunicare cogli eletti della Chiesa trionfante in Paradiso e colle anime sofferenti della Chiesa purgante in Purgatorio. Possono cioè invocare i Santi del Cielo e farsene degli intercessori presso Dio, incaricandoli di offrirgli le loro preghiere e di ottenere loro gli aiuti di cui abbisognano; possono aiutare le anime del Purgatorio mitigandone le pene e abbreviandone la durata.
Ineffabile potere, che tanti cristiani deplorevolmente trascurano, senza riflettere alle sofferenze indescrivibili delle anime purganti alle quali son pur legati da vincoli di sangue, di gratitudine o di carità. In questo mese di novembre, tutto consacrato dalla Chiesa, dopo la rapida visione della gloria dei Santi, alla pietà verso i defunti, ravviviamo pertanto la coscienza della grande realtà del dogma che abbiamo ricordato e dell'immenso potere che ci conferisce in virtù dei meriti della passione e morte del divin Salvatore.
E, poichè sono a nostra disposizione tanti mezzi per suffragare le anime purganti, siamo generosi con esse, pensando che un giorno, e forse molto presto, avremo ancor noi bisogno della stessa carità.
Sofferenze inaudite.
Noi non possiamo farci un'idea adeguata delle pene del Purgatorio. Sappiamo ch'esse soffrono una duplice pena: la pena del danno, che consiste nella privazione della vista di Dio, la quale, sebbene mitigata dalla speranza, è la massima pena che una creatura possa patire; e la pena del senso, che, secondo la maggioranza dei teologi, sarebbe la stessa dell'inferno, tolta l'eternità e la disperazione. Qualche cosa adunque che non trova alcun paragone adeguato nelle pene di questo mondo, anche le più atroci, e che supera all'infinito ogni nostra immaginazione. Numerose rivelazioni, accreditate dalla Chiesa, fanno raccapriccio alla descrizione dei tormenti del Purgatorio. Eppure è certo che sono soltanto sensibili rappresentazioni d'una realtà soprannaturale infinitamente più spaventosa. Non per nulla la Chiesa moltiplica i suffragi e prodiga tutti i suoi tesori spirituali a vantaggio delle anime sofferenti, sviluppando un culto commovente di pietà cristiana in loro favore. Essa sa bene che i conti della vita si regolano con Colui che è misericordia infinita fino all'ora della morte, e giustizia perfetta ed infinita dall'ora in cui la morte fissa le sorti delle creature per l'eternità. Sa che in Cielo non entra neo di colpa: che i debiti con Dio van saldati fino all'ultimo centesimo (MATT., V, 26): che se è vero che vi sono peccati che non ottengono remissione ne in questo mondo nè nell'altro (MATT., XII, 32), ci sono dei fedeli che si salvano passando per il fuoco (I Cor., III, i5); che quindi « è cosa santa e salutare il pregare per i morti, perchè vengano assolti dai loro peccati» (II Libro dei Maccabei, XII, 43-46). Ond'è che, imitando l'Apostolo S. Paolo, che pregava il Signore a far grazia al defunto Onesiforo per tanti servigi che gli aveva reso a Roma ed a Efeso (II Tim., I, 16-18), sprona i fedeli con tutte le sue forze a suffragare le povere anime, facendosi eco, colla liturgia e colla predicazione, delle loro grida di dolore e di soccorso.
Preghiere ed indulgenze.
Essa poi non celebra mai la santa Messa senza fare un ricordo speciale per tutti i defunti. Noi troviamo questo ricordo in tutte le liturgie, fin dal secolo III. S. Giovanni Crisostomo lo fa anzi risalire ai tempi apostolici. Nella sua Omelia ad Antioch. dice chiaramente: Non è senza fondamento che gli Apostoli stabilirono di pregare per i morti nel tempo in cui si compiono i sacrosanti misteri. E nella Divina Liturgia dello stesso S. Giovanni Crisostomo leggiamo, subito dopo la Consacrazione, questo bel memento dei morti: Ancor Ti offriamo questo culto razionale per i defunti nella Fede, primogenitori, padri, patriarchi, profeti, apostoli, predicatori, evangelisti, martiri, confessori, continenti, e per ogni spirito consumato nella Fede.
La liturgia romana usa queste parole:
Ricordati anche, o Signore, dei tuoi servi e delle tue serve che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono il sonno della pace. E, data facoltà al celebrante di nominare chi crede in particolare, continua: Ad essi, o Signore, ed a tutti quelli che riposano in Cristo noi ti supplichiamo di concedere il luogo del refrigerio, della luce e della pace. Per il medesimo Gesù Cristo, Signor nostro. Così sia.
Il breve spazio di cui disponiamo non ci consente neppur di elencare le numerose pratiche, preghiere e divozioni, approvate, favorite e raccomandate dalla Chiesa a suffragio dei defunti. Ottimi manuali le offrono alla portata di tutti e noi rimandiamo senz'altro ad essi.
Ricordiamo piuttosto l'abbondanza delle indulgenze che vi sono annesse. Il cuore materno della Chiesa s'abbandona in questo ad una vera prodigalità. Quante preghiere, quante giaculatorie indulgenziate! Pare che i Sommi Pontefici abbiano fatto a gara per favorire le povere anime coi preziosi tesori. Preziosissima l'indulgenza plenaria « toties quoties » del 2 novembre, concessa da Pio X il 25 giugno 1914 per la commemorazione annuale di tutti i fedeli defunti. La si può lucrare dal mezzogiorno della festa d'Ognissanti fino alla mezzanotte del giorno 2, ogni volta che si visita una chiesa od oratorio pubblico o semipubblico pregando secondo l'intenzione del S. Padre. Le condizioni sono note: 1) Confessione e Comunione (1);
2) visita di una chiesa od oratorio pubblico o semipubblico; 3) recita di 6 Pater, Ave, Gloria per ogni visita. Per distinguere una visita dall'altra basta uscire e rientrare in chiesa anche immediatamente.
La Santa Messa.
Quanti mezzi adunque a nostra disposizione per sollevare, mitigare ed abbreviare le pene delle anime purganti! Ma, fra tutti, efficacissimo e potentissimo è senza dubbio il santo sacrificio della Messa che noi possiamo applicare a tutti i fedeli defunti.
La Chiesa, nel Concilio di Trento - Sessione XXII, capo II - sciogliendo ogni controversia in proposito, insegna chiaramente che noi possiamo offrire il divin Sacrificio pro defunctis, nondum ad plenum purgatis, per i defunti non del tutto purificati, e dichiara: juxta traditionem Apostolorum, secondo la tradizione degli Apostoli. Sappiamo infatti dalla storia che fin dai primi secoli la Chiesa, non solo permise, ma favorì e disciplinò la celebrazione della S. Messa pei defunti fin sulle loro tombe. Quest'uso, tradizionale già ai tempi di sant'Ignazio di Antiochia e di san Policarpo, era così diffuso e così caro alla pietà dei fedeli, che occorse non poca fatica all'autorità ecclesiastica quando, per evitare alcuni abusi, stabilì che il santo Sacrificio si potesse celebrare soltanto sulle tombe dei Martiri. Ma continuò intanto a permettere la celebrazione in suffragio dei defunti su altari convenienti, ordinando successivamente la sacra liturgia alla massima facilitazione di questo piissimo culto. Nel messale noi troviamo oggi delle Messe speciali, elaborate accuratamente attraverso i secoli, per la commemorazione di tutti i fedeli defunti, il 2 novembre; pel giorno della morte e della sepoltura di un fedele; pel giorno terzo, settimo, trigesimo e anniversario. Abbiamo infine una Messa quotidiana, che la Chiesa permette in quasi tutti i giorni feriali o festivi di rito semplice o semidoppio secondo le rubriche, e bellissime orazioni particolari per le diverse categorie di defunti.
L'indulto di Benedetto XV.
Notissimo omai il benefico indulto del Santo Padre Benedetto XV che, durante l'immane guerra europea, estese a tutto il mondo il privilegio concesso già da Benedetto XIV agli Stati di Spagna. Per esso, ogni sacerdote può celebrare tre Messe il .giorno dei Morti, 2 novembre: una secondo l'intenzione particolare del celebrante, l'altra per tutti i fedeli defunti, e la terza secondo l'intenzione del Papa, per supplire ad un cumulo di antichi pii legati i cui fondi vennero incamerati dai governi sovversivi, privando così i sacerdoti del minimo reddito necessario al sostentamento.
Basterebbe questa prodigalità della Chiesa per farci apprezzare il valore dell'applicazione delle Messe a suffragio dei fedeli defunti ed animarci a farne celebrare quante più possiamo.
Efficacia dell'applicazione della Santa Messa.
Ma chi non sa che nella santa Messa noi offriamo realmente all'eterno Padre la Vittima divina immacolata, Nostro Signor Gesù Cristo, vivo e vero sotto le speci del pane e del vino consacrati, pel miracolo e il mistero ineffabile della transustanziazione ? E allora, come non comprendere che noi non abbiamo nulla di più caro, di più prezioso, di più efficace da offrire per le povere anime? San Gregorio Magno dice addirittura che Dio condona senz'altro la pena ai defunti pei quali si celebra la santa Messa e si prega in modo speciale. S. Girolamo asserisce che « per ogni Messa celebrata escono dal purgatorio parecchie anime liberate ». Sant'Agostino nel De cura mortuorum dice che col Sacrificio del Corpo di Cristo noi possiamo dare ai defunti il massimo aiuto: maximum juvari Sacrificio Corporis Christi. E l'angelico dottor san Tommaso concorda appieno insegnando che nella Chiesa non c'è mezzo migliore del Sacrificio della Messa per suffragare le anime del Purgatorio. Ond'è che santa Monica, morendo, raccomandava una unica cosa al figlio Agostino: di ricordarsi di lei nella santa Messa. E Sant'Agostino per 3o anni continuò a celebrare per lei nell'anniversario, mentre la ricordava ogni giorno nella S. Messa. Tra le tante rivelazioni abbiamo nella vita del Beato Enrico Susone che, avendo questi promesso ad un amico religioso di pregare molto per lui dopo la sua morte, un bel giorno il defunto gli apparve e gli disse: « Non mi bastano le preghiere, son le Messe che mi abbisognano. Soltanto il Sangue di Cristo può estinguere le fiamme che mi divorano ». Per questo san Benedetto nella regola dei suoi monaci dispose che si celebrino trenta Messe subito dopo la morte di ciascuno di essi, ed ingiunse, con delicatissimo pensiero, che il vitto che il defunto avrebbe dovuto ricevere nei trenta giorni se fosse sopravvissuto venga distribuito ai poveri per suffragio di chi è morto in pace (LouvET, Il Purgatorio). Così hanno fatto più o meno tutti i santi Fondatori, fino a S. Giovanni Bosco il quale, oltre ai suffragi pei soci, ha stabilito la celebrazione di 10 messe pel padre e per la madre di ogni salesiano defunto, ed ha imposto a tutti i suoi sacerdoti salesiani e cooperatori l'applicazione di una Messa all'anno pei Cooperatori defunti. (Regol. VII, 4; pag. 29).
