Anno LXVIII - n. 1 - GENNAIO FEBBRAIO 1944 - XXII
SOMMARIO: Il IV Successore di San Giovanni Bosco ai Cooperatori e alle Cooperatrici Salesiane - Sotto la cupola dell'Ausiliatrice - In famiglia - Tesoro spirituale - Dalle nostre Missioni: Egitto, Palestina, Cina, India, Tailandia - Il Giubileo d'Oro delle Missioni Salesiane dell'Equatore - Necrologio - Crociata missionaria.
Benemeriti Cooperatori e Benemerite Cooperatrici,
Mai come oggi ho sentito in cuore viva la brama d'indirizzarvi una parola che riesca a portare luce di serenità e balsamo di conforto al vostro spirito. Quando la bufera è universale, su tutti indistintamente si scatenano disastri e sciagure: per questo sarebbe mio ardente desiderio a tutti far giungere una voce rasserenatrice e confortante.
Nell'anno testè trascorso io vi eccitava alla speranza. Oggi vi dico: Accostiamoci a Dio con pienezza di Fede. È questa la Strenna che S. Giovanni Bosco ci manda dal Cielo.
Intorno a noi tutto, a volte, sembra crollo e rovina: allora soprattutto dobbiamo ricordare che, a nostra difesa, da Gesù Cristo ci fu dato lo scudo della fede.
In alto adunque gli occhi e soprattutto il cuore. Iddio è lassù, sempre Padre: è Lui stesso che vuol essere chiamato Padre delle misericordie.
L'umanità, allontanatasi da Gesù Cristo - Via, Verità, Vita - è venuta fatalmente a trovarsi fuori della retta via, nella notte buia dei propri errori priva, quasi affatto dei palpiti di quell'amore che solo è vita.
È dovere di tutti pregare e adoperarsi perchè tanti sventurati fratelli ritrovino alfine il coraggio di rimettersi sulla via che riconduce al Redentore divino. Gesù, dall'alto della Croce, con le braccia aperte e protese, altro non anela che stringerci al cuore.
Si direbbe che in taluni la visione fantasmagorica della strapotenza guerriera, che al suo passaggio scatena vendette e semina stragi, abbia quasi offuscato, almeno in parte, il giusto concetto della bontà di Dio.
No, cari Cooperatori, le vie dell'Altissimo non sono le vie dell'uomo. L'onnipotenza divina, pur nello sfolgorìo delle sue incomparabili grandezze, è sempre ed intieramente nelle mani della Misericordia, teneramente protesa a soccorso delle umane miserie.
In alto i cuori.
Fede, Cooperatori e Cooperatrici, Fede! Anzi, pienezza di Fede!
Iddio è Padre: Egli ci considera ed ama come tenerissimi figli. La sua bontà effusiva poi é particolarmente disposta ad accoglierci nelle ore della prova e del dolore. A nostro conforto Egli stesso ha voluto farci conoscere che le sue misericordie sono al disopra di tutte le sue opere.
Non già che da questo si debba prendere ansa per offenderlo, come fanno taluni che sono cattivi appunto perchè Dio è buono, appoggiandosi sulla sua misericordia per continuare nella impenitenza.
Neppure però si deve cadere nell'eccesso opposto di quelli che si ostinano a considerare Iddio unicamente come vindice e giustiziere, dimenticando ch'Egli è, invece e soprattutto, di ciascuno di noi, il Padre, il Fratello, l'Amico.
Guai, se la sfiducia giunge a seccare le fonti del sereno coraggio: ci troveremmo piombati in un pessimismo asfissiante e infecondo!
Permettete perciò, o carissimi Cooperatori e zelanti Cooperatrici, ch'io vi ripeta: In alto i cuori! Iddio ci ama di amore infinito: per questo c'illumina e con mano soccorritrice ci guida e sorregge sulla via che conduce alla felicità senza fine.
Potrà sembrarci talvolta che l'aiuto divino non giunga sì tosto, come sarebbe nei nostri desideri. In questi casi però dobbiamo avere il coraggio di domandarci se realmente noi siamo su strada buona, e cioè sul binario dei comandamenti di Dio e della Chiesa.
Anche quando, poi, la misericordia divina effettivamente tardasse a manifestarsi, possiamo essere certi che essa così dispone per riaccendere la nostra fede forse assopita o per rendere più fiduciosa la nostra speranza.
Troppe volte infatti le preoccupazioni nostre sono quasi del tutto rivolte alle cose di quaggiù, alle sollecitudini del tempo; mentre a Dio, che vuole il nostro vero bene, sta più a cuore ciò che giova alla nostra salute eterna, per la quale versò fin l'ultima stilla del suo preziosissimo Sangue.
Anche allora, però, la misericordia divina, dimenticando quasi le nostre incomprensioni, le nostre manchevolezze, gli stessi nostri peccati, è disposta a stendere su tutto e su tutti il manto del perdono, appena esca dai nostri cuori un gemito di dolore e di preghiera implorante clemenza. Noi sappiamo, e forse per esperienza, che la sua longanimità non ha limiti, e che la sua mano è sempre alzata a trattenere la spada della giustizia che vorrebbe vendicare i delitti dei mortali. Che più? La sua bontà continua a far scendere sui cuori più ingrati e induriti tutta l'abbondanza delle sue benedizioni.
E poi così teneramente infinita la misericordia divina, che, per operare, non aspetta neppure che a lui indirizziamo le nostre suppliche: si direbbe che si accontenti che, con fiduciosa schiettezza, le presentiamo le miserie nostre, anche se si tratta di ferite profonde, sanguinanti, forse cancrenose. Anzi, neppur questo parrebbe richiedere Iddio, tanto si fa sentire presente ovunque stavi un cuore straziato dal dolore. E se la nostra caparbietà e malizia, allontanandoci da Lui, - e non già Iddio da noi - apersero nella nostra anima piaghe ulcerose, la misericordia divina si china tosto a guarirle, purché noi non ricusiamo di corrispondere alla bontà del suo Cuore.
È vero, Iddio permette a volte che noi sentiamo i castighi di cui sono causa i nostri peccati, ma ciò Egli acconsente che avvenga in questa vita, appunto perché vuol premiarci poi con la beatitudine nell'altra.
Coraggio, Cooperatori carissimi: sono passeggeri i mali di quaggiù; saranno invece eterni gl'ineffabili gaudii del Cielo.
Con questi sentimenti iniziamo fiduciosi il Nuovo Anno, che vogliamo sperare sia alfine apportatore di pace: di quella pace veramente cristiana, auspicata dal Vicario di Gesù Cristo nel suo paterno e luminoso Radiomessaggio natalizio.
Andiamo ogni giorno ad attingere conforto e speranza alle inesauste sorgenti della divina misericordia, le sole che possano renderci serenamente ottimisti e coraggiosamente operosi.
Ricordiamo a nostro stimolo le confortatrici parole del S. Padre. La vigilia di Natale Egli concludeva il suo discorso ai Cardinali dicendo: « Ci sentiamo nell'intimo dell'animo mossi a implorare per voi, in giorni di tanto travaglio, ma anche di fervida speranza e di vigile attesa, quella coraggiosa prontezza che vi faccia forti alle sofferenze e alle lotte, racchiuse nei misteri del Presepio e della Croce, fonti d'ineffabile amore sgorgante dal cuore di Cristo, insieme con quella sicurezza della vittoria, che si nutre delle - ineffabili promesse di Dio, che ha vinto il mondo e ci esortò a confidare in Lui ».
E quanto grande e urgente bisogno sentiamo tutti di questo slancio fecondo per l'immane lavoro ricostruttivo, in tutti i settori, del prossimo domani!
