Anno LXV - N 12 - 1° NOVEMBRE 1941 - XX.
SOMMARIO: La Causa di Canonizzazione della Beata Maria Mazzarello. - La Passiflora Salesiana. - In famiglia. La Medaglia d'Oro- alla Società Editrice Internazionale. - Dalle nostre Missioni: Giappone. Tesoro spirituale. - Lettera di D. Giulivo. - Necrologio. Crociata missionaria.
Nel terzo anniversario della Beatificazione di Madre Maria Mazzarello - 20 novembre - abbiamo la gioia di sapere ufficialmente ripresa la Causa per la sua Canonizzazione. Il 16 luglio u. S. il Santo Padre Pio XII, ratificando il parere della Sacra Congregazione dei Riti, si è degnato di segnare di sua augusta mano la Commissione per la riassunzione della Causa della Beata Maria Domenica Mazzarello, Vergine, Confondatrice dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il Decreto rileva la convenienza di decorare la Beata «che in vita si era manifestata figlia spirituale, e vigile e diligente discepola, anzi quasi pedissequa di S. Giovanni Bosco » della stessa gloria del Padre assurto nel 1934 al fastigio della Canonizzazione. Perchè, soggiunge, « par proprio che Iddio voglia ricompensare la fedele ed umile ancella che ha emulato la santità della vita del maestro ed il suo zelo per la salute delle anime, con una ulteriore ascensione negli onori dell'altare. Infatti, dopo l'esaltazione della Beatificazione, non solo crebbe la divozione del popolo cristiano verso la Beata, ma più numerose sorsero le vocazioni religiose e si moltiplicarono le grazie che si dicono ottenute da Dio per sua intercessione, alcune delle quali si prospettano come veri miracoli ».
I nostri Cooperatori, che leggono il periodico Maria Ausiliatrice, ne hanno già viste registrate parecchie; ma l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice ne ha raccolte tante relazioni da riempire ogni mese un fascicolo di dodici e più pagine che vien diffuso nelle varie Case insieme al loro notiziario, per far conoscere le grazie attribuite all'intercessione delle Serve di Dio dell'Istituto. Preghiamo quindi perchè la Causa ripresa possa procedere normalmente e con una certa celerità, sì da concederci presto anche la gioia della Canonizzazione
(Continuazione: v. numero precedente).
Tornato a Foglizzo, Andrea Beltrami conchiuse il noviziato colla promessa di osservare i voti di povertà, di castità e di obbedienza secondo le Regole della Società Salesiana, facendo la professione religiosa il 2 ottobre 1887 alla presenza di Don Bosco nella cappella del Collegio di Valsalice, dove poi si trattenne per gli studi liceali. A Valsalice giunse in quell'autunno anche il Principe Augusto Czartoryski, aspirante alla vita salesiana. Il buon chierico fu uno dei primi ad apprezzare l'eroismo della sua vocazione ed a circondarlo delle più delicate attenzioni.
Oltre alle conversazioni spirituali, nelle ore di ricreazione, che volgevano di preferenza sulla divozione al Sacro Cuore, Andrea dava al Principe polacco lezioni d'italiano ed apprendeva, in cambio da lui il tedesco e l'inglese. Il fraterno affiatamento delle due nobili anime consigliò i superiori a chiedere al ch. Beltrami, ventenne e già impegnato non solo nello studio ma anche nell'insegnamento di alcune materie ai compagni del corso inferiore, la carità di assistere il Principe allo scoppio della insidiosa malattia che in breve lo consunse. Felice di poter esercitare una virtù tanto preziosa, il ch. Beltrami lo assistette per tutto il periodo della prima crisi, a Lanzo, durante le vacanze del 1889, vegliandolo giorno e notte e prestandogli le cure necessarie, come un provetto infermiere, colle più affettuose sollecitudini ed ammirabile abnegazione. Quando il Principe si riprese, egli venne mandato a Foglizzo col triplice incarico di far scuola ai novizi, studiare teologia e conseguire la licenza liceale per frequentare poi l'Università di Torino nella facoltà di Lettere e Filosofia. Vi si iscrisse infatti per l'anno scolastico 1890-91, aggiungendo al già ingente lavoro lo strapazzo della frequenza settimanale delle lezioni che gli imponeva lunghe corse a piedi per raggiungere da Foglizzo l'unico mezzo di trasporto a Torino, il tram di Leynì.
All'Università rifulse subito col suo ingegno e colla sua virtù e, preoccupato della sorte degli studenti cattolici, caldeggiò fervidamente la costituzione di un circolo universitario che si realizzò più tardi colla fondazione del Circolo « Cesare Balbo ». Ma la mole del lavoro ed il disagio dei viaggi, accresciuto dalle intemperie della stagione invernale, diedero alla sua salute la scossa fatale. Il 20 febbraio 1891, venne assalito da una prima violenta emorragia che, tra alternative di tregua e di riprese, l'avviò lentamente per l'erta del suo calvario.
Per l'erta del Calvario.
Il pronto intervento delle cure più indicate, soggiorni climatici ad Alassio prima, e poi a San Remo e ad Aix-les-bains, ove si ritrovò a fianco del Principe Czartoryski, scongiurarono l'imminenza di una catastrofe ; ma non gli ridiedero più le sue forze. Gli giovarono soprattutto le cure della mamma nel clima del paese natio. Più del suo male però lo angustiavano la costernazione dei superiori e confratelli e l'angoscia dei suoi cari cui non pareva vero che una giovinezza così promettente dovesse essere brutalmente stroncata dal male che non perdona. Scrisse quindi fin da principio al suo antico direttore del collegio di Lanzo: « Non si affligga, mio padre dolcissimo in Gesù Cristo, della mia malattia; anzi ne gioisca nel Signore: l'ho chiesta io stesso al buon Dio per aver occasione di espiare i miei peccati in questo mondo, dove il purgatorio si fa con merito. Propriamente io non ho domandato questa infermità, perchè non ne aveva neppur l'idea; ma ho chiesto molto da soffrire, ed il Signore mi ha esaudito in questo modo. Sia dunque benedetto in eterno, e lei mi aiuti sempre a portar la croce con gioia. Creda, che in mezzo ai miei dolori, io sono felice di una felicità piena e compiuta, di modo che mi viene da ridere, quando mi si fanno condoglianze ed auguri di guarigione. Il pensiero dei miei peccati e di farne penitenza, e la meditazione dei dolori di Maria SS. e di Gesù Cristo rendono dolce qualunque pena ». Alla mamma ed ai parenti poi faceva coraggio in tutti i modi; nascondeva più che poteva delle sue sofferenze e li esortava a farsi dei meriti pel Paradiso soprattutto colla carità verso i poveri. Nelle rare passeggiate che le forze gli consentivano si recava al cimitero e si sedeva presso le tombe in preghiera ed in meditazione. « Vado dalla morte - diceva -- a domandar consiglio sul modo di farmi santo. Il Signore ci avverte che è sempre buono il consiglio che, ci dà la morte ». Gli sembrava di avere più pochi giorni di vita. Invece il Signore gli concesse la grazia dell'ordinazione sacerdotale. Nei periodi di miglioramento, a casa, ad Alassio, a Torino, condusse a termine gli studi di teologia, sicchè quando i superiori chiesero a Roma le dispense necessarie per anticipargli quella consolazione, potè scrivere in coscienza: « Durante tutta la malattia non sono mai stato ozioso, ma ho sempre studiato e lavorato come non dovessi giammai morire, secondo il consiglio di S. Francesco di Sales, non perdendo minuto di tempo, come premise sant'Alfonso, passando costantemente dalla preghiera allo studio e viceversa. Ho studiato tutta la teologia dogmatica e morale: Gury coi casi di coscienza, Gousset, Frassinetti, la storia ecclesiastica del Rorhbacher ed in tutte le biografie di Pontefici e di Santi illustri che potei avere, la Sacra Scrittura passandola tre volte con le note del Martini e fermandomi soprattutto sui libri sapienziali e sulle epistole di S. Paolo, ermeneutica, diritto canonico. Inoltre lessi le opere ascetiche di S. Teresa, di S. Francesco di Sales, di S. Alfonso, del Faber ».