In tempi di maggior fede, sull'esempio e gli insegnamenti dei Padri e Dottori della Chiesa, i cristiani erano assai più solleciti nel procurare ai poveri morti questo divino sollievo. Lo spirito pagano dei nostri giorni ha affievolito invece sventuratamente questo senso di pietà cristiana. Tutta la preoccupazione dei superstiti è nell'arricchire le tombe, nel far sfoggio di fiori, nel curare la solennità esteriore del corteo funebre. Senza riflettere che questa pompa non giova proprio nulla all'anima dell'infelice: giova solo all'orgoglio di chi sopravvive, a consumare le sostanze dei morti. Ah, non sia questo lo spirito nostro: modesti e religiosi i nostri funerali; prodighiamo il denaro nel far celebrare delle sante Messe.
Con una modesta elemosina...
Non ci spaventi la modesta elemosina che si domanda: è una miseria rispetto al valore infinito del Sacrificio, che nessuna moneta potrà mai pagare. È un semplice contributo al sostentamento del clero e delle opere pie di carità cristiana.
Quanti giovani, anche tra i cristiani, sciupano in un giorno in sigarette più dell'elemosina d'una santa Messa! Quante famiglie sprecano in un solo spettacolo cinematografico più che non si richieda per la celebrazione d'una santa Messa! Oh, quanto meno ci vorrebbe per accelerare all'anima del papà o della mamma, del fratello o della sorella, dello sposo, della sposa, di un congiunto, di un benefattore, di un amico, la felicità eterna con qualche Messa di suffragio! Facciamocene uno scrupolo. Si tratta di un dovere di giustizia o di carità. Noi raccogliamo i sudori, forse il sangue dei nostri parenti, benefattori od amici: davanti a Dio noi contraiamo l'obbligo sacrosanto di affrettare ad essi la gloria del Cielo al più presto possibile, e non disponiamo di mezzo migliore e più efficace.
Che se vi sono, come realmente vi sono, tanti poveri, i quali non dispongono neppure dell'equivalente per la modesta elemosina, non si esige l'eroismo di san Pier Damiani che si privava del cibo per suffragare l'anima dei genitori. Se non la possono far applicare, possono almeno assistere alla santa Messa. Se poi sono disoccupati, possono ascoltarne anche parecchie. Le ascoltino pertanto devotamente, facciano anche la santa Comunione, ed offrano, insieme col santo Sacrificio cui assistono, le pene e le sofferenze della loro povertà.
L'onnipotenza di Dio saprà supplire alla loro indigenza.
Del resto, per favorire anche i meno abbienti, la Chiesa ha approvato delle Opere Pie che assicurano l'applicazione cumulativa del santo sacrificio della Messa per più persone. Le soddisfazioni del sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo sono infinite, sicchè le anime vi possono attingere abbondantemente anche attraverso a questa forma di applicazione cumulativa. Chi non conosce, per esempio, la
Pia Opera del Sacro Cuore?
Nella Basilica del S. Cuore di Gesù in Roma al Castro Pretorio è eretta la Pia Opera del Sacro Cuore di Gesù per la celebrazione in perpetuo di sei Messe quotidiane, secondo l'intenzione di chi offre una lira italiana per una sola volta.
Queste sante Messe sono celebrate, due all'altare del Sacro Cuore di Gesù, due a quello di Maria SS. Ausiliatrice e due a quello di San Giuseppe.
Col versare una sola volta l'elemosina di una lira l'offerente ha diritto di formare l'intenzione per tutte le sei Messe, e per tutte le preghiere ed altre pie opere che si fanno nella chiesa e nell'Ospizio annesso, così a proprio, come a vantaggio de' suoi cari, vivi o defunti.
Ciascuno può con egual elemosina inscrivere qualsiasi persona anche a sua insaputa.
La Pia Opera ha due centri: uno a Roma (121) presso il Rettore della Basilica del Sacro Cuore di Gesù, Via Marsala, 42; l'altro a Torino (109) presso il Rettor Maggiore dei Salesiani, Via Cottolengo, 32.
Altari privilegiati.
Molti forse non conoscono un indulto singolare: la pietà materna per le anime purganti, la comprensione e la pena dei loro indescrivibili dolori, l'ansia di affrettare loro la felicità del Cielo ha spinto la Chiesa ad un'altra forma di suffragio: quello dell'altare privilegiato, temporaneo o perpetuo, locale, personale o misto. Valendosi delle inesauribili risorse del potere conferito da Cristo, di aprire o chiudere le porte del Cielo (Gio., XX, 23) e di applicare le soddisfazioni di N. S. Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi che formano il così detto «Tesoro della Chiesa», ai vivi per modo di assoluzione, ai morti per modo di suffragio, la Chiesa ha annesso un'indulgenza plenaria a determinati altari, che perciò si chiamano privilegiati. Questi altari sono indicati nelle chiese da una apposita iscrizione altare privilegiatum, ove è pure segnato il tempo della durata del privilegio: per sempre o per un dato numero di anni. In virtù di questo privilegio, ad ogni Messa che si celebra a questi altari, finchè sono privilegiati, è annessa un'indulgenza plenaria, la quale viene applicata all'anima del defunto o della defunta per cui si celebra la santa Messa. Privilegio preziosissimo in cui la Chiesa gareggia col Signore per liberare le povere anime. Nostro Signor Gesù Cristo si offre personalmente al Padre nel santo Sacrificio ed intercede coll'applicazione dei meriti della sua passione e morte; la Chiesa spalanca tutto il suo « tesoro » concedendo l'indulgenza plenaria. L'effetto di questa indulgenza è naturalmente subordinato al giudizio di Dio; ma per sè, intanto, offre tutto quello che può la Chiesa perchè un'anima possa dal Purgatorio volare in Paradiso.
È evidente il vantaggio di far celebrare Messe a questi altari.
I sacerdoti salesiani, come altri religiosi e sacerdoti in particolare, hanno non solo molti altari privilegiati locali (per cui qualunque Messa celebrata a questi altari pei defunti, da qualunque sacerdote, ha annessa l'indulgenza plenaria suddetta), ma hanno anche l'indulto dell'altare privilegiato personale: per cui qualunque salesiano, quando celebra a qualunque altare di questo mondo per un'anima del purgatorio, lucra l'indulgenza plenaria a favore dell'anima stessa. Tutti i sacerdoti in generale l'hanno solo per il giorno dei morti, 2 novembre; noi lo abbiamo tutti i giorni. E non occorre che celebriamo messa da morto, basta che applichiamo la Messa per un'anima del purgatorio. In Maria Ausiliatrice poi ed in altre nostre chiese principali abbiamo pure degli altari privilegiati gregoriani ad instar dell'altare di S. Gregorio al Monte Celio: privilegio che dal 1912 non si concede più.
I nostri Cooperatori sanno quindi che, quando ci affidano la celebrazione di una Messa per una persona defunta, noi le possiamo lucrare sempre anche l'indulgenza plenaria. Nè occorre aumentare l'elemosina ordinaria delle Messe, essendo proibito espressamente dal canone 918 del Codice di Diritto Canonico. Basta l'elemosina ordinaria. Chi tuttavia può dare qualcosa di più, sa bene quanto gravi siano i nostri oneri e le nostre strettezze. Sentiamo anzi il bisogno di raccomandare caldamente l'invio di elemosine per l'applicazione di sante Messe, perchè scarseggiamo. Abbiamo tanti sacerdoti che celebrano senza impegni di intenzione. Impegnateli voi per i vostri cari. Così moltiplicherete i frutti della carità. Perchè mentre procurate il sollievo alle anime del purgatorio, ci date i mezzi materiali per mantenere tanti poveri figlioli e sviluppare tante nostre opere.
Per la celebrazione di Sante Messe inviare l'elemosina, specificando le intenzioni, al Rettor Maggiore dei Salesiani, Via Cottolengo, 32, Torino, 109.
(1) Secondo il canone 931 dei Codice di Diritto Canonico basta per
tutte le indulgenze la confessione fatta entro gli otto giorni precedenti, e la
comunione fatta la vigilia del giorno in cui si fa la pratica alla quale è
annessa l'indulgenza.
Anzi i fedeli che si sogliono accostare al sacramento della Penitenza almeno
due volte al mese, o comunicarsi quotidianamente con retta intenzione e in
istato di grazia (anche se la lasciano un giorno o due per settimana) possono
acquistare tutte le indulgenze plenarie, senza ripetere la confessione attuale,
tranne che abbiano qualche altro legittimo impedimento. Fanno solo eccezione le
indulgenze dei Giubilei.
Ai primi di settembre l'Oratorio ha ripreso gran parte della sua vita interna, col ritorno degli alunni artigiani che hanno affollato scuole e laboratori in numero di trecento e cinquanta.
L'affluenza dei pellegrini si è intensificata fin dal giorno 2, coll'imponente pellegrinaggio di 50o giovani delle associazioni femminili di Azione Cattolica, Fleurs de lys, dell'Ovest della Francia. Presiedeva il pellegrinaggio S. E. Mons. Pasquet, vescovo di Séeg, che celebrò all'altar maggiore. Lo stesso giorno convennero a Valdocco 130 pellegrini Maltesi e 42 da Corte Nova (Bergamo). Ospiti graditissimi, sebbene per rapide soste, nella prima settimana, le LL. EE. Mons. Rossi, vescovo di Asti, Mons. Niccolini, vescovo di Assisi, Mons. Cattaneo arcivescovo tit. di Palmira. Notevoli: il giorno 6, il pellegrinaggio della Schola cantorum della Prepositurale di S. Martino di Milano; il giorno 13, 12o Dopolavoristi della Ditta L.E.S.A. di Milano; il giorno 14, quello degli Amis de St. François de Sales di Strasburgo: un centinaio, guidati da P. Florentin, Cappuccino che celebrò all'altare della Madonna. Lo stesso giorno, visita di S. E. Mons. Soracco, vescovo di Fossano con alcuni sacerdoti della diocesi di Chiavari. Il 19, celebrò all'altare del Santo S. E. Mons. O'Reilly vescovo di Swanton (Stati Uniti); giunse quindi un bel gruppo di Universitari Cattolici della diocesi di Cremona per una giornata di ritiro spirituale nella cappella Pinardi. Il giorno 22, visita di S. E. Mons. Besson, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, con una ventina di pellegrini Svizzeri; pellegrinaggio di parrocchiani di Cerreto d'Asti. Il 23, pellegrinaggio dei Giornalisti Cattolici Francesi, diretti a Roma per il Congresso Internazionale. Ascoltarono la S. Messa nella cappella Pinardi.