Coraggio adunque! Accostiamoci a Dio con pienezza di Fede. Chi, animato da codesta fiducia, si preoccupi seriamente degl'interessi della Patria celeste, sarà anche valido ricostruttore dell'armata Patria terrena.
Ciò che più urge.
Ciò che più urge è ricondurre a Dio con la parola, con l'apostolato, con la preghiera, soprattutto con l'esempio, i fratelli disorientati e sconvolti. necessario proclamarlo alto e forte, facendoci eco della voce del Vicario di Gesù Cristo: è questo il primo, il più urgente, il più c tace lavoro costruttivo! Ricordiamo il solenne Erudimini del S. Padre. Lo intendano alfine i reggitori, i dirigenti di tutte le gerarchie, gli amministratori dei popoli. Vengano in buona ora i programmi di ricostruzione finanziaria, agricola, industriale, assicurativa, sociale: ma se ad essi verrà a mancare l'unico e veramente inconcusso fondamento della rigenerazione religiosa e morale, ogni lavoro sarà vano e sulla umanità, lontana da Dio e ribelle alla sua legge, si addenseranno ben tosto nuovi flagelli più strazianti e annientatori dei presenti. Solo accostandosi a Dio, le masse e i loro capi ritroveranno, con la luce della fede e l'ardore della carità, fecondità di opere e vero, durevole, insostituibile benessere.
Al fianco di ciascuno di noi, per quest'opera di ricostruzione e di amore, sia Maria Ausiliatrice, nostra Madre: sia l'Apostolo della carità, della gioventù, del popolo, S. Giovanni Bosco!
Benemeriti Cooperatori e zelanti Cooperatrici, poichè mi sono proposto di arrecarvi solo luce di fede, fiamma di speranza, balsamo di conforto, tralascio di elencarvi le molte nostre chiese e case ridotte a macerie, le opere stroncate, i bisogni nostri superiori a ogni umana immaginazione.
Mi limito invece a dirvi - e vorrei farlo con la efficacia del nostro grande Padre Don Bosco - che ho illimitata fiducia nella Divina Provvidenza, e perciò anche in voi che ne siete i rappresentanti e la mano amorosamente soccorritrice.
Le condizioni presenti non mi permettono di presentarvi un qualsiasi elenco delle opere compiute nell'anno testi decorso e di quelle che ci proponiamo di svolgere nel 1944. A pace compiuta, vi faremo conoscere, con dati sicuri e completi, tutto ciò che, con l'aiuto di Dio e con la carità vostra, ci fu e ci sarà dato di compiere anche tra i marosi della tremenda burrasca e il fragore assordante delle anni.
Il nostro nuovo Cardinale Protettore.
Prima di chiudere questa lettera sento il dover e di comunicarvi due importanti notizie.
Il 4 novembre u. s. spirava serenanente a Roma l'Em.mo Sig. Card. Vincenzo la Puma, nostro amatissimo Cardinale Protettore. - Di lui parlò ampiamente il Bollettino: io però voglio ricordarlo nuovamente al vostro affetto e soprattutto raccomandarlo ai vostri suffragi. Egli fu per noi amantissimo padre, e la sua memoria sarà sempre in benedizione nella Famiglia Salesiana.
Passato il periodo del lutto, ci rivolgevamo al Santo Padre, perchè si degnasse di concederci un nuovo Cardinale Protettore. E S. S. Pio XII, con bontà sovrana, ci collocava sotto il manto paterno dell'Em.mo Sig. Card. Carlo Salotti, Vescovo di Palestrina, Prefetto della S. Congr. dei Riti. Il suo nome era nella mente e nel cuore di tutti, e perciò la sua nomina suscitò e susciterà, a misura che la notizia potrà propagarsi, una vera ondata di esultante letizia nei Salesiani, nelle Figlie di Maria Ausiliatrice, nei Cooperatori e nelle Cooperatrici, negli Ex-allievi e nelle Ex-allieve, negli Alunni e nelle Alunne degli Istituti di S. Giovanni Bosco.
L'Em.mo Cardinal Salotti ebbe una parte assai rilevante nei processi di Beatificazione e Canonizzazione del nostro Santo Fondatore, come pure nel processo del Venerabile Domenico Savio e di altri nostri Servi di Dio: di S. Giovanni Bosco, poi, e di Domenico Savio scrisse la Vita in modo veramente mirabile. Conoscitore come pochi dello spirito del nostro grandi, Padre, saprà guidarci con norme sapienti e aiutarci con l'incomparabile grandezza del suo cuore di padre.
In nome di tutti io prometto a lui preghiere ferventi e soprattutto filiale corrispondenza con la santità della vita e lo zelo delle opere.
Proposte pel nuovo anno.
A questo punto voi mi chiederete quali siano le proposte per il Nuovo Anno. Eccole in brevissime parole.
1°) - Animati da pienezza di Fede, prodigatevi nel fare del bene a tutti, specialmente ai fratelli che soffrono, e in particolare alla nostra cara gioventù, soprattutto la più bisognosa.
2° - Lavorate per diffondere nel popolo, e in modo speciale tra gli operai delle industrie e dei campi, le verità della Fede. Fate loro conoscere le sollecitudini costanti, paterne, efficaci di S. S. Pio XII a soccorso di tutti coloro che soffrono. Adoperatevi a tale scopo con la parola e con la diffusione di foglietti e libretti speciali.
3° - Continuate ad aiutarci a sostenere i nostri giovanetti poveri e orfani, e il nostro personale in formazione. Appena cessato il conflitto, avremo bisogno di vere falangi di lavoratori e di apostoli in tutti i campi e sotto tutti i cieli. I nostri eroici missionari sono in trepida attesa di riprendere l'immane lavoro con accresciuti mezzi e braccia più numerose e robuste.
Dal Santuario dell'Ausiliatrice e dall'Altare di S. Giovanni Bosco vi mando una speciale benedizione, che desidero e prego scenda su di voi, sulle persone che vi sono care, vicine o lontane, sui vostri interessi materiali e spirituali, sulle vostre sante intenzioni di zelo, sulla cara Patria nostra.
Con riconoscente affetto mi professo
Torino, 31 dicembre 1943.
vostro obblig.mo in G. e M.
Sac. PIETRO RICALDONE Rettor Maggiore.
La liturgia dell'Avvento ha ridestato più che mai nei nostri cuori l'ansiosa attesa della grazia del Divin Salvatore di cui la povera umanità sente tutta l'urgenza per l'angoscia del presente e per l'orrore dell'avvenire. Nella raccolta intimità della famiglia ci siamo quindi preparati al ciclo Natalizio infervorando le nostre preghiere di ardenti suppliche. La novena non potè raggiungere la consueta solennità per l'assenza dei nostri giovani. Parrochiani e fedeli accorsero tuttavia in buon numero anche alla quotidiana predicazione tenuta dal nostro Don Zerbino, al canto delle Profezie ed alla benedizione Eucaristica.
La sera della vigilia, cantò la Messa il Rettor Maggiore. La Basilica colla sua suggestiva illuminazione pareva riflettere un po' di quella « luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo», ma che da troppi è purtroppo ostinatamente contrastata perchè preferiscono le tenebre alla luce.
In presbiterio faceva servizio un bel numero di alunni artigiani del Piccolo Clero. La scuola di canto dei nostri confratelli e studenti di Teologia svolse egregiamente il programma corale. Il giorno della festa, consolante concorso ai Santi Sacramenti, nonostante i disagi dello stato di guerra. Il grandioso presepio degli anni normali venne ridotto ai personaggi ed elementi essenziali, ma riusci grazioso ed attraente. Oltre alla Messa di comunità, vi fu una seconda Messa cantata alle 9,30, e messe, ai vari altari, ininterrottamente fino alle 12,30.
