PERIODICO MENSILE PER I COOPERATORI DELLE OPERE E MISSIONI DI S. GIO. BOSCO

Anno LXI - N. 3 MARZO 1937 - XV

BOLLETTINO SALESIANO

SOMMARIO: Il Padre e i figli... - Sotto la cupola dell'Ausiliatrice. - In famiglia: Austria - Argentina -Canton Ticino - Italia. - La morte del Direttore generale delle Scuole Salesiane Don Bartolomeo Fascie. - Nozze d'oro, nozze di dolore e di sangue. - Lettera di Don Giulivo ai giovani. - Dalle nostre Missioni: Matto Grosso - Giappone - Alto Orinoco - Padre Giovanni Battista Ribero. - Grazie attribuite all'intercessione di Maria Ausiliatrice, di San Giovanni Bosco e del Ven. Domenico Savio - Necrologio.

Il Padre e i figli...

L'alba dell'anno XVI di pontificato, 6 febbraio u. s., è spuntata pel Papa tra le sofferenze.

Dolori lancinanti, senza nome, straziano le auguste membra, contendendogli anche il breve riposo della notte, dopo tanto lavoro. Ma l'indomita volontà non cede, e lo spirito si sublima nell'eroica conformità alla volontà di Dio. Il Vicario di Cristo soffre con mirabile fortezza d'animo e non domanda a Dio che la grazia di poter soffrire come si conviene a chi fa le veci, qui in terra, di Cristo Crocifisso. Egli vede coll'occhio della fede, anche in questa violenta sorpresa del dolore, un tratto della divina Provvidenza che, dopo averlo preservato da ogni malattia fino alla soglia dell'ottantesimo anno, favorendolo d'una robustezza di costituzione e d'una floridezza di salute veramente proporzionate all'altissima missione, ora lo prova colla sofferenza per assomigliarlo in tutto al divino Maestro. E con questa visione soprannaturale, Egli, pur sempre disposto a lavorare ed a spendere tutte le sue forze pel bene della Chiesa, non chiede di guarire, chiede soltanto di poter fare la volontà di Dio. Così risponde agli auguri dei figli devoti, così rettifica, l'intenzione delle preghiere che si levano in tutte le parti del mondo per la sua preziosa salute. Anche alla Priora del Carmelo di Lisieux, sorella di Santa Teresa del Bambino Gesù, nella lettera di ringraziamento per la novena indetta dalle pie religiose, chiedeva molte preghiere, ma per ottenere di fare, come si conviene al Papa, la volontà di Dio.

Epperò, tra le sue abituali elevazioni a Dio, oltre alla generosa protesta di accettazione del dolore, c'è sempre un'ardente aspirazione al lavoro: Non recuso dolorem, peto laborem: non ricuso il dolore, domando tuttavia di poter lavorare anche fra le sofferenze.

E per poter lavorare dissimula anche i più acuti spasimi, impegnando, coll'assidua preghiera, ogni respiro per il bene delle anime nel governo della Chiesa. È uno spettacolo di fede e di cristiana rassegnazione, che commuove e conforta tutti quanti i fedeli. Così Egli continua il supremo magistero, anche dal letto di dolore, dalla mobile poltrona apprestatagli per assecondare la sua passione di lavoro, insegnando coll'esempio la sublimità di quell'apostolato del dovere e della sofferenza che fu tante volte il tema prediletto delle sue paterne esortazioni. Poichè delle sue sofferenze il Papa fa un vero eroico apostolato. Egli offre, ora per ora, minuto per minuto, gli spasimi del male per tutti i suoi figli, specialmente per le vittime della satanica tormenta del comunismo e del neopaganesimo nella Russia, nella Spagna, nel Messico, in Germania. Aveva finora pregato e fatto pregare per questi dilettissimi fra tutti i suoi figli, perseguitati a morte e torturati nelle forme più crudeli dalle orde sanguinarie dei « senza Dio »; aveva aperto le braccia ed il cuore a tutti i profughi scampati all'orrendo eccidio dopo avere organizzato soccorsi agli affamati di Russia finchè non gli fu impedita anche la caritatevole missione: ora egli soffre con tutti i sofferenti e soffre per loro. Anche quando non può celebrare la santa Messa, con Cristo, sacerdote ed ostia ad un tempo, Egli si offre al Padre pel sollievo dei tribolati, per la conversione degli empi, per la pace del mondo. Di questo povero mondo insatanassito nel tragico gioco d'una diplomazia che specula cinicamente sulla barbarie di folle d'abbrutiti esasperate da criminali senza patria e senza Dio, illuse di provvedere al bene dei popoli con ecatombi di onesti:..

Il Papa soffre! E chiede e prega di sapere e di poter soffrire cristianamente, per unire le sue sofferenze a quelle dei figli vittime delle rivoluzioni, delle rappresaglie e delle guerre civili, onde offrirle nello stesso calice di Cristo per la salvezza delle anime, per la Redenzione... Ma i figli, commossi alla grandezza del cuore paterno, fanno dolce violenza al Signore della vita perchè sollevi il Padre da tante pene e affretti l'ora della completa guarigione. Da un capo all'altro della terra sono milioni e milioni di anime che offrono preghiere e comunioni, disposte a dare la loro stessa vita per la salute del Papa. Nelle auguste cattedrali, dai mistici cenobi, sotto le umili fronde delle cappelle di missione, è un sol palpito d'amor filiale: «Oremus pro Pontifice nostro Pio: Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius: preghiamo pel Papa nostro Pio: lo conservi il Signore e gli dia vita, e lo faccia felice anche in questa terra, e lo scampi sempre dalle mani dei suoi nemici ».

Noi non vogliamo essere secondi a nessuno. Il Papa è Papa per tutti, e tutti devono immensamente al suo zelo paterno. Ma, per noi, Pio XI è anche il «Papa di Don Bosco», che ci ha allietato della gioia ineffabile della beatificazione e della canonizzazione del nostro Fondatore. Per questo il Rettor Maggior ha voluto che la festa liturgica di San Giovanni Bosco fosse quest'anno offerta, nella Basilica di Maria Ausiliatrice, tutta quanta pel Papa. Giovani, Cooperatori e parrocchiani hanno risposto all'appello con slancio filiale. Dal mattino alla sera fu un succedersi di preghiere e di comunioni, di sante messe e di solenni funzioni per ottenere dal Signore, ad intercessione del Santo, il miracolo, se occorre, della sollecita guarigione del Vicario di Cristo. Ma il fervore di quel giorno non deve più scemare finchè non abbiamo ottenuto la grazia sospirata, secondo la volontà di Dio. In tutte le nostre Case si continuano preghiere speciali indette espressamente dal signor Don Ricaldone nella sua circolare del 24 gennaio u. s. Cooperatori e Cooperatrici si uniscano nello stesso intento; ed il Santo Fondatore offra gradite a Dio le comuni preghiere di tutta la famiglia salesiana, implorando, pel tramite della Vergine Santa Ausiliatrice, quella pienezza di salute è di forze che permettano al Santo Padre di riprendere l'attività preziosa del suo glorioso pontificato, oggi quanto mai necessaria all'orientamento dei buoni, alla salvezza del mondo.

SOTTO LA CUPOLA DELL'AUSILIATRICE

La festa di Capodanno, celebrata con grande fervore, fu allietata dall'arrivo di S. E. Mons. Emanuel, vescovo di Castellamare di Stabia, il quale si è trattenuto un paio di giorni con noi celebrando all'altare di Maria Ausiliatrice ed a quello di S. Giovanni Bosco.

Nel pomeriggio del giorno 3, sostò all'Oratorio anche S. E. Mons. Byrne, vescovo di S. Giovanni in Portorico, col seguito, diretto a Roma e quindi a Manila pel Congresso Eucaristico Internazionale. Il. giorno 4, giunse il Prefetto Apostolico del Nagoya (Giappone) Mons. Reniers, che celebrò, l'indomani, all'altare del Santo. La sera dell'Epifania, gli alunni interni iniziarono le recite di carnevale con un dramma patriottico in tre atti di D. R. Uguccioni intitolato « I cavalieri del silenzio ». Nel corso del mese ripeterono poi, applauditissima, l'operetta dello stesso autore « Remi e maschere ». Il giorno 9, nel teatrino dell'Oratorio festivo il prof. Gedda, presidente generale della G. C. I. commemorò Gian Marcello Vitrotto alla presenza di S. E. Mons. Coppo, del sig. D. Seriè e di una folla di soci dell'Azione Cattolica. Il 10, l'Unione Insegnanti «Don Bosco», convenne, come di consueto, nella cameretta del Santo per assistere alla Messa celebrata dal sig. Don Fascie, il quale tenne poi subito anche la conferenza annuale sul metodo educativo di D. Bosco. Lo stesso giorno, il Circolo « Auxilium » promosse una funzione di suffragio, nella cappella di S. Francesco di Sales, per l'anima del compianto Rettor Maggiore Don Rinaldi che, 3o anni or sono, ideava e fondava l'associazione. Celebrò il Prefetto generale Don Berruti e tenne la commemorazione ufficiale, nel salone-teatro, l'avv. comm. Felice Masera. Superiori, invitati e soci parteciparono quindi alla inaugurazione di una interessantissima Mostra retrospettiva, documento della trentenne attività del Circolo che precorse genialmente le associazioni giovanili di Azione Cattolica con una magnifica organizzazione ed ottime iniziative. Il giorno 21, S. E. Mons. Coppo ed il sig. Don Berruti parteciparono ufficialmente all'accoglienza trionfale delle Reliquie di S. Giovanni Battista De La Salle; superiori e giovani passarono, il giorno seguente, a venerarle nella cattedrale.

La sera del 22, ci regalò una rapida visita S. E. Mons. Bartolomasi, arcivescovo Ordinario Castrense.

La festa di S. Francesco di Sales.

Il triduo del nostro Santo Patrono fu predicato quest'anno con affettuosa eloquenza e salesiana efficacia dal rev.mo Mons. Pietro Fritz di Verona, che affascinò giovani e popolo colla dottrina e gli esempi della vita di San Francesco di Sales. La vigilia della festa, giunse desideratissimo S. E. Rev.ma Mons. Gaudenzio Binaschi, vescovo di Pinerolo, il quale pontificò i primi Vespri. In assenza del Rettor Maggiore, celebrò la Messa della comunità degli artigiani il sig. Don Fascie e quella degli studenti il Prefetto Don Berruti. Alle 10, solenne pontificale di S. Ecc. Mons. Binaschi, il quale pontificò poi anche ai secondi Vespri e, dopo il panegirico di Mons. Fritz, impartì la benedizione eucaristica.

Prestarono servizio il Piccolo Clero della sezione studenti e la Schola cantorum dell'Oratorio coadiuvata dai chierici del nostro Istituto Teologico Internazionale con ottime esecuzioni accompagnate e dirette dal M° Pagella e dal M° Scarzanella. Di grande effetto la nuova «Messa» del Mercanti, il « Magnificat » ed il mottetto « Iustus germinavit » del Carisio.

A sera, riuscitissimo trattenimento nel salone-teatro.

La festa liturgica di S. Giovanni Bosco.

Fu tutta dedicata al Santo Padre. Con devoto pensiero i1 Rettor Maggiore, dopo aver ordinato speciali preghiere a tutte le Case salesiane, volle fare questo solenne omaggio al « Papa di Don Bosco » sofferente per la sua malattia e più ancora per la persecuzione di tanti suoi figli nella Russia, nel Messico, nella Spagna e nella Germania; ed ordinò che tutte le funzioni fossero celebrate coll'esplicita intenzione di ottenere dal Signore, per intercessione del nostro Santo Fondatore, la rapida guarigione del Vicario di Cristo e il conforto della pacificazione religiosa e civile delle povere nazioni martoriate. Gli alunni interni ed esterni, le alunne delle Figlie di Maria Ausiliatrice e gli ex allievi si alternarono coi parrocchiani e coi cooperatori nell'assistere alle sante Messe, pregando e facendo comunioni generali per il Santo Padre. Alla Messa solenne, cantata dal sig. Don Berruti, fece il panegirico il sig. D. Fascie il quale, rievocando le umili origini dell'Opera Salesiana e l'amore di Don Bosco al Papa accese ancor più il fervore della pietà dei figli verso il Padre comune. Nel pomeriggio si tenne un'Ora solenne di adorazione in Basilica ed un turno di adorazione eucaristica nella cappella di S. Francesco di Sales ove i giovani oratoriani assieparono l'altare pregando ininterrottamente pel Papa. Ai secondi vespri D. Uguccioni tenne la Conferenza salesiana prescritta dal regolamento della Pia Unione dei Cooperatori ed il sig. Don Berruti impartì l'eucaristica benedizione. A sera, nel salone-teatro, distribuzione delle tessere ai giovani iscritti all'Azione Cattolica. Prolusione del Direttore, discorso ufficiale del Presidente diocesano prof. Brezzi, parole di chiusa dell'Ispettore.

L'improvvisa morte del sig. Don Fascie.