Così preparato e sublimato dalla sofferenza, venne ordinato sacerdote nella cappellina attigua alla stanzetta ov'era morto Don Bosco nell'Oratorio di Valdocco, in Torino, l'8 gennaio 1893, dal Vescovo salesiano Mons. Cagliero. Celebrò la prima e la seconda Messa nella cappella della Pietà sulla tomba di Don Bosco in Valsalice, tra la più viva commozione dei suoi cari ed il più gran fervore dell'anima sua.
Passò ancora le vacanze di quell'anno ai paese natio, edificando tutto il paese colla sua pietà e rassegnazione alla volontà di Dio e celebrando nella Cappella delle Orsoline prima, poi, quand'ebbe il privilegio, nella sua cameretta.
Nell'autunno tornò a Valsalice, donde non si mosse più. Gli fu assegnata una camera contigua alla chiesa colla quale comunicava mediante un coretto donde si vedeva tutto quello che vi si faceva. Poco lungi correva una galleria chiusa che terminava in un finestrone da cui lo sguardo spaziava sul presbitero e si posava comodamente su tutto l'altar maggiore. Presso il finestrone, Don Beltrami poteva assistere a tutte le funzioni e trascorrere le ore in adorazione a Gesù Sacramentato. In questi ambienti si ridusse, si può dire, la sua vita durante gli ultimi quattro anni. Raramente infatti gli riusciva di portarsi per la casa, e, di solito, non andava oltre l'infermeria a far visita ai malati. Scorreva le sue giornate tra l'orazione e l'immolazione. Dalle cinque del mattino, ora della levata, pregava fino alle nove concentrando il maggior fervore nella santa Messa che celebrava ad un altarino allestitogli nella camera stessa. Tornava a pregare dalle dodici e mezzo alle diciassette ; e dalle venti alle ventiquattro se ne stava in adorazione davanti a Gesù Sacramentato. Il resto della giornata, salvo le ore dei pasti e del riposo, lo occupava a leggere e scrivere, preferibilmente ad uno scrittoio che si era fatto collocare nel coretto per non distogliere neppure allora il pensiero dal Signore. Dalla sua corrispondenza ai superiori ed alla famiglia si ricava con quale spirito portasse la sua croce: « Mi offro vittima per la Congregazione... Io sono contento di fare un po' di penitenza dei miei peccati: la mia malattia è una grazia grande... Vi adoro, mio Dio, vi amo con tutto il cuore, vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, religioso, sacerdote e d'avermi data questa malattia come mezzo dí santificazione... L'unico male è il peccato, l'unico bene la grazia di Dio. Che monta del resto? La mia malattia è meno di un peccato veniale... Io sono tranquillo, rassegnato nelle mani del Signore, e, direi quasi, contento di questa malattia, persuaso che soffrire e pregare sia più utile per me e per la Congregazione che non il lavorare ». Alla mamma: « Prega anche tu per me perché io possa trar frutto dalla mia malattia. Come vedi, il Signore mi vuol bene e mi conduce per la via dei suoi cari. Il soffrire è un dono, non è una disgrazia. Considerato con l'occhio della fede il patire diventa prezioso, diventa un tesoro di vita eterna. Io mi reputo sempre felice, privilegiato da Dio per questa malattia. Non è forse meglio salire il Calvario che il Tabor ? Se il Signore vuole che io sia ammalato, perchè desiderare la salute? L'importante si è di farci dei meriti, di salvar l'anima. Quando mi scrivi, parlami pur sempre di rassegnazione al volere di Dio, chè la tua parola mi è sempre cara e mi fa del bene ». Ai suoi diceva: « Vi prego di non addolorarvi e di non pensare a me. Entrate nelle mie vedute: questa malattia non è una sventura, ma una grazia particolare del Signore il quale mi fa così espiare le mie colpe. Io non sono infelice ma fortunato. Ogni dì ne ringrazio il Signore al mattino ed alla sera recitando il " Vi adoro ". Il soffrire in unione a Gesù Cristo diventa godere: i patimenti sono il dono più prezioso che Dio possa fare ad un'anima. Non bisogna guardar la croce con occhio mondano, ma coll'occhio della fede, ed allora apparirà dolce, amabile. Perciò vi supplico di non affliggervi e di star tranquilli sul mio conto. Io non ho bisogno di nulla, desidero solo che preghiate per me affinché il Signore mi dia una piena perfetta conformità al suo santo volere. Questa è l'unica cosa che io desidero da voi, l'aiuta delle vostre orazioni per aver forza di portare con gioia-la mia croce».
Ma valga per tutte la lettera scritta al successore di Don Bosco, nel giugno 1897: « Rev.mo Sig. Don Rua. Le mando un saluto riverente dalla mia cameretta. La mia salute è sempre eguale. Ebbi forti sbocchi di sangue, ma ora grazie a Maria Ausiliatrice sono quasi interamente guarito. Mi rimane un po' di debolezza perché il sangue perduto fu assai. Continuo a tradurre San Francesco di Sales. Io sono contento e felice e faccio sempre festa. Nè morire, nè guarire, ma vivere per soffrire: nei patimenti ho trovato la vera contentezza».
Ci fu qualche momento in cui le ultime risorse fisiche gli diedero l'impressione di poter ancora servire a qualche ufficio nella vita comune e chiese umilmente del lavoro; ma furono illusioni passeggere. Egli aveva tra mano un lavoro assai più prezioso, oltre alle sue sofferenze. E non si sa come sia riuscito a far tanto. L'accenno, nella lettera a Don Rua, alla traduzione delle opere di San Francesco di Sales indica solo una parte di quel che fece in quei quattro anni. Nel 1894 compose la Vita della Beata Margherita Alacoque. Nel 1895 preparò: Un Serafino in terra (Vita popolare di S. Francesco d'Assisi) - Il modello degli ammalati (Vita di S. Liduvina) - L'amante di Maria (Vita di S. Stanislao Kostka) - Il vero volere è potere - L'inferno esiste - La banca più fruttifera e infallibile (L'elemosina) - Tommaso Moro (Dramma).
Nel 1896-1897: Esempi e studi di letteratura straniera - Il peccato veniale - Massime di Don Bosco - S. Giovanni Battista de la Sale - S. Benedetto da Norcia - Due fulgidi astri del secolo IV (Vita dei santi Giulio e Giuliano) - Giovanna d'Arco - Napoleone I - Perle e diamanti - L'aurora degli astri.
Di altre opere aveva già abbozzato lo schema, ma la morte gli impedì di condurle a termine. Quelle pubblicate fecero un gran bene alle anime. Parecchie sono tuttavia in commercio; ma tutte meriterebbero la ristampa. Il Signore gli aveva dato il prezioso talento di saper scrivere da salesiano: con chiarezza, semplicità ed efficacia, non priva di eleganza. « La parola mi vien facile ed elegante - scrisse appena ne sentì la vena. - Sarei contento se potessi trafficare questo talento che Iddio mi ha dato, a sua gloria ed onore. Le malattie di petto non danno disturbo alla mente, anzi pare tolgano le forze del corpo per aggiungerle allo spirito che acquista maggior lucidità e penetrazione, almeno quando non c'è mai febbre come nel caso mio ».
Anche il semplice elenco delle suaccennate composizioni rappresenta un bello stato di servizio per un malato in quelle condizioni ! E fu certamente un premio al proposito sempre da lui mantenuto: di non perdere mai un minuto di tempo.
L'olocausto.
Ma ciò che impreziosì soprattutto i suoi giorni, furono indubbiamente le sofferenze sopportate con sì eroica rassegnazione e lo spirito di preghiera. Nel 1896 volle celebrare l'anniversario della sua malattia -- 20 febbraio - con tre giorni di festa recitando il Te Deum, il Benedicite, il Laudate Dominum, e l'Agimus tibi gratias, con grande consolazione. Nel 1897 ottenne di essere condotto nel santuario di Maria Ausiliatrice per ringraziare la Madonna di averlo conservato infermo fino a quel giorno in cui terminavano i sei anni e cominciava il settima della sua- infermità. Inviando pii tardi gli auguri pasquali a Don Rua, gli scriveva: «La mia salute è sempre allo stesso modo: tosse continua con catarro, difficoltà di parlare, di camminare, di respiro. Il Signore mi aiuta e mi dà la rassegnazione, anzi la gioia nel soffrire. Vorrà sapere come passo il tempo: quando posso prego per la Congregazione, per le quattro Case che Ella mi raccomandò; la mia orazione però è semplicissima, si riduce ad occupare la punta dell'intelletto e della volontà, evitando l'uso della fantasia, le commozioni, il fervore sensibile, la preghiera vocale, se no mi stanco subito; e quando, non posso pregare faccio la statua, la guardia al Sacramento, là nel corridoio: la sentinella onora il re unicamente colla presenza fisica». Da tempo, ad ogni colpo di tosse, ringraziava Iddio con un Deo gratias. Nell'offrirgli le sue sofferenze aveva un'infinità di intenzioni scritte e deposte in un borsellino che portava sempre sul petto per rinnovarne l'offerta ad ogni respiro: voleva esser vittima per tutto il mondo!
