PERIODICO MENSILE PER I COOPERATORI DELLE OPERE E MISSIONI DI S. GIO. BOSCO
Anno LXI - N. 2 FEBBRAIO 1937 - XV
SOMMARIO: Chi dal tetto scende... - Sotto la cupola dell'Ausiliatrice. - In famiglia: Italia - Brasile - Cina. - Lettera di Don Giulivo ai giovani. - Dalle nostre Missioni: Matto Grosso - Chaco - Assam. - Grazie attribuite all'intercessione di M. A., di S. Gio. Bosco e di Don Michele Rua. - Necrologio.
altra metà spende: è il proverbio citato dal nostro Rettor Maggiore nella sua circolare di Capodanno per ricordare ai cari Cooperatori ed alle nostre buone Cooperatrici quanto resta ancora a fare per condurre a termine l'ampliamerito del Santuario di Maria Ausiliatrice. È vero infatti che siamo giunti al tetto, anzi al vertice della cupola che sorge sul nuovo presbiterio; ma è anche vero che il lavoro fatto non è ancor tutto pagato, e che quello che resta a fare supererà di molto la spesa raggiunta fin'ora. Il proverbio citato, quando si tratta d'una chiesa, potrebbe essere così modificato: chi dal tetto scende... assai più spende. La maggior spesa è richiesta dagli altari, dalle statue, dai marmi, dallo splendore delle opere di decorazione che dovranno essere degne del monumento di pietà e di riconoscenza che vogliamo innalzare alla celeste Ausiliatrice e a Don Bosco Santo.
Abbiamo a suo tempo segnalato il concorso per la sottoscrizione delle colonne e delle lesene; si è già raccolta buona parte della somma necessaria per l'altare del Santo; mensilmente ci continuano a giungere offerte spicciole che si convogliano sollecitamente a saldo delle fatture del ferro, del cemento, della calce e dei mattoni, nonchè per la paga giornaliera agli operai, muratori e carpentieri. Ma tutto questo è ancor lungi dal pareggiar le spese; ci permette appena di mantenere la fiducia dei fornitori e dell'impresa che conoscono benissimo il nostro buon volere: Don Bosco paga sempre appena ne ha, cioè appena i Cooperatori gli mandano il contributo della loro carità. Così son sorte tutte le nostre opere, e così continuano a vivere ed a prosperare.
Attendiamo il completamento della sottoscrizione delle lesene per prospettare altre iniziative particolari alla generosità di quelli che possono disporre con qualche larghezza ed amano lasciare un ricordo imperituro della loro munificenza nella basilica dell'Ausiliatrice o perpetuarvi la memoria di persone care. Ora ci preme soprattutto insistere sulla cooperazione alle spese generali che settimanalmente reclamano forti somme. Si pensi che il solo lavoro di consolidamento delle fondazioni e delle murature della parte antica del Santuario importa la spesa giornaliera di mille lire per la sola mano d'opera attorno alle macchine di iniezione che hanno iniettato fin'ora 5500 quintali di cemento di prima qualità.
Per l'ampliamento poi, al 1° gennaio, si sono impiegati: 1510 quintali di ferro, 7000 quintali di cemento, 520.000 m. di mattoni, 11oo quintali di calce e 8ooo mq. di tavole di armatura.
Chi segue le oscillazioni dei prezzi in questi tempi può fare un calcolo approssimativo.
Il Rettor Maggiore ha suggerito nella sua citata circolare un concorso periodico che favorirebbe notevolmente i lavori: l'offerta di una lira mensile. Se tutti i nostri Cooperatori potessero per quest'anno imporsi i sacrifizi necessari per quest'omagggio mensile, s'andrebbe innanzi davvero con meno trepidazione e con maggior sveltezza.
Vediamo sorgere in Italia ed all'Estero altre opere colossali con rapidità meravigliosa, grazie alla fede ed allo spirito di carità cristiana di tante anime buone. Ebbene, noi che ne facciamo l'esperienza dal giorno della fondazione dell'Opera salesiana, confidiamo con tutta l'anima nell'inesauribile affetto dei nostri Cooperatori anche per questo contributo straordinario che darà per sempre alla Vergine Ausiliatrice un tempio assai più degno della sua grandezza e bontà materna, ed al suo Apostolo infaticabile S. Giovanni Bosco, cui tanto deve la Società moderna, un decoroso altare.
Dicembre si è iniziato nella luce dell'Immacolata. Anticipato il funerale anniversario pel compianto Rettor Maggiore Don Rinaldi al giorno 3, il triduo fu predicato da D. Zarri e dal signor Don Fascie. Il giorno 5, a sera, il teatro dell'Oratorio festivo venne gremito dalle rappresentanze della Gioventù Cattolica cittadina per l'annuale omaggio alla Vergine Immacolata. Lo presiedette l'Em.mo Cardinale Arcivescovo e tenne il discorso d'occasione l'avv. Dino Andreis di Cuneo. La vigilia della festa, giunse S. E. Mons. Czarneckyj, Visitatore Apostolico dei Ruteni di rito unito, il quale celebrò all'altare del Santo e poi fece visita agli Ucraini salesiani raccolti nelle nostre case di formazione. L'8 dicembre, la massima solennità alle funzioni in basilica, con gran fervore dei giovani e del popolo. Nella chiesa succursale i parrocchiani festeggiarono anche il XXV di fondazione della parrocchia di Maria Ausiliatrice, mentre l'Oratorio festivo celebrava per suo conto il XXX di fondazione del Circolo Auxilium coll'intervento di S. E. Mons. Coppo alle funzioni del mattino e del pomeriggio. La festa si chiuse, secondo la tradizione, nel salone interno, con una riuscitissima accademia musico-letteraria.
La mattina del giorno 15, in forma privata, scese all'Oratorio S. A. R. la Duchessa Anna d'Aosta per ascoltare la santa Messa all'altare di Maria Ausiliatrice. Celebrò il signor Don Fascie. Finita la Messa, S. A. sostò in preghiera presso l'urna del Santo Don Bosco, quindi, ossequiata dai superiori, fece ritorno a Palazzo.
Il giorno 16, cominciò la novena del S. Natale predicata da D. Panciatichi e da P. Cesare da Collepardo, Cappuccino. Graziosa gara fra le sezioni studenti ed artigiani per l'allestimento dei presepi. Folla enorme alla Messa di mezzanotte cantata dal Prefetto generale D. Berruti. Consolantissima l'affluenza ai Sacramenti. Impartì la benedizione S. E. Monsignor Coppo. L'anno si chiuse col canto del Te Deum, funzione di ringraziamento e sermoncino del Prefetto Generale Don Berruti il quale, in assenza del Rettor Maggiore, raccolti superiori e giovani in Basilica, prima del riposo, diede a tutti la strenna tradizionale proponendo al fervore dell'anno nuovo la pietà eucaristica secondo gli insegnamenti e gli esempi di Don Bosco Santo.
"CONQUISTATORI D'ANIME", il film sonoro e parlato, di cui il Bollettino ha dato un cenno descrittivo nei numero di maggio, è stato riconosciuto "film educativo italiano" e premiato dal Ministero della Stampa e Propaganda. Lo si continua a proiettare con successo nei principali cinematografi d'Italia suscitando calde simpatie per l'Opera delle Missioni Salesiane. - Il noleggio nella Lombardia, Emilia e Liguria è fatto dal Consorzio per il Cinema Educativo; nelle altre regioni d'Italia dalle Agenzie locali incaricate. - Per informazioni dirigersi all'Ufficio "FILMS MISSIONI DON BOSCO" - Via Cottolengo. 32 - Torino (1o9)
ITALIA. - Le " Scuole Professionali Salesiane " alla Mostra Nazionale dell'Istruzione Tecnica.
Le nostre Scuole Professionali hanno partecipato con entusiasmo alla Mostra Nazionale d'Istruzione Tecnica inaugurata in Roma dal Capo del Governo il 16 dicembre u. s. Prima del genere in Italia, la Mostra ha documentato eloquentemente il progresso dell'Istruzione Tecnica della nostra Nazione all'alba dell'Impero, suscitando l'interesse e l'ammirazione di numerosi visitatori italiani e stranieri.
La sala a noi destinata s'apre colla visione, in grande fotomontaggio, della « Casa Madre di Torino » coi dati statistici più recenti delle due grandi famiglie religiose fondate da Don Bosco (Salesiani 11.603 e Figlie di Maria Ausiliatrice 8217) e delle opere più notevoli:
a) 48 missioni all'estero, tra infedeli e pagani con oltre un migliaio di missionari, una popolazione da convertire di circa 30 milioni di anime ed una estensione territoriale pari a 6 volte l'Italia.
b) 1518 istituti per la gioventù così distribuiti: Europa: Italia, 573, Austria 17, Belgio 25, Cecoslovacchia 5, Francia 61, Germania 21, Inghilterra ed Irlanda 20, Malta 2, Jugoslavia 9, Olanda 1, Polonia 42, Portogallo 5, Spagna 74 (metà purtroppo devastati dai sovversivi), Svezia 1, Svizzera 6, Ungheria 11. - Africa: Colonie francesi 14, Capo Buona Speranza 2, Egitto 9, Congo Belga 11. - Asia: Turchia 2, Palestina 9, China 23, Giappone 12, India 42, Siam 10, Siria 1, Persia 1. - America: Argentina 121, Isole Malvine 1, Brasile 1o8, Bolivia 3, Chile e Terra del Fuoco 36, Colombia 38. - Centro America (6 repubbliche) 28, Equatore 26, Isole Antille 12, Messico 18 (manomesse dal Governo bolscevico), Paraguay 12, Perù 21, Stati Uniti 32, Uruguay 26, Venezuela 17. - Australia 1.
A pochi passi dalla Casa-Madre di Torino, in mirabile contrasto, la povera Casetta natia del Santo, riprodotta fedelmente, proprio come si vede sulle colline di Castelnuovo Don Bosco (Asti) nella frazione Becchis. Di fronte, un grande fotomontaggio del « Santo », in mezzo a schiere di giovani operai, sormontato dal motto Un Santo Apostolo del lavoro.
Sulle grandi pareti laterali della sala, in quelle minori del corridoio e in vetrine di cristallo, sono rappresentate molto sobriamente le nostre Scuole Agrarie e Professionali maschili, e femminili. L'impressione fotografica è completata dalle cifre: cominciate da D. Bosco in Italia nel 1853, le Scuole Professionali Salesiane sono oggi 708, distribuite in 122 Istituti, di cui 20 in Italia, con un complessivo di 13624 alunni di cui 2940 in Italia. Ogni anno licenziano circa 3500 artigiani od operai tecnici i quali, data la loro formazione morale e professionale, trovano facile e ben remunerato collocamento.
Le arti principali che s'insegnano nelle nostre Scuole sono: 1) quelle del libro: tipografia, litografia, legatoria di libri ecc.; 2) quelle dell'abbigliamento, tessitura, sartoria e calzoleria di confezione e taglio ; 3) quelle industriali: carpenteria, stipetteria, meccanica, elettrotecnica, intagliatura ecc.
Comprendono 3 corsi:
Inferiore, con tre classi: avviamento ; medio, con 2 classi: istituto tecnico-professionale; superiore, con 3 classi: istituto industriale.
Il tirocinio ordinario si compie nei corsi inferiore e medio, in 5 anni.
Il corso superiore è destinato particolarmente alla formazione di maestri d'arte per le Missioni ed Istituti salesiani.
Le Scuole agrarie salesiane, cominciate da Don Bosco nel 1886, sommano oggi a 77, di cui 19 in Italia con 3200 alunni di cui 82o in Italia. Licenziano ogni anno circa 70o agricoltori di diversa coltura secondo il grado di scuola frequentato:
I: elementare, con 1-2 classi ; 11: avviamento, con tre classi; III: tecnico, con 2 classi; IV:. istituto, con 3-4 classi.
Ogni Scuola Agraria comprende: convitto per gli alunni e personale, aule scolastiche, podere agricolo completo con macchinario, apparecchi ecc..
Le Scuole Professionali e di lavoro femminili, cominciate nel 1887, sono oggi 408 (258 in Italia) con un complessivo di 7740 alunne. Ogni anno, circa 2 mila lavoratrici operaie e buone massaie diplomate.
A parte, a lato della Casa di Don Bosco è ampiamente illustrato l'Istituto Missionario Agrario di Cumiana (Torino). In soli 6 anni (1929-1935) un podere di 8o ettari di terreno paludoso, quasi abbandonato, con una vecchia cascina, donato dalle benefattrici salesiane Sorelle Flandinet, sulle direttive del Duce fu trasformato in una delle più moderne e fiorenti scuole del genere, meritando il plauso unanime di eminenti personalità nel campo agrario e sociale.