La festa, che doveva essere tutta di gioia, si convertì improvvisamente in lutto per la morte repentina del sig. Don Fascie.

Dopo aver tessuto le lodi di Don Bosco, alla funzione del mattino, si sentì opprimere da un malore che lo affannava da qualche giorno, senza impedirgli però di attendere al suo ufficio. Accompagnato in camera e confortato subito della visita dei Superiori, al sig. D. Berruti che lo felicitava per lo splendido discorso in cui aveva cantato le glorie di Don Bosco, rispose serenamente: Spero di andarle a cantare in Paradiso.

Mentre s'attendeva il medico, il cuore cedette. Fu un gran rimpianto in tutto l'Oratorio.

La notizia si diffuse rapidamente in città e fu un accorrere di personalità e di popolo a visitare la salma, composta piamente nella cappella di S. Francesco di Sales.

Avvisato telegraficamente, accorse il Rettor Maggiore ed assistette ai solenni funerali celebrati il 2 febbraio.

Cantò la Messa funebre ed impatrì l'assoluzione alla Salma l'Economo generale sig. D. Giraudi. Col Capitolo Superiore ed il Consiglio Generalizio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, erano i parenti, i rappresentanti delle autorità cittadine, il Console dell'Argentina, il Presidente dei Cooperatori Conte Sen. Eugenio Rebaudengo, il Presidente degli ex-allievi, comm. avv. Felice Masera, il conte Olivieri di Vernier, la contessa Camerana e varie Dame Patronesse, il R. Provveditore agli studi colla presidenza e numerosi soci dell'Unione Insegnanti « D. Bosco», il Direttore della scuola « De Amicis » con alunni, P. Cavriani S. I., il Superiore dei Signori della Missione, il Direttore dei Fratelli delle Scuole Cristiane, l'avv. colonn. Battù, il comm. Gribaudi, ed altre illustri personalità religiose e scolastiche; Ispettori e Direttori, Ispettrici e Direttrici delle Case vicine con rappresentanze e bandiere.

Nel pomeriggio la cara Salma venne trasportata al Cimitero e tumulata nella tomba della Famiglia Salesiana.

IN FAMIGLIA

AUSTRIA. - San Giovanni Bosco Patrono della Gioventù. austriaca.

Il 31 gennaio u. s., festa di S. Giovanni Bosco, nella Cattedrale di Vienna, l'Em.mo Card. Arcivescovo Innitzer, alla presenza delle massime autorità, di folla immensa di popolo e di falangi di giovani, ha proclamato solennemente il nostro Santo Patrono di tutta la gioventù austriaca. Il gesto magnifico dell'Eminentissimo ha riscosso l'unanime consenso, il plauso e la gratitudine di tutta la nobile Nazione, che ascende trionfalmente a nuovo glorioso prestigio internazionale sulle basi granitiche del Vangelo, al palpito fecondo del cristianesimo. S. Giovanni Bosco risponda alla fiducia dell'Arcivescovo ed alla devozione del popolo aprendo tutto il suo cuore alla balda gioventù austriaca, anelante alla pienezza della vita e della gioia cristiana.

ARGENTINA. - Nobile gesto d'amor fraterno.

Gli alunni del nostro Collegio «S. Isabella» di S. Isidro (Argentina) hanno spontaneamente rinunziato ai premi di studio e di condotta meritati nello scorso anno pregando il Direttore a devolvere la spesa in soccorso dei giovani dei nostri Collegi di Spagna. Eco la lettera scritta al Direttore:

Stimatissimo signor Direttore,

I sottoscritti, alunni del terzo Corso Nazionale, nell'imminenza della distribuzione dei premi, considerando le ingenti difficoltà materiali che attraversano i Collegi Salesiani della Madre Patria, come pure la penuria di tante famiglie di alunni i cui figli furono sacrificati dalle orde comuniste, e ricordando che la carità è il miglior distintivo del cristiano, generosamente offrono l'importo dei premi, che codesta Direzione intende distribuir loro, per aiutare i superiori e gli alunni dei Collegi Salesiani spagnuoli.

Mentre incaricano la S. V. Rev.ma di far pervenire ad essi questo modesto obolo, la supplicano pure di informarli delle diuturne preghiere che giornalmente rivolgono al cielo per il più sollecito ristabilimento della pace cristiana nella nobile e amata Nazione.

(seguono le firme).

È facile immaginare l'emozione del giorno della premiazione, quando, raccolti autorità, superiori, parenti ed alunni nel salone-teatro, un giovane lesse l'indirizzo d'omaggio pubblicando il nobile gesta.

Prima di scendere da questo palco - disse il giovinetto - debbo compiere un altro incarico. Mentre il pensiero di aver terminato l'anno scolastico ci riempie il cuore di consolazione pel progresso fatto secondo i nostri desideri e pel prossimo ritorno alle nostre famiglie, l'anima nostra vola ad altre famiglie di alunni salesiani, che piangono l'assenza dei figli, immolati forse dalle orde nemiche di Dio e insofferenti di ogni disciplina.

I nostri cuori di giovani affezionati all'Opera di Don Bosco, son riusciti a intuire la desolazione di questi Collegi della Spagna Cattolica, la miseria e la carestia di tante famiglie vincolate, conte le nostre, a quest'Opera; e in un atto, che non chiamerò di generosità, ma di pura carità fraterna, abbiamo deciso di donare i nostri premi ai Collegi Salesiani di Spagna. I nostri libri, le nostre medaglie, si trasformeranno in pane, in vestiti, in fazzoletti per asciugare le lagrime di tanta povera gente che soffre dei risultati nefasti della educazione dei senza Dio e senza Patria.

Voglia il cielo che il nostro modesto contributo attiri le benedizioni di Dio su di noi e -restituisca alla Madre Patria il sommo bene della civiltà cristiana, di cui noi stessi le siamo debitori...

Lasciamo ogni commento. Il gesto proclama ancora una volta colla più alta e sublime eloquenza la nobiltà divina della cristiana educazione.

CANTON TICINO (Svizzera). - I Seminaristi di Lugano per la Missione di Shillong.

I chierici della sezione «maggiori» del venerando Seminario diocesano di Lugano (Canton Ticino) hanno organizzato fra loro una riffa a favore dei nostri chierici del Seminario di Shillong, tanto provati nell'incendio dello scorso anno. La riffa ha fruttato 65 fr. svizzeri, che il ch. Masina ha rimesso ai Superiori a nome dei compagni. Segnaliamo, commossi, questo nobilissimo gesto, auspicando agli ottimi chierici le più elette benedizioni.

ITALIA - Casale Monferrato. - S. E. il Maresciallo Badoglio all'Istituto Salesiano.

Domenica 24 gennaio, S. E. il Maresciallo Pietro Badoglio, aderendo cordialmente all'invito dell'Unione Don Bosco, suggellava la giornata trionfale offertagli dalla metropoli monferrina, coll'inaugurazione di una lapide ricordo dei gloriosi caduti in terra d'Africa, murata nella Cripta del nostro tempio dedicato al Sacro Cuore al Valentino. I figli di Don Bosco gli fecero le più fervide accoglienze. Il popolo accorso numerosissimo gli si serrò attorno, festante corona di cuori, orgogliosi e riconoscenti. I piccoli dell'Oratorio, gli allievi dell'Istituto ed una folta rappresentanza del collegio di Borgo S. Martino, schierata al passaggio, elevavano evviva di gioia al Maresciallo che sorridendo li accarezzava paternamente.

Nella Cripta, S. E. Mons. Coppo porse al Duca di Addis Abeba il saluto di tutta-la Famiglia salesiana, rievocando con delicati accenti la soave figura della mamma del Maresciallo. S. E. Badoglio inaugurò quindi la lapide benedetta dal Vescovo salesiano, su cui coi nomi dei caduti venne incisa la seguente epigrafe dettata dal Sac. Cav. D. Sala:

I figli di quel S. Giovanni Bosco - che mezzo secolo innanzi vaticinava - l'auspicata Conciliazione fra Chiesa e Stato - voluta dalla paterna bontà - di S. S. Pio XI - e dal senno di S. M. VITTORIO EMANUELE III - e che segnò la, grandezza d'Italia - consacrano oggi - XXIV Gennaio MCMXXXVII-XV E. F. - alla riconoscenza e ai suffragi - dei posteri - gli spiriti eletti dei - monferrini - caduti nella conquista - del nuovo impero d'Etiopia

DUCE BENITO MUSSOLINI

condotti alla vittoria - dal prode dei prodi - il Monferrino MARESCIALLO PIETRO BADOGLIO - e nell'inciderne su questo marmo - i nomi gloriosi - implorano pace ai morti - prosperità ai nuovi fratelli - e il rinfiorire di quella Chiesa d'Africa - che fu già - di Cipriano. di Agostino di Frumenzio.

Reso omaggio alla memoria dei caduti, il Maresciallo, accompagnato dal Direttore, ricevette con commossa effusione di affetto le mamme dei Caduti, sfiorando con tenerezza di figlio d'un bacio le teste delle eroiche donne, quasi a lenire il loro dolore, a testimoniare loro l'immensa sua ammirazione, la gratitudine della Patria.

Finita la cerimonia, S. E. salì nella basilica del Sacro Cuore sfolgorante di luci, tutta un fremito di preghiera, e col brillante seguito assistette alla funzione di ringraziamento. S. E. Mons. Albino Pella, vescovo diocesano, nello splendore degli abiti pontificali intonò il Te Deum ed impartì la benedizione eucaristica. Così la giornata domenicale del Maresciallo d'Italia a Casale, iniziatasi con la Santa Messa in Duomo, si chiuse nel raccolto splendore della Basilica del Sacro Cuore, in preghiera con il popolo e con quella gioventù da Lui definita « il più prezioso oro della Patria ».

- Napoli. - Fioritura di Azione Cattolica.

Pubblichiamo volentieri la fotografia (v. pagina 5o) dei 230 giovani dell'Oratorio Salesiano di Napoli-Vomero, iscritti alle Associazioni di Azione Cattolica. È il fior fiore delle Compagnie religiose del SS. Sacramento, dell'Immacolata, di S. Luigi e del ven. Domenico Savio che formano gradatamente all'apostolato i più fervorosi tra i 6oo giovani che abitualmente frequentano l'Oratorio, duplicandosi anche nelle solennità. Quest'anno i quadri sono al completo col Gruppo Universitario - F. U. C. I. - inaugurato subito con 35 tesserati, e posto sotto la protezione di S. Tommaso d'Aquino, e col gruppo Uomini di Azione Cattolica, sorto in seno all'Unione Padri di Famiglia. Bene organizzata l'istruzione religiosa, l'apostolato stampa, e ben coltivata la divozione eucaristica e mariana.

La morte del Direttore generale delle Scuole Salesiane

D. BARTOLOMEO FASCIE

Cadeva sulla breccia, secondo il vecchio motto salesiano, quando più alto era stato il pensiero e insolitamente viva la parola nell'innalzare un inno di lode a Don Bosco, nel giorno della prima celebrazione liturgica del Santo, stabilita per la Chiesa universale nell'anniversario della morte, il 31 gennaio u s., che doveva essere dedicata ad impetrare la salute del Papa di Don Bosco. Alla Messa solenne nella Basilica di Maria Ausiliatrice, aveva voluto Egli salire il pulpito quella mattina, benchè dissuaso da molti, a causa d'una vaga indisposizione lasciatagli dalla recente influenza. E i primi periodi, detti con inconsueta solennità di parola e di concetti, con ammirazione commossa per la bellezza dei contrasti che la Provvidenza aveva disposto tra l'umiltà delle origini e degl'inizi e la trionfale grandiosità dell'apostolato del Santo, con la tenera rievocazione della dolce consuetudine avuta con Lui, con l'appassionata invocazione del suo celeste intervento per la conservazione del Pontefice che lo ha glorificato, tutto pareva far credere nel caro discepolo di Don Bosco ad una ritornata vigoria, auspice di lunghi giorni operosi. Ma con l'innoltrarsi del discorso, la stanchezza ebbe il sopravvento, la voce affaticata ritardava la sua parola fluida e abbondante che incatenava l'uditorio. Concluse rapidamente, e si ritirò: accompagnato in ufficio ebbe sentore dell'aggravarsi del male: tanto che egli, che non aveva mai avuto bisogno del medico in vita sua, acconsenti a. farlo venire, e. si mise a letto. In breve il cuore cedette, e quando il medico giunse per visitarlo, egli, nella calma d'un placido sonno, era già spirato.

Aveva 76 anni, ed era stato fino all'ultimo sempre vegeto ed alacre: e lo spirito sempre vigile e desto, come a trent'anni: la sua meravigliosa coltura sempre presente e la parola pronta e precisa: ed il sorriso sempre uguale, che esprimeva la sua volontà di vita fraterna con tutti. E parve che il suo mancare a quel modo fosse in accordo col desiderio di non dar incomodo ad alcuno.