Nell'autunno del 1897 sentì approssimarsi la fine. Le sofferenze aumentarono a tal segno che a Don Barberis confessò candidamente: « È orribile quanto debbo soffrire, quando il cuore mi si spezza in tal modo: è cosa che lingua non può esprimere ! Allora io ripeto al Signore la mia solita preghiera, che me li faccia ancor crescere quei patimenti, se pure è possibile poter soffrire di più senza morire, e che mi faccia provare quei dolori fino al giorno del giudizio: allora raccomando al Signore la Chiesa, la Congregazione tutta e in particolare le case di studio con i noviziati, tutto offrendo per la conversione dei peccatori, pei poveri moribondi ed in suffragio delle anime del purgatorio».
Il 29 dicembre precipitò. Fece la sua confessione e, dopo una notte di spasimi, baciando e ribaciando il Crocifisso, il corpo cedette al volo dell'anima che si librò a Dio, il mattino del giorno 30. « Nella casa -- nota Don Ceria, compagno dell'estinto, nella biografia pubblicata l'anno scorso sulla scorta delle biografie precedenti, degli atti del processo canonico e della corrispondenza epistolare avuta dalla famiglia Beltrami -- fu come quando in chiesa al cadere del crepuscolo serale un buffo di vento spegne la lampada. Prima la fiammella diffondeva dall'altare un mistico chiarore che faceva volgere lo sguardo al tabernacolo e invitava a pregare ; dopo il sacro luogo piglia l'aspetto di fredda solitudine. La presenza ininterrotta di un'anima santa entro una dimora di persone religiose irradia silenziosamente all'intorno influssi salutari, che si sperimentano senza avvertirli ; se ne avverte però il subito cessare, appena la sorgente onde emanavano vien meno ». Così fu a Valsalice; così nelle Case salesiane ove giungeva l'eco ed il frutto di tante sofferenze. La fama della scomparsa di un santo si diffuse non solo al paese natio, ove venne trasportata la salma per desiderio della famiglia, ma in Italia ed all'estero. Nel 1911, la Diocesi di Novara iniziò il Processo informativo integrato a Torino; e Benedetto XV, il 28 luglio 1920, autorizzò il Processo Apostolico che si chiuse il 19 febbraio 1929 colla ricognizione della salma già trasferita alla chiesa parrocchiale il 26 aprile 1921. Roma convalidò il Processo Apostolico il 31 gennaio 1939. In attesa della glorificazione, noi raccogliamo le parole che il Servo di Dio disse un giorno al confratello Don Amilcare Bertolucci, oggi associato nella sofferenza: « Alla Congregazione salesiana sono necessari non molti che lavorino, ma molti che soffrano e... che sappiano soffrire ». Saper soffrire ! Ecco il grande insegnamento non solo pei Salesiani, ma per tutti i fedeli cristiani !
Riesi - Festa patronale e presa di possesso parrocchiale.
La graziosa cittadina di Riesi - che, mesi addietro, come abbiamo annunciato, accolse con tanta deferenza i Salesiani - nello scorso mese di settembre celebrò con tutta la solennità la sua festa patronale durante la quale il Vicario Generale della Diocesi immise in possesso della parrocchia il nuovo parroco. La popolazione venne preparata da un triduo predicato da S. E. Mons. Felice Ambrogio Guerra, Arcivescovo salesiano, il quale giunse in Riesi la sera del 10 settembre u. s. recando un'insigne Reliquia di San Giovanni Bosco, accolto da tutta la popolazione, con a capo il Podestà Avv. Cav. Janni, il Pretore, il Maresciallo comandante la zona e le altre autorità. Rappresentava il Vescovo Diocesano il Vicario Generale Mons. Fondacaro. Entrato processionalmente nella Basilica Matrice, S. E. Mons. Guerra tenne un elevato discorso sul centenario dell'Opera Salesiana, quindi cominciò il triduo per la festa patronale di Nostra Signora della Catena. Il giorno 13, Mons. Fondacaro, con solenne cerimonia, immise in possesso dell'Arcipretura della Parrocchia Matrice il nostro prof. Don Crispino Guerra, fratello dell'Arcivescovo, nominandolo in pari tempo Vicario della chiesa parrocchiale del Rosario. Pronunciò quindi un fervido discorso il rev. Don Ferdinando Cinque, ben lieto di vedere affidata ai Salesiani la cura delle anime a lui tanto care; e Mons. Vicario Generale porse i rallegramenti e gli auguri di S. E. Mons. Sturzo, Vescovo Diocesano. Chiuse la funzione il nuovo parroco ringraziando autorità e popolazione ed assicurando da parte della Società Salesiana il più fervido zelo pel bene delle anime.
Il giorno 14, la festa patronale si iniziò con un bel concorso alla santa Comunione ed alle funzioni pontificali. S. E. Mons. Felice Guerra, con brio giovanile, fece il panegirico della Vergine Santissima, e Mons. Vicario Generale chiuse la celebrazione colla Benedizione Eucaristica.
Grottaferrata - L'Em.mo Card. Marmaggi alla celebrazione di San Giovanni Bosco.
Con devota solennità e soprattutto con grande concorso di fedeli s'è celebrata a Grottaferrata, nella nostra chiesa parrocchiale del S. Cuore, la duplice data centenaria della prima Messa di San Giovanni Bosco e dell'inizio dell'Oratorio Salesiano. Vi portò lo splendore della Sacra Porpora S. Em. Rev.ma il Sig. Card. Francesco Marmaggi, Prefetto della S. C. del Concilio.
Durante il triduo predicò l'Ispettore salesiano Don Evaristo Marcoaldi ed impartì la benedizione eucaristica S. E. Mons. Basilio Cattan, Arcivescovo tit. di Proconneso. La festa si iniziò colla Comunione generale alla S. Messa celebrata dall'Ecc.mo Mons. Budelacci, Ausiliare di Frascati, il quale assistette pontificalmente a quella cantata da Mons. Pio Rossignani, Canonico Vaticano. Presenti, le autorità civili e politiche tra le quali il podestà Comm. Giovagnoli- ed il segretario politico Cav. Tanzi.
Alla sera, dopo il discorso di chiusura tenuto dallo stesso Ispettore, Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Francesco Marmaggi impartì la Benedizione eucaristica. L'indimenticabile festa venne rallegrata da un paterno telegramma del Santo Padre, inviato a S. E. Mons. Budelacci, e di cui Mons. Rossignani diede lettura, dopo la Messa cantata, nei locali adiacenti alla sacrestia.
Nel messaggio Sua Santità si compiaceva della centenaria celebrazione in onore di S. Giovanni Bosco e in memoria del primo Oratorio Salesiano, ed, invocando la propizia intercessione del grande Santo, inviava di tutto cuore la implorata Benedizione Apostolica.
Crociata Catechistica.
Cortona - Il primo congresso catechistico diocesano.
Dall'11 al 13 settembre u. s. si è celebrato in Cortona il primo Congresso Catechistico Diocesano, come una continuazione del Sinodo-Diocesano del 1935, ed anche per unirsi alla nostra Crociata.