Nella parte opposta alla precedente sono rappresentati alcuni degli Istituti Professionali d'Italia, fra i quali quello recentissimo di Torino offerto dal Conte Senatore Eugenio Rebaudengo per la formazione di tecnici missionari. La perfezione raggiunta dalle sue Scuole professionali è dimostrata da un nuovo tipo di aeroplano costruito intieramente, apparecchio e motore, dagli alunni meccanici e carpentieri dell'Istituto stesso, sotto la Direzione dei tecnici salesiani e degli ingegneri della S. T. A. L. di Torino, progettisti del velivolo. Eccone le caratteristiche:
Apparecchio monoplano ad ala bassa per turismo e scuola - biposto - a doppio comando - ala con alettone e ipersostentatore - fusoliera metallica - apertura alare mm. 8.500 - lunghezza totale mm. 5900 - superficie portante mq. 12,10. L'apparecchio è munito di nuovo motore S. T. A. L. - C. I. R. raffreddamento ad aria, della potenza di 8o HP e può sviluppare una velocità km. Ora 205.
Il Duce ha sostato a lungo nella nostra sala felicitandosi coi Superiori rappresentati dal Grand'Uff. Console Generale D. Rubino e da D. Persiani. Era accompagnato da S. E. Bottai Ministro dell'Educazione Nazionale, dal Ministro della Stampa e Propaganda, dai Sottosegretari di Stato alla Presidenza del Consiglio, all'Agricoltura e alla Bonifica, dai rappresentanti del Senato, della Camera, del
Partito, dal Capo di Stato Maggiore della Milizia, dal Governatore di Roma, dal Prefetto, dal Segretario Federale, dai rappresentanti della Accademia d'Italia e di altri Enti culturali e delle organizzazioni sindacali.
Il Capo del Governo si è compiaciuto vivamente dell'indirizzo e dell'incremento delle nostre scuole, si è indugiato con visibile emozione dinanzi all'umiltà della casetta natia del Santo ed ha elogiato la praticità del nuovo sistema di legatura del nostro M° Colombini.
Fervore di divozione a San Giovanni Bosco.
BELFORTE SUL CHIENTI (Macerata). - La signora Matilde Massi Bonfranceschi ha donato una bella statua di S. Giovanni Bosco alla Parrocchia di S. Eustachio. Benedetta solennemente nel settembre scorso, attira quotidianamente una folla di fedeli che s'infervorano nella divozione al Santo dei giovani.
CASALBORGONE. - Un solerte comitato composto dal Vicario, dal Podestà e dalle altre autorità locali ha preparato una grandiosa festa a Don Bosco Santo, il 15 novembre u. s. Predicarono il triduo il Can. Morino e S. E. Mons. Coppo, il quale ebbe poi la consolazione di distribuire la comunione ad oltre 6oo uomini, d'impartire la santa Cresima ai fanciulli e presiedette la solenne processione di chiusura che fu un vero trionfo.
Dopo le funzioni, il Commissario del Fascio Colonn. Avv. Dott. Battù, ex-allievo, tenne la commemorazione civile in piazza Municipio alla presenza delle autorità e d'immensa folla, esaltando con affettuosa eloquenza il grande Apostolo della Gioventù. A notte Mons. Coppo parlò ancora delle missioni salesiane in una conferenza a proiezioni luminose.
FIRENZE. (S. lacopino). - A chiusura delle feste giubilari del Parroco Monsignor Santoni, domenica 25 ottobre venne inaugurata nella nuova chiesa dì S. lacopino una bellissima statua di S. Giovanni Bosco, dono di una pia ammiratrice del nostro Santo.
La notizia diffusa dai giornali ha richiamato alla vibrante cerimonia una eletta schiera di cooperatori e di amici delle Opere Salesiane, venuti da tutta la città e dintorni, oltre alla folla del popolo, fra cui la devozione a Don Bosco è stata preceduta dalla tenera pietà verso la Sua Madonna, -Maria SS. Ausiliatrice, alla quale è dedicato un altare della navata, sempre splendente di luci e di fiori.
Il nostro Istituto di Via Giovanni Angelico è intervenuto al completo colla schola cantorum e la banda che prestarono un ottimo servizio.
Il corteo delle Associazioni Parrocchiali di Azione Cattolica e delle rappresentanze sfilò ordinatissimo nelle adiacenze della chiesa, punteggiato di vessilli e acclamante al Santo, alla cui reliquia facevano scorta d'onore i nostri ex-allievi. Al ritorno, dopo la benedizione liturgica, la statua del Santo, riuscitissimo lavoro di arte della scuola fiorentina, apparve nel suo classico atteggiamento di sorriso paterno, salutata dagli' squilli dell'Inno trionfale:
Don Bosco rimani fra i giovani ancor Firenze t'acclama fremente d'amor!
Quindi il Cav. Uff. Prof. Carmelo Meli, Presidente regionale degli ex-allievi salesiani e del Consiglio Parrocchiale di S. Jacopino, ricordò la predilezione di S. Giovanni Bosco per la città di Firenze esaltando nel Santo il precursore dei tempi nuovi e l'antesignano dell'Italia restaurata in Cristo.
Alla fine del discorso, le scolaresche fecero omaggio al Santo di grandi fasci di fiori, mentre le « piccolissime » infioravano l'altare dell'Ausiliatrice.
Impartita la Benedizione Eucaristica, il Parroco. Mons. Santoni ringraziò quanti avevano cooperato alla grandiosa, manifestazione di amore a Don Bosco Santo invocando sulla gioventù affidata alle sue cure la protezione del grande apostolo dei giovani, eletto a compatrono della vastissima parrocchia.
FRASCATI. - Il giorno dell'Immacolata, il fiorente nostro Oratorio di Capocroce ha inaugurato il nuovo grandioso campo sportivo donato ancora dal compianto Em.mo Card. Lega, ed una graziosa statua rappresentante S. Giovanni Bosco e il Ven. Domenico Savio. Impartì la benedizione rituale S. Ecc. Mons. Budelacci, vescovo ausiliare, il quale ha pure celebrato la S. Messa distribuendo la comunione generale. A sera i giovani festeggiarono S. E. con un riuscitissimo trattenimento musico-letterario.
LIVORNO. - La domenica 29 novembre u. s. un'intima cerimonia ha raccolto gli ex-allievi al Camposanto per la benedizione del quadro di Don Bosco Santo esposto in venerazione nella Cappella del Cimitero della Misericordia a lui dedicata.
Ha compiuto il sacro rito, prima della celebrazione della santa Messa, il cav. P. Placido Lucchesi. Vi assistettero cogli allievi, ed ex-allievi nostri, le alunne ed ex-alunne delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il Proposto della Misericordia, l'Ispettore del Cimitero ed altre distinte personalità con un bel numero di Cooperatori.
SICILIA. - Merita di essere rilevato l'entusiasmo con cui la Sicilia ha onorato e continua ad onorare S. Giovanni Bosco.
Si sono celebrate solenni feste in suo onore e se ne è stabilito il culto non solo nelle 6o città dove sono case salesiane e delle Figlie di M. A., ma in numerosi altri centri di tutte le provincie dell'isola.
Don Bosco Santo è passato in trionfo attraverso le sue plaghe. E la marcia trionfale continua.
Da agosto a novembre del '36 si svolse un nuovo ciclo di feste di S. G. Bosco in Sicilia, in città che non avevano potuto sciogliere prima il tributo del loro omaggio solenne al nostro Santo: a Marianopoli (20-23 agosto); a Burgio (3-6 settembre); a
Vallelunga (17-20); a Raffadali (24-27) ; a Calascibetta (8-11 ottobre); a Naro (22-25); a Palma Montechiaro (5-8 novembre), a Ragusa (12-15); a Nicosia (19-22).
Le feste precedute da tridui, con predicazione al mattino e al pomeriggio, intercalate da conferenze con proiezioni, si sono svolte dovunque coll'adesione e l'intervento di tutte le autorità; colla partecipazione di tutte le associazioni religiose e civili, delle scolaresche, ed hanno sempre culminato in pocessioni spettacolose.
Oratore ed anima fu il nostro don Fasulo.
A Vallelunga le feste furono promosse dal venerando arciprete don Loreto Ognibene, che volle rendere l'omaggio della sua fervida devozione al Santo che negli anni. della sua gioventù conobbe in Torino, dove prestava servizio militare, ed ebbe consigliere e confessore.
A sugello e a ricordo delle riuscitissime feste di Calascibetta, promosse dal parroco can. don Francesco Bellomo, fu stabilito di assegnare un altare a don Bosco nella chiesa dell'Oratorio festivo, perchè il nostro Santo ne sia titolare e patrono.
Promotore delle grandiose feste di Naro fu l'exallievo salesiano cav. rag. Rosario Stella, il quale offrì la statua del Santo.
Le feste ebbero inizio il mercoledì, 21 ottobre, col trasporto della bella statua alla matrice. Il venerdì vi intervenne il Vescovo di Caltanissetta, S. E. Conte Giovanni Jacono, il quale benedisse la novella statua e rivolse alle scolaresche e alle autorità un magnifico discorso su don Bosco educatore.
La domenica 25, vennero da Agrigento a rendere più solenni i festeggiamenti: il Vescovo S. E. Mons. Giovanni Peruzzo ; S. E. Mons. Angelo Ficarra, vescovo eletto di Patti con un gruppo di canonici ; S. E. il Prefetto, Grande Uff.le Francesco Sofia; e il Federale, Conte Alfonso Gaetani.
Mons. Peruzzo celebrò solenne pontificale nella matrice gremita di popolo - presenti, con S. E. il Prefetto e il Federale, tutte le Autorità - e pronunziò una smagliante omelia.
Un'imponente processione, cui partecipò tutta la città, fu degna corona alle memorande feste.
II passaggio della reliquia e della statua del Santo, portata su un carro trionfale con una simpatica viva corona di paggetti, fu segnato da grazie insigni che impressionarono la cittadinanza.
Promotore delle feste di Palma Montechiaro fu il parroco di Maria SS. degli Angeli, don Calogero Napoli, che aveva fatto venire la statua del Santo.
A proporzione di straordinarie, grandiose solennità assursero le feste di Ragusa e di Nicosia.
A Ragusa furono promosse dal parroco, mons. comm. dott. Angelo Arezzi e dal rev. dott. Giovanni Tumino.
Il vasto duomo di S. Giovanni, nella cui abside era stato collocato un grande arazzo del Santo, fu affollato di imponenti masse di fedeli in tutte le funzioni mattutine e vespertine.
Non solo la domenica, 15 novembre, ma in tutti i giorni del triduo precedente vi furono delle comunioni veramente generali.
Imponente l'omaggio delle scolaresche. Vi intervennero tutti gli alunni delle scuole medie ed elementari superiori con a capo il R. Provveditore agli Studi, i Presidi, il Direttore didattico e il corpo insegnante.
Per la festa venne da Siracusa l'Arcivescovo, S. E. Mons. Ettore Baranzini, il quale celebrò la Messa della comunione generale; al Vangelo della messa solenne, cui assistè pontificalmente, pronunziò una magistrale omelia, e nel pomeriggio partecipò alla processione che fu rallegrata dalla banda cittadina, concessa dal Podestà, e decorata dai gonfaloni del Municipio e della provincia scortati da guardie di città in alta uniforme.
Alla fine della processione il vasto duomo divenne insufficiente a contenere l'immensa folla cui rivolsero vibranti parole di entusiasmo don Fasulo, che ringraziò a nome della famiglia salesiana, e l'Arcivescovo che espresse la sua compiacenza e il fervido voto che i, figli di don Bosco si stabiliscano presto a Ragusa e a Siracusa.
Con pari fervore di pietà e.piena, vivissima partecipazione di tutta la cittadinanza, si svolsero le feste di Nicosia.
Ne fu promotore l'Ecc.mo Vescovo, Mons. Felice Addeo, al cui zelo risposero con entusiasmo fattivo il Rev.mo Capitolo della Cattedrale, il Seminario, il Comitato -onorario, di cui facevano parte tutte le Autorità, e il comitato effettivo presieduto dal munifico benefattore Francesco Speciale.
La cattedrale sempre affollata. Fervido l'omaggio delle scolaresche. Solennissimo il pontificale con dotta omelia di Mons. Vescovo. Trionfale la processione cui parteciparono, col Vescovo, Clero, Autorità, associazioni religiose e civili e tutta la popolazione.
Vie assiepate, balconi addobbati.
Grandiosa la funzione di chiusura nella piazza Garibaldi.
Fu eseguito a voce di popolo, con accompagnamento di banda, l'inno « Don Bosco trionfa ».
All'imponente moltitudine rivolse commosse parole don Fasulo e impartì la benedizione, colla reliquia del Santo, S. E. Mons. Addeo.
Promotori delle feste di Marianopoli, Burgio e Raffadali furono i relativi, zelanti decurioni salesiani: Sac. Gaetano Giunta, Parr. Rocco Colletti ed Economo Francesco De Caro.
Altre feste di S. Giovanni Bosco e fervide manifestazioni salesiane hanno avuto luogo a Cianciana, Ribera, Porto Empedocle, Delia, S. Cataldo, Termini Imerese, Mussomeli.
A Termini Imerese il 14 novembre fu benedetta nella chiesa di S. Anna una nuova statua di S. Giovanni Bosco, acquistata per lo zelo e l'interessamento del rettore, Sac. Vincenzo Pravatà, del sig. Piazza Giovanni e di altri benemeriti cooperatori. Dopo la benedizione da lui impartita, il Rev.mo Arciprete, Mons. Giuseppe Formusa, cantò messa e tessè le lodi del Santo.