Quando il predicatore del pomeriggio, salendo su quel medesimo pulpito per la Conferenza Salesiana ai Cooperatori, dava l'annunzio del suo transito, la commozione del popolo, ch'egli aveva così affascinato al mattino, si rivelò immensa, e un mormorio di compianto e di preghiera si diffuse sotto la cupola della Basilica. I Salesiani, i giovani, le Figlie di Maria Ausiliatrice fecero un cuor solo nel suffragarne l'anima eletta e cara.

La salma, vestita di cotta e stola, venne esposta con modesto apparato nell'attigua chiesetta di San Francesco di Sales, e tutto il giorno seguente fu un continuo pio pellegrinare di personaggi insigni e d popolo, d'insegnanti, di ex-allievi, di Cooperatori, commossi dall'improvvisa dipartita.

Il mattino del giorno 2 febbraio si fecero i funerali. Il Rettor Maggiore, accorso immediatamente da Varazze, i Superiori del Capitolo, Ispettori e Direttori Salesiani, il Consiglio Generalizio delle Figlie di M. Aus., le rappresentanze degli Istituti salesiani e Oratori maschili e femminili, il gruppo dei suoi cugini e nipoti, una moltitudine di Cooperatori e Cooperatrici, di amici dell'Opera salesiana, formarono il lungo corteo e riempirono la Basilica, durante la celebrazione della Messa cantata dall'Economo Generale, D. Fedele Giraudi. Nel pomeriggio la cara salma venne inumata nella Cappella Salesiana al Cimitero.

Con Don Bartolomeo Fascie è scomparso il Decano del Capitolo Superiore, e, fra i Superiori Maggiori, quello che piú a lungo e piú dappresso aveva potuto avvicinare il Santo Fondatore. Nato a Verezzi di Albenga (Savona) il 29 ottobre 1861, da Cristino ed Anna Finocchio, spiccò fin da giovinetto per l'ingegno pronto e vivace e la tempra adamantina della volontà, percorrendo gli studi classici, e laureandosi in lettere e filosofia all'Università di Torino il 16 gennaio 1883.

Il fascino di Don Bosco, ch'egli sentì potente fin dal 1876, studente del nostro Ginnasio Liceo di Alassio, e più potente ancora durante gli studi universitari, vivendo ospite del Santo nel suo stesso Oratorio di Torino, non tardò a guadagnarlo interamente alla vita salesiana. Ed egli la visse con piena aderenza, mentre doveva differire ad ascrivervisi per legali responsabilità di famiglia, insegnando lettere nel nostro Liceo di Alassio, sotto la direzione ed in intima comunione di spirito con D. Francesco Cerruti. E alla lusinga di splendida carriera nel mondo, alle profferte che gliene vennero, non consentì mai, coltivando nel suo cuore la sua santa secreta vocazione.

Passato Don Bosco alla gloria del Cielo, il compianto don Luigi Rocca suo amico e allora direttore, lo indusse a decidersi, ed egli ricevette l'abito talare dal Servo di Dio Don Rua, di Lui successore, e si legò in perpetuo alla Società Salesiana il 21 ottobre 1889. La sana e solida cultura, la maturità di spirito, la pietà soda e convinta, la generosità nel sacrificio, accelerarono il giorno della sua ordinazione sacerdotale che, essendo insegnante ad Este, ricevette da Mons. Callegari, Vescovo di Padova, il 19 dicembre 1891.

Alassio, Este, Ascona furono i campi del suo primo apostolato di salesiano, e l'additarono per la Direzione dell'Istituto Pareggiato di Bronte in Sicilia, ove stette, come Direttore ed Insegnante, dal 1897 al 1910. mentre già la fiducia dei Superiori l'aveva elevato ad Ispettore delle Case di Sicilia, Con questo stesso ufficio passò in seguito a Sampierdarena, come Ispettore delle Case di Liguria, Toscana ed Emilia. Infine, fattasi vacante nel 1919 la carica di Consigliere Scolastico nel Capitolo Superiore, Don Albera ve lo chiamò per la Direzione generale degli Studi e della Stampa salesiana: carica confermatagli con plebiscitarie votazioni nei Capitoli Generali susseguenti.

In tale ufficio lo sorprese la morte. Ma non lo trovò impreparato. Aveva un intimo presentimento della sua fine. Parlava del suo ultimo discorso come del canto del cigno. Al Prefetto Generale Don Berruti, che lo felicitava per aver così ben cantate le glorie del Padre: « Spero, rispose, di continuare a cantarle in Paradiso «. E furono tra le ultime sue parole. Nel gran vuoto ch'egli lascia ci conforta il pensiero che il suo sperare sia divenuto subito una realtà, compiendosi i disegni divini in un giorno cose predestinato e forse auspicato da lui.

Grave è la iattura che fa colla perdita di Don Fascie la Congregazione Salesiana e l'Opera di Don Bosco. Formato primamente alla scuola e alle tradizioni del Santo dall'indimenticabile Don Cerruti, ch'era stato compagno di Savio Domenico, e del quale si disponeva in questi giorni a scrivere pagine ricordative per celebrarne il ventennio della morte ; vissuto in età di piena conoscenza e a mente dischiusa accanto al Santo stesso, egli ne aveva compreso e fatto suo squisitamente il più genuino spirito, soprattutto nell'àmbito religioso e pedagogico: e se le sue cariche gli diedero mezzo d'esserne il geloso tutore, i suoi studi, la sua profonda comprensione e l'aderenza totale del suo pensiero ne fecero l'interprete fedele. La sua missione, il suo lavoro nella Società Salesiana fu quello di sviscerare, illustrare, interpretare lo spirito del Santo Educatore.

Don Fascie non scrisse molto, ed anzi troppo poco, rispetto alla sua cultura e alla sua capacità. Ma, tra quel che di lui rimane, sta quel piccolo libro Del Metodo Educativo di Don Bosco, che, adottato da tutte le Scuole Magistrali d'Italia, vi reca il verbo del Sistema Preventivo, ed è citato da tutti gli scrittori e studiosi di Pedagogia come un documento fondamentale.

Non scrisse molto, ma la sua parola, chiara, precisa, profonda, non mai cadente, sempre abbondevole e pronta, recò dappertutto, nei Congressi, nelle Adunanze d'insegnanti, tra i dotti della scienza e tra i più modesti lavoratori della scuola, tra i Salesiani giovani e maturi e tra gli uomini del mondo, il pensiero di Don Bosco fatto suo, e penetrò e con vinse, e fu efficace e feconda di salutari indirizzi.

In lui la tradizione pedagogica di Don Bosco s'era fatta persona. E colla sua morte questa persona non è più. Quelli che l'han conosciuto davvicino, quelli che con lui hanno condiviso lo studio della salesianità educativa, tutti quelli che possono rammentare le sue parole, hanno quasi un dovere di fissarne la memoria, perchè non vada disperso un tesoro così prezioso.

E se, pensando di lui davanti a Dio, ritorna la figura del santo sacerdote, del religioso esemplare, dell'amico di tutti, dell'uomo dimentico di sè pel bene altrui, quando il suo nome si colloca nella storia e nella vita salesiana, esso è il nome di chi, forse ultimo, potè dire, e disse, la parola più intima di Don Bosco in ciò che fu la vocazione provvidenziale del Santo Pedagogo, e rimane nella storia dell'apostolato cristiano della gioventù e delle anime.

NOZZE D'ORO

NOZZE DI DOLORE E DI SANGUE

Con questo titolo la Gaceta Regional de Salamanca ha pubblicato nell'ottobre scorso un commovente elogio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che traduciamo integralmente:

Il 19 del corrente mese di ottobre, giorno consacrato a S. Giuseppe, si compirono cinquant'anni dall'arrivo nella nostra Patria delle prime quattro Figlie di Maria Ausiliatrice, venute per fondare la prima Casa Salesiana dell'Istituto, femminile e realizzare così uno dei più bei sogni del Santo italiano, apostolo del popolo e per il popolo.

Sarebbe stato un giorno da suonare le campane a festa, esaltando ai quattro venti il cristianissimo e patriottico lavoro compiuto in questo mezzo secolo dalle buone religiose. In tutte le città, in cui vi sono Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice si sarebbero dovuti fare grandi festeggiamenti, e le ex-allieve avrebbero gareggiato nel far risaltare davanti all'intera Spagna quanto l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice ha fatto per il bene del popolo, degli umili, cioè della classe sociale, che ha formato la compiacenza di Gesù Cristo e della sua Chiesa. Ma la Spagna è in lutto; e le Figlie di Maria Ausiliatrice pure. Dio le ha onorate facendo anche di loro vittime propiziatrici dei peccati di un popolo avvelenato, che, nella sua ubbriachezza rivoluzionaria, ha voluto macchiarsi del più puro sangue spagnuolo, del sangue di questi angeli del Santuario, consacrati a Dio e al bene del popolo.

Il nostro giornale, consacrato al servizio della Spagna, vorrebbe dedicar loro non solo un articolo, ma un numero straordinario. Epperò, malgrado il nostro vivo desiderio, le circostanze ci obbligano a limitarci soltanto a questo povero elogio.

UN SOGNO DI DON BOSCO. - La venuta delle Figlie di Maria Ausiliatrice nella Spagna doveva essere la realizzazione di un sogno dorato di D. Bosco. L'Apostolo aveva sognato una villa a modo di fortezza, che, come un castello fatato, doveva essere la sede dell'amore e della carità cristiana, del Vangelo vissuto e praticato dalle sue Figlie a bene delle fanciulle più povere della città.

L'oggetto della visione del Santo era la « Torre della Gironella ». La Vergine Ausiliatrice, Cole che lo ispirava e gli risolveva tutti i suoi problemi, gliela aveva additata per la prima Casa delle sue Figlie nella Spagna. Grandi erano le difficoltà da superarsi per ottenerla, e noi ora non le esponiamo; ma tutte si vinsero con l'aiuto di Maria e con la protezione accordata da quella santa Cooperatrice salesiana, che fu Donna Dorotea Chopitea.

La villa, per la quale si chiese una somma favolosa, fu comperata con 70.000 pesetas che Donna Dorotea teneva in serbo per la sua vecchiaia.

LE PRIME RELIGIOSE. - Il 19 ottobre del 1886 giunsero a Barcellona le prime Religiose Salesiane. Erano quattro suore italiane, delle quali una sola sopravvive: la rev. suor Lucia Martinez, attuale Superiora della Casa di Salamanca, già per tre volte incaricata di tale ufficio nella nostra città.

Con queste quattro religiose, formate dallo stesso Don Bosco, l'Istituto di Maria Ausiliatrice cominciò a vivere nella Spagna. Furono esse il granello di senapa, che all'ardore del Tabernacolo e irrorato dalle grazie della Vergine, si è convertito in un albero fecondo. Gettando uno sguardo attraverso a questi anni trascorsi, lo vediamo crescere fino a contare 22 Case nella Spagna e varie altre fondazioni in America con religiose spagnuole.

Le Figlie di D. Bosco hanno lavorato e lavorano tuttora nell'insegnamento primario e medio; sostengono -Scuole serali e professionali, Oratori festivi, Refettorii e Colonie scolastiche, ecc.; e tutto questo a beneficio dell'infanzia e della, gioventù, specialmente di famiglie operaie.

Oltre a queste 22 Case, le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno pure un Noviziato e una Casa di formazione.

REGALI DEL CIELO. - Dice la grande confidente del Cuore di Gesù, Santa Margherita Alacoque, in una delle sue lettere, che il miglior regalo che Gesù Cristo fa alle anime da Lui amate è la croce. E con la croce Dio ha premiato le Salesiane. Nella settimana tragica del 1909 videro saccheggiare e profanare la loro Casa dai, giovani barbari di Catalogna, i discepoli di Ferrer.

Nel 1931 furono incendiati e saccheggiati i Collegi di Madrid e di Valenza. Magnifico quello di Madrid a Cuatro Caminos, che vedemmo un anno fa non ancor del tutto restaurato, dove ricevevano l'insegnamento gratuito più di 700 fanciulle ; e che nel maggio scorso fu nuovamente incendiato, mentre venivano commesse gravi violenze contro le religiose trascinate nella strada, ferite, e destinate ad essere uccise dalla turba, se non fossero state difese dalle Guardie di sicurezza a cavallo.

Anche in questa rivoluzione dovevano contare delle vittime. Mentre stiamo scrivendo si ignora tuttora la sorte di molte di queste nostre religiose. A Salamanca è giunta la notizia che due di esse sono state martirizzate a Barcellona e due si trovano prigioniere a Valenza. Delle altre, che nelle città sottoposte ai rossi si consacravano al magnifico apostolato dell'educazione della fanciullezza e della formazione della gioventù, non abbiamo ancora potuto sapere quale sia la sorte. Forse, come tante altre religiose spagnole, saranno state vittime sacre, scelte da Dio per lavare i peccati di questa società egoista e materializzata, che ha innalzato un altare al piacere e alla sensualità.