L'Ecc.mo Vescovo Mons. Franciolini intensificò la preparazione immediata visitando tutte le scuole catechistiche parrocchiali, sottoponendo gli alunni all'esame annuale, e portando ovunque la sua parola incitatrice, compiacendosi del lavoro attuato. Il Congresso si aperse solennemente in Cattedrale. Il numeroso Clero ascoltò con devozione la parola di S. E. Mons. Vescovo che, dopo aver dato il saluto a nome dei presenti e della Diocesi ai figli di S. Giovanni Bosco, maestri delle giornate di studio, si disse felice di poter continuare l'opera a vantaggio del Catechismo già iniziata con il Sinodo Diocesano e promossa insistentemente con la sua premura nelle visite Pastorali e occasionali; e additò S. Giovanni Bosco, sotto la cui protezione erano poste le giornate, come modello del sacerdote catechista. S'intonò quindi il Veni Creator per invocare l'aiuto dello Spirito Santo sui Maestri e sui partecipanti.
Prima di iniziare i lavori, ebbe luogo l'inaugurazione della Mostra Catechistica dell'Associazione Interparrocchiale di Città. Visitata la mostra, il Clero si riunì nel teatrino del Seminario.
I nostri confratelli trattarono i temi: Vita sacerdotale e insegnamento catechistico - Catechismo nelle parrocchie - Organizzazione- di un Centro catechistico - Catechismi di perseveranza - Catechismo agli adulti.
Il Segretario dell'Ufficio Catechistico Diocesano diede relazione dello stato attuale dell'insegnamento catechistico in Diocesi. Interessanti le discussioni seguite ad ogni lezione nelle quali i Parroci poterono anche far conoscere ed apprezzare quanto in proposito avevano di esperienza. Conclusero l'Ispettore dei Salesiani e S. E. Mons. Vescovo, i quali si augurarono nuovo spirito e nuova volontà nel campo dell'insegnamento catechistico.
Per la seconda giornata di studio furono adunate le Suore, Insegnanti delle scuole elementari, catechiste e giovani di Azione Cattolica le quali nel teatrino del Seminario al mattino ebbero il saluto da Monsignor Vescovo visibilmente soddisfatto per il numero delle partecipanti, alcune venute da lontano anche con non lievi sacrifici. Dopo la lezione di D. Panzarasa su La missione del Catechista, Suor Rinaldi, Figlia di Maria Ausiliatrice, parlò del Catechismo ai fanciulli, e Don Bottini presentò ed illustrò, come nel giorno precedente, la filmina sulla organizzazione di un centro catechistico. Nel pomeriggio D. Luzi parlò della Formazione delle Catechiste e la Suora trattò del Catechismo alle adulte. La maestra Pia Mirri, Insegnante in Diocesi, espose con molta chiarezza le Esperienze della nostra scuola. Seguì una lezione pratica per le alunne di terza, quindi la giornata si chiuse con parole di Don Marcoaldi e di Mons. Vescovo, il quale dopo aver seguito le lezioni della giornata portando la sua esperienza nelle varie discussioni, impartì la benedizione pastorale. Degna di essere additata è la generosità di S. E. Mons. Vescovo che, oltre a mettere a disposizione vistosi premi per gli esami annuali del Catechismo, farà in quest'anno pervenire a tutti i parroci per le catechiste, e alle insegnanti delle elementari una copia del Re dei Libri.
Il Congresso ebbe termine il giorno 13. Nel mattino una schiera molto numerosa e scelta di bambini provenienti dalle scuole catechistiche parrocchiali di tutta la Diocesi si radunò al Centro per La Giornata della Fanciullezza, la quale si iniziò colla S. Messa in Cattedrale, celebrata da Mons. Vescovo che rivolse al Vangelo parole di saluto ai fanciulli già ben disposti in Chiesa ed assistiti dai propri parroci, suore e catechiste. Dopo la refezione i bambini furono adunati in Seminario per assistere a lezioni illustrate con filmine sulla Santa Messa, la vita di Domenico Savio, ecc. Nel pomeriggio, dopo vari canti sacri, Don Panzarasa con un discorso dialogato ricordò ai bambini i loro doveri di alunni della scuola di Catechismo. Col canto del Christus vincit tutti i partecipanti ritornarono quindi in Cattedrale per la solenne conclusione del Congresso. Dopo il triplice ricordo di D. Luzi: « Studiare il Catechismo - Vivere il Catechismo - Difendere il Catechismo », Mons. Vescovo intonò il Te Deum ed impartì la Benedizione Eucaristica.
Sua Santità si degnò di inviare a mezzo di Sua Eminenza il Cardinale Segretario di Stato, il suo plauso e la Benedizione Apostolica.
Dal NOTIZIARIO delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Quantunque più lunghe del solito per l'anticipata chiusura delle scuole, le vacanze non resero deserte le Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice, poichè dappertutto, seguendo i suggerimenti dati dalla Madre Generale, esse aprirono fiorenti dopo-scuola, provvidi laboratori estivi di vario genere; e, nell'intento di venir in aiuto alle mamme occupate straordinariamente nel lavoro, in molti luoghi, specie rurali, protrassero senza soste l'assistenza negli asili infantili, prolungandone l'orario assai più del consueto, anche fino a sera.
Dovunque continuò in tal modo l'affluenza dei bimbi e delle fanciulle, e quindi la felice possibilità di fare un po' di Catechismo quotidiano e di svolgere quell'opera educativa, che è posta sempre a fondamento delle loro varie attività.
Molto frequentati poi furono i Corsi speciali per Suore insegnanti, nelle varie Ispettorie, con programmi specializzati, e particolarmente di Disegno, di Lavoro, di Economia domestica e di aggiornamento per Maestre di Scuole Materne, allo scopo di rendere gli Asili Infantili atti a servire, nel nuovo anno scolastico, d'esperimento secondo il nuovo indirizzo della Carta della Scuola. Altri Corsi ebbero in programma materie puramente culturali, artistiche e soprattutto di studio per rispondere alle particolari esigenze della Scuola Media.
Tutti si svolsero col più vivo interesse e la più grata soddisfazione.
Mentre la Patria è in armi.
Le necessità della guerra hanno fatto riabbracciare alle Figlie di Maria Ausiliatrice un'opera, che in tempi ordinari non entrerebbe nel programma dell'Istituto: l'assistenza negli Ospedali Militari. Al presente in Italia sono cinque quelli affidati alle loro cure: uno a Torino nell'Istituto « Card. Richelmy » del Martinetto; tre a Baveno sul Lago Maggiore negli alberghi « Lido », « Bella vista » e « Sempione »; e uno ad Acerra presso Napoli. Fra tutti prestano servizio circa una cinquantina di Suore, le quali vi si prodigano senza posa con spirito di cristiana carità e vivo e grato sentimento di amor patrio.
I rispettivi Superiori militari, ammirati del loro generoso spirito di dedizione, espressero ripetutamente il pieno compiacimento per l'opera che vanno prestando, e se una raccomandazione ebbero motivo più volte di ripetere, fu solo quella di risparmiarsi e di aver riguardo alle proprie forze. Visite illustri, quali quella dell'A. R. la Duchessa di Pistoia negli Ospedali di Baveno l'8 maggio u. s., confermarono con lusinghiere parole di plauso l'encomio delle autorità locali.
E non meno gradita la voce di piena soddisfazione delle centinaia e centinaia di soldati degenti, che risposero e vanno rispondendo con fervida e cordiale riconoscenza alle cure di cui furono e sono oggetto. Lo manifestarono in special modo nella festa di Maria Ausiliatrice, in cui si ebbe in ognuno dei vari Ospedali una Comunione veramente generale, ripetuta in altre solennità e nel 1° venerdì di ogni mese. Del resto è dovunque quotidiana, fra i convalescenti, la numerosa affluenza alla Cappella per la santa Messa, la recita del santo Rosario e la Benedizione della sera; il che, se è certo portato dal fervido spirito religioso che anima in questa grande ora i nostri soldati, è pure in alcuni efficace risposta verso chi medicando le ferite del corpo non dimentica di giungere anche a quelle dell'anima. Ed ecco registrate qua e là con caratteri d'oro alcune poche, ma preziose prime Comunioni, e altri forse più frequenti ritorni a Dio, anche dopo anni e anni di lontananza: episodi di grazia e di misericordia divina non sempre noti, ma sempre fioriti dall'immutato programma: da mihi animas!