Pare che S. Giovanni Bosco incoraggi e premi il fervore dei devoti di Sicilia con numerose grazie accordate nel corso delle feste.
Ne riportiamo una segnalataci da Mussomeli, dove le feste si celebrarono, con entusiasmo popolare, dal tq al 23 agosto.
« La signora Francesca Zangri - così ci scrivono - per diversi mali e febbri inclassificabili, da due anni trovavasi inchiodata a letto senza speranza di poter lasciare il suo giaciglio di dolore. Però una viva speranza si accese nel suo cuore all'annunzio delle feste di don Bosco: che il Santo le avrebbe concesso la grazia di lasciare il suo letto nel giorno della festa. Difatti fece la novena di S. Giovanni Bosco e precisamente il giorno della festa, 23 agosto, la signora Zangri lasciò il giaciglio su cui giaceva da due anni, e, vestita dei suoi migliori abiti, si recò in chiesa per ringraziare il gran Santo e versare lacrime di ringraziamento al suo altare infiorato.
Viva Don Bosco Santo! ».
BRASILE. - BELEM PARA. - Un nuovo Oratorio festivo.
Il 24 maggio u. s. a Belem Parà venne inaugurato un nuovo Oratorio festivo, aperto in un rione della città eminentemente povero ed operaio, Lo benedisse S. E. l'Arcivescovo Mons. Antonio de Almeida Lustosa, salesiano, che celebrò anche la prima messa tenendo un bel discorso sulla necessità e vantaggi di quest'opera meravigliosa di Don Bosco Santo. Intervenne il Presidente dello Stato con altre autorità statali ed una gran folla di popolo. È ormai frequentato regolarmente da circa 200 giovani poverissimi, e vi attendono anche i giovani chierici del Seminario Archidiocesano che così si formano allo spirito di S. Gio. Bosco nell'apostolato.
CINA. - MACAO.
Il 17 luglio u. s. S. E. Mons. Nuñes, ha avuto la gioia di benedire ed inaugurare solennemente il nuovo edificio del nostro Istituto di cui aveva posto la prima pietra un anno prima alla presenza di sette Vicari Apostolici.
Il Governatore, tenuto a letto da persistente indisposizione, si fece rappresentare dal Col. Antonio Ferreira da Silva Junior, Direttore delle Opere Pubbliche, e a lui facevan corona autorità civili e militari con folto gruppo di distinte personalità della Colonia. In modo particolare dobbiamo nominare il Ten. Albano d'Iliveira, Presidente del Leal Senado, il Cap. Alexandre Majer, Commissario di Polizia, il Dr. José Ferreira de Castro, Rettore del Liceo, Padre Anacleto Dias, Superiore dei Gesuiti, il Dr. Lobato, l'Ing. João Nolasco, e una larga rappresentanza delle scuole maschili e femminili della città, col Seminario al completo.
Il Direttore dell'Orfanatrofio con brevi parole presentò il nuovo edificio, rilevando le difficoltà incontrate nella costruzione, nel periodo più critico per la Colonia, per l'arresto degli affari dovuto al cambio sfavorevole, e per le incertezze sempre più preoccupanti della situazione internazionale, che assottigliò enormemente le opere di beneficenza, e fece temere non poche volte di dover sospendere i lavori. La magnanimità dei Portoghesi, la carità inesauribile e finissima di alcuni amici, e la larga contribuzione di ricchi cinesi, permisero di continuare serenamente e di giungere alla sospirata inaugurazione, benchè molto manchi ancora, per ultimare totalmente i lavori.
Il nuovo fabbricato consente la definitiva sistemazione del collegio, che ha così appositi locali per la sezione studenti, interni ed esterni. Col nuovo anno scolastico, oltre alle scuole elementari, cominciò pure a funzionare la scuola media, specie per interni, provvedendo così ad una scuola secondaria per cristiani convittori. Anche gli ex-allievi hanno ormai i loro locali per riunirsi periodicamente, onde non perdere la buona educazione cristiana e aumentare i contatti con i loro educatori.
Manca ancora il salone-teatro, che era pure in progetto. Ma si è già iniziato, grazie alla generosità dell'Ing. João Nolasco, che offre gratuitamente i suoi servizi.
Un fatto da segnalare: le costruzioni e le difficoltà finanziarie non ridussero la beneficenza durante l'anno 1935-36, anzi furono aumentate d'una trentina le ammissioni gratuite, le quali superarono il centinaio, mentre gli altri ottanta ricoverati contribuivano appena con una media pensione che non raggiunge la metà della tassa fissata ; sicchè l'Orfanotrofio potè impiegare circa ottantamila lire in opere di bene.
Dopo un pubblico ringraziamento alle Autorità ecclesiastiche e civili, e in modo particolare al Direttore e agli Ingegneri delle Opere Pubbliche, il Direttore del collegio annunciò che ai maggiori contribuenti delle nuove scuole, come segno di gratitudine perenne, veniva dedicata un'aula ciascuno ; e mise in particolare evidenza la generosità dell'Ispettore dei Servizi Economici, il signor Pietro Lobo, per le cui benemerenze veniva dedicata alla venerata memoria della defunta sua consorte, Donna Branca Lobo, il salone-studio dell'Istituto.
Seguì uno sceltissimo programma musicale e una nuova interessantissima esibizione di ingegnosi esercizi ginnici, che divertirono molto il pubblico, largo di applausi e di ammirazione.
Tagliati i nastri tradizionali dal Col. Antonio Ferreira da Silva, il pubblico si riversò nei nuovi locali, ove una magnifica Esposizione scolastico-professionale fece conoscere una volta più la finalità e l'importanza della Scuola, la bontà dell'insegnamento e le benemerenze dell'Istituto, sempre più apprezzato e ricercato in Cina.
L'Imperatore della Dottrina Cristiana.
Carissimi, a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Campitelli, il 15 novembre dello scorso anno, si è svolta la festa tradizionale della proclamazione dell'Imperatore della Dottrina Cristiana, a conclusione delle gare diocesane di coltura religiosa, secondo i nuovi ordinamenti. Presiedette la cerimonia S. E. l'Arcivescovo Mons. Trocchi. E Imperatore fu proclamato uno dei vostri compagni: il giovinetto Domenico Volpi della nostra Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù. Aveste visto, che trionfo! Incoronato d'alloro, scortato da da tutta la sua Corte formata da quattro Principi e due Capitani, preceduto dall'Alfiere e accompagnato da Mons. Pascucci, fu condotto trionfalmente alla sua Parrocchia ove erano ad attenderlo il Parroco con tutte le rappresentanze dell'Azione Cattolica e numerosi parrocchiani, che lo accolsero con uno scroscio di applausi. Quindi, in Basilica, intonarono il Te Deum ed, esposto il Santissimo, fu impartita la benedizione eucaristica. Ma l'entusiasmo giovanile volle ancora la sua parte, e, terminata la funzione, ecco tutti i compagni a felicitarsi coll'Imperatore con uno dei Capitani, coll'Alfiere e con altri sei giovani premiati col primo premio, tutti della stessa nostra Parrocchia del Sacro Cuore.
Una festa indimenticabile. Io ne ebbi la bella notizia insieme ad altre consolantissime. Parecchie nostre Associazioni di Azione Cattolica, prime fra tutte, quelle della Sicilia, riportarono i migliori premi nelle gare diocesane, regionali e perfino in quelle nazionali di religione. Ne parlarono i giornali, ed ebbero gli elogi dello stesso Santo Padre Pio XI. Ecco un grande stimolo per voi ad applicarvi con amore nello studio della Religione. Imperatori in terra, e santi un giorno in Cielo! Coraggio adunque! Nella prossima Quaresima intensificate ancor più la vostra applicazione e, se non vi incoroneranno gli uomini, siate pur certi che vi incoronerà un giorno il Signore in Paradiso coll'immarcescibile corona della vera felicità. Allegramente
vostro aff.mo Don GIULIVO.
Cari Cooperatori,
Avete già risposto all'appello del Rettor Maggiore pel risparmio della lira mensile per l'ampliamento del Santuario di Maria Ausiliatrice?
MATTO GROSSO (Brasile).
Sulle tracce delle nostre vittime...
(Continuazione: vedi numero di dicembre).
A notte ripassarono il fiume e si raccolsero nell'accampamento in preda alla più viva emozione. Dormirono ben poco. L'impressione di trovarsi nel luogo ove i due confratelli erano stati così barbaramente trucidati da quei selvaggi stessi che lì presso forse insidiavano la vita dei nuovi esploratori, ansiosi di gettarsi su di loro col grido di guerra, coll'odio di razza e con sete di sangue, non lasciava prender riposo. Verso l'alba un rumore insolito, uno scricchiolio di rami secchi, uno schianto improvviso nella vicina foresta, li fece scattare in piedi. Uno dei nostri stava già sull'attenti, coll'arma in pugno. Dato l'allarme, tutti aguzzarono la vista attraverso lo scialbo chiarore delle stelle per individuare qualche cosa, tendendo l'orecchio per distinguere ogni rumore. Ma il silenzio era tornato normale. Forse un tapiro o qualche altro animale in fuga rincorso dal terribile giaguaro? o forse, più probabilmente, un'astuzia dei selvaggi per far cadere i nostri in un'imboscata attraendoli verso la vicina foresta e sfogare la loro sete di odio ? Il riposo se n'andò anche per prudenza, perchè sorgeva l'alba che è sempre l'ora preferita dai selvaggi per gettarsi sulle loro vittime. Quel giorno avevano stabilito di non viaggiare. Era necessario che si fermassero per vedere e osservare ogni cosa. Bisognava effettuare con la massima cura un sopraluogo, raccogliere elementi per formarsi un'idea esatta, e ricostituire nella forma più veridica possibile la tragedia che si era svolta in quel luogo pochi mesi innanzi. Don Colbacchini celebrò la S. Messa in suffragio- delle anime delle due vittime nel luogo stesso ove essi generosamente avevano sparso il loro sangue per Cristo. Impossibile esprimere l'onda di commozione del celebrante e degli assistenti. Compiuto il sacro rito, si diedero al lavoro per far rilievi e studi sul luogo dell'eccidio.
RICOSTRUZIONE.
Al fatto tragico si sa che pochi furono testimoni; alla morte dei due Missionari poi nessuno era presente, nessuno vide: essi morirono soli, senza testimoni. I loro compagni erano rimasti parte nell'imbarcazione e parte sulla riva e non udirono altro che il grido di guerra dei selvaggi e un grido di aiuto di D. Sacilotti, poi i colpi delle terribili mazzate sul capo e sul corpo delle due vittime; nulla più. Nessuno degli altri ebbe in quel momento la presenza di spirito ed il coraggio di correre in soccorso. Presi da profondo panico, si diedero alla fuga, misero l'imbarcazione al largo e solo all'indomani si decisero di ritornare sul luogo per conoscere la sorte dei due Missionari. Quest'è la ragione per cui in un primo tempo furono così varie e diverse le notizie e le versioni presentate sul fatto e sulla morte. Premeva dunque giungere ad una conclusione certa, veridica e positiva. La prima idea a fissare fu quella della configurazione del luogo. Il fiume in quel punto presenta un'immensa curva: la sponda destra si alza staccandosi dall'acqua come una grande parete per una lunghezza di oltre due chilometri; la sinistra invece è bassa, ed una grande spiaggia di bianca sabbia ne occupa la maggior parte. La riva destra può misurare da dieci a quindici metri di altezza ed è quasi prependicolare al fiume, di modo che trovandosi ai piedi è impossibile vedere od osservare cosa alcuna lassù. Per salire la riva bisogna arrampicarsi, aggrappandosi alle radici di piante e di arbusti. Sull'alto si stende una vegetazione semi-forestale: alte erbe, rare piante, molti arbusti, e varie piccole palme che incurvano le loro foglie fino a terra. Luogo tipicamente strategico e perfettamente adatto ai selvaggi per un'imboscata. Dall'alto della riva potevano vedere ed osservare la vasta fascia del fiume, fino all'estremo della grande svolta, senza la minima probabilità di esser visti. L'alta sponda era sicura difesa e fattore d'immunità. Immunità, perchè chi stava in basso sul fiume non avrebbe potuto veder nulla di ciò che avveniva lassù e, per correre in soccorso alle grida di aiuto, sarebbe stato necessario un tempo relativo, più che sufficiente perchè i selvaggi potessero mettersi in salvo.
È certo, anche dalle lettere scritte dai due Missionari, che i selvaggi avevano da tempo notata la loro presenza sul Rio das Mortes, e ne seguivano i passi durante il viaggio. Senza dubbio i selvaggi avevano pure notato che i Missionari quando scorgevano sulla riva del fiume vestigia e segni di loro presenza, sostavano e scendendo a terra andavano per la foresta seguendo il piccolo sentiero segnato qua e là. D. Sacilotti particolarmente era solito andar così per ore ed ore sulle orme dei selvaggi, spinto sempre dalla speranza di raggiungere quei poveri figli della foresta, amicarseli e convertirli. Conosciuto il sistema dei Missionari, i selvaggi tramarono l'imboscata. Come? I nostri scartarono subito la supposizione che un caso fortuito avesse portato due selvaggi ai piedi dell'alta riva, sull'orlo delle acque, proprio nel momento in cui l'imbarcazione sulla quale viaggiavano i Missionari approdava sull'estrema curva del fiume, pel fatto che il rumore del motore a scoppio dell'imbarcazione si udiva in quelle silenziose solitudini molto da lontano ed avevano quindi il tempo e la comodità di nascondersi. Tutto invece deponeva per una minuziosa ed accurata imboscata. L'uccisione dei Missionari fu indubbiamente premeditata..