Offertasi per la salvezza della Spagna, moriva, poco più di un anno fa, a Valverde del Camino, una Salesiana salamantina. Dio ne aveva fatto una vittima di passione e di dolore. Come lei si saranno offerte a Dio quante altre e avran chiesto che il loro sangue cadesse sull'altare della Patria. In nome di tutta la Congregazione, esse han celebrato le Nozze d'Oro: Nozze di passione e di sangue e han ricevuto la miglior corona di meriti che Dio potesse porre sul capo delle Figlie di Don Bosco, la corona del martirio per Dio e per la Spagna.

Le Figlie di Maria Ausiliatrice, venute a noi dall'Italia, come sorelle nostre, porteranno alla loro Patria, nei giorni della pace, la gratitudine di una Spagna, sorella nella fede, nella coltura e nella lingua, e ora doppiamente legata a lei da vincoli di eroismo e di dolore. Potranno allora portare con sè le rose del martirio per offrirle al Santo italiano, al Papa, al Duce, come il più sacro ricordo di questa santa crociata per Dio e per la Spagna, che si vedrà coronata col trionfo dei suoi martiri e l'eroismo dei suoi soldati, difensori di una tradizione cristiana, la

quale fu l'anima del popolo spagnuolo e che deve essere linfa vitale per la nuova Spagna, madre feconda di eroi e di Santi.

Le nostre più sincere felicitazioni alle Religiose Salesiane Spagnuole che possono leggere questo nostro ricordo d'ammirazione e di simpatia, dedicato oggi alla loro Congregazione. Voglia la Vergine Ausiliatrice concedere all'unica superstite, la rev. Suor Luisa Martinez, di poter celebrare tra breve, con la solennità che si merita, la ricorrenza di questo cinquantenario, che ha dato tanta gloria a Dio e all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Con i nostri rallegramenti, la preghiera per quelle che soffrono e per le prigioniere che attendono il momento della liberazione.

Chiediamo a Dio che ne abbrevi la prigionia per i meriti di quelle che diedero già la vita, fra tutte le angosce che i sacrileghi carnefici a servizio di Mosca, fan passare alle loro vittime.

R. M. P.

Lettera di Don Giulivo ai giovani.

Carissimi,

in marzo è il ven. Domenico Savio che deve parlare al vostro, cuore. Il 9 marzo ricorre infatti l'ottantesimo anniversario della sua santa morte. Ebbene, sentite ciò che egli diceva sovente per spiegare ai compagni la pace e la gioia del suo cuore: « Se ho qualche pena in cuore, vo dal confessore, che mi consiglia secondo la volontà di Dio; giacchè Gesù Cristo ha detto che la voce del confessore per noi è come la voce di Dio. Se poi voglio qualche cosa di grande, vo a ricevere l'Ostia santa in cui trovasi corpus quod pro nobis traditum est, cioè quello stesso corpo, sangue, anima e divinità, che Gesù Cristo offerse al suo Eterno Padre per noi sopra la croce. Che cosa mi manca per essere felice? nulla in questo mondo; mi manca solo di poter godere svelato in cielo Colui, che ora con occhio di fede miro e adoro sull'altare » (S. Gio. Bosco, Vita del giovinetto Domenico Savio, pag. 53).

Il disegno che vi riproduco lo ritrae proprio nel l'atto di ricevere quel Dio che a rallegra la vostra giovinezza a. Imitatelo adunque, se volete vivere allegri e felici. Imitatelo non solo nella frequenza ai santi Sacramenti, ma anche nella devozione, nel fervore e nel raccoglimento con cui si accostava alla santissima Eucaristia. Così sarete i suoi migliori amici.

Vostro aff.mo Don GIULIVO.

Importantissimo: Tutte le Chiese ed Istituti Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice sono incaricati di raccogliere l'elemosina della lira mensile invocata dal Rettor Maggiore nella circolare di Capodanno, per trasmetterla, coll'elenco degli offerenti, allo stesso signor Don RICALDONE, via Cottolengo 32, TORINO 109.

DALLE NOSTRE MISSIONI

MATTO GROSSO (Brasile).

Sulle tracce delle nostre vittime...

(Continuazione - vedi numero precedente - e fine).

L'ultimo giorno di permanenza fu allietato da una bella sorpresa: il transito dell'imbarcazione del Marchese Basily Sampieri che colla sua nobile signora ed alcuni compagni erasi coraggiosamente spinto in quelle plaghe del Rio das Mortes per deliziarsi della vergine natura, pel gusto di avventure, e per la brama di conoscere regioni inesplorate. Impossibile descrivere la gioia dei nostri.

Fraternizzarono subito come vecchi amici. Il Marchese Basily andava a gara colla sua Ecc.ma Signora nel confortare i nostri confratelli con quanto disponevano; ai nostri pareva di sognare.

La povera capanna ospitò tutta la distinta comitiva per un giorno intero. Il Marchese s'interessò subito della Missione e della tragica fine dei primi due nostri Missionari; quindi volle che la sua comitiva tenesse la rotta dei nostri nel ritorno per sostare insieme sul luogo del delitto e rendere omaggio alla memoria delle due vittime.

La comitiva del Marchese precedette però di un giorno, perché egli appassionatissimo si potesse dedicare tranquillamente alla caccia.

Il 25 agosto, dato un addio al luogo ed alla povera abitazione, i nostri, lasciando tutto in ordine, come mesi addietro, non senza profonda pena per l'infelice sorte della prima culla della nostra Missione sul Rio das Mortes, iniziarono il viaggio di ritorno. La discesa fu assai più facile e più rapida che la salita. In poche ore di navigazione coprirono una distanza doppia di quella raggiunta nel salire. Verso sera incontrarono la comitiva del Marchese Basily, già accampata, che li attendeva, ed anch'essi piantarono le tende.

L'indomani i nostri precedettero l'imbarcazione del Marchese, partendo di buon mattino. La navigazione correva ottimamente da alcune ore, senza nulla di anormale; quand'ecco a poca distanza, tra i rami e il verde della foresta, una leggiera e tenue nuvola di fumo. Ancora il fuoco dei selvaggi.

Una mossa del timone, e l'imbarcazione s'accostò alla riva. Osservarono attentamente; sull'orlo del fiume, sotto i folti rami che si curvavano fin sopra l'acqua, stavano ancora alcuni fasci di rami che legati con liane e cortecce di alberi formano le balze, o zattere, che i selvaggi usano per attraversare il fiume.

Nel bosco, si udiva ripercuotersi l'eco di un rumore come di colpi di accetta; ad un certo punto un sibilo strano che poteva essere anche di qualche uccello. Indubbiamente i selvaggi si erano di nuovo avvicinati ed accompagnavano i nostri.

D. Fuchs e D. Sacilotti nella zona della residenza di S. Teresina, non avevano mai visto traccia di selvaggi, che invece apparivano sempre a circa duecento chilometri più in basso, proprio dove si trovavano i nostri.

Come i primi Missionari del Rio das Mortes, anche D. Colbacchini e gli altri confratelli poterono constatare che, mentre in S. Teresina e nei dintorni non c'era traccia di selvaggi, a duecento chilometri più in basso davan segni evidenti della loro presenza. Alla sera il Marchese Basily raggiunse l'accampamento e narrò egli pure d'aver visto il fuoco, le zattere, e d'aver udito i rumori nel bosco, anzi d'aver scorto recenti orme di selvaggi sulla riva del fiume. Era già notte oscura e ancor stavano in amichevole conversazione scambiandosi le impressioni, quando tra le tenebre dell'opposta riva si vide brillare una piccola luce che subito si spense. Poco dopo guizzò nuovamente tremulo tra le foglie un nuovo lampo di luce che durò brevi istanti, quindi sparì. Il fenomeno si ripetè varie volte. Pareva che una mano rapidamente spegnesse il fuoco appena divampava la fiamma.

Nella notte si udì battere e gettare qualche cosa nell'acqua, più alcuni fischi che potevano essere di uccelli notturni. Al mattino, al primo albeggiare, i nostri distinsero chiaramente un'altra colonna di fumo che s'alzava dal folto fogliame della foresta.

Certi dunque che i selvaggi stavano in quei paraggi, si rimisero in viaggio con ogni precauzione: quel giorno, 27 agosto, volevano viaggiar bene, per giungere prima di notte alla « Barreira do Martyrio ». Vi arrivarono proprio nell'ora in cui, mesi addietro, eran giunti i primi Missionari per la stessa via e sulla stessa imbarcazione. Da lontano nella curva del-fiume, non videro però, come quelli, i due selvaggi. Davanti ai loro occhi si ergeva nuda e alta la deserta barreira, muraglia di terra e sabbia innalzata dal fiume, quasi a ricordare che due generosi vi avevano data la vita non per la conquista di oro o di diamanti, ma del tesoro più prezioso pel quale Gesù benedetto diede la sua vita: le anime.

S'accamparono nello stesso luogo ove si erano accampati prima salendo il fiume. La comitiva del Marchese Basily li raggiunse rapidamente e sostò con essi.

Passarono la notte tranquilla. Al mattino, celebrata la S. Messa nuovamente in suffragio delle anime dei cari Confratelli defunti, attraversarono il fiume dirigendosi come in pio pellegrinaggio al luogo del martirio, colla pesante croce da collocare sull'alto della costa a perpetuo ricordo.

Commovente cerimonia.

Ci volle non poca fatica; ma aiutarono tutti. Si raccolsero quindi in preghiera davanti alle piccole fosse che ospitarono provvisoriamente le salme dei due sacerdoti, nel commosso ricordo del barbaro eccidio. Don Colbacchini notò che la piccola croce ch'egli stesso aveva rizzato a margine delle due sepolture pochi giorni prima non esisteva più. La cercarono invano. Il vento non poteva averla strappata e trasportata chissà dove. In quei giorni non c'erano stati temporali, nè venti impetuosi; gli animali non potevano aver fatto quello. Venne spontaneo il dubbio che i selvaggi fossero corsi dopo il loro passaggio a sradicarla e a gettarla nel fiume. D. Colbacchini si calò senz'altro per la ripida costa e non tardò a scoprire sull'orlo dell'acqua, parte immersa nell'acqua stessa del fiume, la piccola rozza croce. Era stata certamente gettata dall'alto, da mano selvaggia, perchè le acque la trasportassero lontano e si perdesse; ma impigliatasi in un groviglietto di radici, era rimasta là a provare la persistenza di un odio antico. Risalì tosto ed, osservando con maggior cura, trovò sul legno della croce recenti vestigia di mano tinte del rosso «urucum » che l'avevano stretto per strapparlo da terra. Poveri selvaggi!...

Tutti si misero al lavoro, con accette e coltelli, per diradare in un largo giro il basso bosco, formando come un vasto piazzale.

Eressero quindi nel mezzo, prospiciente al fiume, la croce preparata inchiodandovi la tavoletta coi nomi dei due eroi caduti. Il rito della benedizione strappava le lagrime. « Nell'alzare la mia mano di sacerdote per benedire quella Croce - scrive D. Colbacchini - nel chiedere supplichevole a Dio pace e riposo eterno ai due cari confratelli che per lunghi anni mi furono affezionati compagni di missione, e seguendo la via del Calvario non temettero di immolarsi per Cristo, sentii il mio cuore stringersi da tanta commozione, che terminai nel pianto la nostalgica preghiera che invoca da Dio buono e misericordioso la luce dei Santi, la pace dei giusti.

Mi pareva di vedere i due Confratelli cadere sotto i barbari colpi e sentivo il loro spirito aleggiare in quel luogo che fu il teatro della loro vittoria, mentre sulla croce vegliavano gli Angeli, cantando a Dio l'inno del trionfo e del ringraziamento».

Si chinò sulla nuova croce e la baciò.

Finita la mesta cerimonia, invitò il Marchese Basily e i compagni a fare un largo giro per veder se fosse possibile ritrovare qualche oggetto appartenuto alle due vittime. Ma erano passati otto mesi, e, dopo piogge dirotte, era succeduto il fuoco, che bruciando le alte erbe secche, aveva distrutto tutto.

D. Sacilotti quando si era slanciato con santo entusiasmo su per la costa, ansioso di vedere e d'incontrarsi coi selvaggi, teneva in mano il S. Rosario; D. Fuchs, appena raggiunta la cima aveva tratto di tasca un Crocifisso: forse morirono stringendosi al cuore i preziosi pegni della loro fede e del loro amore; forse i selvaggi feroci li portarono via. I nostri non trovarono nulla.

RITORNO.

Frattanto la loro missione era compiuta. Un addio a quel luogo, un saluto riverente ai va lorosi soldati di Cristo gloriosamente caduti, un'ultima benedizione alle zolle imporporate dal sangue delle vittime, una preghiera ancora pei poveri selvaggi e... via pel ritorno... Ma un senso di nostalgia s'era impadronito della spedizione e non scomparve più.