La Medaglia d'Oro dei Benemeriti dell'Educazione Nazionale alla SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE
Siamo davvero lieti di poter dare a tutti i nostri amici notizia di un'alta distinzione toccata alla Società Editrice Internazionale:
« SU PROPOSTA DELL'ECCELLENZA BOTTAI, MINISTRO DELL'EDUCAZIONE NAZIONALE, LA MAESTÀ DEL RE IMPERATORE SI È DEGNATO CONCEDERE ALLA S. E. I. LA MEDAGLIA D'ORO DEI BENEMERITI DELL'EDUCAZIONE NAZIONALE, QUALE RICONOSCIMENTO DELL'ATTIVITÀ SPIEGATA A VANTAGGIO DELLA SCUOLA ».
Lo stesso Ecc.mo Ministro, inaugurando il 5 ottobre u. s. a Torino il nuovo anno scolastico, ne ha consegnato personalmente il Decreto al Direttore Generale Comm. Giuseppe Caccia, cui la Società deve la sua rapida affermazione ed il crescente sviluppo.
Anche dal conciso linguaggio della comunicazione fatta dalla più alta autorità della Scuola è facile intendere nella loro complessità tutti gli elementi che egli seppe far concorrere a collocare la S. E. I. fra i pochissimi istituti editoriali ritenuti degni di tanta distinzione.
Chi ha motivo di occuparsi di cose scolastiche e vive della Scuola per magistero quotidiano o per l'interesse che può e deve porre agli studi e all'avvenire dei figli, sa quale importante posto occupi ormai la Società Editrice Internazionale nel ruolo della nostra editoria scolastica. Non è scuola del Regno pubblica o privata ove non si usino libri di sua edizione. Nel vario ed assiduo evolversi della scuola essa ha seguito con sempre maggiore alacrità e copiosità di contributi la volontà del legislatore, provvedendo la popolazione studiosa d'Italia d'un corredo di opere che costituiscono una completa attrezzatura di strumenti del sapere messa al servizio delle nuove generazioni.
Nel campo dell'alta cultura la S. E. I. è ormai entrata con opere di riconosciuto universale valore; nel campo religioso vanta centinaia di pubblicazioni, molte delle quali veramente fondamentali; mentre nella letteratura ricreativa ha ben dimostrato che si può giungere al grande pubblico che legge senza rinunciare ai principi dell'onestà e della purezza.
È davvero per noi motivo di soddisfazione constatare che il grande istituto editoriale additato dalla più alta Gerarchia della Nazione all'ammirazione e alla riconoscenza degli Italiani studiosi e della Patria intera, ha portato innanzi, anche tra vicende e tempi talora avversi, durante una fervida vita ultra trentennale, quelli che sono stati i principi di D. Bosco sulle funzioni morali e civili del libro: illuminare di fede il sapere; assecondare il gusto del leggere, temperandolo nel sano intento di educare e di guidare il popolo verso alti ideali; servire la Scuola nelle sue necessità materiali e spirituali fornendole testi degni delle sue rinnovate fortune.
La Società Editrice Internazionale nata sul ceppo delle librerie di D. Bosco ha raccolto e fatto suo tutto l'ammaestramento che le veniva dall'attività editoriale ispirata dal Santo; attività che sotto l'insegne della «Buona stampa » valse a diffondere a centinaia libri dei quali molti sono tuttora vivi e operosi di bene.
Ma quale altro ritmo di lavoro e di produzione, da allora!
Le officine grafiche della S. E. I. sono oggi in Italia tra le più e meglio attrezzate: provvedute di rotative, di macchine fotolitografiche e dei più moderni impianti per la stampa e la composizione meccanica e la legatoria.
Il nostro Bollettino, le più importanti pubblicazioni periodiche salesiane, i libri che dalle nostre pagine veniamo consigliando ai lettori e amici nostri, escono dagli stabilimenti della S. E. I. la cui attività si rivolge al ramo scolastico, religioso, teatrale, musicale, tecnico, ricreativo e culturale, in un ritmo altissimo di produzione. Nel 1940 la S. E I. ha pubblicato un totale di duecentocinquanta opere assolutamente nuove di carattere religioso, di argomento storico, economico, letterario e scientifico, di genere scolastico, di amena lettura, di arte, musica e teatro.
La sua organizzazione libraria e commerciale si è fatta vasta, profonda, capillare, stabilendo centri di diffusione del libro in ogni città italiana e grandi filiali nelle maggiori, e rapporti con tutti gli istituti di istruzione, di educazione e di cultura d'Italia.
Questa, in rapida sintesi, la magnifica struttura dell'istituto editoriale che la Maestà del Re Imperatore, su proposta dell'Eccellenza Bottai, ha insignito della Medaglia d'oro dei Benemeriti dell'Educazione Nazionale.
Noi ci associamo quindi di gran cuore al plauso che alla Società Editrice Internazionale giunge da ogni parte d'Italia per voce e consenso di gerarchi della Chiesa, della politica e della scuola, mentre partecipiamo la nostra gioia ai Cooperatori, agli amici della Famiglia salesiana, perché veggano nel premio elargito da così alta cattedra alla benemerita Casa un nuovo e consolante segno della perenne e crescente vitalità del pensiero di Don Bosco, un riconoscimento della bontà di ogni opera che attinga al suo consiglio e al suo ammaestramento.
Ai Reverendi Direttori Diocesani e Decurioni dei Cooperatori Salesiani.
Stiamo curando la ristampa degli elenchi aggiornati dei Direttori Diocesani, Decurioni e Zelatori delle varie Ispettorie d'Italia. Si è già iniziato il lavoro nelle Ispettorie: 1) Ligure-toscana; 2) Romana; 3) Napoletana.
Abbiamo rivolto invito ai Direttori Diocesani, ai Decurioni e ai Parroci delle Diocesi delle tre Ispettorie di confermarci o darci la loro adesione.
Preghiamo coloro cui, per disguido, non fossero pervenute le nostre circolari, di farcela pervenire con cortese sollecitudine.
Inviare indirizzo coi dati chiari e completi per la stampa: Alla Direzione Generale dei Cooperatori Salesiani - Via Cottolengo 32 - TORINO (109).
GIAPPONE
Amatissimo Padre,
grazie all'assistenza materna di Maria Ausiliatrice, tutto procede bene. La vecchia baracca primitiva fu abbattuta ed ora, sul posto di prima, sorge una bella casetta con dieci stanze. Abbiamo una media di dieci-dodici battesimi al mese: conversioni che sono veri prodigi della grazia di Dio. L'orfanotrofio delle suore è ampliato: si inaugurerà a Pasqua. Gli orfani son già novanta e vivono della carità che proviene da tutto il Giappone. Le autorità municipali e provinciali aiutano e proteggono l'opera che è la meglio organizzata di tutto l'impero. Il Giappone non aveva ancora opere di questo genere; ora le apprezza e si va orientando verso istituzioni di carità in cui noi cattolici siamo all'avanguardia. Il tubercolosario conta sessanta ricoverati e funziona assai bene. Fu ampliato e dotato di chiesa, casa del cappellano, casa delle infermiere. Si continua a fabbricare per favorire maggior numero di ammalati: C'è in progetto anche un sanatorio per bimbi gracili, un asilo d'infanzia, ed un Piccolo Cottolengo. La scuola femminile, diretta dalle medesime signorine infermiere, è molto fiorente e frequentata dalle giovani che si preparano al matrimonio. L'Oratorio è ormai quotidiano ed assai frequentato. Se avessi ancora un sacerdote, un chierico ed un coadiutore potremmo far di più; ma Mons. Cimatti mi ha detto che per ora non può aiutarmi. L'anno scorso abbiamo avuto oltre un centinaio di battesimi; quest'anno speriamo di più. Aiutateci colle vostre preghiere e benedite quest'opera provvidenziale.
Beppu, 27-II-1941.
Aff.mo in G. C.
Sac. ALBANO CECCHETTI Missionario Salesiano.
Il culto dei morti in Giappone.
Rev.mo ed amat.mo sig. D. Ricaldone,
ormai tutte le nostre residenze hanno il loro cimitero, terra benedetta; e all'ombra della croce, che maternamente allarga le sue braccia, riposano i nostri angioletti, giovani e ragazze, speranze delle loro famiglie, babbi e mamme, vecchi dell'ospizio o ammalati che ebbero la grazia della fede poco prima di morire... Beati loro! In pianura, tra il verde dei colli, in piccoli boschi stanno allineate le croci, i monumentini, le stele sepolcrali, circondate di fiori svariati. Il cimitero cattolico di Miyazaki nel decorso degli anni, per gli ampliamenti del cimitero pagano, è venuto a trovarsi proprio nel centro, e la cappella sormontata dalla croce domina così su tutto, e benedice tutti quei che riposano nella pace eterna.