Sull'alto della riva, il bosco era rado, ma il terreno sparso di molti cespugli, piccole palme, ed alte erbe che davano agio ai selvaggi di nascondersi appiattandosi dietro il folto del fogliame e delle erbe. A poca distanza si apriva un'ampia radura, che confinava con una spessa muraglia di foresta, propria dei luoghi ove si formano le sorgenti dei fiumi. Presentita la venuta dei Missionari e avvistata da lontano l'imbarcazione, due selvaggi scesero sull'orlo delle acque, in punto ben visibile, e furono quindi scorti da lontano dai missionari. Ma appena s'accorsero d'essere stati avvistati, risalirono frettolosi la riva e si unirono agli altri loro compagni, appostandosi tra le erbe e le piante a piccola distanza dalla sponda per dar agio a chi seguisse le loro orme di addentrarsi tanto quanto bastava per poterlo assalire da qualunque lato. Era il cerchio della morte.
Il piano strategico dei selvaggi era di fuggire appena consumato il massacro e internarsi nella vicina foresta. Là sarebbero stati salvi. Tanto è vero che la cosa andò proprio così.
Dalla narrazione dei compagni dei Missionari sopravvissuti si sa che, il giorno 1° novembre 1934, D. Sacilotti e D. Fuchs, con quattro compagni, scendevano pel Rio das Mortes con meta all'Araguaya e a Registro, provenienti dalla residenza S. Teresina sull'alto Rio das Mortes.
Fino a quell'ora, non avevano ancor notato nulla di anormale, quando, verso le quattro o cinque di sera dello stesso giorno, ad una svolta del fiume, chi stava alla prora vide lontano, sulla sponda dell'alta riva di destra, i due selvaggi. Diede una voce ai compagni e chiamò i Missionari perchè osservassero. Ebbero appena tempo di assicurarsi che erano veramente due selvaggi all'erta sulla riva del fiume, che li videro dapprima fissare la loro imbarcazione, poi salire rapidamente l'erta sponda e scomparire tra le piante. I Missionari decisero senz'altro di approdare e fecero accostare la bàrca al punto in cui avevano visto i due selvaggi. Si videro allora sotto l'alta barreira che saliva quasi verticalmente sopra il loro capo. D. Sacillotti balzò tosto a terra, diede uno sguardo alle orme lasciate dai due indigeni, poi alzò l'occhio verso l'alto per misurare la ripida salita, tornò ad osservare le orme lasciate, per assicurarsi bene che fossero dei selvaggi, quindi, senza dir parola o chiamare alcuno, senza nulla in mano, cominciò ad arrampicarsi. D. Fuchs, uscito dall'imbarcazione, osservate le orme e visto D. Sacillotti salire, raggiungere la sommità e scomparire tra il verde delle erbe e dei cespugli, si diede ancor egli a seguirlo, aggrappandosi alle fragili radici di piante e di arbusti; ma stentava ad avanzare. La sua salute era profondamente scossa: non aveva quasi più forza; si sentiva venir meno. Pregò allora che lo aiutassero ed il buon bororo Luiz, tanto affezionato, corse a sorreggerlo riuscendo a fargli vincere l'erta e toccar la cima. Scomparve tosto anch'egli fra gli arbusti. Nessun altro della comitiva salì ed accompagnò i due sacerdoti. Tutti rimasero sulla barca, o vicino ad essa, a terra, aspettando. Passarono pochi momenti. Il bororo Luiz stava salendo la riva per seguire il Missionario, quando - affermano - tutti udirono la voce di D. Sacilotti che invitava a raggiungerlo, portando oggetti da regalare ai selvaggi. Si disponevano pertanto a recargli ogni cosa, quando, all'improvviso, udirono un grido acuto di aiuto che ad essi parve ancora di D. Sacilotti, e poi, subito, urla e grida dei selvaggi e colpi di bastone spaventosi. Presi da indiscutibile panico alle urla ed al fracasso infernale, i quattro compagni dei Missionari, invece di correre al soccorso, si gettarono sull'imbarcazione e presero il largo. Solo uno, un olandese, che da pochi giorni si era unito alla comitiva, impugnando l'arma si spinse fin sull'alto della riva gridando ai compagni di aspettarlo. Ma questi, per tutta risposta, lasciarono sulla riva una piccola canoa che conducevano a rimorchio, e fuggirono. L'olandese sull'alto della sponda gridava chiamando per nome i due sacerdoti, ma non sentiva altra risposta che l'urlo inferocito dei selvaggi sempre più vicino, quasi venissero verso di lui. Vistosi così solo, giudicò più prudente ritirarsi. Scese a precipizio la riva, entrò nella canoa, e, a tutta voga, raggiunse i compagni. Già si faceva buio e lo spavento ed il terrore provato fu tale, che per tutta la notte andarono navigando, fermandosi assai lontano.
Al mattino seguente, non senza grande timore, ritornarono al luogo fatale per conoscere qualcosa di quello che fosse accaduto ai due Missionari. Con tutta prudenza, passo passo, guardinghi ed attenti, salirono la riva, entrarono fra le erbe e gli arbusti, chiamarono ad alta voce per nome i due Missionari: ma nessuna risposta: silenzio profondo. Le vestigia dei selvaggi, l'erba calpestata indicavano chiaramente che là presso si era svolta una triste scena. Avanzarono ancora alcuni passi e, tra due piccole palme ecco alla loro vista il corpo di Don Fuchs ignudo e senza vita. Terrorizzati, colle lagrime agli occhi, si chinarono su quel povero corpo: aveva il cranio spaccato e per tutto visibili i segni dei terribili randelli che avevano prostrato l'eroico missionario. Poco oltre giaceva il povero D. Sacilotti ancor più martoriato: la testa spaccata, le mandibole fracassate, frantumate le braccia, lividure profonde per tutto il corpo. Un filo di sangue usciva dalla bocca del martire e bagnava la terra. Dei selvaggi, nulla: le orme e vestigia eran dirette verso l'interno della foresta. Delle vesti ed oggetti che portavano i Missionari non fu trovato più assolutamente nulla.
A quel triste ed orrendo quadro si sentirono venir meno: volevano gridare e non ne avevano la forza. Il povero bororo, accanto al corpo esanime del Padre ed amico dell'anima sua, piangeva chiamandolo ad alta voce quasi lo volesse risuscitare.
Vinta la prima impressione, sotto l'incubo ed il terrore dei selvaggi che potevano ad ogni momen+o sorprenderli, pensarono di trasportare i corpi dei due poveri Missionari più vicino al fiume. Là in alto, proprio sull'orlo della riva scoscesa scavarono due fosse profonde appena il necessario per coprire con un po' di terra i cadaveri. Compiuta rapidamente la mesta cerimonia s'inginocchiarono e, più colle lagrime che colle labbra, recitarono una preghiera affidando a quella solitudine i corpi delle due vittime. Poi composero una rozza croce e, piantatala fra le due tombe, essi ripresero la via del ritorno. Le due salme rimasero in quell'erma sponda del triste fiume, nella solitudine e nel silenzio, sotto l'esile fusto delle verdi palme, coperti solo dalle poche zolle che bagnarono col loro sangue per più di cinque mesi, finchè l'Olandese, partito da Registro di Araguaya con due casse di legno internamente rivestite di zinco, non le potè riesumare e trasportare alla residenza prelatizia, ove il Prefetto Apostolico, alla presenza di tutta la popolazione, diede loro onorevole sepoltura.
Questa, la ricostruzione dell'orrenda tragedia che si svolse il' giorno r° novembre 1934, verso le 5 di sera, sulla riva destra del Rio das Mortes, a circa 400 chilometri, dalla foce nell'Araguaya.
VERSO LA META.
Il viaggio di ricognizione sul Rio das Mortes doveva però continuare. Il mandato dei supe riori era di risalire il fiume fino al punto estremo raggiunto dalle due vittime alla residenza cui diedero il nome di S. Teresa del Bambino Gesù. Restavano ancora altri quattrocento chilometri all'incirca.
Lunghe giornate di viaggio penoso e di pericolo continuo. I selvaggi erano là. Anche il giorno che sostarono in ricognizione sul luogo dell'eccidio essi avevano messo fuoco nella steppa, a poca distanza.
Dato pertanto l'addio al triste teatro della tragedia, partirono rimandando al ritorno il progetto di erigervi una grande Croce a perenne ricordo.
Il tratto da percorrere offriva ormai vicino il grandioso quadro della foresta che giungeva fino alle sponde del fiume. Le spiaggie aperte si facevano più rare e imponevano maggior precauzione e vigilanza soprattutto per la scelta dell'accampamento. A destra ed a sinistra del fiume, ora più vicino, ora più lontano, si alzavano tutti. i giorni dense colonne di fumo. Ad un certo punto si distingueva recentissimo il passaggio dei selvaggi che avevano da poco attraversato il fiume. I nostri ardevano dal desiderio di poter scorgere qualcuno degli indigeni almeno di sfuggita. Ma per quanto aguzzassero la vista non ci riuscirono mai. Li seguivano certamente lungo la costa senza perderli un istante di vista; ma i nostri erano in mezzo al fiume, in campo aperto; essi invece, protetti dal folto della foresta. Le tracce recenti che ne rivelavano la presenza e l'astuzia di occultarsi sistematicamente destavano pertanto non pochi timori.
La navigazione teneva la sponda del fiume per evitare l'impeto della corrente, sempre più intensa nel mezzo. Ma questo costituiva anche un continuo pericolo. Ad ogni istante la freccia di un selvaggio nascosto dietro un tronco o tra gli arbusti della foresta poteva colpire qualcuno: il bersaglio era affatto scoperto. I nervi quindi eran sempre tesi, in continua apprensione per ore ed ore. Unico sollievo e distrazione erano gli animali della foresta che di quando in quando scendevano al fiume e si lasciavano vedere. Più frequente il tapiro (anta) che, uscendo a lenti passi dal bosco, passeggiava per la spiaggia, entrava nel fiume, si bagnava, nuotava, affondava, compariva e scompariva qua e là alla superficie dell'acqua divertendosi a suo bell'agio. Torme poi di capivaras ed altri animali, sereni e tranquilli, si godevano la vita. Era interessantissimo vederli ed osservarli in tutti i loro movimenti che riflettevano la pace solenne nella piena libertà della natura. Ma era altrettanto triste e penoso vedere come, appena avvertivano la presenza dell'uomo, perdevano istantaneamente ogni pace, s'inquietavano sconcertati e si davano a precipitosa fuga, coi segni del più vivo terrore.
SANTA TERESINA.
I nostri desideravano arrivare alla residenza «S. Teresina» per la festa dell'Assunzione. E verso sera del giorno 14 agosto, ecco proprio ad una svolta del fiume, visibile appena, in lontananza, una radura nella foresta, ove emergeva, avanti ad una piccola capanna, nascosta dal verde del bosco, un'alta croce. « S. Teresina! S. Teresina! » fu un solo grido. E la vicinanza della meta rallegrò i cuori. In brev'ora toccarono quel remoto lembo di terra, bagnata dal sangue delle vittime, e furono sulla soglia di quella povera capanna, costruita dalle loro mani, che li ospitò per più di un anno, formando la prima Casa Salesiana del Rio das Mortes. I tre Salesiani che la componevano erano ormai tutti morti. Ma la capanna accoglieva quella sera altri tre confratelli.
Otto mesi erano trascorsi dal giorno in cui D. Fuchs, D. Sacilotti ed il coadiutore Pellegrino avevano lasciato la residenza per la ricerca dei Chavantes, e non tornarono più!... Epperò le poche cose che avevano lasciato nella capanna rimanevano ancora intatte. S. Teresina aveva fatto la guardia. Forse i Chavantes non misero mai piede in quel luogo. L'alta croce che i Missionari avevano innalzato davanti alla piccola capanna se ne stava tuttora ritta, per nulla profanata; unica fra le tante che i Missionari eressero qua e là pel Rio das Mortes, onde conquistarlo a Cristo.
La piccola capanna, tutta a foglie di palma, rivelava la più pura e la più squallida povertà. In quella povertà vissero per mesi e mesi i cari Missionari sempre aspettando il giorno del sospirato incontro. C'erano ancor le tracce del lavoro compiuto nella lunga attesa, c'erano le piantagioni fatte, ed i nostri ne colsero alcuni frutti. Dio colse invece il loro sacrificio. Quand'essi, dopo tante fatiche e tanti dolori, colla gioia nel cuore stesero le braccia per far dei figli della foresta i figli di Dio, quelli ricambiando l'amore coll'odio, la vita colla morte, massacrarono i generosi che li avrebbero redenti alla fede ed alla civiltà.