Il 27, visita di S. E. Mons. Alfonso Carinci, Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, che celebrò all'altare del Santo e trascorse qualche ora con noi, graditissimo.
La visita di Sua Em. Rev.ma il Card. Boetto.
Lo stesso giorno, verso le 10, l'ambita sorpresa di S. Em. Rev.ma il signor Card. Pietro Boetto, della Compagnia di Gesù. I giovani artigiani non poterono trovarsi subito a fargli festa, perchè raccolti in quell'ora per la Messa cantata nella basilica. Ma, mentre Sua Eminenza, accompagnata dal rev.mo P. Cavriani e dal suo Segretario, veniva accolto con affettuosa venerazione dal Rettor Maggiore e dai Superiori che l'accompagnarono nella visita dell'Oratorio, la funzione volse al termine ed i giovani accorsero ad improvvisare una di quelle calorose dimostrazioni, che sono una simpatica tradizione della Casa-madre. Al suono della banda e cogli evviva dissero all'Eminentissimo Principe tutta la loro gioia e filiale devozione. E Sua Eminenza li ringraziò paternamente esortandoli ad approfittare largamente dell'educazione salesiana impartita nella Casa-madre ove aleggia così vivo lo spirito del santo Fondatore. Ad un cenno del Rettor Maggiore, si prostrarono quindi tutti nell'ampio cortile per riceverne la benedizione, che l'Eminentissimo impartì di gran cuore, auspicio dei celesti favori pel nuovo anno scolastico-professionale.
Tutta la giornata, fu un gran concorso di pellegrini. Tra i pellegrinaggi in comitiva, troviamo registrato un gruppo di 6o pellegrini da Biella. Il 28, 52 pellegrini dall'Oratorio S. Luigi di Lodi guidati dal direttore D. Savarè, che celebrò all'altare dell'Ausiliatrice, ed altri pellegrini da Sacconago, con sacerdoti e chierici che cantarono Messa solenne in rito ambrosiano.
Partenze di Missionari.
Affrettati i preparativi, quasi due terzi dei Salesiani destinati alle Missioni od alle Case di formazione delle nazioni extraeuropee, presero congedo dal Rettor Maggiore e dai confratelli nel corso del mese, ricevendo il santo Crocifisso dal Successore di S. Giovanni Bosco, nell'intimità di suggestive funzioni, nella cappella Pinardi e nella cappelletta del Santo. Un primo stuolo, il 3 settembre, veniva diretto all'India nord e sud, alla Cina e al Siam; altri: il 6 settembre, per l'Australia; il 9, per gli Stati Uniti; il 10, per Cuba; il 16, per l'Equatore, Cile, Perù, Palestina; il 24, pel Rio Negro Matto Grosso, Colombia, Argentina, Patagonia. Contemporaneamente partivano i 5 Figlie di Maria Ausiliatrice pel Sud-America: tutti accompagnati dalle nostre preghiere e dai più fervidi voti.
L'annuale funzione di addio.
L'annuale funzione di addio si svolse però ugualmente colla tradizionale solennità, per gli altri, la prima domenica di ottobre. Vi parteciparono tutti i missionari, sacerdoti, chierici, coadiutori e Figlie di Maria Ausiliatrice che poterono ritardare la partenza. Il Rettor Maggiore celebrò la Messa della Comunione generale, e Don Tornquist, direttore della Casa di Bombay, cantò la Messa solenne. Prestò servizio la cantoria parrocchiale con ottime esecuzioni. Nel pomeriggio, dopo il canto del Magnificat, salì il pergamo Don Siro Righetto, della missione del Krisnhagar, che rivolse affettuose parole d'occasione ai partenti, richiamando la folla dei Cooperatori e dei giovani al grande problema dell'azione e della cooperazione missionaria.
Quindi S. E. Mons. Coppo impartì la benedizione eucaristica, e procedette alla cerimonia di addio benedicendo ed imponendo il Crocifisso ai singoli missionari, che passarono tosto all'abbraccio del Rettor Maggiore e dei Superiori del Capitolo. A sera gli alunni interni studenti ed artigiani festeggiarono i partenti con un riuscitissimo trattenimento nel salone teatro.
Altre vittime accertate nelle stragi dei sovversivi di Spagna.
Nel mese di settembre giunsero altre dolorose notizie dalla Spagna, che ci hanno dato come certa la morte dei nostri confratelli di
Ronda, massacrati dai sovversivi prima dell'ingresso delle truppe nazionali, del direttore della Casa di Valenza e di quello di Sarrià. Coi 15 già annunciati dal Rettor Maggiore nella sua lettera del 15 agosto, sarebbero pertanto 22 i Salesiani e 2 le Figlie di Maria Ausiliatrice vittime della barbarie sovversiva di cui finora abbiamo certezza. Ignoriamo la sorte di tutti quelli che sono in carcere o sbandati nelle zone desolate dall'anarchia.
Continuiamo a pregare, per affrettare dal Signore l'ora della pace e il trionfo della giustizia e della fede.
I lavori di ampliamento.
Nel mese di settembre, ultimate le armature dei pilastri e dei solai, sopra la sagrestia, i depositi e le tribune, si attese al getto del calcestruzzo per un complessivo di 8oo mq. Vi si impiegarono 25o quintali di ferro e 75o quintali di cemento. Contemporaneamente si avviò la preparazione dell'armatura del cornicione, delle incavallature del tetto, della soletta portante la copertura con lastre di pietra.
AQUILA. - La visita dell'Em.mo. Cardinale Tedeschini.
Il 22 settembre u. se. Sua Eminenza il Cardinale Federico Tedeschini, si degnava di visitare l'Opera Salesiana di Don Bosco in Aquila e di celebrare la S. Messa della Comunione generale. La chiesa, gremitissima, fu incapace ad accogliere tutti i Cooperatori ed amici, molti dei quali dovettero rimanersene fuori in attesa di vedere ed acclamare l'Em.mo Principe all'uscita. La loro venerazione poté però trovare soddisfazione al solenne ricevimento seguito nel salone-teatro, alla presenza delle autorità religiose, civili, militari e delle Dame Patronesse dell'Opera Salesiana.
Dopo il canto delle Acclamationes, Cuori esultanti e Sul mio labaro, diretto dall'autore Don Antolisei, il direttore Don Lazzaroni, con parola vibrante di commozione, porse il saluto ufficiale all'illustre Porporato, ricordando le benemerenze del compianto fratello del Cardinale che primo sognò un'Opera Salesiana in Aquila, realizzata poi dalla di lui degna consorte Donna Assunta Visca, vedova Tedeschini.
Ringraziò quindi anche gli altri benefattori che cooperarono per la buona riuscita dell'Opera, primo fra tutti l'on. Serena, già Podestà di Aquila. In fine gli alunni artigiani offersero al Cardinale un artistico cofanetto intarsiato, di mirabile fattura, la vita di Don Bosco, legata a fregio d'oro, e un berretto cardinalizio.
Quando Sua Eminenza accennò a ringraziare, le autorità e i numerosi convenuti si levarono in piedi. Sua Eminenza ricordò l'opera del compianto suo fratello che reiteratamente aveva fatto premure anche a lui perchè lo aiutasse nell'opera benefica che, purtroppo, non potè vedere attuata. Ringraziò e abbracciò l'Arcivescovo diocesano S. E. Mons. Manuelli e benedisse tutti i figli di Don Bosco « sempre presenti dove ci sono anime da redimere e da salvare ». Una benedizione speciale diede infine alle Dame Patronesse dell'Opera Salesiana con a capo la Signora di S. E. il Prefetto Zattera.
Dopo la visita ai locali ed ai laboratori, Sua Eminenza, ossequiata dall'Arcivescovo, dal Patriarca Mons. Vicentini, dal Prefetto, dal Podestà, dal Procuratore Generale, dal Generale del Presidio, dal Preside della Provincia e da tutte le altre autorità, lasciò l'Opera Salesiana tra le acclamazioni festanti dei piccoli che facevano ala al suo passaggio.
SONDRIO. - Inaugurazione dei restauri della Chiesa di S. Rocco e dell'altare di S. Giovanni Bosco.
Il 18 settembre u. sc. Sondrio ha vissuto una giornata di care emozioni e di gioconda festa inaugurando solennemente i restauri della chiesa di S. Rocco e l'altare di S. Giovanni Bosco, omaggio degli ex-allievi, cittadini, Cooperatori ed allievi al Direttore del nostro Istituto Don Lorenzo Saluzzo, in occasione della sua Messa d'Oro.
Le sacre funzioni, iniziatesi colla consacrazione dell'altare del Santo e dell'altar maggiore, compiute rispettivamente dall'Ecc.mo Vescovo diocesano Mons. Macchi e dal Vescovo salesiano Mons. Coppo, culminarono nella Messa giubilare col nobilissimo discorso d'occasione dello stesso Vescovo diocesano, alla presenza di autorità e rappresentanze e di immensa folla, per chiudersi nel pomeriggio con un discorso di S. E. Mons. Coppo e la trina eucaristica benedizione.
Unanime l'ammirazione pei lavori compiuti con fine senso d'arte.
L'altare del Santo in marmi policromi, su disegno dell'ing. Zanchetta, arricchito del quadro del Crida s'intona magnificamente a tutta la decorazione della cappella affrescata dai pittori Zappettini della Scuola « Beato Angelico ». Dono carissimo, l'altar maggiore, offerto dai soldati reduci vittoriosi dall'Africa Orientale Italiana, opera dei marmisti Danzi-Comana di Viggiù.
Gli stucchi dell'ancona dell'altare maggiore sono stati ritoccati da Somaini. Apprezzatissimo il restauro della pala Vallorsiana, compiuto dal Pelliccioli di Milano. Bene intonati anche il servizio di candelieri e la porticina del tabernacolo dell'altare del Santo, della ditta Politi. La sobria decorazione delle pareti, colla nuova illuminazione a fori dalla volta in legno e col pavimento in un corretto e semplice disegno, danno all'ambiente un tono di freschezza candida e di pietà.
La festa è stata allietata da una specialissima benedizione del Santo Padre il quale si è degnato di inviare al Direttore un prezioso autografo d'augurio e felicitazione.