Il culto dei morti in Giappone! Ci sarebbe da scrivere un grosso volume. Ciò che è sentimento naturale per ogni popolo qui viene ad assumere un tono, un colorito tutto particolare. Lo si estrinseca nella credenza della sopravvivenza delle anime, e nel cerimoniale dei funerali più o meno sontuosi secondo le varie sette religiose e tutti permeati di profondo simbolismo.
La salma è circondata di fiori e profumata da incenso offerto sotto forma di candelette o sparso sui carboni. Si mettono in vista davanti al defunto le offerte dei doni più gustosi di monte e di mare. Si fanno discorsi di apoteosi del defunto. Nei grandi centri le distanze obbligano a servirsi del carro funebre e delle automobili, togliendo tanto di quelle pittoresche processioni funebri, che si possono osservare nei villaggi.
Tolgo dagli appunti di un missionario giapponese la relazione schematica di una sepoltura di rito buddistico (setta Zen e Jodo). Il nostro D. Marega sta preparando attivamente uno studio esauriente sul buddismo giapponese; ben venga a grande vantaggio dei missionari e degli studiosi l'importante opera!
1) Avvenuta la morte si rivolge il cadavere in modo che la testa guardi a settentrione. Davanti al morto si mettono fiori di carta e l'offerta di riso e incenso sull'apposito tavolinetto; vicino al letto una spada o un coltello o un rasoio, affinchè gli spiriti di animali non invadano il corpo del morto. L'altarino domestico vien nascosto con carta, perchè non sia macchiato per la morte.
Giunge il bonzo, che, dopo varie orazioni, impone il nuovo nome al defunto. Si preparano le vesti al morto e lo si riveste, facendole indossare come il grembiule dei fanciulli. Veglia notturna.
2) Prima di deporre il defunto nella cassa, gli si rade la capigliatura. Lo si lava con acqua calda prendendola ed effondendola colla mano sinistra. Il morto è vestito degli abiti del viandante, bastone, ombrello, la borsa del mendicante al collo, qualche alimento e qualche soldo ed oggetti a lui cari durante la vita.
3) Trasporto del defunto al tempio: la processione è formata dai portatori di offerte (una scodella di riso e l'incenso), dei gonfaloni con iscrizioni, delle tavolette con le scritte dei nomi degli antenati; dai parenti che reggono dei cordoni che partono dalla bara; dai bonzi che pregano. Giunti al tempio i parenti fanno un triplice giro attorno. La salma, deposta sulla veranda del tempio, è esorcizzata dal bonzo con preghiere ed aspersioni; tutti offrono l'incenso e così l'anima è degna di entrare nel tempio.
4) La salma o è inumata secondo le solite formalità (ed è uso che va sempre più estendendosi) oppure si procede alla cremazione (data dal 700, fu proibita nel 1873 e ripermessa nel 1875: si brucia cassa e corpo): i parenti colla sinistra prendono alcune ossa e le mettono in apposita urna, che viene poi conservata in casa o nel tempio o interrata.
Nel frattempo, quelli che restano a casa, con sale e cenere purificano l'ambiente. Quanti partecipano al funerale, ritornano a casa per altra via (per illudere lo spirito del morto) e si purificano le mani con acqua e sale. Poi grande cena con esclusione di carni, ad onore del defunto ed a sollievo dei vivi. Ed incomincia il tempo del lutto (7 settimane per i parenti, 5 per i coniugi, 5 per gli ascendenti, 3 per i figli) accompagnato da cerimonie particolari all'altare di famiglia.
Non meno interessanti sono i funerali in rito shintoista. Davanti all'anima (nella mattinata del 3° giorno) il kannoshi (prete shinto) vestito del bianco costume di rito con in mano lo scettro dell'autorità, compie la funzione. Dietro, o di fianco a sè, ha la cassa; dietro a lui stanno seduti i parenti. Si fanno le offerte di alimenti graditi al defunto (pesci, frutta, legumi, dolci ecc.) e la preghiera del funzionante è accompagnata da strumenti musicali ad indicare le sovrabbondanti gioie del cielo. La preghiera non è senza interesse sotto tanti rispetti, se la si medita bene: « Io dico: questa tavoletta degli antenati è stata purificata e santificata ed ora l'anima di N. N. vi ha preso dimora. Con nostro vivo rincrescimento dopo lunga malattia e numerose sofferenze (... o altro di analogo) hai voluto abbandonarci, come la corrente d'acqua che viene e se ne va, come la luna che si attenua nello splendore e scompare all'arrivo del giorno; è per questo che la tua anima è ancora piena di tristezza... A noi stessi tutto questo sembra un sogno, perchè non possiamo pensare come reale la tua scomparsa. Ma poichè l'uomo non può vivere che temporaneamente a questo mondo e non per sempre, noi reprimiamo fortemente il nostro dolore e ti prepariamo questa festa funebre. Ed ora che la tua anima è resa degna di abitare in questa tavoletta noi ti offriamo questi doni (e sono nominati) affinchè tu sia nel riposo e nella pace ». Si avanzano i parenti che offrono il ramo sacro, ornato di bindelle di carta bianca, e le offerte presentate prima vengono divise fra loro: coll'inclinazione profonda e il battere a due riprese le mani in segno di rispetto è compiuta la prima parte della funzione. Segue la levata del cadavere e l'addio del corpo alla sua famiglia e casa. Attorno alla cassa si rinnovano le solite purificazioni di persone e cose, si rinnovano le offerte (i poveri rioffrono quelle usate prima) al suono degli strumenti. Nuovamente il kannoshi esprime, con una nenia in duplice recto tono alternante, il dolore della famiglia e le conseguenze che si verificano per quella morte: « tu hai terminato il corso della vita, e ci hai preceduti in quella via che tutti dovremo percorrere dopo la morte... Il tuo focolare è divenuto vuoto e lugubre. Ecco i tuoi cari senza guida e simili a coloro che non han più la barca, che potrebbe trasportali all'altra riva del fiume. Ma siccome l'uomo riceve dagli Dei la sua forza e il suo principio vitale, egli non è per nulla padrone della sua vita. Facendo con tutta umiltà queste considerazioni noi pensiamo a te, noi rimasti soli e abbandonati, come piccola nube isolata errante qua e là sotto l'immensa volta del cielo... Ma come la rugiada che copre al mattino le erbe, lentamente scompare e svapora, possa così il nostro dolore avere un termine, noi che ora ti presentiamo questa funzione e queste offerte... ».
Si inizia il corteo funebre. Anticamente si feceva verso sera e allora due uomini precedevano con torcie. Ora in generale si fa al mattino e rimane il ricordo della torcia col bruciare un rotolo di carta rossa affisso a un bastone davanti alla cassa. Due uomini precedono con scope (richiamo antico alla pulizia delle strada per cui passava il corteo). Seguono ornamentazioni varie, rami verdi, quattro gonfaloni, due bianchi e due gialli senza scritta (forse simbolo di vestimenta che anticamente si seppellivano col morto), le tavolette colle offerte, i suonatori di strumenti, nuovi gonfaloni come prima, i portatori di archi, frecce, lance, ecc., nuovi kannoshi, portatori di corone e fiori; il gonfalone bianco su cui è scritto il nome del defunto, la tavoletta col nome degli antenati e finalmente la bara, portata da quattro uomini; poi un uomo portante un'assicella, su cui è scritto il nome e le qualità del defunto, che sarà issata sulla tomba. Seguono la famiglia, parenti, amici, vicini.
Giunti sul luogo della sepoltura si ripetono sommariamente le purificazioni ed offerte di prima, e il kannoshi intona l'elogio finale del defunto con un cenno sommario delle principali attività manifestate... « Ma noi esseri umani non abbiamo il potere di fissare la durata dalla nostra esistenza... ed anche tu cadesti ammalato e nonostante le cure dei tuoi, nonostante le preghiere rivolte agli Dei, nonostante le salutari medicine che furono date al tuo corpo, tu hai lasciato questo, il giorno... come dispare la goccia di rugiada quando l'astro del giorno riscalda il mondo coi suoi raggi... Pensando ai giorni che vivevi con noi, evochiamo la tua vita esemplare... Dona uno sguardo di benevolenza su questa cerimonia funebre, accetta questi doni che come addio ti offriamo, frutti del mare e frutti dei campi, e riposa in pace ».