I nostri sostarono in S. Teresina, dieci giorni. Fecero varie escursioni di ricognizione per rilevare la presenza dei selvaggi, ma non riuscirono a rintracciare alcun indizio nè recente, nè antico. Salirono sull'alto di una collina prossima alla residenza e, nel vasto orizzonte che si apriva avanti a loro, non scorsero, lontano, lontano, verso il nord, altro che il fumo del fuoco acceso nella steppa.
Intanto le risorse alimentari cominciavano a scarseggiare. Vivevano quasi solo di caccia o di pesca, e specialmente di uova e di carne di tartaruga, abbondanti in quella stagione ed in quel luogo. Ma questo alimento forse troppo forte, di cui non si può impunemente abusare, causò, al confratello Petronzelli un'indisposizione che, unita alle fatiche e agli strapazzi sofferti nel viagggio, gli destò un'alta febbre, ribelle ad ogni rimedio. Fu una grave preoccupazione. Là lontano, in quel luogo deserto, in quell'estrema penuria, il giovane salesiano minacciava di venir meno. Il pensiero di S. Teresina, nella capanna ove vissero e penarono per lunghi mesi le eroiche vittime, richiamò la fiducia nel soprannaturale, nel patrocinio della piccola Santa, patrona delle Missioni.
Ma i giorni passavano, le risorse finivano, e la prospettiva di oltre quindici giorni di viaggio per raggiungere il primo posto di soccorso sul Rio Araguaya aumentava la loro apprensione. Il confratello lungi dal migliorare, accennava piuttosto a peggiorare. Furono giorni di ansia e di indicibile trepidazione. Il Signore voleva provare la loro fede. Infatti, quando parevano svanire tutte le speranze umane, nell'invocare S. Teresina e nell'affettuoso ricordo dei Missionari caduti, ecco la febbre improvvisamente diminuire e il confratello cominciare sensibilmente a migliorare. Frattanto alternandosi nell'assistenza del malato, i nostri avevano preparato una croce da portare e collocare sul luogo dell'eccidio.
Don Colbacchini incise su una tavoletta che aveva servito da rude tavolino a D. Fuchs, il nome suo e quello di D. Sacillotti.
Petronzelli si riebbe in tempo per dare una mano anche a questo lavoro. Continua.
CHACO (Alto Paraguay).
Primo incontro con gli Indi Guarany.
Amatissimo Padre, molte volte avrei voluto scriverle, specialmente nei momenti in cui si soffre per le anime che ci sono affidate e molto più per quelle che ci sono care, e che non si possono salvare per mancanza di mezzi e specialmente di operai evangelici....
Or, eccomi a raccontarle la mia prima visita al nuovo nostro campo di Missione, fra gli indi Guarany, i veri aborigeni del popolo
Paraguayano, il quale, pur avendone dimendicato i costumi e le tradizioni, non ha potuto sottrarsi all'idioma Guarany, unico anello che lo unisca ai suoi progenitori.
Del popolo guaranitico avevo sentito parlare a più riprese dagli ufficiali e soldati paraguayani, reduci dal fronte di battaglia; però, trovandomi sempre confinato nei fortini di Olimpo e Baia Negra, non potevo averne che idee vaghe e inesatte. Ma, nel giugno scorso, ebbi occasione di viaggiare nel Sud, ed allora per mezzo di veri e autentici testimoni compresi che la nostra Missione del Chaco si era arricchita di un nuovo greggie, e decisi di visitare i cari Guarany, dei quali tanto bene e con sì grande interesse mi si parlava. Telegrafai perciò a Montevideo all'amatissimo Ispettore Don Luigi Vaula e, avutone consenso telegrafico, mi posi in viaggio, accompagnato dal mio indivisibile confratello coadiutore Donno Nicola.
ATTRAVERSO L'IMMENSO CHACO.
Da Olimpo a Casado è breve il tratto, sicchè dopo poche ore di navigazione sul Rio Paraguay, vi si arrivò col cuore pieno di desiderio di internarsi nelle selve per abbracciare i nuovi figli della nostra Missione. Ed eccoci in treno: una cosa minuscola certo; ma, pel Chaco, ultrasufficiente e di lusso. Come Dio volle, si fecero i 16o chilometri, passando la notte in continua lotta con le zanzare, accoccolati su di un pancone, finchè alcuni galli, appollaiati in un cantuccio, col loro canto mattutino non ci avvisarono del nostro arrivo al punto estremo della ferrovia, primo centro di smistamento delle truppe ciachegne. Balzammo a terra; rifocillammo le membra squassate nelle 14 ore di viaggio notturno e ci preparammo a seguire il cammino. Infatti il Comando di truppa ci avvisò che l'autocarro e l'autista erano pronti per condurci a Camaccio, lontano più o meno un centinaio di chilometri, e divenuto, causa la guerra, centro del Comando del Chaco.
Seduto al fianco dell'autista che maneggiava il volante fischiettando incessantemente delle polche paraguayane, mi sentivo sballonzolare in mille guise, col pericolo di vedermi gettato a terra quando l'autocarro si sprofondava nei valloni che tratto tratto solcavano il cammino. All'imbrunire si arrivò a Toledo, ieri centro di eroismo, oggi magnifico rifugio di tigri, che han trovato nelle vecchie baracche dei soldati ospitalità sicura contro le bufere e riposo nelle loro escursioni in cerca di preda. Di buon mattino fummo in piedi e, sorseggiato l'immancabile «mate » bollito, con alcune gallette, si riprese la via polverosa verso Camaccio, ove si arrivò nelle ore pomeridiane. Ci ricevette con tutti gli onori l'Aiutante del Comando di tappa, tenente Candia, grande ammiratore di Don Bosco, figlio dell'illustre Dott. Candia di santa memoria, il cooperatore insigne che ricevette i primi Salesiani quando vennero nel Paraguay, inviàtivi dal grande apostolo Mons. Lasagna. Si cenò, si passò la notte dormicchiando meno male, finchè la tromba di campo ci risvegliò per continuare il viaggio e raggiungere i cari Guarany.
La comitiva aumentò di numero. Con noi venne pure il carissimo Don Ayala, Cappellano militare, il quale desiderava percorrere il fronte per dar la benedizione ai vari Cimiteri militari sparsi lungo la linea. Stanchi, passammo la notte a Karapatas, concentramento, non più di uomini d'armi, ma di piccolissimi karapatos che assaltano i dormienti, uomini e bestie, avvinghiandosi alle loro carni per succhiarne il sangue. Sono tanti e tanti, questi insetti, che i soldati diedero il loro nome guaranitico di Karapatas al luogo da essi scelto per martirizzare i viventi. All'alba ci ponemmo in macchina seguando la monotona via aperta fra due sponde di cespugli bassi, dalle piante squamose, che i soldati del Chaco eran soliti battezzare col nome espressivo di « maimy-piré », parola guaranitica che significa « pelle di vecchia ». Verso sera ci si aperse dinanzi una immensa piazza militare, abbandonata e circondata da fitte boscaglie.
Il nostro « cicerone » - il Cappellano militare - ordinò l'« alt »; ed era tempo, perchè l'appetito si era fatto gigante dopo un lungo giorno di viaggio ininterrotto. Passammo la notte sulle nostre amache, senza poter prender sonno e in continua agitazione, perchè l'oscurità profonda aumentò in noi la paura di qualche assalto tigrino, benchè avessimo acceso dei fuochi tutt'intorno per tener lontane le fiere. La notte, così, parve lunga e monotona; nè valse a rallegrarla la voce del Cappellano che, di quando in quando, raccontava le gesta di eroi caduti in quelle selve.
Il sole ci sorprese in pieno cammino. A Capirenda, il panorama del Chaco, fino allora monotono e pesante, si mutò d'improvviso: dinanzi a noi si aprivano magnifici paesaggi, fiancheggiati da piante in piena fioritura, che rendevano lussureggianti le amene colline, baluardi eroici delle ultime epiche lotte.
FRA I GUARANY.
Alle quattro pomeridiane giungemmo finalmente a Karandaitiy, e fummo subito circondati da curiosi piccoli gruppi di indi Guarany, accorsi per salutare, nel loro idioma, i nuovi amici di cui avevano già udito parlare e che aspettavano ansiosamente.
Non le so dire, amatissimo Padre, tutta la profonda commozione che mi riempì l'anima al vedermi innanzi gli aborigeni del gran popolo Paraguayano! Mi ricordai dei grandi navigatori ed esploratori che primi videro questa gente: Garcìa, Sebastiano Caboto, Irala e Salazar. Mi ricordai dei Gesuiti che dovettero interrompere il loro apostolato tra queste tribù per la persecuzione degli Enciclopedisti.
Lasciammo il piccolo gruppo di Indi, che era al servizio della guarnigione militare, e ci inoltrammo per oltre sei chilometri. Fummo in mezzo a una vera turba di Guarany. A tutta prima, i bimbi - nudi e seminudi - fuggivano spauriti lanciandoci occhiate di sgomento. Ma quando si accorsero che non avevamo alcuna intenzione di far loro del male, precipitarono giù dalla colline come uno sciame di api e mi circondarono festanti con i loro genitori. Distribuimmo caramelle e medaglie a tutti. In coro, con le mani al cielo, gridarono i Nomi santissimi di Gesù, Maria, quello di Don Bosco e di Santa Teresina.
Ma la zona più popolata di Guarany è la località detta Maciareti: quivi si incontra una popolazione di oltre duemila Indi, sistemati in capanne regolari, ben allineate, pulite e sane. Vi arrivammo a notte e si sparse tosto la voce che il giorno dopo si sarebbe celebrata la Messa nella chiesa.
Il dì seguente, infatti, all'alba si riversarono tutti gl'Indi sulla piazza principale, e ci circondarono offrendoci in regalo delle sciarpe e dei fazzoletti di loro fabbricazione. La campana invitò a entrare per assistere al Divin Sacrificio. Che spettacolo! Dall'altar maggiore contemplai il magnifico ordine nel quale essi stessi, i buoni Guarany, si disposero sotto le grandiose arcate del Tempio francescano: gli uomini e i fanciulli da una parte, le donne ginocchioni, con la testa coperta da ricchi fazzoletti e con i bambini fra le braccia, dall'altra; e tutti recitarono devotamente il santo Rosario che il Padre Ayala dirigeva. Quando giunsi al «Sanctus » della Messa, si fece tutt'intorno un grande silenzio. Mentre stavo chiedendomi come mai tanto cambiamento di scena, ecco dal fondo della Chiesa la banda india intonare un lento di Wagner... come accompagnamento del sacro Mistero. Non saprei esprimere quello che passò nel mio cuore. Piangevo commosso, miravo Cristo Redentore e godevo di tanta civilizzazione indiana, confinata quassù a Maciareti, ultimo baluardo raggiunto dalle armi paraguayane.
Terminata la santa Messa, la gente si riversò sulla piazza. E, davanti a quella turba devota, non potei a meno di far sentire le mie parole di Missionario, terminando il discorso invitando tutti a gridare: «Viva Cristo Re! ». Intanto la banda mi aveva circondato; e allora potei osservare gli autentici suonatori interpreti di Wagner. Due clarini, un fagotto, una cornetta schiacciata, un bombardino che lasciava passare le note solo a intervalli per le ammaccature dell'ottone, e un tamburo formato da un enorme recipiente vuoto e battuto con un palo di legno foderato di stracci... Tale, amatissimo Padre, era la banda india che mi attorniava, e i cui componenti mi domandavano s'io fossi italiano.
- Sì - risposi; - e vi porto il saluto del Papa e di Don Bosco...
Il nome d'Italia fu un segnale di richiamo. Si accordarono, portarono gli strumenti musicali al punto e intonarono l'Inno Fascista «Giovinezza ». Che commozione! Impossibile descriverla... Solo chi si trova lontano dalla Patria può apprezzarla e sentirla! Lassù, in mezzo agli Indi, si udiva l'Inno della nuova grande Italia, e ci pareva di essere nelle belle contrade della dolce Penisola, terra di santi e di eroi... Ed anche questi poveri Guarany, che suonavano l'Inno dell'Italia Fascista, erano veramente degli eroi...
- Chi vi ha insegnato a sonare quest'Inno ? - chiesi alla fine, mentre gl'innumerevoli Indii applaudivano i compagni sonatori, gridando in mio onore: «Viva l'Italia! ».
- Il nostro Padre Don Luigi...
- Dove si trova?
- Lo portarono al centro...
Mi accorsi subito che avevo toccato un tasto doloroso, e troncai quindi il corso delle mie investigazioni. Distribuii ai bambini e ai musici caramelle e a tutti medaglie, e mi posi al fianco del Cacico per visitare il paese che giaceva nella vallata sottostante, dandomi l'aspetto, visto dall'alto della chiesa, come di un gregge tranquillo riposante al sole.
E tale veramente mi apparve, quel caro popolo indigeno, che mi ricevette felice nelle sue umili stamberghe, mostrandomi i lavori delle sue donne, lavori magnifici di tessitura dalle greche vistose e dai colori smaglianti.
IL RITORNO.