L'Oratorio festivo si animò di giovani e di fanciulli che ebbero le loro funzioni nella cappella di San Francesco di Sales. Le associazioni caritative fecero miracoli per soccorrere i più poveri. Dodici di essi vennero invitati alla mensa dei Metropolitani che, dopo la Messa di mezzanotte celebrata dal sig. Don Puddu nella loro caserma, si trattennero in serena allegria insieme al cappellano D. Vico, col pensiero e col cuore a tanti cari lontani.
Nel pomeriggio, canto dei Vespri e discorso di occasione coronato dilla benedizione Eucaristica impartita dal Rettor Maggiore.
Col 31 dicembre si chiuse anche quest'altro anno angustiato da tanti orrori e da tanti delitti. Noi però abbiamo cantato di cuore il Te Deum al Signore, ben sapendo che i mali che ci affliggono sono frutto della malizia e dell'iniquità degli uomini che hanno disprezzato anche le ripetute implorazioni del Vicario di Cristo per la giusta pace; mentre Iddio non ha cessato di prodigare la sua grazia e la sua misericordia a tutti coloro che con umiltà di cuore si son rivolti a Lui. Ci preparò al rendimento di grazie un apposito fervorino il quale ci invitò ad un serio esame di coscienza sul passato, a sensi di sincero pentimento pei peccati commessi ed a fermi propositi di vita migliore per l'avvenire.
Impartì la Benedizione Eucaristica il Rettor Maggiore, il quale prima di mandarci a riposo, ci diede anche la «strenna» tradizionale compendiata in queste parole: Accostiamoci fiduciosi a Dio con pienezza di fede e sentiremo l'efficacia della sua misericordia infinita.
Egli stesso ce ne fece un breve commento, persuadendoci sempre più che solo da Dio possiamo sperare sollievo alla colluvie di mali che ci opprimono, perché solo Iddio riesce a rendere gli uomini probi ed onesti, a temperare le umane passioni ed a far trionfare quello spirito di carità che affratella e concilia gli animi nella concordia della vera pace.
Il successo di una iniziativa.
Abbiamo già informato i nostri Cooperatori d'una provvida iniziativa presa dal nostro Rettor Maggiore allo scopo di diffondere i principi cristiani in mezzo al popolo ed agli operai: l'estensione della Crociata Catechistica colla pubblicazione periodica di foglietti e volumetti in stile facile e piano che trattano argomenti vitali.
L'iniziativa ha avuto, grazie a Dio, un vero successo. La collana Lux ha incontrato l'interesse del pubblico a cui è destinata, e, mentre migliaia di fascicoli si vendono nelle stesse edicole dei giornali in parecchie delle nostre città più industriali, altre migliaia vengono profferti agli operai e al popolo dalle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli, dai Cappellani del Lavoro, dall'Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale agli Operai, e dai Sacerdoti che occasionalmente passano a dire una buona parola nelle fabbriche e nelle officine, dalle Suore che allestiscono le mense aziendali e da tanti amici di buona volontà.
Siamo lieti ora di poter offrire l'elenco dei foglietti e libretti stampati che sono a disposizione di chiunque voglia imitare questo santo apostolato.
Sono già usciti i primi 16 libretti e 15 foglietti che trattano argomenti di grande interesse e attualità.
1. Luce nella tempesta, di Mons. ANGRISANI, sul problema della Provvidenza di fronte ai mali che affliggono l'umanità.
2. L'amico, di D. Bertetto, sul sacerdote: maestro e fratello dell'operaio.
3. Tenere la destra, di A. MIRABEL. Le vere cause dei mali attuali e la via per il ritorno alla pace.
4. Il peggior veleno, di A. PILLA. Le letture cattive nelle loro disastrose conseguenze.
5. Il Papa, di L. TERRONE. Il vicario di Cristo nella sua sublime grandezza e i doveri del cristiano verso di lui.
6. Rose rosse, di A. Alessi. Bozzetti palpitanti di realtà sulla regina delle virtù: la carità.
7. Fuori i documenti. Difesa dell'opera del papato fatta da tre operai.
8. Il lavoro, di A. Cantono, visto nella luce di Cristo e del Cristianesimo.
9. Orcocane e orcaloca, di A. COJAZZI, contro la bestemmia.
10. La figlia del sole, di ISIDE M. per signorine, sull'opera della Grazia divina nell'anima.
11. La voce del Padre. Il Radio-Messaggio di S. S. Pio XII agli operai nella Pentecoste del 1943.
12. Cuori che si cercano, di L. GESSI. Magnifico documentario dell'opera svolta dal Papa a favore dei prigionieri di guerra.
13. Guai! di D. SANGIUSTESE: ripete il tremendo monito di Gesù agli scandalosi.
14. Catene infrante, di A. M. ALESSI. Il sangue di Gesù è maglio potente che spezza ogni catena nel Sacramento augusto della Confessione.
15. La fine del mondo, di A. DALLA ROVERE. Realtà e responsabilità di ciascuno di fronte al giusto giudizio di Dio.
16. Io credo, di A. M. A. Serie di episodi illustrativi del Credo, il compendio sacro delle verità che dobbiamo credere.
Di prossima pubblicazione:
17. Vette, pianure, colline. Il problema delle differenze sociali nel pensiero cristiano.
18. Luce che uccide. Il cinema e le sue conseguenze.
19. Fiamma nella notte. Per signorine. Il divino apostolato dell'allegria e del buon esempio.
20. Conigli. Contro il rispetto umano.
21. Rose silvestri. Bozzetti sull'ignoranza religiosa.
22. Giustizia. Il sacrosanto dovere per ogni cristiano di ascoltare la S. Messa.
Foglietti già pubblicati: 1. Il Papa e la pace.
2. Un rimedio infallibile. (La confessione). 3. Perchè tanto soffrire? 4. Cani, calabroni, uomini. 5. Per vivere. (La preghiera). 6. La virtù dell'asino. (La rassegnazione). 7. La pace da chi dipende? 8. Lo ami tu? (Il Sommo Pontefice). 9. A 'che serve la vita? 10. Un tesoro nascosto. (La confessione). 11. La Dea tiranna. (La moda). 12. Mostruosa calunnia. 13. Il Papa agli operai.
14. Il libro scritto per te. (Il S. Vangelo). 15. Briciole di verità.
Di prossima pubblicazione:
16. Mamme e mamme...
17. Ti voglio così. (La giovane cristiana).
18. Quanto vali! (Il valore del composto umano). 19. Ma che fa Dio ? (In quest'ora tremenda).
I libretti sono in vendita a L. 1 caduno; i foglietti, a due colori, L. 7 al cento.
Sconti speciali per ordinazioni superiori alle 50 copie.
Chi desiderasse un saggio chieda alla Libreria della Dottrina Cristiana Colle D. Bosco - Castelnuovo D. Bosco (Asti) la « Busta Lux » L. 5 che contiene 5 libretti e 10 foglietti assortiti.
Cristo in mezzo agli operai.
Se c'è un tempo in cui i lavoratori debbono pensare a Cristo operaio è proprio questo tormentato periodo sociale. Ma tale convinzione gli operai difficilmente acquistano, finchè uno rimane sulle affermazioni generiche o astratte. Bisogna che il lavoratore tocchi con mano che il Redentore gli è, vicino nel duro lavoro per sentirselo amico e fratello! Ma come può questo avvenire ? Nel modo da lui fissato agli apostoli, quando diede loro il mandato: andando ammaestrate tutti i popoli. Bisogna quindi che il sacerdote discenda dal pulpito e anche dall'altare per accostarsi al mondo del lvoro. Così fecero i Benedettini nell'alto Medio Evo e così fanno ora i sacerdoti che sentono il bisogno di ricondurre Cristo nelle officine donde l'aveva bandito la Rivoluzione francese prima e il liberalismo dopo.