Si susseguono discorsi in elogio del defunto e l'offerta del ramo sacro.
La cassa è posta davanti alla fossa: ultimo saluto, aspersione della bara e fossa con acqua salata, simbolo della purificazione del defunto dai suoi peccati e della tomba dalle impurità naturali, manate di terra sulla bara deposta nella fossa e con l'inchino profondo di rito finisce la cerimonia al cimitero.
Ritornati e casa, il kannoshi, annuncia: « Tu sei entrato nel lungo cammino senza fine della morte. I tuoi che ora han celebrato i funerali, eccoli intorno a te, non ti dimenticheranno, e ogni giorno e sempre ti manifesteranno onore e affettuosa attenzione. Tu pure sii per questa casa e per i sopravviventi una fedele protezione ».
Il 10°, 50°, 100° giorno dopo la morte, il 1° e 5° anniversario, si fanno feste commemorative.
Queste le linee schematiche delle manifestazioni funebri, varianti poi nei particolari a seconda delle condizioni delle persone, dei luoghi e delle credenze religiose del defunto o dei parenti.
Non sono meno solenni le manifestazioni che si fanno alle ceneri dei soldati morti in guerra. Al passaggio dei treni, alle stazioni di partenza e d'arrivo si radunano il popolo, le associazioni, e, con preghiere, offerte d'incenso, manifestano i sensi del loro cordoglio e del loro rispetto; oltre le funzioni funebri in famiglia, per conto della città o provincia se ne fanno delle pubbliche solennissime, cui partecipano autorità e popolazione.
All'altare di famiglia poi ogni giorno si tributano ai defunti omaggi diversi a seconda delle credenze religiose ed, a date fisse, al cimitero; i morti sono considerati spiriti tutelari della famiglia, cui si confidano le nuove di casa; in occasione di viaggio il buon giapponese prende congedo dalle tombe ed invoca protezione dai suoi cari morti.
Culto dei morti dunque in pieno, educativo e formativo, in casa e al cimitero, frequente contatto dell'anima giapponese colla morte... anche questo spiega assai del carattere giapponese. Non è raro il caso che i pagani al cominciare con noi discorsi d'assaggio sulla religione cattolica domandino: « E voi che fate per i morti ? ». Buona occasione per parlare dell'argomento. I cristiani giapponesi nella preghiera dopo i pasti aggiungono anche il pensiero ai loro cari morti.
Non mi parvero inutili questi accenni ai nostri lettori del Bollettino, perchè si pensa volentieri ai defunti. In attesa della nostra ora, aiutateci, amatissimo sig. D. Ricaldone, colle preghiere e coi mezzi a chiamare alla vita le tante anime a noi affidate.
Aff.mo nel Signore
Mons. VINCENZO CIMATTI.
I Cooperatori che, confessati e comunicati, visitano una chiesa o pubblica cappella (i Religiosi e le Religiose, la loro cappella privata) e quivi pregano secondo l'intenzione del Sommo Pontefice possono acquistare:
L'INDULGENZA PLENARIA
1) Nel giorno in cui dànno il nome alla Pia Unione dei Cooperatori.
2) Nel giorno in cui per la prima volta si consacrano al Sacro Cuore di Gesù.
3) Tutte le volte che per otto giorni continui attendono agli Esercizi spirituali.
4) In punto di morte se, confessati e comunicati, o almeno contriti, invocheranno divotamente il Santissimo Nome di Gesù, colla bocca, se potranno, od almeno col cuore.
OGNI MESE:
1) In un giorno del mese a loro scelta.
2) Il giorno in cui fanno l'Esercizio della Buona morte.
3) Il giorno in cui partecipano alla Conferenza mensile salesiana.
NEL MESE DI NOVEMBRE ANCHE:
1) Il giorno 21 - Presentazione di Maria SS. 2) Il giorno 22 - Santa Cecilia.
Carissimi,
quest'anno, venticinquesimo della morte di Guido Negri, il Ministero ha autorizzato la città di Este a dedicare la piazza del Castello al nome del « Capitano santo ». Non so se tutti voi conosciate questa eroica figura di ufficiale cattolico, caduto il 27 giugno 1916 sul monte Colombara. Alle diffuse edizioni delle. sue memorie biografiche (1) sta per aggiungersi in questi giorni un riuscitissimo profilo stampato apposta pei soldati. È una figura di primo piano, tutta luce e tutta forza. Tempra adamantina, serbò la sua purezza illibata fino alla morte vivendo di Gesù Sacramentato. Coscienza intemerata, crebbe al culto del dovere fino al sacrificio. Cuore nobilissimo, si aderse all'amore di Dio fino alla passione dei santi. La Fede fu la sua bandiera che portò alta, spiegata di fronte a tutti, dalla famiglia nella scuola, dalla caserma alla trincea, all'assalto. Basta ricordare che proprio in quella piazza Castello, che oggi porta il suo nome, egli apparve, un mese prima di morire, reggendo, nella sua brillante divisa di capitano, l'ombrella al curato del Duomo che portava il SS. Viatico ad un'inferma fuori città.
Unico uomo, oltre il prete, in un gruppo di pie donne!
Un mese dopo egli dava la vita per la Patria che gli conferiva la Medaglia d'Argento colla seguente motivazione « Primo fra i primi, col nome della Patria sulle labbra, trascinava con esempio , fulgido e magnifico la sua compagnia all'assalto di una fortissima posizione avversaria. Colpito al cuore dal piombo nemico, lasciava la giovane esistenza sotto i reticolati. Monte Colombara, 27 giugno 1916 ».
Miei cari: voi che adesso ammirate sovente in chiesa ufficiali e soldati, in divisa, a compiere con tanta edificazione i loro doveri religiosi, forse non misurate a sufficienza il valore del gesto del Capitano Guido Negri. Ma dovete sapere che a quei tempi ci voleva del fegato in un militare per andare in chiesa, e tanto più per accompagnare il Santissimo Sacramento in pubblico, in divisa: il minimo che poteva capitare era un diluvio di scherni e di derisioni; non di rado costava la carriera. L'esempio del Capitano Guido Negri vi sproni pertanto a professare sempre coraggiosamente la vostra fede, ed a crescere degni delle gloriose tradizioni dei nostri migliori soldati.
Vostro aff.mo DON GIULIVO.
(1) GIUSEPPE GHIBAUDO - Un Capitano santo. - S. E. I. - L. 12.
Sac. CRIPPA D. GIOVANNI, da Asso (Como), † a Tres Lagoas (Matto Grosso) il 1-VIII-1941 a 80 anni.
Sotto la guida di Don Bosco si temprò alla vita salesiana e missionaria, diventando un vero apostolo degli Oratori festivi e delle Missioni. L'Uruguay ed il Brasile godettero in particolare del suo zelo e ne serbano gratissima memori: ma soprattutto le nostre missioni tra i Bororos del Mattogrosso ove si prodigò senza risparmio per l'evangelizzazione e la civilizzazione degli indigeni con mirabile fervore, dolcezza e soavità di modi. Trascorse gli ultimi vent'anni in Campo Grande, preferendo al modernissimo Collegio, le privazioni, gli stenti, le fatiche dell'apostolato suo prediletto fra i bimbi più poveri dell'Oratorio festivo e gli adulti analfabeti.
Sac. FRIGERIO D. CARLO, da Casletto (Como), † a Buenos Aires (Repubblica argentina) il 1-V-1941 a 75 anni.
Magnifica tempra di missionario, anche D. Frigerio crebbe tra i Figli di Maria negli ultimi anni della vita di D. Bosco e, dopo aver esercitato l'ufficio di amministratore nel nostro Collegio di Sampierdarena, nel 1906 raggiunse la Patagonia ove profuse il suo zelo apostolico e la sua abilità nella scuola agricola di Roca a Viedma, prodigandosi con vero spirito salesiano per oltre 40 anni senta mai concedersi un po' di vacanza. Particolare-incremento diede alle varie Case che diresse ed alla parrocchia di Allen ove in due anni organizzò tutta l'attività parrocchiale e l'Azione Cattolica con edificante fervore.