Carissimi,
Il 10 giugno u. s. ricorreva il primo centenario della morte del celebre fisico e matematico Andrea M. Ampére, nato a Polemieux (Lione) il 22 gennaio 1775 e morto a Marsiglia appunto il 10 giugno 1836. La sua fama é legata soprattutto alla teoria dell'elettrodinamica che forse state già studiando o studierete fra qualche anno. Il suo nome fu assunto ad indicare l'unità di corrente elettrica (ampère) che vale un decimo dell'unità elettromagnetica assoluta; l'unità di quantità di corrente per le batterie di accumulatori (ampèreora); il galvanometro di piccola resistenza e di facile maneggio che permette di leggere immediatamente l'intensità di corrente di un circuito in ampére e che si chiama appunto amperometro; la curva dell'elettromagnete, curva di Ampère; la legge che si riferisce all'azione che si esercita fra i singoli elementi di due correnti elettriche, legge di Ampère; la regola delle correnti mobili, regola di Ampère; ecc. A questa fama egli è giunto però solo nel 1820, essendosi dapprima tutto applicato alla chimica ed alla filosofia. Ma vi è giunto con un lampo di genio che fece sbalordire, pochi giorni dopo che Arago ebbe ripetuto avanti all'Accademia delle scienze di Parigi le celebri esperienze di Oerstedt. Con rapidità fulminea egli intui e prospettò e comunicò alla stessa Accademia la sua teoria che riduce il magnetismo all'elettrodinamica, e, dopo appena cinque anni di ricerche, di cui solo Arago e Maxwell poterono valutare le difficoltà, diede la sua teoria completa e definitivamente dimostrata nei fenomeni, nelle leggi e nei calcoli, tanto che oggi, dopo ormai un secolo di prova, non ha subito smentita, nè ritocchi ulteriori. Tanta prontezza fu senza dubbio frutto del suo genio; ma anche del suo allenamento alle grandi ricerche ed ai profondi studi. Egli fu infatti uno scienziato quanto mai precoce, autodidatta ed universale. A 9 anni, prima ancora di conoscere le cifre, faceva calcoli astrusi con sassolini e, malato, con pezzetti di biscotto; a 12 anni - e fu l'unica sventura che lo portò poi ad una violenta crisi religiosa - prese a leggere l'enciclopedia di D'Alembert e Diderot, venti volumi in folio, e la ritenne tanto da poterla ridire ancora cinquant'anni dopo, quasi -a memoria. A 12 anni ancora, già padrone dell'algebra e della geometria elementare (la materia dei nostri licei...), assimilò il calcolo differenziale nelle opere latine di Eulero e di Bernouilli; a 14 abbozzò una teoria linguistica universale con relativa grammatica e vocabolario; a 18 si diede allo studio della Meccanica Analitica di Lagrange; dai 18 ai 22 anni s'ingolfò nel latino e nella botanica; scrisse poi prose e poesie, poemi, tragedie e madrigali in francese, in italiano, in latino e in greco; a 28 anni, pubblicò il suo primo lavoro di matematica sulla teoria del gioco di cui, tolto Laplace, i più grandi matematici del tempo stentavano a capir qualcosa. Studiò a fondo l'apologetica, la storia, l'esegesi, la zoologia, e in quest'ultima diventò si forte da impegnarsi collo stesso Cuvier in una discussione rimasta celebre sulla costituzione degli esseri organizzati. L'ultima sua pubblicazione fu un forte lavoro di filosofia.
Insegnante di fisica al Collegio di Francia, fu membro delle società reali di Londra, Edimburgo, Cambridge, Berlino, Stoccolma, Bruxelles... raggiungendo nel campo della scienza una gloria immortale.
Risolta la crisi religiosa, scatenatagli dal settarismo dell'Enciclopedia cui ho accennato, a 28 anni, con una confessione generale, egli riacquistò tutte le convinzioni della sua vergine fanciullezza, e fu cattolico praticante con un fervore esemplare. Quante volte, discorrendo delle sue grandi scoperte con Federico Ozanam, ospite in casa sua a Parigi nel primo anno di Università, gli prendeva la testa fra le mani e se la stringeva al cuore esclamando fra le lagrime: « Quanto é mai grande Iddio, Ozanam, quanto é mai grande Iddio; e noi, come siamo al buio di tutto! '. Il giorno che l'accolse in casa, offrendogli l'appartamento gli disse: « Voi fate il magro nei giorni comandati; lo faccio sempre anch'io ». E qual fu l'emozione di Ozanam, quando una sera entrato nella chiesa di S. Stefano al Monte, scorse in un angolo Ampére tutto assorto in preghiera alla presenza di Dio!...
Non aggiungo altro per timore di essere troppo lungo. Ma mi piacque richiamarvi la figura di questo grande scienziato cattolico soprattutto per farvi trarre tre preziosi insegnamenti:
1) che la vera scienza conserva ed accresce la nostra fede, e non la distrugge come fa la falsa scienza;
2) che il più gran pericolo della vostra età è la lettura di libri cattivi;
3) che se volete riuscire nella vita, occorre che vi applichiate con molto ardore agli studi, non dimenticando che la prima e la più grande delle scienze è la scienza della Religione. Imitate Ampére e vi immortalerete davvero pel tempo e per l'eternità. Coi migliori auguri
vostro aff.mo DON GIULIVO.
Una parola ai corrispondenti.
Continuano a giungerci d'ogni parte relazioni di feste ad onore di San Giovanni Bosco; ma nell'impossibilità di soddisfare all'aspettazione degli organizzatori e dei divoti per scarsità di spazio, le passiamo - come abbiamo già detto - all'archivio, donde verranno tratte quando si potrà curare la compilazione di un progettato volume sulla glorificazione del nostro Santo. Ce ne vogliano pertanto scusare i nostri benemeriti Cooperatori ai quali tanto dobbiamo per la riuscita trionfale nelle varie città e paesi, e quanti non fossero ancor stati soddisfatti dal " Bollettino ", ci mandino sollecitamente la cronaca delle feste celebrative della canonizzazione.
Per le feste annuali, quando non vi sia l'inaugurazione di qualche opera nuova, meritevole di segnalazione, basta la pubblicazione sui periodici locali. Il " Bollettino" vi deve per forza rinunziare, come fa già per le feste tradizionali di S. Francesco di Sales e di Maria SS. Ausiliatrice.
Sulle tracce delle nostre vittime...
L'anno scorso il nostro Don Colbacchini, coi confratelli Carlo Miotti e Paolo Petronzelli fu incaricato dai Superiori di rifare il cammino percorso dagli indimenticabili Don Fuchs e Don Sacilotti per raggiungere i Chavantes e tentarne l'evangelizzazione. I nostri Cooperatori ricordano come questi furono barbaramente massacrati.
Non sarà quindi privo di interesse il seguire gli appunti di viaggio di D. Colbacchini per farsi un'idea della difficoltà dell'impresa che attende ancora una soluzione. Ricostruiamo fedelmente.
Il lungo viaggio dalle Colonie dei Bororos, a Registro di Araguaia e poi per le acque del fiume omonimo, fino oltre la sua confluenza col Rio das Mortes (circa mille chilometri di percorso) fu pieno di peripezie. Navigare per l'Araguaia è quanto vi può esser di bello e suggestivo e nello stesso tempo di impressionante. Lo scenario che si svolge dispiega tutta la grandezza e la maestà della natura nel suo vergine splendore, essendo il Rio Araguaia forse il più ricco di bellezze naturali. Con un corso di circa 4000 chilometri, attraversa da Sud a Nord la parte centrale del Brasile, in una posizione geografica di privilegio. I selvaggi Carajàs, che lo abitano ab immemorabili, lo chiamano Berocan che vorrebbe dire «grande fiume ». Ma l'etimologia forse più esatta, si troverebbe nella lingua Tupì: Ara-uaia. Ara vorrebbe indicare l'Arara (una specie di papagallo) e uaia vuoi dir fiume. Quindi Fiume delle Araras. Difatti questi uccelli dalla lunga coda e dalle penne variopinte passano e ripassano sempre accoppiati da una all'altra sponda del fiume, come sovrani, e possono benissimo indicare l'origine del nome. Le acque del fiume che si stendono da 8oo a 1ooo e più metri di larghezza, scorrono soavi tra spiagge di sabbia bianca e fine, oltre le quali si delinea la bassa sponda e la verde ed oscura zona del bosco che l'accompagna. Lo spirito erra per le immense solitudini, l'immaginazione vola fantastica per le infinite regioni inesplorate e misteriose che si schiudono innanzi per strappare l'oscuro impenetrabile velo che si stende inesorabile su quell'immenso regno di fiere e di feroci selvaggi. Di questo maestoso fiume, delle sue grandiose e magnifiche lagune, dei suoi affluenti e particolarmente del suo maggior tributario il Rio das Mortes, molto e molto resta ancora avvolto dalla fitta bruma del mistero.
Nel lungo percorso, con giornate e giornate di penoso viaggio, i missionari ebbero la consolazione di portare un po' di conforto spirituale ai rari abitanti sparsi per quella vastissima zona. Poveri cristiani, facevano pena! Il sacerdote lo vedono poche volte e risentono già del pericolo protestante! Occorre moltiplicare il numero dei missionari per salvar la fede e diffonderla in un territorio immenso, a distanze che richiedono giornate e settimane di viaggio per trasportarsi da un punto all'altro. I nostri visitarono i pochi selvaggi Carajàs sparsi in piccoli gruppi lungo le spiagge del fiume. Al loro arrivo i poveretti correvano incontro festosi, offrendo pesce e frutta o piccole cose in segno di amicizia, domandando con insistenza tabacco, farina di mandioca, dolci e tutto ciò che vedevano...
POVERI CARAJÀS. - Poveri Carajàs! Il loro numero si va riducendo di giorno in giorno. Decimati dalle febbri e da tante malattie importate dai contatti coi civilizzati, vanno scomparendo. L'organismo del figlio della selva, lungi dall'essere immune, presenta troppo scarsa resistenza per la sufficiente difesa dai microbi e dalle infezioni. A questo si -deve probabilmente attribuire l'elevata mortalità dei poveri selvaggi, come avviene anche fra i Bororos. È un fatto constatato che la proporzione di mortalità tra gli aborigeni è tanto maggiore, quanto maggiore è il loro contatto e quanto maggiori sono le loro relazioni coi civilizzati. Si dice che, circa 5o anni fa, la tribù dei Carajàs, nell'estensione di tutto l'Araguaia, contasse più di 10 mila anime. Ora, ne avrà più o meno due mila!... Nel tratto del Rio Araguaia che appartiene alla nostra Prelazia, da Registro alla foce del Rio Tapirapè, nel 1915, sparsi in varii villaggi, si potevano contare più di due mila Carajàs; nel 1927 non arrivavano a mille; ora sono appena un centinaio e questo esiguo numero è sparso in una zona fluviale di oltre 900 chilometri! Attualmente i Carajàs si vanno raccogliendo verso il Nord e si concentrano lungo il basso corso dell'Araguaia, ove incontrano le cure amorose dei Padri Domenicani che da molti anni evangelizzano con zelo apostolico l'immenso territorio del basso Araguaia.