Il tempo però passava veloce, e bisognava ritornare dove ci attendeva il Comando militare. Si salutarono i cari Indi, che si stringevano a noi come orfani, presaghi che sarebbero rimasti soli chi sa per quanto tempo. Dovetti fare uno strappo violento al mio cuore di sacerdote e, per non apparire con le lagrime agli occhi, mi cacciai al lato dell'autista, dando l'ordine di riprendere la discesa per tornare a Karandaitiy. Ma gli Indi non vollero lasciarci così bruscamente: ci seguirono per buon tratto, alcuni sorridenti, altri tristi e accorati, di quando in quando lanciando in aria grida di « addio », di «arrivederci », di « tornate presto! ».
Passammo la notte al Quartier Generale. Ma era impossibile prender sonno. La visione di tante anime abbandonate in quella zona, anelanti di assistenza religiosa, già istruite nella Fede e capaci di qualunque sacrificio pur di aver con loro il Ministro di Dio, le scene presenziate, il folclorismo ciachegno: tutto concorse a non lasciarmi dormire. Così, al primo albeggiare, fummo in piedi, affettuosamente circondati dal Comando militare che volle esser presente alla nostra partenza. Partimmo col cuore pieno di ricordi, di impressioni indelebili, e con l'ideale missionario fatto più forte dal bisogno di quelle anime e dalle loro strettezze.
Non starò a descriverle, amatissimo Padre, il nostro passaggio fra un altro gruppo di Guarany, attendato fra le selve di Urandague, e neppure la visita fatta a un Padre Francescano italiano dei Minori Conventuali ai confini boliviani... Solo le dirò che ovunque fummo. accolti molto bene, e circondati da un affetto cordiale, desideroso di assistenza e di aiuti.
Oh, come mi tornò alla memoria la visione di Paolo, quando vide nel sogno il forte macedone che gli gridava: « Vieni, passa da noi: abbiamo bisogno di te!». Quando si realizzerà pei cari Guarany, quello che Paolo ha voluto seguire come voce di Dio?...
Il cuore davanti a questa domanda non sa che rispondere; o meglio, non sa che ripetere il lamento di Cristo ai suoi discepoli: « La messe è molta, gli operai son pochi; pregate affinchè il Padrone della messe mandi gli operai nella sua vigna ».
Ed è questa preghiera, o Padre, che noi rivolgiamo a lei, dopo di averla rivolta a Dio. Ci aiuti, ci mandi degli operai evangelici qui al Chaco, ove la messe biondeggia, anelante di rugiada celeste. Mancano i mietitori, vengano, e canteranno al sole gli inni del trionfo di Gesù nei cuori.
Con affetto e venerazione domanda la sua benedizione l'umilissimo figlio suo in C. J.
Fuerte Olimpo, 12 settembre 1936.
Sac. Livio FARINA Missionario Salesiano.
Duplichiamo i Cooperatori di Don Bosco Santo !
Ogni Cooperatore ce ne procuri almeno uno nuovo e ce ne mandi l'indirizzo preciso.
ASSAM (India). L'Oratorio "San Giovanni Bosco" a Rajaburi.
Amatissimo Padre,
Ho qui sul tavolo alcune note. Gliele trasmetto così come sono arrivate a me, semplici e serene. Vedrò, in seguito, se dovrò aggiungere due righe. Noto che l'apertura di Rajaburi risale alla festa di Don Bosco Santo di due anni fa. A lui è dedicata la nuova fondazione.
L'ORATORIO DI RAJABURI. - I giovani - la passione di Don Bosco e dei suoi figli - vennero fin dai primi giorni; la festa dell'apertura della Casa ce ne attirò alcuni, ma non fu possibile al momento occuparsi di loro. Varie ragioni ci suggerivano di aspettare un poco: prima di tutto bisognava conoscere in che ambiente si viveva; poi era necessario che gli altri conoscessero noi, sapessero che non avevamo altra intenzione che di fare un po' di bene. I primi Bartolomeo Garelli ce li condusse un giovanetto cristiano che stava con noi (i ragazzi familiarizzano subito), pregandoci di raccontar loro... qualche cosa. Era il 4 maggio del 1934. Uno, che aveva sgranato tanto d'occhi per più di un'ora alla Messa cantata del 26 aprile, portò un volumetto di preghiere e alcuni opuscoli della Bibbia; le preghiere gliele aveva date un soldato cattolico; la Bibbia, un pastore protestante. Disse che i protestanti lo avevano tante volte invitato con molte promesse, ma che non aveva mai voluto accettare e che, invece, ora sentiva grande desiderio di studiare la nostra santa Religione. Oramai siamo amicissimi.
SULLE ORME DEL PADRE, COME AI PRIMISSIMI INIZI. - Un bel giorno comperammo due tavoli, qualche sgabello, e aprimmo il pianterreno della Casa di « San Giovanni Bosco». Col primo gruppo si giocò a un po' di tutto: a mosca cieca, agli angoli, a rimpiattino, al giro del mondo, all'oca. Poi, arrivarono a una media di venti, ogni pomeriggio.
Tutto l'Oratorio in un'umile stanzetta! E si andò avanti così per cinque mesi. Continuo affluire degli Oratoriani, senza paura; e, dietro a loro, diffidenti, papà e mamme.
Per la festa patronale di Bang Nok Khuek, 8 settembre, li invitammo a fare una passeggiata. Dovevano parteciparvi una decina. La sera prima, i genitori negarono il permesso, e così potemmo condurne... due soli. Pochini davvero, ma non c'era da scoraggiarsi. Ci pensarono essi a funzionare da alto-parlanti presso i compagni, al ritorno. Occhioni spalancati e bocca aperta davanti ai due narratori. Un mese dopo, per un'altra circostanza, ne vennero sette, invidiati dai poveretti che non avevano avuto il «sì » dai genitori.
NEL PRATO. - Monsignore mandandoci a Rajaburi, ci aveva dato alcuni soldi per un pallone. Dopo quasi sette mesi lo comperammo e cominciammo a giocare. Quel giorno, agli assidui se ne aggiunsero altri tre; un gruppo ci guardava fuori della siepe. Dopo un po' di tempo erano 45.
Oramai si era diventati familiari e, quando ci vedevano passare per la strada, molti ragazzi ci domandavano se le adunate e i giochi avrebbero continuato.
Il prato però non è nostro e, volere o no, si disturbano assai le persone del vicinato e le famiglie che abitano lì presso, le quali, troppe volte, si vedono arrivare un... bolide in casa, e, magari, mandar per aria pignatte e pignattini. Confesso che sono più pazienti di certe serve bisbetiche ricordate nelle Memorie di Don Bosco; ma, la pazienza ha anche un limite. Temiamo di dover presto portar altrove le nostre tende. Dove?... Si sente la impellente necessità di un terreno proprio. Che Don Bosco ce lo ottenga, affine di poterci mettere a contatto col cuore di centinaia di ragazzi !
Intanto si continua a seminare da più di un anno. L'anno decorso ci ha confermati nella persuasione che l'opera degli Oratori, in Missione e fra pagani, deve essere provvidenziale.
UNA PASSEGGIATA MEMORANDA. - 24 marzo 1936. Gruppi di giovani si recano lieti e festosi al vaporino che li attende nelle acque del Meklong. Loro non lo sanno, ma noi abbiamo messo tutto sotto la protezione dell'Ausiliatrice.
- E tu non ci devi andare, dice burbero un padre al suo piccoletto.
- Perchè ?
- Perchè non voglio. -
Col papà non si discute. Il figlio abbassa il capo e, mogio mogio, si allontana togliendosi il giubbetto della festa.
La barca lancia un ultimo ùlulo di sirena per sollecitare i ritardatari, e infine, èccola staccarsi dalla banchina. A questo punto, un cosino, agile, spicca un salto, si aggrappa al parapetto della nave e, con un altro salto, si trova in mezzo al gruppo. È senza giubba; tutti subito lo riconoscono.
- Ma osi venire alla gita così male in arnese ? E il giubbetto dov'è ?
- Eccolo qui! E, trionfante, estrae dalla tasca dei calzoni il giubbettino accuratamente ripiegato, e lo indossa tra la comune ilarità.
Dicono che poi anche suo padre sia stato contento di quella scappatella, tante erano state le belle cose udite dalla bocca del suo figliuolo.
A Bang Nok Khuek, visita alla Chiesa, alla Scuola Normale, alla Casa di formazione, al Gabinetto di Fisica, all'Apiario. Pranzo cordiale e lieto, condito dal miglior appetito; la maggior parte, per paura di mancare all'appuntamento, non aveva fatto colazione. Dopo animate partite, allegri canti. Infine, conferenza su Don Bosco con proiezioni luminose.
Così conobbero il Padre della gioventù e lo amarono. Ancora sotto l'impressione del suo dolce sorriso, il gruppo si riunì per ringraziare i Superiori dell'ospitalità generosa. Un solo « grazie! » dissero; ma gli sguardi, pieni di letizia, affermavano assai di più. Intanto d'intorno si andava chiedendo come mai umili figli di Don Bosco fossero riusciti a disciplinare quella irrequieta schiera di giovani d'ogni età, d'ogni classe e condizione. Non ve ne era memoria per il passato... Noi si pensava, unanimi, ad un'altra manifestazione della bontà paterna del Santo dei birichini.
Alla sera, tardi, tra grida di evviva e di gioia, il vaporino li riconduceva nella loro città, portando dovunque, e specialmente nelle loro famiglie, il sano e vero entusiasmo di un divertimento che tutto permette, eccetto il male ».
PER CONCHIUDERE. - Fin qui gli appunti. Eccole ora le due righe che, man mano mi avvicinavo alla fine dello scritto, andavano formandosi nella mente, e mi vengono proprio dal cuore.
L'Oratorio « San Giovanni Bosco » di Rajaburi continua. Dove ? In una stanzetta di affitto. Si può dire che, quasi sempre, vi si trovano dei giovanetti; e, le assicuro, ne fanno di tutti i colori (in buon senso, s'intende!). In un prato che non è nostro, che è angusto, che non ha attrattive, che turba la pace dei poveretti che stanno all'intorno...
E che cosa ci vorrebbe ?
Un prato nostro, una tettoia nostra; e poi... uno sciame di giovani.
E sarebbe questa, la vera conclusione. L'affido alla generosità dei nostri caritatevoli Cooperatori e benemerite Cooperatrici, attraverso alla persona del nostro venerato Rettor Maggiore. Io so che l'Oratorio di Rajaburi le sta molto a cuore, e che sarà per lei grandissimo conforto il poterci venire in aiuto per mezzo della carità di qualche anima pia e generosa.
In attesa, le bacio la mano con affetto, a nome di tutti i Missionari del Siam.
Suo aff.mo figlio in C. J.
Bang-Nok-Khuek, 15-IX-1936.
Mons. GAETANO PASOTTI
Prefetto Apostolico di Rajaburi.
attribuite all'intercessione di MARIA SANTISSIMA AUSILIATRICE e di San Giovanni Bosco.
Raccomandiamo vivamente ai graziati, nei casi di guarigione, di specificare sempre bene la malattia e le circostanze più importanti, e di segnare chiaramente la propria firma. Non si pubblicano integralmente le relazioni di grazie anonime, o firmate colle semplici iniziali.
L'infiammazione scompare. - La mattina del 25 ottobre u. s. avvertii uno strano malessere. Lì per lì, non ci badai; ma nel pomeriggio fui costretta a mettermi a letto. Quando venne il medico, avevo la gamba sinistra tutta infiammata e 39° di temperatura. Si era sviluppata una infezione. Il caso non era gravissimo, ma poteva avere serie conseguenze.
Subito mi rivolsi a Maria SS. Ausiliatrice e a S. Giovanni Bosco. Quante grazie avevo già ricevute per la loro intercessione ! Incominciai una novena, misi nella fasciatura una immagine del Santo e promisi di pubblicare la grazia e di mandare il mio piccolo obolo per le Missioni, tanto care al cuore di Don Bosco. Al mattino seguente ero quasi sfebbrata, e l'infiammazione andava eliminandosi. Rimasi a letto una settimana e continuai a pregare i miei celesti protettori. Dopo nove giorni potei riprendere il mio lavoro.
Ora sono completamente guarita e con l'animo commosso, sciolgo la mia promessa. Milano, 8 dicembre 1936.
MARIA SCOTTI.
Tu sei vivo per un gran miracolo. - Il 2o ottobre 1934, attraversando il Corso Lecce in bicicletta venni investito da un autocarro e trascinato per parecchi metri. Trasportato svenuto all'Ospedale, fui ricoverato con prognosi riservata. Ai miei parenti, subito accorsi, i medici dichiararono che non avrei passato la notte, data la gravità della diagnosi: la scapola destra fratturata, cinque costole rotte, il polmone destro leso, due anelli della colonna vertebrale spostati e un principio di commozione cerebrale! I miei cari angosciati si rivolsero con grande fiducia a S. Giovanni Bosco e mi procurarono una sua reliquia che sempre portai con me. Dopo 40 giorni di degenza, tra lo stupore dei medici, lasciai l'ospedale ed il Professore mi disse: « Ricordati che tu sei vivo per un gran miracolo ». Passarono tre mesi, ed ecco svilupparsi la commozione cerebrale. Tra convulsioni e svenimenti, mi aggravai nuovamente. Ma S. Giovanni Bosco che già mi aveva salvato prima da certa morte, mi salvò anche da questo grave pericolo. Oggi, a due anni di distanza, mi sento perfettamente guarito e riconoscente invio la mia offerta per le missioni, ringraziando pubblicamente il grande Santo ed implorando la sua costante protezione per me e per tutti i miei cari.