Coad. DE LARA GIOVANNI, da Londra (Inghilterra), † a Chieri (Torino) il 15-IX-1941 a 66 anni.
Con lui si è estinta una millenaria Famiglia di nobile origine spagnuola, che annovera fra i suoi antenati S. Isidoro di Siviglia, S. Ermenegildo Martire e il Re Alfonso I il Cattolico.
Nel XV secolo i De Lara passarono in Francia, imparentati con le più nobili famiglie francesi. II nonno fu Paggio dell'infelice Re Luigi XVI e gran Segretario della Legion d'Onore. Il nostro ottimo confratello ha chiuso l'albero genealogico con il nome di Erwige, Principe e Conte de Lar-De Lara, Duca di Amaya, Barone di Arrière. Ma non fece mai pompa dei suoi natali. Rimasto orfano di madre nell'anno stesso della nascita, sentì giovanetto l'aspirazione alla vita religiosa. A otto anni il Padre lo affidò alle cure materne di una santa donna: Luisa-Teresa di Montaignac, fondatrice di numerosi istituti di educazione, orfanotrofi, scuole apostoliche per ragazzi, opere per le chiese povere, grande cooperatrice del P. Gautrelet nella fondazione e propagazione dell'Apostolato della Preghiera. La Serva di Dio, di cui è introdotta la causa di Beatificazione, l'affidò nel 1889 al direttore della Casa salesiana di La Navarre donde il Signore lo chiamò a far parte della Famiglia Salesiana.
Passò 35 anni nella Casa-madre di Torino dirigendo con amore e competenza la scuola tipografica salesiana, fedele allo spirito ed ai criteri del santo fondatore Don Bosco nell'apostolato della buona stampa. Divotissimo di Maria Ausiliatrice, lascia l'esempio di una pietà sentita e profonda, di una grandissima umiltà e vero spirito salesiano.
Coad. SAVIAN LUIGI, da Maserada (Treviso), † a Mogliano Veneto (Treviso) il 27-VIII-1941 a 80 anni.
Tra la Chiesa e l'orto divideva le sue giornate, consacrate, nell'umiltà del lavoro domestico, tutte al Signore, con cui viveva in fervida unione di mente e di cuore, felice di essere figlio di D. Bosco.
Coad. BERTON ANGELO, da Vas (Belluno), † a Santiago (Cile) il 15-VI-1941 a 77 anni.
Passò 47 anni come maestro falegname nelle nostre scuole professionali di Santiago, tutto dedito al bene dei giovani cui si prodigava con vero spirito salesiano.
Coad. PETAZZI ANSELMO, da Menaggio (Como), † a Port Chester (S. U. A.) il 20-V-1941 a 64 anni.
In America si affezionò tanto all'opera di Don Bosco, che domandò di farsi salesiano. E fu un vero apostolo della gioventù in quelle nostre parrocchie dov'egli rivelò subito un'abilità particolare nell'attirare i fanciulli alla chiesa, nell'insegnare il Catechismo e nel prepararli ai santi Sacramenti.
Mons. GIACOMO MOGLIA, † a Genova il 19 agosto u. s. a 60 anni.
Eletta figura del Clero genovese, Canonico Teologo della Metropolitana, Dottore Collegiato e Professore di Teologia Morale e Liturgia nel Seminario Arcivescovile, Officiale del Tribunale Ecclesiastico Ligure, rifulse sulla cattedra e nel sacro ministero per sodezza di dottrina, ampiezza di cultura, instancabile zelo, pietà vivissima cd ineffabile bontà. Ma il suo nome è particolarmente legato alla diffusione del senso e della preghiera liturgica in mezzo al popolo che curò soprattutto colla fondazione dell'Associazione dell'Apostolato Liturgico. Noi lo annoveravamo anche fra i più cari ed affezionati Cooperatori e perciò lo raccomandiamo caldamente ai cristiani suffragi degli iscritti alla Pia Unione.
Prof. Dott. GUIDO REINA, † a Lodi il 17-VIII u. s.
Primario e Direttore dell'Ospedale Maggiore, univa alla valentia professionale una coscienza profondamente cristiana educata nel nostro Collegio di Treviglio. Presidente degli Ex-allievi e dei Cooperatori di Lodi, nonostante gli impegni della sua professione, era sempre primo in tutte le iniziative che potevano ridondare a gloria di S. Giovanni Bosco ed a favore dell'Opera sua. Lascia col largo rimpianto il ricordo indelebile di una vita esemplare e di un edificante apostolato professionale.
MAIOCCHI ERNESTA ved. SARA, † a Broni il 28-VIII u. s.
Donna di profondi sentimenti cristiani, fu benedetta da Dio colla vocazione del figlio Don Pietro alla Società Salesiana e di una figlia all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
NOBILDONNA ELVIRA SPASARI ved. DELL'APA, † a Chiaravalle Centr. il 14-VI u. s. a 69 anni.
Anima eletta, tutta di Dio, consacrò la sua vita alla pietà ed alle opere di carità prediligendo con particolare affetto quelle di Don Bosco cui professava vivissima venerazione.. Mamma dei poveri, dirigeva la Pia Unione dei Cooperatori con fervido zelo, esempio a tutti di quello spirito evangelico che rende doppiamente prezioso l'apostolato.
CAV. GAETANO NORILLER, † a Bolzano a 71 anni.
Allievo dell'Oratorio di Torino quando viveva ancora D. Bosco, conservò sempre tenera divozione al Santo e fu fervente cooperatore delle Opere Salesiane.
Altri Cooperatori defunti:
Aicardi Stefano, Cipressa (Imperia) - Amelotti Giuseppe, Valenza (Alessandria) - Andrione Luigi, Arignano (Torino) - Astorri Maria, Treviso - Boninsegna Bonina, Predazzo (Trento) - Bortolotto Sartori Silvia, Malo (Vicenza) - Bresciani D. Giovanni, Odono (Brescia) - Gabiddu Antonio, Lanusei (Nuoro) - Campo D. Giuseppe, Villapriolo (Enna) - Candrilli Arturo, Villarosa (Enna) - Cominotti Giulia, Preseglie (Brescia) - Crocco Zefirina, Crocefieschi (Genova) - Cuchetti Riccardo, Torino - Denesini Ercole, Torino - De Muro Marietta ved. Manca, Cagliari - De Sanctis Nicola, Cogli (Pesaro) - Destefani Paolina, Legnago (Verona) - Destefar.o Dott. Annibale, Avellino - Fangareggi Rosa, Torino - Francesetti Giovanni, Ribordone (Aosta) - Gagliardi Natale, Chiaravalle Centrale (Catanzaro) - Gallotti Giuseppe, Tromello (Pavia) - Gamba Giuseppe, Sessant (Asti) - Garrone Antonietta, Torino - -Gianello Giuseppe, Schio (Vicenza) - Giovannini Anna - Giusti Virginia, Pisa - Magrinelli Gaetano, Soave (Verona) - Menga Ferdinando, Montaguto (Avellino) - Naccari Maria, Chioggia (Venezia) - Novelli Cav. Enrico, Filetto (Massa) - Oliva Clementina, Coazze (Torino) - Ortu Anna Maria, Milis (Cagliari) - Pallavicini Doralice, Brescia - Piccioni Giuseppe, Castelplanio (Ancona) - Pogolotti Dott. Paolo, Giaveno (Torino - Salusso Giovanni fu Domenico, Basse (Cuneo) - Scaramuzzi Maria, Sulzano (Brescia) - Scelfo D. Francesco, Villarosa (Enna) - Speziale Cesarina, Campo Tartano (Sondrio) - Stefanoni Dott. Gerardo, Milano - Tattara Ponzano Cont.sa Nilde, Bassano del Grappa (Vicenza) - Testa Giuseppe, Seriate (Bergamo) - Torello Giuseppe, Seriate (Bergamo) - Travaini Federico, Maggiate Gattico (Novara) - Valmacchino Giovanna ved. Verderone, Leinì (Torino) - Valsavia Casetta Domenica, Moncalieri (Torino) - Vancheri Calogero, Villarosa (Enna) - Zonghi Mons. Giovanni, Roma.