È consolante constatare come vada compiendosi questo auspicato ritorno nelle grandi città. A Torino, nel periodo pasquale passato, numerose predicazioni si svolsero in tutte le grandi officine, per iniziativa dell'opera nazionale assistenza religiosa e morale degli operai (Onarmo), voluta e guidata dalla Santa Sede. Anche la famiglia salesiana portò il suo valido contributo, seguendo così le orme e gli insegnamenti di Don Bosco che fu vero operaio nella sua giovinezza e per primo aperse case e officine per la loro educazione e pel loro addestramento.
Il nostro Don Cojazzi contribuì efficacemente al provvido movimento con la parola e con la penna. Due anni fa trascorse due mesi fra ottocento operai, occupati a costruire un enorme diga ai piedi del Cervino. Vivendo quasi ininterrottamente in mezzo a quei forti e cari lavoratori si sforzò di ricondurli alla preghiera, all'assistenza della Messa e specialmente a un più disciplinato parlare. I frutti di quella campagna furono consegnati a un libro geniale intitolato La diga (edito dalla Salesiana di Pisa, lire dodici). Sappiamo che numerosi sacerdoti vi trovarono accenni a nuovi metodi per moralizzare gli operai, specialmente con la Campagna contro la bestemmia, basata sul concetto dei surrogati, cioè con la sostituzione di parole o frasi. Egli ha poi volgarizzato il suo metodo antiblasfemo in un opuscolo della Collana Lux edito al Colle S. Giovanni Bosco - Castelnuovo (Asti) e intitolato « Orcocane! Orcaloca! «.
Educati alla scuola di Don Bosco, vari altri salesiani si sono specializzati nell'apostolato fra gli operai delle fabbriche, che possiamo chiamare itinerante.
In una grande officina di oltre mille operai, quattro Salesiani tennero un triduo di predicazione per la Pasqua dello scorso anno. Un rialzo, formato da rozzi assi o da blocchi di ferro faceva da pulpito. A uno squillo di campanello, ecco assieparsi quella turba intorno al sacerdote che con volto amico attendeva di parlare. Vicino alla veste nera spiccavano le tute colorate e logore dei lavoratori che recavano sul volto e sulle mani i segni onorati del duro lavoro. Erano parole di fraterna comprensione che discendevano sulla massa che faceva pensare a quei molti che ascoltarono il discorso del Monte, pronunciato tanti secoli or sono, da Cristo Signore: Beati i poveri, beati i piangenti, gli assetati e affamati di bontà, i puri di cuore, i pacificatori. E dopo le parole del sacerdote venivano le parole degli operai che, convenientemente preparati, si accostavano al confessore per deporre nel suo cuore il peso delle colpe e delle miserie. Spettacolo commovente! fra i torni che stridevano, e le ruote che rombavano erano di fronte due operai: l'operaio del braccio e quello del sacerdozio, in piedi, con volti fraterni, sicuri che fra di loro era presente il Redentore a perdonare, a dare forza nei dolori e a tener viva la speranza di, una vita che sarà migliore, perchè sorretta dalla fede e dalla grazia. Questa scena si ripetè in altre fabbriche e per molti impiegati della Fiat, per opera di Sacerdoti Salesiani e specialmente dei parroci. A conclusione l'Em. Card. Arcivescovo celebrava la Messa, sopra altari eretti fra le macchine, rivolgeva la paterna parola a tutti, e a moltissimi distribuiva la Comunione. Così Cristo Signore prendeva possesso di quei luoghi del lavoro, ricondottovi anche dallo zelo generoso dei poveri figli di Don Bosco.
Nelle varie predicazioni agli operai essi presero a diffondere questa opportuna preghiera:
Signor mio Gesù, che mi guardi e mi seguì con amore infinito durante la giornata del mio impiego, accogli il mio lavoro quotidiano, il tormento di tante ore che sfibrano, di certi momenti di tentazione e di lotta.
Fa che il mio lavoro, per i meriti della Tua Redenzione, diventi preghiera.
Vieni Gesù qual Re e Signore, prendi possesso della mia anima e del mio cuore.
Vieni fratello ed amico divino a guidare la mia giovinezza e tutta la mia vita.
Cuore divino del mio Gesù, fa che io Ti ami e Ti faccia amare.
Preghiamo perchè il santo apostolato possa trovare ovunque l'accoglienza che si merita e gli operai non abbiano più a confondersi colle macchine, ma siano trattati e si diportino sempre da veri figli di Dio.
Forlì - Nuova fondazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Solo ora, e forse proprio quando le dolorose condizioni attuali pare debbano consigliare il temporaneo sfollamento anche di là, lo spazio ci consente un cenno sulla nuova fondazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Forlì, richiesta dal rev.mo Mons. Bondini, Parroco di S. Maria della Pianta, e vivamente caldeggiata da S. E. Rev.ma Mons. Vescovo.
Accompagnate dalla rev. Ispettrice, le Suore giunsero a Forlì la sera del 21 maggio u. s. attese da Mons. Parroco, che benedisse subito i locali riservati alla Comunità, e all'indomani si fece premura di andare a celebrare la santa Messa nella già pronta bella Cappellina, per lasciare alla nuova Casa la sacramentale presenza dell'Ospite divino.
La cerimonia d'inaugurazione ebbe luogo la domenica 23, e si aprì con la santa Messa celebrata in Parrocchia, dove le Suore vi assistettero in banchi appositamente addobbati, presentate al numeroso popolo accorso per la circostanza dal. rev. Monsignor Bondini, lieto e commosso di veder compiuto il suo vivo desiderio.
Al pomeriggio, accompagnato da tutte le autorità cittadine, intervenne lo stesso Eccellentissimo Vescovo, il quale dopo aver tenuto in chiesa il discorso d'occasione, esaltando la figura di S. G. Bosco, definito «educatore principe», passò all'Asilo per benedirne i lo cali, visitati poi dalla gente del borgo, in un ininterrotto succedersi fino a sera.
Il giorno seguente, festa di Maria Ausuliatrice, dopo le funzioni religiose, celebrate per bontà di Mons. Parroco nella Cappella della nuova Casa, si diede principio, sotto la protezione della Vergine SS.ma, alle varie opere, e per prima cosa all'asilo, contando subito oltre un centinaio di iscritti. Nei giorni successivi si aprirono il dopo scuola e il laboratorio che, non meno dell'oratorio festivo, si affollarono in breve di fanciulle assai più del previsto, mostrando praticamente quanto l'opera fosse desiderata dalla popolazione, e assicurando in tal modo la possibilità di un vasto e proficuo lavoro.
Dalla SPAGNA - Prime vestizioni e professioni a Madrid.
L'anno scorso Madrid vide per la prima volta nella consueta data del 5 agosto, la bella cerimonia delle Vestizioni e Professioni di Postulanti e Novizie delle Figlie di Maria Ausiliatrice, appartenenti all'Ispettoria Centrale « S. Teresa ». Parecchi motivi concorsero a renderla particolarmente solenne; e anzitutto perchè coincise altresì con l'inaugurazione del Noviziato, trasferito solo da una quindicina di giorni dalla prima e provvisoria dimora in altro locale provvidenzialmente offerto e opportunamente adattato. Si trova ora annesso al bell'Istituto così detto dell'« Ave Maria », affidato alle Suore pochi mesi innanzi in una delle migliori posizioni di Madrid, con Scuole popolari e altre opere giovanili.
Valse poi a darvi speciale lustro la presenza del Vescovo Salesiano di Pamplona, S. E. Rev.ma Mons. Marcellino Olaechea, il quale nel ricordo che lo lega all'antico campo del suo fecondo apostolato in Madrid, dove vide e seguì pure il fiorire dell'opera delle Figlie di Maria Ausiliatrice, si degnò di celebrare egli stesso la funzione, portando il dono della sua infiammata parola, vibrante d'amore per S. G. Bosco e per Maria Ausiliatrice.