Rosignano Monferrato, 20-XI-1936.
INNOCENZO PIERO.
Guarito dal morbo di Pot. - Antonio Chiodi di Bortolo, nato ad Edolo l'8 maggio 1924, ammalato di morbillo, nel maggio del 1928, si alzò accusando mali di schiena che continuarono ad aumentare sino al maggio del 1929. Portato alla clinica infantile Regina Margherita di Torino, e sottoposto a radiografia, fu riscontrato affetto dal morbo di Pot, con tre vertebre corrose, (più tardi venne intaccata anche la quarta) e gli venne subito praticata la ingessatura dalle spalle alle- ginocchia. Rimase così immobilizzato per ben tre anni sino all'8 maggio 1932, data in cui si permise al piccolo di muovere i primi passi.
Dall'ottobre 1935 è senza apparecchio e dichiarato guarito dal medico curante, il sig. dott. Duse di Brescia, il quale afferma che è la prima guarigione che riscontra così perfetta del genere. Io sono convinta di un aiuto soprannaturale.
Sino dal 1929 quando portai il mio Antonio alla clinica di Torino incominciai a conoscere S. Giovanni Bosco allora Beato e lo invocai per la guarigione del mio piccino per cui i Professori non davano tanta speranza.
Ogni volta che tornavo a Torino per la rinnovazione dell'ingessatura e per la visita lo portava all'urna di Don Bosco con viva fede facendo vari voti, e tra gli altri quello di pubblicare sul Bollettino la grazia a guarigione compiuta.
Ora un po' in ritardo, ma con grande riconoscenza, soddisfo al mio impegno verso il Santo, intercedendo per altri gravi bisogni che opprimono la mia travagliata famiglia, e che nutro certezza S. Giovanni Bosco mi aiuterà a fronteggiare.
Edolo, 15-XI-1936.
MARIA FEDERICI CHIODI.
Guarita da un grave attacco d'influenza. - Nel marzo del 1936 fui colpita da una forte influenza complicata da angina e mi aggravai tanto che credetti giunta l'ultima mia ora e mi accostai ai SS. Sacramenti. In seguito migliorai alquanto, ma con tre ricadute ripresi a peggiorare. I rimedi mi giovavano poco e quello che più mi addolorava era il pensiero di lasciare cinque creaturine...
Con viva fede e colla certezza d'essere esaudita affidai pertanto la mia guarigione all'intercessione della potente Ausiliatrice dei cristiani e del suo fedel servo S. Giovanni Bosco presso il S. Cuore di Gesù. Fui esaudita! In giugno cominciai a migliorare e, dopo una convalescenza piuttosto lunga, guarii perfettamente.
Con eterna riconoscenza.
Moncalieri, 6-XI-1936.
RUBATTO MARGHERITA.
Consolante guarigione d'una bimba. - La bambina Lucia De Vito, di otto mesi, veniva colpita, nel mese di ottobre u. s. da violenta bronco-polmonite diffusa e dopo qualche giorno il medico constatava -la minaccia di meningite. Il caso era gravissimo e la povera famiglia viveva di lacrime.
Un giorno che la piccina era abbattutissima e non dava quasi più segno di vita, parenti e amici piangevano inconsolabili, una pia persona pensò di mettere vicino alla malatina una reliquia di S. Giovanni Bosco. D'un tratto la bimba si riscosse, e pur tenendo gli occhi chiusi, con le manine toccava il prezioso oggetto come avesse voluto giocare e poi lo portava alla bocca come per baciarlo.
I presenti piangevano commossi mentre in cuor loro presagivano la grazia che invocavano. Infatti da quel momento cominciò il miglioramento e in pochi giorni venne dichiarata fuori pericolo. Ora è sana e vispa come prima.
La povera madre, riconoscente a S. Giovanni Bosco manda una tenue offerta per le Opere Salesiane e la sottoscritta, come da promessa, prega a voler pubblicare la grazia sul Bollettino.
Valle di Avellino, 21-XI-1936.
MARIA DE NAPOLI.
Guarita da tifo complicato con polmonite. - Nell'ottobre del 1935 mia figlia Agnese cadde ammalata di tifo con febbre altissima che la ridusse in breve tempo in condizioni estremamente gravi. E proprio quando la lotta contro il male, a giudizio del medico curante, diventava quasi impossibile, ecco aggiungersi, come per accelerarne la fine, un nuovo malanno: la polmonite. I dottori Pinto e Beccuti convennero, visitandola separatamente, nella stessa disperante conclusione.
Fra la più viva trepidazione io continuava intanto a far appello all'intercessione di S. Giovanni Bosco. Nella sua cappella, inaugurata l'anno precedente e poco lontana dalla camera dell'ammalata, si pregava instantemente da tanti devoti. E San Giovanni Bosco non tardò a consolarmi colla prova tangibile della sua protezione. La figliuola infatti superò la crisi terribile e migliorò lentamente fino alla più completa guarigione.
Con cuore riconoscente io faccio ora la mia offerta per il suo erigendo altare in Maria Ausiliatrice. Vinchin d'Asti, ottobre 1936.
GIANDROTTI TERESA.
Salvo in un gravissimo incidente. - Una lettera da Siviglia in data 13-XI-u. s. mi ha portato finalmente notizie di mio fratello che avevo raccomandato tanto alla protezione di Don Bosco. Il Santo l'ha assistito miracolosamente in un gravissimo incidente. Ecco come me lo ha descritto: «Ho avuto un disastroso incidente automobilistico. Si andava a 9o km. all'ora, quando si ruppe lo sterzo. La macchina si mise di traverso sulla strada e cominciò a rotolare come una palla. L'autista e la persona che mi accompagnava, il direttore della Hispano-Olivetti, ne uscirono colle gambe frantumate, un braccio rotto e tutto il corpo straziato dai cristalli della vettura. lo invece rimasi completamente illeso, senza la più piccola scalfittura. I giornali di qui lo dicono un miracolo. Ed io ne sono convintissimo. A chi non crede ai miracoli, raccontate il mio caso. Provvidi subito per i feriti che si trovano tutt'ora in gravi condizioni ».
Non finiremo mai di ringraziare il nostro caro Santo. In fede
Arogno, 27-XI-1936.
TERESITA DE VECCHI-BIANCHI.
Grazie Don Bosco! - A vari mesi dalla guarigione da una grave dermatosi, che mi aveva colpito specialmente alle mani, sento il dovere di ringraziare pubblicamente il caro Santo dei giovani, il glorioso Don Bosco. Il noioso malanno mi costrinse per oltre sei mesi a tenere le mani fasciate, impedendomi qualsiasi lavoro, e rendendomi anche difficile la celebrazione della santa Messa. Mi si dovette ricoverare per parecchio tempo nella Clinica dell'Ospedale, per continuare poi pazientemente la cura in casa.
Finalmente guarii. Ma io sento di dover gridare a voce alta che senza il prodigioso intervento di Don Bosco Santo, da me continuamente invocato, non sarei riuscito a vincere il male, che mi si diceva difficile e ribelle, per la violenza con cui mi aveva colpito profondamente alle mani.
Ho già in parte cercato di sdebitarmi con una modesta offerta alle sue opere, ma gli ho anche promesso di farmi propagatore del suo culto in questa mia città, che del resto ha già cominciato ad onorarlo, innalzandogli un bell'altare nella Parrocchiale di San Donato, e festeggiandolo anche con un corso di preghiere frequentatissimo, coronate con una imponente processione
Ora mi permetto di raccomandargli ancora un giovane sacerdote tanto sofferente, e, colla più viva riconoscenza, godo professarmi
Sassari, 24-XI-5936. devotissimo
Sac. Dott. ANTONIO MARCELLINO.
Per intercessione del Servo di Dio Don Michele Rua:
Da un paio di anni, nel fare le salite soffriva di un mancamento di respiro, e questo malanno, dopo la metà di ottobre del 1935, si fece molto più grave, e nei primi giorni di novembre si accrebbe ancor di più. Il 5 novembre mi sentivo venir meno e a stento potevo far le scale della mia casa. In tale giorno non potendone più, mi portai dal mio sig. Prevosto per chiedergli indicazione del medico più adatto dal quale farmi visitare. Il Prevosto mi indicò un bravo medico e mi fornì anche di un biglietto di raccomandazione. Contava di andarvi l'indomani. Alla sera con facilità mi addormentai, ma alle 4 dopo mezzanotte mi svegliai di soprassalto e temetti di morire pel mancamento di respiro. Mi sentivo molto male. In quel momento, che credevo proprio fosse l'ultimo della mia vita, gridai con tutta fiducia: - Don Rua, Don Rua! Voi in nome di Dio un giorno mi avete assolto dai miei peccati, ora, se è il meglio per l'anima mia, liberatemi da questo male. - In quell'istante sentii come una forte scossa al cuore e tosto il male scomparve. Presi tra le mie mani l'immagine di Don Rua e la baciai stringendola poscia al mio cuore, e ringraziavo il gran Servo di Dio piangendo di consolazione.
Alle 5,3o del mattino mi alzai per recarmi alla Parrocchia, situata in alto, per assistere ad un Officio funebre con Messa ed oh! meraviglia! Potei fare la salita senza la minima difficoltà, come se non avessi mai avuto nulla. In segno di riconoscenza cominciai una novena con la recita di tre Pater, Ave e Gloria e con l'Orazione al Servo di Dio, e ciò anche per ottenere da Dio e dalla Vergine Ausiliatrice la grazia di veder presto Don Rua innalzato agli onori degli altari.
È passato un anno dalla grazia ricevuta e non ho sentito più alcun male.
Mapello (Bergamo), 16-XI-1936. GIOACHINO GELPI.
Ringraziano ancora della loro intercessione Maria SS. Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco:
Una devota di San Giovanni Bosco (Bergamo) per l'ottenuta guarigione di un bimbo di 2 mesi e per quella della mamma.
S. C. E. (Canton Ticino - Svizzera) per segnalatissime grazie ricevute.
N. N. (Torino) per le migliorate condizioni di salute della sorella.
V. A. (Trivero) per l'ottenuta liberazione da una grave forma di nevralgia acuta.
Garino Massimina (Courmayeur) per essere stata liberata da gravi dolori ad una spalla al contatto di una reliquia del nostro Santo.
Muccio Nella (Riace) pel felice esito di una delicata operazione chirurgica.
R. B. (Carcare) per molti favori ottenuti.
La famiglia Cuneo (Pietra Ligure) per aver ottenuto due segnalate e sospiratissime grazie.
Balio Teresa (Alice Castello) per la guarigione di un nipotino affetto da bronchite e polmonite.
Confalonieri Angelo per la guarigione da convulsioni nervose grazie all'intercessione di Don Bosco Santo.
Ricca (Torino) per una segnalatissima grazia ricevuta.
C. F. R. (Torino) per l'assistenza ottenuta nel conchiudere un difficile contratto.
F. Maddalena (Agliano) per l'ottenuta guarigione, da tifo, del figlio militare a Tripoli.
Augusta E. (Torino) per aver potuto vincere due concorsi.
San Lorenzo Giovanni (Asti) per guarigione da tifo complicato con pleurite.
Franchelli Giuseppe in segno di riconoscenza al nostro Santo che lo protesse, offre il suo orologio d'oro.
Garella Ida (Castellamonte) per segnalatissime grazie ricevute.
G. R. (Gorizia) per il felice rimpatrio dall'Africa Orientale del caro nipote, buono e sano.
R. P. V. (Torino) per l'ottenuto sospiratissimo impiego del genero.
Benassi Albina (Roma) per aver avuto salva la vita in uno scontro automobilistico.
Monterzino Piero e Lena (Carmagnola) per la gioia di una bimba, dopo 4 anni e mezzo di matrimonio.
Reyneri Pelissero Maria pel felice esito di una grave operazione chirurgica.
Roetto Chiaffredo (Bagnolo Piemonte) perchè, colpito da violento attacco di paralisi, al contatto di una reliquia di Don Bosco Santo, ottenne rapido miglioramento.
Gallo Dottor Domenico per essere stato liberato completamente da gravi disturbi che lo preoccupavano non poco.
Todaro Can.co Salvatore (Acireale) per evitata operazione alla sorella Rosina Scuderi affetta dal diabete.
Carlotta Maria (Berkeley - California) per una segnalatissima grazia ottenuta.
Grenzi Adalgisa (Cannobio) per l'ottenuta guarigione della figlia.
Spina Maddalena (Alassio) per la felice sistemazione di interessi familiari.
N. N. per la ricuperata salute di una bimba di 3 anni.
Trisoglio Luigi per la guarigione da malattia ritenuta dai medici incurabile. Invia una tenue offerta.