Il 29 agosto i selvaggi diedero segni di persistente circospezione. Il fuoco nella foresta era vicino; verso sera, quando stavano per fermarsi a passar la notte, i nostri videro sulla riva del fiume zattere è vestigia recenti del loro passaggio. Sostarono sulla spiaggia di un'isola, e trovarono tracce ed oggetti dei selvaggi abbandonati come in una fuga precipitosa. Il rumore del motore doveva averli spaventati... Don Colbacchini volle prendersi la soddisfazione di seguirne le orme, addentrandosi per la foresta. Invitò i Confratelli, si mise in una piccola canoa, si recò sul luogo ove avevano visto le zattere e in un salto fu a terra, seguendo per la foresta, a passo accelerato, il sentiero lasciato dai selvaggi. Erano passati di là, poco prima; e non in pochi: si distinguevano chiaramente le orme degli uomini, delle donne e dei bambini. Il Marchese Basily lo raggiunse e con lui alcuni altri compagni. Forse stavano per commettere una grave imprudenza. Il missionario non sogna che d'incontrarsi con le anime per le quali affronta le più dure fatiche e i più aspri sacrifici, e quando se le sente vicine non pensa più a nulla, non riflette più a nulla, non teme più nulla. Ma la fredda mano della ragione deve stringere e dominare l'impeto del cuore. D. Colbacchini sostò un istante e pensò: si vide in mezzo alla foresta, a pochi passi alcuni compagni che lo guardavano fissi come per chiedergli che cosa stesse per fare. Vide tutti colle armi in mano... Capì che si esponeva ad un grave pericolo inutilmente. Non avrebbe certo raggiunto i selvaggi ; e se anche li avesse raggiunti? Pace o guerra ?... E se guerra? Usar le armi per non soccombere ? Tanto valeva compromettere per sempre la missione. Il cuore gli batteva forte forte: fu una dura lotta tra l'ansia apostolica e la fredda ragione. Intanto annottava.

Le prime ombre della notte scendevano decisamente sulla foresta. Si rivolse ai compagni e disse: - Basta, ritorniamo; è inutile, i selvaggi chissà dove sono; la notte ci sorprende in piena foresta. Ritorniamo! - Fu un buon consiglio. L'audacia sarebbe finita in un'altra tragedia. Delusi e pensierosi tornarono alle loro tende.

IL GIAGUARO.

All'alba del 3o agosto erano già prossimi alla foce del Rio das Mortes nel Rio Araguaya.

Le spiagge si stendevano vaste e frequenti, risplendenti ai raggi del sole. Navigando serenamente scorsero di lontano un animale che attraversando la bianca distesa delle spiagge si avvicinava al fiume. Era un magnifico giaguaro, che scendeva tranquillo a dissetarsi. Sorpreso dal loro arrivo fuggì rapidamente, cercando rifugio nella foresta vicina. Ma aveva stuzzicato la passione della caccia nella comitiva, che volle approdare ed inseguire la fiera. Il povero animale vistosi perduto, pensò di scampare arrampicandosi su di una grossa pianta ed appiattandosi fra i rami e le foglie. Ma una pallottola lo colpì alla testa e cadde dall'alto con un tremendo ruggito. Il viaggio non guadagnò molto quel giorno: la caccia all'« Onca » e poi la pesca per la cena portò presto a sera. Caimani e zanzare disturbarono quasi tutta la notte.

Il 31 agosto, verso mezzogiorno, incontrarono alcuni selvaggi Carajàs, che audacemente si erano spinti pel Rio das Mortes in cerca di tartarughe e di uova.

Non è raro che i Carajàs si avventurino sul Rio das Mortes.; ma molte volte la pagano cara. I Chavantes non perdonano. Gelosi del loro dominio su tutto il Rio non tollerano nessun altro. Non accettano doni, non fanno amicizie. I nostri, nel salire il fiume, sul luogo chiamato Barreira D. Bosco, avevano lasciati alcuni oggetti di regalo pei selvaggi, che avevano notato in quei dintorni. Al ritorno, si fermarono per vedere se i selvaggi li avessero presi. Non li avevano neppur toccati; ogni oggetto era là intatto, come i nostri l'avevano collocato. Eppure c'erano ancor le tracce del loro passaggio. Segno evidente di una decisa avversione ad ogni relazione od amicizia con chi non era della loro tribù. L'incontro dei Carajàs tolse un po' l'incubo ai nostri che si sentivano omai fuori pericolo. Navigarono rapidi verso la foce. Il Rio das Mortes, prima di gettarsi nell'Araguaya, si divide in due rami che formano un delta. L'isola che si trova fra le due braccia del fiume e l'Araguaya, è coperta in parte da foreste vergini, in parte tagliata da laghi e canali, che uniscono le acque dei due fiumi. L'isola è nido prediletto di molte specie di animali e di rettili, che fanno paura anche ai Carajàs.

Pernottarono sulla spiaggia ringraziando Dio d'aver potuto compiere la difficile esplorazione.

L'indomani partirono di buon'ora, e, dopo una breve navigazione, diedero l'addio al Rio das Mortes, entrando nel maestoso Araguaya. Vi navigarono tutto quel giorno e il giorno appresso, arrivando verso sera, grati alla protezione divina ed a quella della Vergine Ausiliatrice, sani e salvi al punto di partenza, al Matto Verde.

L'esplorazione ha documentato una volta ancora l'estrema difficoltà dell'avvicinamento dei Chavantes ed il bisogno di straordinari soccorsi divini per la loro evangelizzazione e civilizzazione. Intanto ha fruttato dati e rilievi preziosi che eviteranno dispersione di forze e di energie, e favoriranno largamente nuovi tentativi. Il sangue dei martiri fu sempre seme di nuovi cristiani. Scoccherà anche l'ora della redenzione dei poveri schiavi delle foreste del Rio das Mortes.   (Fine).

GIAPPONE

Nel campo della carità sociale. Rev.mo e amat.mo Signor Don Ricaldone, il mese di ottobre fra noi si chiude con le solenni feste popolari della città di Miyazaki per onorare l'Imperatore Jimmu, capostipite della dinastia imperiale del Giappone. Festa di popolo, manifestazione simpatica di devozione civile e di amore al proprio paese verso chi ha iniziato la formazione del grande Impero. E giustamente tutti vi partecipano, accorrendo alla città anche dai vicini paesi. Le manifestazioni si iniziano e si completano con uno splendido carossello storico, nei costumi dell'epoca, richiamanti la figura del grande Imperatore, cui partecipano tutte le autorità della città e della provincia, le rappresentanze dell'esercito, delle scuole, dei commercianti, dei rioni della città, dei villaggi, con bandiere o con carri simbolici o con manifestazioni coreografiche di vario genere. Destava l'ammirazione, fra lo snodarsi della sfilata, il gruppo dei giovani cattolici, vestiti negli antichi costumi di guerrieri. A funzione finita, su apposito palco o davanti a palazzi o negozi, eseguirono sul ritmo di nenie antiche, sceneggiamenti mimici di grande effetto. Applauditissimi, meritarono voti assoluti e premi dall'apposita commissione dei festeggiamenti e regali dai privati. Anche questa è buona propaganda, e bisogna attaccarsi a tutte le occasioni per favorirla e non lasciarla disperdere. Si lavora sulla gelatina o sulla sabbia... ! Com'è difficile il lavoro in profondità, il lavoro di scasso!

Il mese di novembre si apre con la solenne commemorazione per tutto il Giappone del grande Imperatore Meiji. Festa nazionale di prim'ordine. Oltre le funzioni civili fatte dovunque, a Miyazaki il nostro Don Cavoli organizzò una serie di manifestazioni che meritarono il plauso incondizionato e riconoscente delle autorità e della popolazione che ne fu a parte. Venne intitolata la festa del povero, perchè imperniata sostanzialmente sulla carità, fatta alla povera gente. In questo momento, per tutto il Giappone le autorità centrali e locali dell'Impero dànno un vero impulso alle opere sociali di beneficenza da qualsiasi punto di vista benefico si vogliano considerare. Bisogna che tutti collaborino in questa direttiva, così consona allo spirito evangelico, ed anche nella nostra Prefettura Apostolica si cerca di tener dietro a questo bel movimento. Le locali Conferenze di San Vincenzo e le Associazioni femminili da tempo andavano raccogliendo presso caritatevoli persone, ditte, negozianti, ecc., vestiti, biancheria e oggetti casalinghi fuori uso. Con calma e pazienza, mani gentili rimisero a nuovo il tutto. Offerte in denaro concorsero ad acquistare generi di prima necessità (riso, legna, carbone, ecc.). Nel gran Salone dell'Asilo, gentilmente concesso dalle Figlie di M. A., su appositi tavoli e ripiani si disposero in bella mostra le migliaia di oggetti destinati alla vendita ai poveri. In sale laterali attirava l'ammirazione una bella mostra di lavori-femminili delle allieve delle Suore di Don Bosco, e specialmente una ordinata, artistica esposizione di oggetti di culto e sacri ornamenti. Minute spiegazioni scritte sui singoli oggetti o date a voce dei Catechisti, interessavano assai i visitatori. Per tre giorni la mostra bazar del povero attirò una fiumana di gente, specialmente il mattino del terzo giorno, stabilito per la vendita benefica. Ai poveri, che si presentavano muniti di apposita tessera di riconoscimento rilasciata dagli incaricati della beneficenza pubblica o dell'Ospizio, si cedevano merci a tenuissimo prezzo. In breve ora tutto quel ben di Dio, trasmesso attraverso a tante mani caritatevoli, andava in possesso degli amici di Gesù povero... Un bel concerto di campane tubolari, dono degli amici del Missionario Don Cecchetti alla Missione, scandiva le note del maestoso inno nazionale, e salutava la Vergine Maria con la popolare melodia «la squilla di sera... ».

A preparare gli animi a questa festa della carità, tenuta proprio nel giorno commemorativo della festa nazionale di Meiji (3 nov.), nel gran salone della città ebbe luogo una grandiosa serata accademica. Vi parteciparono tutte le istituzioni cattoliche di Miyazaki. Le allieve delle Figlie di M. A., il personale dell'Ospizio e gli orfanelli, il Seminario col suo bel concerto bandistico, guidato da Don Caro, l'Associazione giovani, il noto trio musicale Margiaria-Liviabella-Cimatti; e tutti fecero del loro meglio per onorare il folto pubblico radunatosi. Il centro della manifestazione era la conferenza del Prof. Ogura del Gran Seminario di Tokyo, che seppe incatenar l'uditorio con un interessantissimo discorso sul « Cattolicismo e le Opere sociali di beneficenza», tanto più efficace in quanto che il pubblico poteva constatare la verità di quanto udiva anche negli effetti che aveva sott'occhio, nella visita al bazar e all'Ospizio. Serata proficua per le anime certamente. Simpatica, rispettosa e persuasiva risposta a un discorso tenutosi poco tempo prima nello stesso ambiente da un bonzo, che disse corna di tutte le religioni... esclusa naturalmente la sua.

Le solenni commemorazioni dei Santi, dei Defunti e del grande Restauratore dell'Impero si svolsero dunque in un'atmosfera di propaganda di carità ben riuscita, materialmente e spiritualmente. Tali manifestazioni furono precedute e seguite, nelle varie Residenze, da conferenze e concerti riuscitissimi, organizzati dai nostri Don Lucioni e Don Marega.

Le prime ordinazioni sacerdotali.

L'8 novembre 1936, la storia della Missione di Miyazaki ha segnato la data più bella, registrando l'avvenimento più solenne e consolante: la consacrazione di tre nuovi sacerdoti, Don Bernardi Angelo, Don Braggion Enrico, Don Tassinari Cladoveo, Salesiani di Don Bosco. Vescovo consacrante, il grande amico dei Salesiani, Mgr. Breton delle Missioni Estere di Parigi, presule di Fukuoka. Funzione mai compiuta da che mondo è mondo nell'ambito della Prefettura Apostolica; rito solenne mai veduto dai nostri cristiani; primo risultato, finora mai esperimentato, di formazione sul posto di personale missionario. Un vero grande « avvenimento storico di prim'ordine»; e è certamente per la storia della Missione di Miyazaki, e, sotto un certo rispetto, anche per quella dell'Apostolato missionario in Giappone. Con l'inno del ringraziamento a Dio, il vivo riconoscente «grazie» ai Superiori e a quanti hanno cooperato alla formazione dei giovani sacerdoti. Giunti in Giappone nel 1929, nella casetta dell'Oyodo (Miyazaki) sotto la guida di Don Tanguy e Don Marega iniziarono lo studio della filosofia; una prima emigrazione a Takanabe li affinò sotto la solerte cura del compianto Don Piacenza. Compiuto il biennio filosofico, si sparsero nelle case in aiuto dei Missionari: a Tano, Beppu, Oita fecero le loro prime prove, finchè una nuova emigrazione li trasportava ad Hong Kong per lo studio della teologia. La povera Missione di Miyazaki, bisognosa di tutto e di tutti, non aveva in quel tempo la possibilità di far compiere in sede gli studi teologici, e fu fraternamente aiutata. Il Signore permise queste prove per i suoi fini. Non deve forse il Missionario disporsi e rompersi a quanto è sacrificio, rinuncia ? Non deve dunque sapersi adattare alle più disparate condizioni di. clima, di abitudini di vita? Non deve forse saper dir di no a tante cose ? Ma finalmente il Signore li ricondusse alla primitiva Missione... Al Seminario indigeno di Miyazaki, compiuta la loro preparazione, il Signore li volle tutti suoi e... in aeternum!