MATO VERDE. - Prima meta dei nostri missionari, sceso il Rio Araguaia, era giungere ad un luogo chiamato Mato Verde, prossimo alla foce del Rio Tapirapè, distante più di 900 chilometri da Registro di Araguaia, sulla riva sinistra del fiume, ancora abitato da numerosi gruppi di Carajàs. Quivi D. Sacilotti e D. Fuchs avevano iniziato la loro prima residenza e costruita una povera capanna, pensando che fosse un buon punto di appoggio per la missione del Rio das Mortes ed anche per l'evangelizzazione dei Carajàs di quei dintorni. Barbaramente trucidati nel Rio das Mortes, non tornarono più a Mato Verde e così non ebbero la triste disillusione di constatare che per fattori diversi, e più per essersi i Carajàs ritirati da quei luoghi per unirsi ai loro compagni dei villaggi siti più in basso, al Nord, oltre il fiume Tapirapè, non era luogo adatto al fine che avevano inteso. Don Colbacchini rivide la loro capanna deserta ed omai cadente. Cogli altri due confratelli egli si fermò più di quindici giorni per sistemare varie cose e fare i necessari preparativi pel viaggio ulteriore fino al Rio das Mortes. Giornate tristi e penose assai. Deluse le loro speranze di trovarvi buon numero di Carajàs, fin dal primo arrivo, si trovarono completamente isolati, lontani da tutti e da tutto. Il clima torrido, oltre i 40°, tutti i giorni, il tormento continuo, incessante di nuvole di moscherini di tutte le specie di giorno, e zanzare implacabili di notte li fecero soffrire non poco.
Il giorno 1 agosto 1935, partirono da Mato Verde e diressero la prora verso il Rio das Mortes, in cui entrarono il giorno seguente, primo venerdì del mese, sacro al Cuore di Gesù. Un'onda di commozione li invase al toccare le prime acque del fiume, e ricordando con affetto i confratelli sacrificati e morti per le anime derelitte dei figli di quelle foreste, innalzarono al Cielo una preghiera, mentre le lagrime solcavano le loro ciglia. Rinnovarono a Dio l'offerta delle loro fatiche e sacrifici e della stessa vita, e, rinvigoriti nello spirito, col cuore commosso per la missione ricevuta, intonarono una lode a Maria SS. L'eco portava e ripeteva per quelle rive boscose, sulle acque silenziose, il canto del loro cuore, il Nome Santo di Maria!
LE ORIGINI DEL RIO DAS MORTES. - Le origini del Rio das Mortes sono tuttora avvolte nel mistero. Venne scoperto e navigato, forse, verso la fine del 16oo o al principio del 1700, dai primi esploratori, gli eroici Bandeirantes, che, spinti dalla febbre dell'oro, in epiche e tragiche giornate di incredibili fatiche, si erano avventurati verso l'ignoto. E da questi impavidi ed audaci Bandeirantes, che colla passione dell'avventura ed il fascino del mistero tessevano la loro vita, ebbe il triste e malaugurato nome di Mortes. Vittime e morti innumeri segnarono infatti i passi della penetrazione di quelle foreste, e le acque del Rio vi tinsero di sangue! Si conoscono però finalmente le sue sorgenti. Il Rio das Mortes nasce nell'altipiano centrale, nei pressi di Cuyabà. Col nome di Rio Manso corre e precipita verso il NE., gettando le sue acque spumeggianti, di pietra in pietra, di salto in salto, fin presso l'Araguaia, suo emulo, cui corre parallelo in direzione Nord, per unirglisi infine, dopo un corso di oltre due mila chilometri. Porta all'Araguaia il maggior volume di acque, e forse è ancor più grande di quello; ma, siccome vi entra formando un gran delta, diviso e suddiviso in canali e lagune, perde tutta la bellezza e la grandiosità di una foce maestosa. Risalendolo dalla foce, bastano poche ore di navigazione, per raggiungere il suo corso regolare, che dà l'impressione della sovrana grandiosità del fiume. La vasta distesa delle sue acque profonde e chiare, le sue spiagge di bianchissima sabbia splendenti al folgorio del sole, le cupe foreste che ne orlano le sponde e tingono del loro verde cupo le acque tremule: tutto il panorama ha un fascino incantevole!
LA PRIMA NOTTE SUL RIO DAS MORTES!... - Dopo 5 o 6 ore di navigazione, percorsi circa 25 chilometri, prossimi al tramonto e alla rapida discesa della notte, i missionari cercarono un luogo adatto all'accampamento. Approdarono quindi ad un'estesa spiaggia di bianca sabbia, e a pochi passi dal fiume, ad un cento metri dalla foresta, si prepararono a passar la notte. Prima però fecero una capatina nel bosco in cerca di buona legna pel fuoco, che, in piena zona selvaggia, deve ardere tutta la notte per precauzione. Per dormire, sulle spiagge dell'Araguaia, come su quelle del Rio das Mortes nei mesi di secca, da maggio a settembre, c'è poco da fare: il letto è la bianca distesa della sabbia, che è soffice e tiepida come un materasso; il tetto è il bel cielo sereno e stellato, e l'Angelo custode il compagno fedele! Dopo un'allegra conversazione, rivolta a Dio una preghiera per la buona notte, ciascuno si stese tranquillamente a dormire. Ma gli occhi di D. Colbacchini s'indugiarono a contemplare il quadro di quell'accampamento, in quella notte oscura, a pochi passi dalla nera foresta, sull'orlo delle cupe acque del fiume, quanto mai suggestivo... Il fuoco mandava i suoi bagliori vermigli che si sperdevano per le candide sabbie e si riflettevano tremuli sulle acque... Sdraiati qua e là, chi più, chi meno vicino al fuoco, i compagni dormivano in placido sonno, ma egli vegliava. A quando a quando il profondo silenzio della notte era rotto dallo stridente melanconico grido di qualche uccello notturno e il leggero fruscio delle foglie della foresta mosse da un dolce vento. Tutto era calmo e sereno: pareva che cielo e terra si dessero il bacio di pace proprio là, dove tutto nascondeva insidia e morte!... Il pensiero del missionario errava per quelle spiagge, per quei boschi e per quelle acque rivedendo nell'immaginazione le care sembianze dei confratelli caduti, che, forse, in quello stesso luogo e sulla stessa sabbia avevano riposato le stanche membra... Ora egli con altri fratelli, pieni di speranza e di entusiasmo, si accingeva coraggioso e fidente in Dio, alla suprema lotta contro l'incognita della foresta, i pericoli e le insidie del fiume, rifacendo quel viaggio per portare il bacio di pace, l'amplesso dell'amore ai feroci figli di quelle selve, per estendervi il Regno di Cristo ed unire tutte quelle anime a Gesù Salvatore.
DUE PUNTI FOSFORESCENTI... -
Assorto in questi pensieri, non badava al fuoco che si stava spegnendo... A rari intervalli guizzava come un lampo una piccola fiammella, che diradava per un attimo le nere ombre della notte, gettando poi tutto in più profonde tenebre. Ma ad uno di questi sprazzi di languida luce, ecco splendere a poca distanza, sulle acque oscure, due punti luminosi, fosforescenti. D. Colbacchini balzò a sedere osservando attentamente... Un nuovo improvviso ravvivarsi del fuoco, ed ecco i punti luminosi più vivi di prima ed assai più vicini e, non solo due, ma altri due e altri due ancora... Avvezzo alle incognite che possono sorprendere ad ogni istante in quelle solitudini inesplorate, ove occorre diffidar di tutto ed esser sempre pronti ad ogni evento, gli occhi fissi nelle tenebre, nella direzione di quelle luci misteriose, Don Colbacchini balzò in piedi, per gettare un po' di legna sul fuoco ed aumentar la luce; ma non avea dato un passo che, tra le oscure ombre della notte ed il bianco riflesso della sabbia, scorse un corpo lungo e nero strisciare rapido verso uno dei nostri, che, ignaro del pericolo, dormiva saporitamente. Intuito il pericolo, afferrò il fucile, mandò un grido e fece fuoco... Il mostro, già a un passo dalla vittima, che si era scelta, diede un rapido giro su se stesso e con un colpo furioso di coda, che fece volare sabbia ed oggetti che stavano là vicino, si precipitò con un gran tonfo in acqua. Il grido e più il colpo di fucile nel cupo silenzio della notte, fece alzar di scatto tutti i compagni. Gettarono legna sul fuoco, ravvivarono la fiamma: un terribile e mostruoso coccodrillo jacarè, aveva tentato di fare un buon boccone!... Grande e continuo è il pericolo di questi terribili anfibi: insidiano per ore ed ore la vittima e quando riescono ad afferrarla, la stringono fra i denti delle formidabili mandibole, si immergono con essa nelle acque del fiume e nel fondo oscuro se la divorano tranquillamente!... Manco a dirlo, il sonno scomparve istintivamente. Accoccolati intorno al fuoco, cominciarono i commenti, ridendo e scherzando, per cacciar l'impressione dell'avventura che per poco non si risolse in tragedia... I cani intanto, eccitati ed irrequieti, a quando a quando avanzavano furiosi verso il fiume... Gli occhi del missionario non si stancavano di fissarsi nella massa oscura dell'acqua per scoprire, al rubro riflesso del fuoco, qualche segno di nuovi movimenti: era sicuro che quei terribili mostri non si sarebbero dati per vinti e sarebbero usciti nuovamente all'attacco. Difatti, dopo poco tempo, ecco i piccoli occhi di quei sauri brillar nuovamente al riflesso del fuoco, nel tenebroso sfondo del fiume: due... quattro... sei... otto... in semicerchio: si movevano lenti e si avvicinavano... «Attenti! - gridò allora ai compagni, che se ne stavano vicino al fuoco, - attenti, le bestie ritornano e non c'è da scherzare». Tutti presero le armi e si misero in difesa. I caimani avanzavano solcando leggermente le acque proprio verso di loro. Due confratelli si accostarono alla sponda del fiume e, preso di mira uno di quei rettili, che s'avvicinava più degli altri, fecero fuoco... Colpito, forse, quell'animale feroce, con un balzo terribile, si sprofondò nell'acqua sconvolgendo tutto. Il rimbombo dei colpi di fucile, trasportato dall'eco per quelle solitudini, l'abbaiare furioso dei cani, la viva fiamma del fuoco che diradava le spesse tenebre, non valsero tuttavia ad intimorire ed allontanare gli altri, che, per tutta la notte, tentarono di sorprendere i missionari ritornando all'attacco, senza permettere loro di chiudere un occhio... Ai primi albori i terribili caimani stavano ancora in agguato, sebbene due di essi giacessero inerti colla pancia in aria arenati presso la spiaggia... Colpiti dalle pallottole essi erano morti, ma un terzo, ferito gravemente, mostrava la sua sega di avorio in atto di sfida. I missionari vollero metterli a secco, tutti e tre, i morti ed anche il vivo. Non senza fatica e grande precauzione, perchè il vivo reagiva furiosamente, trascinarono sulla sabbia gli implacabili nemici. I due morti misuravano circa quattro metri di lunghezza; il ferito, che non si dava pace per la prigionia e si dimenava furiosamente, non ostante avesse il cranio sfracellato da una pallottola, ne misurava più di quattro!...