Trovandosi inoltre fra le nuove vestiende una giovane portoghese, assistette alla cerimonia anche il Console del Portogallo, il quale impersonando con la sua presenza la patria, parve augurio e promessa delle molte vocazioni che, dopo questa, le recenti fondazioni portoghesi daranno all'Istituto.
Dalla FRANCIA
Qualche breve nota pervenuta nei mesi estivi mostra l'attività svolta dalle Figlie di Maria Ausiliatrice francesi durante il periodo delle vacanze per poter rispondere sempre meglio alle esigenze della Nazione, che orienta la sua opera di ricostruzione morale e sociale poggiandola su due principali elementi: la salda costituzione della famiglia e il ritorno al lavoro della terra., Per questo, il grande sviluppo dato alle Scuole di Economia Domestica e a quelle Agricole, in cui i vari insegnamenti vengono svolti e integrati da criteri formativi sociali.
Allo scopo di completare la preparazione del personale insegnante addetto a tali scuole, si tenne nella Casa Ispettoriale di Lione nel luglio p. p. un Corso di Economia Domestica per Religiose di vari Istituti, onorato dalla parola di illustri conferenzieri e da quella dello stesso Eminentissimo Arcivescovo il Card. Gerlier, che, plaudendo alla bella iniziativa, parlò alle 80 Suore presenti del dovere di lavorare attivamente per formare le future madri di famiglia, dalle quali il Paese attende la sua morale rinascita.
Un altro Corso si tenne pure nella stessa Casa dal 20 agosto al 20 settembre pel conferimento del diploma alle Assistenti di Economia Domestica, addette alle relative Scuole.
Contemporaneamente vari gruppi di Suore si prepararono al conseguimento dei titoli per l'insegnamento superiore nelle Scuole di Economia Domestica: alcune frequentando una Scuola Agricola specializzata; altre un Corso teorico in un'analoga scuola, ed altre ancora un Corso di Alimentazione Razionale tenutosi in Parigi.
Inoltre, per essere in grado di seguire meglio il movimento sociale-cattolico, per invito dell'Ispettore Salesiano, assistettero a un campeggio « Jéciste » in Bretagna, e altre seguirono un Corso di Azione Cattolica e di formazione pedagogica.
Praticamente poi lavorarono nel campo giovanile con l'assistenza alle quindici Colonie estive loro affidate in diverse regioni. Vacanze quindi veramente salesiane, benedette da Dio, e che con la loro fervida operosità di bene ne preparano e ne assicurano una più continua e feconda pel domani.
I Cooperatori che, confessati e comunicati, visitano una chiesa o pubblica cappella. (i Religiosi e le Religiose, la loro cappella privata) e quivi pregano secondo l'intenzione del Sommo Pontefice possono acquistare:
L'INDULGENZA PLENARIA
1) Nel giorno in cui dànno il nome alla Pia Unione dei Cooperatori.
2) Nel giorno in cui per la prima volta si consacrano al Sacro Cuore di Gesù.
3) Tutte le volte che per otto giorni continui attendono agli Esercizi spirituali.
4) In punto di morte se, confessati e comunicati, o almeno contriti, invocheranno divotamente il Santissimo Nome di Gesù, colla bocca, se potranno, od almeno col cuore.
OGNI MESE:
1) In un giorno del mese a loro scelta.
2) Il giorno in cui fanno l'Esercizio della Buona morte. 3) Il giorno in cui partecipano alla Conferenza mensile salesiana.
NEL MESE DI GENNAIO ANCHE:
Il giorno 1 - Circoncisione di N. S. G. C. Il giorno 2-- SS. Nome di Gesù. Il giorno 6 - Epifania.
Il giorno 18 - Cattedra di S. Pietro in Roma. Il giorno 23 - Sposalizio della Beata Vergine. Il giorno 25 - Conversione di S. Paolo. Il giorno 29 - S. Francesco di Sales.
NEL MESE DI FEBBRAIO ANCHE:
Il giorno 2 - Purificazione di Maria SS.
Il giorno 22 - Cattedra di S. Pietro in Antiochia.
EGITTO
DAL CAMPO DI INTERNAMENTO DI EMBABECH CAIRO (EGITTO).
Una lettera del confratello Celestino Farello in data 12 ottobre 1943 dice tutta la sua riconoscenza ai superiori per la corrispondenza ricevuta ed il conforto provato:
Apprezzo il loro ricordo epistolare più di qualsiasi aiuto materiale. Accetto tutto dalle mani di Dio dal quale ho avuto sino ad ora palesi aiuti e protezione. Per quanto la mia condizione me lo permette mi tengo sempre occupato. La convivenza con altri internati di condizione sociale ed intellettuale ben diversa dalla mia di religioso costituisce la parte più penosa e mi costringe all'esercizio più duro di tutte le virtù. Mi rallegra il fatto che tutto viene registrato da Dio e penso giustamente che sarà un bel patrimonio per me. Il trasferimento a questo nuovo Campo lo debbo alle mie condizioni di salute, un po' scosse dai disturbi intestinali e dalla supertensione nervosa. Come salesiano sono solo. Don Bailone è pure in Cairo, ma internato nelle scuole italiane di Bulacco, in altra località. Don Cotto ed il sig. Baudino si trovano a Ghizeh. Don Odello, Don Trancassini, Tondolo e Cavalieri, al Fayed. Gli altri son tornati alle rispettive scuole e stanno bene
Il mese scorso ho ricevuto la visita del sig. Ispettore che mi ha lasciato molto contento. Col desiderio più vivo di esser sempre più un buon figlio di S. Giovanni Bosco, mi raccomando alle vostre preghiere.
Aff.mo CELESTINO FARELLO.
PALESTINA
In data 24 dicembre u. s. la Segreteria di Stato di Sua Santità ci ha trasmesso pure il seguente telegramma ricevuto dalla Delegazione Apostolica a Gerusalemme:
Prego tranquillizzare Don Ricaldone sulle condizioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Palestina. La Provvidenza presentemente li assiste. Se sarà necessario avvertiremo.
HUGUES.
CINA
È pervenuta pure al Rettor Maggiore dal Campo di Internamento civile « Stanley » di Hong Kong (Cina) una lettera del 30 aprile 1943 in cui il confratello Luigi Bonnici gli presenta gli auguri pel suo Giubileo Sacerdotale e dà buone notizie di sè e di un altro concratello:
Il confratello Grismav ed io siamo qui al Campo « Stanley » e, grazie a Dio, la nostra salute è buona. Stiamo facendo il mese di maggio e noi speriamo che la Madonna otterrà dal suo Divin Figlio la pace tanto desiderata.
Abbiamo Messa ogni giorno, celebrata da due Padri missionari di Maryknoll. Don Guarona ci scrive di tanto in tanto. Da lui abbiamo saputo del vostro Giubileo. Chiedo la vostra benedizione ed un ricordo nelle vostre preghiere per me e per l'altro confratello.
INDIA
DAL CAMPO DI INTERNAMENTO DI DEHRA DUN.
Amatissimo Padre,
scrivo ogni tanto per posta aerea e per posta ordinaria nella speranza che almeno qualcuna delle mie lettere possa giungere a destinazione e dar loro qualche nostra notizia. Al presente siamo più che mai in pensiero per loro, amatissimi Superiori, che sappiamo in gravi pericoli e fra chissà quali difficoltà da sormontare. Preghiamo perciò fervorosamente per loro e speriamo che il buon Dio abbia alfine pietà di noi: voglia ispirare gli uomini a sentimenti di carità e di umanità per un'intesa reciproca apportatrice di pace vera, giusta e duratura per tutti. Ricevetti recentemente pel tramite della Radio Vaticana la mia nomina a Superiore di tutti i Confratelli del Campo. Spero di fare, con l'aiuto di Dio, quanto posso per il bene ed il buono spirito di tutti i cari Confratelli affidati alle mie cure.