Salesiani defunti:
BERRONE LUIGI, coad. da Alessandria, † a Santiago (Chile) il 16-IX-1936 a 81 anni di età. Accolto nell'Oratorio dal Santo Fondatore, visse accanto a Don Bosco fino alla sua morte, prestando amorosi servizi al buon Padre e ritraendone spirituale conforto. Dopo la morte del Santo passò in America, nel Cile, edificando tutti colla sua laboriosità, colla sua pietà e col suo spirito squisitamente salesiano.
BONELLI GIUSEPPE, coad. da Vicoforte (Cuneo), † a La Paz (Bolivia) il 28-IX-1936 a 66 anni di età.
Un altro salesiano cresciuto accanto a Don Bosco e formato dal Santo alla vita religiosa con meraviglioso spirito di pietà e di abnegazione. La sua abilità tecnica gli meritò varie onorificenze dal S. Padre, dal Re d'Italia e dal Presidente della Repubblica Boliviana; ma egli visse sempre nell'umiltà del lavoro, esempio ai confratelli, amatissimo dai giovani.
MAGNANI D. CARLO, sac. da Broni (Pavia), † a Vallecrosia (Imperia) l'11-XI-1926 a 62 anni di età.
Fu un apostolo della scuola e degli Oratori festivi cui consacrò tutte le sue forze con vero spirito salesiano. Alassio fu il campo del suo maggior lavoro, ove lasciò di sè la più cara memoria.
MC. COURT D. GIOVANNI, sac. da Claphan (Inghilterra), † a Limerick (Inghilterra) il 4-XI-1936 a 59 anni di età.
Fu una delle prime vocazioni salesiane inglesi. Formato seriamente alla vita religiosa, divenne un ottimo direttore delle nostre case, cui prodigò generosamente le sue belle doti di mente e di cuore.
PLANAS GIOVANNI, coad. da Cardona (Spagna), † a Gerona (Spagna) il 3o-VIII-1936 a 57 anni di età.
GALEOTTI ANTONIO, ch. da Firenzuola (Firenze), † a Piossasco (Torino) l'11-VIII-1936 a 30 anni di età.
DIAZ CIRILLO, sac. da Berberana (Spagna), † a Villa Colón (Uruguay) il 16-7-36 a 75 anni di età.
DE FELICI GEREMIA, coad. da Montebuono, † a Bari il 23-10-36 a 73 anni di età.
MONTANARI PIETRO, coad. da Verucchio, † a Asti il 25-VIII-36 a 7o anni di età.
LANFRANCONI ANDREA, coad. da Rongio, † a Bagè (Brasile) il 26-VI-36 a 68 anni di età.
GARAVAGNO RAIMONDO, coad. da Roccaforte, † a Montevideo (Uruguay) il 23-VII-26 a 59 anni di età.
DONATI LEOPOLDO, sac. da S. Lorenzo, † a Firenze il 10-XI-36 a 58 anni di età.
FRONCZER FRANCESCO, coad. da Rochelsdorf (Polonia), † a Santiago (Cile) il 14-VI-36 a 68 anni di età.
ALVAREZ ANTONIO, sac. da Sacardebois (Spagna), † a Orense (Spagna) il 24-1-36 a 62 anni di età.
ORTEGA DAVIDE, sac. da Escalona (Spagna), † a Buenos Aires (Argentina) il 15-VIII-36 a 49 anni di età.
TARQUINIO FRANCESCO, coad. da Torre dei Passeri, † a Alta Gracia (Argentina) il 13-IX-36 a 31 anno di età.
BUCKER GIUSEPPE, ch. da Bochum (Germania), † a La Vega (Venezuela) il 12-IX-36 a 24 anni di età.
ARELLANO LUIGI ch. da S. Javier (Chile), † a Magellano (Chile) il 15-1-36 a 21 anno di età.
MION GAVINO, eh. da Cinto Euganeo, † a Foglizzo il 25-VII-36 a 20 di età.
MONTALI CESARE, ch. da S. Francisco (California) † a Holy Cross (New Mexico) il 25-IX-36 a 25 anni di età.
BAU CORNELIO, ch. da Lovertino, † a Alta Gracia (Argentina) il 22-IV-36 a 21 anno di età.
Cooperatori defunti:
S. E. Rev. Mons. DOMENICO MEZZADRI, Vescovo di Chioggia, † l'8 dicembre 1936 a 69 anni di età.
Proprio, il giorno dell'Immacolata il piissimo Vescovo, che da 16 anni reggeva la diocesi di Chioggia e da 2 anni era anche amministratore apostolico della diocesi di Adria, fu improvvisamente chiamato all'eterno premio. E noi confidiamo ch'egli l'abbia subito raggiunto e per la sua divozione alla Vergine, e pel suo zelo pastorale in cui si prodigava senza risparmio, facendosi tutto a tutti per la salvezza delle anime. Povero ed umile, prudente e dotto, aveva un cuore inesauribile pei suoi figli spirituali che amava teneramente come un padre. E più che padre era pei salesiani di Chioggia, la cui opera seguiva con immenso affetto, per la grande devozione che nutriva verso il santo nostro fondatore Don Bosco.
S. E. Rev. Mons. SALVATORE MEO, Vescovo titolare di Metone, † a Napoli il 15-XI-1936 ad 81 anni di età.
Nato da umile famiglia, fu avviato e mantenuto agli studi ecclesiastici da un pio Prelato, che aveva scorto le rare doti del giovanetto. Il Card. Sanfelice lo consacrò sacerdote e lo creò suo maggiordomo. Fu in quella carica e precisamente la mattina del 3o marzo 188o che Mons. Meo incontrò nelle sale dell'Arcivescovado di Napoli D. Bosco che andava ad ossequiare il Card. Sanfelice.
Mons. Meo non dimenticò mai più quell'incontro: quanto godeva e si commoveva a descrivere nei più minuti particolari la figura del Santo che egli aveva avvicinato e col quale si era intrattenuto in amabile conversazione! Da quel giorno Mons. Meo fu uno dei più zelanti Cooperatori di D. Bosco. Segretario di Mons. Sarnelli fu fatto Canonico dal Card. Prisco, ed infine Vicario Generale e da dieci anni vescovo titolare di Metone. Lo si chiamava il « Vescovo santo ». In così veneranda età era sempre pronto a prestarsi per solenni funzioni; poverissimo, era di una inesauribile carità verso tutti, ma specialmente verso i poveri.
Era veramente quello che la Chiesa dice del nostro S. Francesco di Sales: omnibus omnia factus.
LINDA DE VECCHI BUZZONI, † a Torino il 12-XII-1936.
Madre a S. E. il Conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, fu donna di specchiata virtù, d'incomparabile modestia e di grande bontà. Mentre la raccomandiamo ai suffragi di tutti i Cooperatori, rinnoviamo a S. E. ed a tutta la famiglia le più vive condoglianze.
Mons. Teol. CHIAFF'REDO GOSSO, Prevosto Vicario Foraneo di Barge, † il 17-IX-1936.
Sacerdote esemplare e pastore zelante si prodigò nella cura delle anime con generosa abnegazione e finissimo tatto cattivandosi l'affetto di tutti. Divotissimo di Don Bosco, era un fervido cooperatore delle Opere salesiane.
Comm. Dott. FRANCESCO MARTINELLI da Arezzo. .
Esimio cittadino, cattolico esemplare_ era entusiasta cooperatore delle Opere salesiane, santamente orgoglioso che la sua compianta signora avesse ricevuto la benedizione del nostro Santo in uno dei suoi passaggi nella città di Pisa.
PROSPERA MARIA VIRZI, † a Catania l'8-XII1936 a 85 anni di età.
Donna di alti e profondi sentimenti cristiani dedicò la sua lunga giornata ai più nobili ideali di virtù e di bontà.
Pia, caritatevole coi poveri e coi diseredati della fortuna, era soave e forte coi figliuoli e coi dipendenti, generosa con tutti.
Con vero cuore di madre cristiana fece offerta a Dio di due suoi figliuoli, oggi entrambi sacerdoti, uno nella Compagnia di Gesù e l'altro nella Società Salesiana.
Altri Cooperatori defunti:
Alessio Angela, S. Salvatore Monf. (Alessandria) - Barcellini Giacomina, Borgomanero (Novara) - Battistella Giovanni, Molina (Vicenza) - Bertoni Domenico, Carpinelli (Lucca) - Bodio D. Giulio, Borgomanero (Novara) - Bonacci Maria Marcianise (Napoli) - Bonetti Maria,
Pantelleria (Trapani) - Bonfant Giuseppina, Cagliari - Bonomi Luigi, Gazzaniga (Bergamo) - Borio Carlotta, Costigliole (Asti) - Brescia Giambattista, Chiavari (Genova) - Butolla Rosa, Nimis (Udine) - Butti Aurelia, S. Fermo Della Battaglia (Como) - Calvi Sartorelli Maria, Santa Margherita Ligure (Genova) - Castrucci Caterina, Arcola (Spezia) - Chiosso D. Emilio, Serravalle (Alessandria) - Cortassa Caterina, Carmagnola (Torino) - Corvoja Carmelo, Caltanissetta - De Blasi D. Francesco, Borgomanero (Novara) - Erba Teresa, Caleppio (Milano) - Fabrello Antonio, Arsiero (Vicenza) - Filipucci Marietta, Cannara (Perugia) - Franchini Anna, Varana (Modena) - Frangi Emilia, Vedano Olona (Como) - Frattini Emilia, Castellazzo Bormida (Alessandria) - Fulcheris Maddalena, Torino - Galbani Eugenia, Rivoli (Torino) - Galfo Cav. Prof. Avv. Antonio, Modica (Ragusa) - Galise Comm. Avv. Gennaro, Cava Dei Tirreni (Salerno) - Gallo Avv. Giuseppe, Floridia (Siracusa) - Garatti Stefano, Pozzo Baronzio (Cremona) - Goi Noemi, Artegna (Udine) - Greppi Antonia, Vercelli - Guastavino Adalgisa, Zavattarello (Pavia) - La Rocca Vincenza, Marsala (Trapani) - Listello Marlatti Teresa, Torino - Livella Luigi, Bergamo - Longo Giovanna, Carmagnola (Torino) - Maffei Adelina, Pinzolo (Trento) - Maffei Giov, Battista, Levo (Novara) - Maggi Maria Ved. Pulicini, Broni (Pavia) - Maletti Giuseppina, Torino - Manelli Antonio, Torino - Marani Rosa, Verona - Marroccu Raimonda, Guasila (Cagliari) - Matta Giuseppe, Passerano (Alessandria) - Matta Giuseppe, Torino - Milani Luigia, Sesto al Reghena (Udine) - Miorelli Maria, Bolognano (Trento) - Orsingher Monica, Canale S. Bovo (Trento) - Panetti Teresa, Torino - Pantaleone Andrea, Issiglio (Aosta) - Pegorari Adelaide, Caspoggio (Sondrio) Perucchio Davide, S. Cristoforo (Alessandria) - Piazza Vincenzina, Mossomeli (Caltanissetta) - Poli Tusini N. D. Maria, Modena - Pronino Maddalena, Villafranca Piem. (Torino) - Ramiuzoni Lida, Como - Riva Angelo, Treviglio (Bergamo) - Sala Giuseppe, Villamar (Cagliari) - Sardagna Giovanni, Gorizia - Scarpellino Giuseppe, Caserta (Napoli) - Scarriono Giovanni, Mirabello Monf. (Alessandria) - Secondino Rosa, Roccagrimalda (Alessandria) - Serego Conte Alberto, Verona - Tagliavani Filomena Ved. Contini, Taneto (Reggio Emilia) - Tagliarmi Cav. Uff. Tommaso, Palermo - Teppiati Rosa Marianna, Pessinetto (Torino) - Tiboldo Antonio, Torino - Tinivello Giovanni, Vinovo (Torino) - Trezzi Virginia, Magenta (Milano) - Trivero Battistina, Rivoli (Torino) - Valli Giacomina, Tresenda (Sondrio) - Valsecchi Melchisedecco, Grumello Del Piano (Bergamo) - Vesco Carolina, Mercurago (Novara) - Zeneide Evasio, Mirabello Monf. (Alessandria).
Indulgenza per l'assistenza all'Ufficio delle Tenebre nella Settimana Santa.
Con Decreto della S. Penitenzieria in data 16 marzo 1935 il S. Padre si è degnato di arricchire d'indulgenze l'ufficio detto delle tenebre durante la Settimana Santa. Ecco il testo:
« Per eccitare nel cuore dei fedeli la riconoscenza verso la dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, prezzo della nostra redenzione, specialmente nel tempo in cui essa viene commemorata in modo particolare dalla Chiesa, la Santità di Nostro Signore Pio Papa XI, nell'udienza accordata all'E.mo Cardinale Penitenziere Maggiore il 9 marzo u. s., si è benignamente degnata di concedere ai fedeli che devotamente ed almeno con cuore contrito assisteranno all'Ufficiatura solenne così detta delle « Tenebre » nei tre giorni di mercoledì, giovedì e venerdì della Settimana Santa, accompagnandola con la lettura dei Salmi e delle Lezioni, o con pie meditazioni sulla Passione di N. S., o con la recita di orazioni relative alla Passione medesima, l'indulgenza parziale di dieci anni in ciascuno dei giorni predetti e la plenaria alle solite condizioni, se vi avranno assistito in tutti e tre i giorni.