I MOSQUITOS. -Quando si rimisero in viaggio, il sole dardeggiava. Risalendo il fiume, la navigazione doveva procedere lentamente per vincere la corrente delle acque che in alcuni punti è assai violenta. La sinuosità del fiume offriva ad ogni curva un nuovo magnifico scenario colla distesa delle acque e la foresta sempre in fiore; ma il pensiero correva altrove, ai poveri selvaggi che vi si internavano sfuggendo a tutte le ricerche della carità.
Anche il secondo giorno di viaggio volse al termine ed avvistata una bella ed ampia spiaggia, si disposero a pernottare. Cena frugale, poi legna sul fuoco, un'ultima preghiera e... in pace con Dio...
Ma avevano fatti i conti senza l'oste... Se in tutto il viaggio avevano già sofferto il flagello dei mosquitos, di tutte le specie e famìglie possibili di moscherini e di zanzare, la seconda notte fu un vero tormento, fu un martirio. La musica indefinita, i pungiglioni incessanti di quegli implacabili ed insopportabili insetti, non lasciano requie, causando una sofferenza indicibile che dà tale eccitazione nervosa da non permettere il sonno neppure quando si è affranti da morire. Solo immergendosi nel denso ed acre fumo che si sprigiona dal legno marcio e dalle foglie gettate sul fuoco, si riesce a trovare un po' di sollievo. Ma come respirare? Non si resiste; la pagano i poveri polmoni: viene la tosse; non c'è altro mezzo; bisogna gettarsi all'aria libera sfidando nuovamente tutte le miriadi sanguinarie di ogni specie di zanzare... Così la durarono i nostri fin dopo mezza notte. Alzatasi allora una fresca brezzolina, le zanzare finalmente se ne andarono lasciando un po' di tregua. Speravano di poter finalmente dormire un po' tranquilli; ma dopo il tormento delle zanzare, ecco anche in quella zona i coccodrilli... Dovettero quindi star all'erta, cani e fuoco ben acceso, fucile pronto per salvarsi dalle loro sorprese... Come Dio volle spuntò alfine la stella mattutina... Era il 4 agosto, domenica. Preparato il piccolo altare portatile, che nello stesso Rio das Mortes aveva servito tante volte agli altri nostri Missionari, su cui anzi D. Fuchs e D. Sacilotti avevano celebrato l'ultima S. Messa, tutto il personale assistette al santo Sacrificio celebrato da Don Colbacchini.
(Continua).
Amatissimo Padre,
Come annualmente le rondini tornano al nido, nella ricorrenza dell'annuale resoconto, è bello tornare al nido di Don Bosco e, per le sue mani, amato Padre, presentare all'Ausiliatrice il modesto, molto modesto risultato del nostro lavoro annuale. La rassegna a base di cifre, pur non potendo essere che circoscritta nel limite dei formulari, dice qualche cosa. Non foss'altro, è conforto e incitamento al Missionario; è stimolo al benefattore che vede qualche risultato della sua carità; è impulso alle cristianità che vedono, sia pur lentamente, crescere le loro fila.
Ogni Missione presenta caratteristiche sue proprie, e specialissime le presenta il Giappone.
Non possono esser valutate nella loro entità, nel loro svolgimento, nel risultato cui dànno luogo, se non da coloro che, da lungo tempo sul posto, vivono la vita dell'ambiente. Per noi tali caratteristiche sono intimamente legate alla vita di questo gran popolo, di cui forse non si è ancor ben compreso lo spirito e la sua posizione nel mondo. È alla luce di queste considerazioni che bisogna valutare i risultati del lavoro della propagazione della Fede cattolica in Giappone. Pochi i Missionari; scarso ancora il Clero indigeno - perfetto in genere suo, in quanto deve soddisfare alle esigenze della vita sociale, familiare, scolastica, industriale e commerciale, civile, militare e politica: il che significa fatto con signorilità e perfezione dell'ultima ora dei mezzi necessari-; un popolo che si accresce di un milione annuale di abitanti. Occorre un attrezzamento speciale, che non si può improvvisare. Se non è difficile dare dei Battesimi, è difficile dare dei Battesimi che valgano alla costruzione della Chiesa cattolica in questo grande Impero. Difficile la propaganda diretta; non meno difficile nei risultati quella indiretta; indispensabile il lavoro nelle opere di carità sociale, comprese da tutti; ancor più urgente la formazione del Clero e personale indigeno.
Alla stregua di questi criteri, legga, amato Padre, leggano i nostri fratelli, allievi, benefattori e amici della Missione, il seguente specchietto riassuntivo:
Stato della Missione dal 1° luglio 1935 al 4 giugno 1936.
I. CENNI STORICI.
La Missione indipendente di Miyazaki, smembrata dalla Diocesi di Nagasaki e poi di Fukuoka, fu eretta con Breve Apostolico 29 marzo 1928 e affidata ai Salesiani di Don Bosco. Con Breve Apostolico del 28 gennaio 1935 fu eretta in Prefettura Apostolica. Abbraccia le due Prefetture civili di Miyazaki e Oita con una superficie di 16.072,175 kmq. e una popolazione di 1.826.639 ab. (censimento 1935).
II. PERSONE CHE LAVORANO NEL TERRITORIO.
Sacerdoti salesiani 9
Chierici nel triennio 2
Coadiutori 3
Figlie di Maria Ausiliatrice . . . . 16 Catechisti 7 Maestri 17
Medici a serv. miss 2
Aide-brévetés 1
Figlie della carità (indig.) 24
III. POPOLAZIONE AL 30 GIUGNO 1936.
Cattolici indigeni . . . . 1.361 Cattolici stranieri 30
Religioni varie 1.500
Pagani 1.822.645
Catecumeni 103
IV. DIVISIONI ECCLESIASTICHE ED EDIFICI SACRI.
Distretti 7
Stazioni primarie 6
Stazioni secondarie 5
Edifici sacri 9
V. OPERE.
Seminario indigeno 1 - alunni latino 53
» di Tokyo filosofia 7
» » di Tokyo » teologia i
Asili d'Infanzia 4 - » 172
Opera S. Infanzia 2 - » 25
Orfanotrofi 3 - » 103
Ospizio per vecchi i - ricoverati 30
Tipografia S. Maria i - (Ospizio di Miyazaki)
Libreria cattolica i
Scuole serali 2 - alunni 40
Dispensario medicinali i - (in 6 mesi) consulti 150
Scuole domenicali e Oratorii . . . . 11 - alunni 1.88o
Scuole Aspiranti Catechistesse . . . . i - alunne 11
Confraternite religiose laiche . . . . 18 - soci complessivi 900
Assoc. laiche di carità e Azione cattolica 18 - soci complessivi 6o0
Battesimi in articulo mortis . . 54 Comunioni pasquali registrate 777 Comunioni di devozione . . . 88.595
S. Cresime 150
Esercizi spirituali 18
Oltre al perfezionamento e consolidamento, che si è cercato di dare alle opere esistenti, con la grazia di Dio e con l'aiuto dei benefattori, si è potuto realizzare qualche nuova opera, che speriamo produrrà ottimi frutti. Già gliene parlai a lungo in altre relazioni e riassumo brevemente.
1) Ampliamento dell'Ospizio di Miyazaki (reparto Orfanotrofio e Asilo Infanzia), che ha reso possibile di elevare a 115 il numero dei ricoverati.
2) Nello stesso Ospizio, la nuova Tipografia S. Maria. Non pensi alla rotativa della S.E.I.: è una piccola macchina a mano, coll'indispensabile per iniziare qualche pubblicazione. Già si pubblica una rivista in 10.ooo copie mensili, destinata ai pagani, e che si propone di far conoscere e stimare la Religione cattolica, illustrando sia le opere di carità esistenti in Missione, sia i principi evangelici che le ispirano. È intitolata Ai ni ikiru (Vivere nella carità). La piccola rudimentale tipografia pubblica pure Voci lontane, ben note agli amici dell'Ospizio e della Missione salesiana giapponese. L'infaticabile Don Cavoli, coadiuvato da Don Liviabella (che sa anche trasformarsi in compositore e proto), sono l'anima di questa nuova attività che già preannunzia i Vangeli in lingua popolare, con note del nostro Don Marega, e anche i Foglietti settimanali di istruzione catechistica. Ah, potessimo inondare il Giappone di stampa buona! Nella nostra Missione mensilmente si distribuiscono, generalmente ai pagani, 1500 copie del Giornale cattolico, 500 del Bollettino Salesiano in giapponese, e si possono valutare ad oltre 50.000 i foglietti di propaganda distribuiti sistematicamente. I lettori del Bollettino conoscono già il modo di propaganda del nostro Don Lucioni al riguardo.
3) Dispensario gratuito di medicinali per ammalati poveri e visite a domicilio a Miyakonojo.
4) Opera della S. Infanzia presso le Figlie di Maria Ausiliatrice a Beppu (3o ricoverati).
5) Per assicurare l'avvenire delle opere dal punto di vista materiale, si è fatto acquisto, a titolo di esperimento, di piccoli appezzamenti di terreni coltivabili.
Mentre da un lato si tenta di dar forte impulso alle opere sociali di carità, si cerca dall'altro di accrescere sempre più le vocazioni indigene. Il nostro piccolo Seminario di Miyazaki ha elevato in quest'anno a 53 il numero degli inscritti, e il Rettore Don Caro insiste continuamente sulla necessità dell'ampliamento delle camerate; ma il povero Prefetto Apostolico deve confessare la propria impotenza per assoluta mancanza di mezzi. Vorrei che Lei sentisse le insistenze del buon Don Dumeez per il suo collegietto e del bravo Don Cecchetti per il suo... futuro Asilo d'Infanzia!... Mah! È il solito ritornello del povero Superiore della Missione...
Non le dispiaccia di dare uno sguardo al lavoro che vanno compiendo i suoi figliuoli nella capitale, a Tokyo. Anche quei cari confratelli, emulando lo zelo apostolico di cui sono animati i Missionari, si prodigano per le opere che hanno tra mano. Il caro Don Tanguy si esaurisce con spirito di sacrificio immenso nella cura dei suoi 10 novizi e degli studenti di filosofia e teologia nel Noviziato e Studentato salesiano del S. Cuore a Tokyo. Sono le opere che dobbiamo considerare come la pupilla della Congregazione e a cui sono fissi, insieme col Gran Seminario regionale, le menti e i cuori di noi tutti. Sono 30 promettenti speranze, fra giapponesi e stranieri, su cui invoco da lei, amato Padre, e da tutti, speciali benedizioni e preghiere.
Don Margiaria è in attività febbrile per l'approvazione governativa della Scuola Professionale Don Bosco (Sezione tipografi e sarti) che, oltre il numero di allievi aumentato (25) vede coronato di lieto successo il lavoro di apostolato dei confratelli con promettenti Battesimi e con un fiorente Oratorio festivo.