Preghi per me perchè possa corrispondere ai suoi desideri in tutto e per tutto. Don Scuderi si trova da qualche tempo a Bombay ove fu operato di ernia. Mi scrivono che tutto è andato bene e che va rimettendosi rapidamente. I confratelli di là fanno quanto possono per lui.
Noi qui, in generale, tutti bene, grazie a Dio, in salute e per tutto. Abbiamo fatto i nostri Esercizi Spirituali al principio di luglio; ed al presente andiamo avanti regolarmente con le nostre scuole di Flosofia e Teologia, compreso un corso anche pci sacerdoti, in modo da usufruire nel miglior modo possibile di questo tempo di internamento. Da qualche mese possiamo vivere praticamente in tutto e per tutto la nostra vita di comunità regolarmente con chiesa, studio e refettorio in comune, il che giova assai ad amalgamarci e ad aumentare il buono spirito e la carità fraterna. Qualche giorno fa avemmo una cara visita di Don Carreno che fece del bene a tutti. Anche per le Sacre Ordinazioni si procede convenientemente secondo che le circostanze permettono o suggeriscono, d'accordo sempre con Don Uguet pei confratelli del Nord e col mio sostituto Don Carreno per quelli del Sud. Tutto e sempre in perfetto accordo ed armonia.
Pensiamo di continuo a loro e preghiamo per loro, come i figli affezionati fanno pei loro buoni genitori. Speriamo di poter presto ricevere buone notizie e di rivederci ancora in un giorno non lontano, passata l'immane bufera. Il buon Dio protegga lei e tutti i Superiori in tutti i pericoli in cui si troveranno tanto di frequente.
Ci benedica tutti e specialmente
il suo aff.mo figlio in G. C.
Sac. ELIGIO CINATO. Dehra Dun, 1-VIII-1943.
DAL CAMPO DI INTERNAMENTO DI DEHRA DUN (PRUNNAGAR).
Da alcune lettere dei nostri chierici internati a Dehra Dun stralciamo qualche notizia di quei nostri confratelli.
Amatissimo Padre,
Spero che abbiate già ricevuto la mia da Deoli. Da marzo ci troviamo in questo Campo. Il clima è buono. Tutti godiamo buona salute. Abbiamo ripreso la scuola; la vita di comunità procede più regolare ora che abbiamo una cappella a parte solo per noi. Se vedeste che bella famiglia facciamo! Sembra quasi di essere alla Crocetta, poichè siamo anche in bel numero. Domani incominceremo la seconda parte dell'anno scolastico.
Noi vi pensiamo e vi ricordiamo nelle nostre preghiere ogni giorno, partecipando alle vostre ansietà ed alle vostre pene. Il nostro cuore è all'Oratorio con voi e con tutti i superiori. S. E. Mons. Mathias è andato a consacrare l'altare ed a benedire la nuova chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Tirupattur. La relazione dice che furono giorni di trionfo e che la chiesa è veramente bella. Ha benedetto ed inaugurato anche la nuova casa di aspirantato che accoglie già una ventina di aspiranti.
Il sig. Ispettore Don Cinato vi manda i suoi più affettuosi saluti.
lo vi bacio affettuosamente la mano e col più filiale ossequio mi dico
vostro aff.mo in G. C.
11-VII-1943- ch. ANGELO CODELLO. *
Due lettere del ch. Dario Composta, in data 25 luglio e 29 agosto, dallo stesso Campo di Dehra Dun davano confortanti notizie sulla regolarità della vita religiosa sua e dei compagni che attendono allo studio della Sacra Teologia.
Il ch. Nicoletto, pure in data 29 agosto, aggiungeva:
Vi porgo con cuore filiale le mie sentite condoglianze per le disgrazie avvenute a Roma in Sicilia, a Torino ed altrove. I sacrifici del nostro cara Padre Don Bosco a che cosa sono ridotti!...
Le notizie che riceviamo sono molto scarse. Le due Ispettorie qui nel Campo ne formano una sola gìà da vari mesi. C'è grande unione di carità fraterna. Gli studenti chierici continuano a studiare quasi regolarmente. I sacerdoti pure sono tutti molto occupati in conferenze, scuole, studi, ecc. Anche i coadiutori fanno bene la loro parte: chi studia, chi lavora, chi impara qualche altro mestiere. Il sottoscritto coi suoi compagni ha cominciato Teologia. Deo gratias!
Il sig. Ispettore Don Cinato è la nostra buona guida, rappresenta Don Bosco in mezzo a noi. Siamo quindi in buone manì. Non datevi pensiero di noi. Nel Campo abbiamo già avuto sette Ordinazioni sacerdotali; parecchie altre, fuori. Per la fine dell'anno altri studenti di Teologia riceveranno altri Ordini sacri; a Tirupattur si fecero grandiose feste per l'inaugurazione della nuova chiesa...
Le rose durano poco. Il ch. Felice Matta in data 29-VIII-1943, dà già la triste notizie della distruzione della chiesa del Sacro Cuore « un mucchio di macerie! ». Non aggiunge par titolari. Conferma però anch'egli il buono stato di salute sua e dei confratelli ed il regolare proseguimento degli studi, lieto di aver ottenuto il permesso di aggiungere alle pratiche ordinarie di pietà una mezz'ora di adorazione al giorno e di potersi alzare mezz'ora prima degli altri per poter servire tre Messe ogni mattina.
Il coad. Nicodemo Dani, pure in data 29 agosto, scriveva tra l'altro:
Ci troviamo a Dehra Dun fin dai primi di marzo. Il tempo vola in fretta e tutti cerchiamo di occuparlo bene. Al mattino lavoro in falegnameria facendo sgabelli e tavolini per tutti. Dopo pranzo mi esercito nel disegno prospettico sotto la direzione di un civile, e faccio pure un po' di disegno e teoria ad un altro coadiutore che sa bene il mestiere ma manca di questi due sussidi. Desidererei avere copia dei nuovi programmi delle nostre Scuole Professionali, per studiarli bene. Tutto funziona regolarmente come se fossimo in una Casa salesiana, sia per l'osservanza delle nostre Regole come per le pratiche di pietà. Tutti preghiamo e ricordiamo i nostri Superiori di Torino specialmente in questi tristi tempi...
TAILANDIA
Il 18 novembre u. s. la Sacra Congregazione di Propaganda Fide riceveva e trasmetteva al nostro Rettor Maggiore il seguente telegramma:
Con gratitudine e piacere annuncio che le Autorità Thai facilitarono largamente la nostra attività religiosa durante il fermo: ci fu ridata libertà il 6 novembre. Le condizioni della Missione a Rajaburi sono regolari. I Salesiani della Missione del Laos mandati dalle Autorità Thai a Bang Nok Khuek sperano poter tornare alla loro missione. I missionari e le suore stanno bene. PASOTTI.
Ricorre nel prossimo mese di febbraio il cinquantenario dell'inizio delle nostre missioni nella Repubblica dell'Equatore.
La difficoltà delle comunicazioni non ci consente di dare un ragguaglio preciso dello stato attuale dell'Opera nostra.
Ma ai nostri Cooperatori tornerà gradito rileggere alcune pagine della storia di un apostolato che, vagliato, alle origini, dalla persecuzione, continua tuttora con indomito zelo e crescente fervore. Le togliamo dal secondo volume degli Annali della Società Salesiana del nostro D. Ceria, pubbblicato l'anno scorso dalla S. E. I.
Preliminari.