La funzione, svoltasi con la massima solennità e seguita con tutto l'interesse dai numerosi cristiani ed anche pagani accorsi, lasciò in tutti la più profonda impressione. Fra l'intensa preghiera, lagrime di commozione rigavano il volto di molti. I nostri cari seminaristi indigeni penso avranno pregustato il momento del loro turno. Un neo convertito ci diceva: « Ah, ho capito qualche cosa della sublime dignità del Sacerdote! ». Poichè nel corso della funzione uno dei professori del Seminario andava lentamente scandendo le spiegazioni delle cerimonie e preghiere in giapponese.. Era un figger di occhi all'altare, colli protesi e cuori in alto!...

Non descrivo lo svolgersi della festa: discorsi, augùri, felicitazioni, musiche... quanto è in uso in queste occasioni dalla più genuina tradizione salesiana.

Col personale venuto dall'Italia e quello indigeno in formazione speriamo d'ora in poi di avere annualmente qualche ordinazione sacerdotale. Il Missionario allora spinge il suo sguardo nell'avvenire e... pregusta il momento in cui, aumentato il numero degli operai della vigna, il raccolto potrà esser più abbondante. L'auspicarlo non è difficile: la formazione richiede tempo e mezzi, a cui deve pensare la Provvidenza e i suoi caritatevoli ministri; a noi l'eccitarla nelle forme possibili. Dalla prova fatta mi pare che si possa concludere che, anche per il Giappone, la formazione del personale sul posto, quando tutte le condizioni opportune sono realizzate, è fonte di ottimi risultati.

Col cuore pieno di gioia accetti, amato Padre, le affrettate righe che vogliono esprimere al Signore e a Lei la nostra piena riconoscenza.

Si avvicina a grandi passi un'altra data storica di prim'ordine: « i nostri primi Salesiani formati sul posto». Preghi per la felice realtà anche di questa data e ci benedica tutti.

Miyazaki, 9 novembre 1936.

Mons. VINCENZO CIMATTI, Prefetto Apostolico di Miyazaki.

ALTO ORINOCO (Venezuela). Notizie dalla Missione.

Amatissimo Padre,

Sicuro di farle cosa grata, approfitto della venuta di Monsignore a Caracas per consegnargli questo scritto che porterà a lei qualche buona novella di questa nostra Missione.

La precarietà dei tempi, la penuria dei mezzi, la mancanza di personale, tutto concorse a paralizzare in gran parte le nostre opere di penetrazione. Ma questa forzata inazione è ridondata tutta in beneficio della popolazione del luogo, perchè potemmo così concentrare le nostre forze alla miglior formazione cristiana di questi abitanti, intensificando l'azione catechistica e procurando, in modo speciale, la regolarizzazione delle unioni civili, santificandole col sacramento del Matrimonio.

Pare, questa dei matrimoni, una missione facile e secondaria; ma, chi conosce la legislazione locale, che prescrive la precedenza del matrimonio civile sul religioso con la conseguente obbligazione dell'assistenza del funzionario pubblico, e in una regione dove la scarsa popolazione è disseminata a distanze enormi, e povera e priva assolutamente dei mezzi per trasportarsi al centro: chi conosce e considera tutto questo, comprenderà assai bene tutte le difficoltà che incontra il Missionario cattolico in quest'opera moralizzatrice. E se a questi ostacoli di ordine materiale, e già di per se stessi assai gravi, si aggiunge poi che la gente è piena di pregiudizi contro il matrimonio, e lo considera come un intoppo alla libertà e quindi un onere dal quale conviene guardarsi: che, inoltre, in queste terre di frontiera abbondano gli avventurieri, i cosidetti cacciatori di fortuna, i quali fanno una vita animale e, se si parla loro di doveri verso Dio.e verso i figli, che sovente hanno numerosi, quando non insultano il sacerdote, adducono il motivo futile e disonesto che non possono abbassarsi a dare il loro nome a delle indie: allora anche lei, amatissimo Padre, potrà più facilmente rendersi conto dell'abnegazione e della pazienza che deve esercitare il povero Missionario per trarre a buon fine questa tanto necessaria cristianizzazione delle famiglie.

Ma la nostra buona Madre, Maria Ausiliatrice, come sempre, anche in queste difficilissime circostanze, ci ha visibilmente accompagnati e protetti. Fu destinato, già da qualche tempo, in questa zona un Governatore civile che è un cattolico tutto d'un pezzo e che, venuto a conoscenza delle cose, ebbe cura di scalzare l'ostacolo maggiore stabilendo che il Missionario viaggi in compagnia del Funzionario civile e che, per tutti i matrimoni, si prescinda da qualsiasi emolumento. Così, a poco a poco, anche questi benedetti uomini si son fatti più remissivi e ragionevoli, tanto che, al presente, nella circoscrizione di Porto Ayacucho non abbiamo più da lamentare unioni illegittime.

In un viaggio in Curiara, visitando capanna per capanna e facendo così anche il censimento della popolazione, abbiamo amministrato Battesimi e Cresime a una cinquantina di individui, fra i quali vari adulti e una donna india che ebbe la consolazione di ricevere il santo Battesimo e la Cresima e la Prima Comunione insieme con i suoi quattro figli, e di veder santificata dal sacramento del matrimonio una unione che veniva consumandosi da più di quindici anni.

Dando alle funzioni la maggior solennità che potemmo, celebrammo il mese di Maria con canti e sermoncino tutte le sere. La popolazione corrispose in modo veramente consolante, e, il giorno di Maria Ausiliatrice, Monsignore ebbe la gioia di distribuire molte Comunioni. Nel pomeriggio di quel giorno solennissimo, accompagnata da tutto il popolo, fu portata trionfalmente in processione la statua della Madonna di Don Bosco, e subito dopo vennero imposte le medaglie ai Confratelli e alle consorelle della Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice, che in quel giorno si fondò. La Benedizione solenne coronò quella magnifica giornata.

Anche il mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore, venne solennizzato, giorno per giorno, con particolari funzioni, e diede consolantissimi frutti.

Il 15 di luglio poi si festeggiò l'onomastico del nostro amato Prefetto Apostolico, Monsignor Enrico De Ferrari, con l'intervento delle Autorità civili e della popolazione, di cui molti vollero offrire al festeggiato la santa Comunione come atto di amor filiale e di riconoscenza. Nel giorno stesso, venne inaugurato il teatrino con una commediola, che lasciò in tutti un'impressione incancellabile.

Terminando questa breve relazione di quel po' di bene che la nostra Missione ha potuto fare in quest'ultimo lasso di tempo, sento il dovere di manifestare pubblicamente la profonda gratitudine dei Missionari tutti di questa Prefettura Apostolica al Generale Alfredo Franco, Governatore del territorio, vecchio amico di Monsignore e cattolico fervente, il quale nulla trascura per recare aiuto e sollievo al nostro difficile apostolato. Per non dire di altre attenzioni e benefici, che lungo sarebbe enumerare, citerò solo due esempi, forse i più significativi: gli orfanelli del nostro incipiente Ospizio vestiti e calzati a tutte sue spese, e la chiesa di San Fernando, che trovavasi in uno stato di completa rovina, restaurata in suo nome.

Grazie, dunque, siano rese a Maria Ausiliatrice e al nostro Padre Don Bosco Santo che, intercedendo presso il Signore, suscitano dei benefattori che ci agevolano il cammino per la pacifica conquista delle anime al Regno di Cristo.

Voglia, amatissimo Padre, ricordare presso l'Urna di San Giovanni Bosco questa Missione tutta e in particolare questo suo povero figlio.

Porto Ayacucho, 27 luglio 1936.

nel Signore obbl.mo

Sac. ALFREDO MARIA BONVECCHIO

Missionario Salesiano.

Un buon ministro della Provvidenza:

PADRE GIOV. BATT. RIBERO

La sera dell'8 febbraio u. s., a Torino, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, si spegneva santamente il quinto successore di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, Padre Giovanni Battista Ribero, che per Don Bosco e per l'Opera Salesiana ebbe sempre il più cordiale affetto.

Nato a Pratavecchia, presso Caraglio nella provincia di Cuneo, desideroso di compiere gli studi per raggiungere il sacerdozio, venne dal Parroco condotto a Torino e presentato a Don Bosco, che subito l'accettò quasi gratuitamente nell'Oratorio; ma vi restò solo pochi giorni, perchè la Divina Provvidenza, che gli riserbava una missione speciale, disponeva che venisse accolto, del tutto gratuitamente, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove compi gli studi, si ascrisse alla Congregazione della Santissima Trinità, nel 1885 salì al sacerdozio, e nel 1916 fu assunto alla carica di quinto successore dell'ammirabile Fondatore. Ben degno successore!

Quando quegli fu ascritto tra i Beati, Padre Ribero invitava a tesserne le lodi l'indimenticabile Arcivescovo di Pisa, il Card. Maffi, il quale, ammirando il prodigioso sviluppo che andava assumendo l'Opera del Cottolengo, non potè trattenersi dal congratularsene con chi ne teneva l'alta direzione. Ed egli umilmente:

- Oh!, qui, - rispose - chi fa tutto è la Divina Provvidenza; noi, tutti, dal primo all'ultimo, siamo suoi umili servi; nessuno di noi è necessario, perchè chi governa la Piccola Casa è Dio, e Dio non ha bisogno di nessuno!

Anche durante l'ultima malattia, a chi gli augurava di poter presto riprendere il lavoro, fu udito ripetere:

- Oh! la Divina Provvidenza non ha bisogno di noi; noi non siamo buoni a nulla, noi non facciamo nulla; facciamo ogni giorno una fila di zeri, e la Divina Provvidenza mette poi davanti ad essi un uno, un due, un tre, e tutto è aggiustato!

Con questo generoso abbandono nelle mani di Dio, Padre Giovanni Battista Ribero calcò fedelissimamente, per oltre vent'anni, le orme del Santo Fondatore, edificando tutti con la sua umiltà, semplicità, pietà, e carità singolare. Non chiuse mai le porte della Piccola Casa a nessun bisognoso, se aveva un posto disponibile; perchè diceva: - Chi dà udienza nella Piccola Casa è la Divina Provvidenza, e la Divina Provvidenza non dice mai di no!... Questi infelici sono i nostri galantuomini; son essi che tengono in piedi la Piccola Casa, attirandole le benedizioni di Dio!

Fino all'ultimo, non fece che zelare lo spirito del Fondatore, sia nella Piccola Casa fra le 34 famiglie e gli 8000 ricoverati, sia nelle numerose filiali che visitava di frequente con paterna sollecitudine.

La Famiglia Salesiana, mentre divide cristianamente il lutto della Piccola Casa, divide pure la fiducia ch'essa abbia acquistato un nuovo protettore in Cielo.

GRAZIE

attribuite all'intercessione di MARIA SANTISSIMA AUSILIATRICE e di San Giovanni Bosco.

Raccomandiamo vivamente ai graziati, nei casi di guarigione, di specificare sempre bene la malattia e le circostanze più importanti e di segnare chiaramente la propria firma. Non si pubblicano integralmente le relazioni di grazie anonime o firmate colle semplici iniziali.

Affetta da bronchite cronica, fui curata da due valenti dottori, che però dubitavano entrambi della mia guarigione stante l'età di 82 anni.

Io ricorsi all'intercessione di Don Bosco, feci una novena, ed al termine della novena, cominciai a migliorare. Ora sono perfettamente guarita. Colla più viva riconoscenza

Acqui, 21-XI-1936.   PRATO FRANCESCA.

Da Napoli appositamente per ringraziare Don Bosco. - Sono venuta espressamente da Napoli per ringraziare Don Bosco. Trovandomi in difficili circostanze, ricorsi con tutta fiducia all'intercessione del Santo presso Dio, promettendo di recarmi in pellegrinaggio a Torino per venerare la sua salma gloriosa, accostarmi ai santi Sacramenti e fare un'elemosina pei lavori del Santuario. Avendo ottenuto tutto quello che desiderava, eccomi a compiere le mie promesse.

Torino, 13-XII-1936.   EMILIA BASSO da Portici (Napoli).

Tre grazie segnalate. - La sera del 9 febbraio 1932 mio fratello Isaia, d'anni 20, mentre si recava, in bicicletta, in casa di amici, s'incontrò con due compaesani sprovvisti di fanale. Egli, per evitare quello che si trovava alla sua destra, andò addosso all'altro e cadde rovescio. I due fuggirono, lasciandolo solo sulla strada. Il poveretto per due volte cercò d'alzarsi e per due volte ricadde pesantemente. Accorsa gente, fu soccorso e condotto a casa.