E finalmente, nella parrocchia di Mikawajima, Don Escursell si è slanciato in un seguito di opere educativo-sociali (Esploratori, Dispensario, Giardino d'Infanzia, Associazioni cattoliche, maschile e femminile) a favore della popolazione povera della zona, mentre continua l'impulso dato dal compianto Don Piacenza all'Oratorio, con la frequenza quotidiana di 250 allievi, che passano le migliaia nelle solennità. I 52 Battesimi, amministrati nell'anno, le dicano pure il lavoro che si cerca di fare anche nel campo dell'apostolato missionario parrocchiale. Pensi amato Padre, che per queste grandi opere, a Tokyo, tre soli sacerdoti, coadiuvati da pochi chierici e coadiutori, lavorano intensamente... Pensi al numero esiguo dei Missionari della Prefettura... e ci venga al più presto in aiuto nelle forme possibili. Noi diciamo: grazie al Signore, che ci ha permesso di compiere, per la Sua gloria e per la salvezza delle anime, anche quest'anno questo lavoro; e grazie ai Superiori, ai confratelli, ai benefattori e agli amici che, con la loro preghiera, col consiglio, coll'incoraggiamento e con i mezzi, ci hanno sempre aiutato. Per tutti, la nostra preghiera e l'offerta dei sacrifici quotidiani. Da parte di Dio, la ricompensa a tempo opportuno. Bisognosi di tutto e di tutti, non venga meno la vostra generosa carità.
Ci benedica tutti, amatissimo Padre, e specie il Suo affezionatissimo
Miyazaki, 15 luglio 1936.
Mons. VINCENZO CIMATTI Prefetto Apostolico di Miyazaki.
Raccomandiamo vivamente ai graziati, nei casi di guarigione, di specificare sempre bene la malattia e le circostanze più importanti, e di segnare chiaramente la propria firma. Non si pubblicano integralmente le relazioni di grazie anonime, o firmate colle semplici iniziali.
Salvo per miracolo. - II 16 giugno 1939, mio cognato Bosco Felice di Chieri, cadeva da una motocicletta, producendosi la frattura della base cranica, con emorragia interna. Portato all'ospedale di Chieri, in imminente pericolo di vita, gli fu amministrata l'Estrema Unzione. Il dottore curante, Comm. Professor Giacinto Giordano, non nascose la gravità del caso. A conoscenza della grave disgrazia che gettava nella costernazione mia sorella, giovane sposa, unitamente alla famiglia e alle mie consorelle, implorai l'aiuto di Maria SS.ma interponendo anche l'intercessione di S. G. Bosco. Dopo 20 giorni nei quali l'infermo rimase sempre fuori dei sensi, Don Bosco Santo e Maria Ausiliatrice ci ottennero la grazia sospirata: il povero paziente riacquistò la vita.
Alla distanza di quattro mesi egli è pienamente ristabilito in salute e ringrazia con noi i celesti Protettori, implorando ancora la loro assistenza, per la pacifica soluzione d'un affare che lo riguarda.
Torino, 29-11-935.
Suor ROSINA SIVERA, F. M. A.
Guarito da septicemia, nefrite, diabete. - Il 26 aprile ultimo scorso, festa di Don Bosco, mi mettevo a letto destituito di sensi. Il medico chiamato giudicò gravissimo il mio caso e chiese un consulto di altri medici, che confermarono tutti la gravità delle mie condizioni. Il 28 dello stesso mese ripresi i sensi e, conscio del mio stato, chiesi i Sacramenti dell'Eucaristia e dell'Estrema Unzione. Ricevuti i Sacramenti, si notò un sensibile miglioramento, ma di breve durata, poichè peggiorai presto ripetutamente preoccupando tanto i miei e i medici che fecero venire dal paese mia madre e l'altra mia sorella. Dalle frequenti analisi, risultava sempre più pronunciata la septicemia, colla nefrite e il diabete. Ma il 23 maggio, vigilia della Madonna di Don Bosco, tutto scomparve. La grazia venne all'improvviso. Io entrai in convalescenza fra lo stupore del medico curante e degli altri medici che lo avevano coadiuvato. Il medico curante mi disse: e Professore, lei è guarito; ma guardi che ogni speranza umana era perduta ».
A me e a tutti quelli che avevano seguito il corso della mia malattia ha fatto però ancor maggiore impressione la convalescenza che fu brevissima e completa. Nulla omai risento dei tanti e terribili mali riscontrati dai medici nelle varie analisi. Da tre mesi sono perfettamente guarito e da due mesi mi sento più sano e fisicamente più forte di prima.
Riconoscente a Dio ed all'intercessione della Vergine Ausiliatrice e di Don Bosco, mando questa tenue offerta per le Opere Salesiane con la preghiera di pubblicare la grazia nel Bollettino.
Palermo, 19 agosto 1936-XIV.
Prof. RINALDO CATALDO ex allievo.
Guarito da pleurite. - Quest'inverno, il mio unico figlio si ammalò di pleurite essudativa con disturbi cardiaci molto preoccupanti. Malgrado le cure del medico e l'opera del chirurgo che dovette praticare due volte la toracentesi, mio figlio non accennava a guarire. Mi rivolsi allora fiduciosa a Maria Ausiliatrice e a S. G. Bosco promettendo di pubblicare la grazia sul Bollettino qualora mio figlio avesse ottenuto la guarigione.
Dopo due mesi e mezzo mio figlio era guarito completamente ed io riconoscente a M. Ausiliatrice e a S. G. Bosco sciolgo il voto e pubblico la grazia mentre invio un'offerta per le Opere di San G. Bosco.
Catania, 2 agosto 1936.
AGATINA CALTABIANO GRASSI.
La Madonna e D. Bosco mi hanno aiutato. - Era già la seconda volta che una malattia infettiva sorprendeva il mio debole corpo.
La prima volta mi obbligò a tenere il letto per seimesi circa e mi riebbi solo dopo una lunga convalescenza. Ricomparve poi verso i primi di maggio del corrente anno e, data la mia età di 76 anni, e la mia debolezza, il medico curante non mi dava più speranza di guarigione.
Allora io cercai altri medici, rifiutai qualsiasi medicina e mi collocai sotto il manto dell'Ausiliatrice e sotto la protezione di S. Giovanni Bosco.
Medici e medicine salutari! In pochi giorni tutto scomparve e io sono rimasta qui guarita a lodare e a ringraziare i miei celesti Protettori ai quali protesto perenne riconoscenza inviando un'offerta per le Opere Salesiane.
Treviglio, Cascina SS. Redentore.
Dosio CAROLINA.
Sventure scongiurate. - Circostanze impreviste avevano tolto una occupazione sicura al capo della nostra famiglia che si vedeva ormai impossibilitato a provvedere al mantenimento della moglie e di una figlia di pochi mesi, anche perchè un difetto fisico gli impedisce i lavori manuali. Pieni di timore per l'avvenire, ma anche pieni di speranza nella potente intercessione di Don Bosco ci demmo a far novene su novene a Maria Ausiliatrice ed al nostro Santo, promettendo un'offerta per l'ampliamento del Santuario. Ottenuta la sospiratissima grazia, con grande riconoscenza adempiamo alla promessa fatta.
Torino, Luglio 1936.
Famiglia PERINO.
Guarito da enterocolite. - Nel mese di aprile u. s. fui preso da terribili sofferenze gastriche che mi impedivano la digestione e quindi la nutrizione. Quasi nulla seppero dirmi i medici che non mi prescrissero alcun medicamento efficace. Io allora decisi di non prendere neppure i calmanti indicatimi, che del resto non mi giovavano affatto. Ricorsi soltanto fiducioso a S. Giov. Bosco. Applicai una sua reliquia che fece cessare subito le sofferenze acute; in fine poi della terza novena al SS. Sacramento e alla S. Vergine Ausiliatrice per intercessione del Santo, guarii completamente dalla forte enterocolite.
Secondo la promessa unisco la mia quota mensile di Cooperatore Salesiano.
Portici, 21 agosto 1936-XIV.
RICCARDO SIRACUSA.
Guarita da bronco-polmonite. - La nostra Giannina, nel febbraio u. s. affetta da bronco-polmonite ed infiammazione intestinale con febbre altissima, fu per parecchi giorni in condizioni quasi disperate. Lo stesso medico curante non aveva più fiducia. Fra la più viva trepidazione, ci rivolgemmo angosciati al caro Santo D. Bosco, perchè ci volesse ottenere dal Signore la guarigione della nostra figlia.
Il terzo giorno della novena, la bambina, verso mezzanotte guardando verso il soffitto aprì gli occhi e gridò: « Starò sempre buona, si, starò sempre buona!. Da quel momento incominciò il miglioramento ed in pochi giorni tornò vispa ed allegra come prima. Con animo grato assolviamo il nostro voto ed uniamo un'offerta per l'ampliamento del tempio di M. Ausiliatrice.
Sassari, 18-8-36. Famiglia BERLINGUER.
Due prove dell'intercessione di S. Gio. Bosco. - Il mio bambino Carlo, di appena tre mesi, fu colpito da grave malore che i dottori identificarono in ernia. Con piena fiducia ricorsi a S. Gio. Bosco, e dopo una novena scomparve ogni pericolo.
Minacciando di nuovo dopo parecchio tempo la stessa malattia, ricorsi nuovamente con viva fede al caro Santo, e D. Bosco, protettore dei bambini, vegliò ancora sul mio angioletto. Da parecchi mesi il mio bambino continua a godere ottima salute.
Con la più viva riconoscenza.
Falicetto, 1° Settembre 1936.
MARIA PARIZIA in PANSA.
Innocenza riconosciuta. - Denunziato per truffa, per intercessione di S. G. Bosco mio protettore ed avvocato, la mia innocenza è stata ampiamente riconosciuta con sentenza del Giudice Istruttore che dichiarò non doversi procedere a carico mio per non avere commesso la truffa ascrittami.
Che la misericordia di Dio perdoni i miei peccati come io ho perdonato ai miei detrattori.
Livorno, 4 aprile 1936-XIV.
SERRI GIUSEPPE.
Guarito da un grave mal d'occhi. - Il 24 luglio u. s. fui improvvisamente colpito da un leggero arrossamento all'occhio sinistro. Sulle prime non ci badai guari, e mi limitai a fare degli impacchi di acido borico, senza ottenere alcun miglioramento. Anzi in due giorni, l'occhio s'andò aggravando tanto che la mattina del giorno 27 non vedevo più. I miei spaventati chiamarono il dottore che mi consigliò di recarmi da uno specialista.