S. Giovanni Bosco diceva con una delle sue colorite espressioni, che, quando aveva tre Salesiani, apriva due case. Il suo Successore sembrava non voler essere da meno; tuttavia, come anche al tempo di Don Bosco, capitavano momenti, in cui s'imponeva la necessità di non fare il passo più lungo della gamba. Appunto di questa necessità ragionavano i Superiori un giorno del marzo 1889, quando Don Rua per tutta risposta passò al segretario una lettera, accennandogli di darne
lettura. La lettera veniva da Roma. La Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari a mezzo del suo Segretario Mons. Agliardi manifestava da parte della Santa Sede il desiderio che i Salesiani accettassero nella Repubblica dell'Equatore il Vicariato Apostolico di Mendez e Gualaquiza, e chiedeva se ci fosse personale ad hoc. Il Capitolo non solo non addusse nulla in contrario, ma osservò che sarebbesi potuto proporre per la consacrazione episcopale Don Costamagna; si deliberò intanto di domandare spiegazioni a Roma e consiglio a Mons. Cagliero. Il dì stesso Don Rua rispose in questo senso alla Sacra Congregazione.
Le spiegazioni si fecero aspettare; ma invece di esse il 6 settembre dell'anno dopo scriveva direttamente il Card. Rampolla, Segretario di Stato, a Don Rua dicendogli: « Sua Eccellenza il Signor Flores, Presidente della Repubblica Equatoriana, mi ha diretto non ha guari una lettera, in cui implora dalla Santa Sede che la missione di Mendez e Gualaquiza sia affidata ai Sacerdoti della benemerita Congregazione presieduta dalla P. V. Rev.ma ». Soggiunto inoltre della richiesta per
Cuenca e Riobamba, Sua Eminenza, ricordando la risposta affermativa di Don Rua riguardo alla Missione, continuava: « Spero che in questo frattempo non sia sorta alcuna cìrcostanza, per la quale Ella sia costretta a mutare consiglio in proposito ». Allora fu dato incarico al Procuratore Don Cagliero di trattare a voce con il Cardinale per esporre le difficoltà incontrate in quei paesi, specialmente dal lato dei sussidi promessi e non dati.
La pratica andò tanto a rilento, che solo nel gennaio 1892 Don Rua, passando per Roma nel suo viaggio in Sicilia, ricevette dal Card. Rampolla comunicazione orale, confermata poi circa sei mesi dopo per iscritto, che la Santa Sede affidava definitivamente detta Missione ai Salesiani.
Intercaliamo qui un po' di storia dell'antefatto. La gigantesca muraglia delle Ande, che divide geograficamente in due parti la Repubblica dell'Equatore, separa anche nettamente una parte civile da un'altra selvaggia. La prima si trova a ovest della Cordigliera lungo il litorale dell'Oceano Pacifico e la seconda a est, coperta d'immense foreste e solcata da numerosi fiumi. Qui regnava la barbarie; tribù molte, abbrutite e feroci resistevano accanitamente a qualunque sforzo si facesse per recar loro la civiltà del Vangelo. Il Governo Equatoriano, animato da nobili intendimenti, si adoperava con buona volontà per agevolare l'opera dei Missionari; infatti il Presidente Flores aveva ottenuto che si stabilissero colà i Gesuiti, i Domenicani e le Suore del Buon Pastore, onde sorsero la Missioni del Napo, di Canelos e di Macas Affine però di spingere innanzi più efficacemente l'evangelizzazione, l' 11 agosto del 1888 le due Camere deliberarono di chiedere alla Santa Sede l'erezione di quattro Vicariati Apostolici: uno nel Napo, un altro in Macas e Canelos, un terzo a Mendez e Gualaquiza e un quarto a Zamora. Per i due primi si proponeva che continuassero a restare nelle mani dei Gesuiti e dei Domenicani; per i due ultimi si esprimeva il desiderio che quello di Mendez e Gualaquiza fosse dato ai Salesiani di Don Bosco e quello di Zamora ai Padri Francescani. Si domandava in fine che detti Vicariati fossero retti non da semplici preti, ma da Vescovi titolari o, secondo l'espressione di allora, in partibus, come più atti a far progredire l'opera dell'apostolato. Il Decreto legislativo venne spedito a Leone XIII il 6 ottobre 1888, accompagnato da una supplica del Presidente Flores, il quale con sensi di pietà cristiana, di amore per i poveri selvaggi e di devozione vergo la Santa Sede interponeva i suoi buoni uffici, affinchè avessero esaudimento i voti espressi dai rappresentanti della nazione.
Il Papa, com'era da aspettarsi, il 30 gennaio 1889, altamente encomiando l'atto del Governo, assicurava il Presidente della Repubblica, che la petizione formava l'oggetto delle sue maggiori sollecitudini e che egli aveva già dato l'incarico a persone prudenti di esaminare la cosa e di cercare il miglior mezzo per condurla a felice esito. Pratiche di tal natura esigono tempo, giacchè in simili negozi la Santa Sede, suole andare con piè di piombo; onde, per limitarci a quello che riguarda noi, soltanto
l'8 febbraio 1893 la Segreteria della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, dipendente dalla Segreteria di Stato, emetteva il decreto di erezione del nuovo Vicariato Apostolico di Mendez e Gualaquiza, facendolo pervenire a Don Rua proprio all'apertura del Giubileo Episcopale di Leone XIII.
Il documento ne delimitava i confini nel modo seguente: a nord il fiume Apatenoma, a sud la Zamora, a est il Marona e il Marañon, a ovest le diocesi di Cuenca e di Loja. La quale vicinanza di Cuenca presentava per i Salesiani un grande vantaggio; poichè dal marzo del 1892 esisteva in quella città una nostra Casa, la quale offriva un luogo di preparazione, di ricovero e di riposo ai Missionari.
Tentativi di esplorazione.
Per iniziare e avviare la difficile Missione parve a Don Rua che nessuno si prestasse meglio di Don Angelo Savio, Missionario provetto e rotto alle fatiche delle peregrinazioni apostoliche in quei paesi. È vero che con tanti strapazzi sofferti le forze gli cominciavano a scemare, tanto che il 26 febbraio 1890, reduce da un faticoso viaggio nel Perù, aveva scritto da Talca a Don Rua: «Son vecchio, e gli acciacchi si presentano per dirmi che non posso più durarla a lungo ». Tuttavia, venuto in Italia nel 1892 e ricevuto quell'incarico, obbedì, proponendosi di fare subito una prima visita alla regione dei Jivaros, come si chiamano i selvaggi di Mendez e Gualaquiza. Giunto a Panama con un piccolo stuolo di Missionari destinati all'Equatore, il giorno prima di riprendere il mare per Guayaquil, il 4 gennaio 1893, scrisse all'Oratorio: « Ci raccomandiamo alle preghiere dei compagni e Superiori e preghiamo Don Rua a volerci benedire ». Ma quando la sua lettera arrivò a Torino, Don Savio non era più: aveva cessato di vivere il 17 gennaio in una solitaria capanna, alle falde del Chimborazo.
Che era dunque avvenuto ? Sbarcati a Guayaquil e montati a cavallo, i Missionari si dirigevano a Riobamba passando per Guaranda, donde poi proseguire per Quito. Sorpresi dalla notte a Ganguis, dovettero dormire sul suolo, a un'altitudine dove l'aria è molto fredda. Don Savio l'indomani non potè continuare il viaggio, ma, fatti partire gli altri, rimase là con un coadiutore. Volarono tosto da Riobamba un prete e un chierico; ma arrivarono solo in tempo per assistere un morente. Don Calcagno, appena informato, ottenne dal Presidente della Repubblica, che telegrafasse al Governatore di Guaranda, affinchè spedisse subito un medico a Ganguis. Il medico, accorso, lo trovò morto. Una polmonite fulminante l'aveva spento. Nelle sue ultime ore l'infermo non aveva più aperto bocca se non per isfogare i suoi sentimenti di viva fede e di santa rassegnazione. La salma fu trasportata a Guaranda, dove a spese dello Stato gli si celebrarono solenni funerali. Più solenni si ripeterono a Quito coll'intervento del Presidente. La Missione di Mendez e Gualaquiza principiava così fra amare lacrime.