Si credeva che non fosse nulla, anche perchè non presentava tracce esterne di lesioni, ma verso mezzanotte incominciò a dar segni di grande convulsione: pareva poca la forza di tre giovani per tenerlo fermo sul letto. Si capì allora ch'era cosa grave. Difatti l'indomani, il prof. Masotti, primario dell'Ospedale di S. Vito al Tagliamento, constatò una violenta emorragia interna. Una puntura lombare rivelò la diffusione del sangue nel liquido sieroso del cervello e della spina dorsale. Fu dichiarato gravissimo ed i parenti aspettavano con immenso dolore la catastrofe.

Avvisato telefonicamente, corsi a casa, raccomandai il fratello a Don Bosco ed eccitai i parenti ad aver fiducia nella sua intercessione. Non fummo delusi. Il paziente infatti ebbe altri momenti di eccitazione nervosa, da far temere fortemente ; ma a poco a poco migliorò e guarì. Ma - dolorosa sorpresa! - rimase completamente sordo. Anzichè darci per vinti, ricorremmo di nuovo all'intercessione del nostro Santo. E, contro il parere dei medici, egli andò acquistando pian piano un po' d'udito, sicchè ora, distingue bene i rumori della strada e, se si parla forte, intende anche i nostri discorsi. Sorpreso, in queste condizioni da una crisi di inconsola bile avvilimento, Don Bosco, cui fu sempre raccomandato, gli ottenne la grazia della rassegnazione, ed egli tornò allegro lavoratore come prima. Senonchè le sue disgrazie non dovevano finire qui. Ai primi di ottobre del 1935 corse pericolo di morire bruciato. Trovavasi a Portogruaro con un autocarro assieme al babbo ed al fratello Silvio. Nel rifornire la macchina di benzina, non si sa come, una scintilla provocò un incendio nell'interno della cabina ov'era il tubo di rifornimento. Il giovane addetto al « garage », nel levare in fretta la gomma, la passò sul volto di mio fratello. Tutti e tre potevano morire là dentro, s'egli, con presenza di spirito, non avesse dato un colpo allo sportello e non si fosse precipitato fuori seguito dal babbo e da Silvio. Egli poi, col volto e col petto in fiamme, si diede a fuggire precipitosamente verso l'ospedale. La piazza era piena di gente e nessuno pensò di fermarlo o di coprirlo con qualche cosa: tutti commiseravano e cercavano d'allontanarsi perchè si diceva che sarebbe saltato il serbatoio del « garage ».

Per fortuna fu fermato da un dottore che, in auto, veniva a quella volta e trasportato all'ospedale ove gli vennero riscontrate ustioni di 3° grado su tutto il volto e sulle mani, con grave pericolo di avvelenamento del sangue. Il poveretto divenne irriconoscibile. Solo chi lo vide può dire quanto egli sofferse. Fu raccomandato a D. Bosco e gli si pose la reliquia sul petto. Pregarono con noi anche i buoni giovani del Convitto di Rovereto. E Don Bosco ci esaudì ancora. Non solo riuscì a salvarsi ma guarì così bene da non lasciar nel suo volto e nelle sue mani quasi più nessun segno delle ustioni.

Una terza grazia sento il dovere di pubblicare. Nell'ottobre di quest'anno mia sorella Angela sorpresa da forti dolori al ventre con sforzi di vomito, non riteneva più nessun cibo. Si credeva che fosse una semplice indisposizione, invece era un volvolo intestinale. Trasportata d'urgenza all'Ospedale di S. Vito fu subito operata. Se si fosse ritardato solo di qualche ora non sarebbe più stata in tempo. Ma se l'operazione riuscì bene, c'era il pericolo, anzi la probabilità, che l'intestino nel riprendere i moti peristaltici si lacerasse. Il professore temeva fortemente una emorragia interna. Furono tre giorni di attesa angosciosa e di fervide preghiere a D. Bosco. I giovani del Convitto invocarono con noi il Santo ed egli ci ottenne la grazia e restituì la mamma ai suoi 5 bambini.

Il primario prof. Masotti dichiarò trattarsi di una grazia di prim'ordine. Con infinita riconoscenza

Rovereto, 3 dicembre 1936

Don DAVIDE ZAMPESE, Salesiano.

Un vero prodigio. - Nell'inverno del 1926, mia mamma si ammalò di bronchite e polmonite acuta, facendoci disperare della sua salvezza. Il medico del paese, prima, poi il prof. Gardazzo, direttore dell'Ospedale Civile della Motta di Livenza (Treviso), la dichiararono in fin di vita. Il Parroco del paese, ora defunto Monsignor Concina, avvertito da essi cominciò ad ammonirmi di badare a tutto poichè la poverina poteva morire da un momento all'altro. Allora feci alcune elemosine e pregai e feci pregare Don Bosco perchè intercedesse per la sua guarigione. Non ottenni subito una grazia completa, ma riuscii a tenere in vita la mamma, ancorchè sofferente di bronchite cronica. Con questo disturbo giunse al 1934, quando fu colpita da sinovite, prima ad una gamba, poi all'altra, tanto che le sue membra inferiori divennero due tronchi informi ed immobili. Fra tante afflizioni, io cominciai una novena a Maria SS. Ausiliatrice e a S. Giov. Bosco, mandando un'offerta prima della grazia e promettendone un'altra dopo la grazia. Feci fare la novena anche da persone pie e di fede. Ed era già inoltrata, all'insaputa dell'inferma, quando ella stessa, chiamato il Cappellano del paese, ordinò una S. Messa per la sua salute e ci pregò di assistervi. Mentre stavamo in chiesa, l'inferma, che era sempre immobile come un palo, e che a dichiarazione del medico era gravissima, si sentì improvvisamente guarita; si alzò da letto e noi la trovammo scalza in cortile, che camminava felice della sua guarigione. Nessuno può immaginare il nostro stupore, la nostra gioia e riconoscenza a M. SS. Ausiliatrice e a S. G. Bosco. Era il mese d'ottobre del 1935. Essa cammina tuttora come una giovane di venti anni, e la sua guarigione dura perfetta da più d'un anno.

Col cuore commosso spedisco ciò che posso e prego pubblicare la presente, perchè serva di monito a chi non crede nella potenza d'intercessione dei Santi.

Prata di Pordenone (Udine), 10-XII-1936.

MENEGHEL GIUSEPPE DI LUIGI.

Maria Ausiliatrice e Don Bosco proteggono il nostro angioletto. - Appena avemmo la certezza dell'imminenza di un lieto evento in casa nostra, mia moglie si rivolse con fede a Maria SS. Ausiliatrice, mentre io invocavo l'intercessione di S. Giovanni Bosco, mettendo il nostro angioletto sotto la sua protezione e promettendo un'offerta. Il giorno atteso, dopo una notte di sofferenze, la madre fu colta dalla febbre, mentre i dolori continuavano senza risultati soddisfacenti. Il medico specialista, dopo un attento esame, mi faceva constatare diverse cause concomitanti che, a suo avviso, rendevano indispensabile un intervento chirurgico.

A tarda sera, afflitto e quasi stanco di assistere a sofferenze così prolungate, uscii di casa per breve tempo. Mentre pensavo con trepidazione alle argomentazioni del Sanitario, sentii un improvviso e irresistibile bisogno d'invocare l'aiuto di S. Giovanni Bosco. Gli promisi una seconda offerta per il giorno della sua festa e aggiunsi che avrei pubblicata la grazia sul Bollettino. Appena ebbi finito di recitare un Pater, Ave, Gloria, mi sentii tranquillo e sicuro di essere esaudito.

Rientrato poco dopo in casa, mi convinsi che la mia fiducia aveva fondamento. Tutto procedeva bene e D. Bosco da quel momento prese visibilmente a proteggere le due vite per le quali io trepidavo. La febbre era scomparsa e la madre aveva acquistato la forza necessaria per sopportare altre quattro ore di sofferenze che precedettero il compimento dei nostri voti.

A Maria Ausiliatrice e a S. Giovanni Bosco la nostra riconoscenza e la promessa che il nostro Rino imparerà a suo tempo ad avere nella loro intercessione una fede senza limiti.

Casale Monferrato, 6 dicembre 1936.

TOMMASO e PIERA ZERBINO.

Trova lavoro e guarisce da grave malattia. - Mio figlio Alberto di 25 anni era disoccupato e anche malaticcio. Dopo due novene ottenne un'occupazione adatta alle sue condizioni; ma 3 mesi dopo s'ammalò gravemente. Io lo raccomandai a Don Bosco con una fervorosa novena e la guarigione non tardò ad affermarsi completamente.

Con infinita riconoscenza

Nizza Monferrato, 4-XII-1936.

GHIGNONE NOVELLI CRISTINA.

Due grazie. - Mi ammalai nel 1934. Il medico del paese aveva riscontrato un tumore maligno, che a Bologna fu definito un cistoma inoperabile. Il dottor Zampa di Ostiglia volle tuttavia tentare l'operazione che non valse a nulla. Portata a casa in attesa della catastrofe, cominciai coi miei cari a confidare nell'aiuto celeste. Facemmo una prima novena a Don Bosco, e la ripetemmo alcune volte con la ferma fiducia di ottenere la grazia. Dopo un mese di serio pericolo, cominciai a migliorare fino a guarigione completa, riscontrata dallo stesso dottor Zampa, che la ritenne prodigiosa dopo l'inutile intervento della chirurgia. Da quel tempo non ho più alcun disturbo ; lavoro e mi sento robusta come quando ero sana. Ho la certezza di dovere la grazia all'intercessione di S. Giovanni Bosco.

Nello stesso anno 1934 s'ammalò mia figlia, Cugola Maria in Zanetti. Il medico locale vi riscontrò una peritonite acuta. Fu operata ad Ostiglia e poi a Verona. Dopo le operazioni l'inferma peggiorò in modo, che i medici assicurarono difficile, se non impossibile la guarigione. Essa però sperando nell'intercessione di S. Giovanni Bosco, ancora quand'era all'ospedale di Verona, cominciò una novena. Passarono sei mesi di martirio, e quando i medici avevano detto vano ogni rimedio, cominciò invece a migliorare, finchè guarì perfettamente. Ora essa non ha più alcun disturbo, e con me ringrazia il Santo adempiendo alle promesse fatte.

Melara Po (Rovigo), 8 dicembre 1936.

RIDOLFI TERESA in CUGOLA.

Per intercessione del Ven. Domenico Savio.

Evita l'operazione e la perdita della vista. - Degente nel Sanatorio di Borgo Valsugana ho avuto l'occasione di leggere la vita del Ven. Domenico Savio. La lettura di questo libro accese nel mio cuore una viva fiducia verso l'angelico giovanetto, e da quel giorno cominciai ad invocarlo nei miei bisogni, ricevendone conforto e sollievo. Il primo settembre essendo andata a ritrovare i miei figlioletti, dispersi anch'essi per necessità di cose dal focolare domestico, vidi la mia Jole di nove anni in uno stato assai grave per un malanno che l'aveva colpita all'occhio sinistro causandole quasi la perdita completa della vista. Nell'attesa di una più accurata visita da parte di uno specialista, il cuore materno, presago di tutto ciò che la bimba avrebbe dovuto soffrire nella dolorosa operazione che si prospettava indispensabile, si rivolse con fiducia al caro discepolo di Don Bosco e lo pregò perchè si facesse protettore di questa- figliola. Anche altre ottime persona unirono le loro preghiere alle mie per ottenere con l'intercessione di Domenico Savio, che alla mia piccola fosse risparmiata l'operazione e la perdita della vista. Le nostre preghiere ebbero prontamente la grazia desiderata. Quando la bambina fu visitata dallo specialista, questi constatò che l'operazione non era più necessaria e che la potenza visiva dell'occhio con l'aiuto di un medicamento avrebbe in pochi giorni ripreso il suo vigore normale.

Così avvenne realmente con mio grande sollievo.

Esprimo oggi al celeste protettore la più viva riconoscenza con la sicura fiducia di godere in avvenire il beneficio della sua efficace intercessione.

Borgo Valsugana, 26 dicembre 1935.

SABINA MARCHESANI MARTINELLI.

Raffica d'influenza stroncata. - Nella seconda quindicina di gennaio siamo stati disturbati in collegio da una raffica d'influenza preoccupante!... Era di mercoledì quando avevamo a letto oltre cinquanta ragazzi e cinque superiori, con quanto dissesto dell'andamento delle scuole e dell'istituto ben si può immaginare!

Allora mi rivolsi fiducioso a Domenico Savio promettendo formalmente che, se per la domenica prossima, cioè quattro giorni dopo, fosse ristabilita la salute in casa, avrei mandata una bella offerta. Il pomeriggio del sabato non rimanevano a letto che una mezza dozzina di ragazzi ; nella domenica erano già tutti alzati. e in circolazione regolare alunni e Superiori.

Salute che perdurò per tutto l'anno perfettamente.

Randazzo, 12 novembre 1935.

Sac. GIACOMO ANGHILERI Direttore.