Fui immediatamente trasportato all'Ospedale Oftalmico, ove il Prof. Corrado, osservato l'occhio attentamente, dichiarò trattarsi di una congiuntivite acuta con ulcera corneale. Non si può immaginare lo spavento dei miei. Incominciarono subito preghiere al Santo Don Bosco e al Ven. Domenico Savio per ottenere dal Signore la mia guarigione ed anche questa volta il loro intervento è stato quanto mai efficace. Mentre nei primi due giorni c'era un gran riserbo a pronunziarsi sulla mia guarigione, il terzo giorno fui dichiarato fuori pericolo. Da quel momento l'occhio andò sempre migliorando ed ora sono completamente guarito.
Riconoscente sono venuto a fare la S. Comunione all'altare di Maria Ausiliatrice.
Torino, 14 Settembre 1936-XIV.
LUTRI PLACIDO.
Guarita due volte da San Giovanni Bosco. - Nel giugno del 1931, causa uno sforzo, mi si formò una piaga nella caviglia del piede sinistro con gravi sofferenze. In fine luglio invocai con fede il potente aiuto di Don Bosco chiedendogli la guarigione pel 9 agosto e proprio la sera del giorno fissato trovai la piaga miracolosamente cicatrizzata!
Nel giugno u, s., percorrendo un sentiero scosceso, col piede destro diedi un forte colpo all'antica ferita che si riaperse causandomi gravi dolori e preoccupazioni. Fatto nuovo e fiducioso ricorso al nostro Santo fui esaudita e guarita proprio il giorno 9 agosto. Riconoscentissima ho inviato offerta per le Opere Salesiane.
Genova-Pegli, 26-VIII-1936.
CAVALLO CLEMENTINA.
Per intercessione del Ven. D. Savio.
Protegge i Missionari. - Accompagnavo il R.mo Sig. Don Giorgio Seriè, Visitatore straordinario, alle residenze della Missione Salesiana tra i Kivaros dell'Equatore. Con una settimana di cammino giungemmo a Gualaquiza e là ci riposammo per due giorni, quindi, saliti a cavallo, ci dirigemmo verso la residenza di Limòn. A circa metà strada la via mulattiera corre fra due scoscese pareti di montagne: in quel punto accadde che il mio cavallo, avendo spiccato un salto per sorpassare un grosso macigno e non essendovi riuscito, mi sbalzò riverso sulla stretta mulattiera ed esso mi rotolò sopra.
Il Sig. Don Seriè che mi seguiva a pochi metri, al vedere la scena rabbrividì, e, sceso prontamente di cavallo, con l'aiuto delle due guide riuscì ad estrarmi di sotto il cavallo che immobile gravava con tutto il suo peso sulla mia persona. Avrei dovuto avere peste le ossa, essere in condizioni pietose per la violenza della caduta aggravata dal peso della bestia: così forse pensarono i miei salvatori. Invece io sperimentando l'efficace protezione del Ven. Domenico Savio alla quale aveva affidato i nostri viaggi, mi rialzai quasi incolume, salvo un acuto dolore intestinale che per altro non mi impedì di continuare il mio viaggio e scomparve alcuni giorni dopo senza medicine di sorta.
Il Superiore, testimonio oculare del fatto, mi esortò a rendere pubblica la grazia ricevuta per intercessione del Ven. Domenico Savio, ripetendomi più volte che essa aveva del prodigioso. Egli che al
Santuario di Maria Ausiliatrice e a quello di Lourdes aveva pur conosciuto grazie prodigiose, mi assicurava che la mia era uno dei più grandi miracoli che avesse visto.
Ritornando un altro giorno dalla residenza di Macas, per un incidente imprevisto, ruzzolai al suolo trascinatovi dalla caduta del cavallo. La bestia nell'impeto dello sforzo per rialzarsi stava per piantarmi in corpo le due zampe anteriori, mentr'io per lo stordimento e per l'incomoda posizione non era riuscito in tempo a scostarmi. Già mi sembrava di esser vittima, quando il cavallo si fermò immobile in quella posizione per alcuni istanti fissandomi con occhi di compassione quasi per dirmi: muoviti o ti schiaccio! Quei brevi istanti furono la mia salvezza; mi lasciai rotolare giù per alcuni metri del pendio... Il cavallo si rizzò, ed anch'io poco dopo l'imitai, senza aver riportato nella caduta nessuna ferita.
Savio Domenico aveva aggiunto al primo un secondo prodigio, per rendere più viva e più fiduciosa la mia speranza nella sua protezione.
Cuenca, 26 marzo 1936.
ISIDORO FORMAGGIO
Missionario Salesiano.
GRASSI Don GIUSEPPE, sac. da Nizza Monferrato (Asti), † a Lombriasco (Torino) il 2-IX-1936 a 73 anni di età.
A 25 anni sentì la vocazione salesiana e si consacrò al Signore con uno spirito di abnegazione e di sacrificio che non scemò più in tutto il corso della sua vita umile e laboriosa. La morte lo sorprese all'improvviso mentre rubava ancora le ore al sonno in studi utili al sacro mimistero.
CAMPOS MAIA GIORGIO, chierico da Pimuhr (Brasile), † a S. Paulo (Brasile) il 23-VIII-1936 a 23 anni di età.
LANDONI Don BERNARDO, sac. da Castellanza (Varese), † a Lima (Perù) il 24-VI-1936 a 54 anni di età.
Partì ancor chierico per l'Equatore e trascorse quasi tutta la sua vita nelle Repubbliche dell'America Latina, lasciando particolare impronta della sua attività, del suo zelo e del suo ottimo spirito organizzatore nel Perù nella direzione della Casa di Piura e della Scuola Agricola di Puno e nella cura delle anime della parrocchia di Magdalena del Mar.
S. E. Rev.ma Mons. LUIGI PELLIZZO, Arcivescovo titolare di Damiata.
Si spense in Faedis (Udine), suo paese natio, il 14 agosto u. s. a 76 anni di età. Professore e Rettore del Seminario diocesano, poi Vescovo di Padova ed infine Segretario Economo della Reverenda Fabbrica di San Pietro, si distinse per lo zelo illuminato ed il genio costruttore ed organizzatore, lasciando ovunque traccie imponenti della sua attività e previdenza, della sua inesauribile, industriosa carità. Pastore intrepido e vigilante, fu vero angelo della diocesi nel periodo della grande guerra e nell'immediato dopoguerra, confortando, sostenendo, soccorrendo ed aiutando clero, popolo e soldati nelle ore più trepide ed angosciose. Rispose quindi alla fiducia del Sommo Pontefice colla cura intelligente della basilica di San Pietro cui crebbe splendore con ingenti restauri. Devotissino di Don Bosco, diresse con particolare affetto i lavori per l'allestimento della basilica alla solenne funzione della Canonizzazione.
Can. FRANCESCO GUALA † a Massarano il 1 aprile u. s.
Ex allievo dell'Oratorio fu il primo parroco di Castelletto Cervio e per 5o anni resse la parrocchia con ammirabile pietà e zelo pastorale.
Nostro buon Cooperatore si ricordò delle Opere Salesiane anche in punto di morte.
BERARDO MARIA, nata ROSTAGNO, † a Saluzzo il 19 agosto u. s. a 70 anni di età.
Madre veramente cristiana, visse di preghiera, di sacrifici e di lavoro. Tutta dedita al bene della famiglia, sempre rassegnata alla volontà di Dio, sostenne da forte le bufere più tremende, confidando nella Vergine Ausiliatrice alla quale consacrò con gioia una sua figliola.
SURACI LUIGI † a Torino il 22-IX- u. s. a 64 anni di età. Confortò la sua vita laboriosa con una fervida devozione a S. G. Bosco, lieto di offrirgli il figlio Antonio per la Società Salesiana.
ALIBERTI ROSA da Vinovo. Sorella del nostro D. Giovanni M. Aliberti, Ispettore delle Case Salesiane delle Terre Magellaniche, passò tutta la sua vita nella pietà, nel lavoro e nella sofferenza. Zelante Cooperatrice Salesiana, fu delle prime ad accogliere l'iniziativa delle Borse Missionarie, promosse le vocazioni religiose salesiane, il culto di Maria Ausiliatrice in paese, e predilesse le Missioni Salesiane delle Terre Magellaniche, provvedendole generosamente di sacri arredi.
MILANI GISELDA † a Sesto al Reghena il 1o giugno u' s. Fu una delle prime e più zelanti nostre Cooperatrici. Più volte all'anno inviava la sua offerta a Maria Ausiliatrice e si privò anche di tutto il suo oro unendolo a quello della sorella per le Opere Salesiane.
Don EUGENIO ROCALBERTO Arciprete di Castrofilippo (Agrigento) † improvvisamente il 10-IX-u. s.
Nella parrocchia, che resse per oltre un trentennio, lascia grato ricordo di virtù sacerdotali e di attività pastorale.
Zelante e generoso decurione salesiano, fondò una borsa missionaria, stabili e propagò il culto di Maria Ausiliatrice e di S. Giovanni Bosco.
Volle che una novella, graziosa chiesa, sorta in Castrofilippo, avesse carattere salesiano destinando due altari a Maria Ausiliatrice e a S. Giovanni Bosco, e riserbandone altri due ai futuri santi salesiani il ven. Domenico Savio e don Michele Rua.
Altri Cooperatori defunti:
Li raccomandiamo tutti caldamente ai fraterni suffragi degli iscritti alla Pia Unione e presentiamo ai Congiunti le più sentite condoglianze.
Alberico Maria, Romano Canavese (Aosta) - Attenasio Suor M. Addolorata, Favara (Agrigento) - Barolotta Corrado, Avola (Siracusa) - Bertinetti Caterina, Rivarolo Canavese (Torino) - Boero Anna Moggio, S. Michele d'Asti (Asti) - Brignolo Giuseppe, Corsione (Asti) - Cane Giovanni, Veneria Reale, (Torino) - Cantamessa Clemente, Govone (Cuneo) - Carugo Giuseppe, Brescia - Corni Margherita, Pontida (Bergamo) - Dalla Costa Felice, Tretto (Vicenza) - Fanti Erminia, Vado (Bologna) - Federle Don Giovanni, Tretto (Vicenza) - Fossati Biassonni Rosa, Monza (Milano) - Garbin Cipriano, Ioliet, III. (U. S. A.) - Giraudi Valentino, Parabiago (Milano) - Giuggiolini Antonia, Roma - Kandus Anna, Vertovino (Gorizia) - Lizioli Luigi, Villa Lesa (Novara) - Meineri Margherita, Peveragno (Cuneo) - Mellè Eugenia ved. Rean, S. Marcel (Aosta) - Odello Giuseppina, Mathi (Torino) - Perego Francesco, Monza (Milano) - Perotto Margherita, Susa (Torino) - Poli Silvia, Botticino (Lucca) - Renzi Francesco, Pesaro - Romano Battista, Gironico (Como) - Schettino Prof. Antonio, Maratea (Potenza) - Son Giuseppe, Torino - Turiccia Teresa, Mathi (Torino).