Guarita da setticemia. - Colpita da setticemia, per tre mesi la mia temperatura oscillava fra i 39,5 a 40.

La mia famiglia chiese consulto ed i medici risposero che ormai nulla potevano fare per salvarmi.

Allora ci rivolgemmo al Ven. Domenico Savio ed al termine della novena io era fuori pericolo, ed in brevissimo tempo potei riprendere le mie occupazioni.

Torino, 29 marzo 1936.

ANNA MARIA DOLZA.

Ringraziano ancora della loro intercessione Maria SS. Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco:

Garavelli Francesco e Tosti Emilia (Suardi) per una segnalatissima grazia ricevuta.

R. R. (Cairo) per ottenuta liberazione da crisi penose. Franzino Domenica (Feletto Canavese) pel miglioramento in salute del piccolo Pier Luigi.

Sac. A. M. (Casale Monf.) per una grazia segnalata.

Savoretti Secondina (Azeglio) per aver liberato il marito da gravi sofferenze causate da tumore maligno. Baiano Clelia (S. Lorenzo di Vignale) pel felice esito di operazione chirurgica.

Fenoglio Teresa (Olmetto di Bagnolo P.) per ottenuta guarigione da enterite.

Bonomo Bice (Feletto Canavese) per la felice sistemazione di interessi.

A. A. (Moncalieri) per una grazia ricevuta in favore del figlio.

Gatti Lucia (S. Michele di Carmagnola) per l'ottenuto miglioramento in salute.

Mina Domenico e consorte (Murello) per l'insperata guarigione del piccolo Giovannino colpito contemporaneamente da morbillo, polmonite e pleurite.

Seminarista Arnuti Stefano (Genova) per l'ottenuta guarigione da mastoidite dopo due anni di sofferenze Loreo Antonia (Asigliano) per segnalatissime grazie concesse a due suoi nipoti.

G. C. per evitate disgrazie mortali e irreparabili che potevano causare un grave disastro edilizio.

Mocca Giuseppina per essere stata liberata da gravi sofferenze col porre sulla parte ammalata la reliquia di Don Bosco Santo.

Tarditi A. per segnalate e sospiratissime grazie. G. P. (Torino) per una segnalatissima grazia.

Una famiglia devota di Don Bosco Santo (Asolo) per la sospiratissima conversione di un figlio ottenuta dopo un breve corso di SS. Spirituali Esercizi.

Zucca Cesarina (Morialdo-Castelnuovo) in ritardo ringrazia pel felicissimo esito di grave operazione chirurgica e per la protezione concessa al figlio Cesare durante la campagna in A. O. I.

Lombi Giovanna fu Antonio (Cassino) per segnalatissime grazie ricevute.

Gaudione Maria (Macello) per la grazia di una sesta creaturina sana e senza difetto di sorta.

Servi Ennio (Firenze) per varie grazie ricevute, invocando continua protezione.

Fusi Maria (Marcallo) per evitata cancrena al piede destro.

Ferrigno Sr. Maria Pia (Villafranca Tirrena), per l'ottenuta guarigione della nipotina Rosetta operata per appendicite acuta con perforazione...

Mattei Achille (Gavignano Sabino) per guarigione dell'occhio destro da cateratta.

Benedum Caccia Ada (Monza) per essere stata preservata dal male che non perdona.

M. A. C. pel felice compimento degli studi di persona cara.

Corna Fede (Volpiano) per la riacquistata salute e per altre grazie.

Franchi Maria (Torino-Ospedale S. Luigi) per una segnalatissima grazia ricevuta.

Lanfranco Maria (Torino) pel notevole miglioramento in salute della sorella sofferente per miocardite.

T. E. (Castellamonte Canavese) per l'ottenuto miglioramento della figlia, dona a Don Bosco Santo oggetti preziosi e invoca guarigione completa.

Petrogalli Cav. Rag. Arturo (Torino) per una grazia segnalatissima, invia offerta.

Rossi Claudia (Montechiaro d'Asti) perchè, colpita da forte emorragia, si sentì in breve guarita nonostante i suoi 8o e più anni!

Gatto Monticone (Pinerolo) pel felice esito di esame di stato del figlio, che da 8 anni aveva abbandonato gli studi.

Grillo Antonio per una segnalatissima grazia ricevuta.

Brignone Rosetta (Savona) per molteplici grazie e favori ricevuti.

Ghitti Agnese (Borno) per la guarigione da male di gola ribelle ad ogni cura e per ottenuto impiego.

Un Parroco per l'ottenuta guarigione da bronco-polmonite dell'organista, segretario dell'Associazione di A. C.

Gabriele Giuseppina in Gabriele (Pantelleria Scauri) per guarigione da vespaio maligno, dichiarato incurabile e da altri gravi disturbi che l'avevano ridotta in condizioni disperate.

NECROLOGIO

Salesiani defunti:

GARLANDA D. ANTONIO, sac. da Mezzana Mortigliengo (Vercelli), † a Biella (Vercelli) il 15-1-1937 a 72 anni di età.

Visse umile e sacrificato negli uffici di amministrazione e nell'esercizio del sacro ministero, sostenuto da profondo spirito di pietà e di laboriosità salesiana.

COLOMBO D. MICHELE LUIGI, sac, da Seregno (Milano), † a Verona il 7-XII-t936 a 71 anni di età.

Partito chierico per l'Equatore ed ordinato sacerdote in Quito, lavorò in quelle nostre missioni finchè ne fu cacciato con tutti i confratelli dalla rivoluzione. Passò quindi alla Colombia e nel Perù, finchè, logoro dalle fatiche, ritornò in patria a prodigare il suo ministero con zelo inalterato fino alla morte, nei nostri Istituti del Veneto.

OREGLIA D. GIUSEPPE, sac. da Cherasco (Cuneo), † a Nizza Marittima (Francia) il 23-XII-1936 a 61 anni di età.

PRETI D. PIETRO, sac. da Milano, † a Milano il 27-XII-1936 a 65 anni di età. '

Per 35 anni resse l'Oratorio di Via Commenda in Milano, prodigandosi contemporaneamente nel sacro ministero e nella direzione spirituale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e cattivandosi la fiducia e la stima di tutti per la profonda pietà e spirito di sacrifizio, per la bonarietà del tratto e la bontà del cuore.

ARIONE GIOVANNI, coad. da Diano d'Alba (Cuneo), a Santiago-Macul (Chile) il 4-X-1936 a 58 anni di età.

FERRAZZA D. GIUSTINO, sac. da Cappadocia (Aquila degli Abruzzi), † a Genzano (Roma) il 2o-XII1936 a 55 anni di età.

Ottimo insegnante e sacerdote esemplare, era carissimo agli alunni, che educava con grande affetto, e stimatissimo dal clero e dal popolo che ricorrevano a lui pel sacro ministero. Servì a più riprese la patria come ufficiale e come cappellano prodigando il suo zelo pastorale con ammirabile sollecitudine.

FAVA GERMANO, ch. da Rivadavia (MendozaArgentina), † a Alta Gracia (Argentina) il 14-XI-1936 a 19 anni di età.

TOSO NINO, ch. da Cividale del Friuli (Udine), † a Este (Padova) il 17-XII-1936 a 17 anni di età.

Cooperatori defunti:

S. E. IL CONTE MAGGIORINO CAPELLO Ministro del Nicaragua presso la S. Sede, † a Roma il 23-I-u. s. a 85 anni di età.

Avvocato insigne, assurse a fama mondiale nella difesa trionfale del nostro buon nome in ore di tenebre e di congiure settarie. Ministro di Monaco e poi del Nicaragua presso il Vaticano, rese preziosi servigi alla Santa Sede col suo profondo spirito cristiano ed il suo tatto diplomatico nei rapporti con diversi Stati. Pio X, Benedetto XV e Pio XI l'ebbero carissimo e lo onorarono sempre della massima sovrana fiducia. Noi, con. imperitura gratitudine, lo raccomandiamo caldamente ai suffragi dei Cooperatori, rinnovando le più vive condoglianze alla Ecc.ma contessa Amalia ed ai parenti.

CONTESSA OLIMPIA GIANAZZO DI PAMPARATO, nata NATTA D'ALFIANO, † il 22 gennaio 1937 a 92 anni, di età. L'alto lignaggio, la parentela con le più nobili casate piemontesi, le cospicue ricchezze, furono per questa gran dama un mezzo di spargere il bene intorno a sè colle buone opere e colla più larga beneficenza. Filialmente devota a Don Bosco, a Don Rua e ai loro Successori, fu in tutta la sua lunga vita una delle più insigni benefattrici dell'Opera Salesiana, alla quale ancora lasciò, morendo, un insigne ricordo della sua generosità. I Cooperatori e le Cooperatrici si associeranno nella ricordanza e nelle preghiere ai Figli di Don Bosco, nei quali la riconoscenza verso la munifica signora durerà imperitura.

Prof. Dott. GIUSEPPE ALBERTOTTI, † a Roma il 29-XII-1936 a 85 anni di età.

Celebre oculista, curò, col padre, il nostro Santo fondatore, che gli portava vivissimo affetto. Dopo aver insegnato a Modena, passò nel 1900 a Padova dove tenne la cattedra di oculistica all'Università fino al 1935. Scienziato e umanista donò all'Ateneo di Padova la biblioteca cordariana ed a quello di Roma lasciò oltre 10.000 pubblicazioni di oculistica. La divozione a Don Bosco ispirò i suoi studi a profondi sentimenti cristiani e la sua scienza a missione di bene.

Avv. Comm. PIETRO MELANDRI, † a Roma il 26-XII-1936 a 67 anni di età.

Procuratore delle Cause di beatificazione e canonizzazione, curò con ammirabile diligenza e con grande affetto anche quelle del nostro Santo fondatore, del ven. Domenico Savio e della ven. Madre Mazzarello. Scrittore e letterato felice e coltissimo, si era dedicato fin dalla giovinezza al giornalismo cattolico, distinguendosi come critico e come espositore e raccogliendo ovunque simpatie e consensi. Coerente sempre ai suoi principi, affascinato dagli esempi dei Servi di Dio di cui trattava le cause, fece di tutta la sua vita un santo apostolato, col fervore d'un cattolico modello.

MONS. TEOL. DOTT. VINCENZO M. MUSSO, † a Torino il 22-I-u. s. a 61 anno di età.

La vita e le sostanze consacrò all'apostolato specialmente nel campo cinematografico, precorrendo con ingenti sacrifici ed assoluto disinteresse le odierne organizzazioni per la moralizzazione di questo potente coefficiente di educazione. Divotissimo di S. Giovanni Bosco, era nostro cordiale e generoso cooperatore.

S. E. Grand'Uff. EUGENIO CAPUTO, Generale di Corpo d'Armata nella riserva, † a Torino il 18-1-1937.

Ufficiale colto e brillante conferenziere ricoprì importanti cariche in pace, tra cui quella di vice-direttore dell'Istituto Geografico Militare di Firenze; in guerra fu comandante della gloriosa Brigata Sassari sul Carso e della I Divisione Fanteria sulle Tofane. Rettitudine di spirito e nobiltà di cuore rifulsero nella sua carriera imponendosi alla stima ed all'ammirazione di tutti..

Entusiasta di Don Bosco e dell'Opera sua, legò il suo nome all'Istituto Missioni Salesiane con generose elargizioni.

COPPA FRANCESCO, † a Casale Monferrato il 22-XII-1936 a 75 anni di età.

Cattolico esemplare e zelante Cooperatore fu benedetto dal Signore colla vocazione d'una figliuola all'Istituto. delle Figlie di Maria Ausiliatrice, oggi direttrice nelle missioni dell'Equatore.

PEGORARI COSTANTINO, † a Caspoggio l'8-1-1937

Attivissimo zelatore delle Opere e Missioni Salesiane vi dedicava tutta la sua influenza e la sua attività.

ROSA MANCINI BATTIATI Ved. PULVIRENTI † a Catania il 13-XII-1936 a 86 anni di età.

L'umiltà e la carità furono le sue virtù predilette. Cuor nobile e generoso, amò le Opere salesiane con speciale affetto.

Mons. AGNELLO MANNATO, Decurione Salesiano, † a Napoli il 3o-XII-1936.

Degnissima figura del clero napoletano era Parroco in S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone e docente di Sacra Scrittura nel Seminario Arcivescovile. Fu sempre attivissimo Decurione dei Cooperatori Salesiani, e, devotissimo di D. Bosco, ne promuoveva la devozione con ammirabile fervore.

GIUSEPPE AGAGLIATE, † a Capriglio il 5-1-1937 a 74 anni di età. La mamma, Rosa Bosco figlia di Giuseppe Bosco, fratello del nostro Fondatore, lo portò giovinetto all'Oratorio ove Don Bosco l'educò e lo crebbe fino a farne un cattolico esemplare. Trascorse tutta la vita nel paesello natio fra la stima e la benevolenza di tutti, lieto di dare un figlio sacerdote alla Società Salesiana, e di prodigarsi generosamente pel bene del prossimo.