Don Savio appartenne alla piccola, ma fortunata e gloriosa schiera degli antesignani. Visse e lavorò vicino a Don Bosco dal 1850 al 1885, nel qual anno andò Missionario. Più di vent'anni prima, nel sogno della ruota, Don Bosco l'aveva scorto in lontanissime regioni. Vera tempra di apostolo, corse la Patagonia, il Brasile e il Paraguay, affrontando pericoli e sostenendo fatiche indicibili, divorato sempre dalla sete di salvare anime. Quello che fece è infinitamente meno di quello che avrebbe voluto fare. In una sua lettera del 16 luglio 1892 dal Paraguay, alla vista dell'abbandono in cui vivevano migliaia di selvaggi nel Gran Ciaco, esclamava: «Peccato essere nato troppo presto e non essere venuto prima quaggiù!». Qui c'è tutto Don Savio Missionario. Sulla sessantina, con un fisico logoro dagli strapazzi, accettò docilmente da Don Rua l'obbedienza di quell'ardua e ardita impresa, che Dio gli permise di compiere solo col desiderio. Cadendo sul campo quasi alle porte della nuova Missione, segnò a chi venne dopo il cammino del Missionario, che è la via crucis del sacrificio per amor di Dio e delle anime.
Dell'esplorazione fu incaricato allora Don Gioachino Spinelli, sacerdote giovane e robusto, che, dimorato alcuni anni a Quito, erasi da poco stabilito nella Casa di Cuenca. Gli si assegnò per compagno il coadiutore Giacinto Pancheri, venuto poc'anzi da Torino con Don Savio. Lasciarono Cuenca ai primi di ottobre del 1893. Il viaggio durò 36 giorni, di cui 30 passati a Gualaquiza, nè si andò più innanzi; Don Calcagno aveva proibito loro di oltrepassare quei limiti per timore di disgrazie da parte dei selvaggi Jivaros. Raggiunsero la mèta cavalcando per sentieri, che rasentavano paurosi abissi lungo le vallate della Cordigliera, nelle quali scorrevano fiumi ricchi d'acqua e vorticosi.
Non si pensi che Gualaquiza sia una città o qualche cosa di simile. È una località, un territorio o un'immensa vallata, in fondo alla quale il fiume dello stesso nome si è scavato nella roccia lo stretto alveo. Gli abitanti sono coloni che dimorano in capanne sparse qua e là, e famiglie di selvaggi in tambi disseminati per le foreste. Il paese è uno dei più belli e incantevoli dell'oriente equatoriano. Si eleva a 780 metri sul livello del mare. Ha clima sano e gradevole, essendo la sua temperatura media di 22 gradi.
Esisteva a Gualaquiza una popolazione cristiana del 1816, per opera del P. Prieto, francescano del convento di Ocopa nella Spagna. Di tanto in tanto vi penetrarono sacerdoti secolari, inviati da Cuenca o da Sigsig. Il celebre Presidente Garcia Moreno vi aveva mandato Missionari Gesuiti, che però vi stettero poco, perchè i selvaggi non volevano sapere di qualsiasi giogo. I Jivaros sono realmente terribili, benchè a prima vista sembrino simpatici e intelligenti. Astuti, egoisti, vendicativi, amanti dell'ozio e del piacere, fanatici della loro indipendenza, si credono superiori a tutti. Nè gli Incas nè gli Spagnoli riuscirono mai ad assoggettarli. Praticano il culto dei morti e professano la credenza in una vita futura. Ammettono l'esistenza di due spiriti, uno buono e l'altro cattivo. Molto possono su di loro gli stregoni.
A Gualaquiza i nostri trovarono alcuni di questi selvaggi, sulla cui indole aveva influito un po' il contatto con i civili. Non pochi parlucchiavano lo spagnolo, ma usando nei verbi sempre e solo la forma del gerundio. Sparsasi la voce della venuta di Missionari con bei regali, se ne avvicinarono da varie parti. I regali consistevano in gingilli, che li facevano andare in visibilio. Dopo questa premessa Don Spinelli e il suo compagno presero a visitarli di capanna in capanna, non mai a mani vuote, accolti generalmente con segni di benevolenza.
L'inizio della Missione.
Nel loro breve soggiorno si persuasero della necessità di grandi aiuti spirituali e materiali per condurre con frutto la Missione. In primo luogo vi era estremo bisogno dell'assistenza divina, essendo, straordinarie le difficoltà e gravissimi i pericoli. Poi ci voleva buon personale che risiedesse sul posto, e danaro non poco per impiantare laboratori e scuole in cui istruire i figli dei bianchi e dei selvaggi. A questo disegno si diede esecuzione senza indugio. Don Spinelli tornò a Gualaquiza per le feste natalizie; ma il 5 febbraio 1894 due sacerdoti, due coadiutori e tre operai provetti partirono da Quito con religiosa solennità per andar a stabilire la Missione di Gualaquiza. Capo della spedizione era Don Francesco Mattana. A Cuenca presero altri tre operai specializzati. A Gualaquiza la notizia della loro venuta li aveva preceduti, sicchè passarono sotto archi trionfali preparati con rami d'alberi da selvaggi non più interamente selvatici. Si diedero subito a costruire casa e cappella, godendo intanto dell'ospitalità di un proprietario, molto amico dei Salesiani.
Qualche giorno dopo i Missionari furono testimoni di un'usanza, che fece loro toccare con mano di qual barbara natura fosse la razza dei Jivaros. Quei di Gualaquiza da una spedizione bellicosa avevano trascinato seco prigioniera un'india di Zamora, dai parenti della quale erano stati offesi; uccisala quindi per vendetta, facevano intorno alla sua testa un'orribile baldoria, che durò cinque giorni. La testa però non è in simili casi lasciata nel suo stato naturale, ma viene mummificata in modo strano. Il Jivaro uccisore, spiccatala dal busto, le taglia la pelle dal vertice alla cervice, con ambo le mani la rovescia, togliendone il cranio, ed estrattone ogni osso la mette nell'acqua bollente mista di certe erbe per distruggere ogni principio di putrefazione. Dopo la colloca in forma , sopra una pietra rotonda arroventata, grossa come un arancio. Il calore ne contrae a poco a poco le fibre, riducendone il volume alla piccolezza della pietra. Infine, toltala dalla forma, la riempie di sabbia ardente e la cuce; la figura così ottenuta conserva intatta la capigliatura e mantiene riconoscibili le fattezze della persona. Dopo la festa di rito, l'Indio si tiene cara come un gioiello quella specie di mummia, conservandola infissa a una lunga asta nella sua capanna e contemplandola con venerazione, quasi genio tutelare della famiglia.
Ho parlato di laboratori e scuole, di casa e cappella. Erano poveri capannoni, fatti con pali e canne e rivestiti di foglie. Innalzata sì meschina dimora e aperti gli umili laboratori, tutti i figli dei bianchi presero a frequentare le scuole professionali, attendendo pure ai primi elementi del sapere; anche vari selvaggetti imparavano qualche cosa. Alla fine si fece una distribuzione di premi ai migliori, accompagnata da una microscopica mostra dei lavori eseguiti. Assestate che furono le cose, i Missionarì si dedicarono all'assistenza spirituale dei coloni e iniziarono le esplorazioni fra i selvaggi dei dintorni. Era una parrocchia di Missione, vasta quanto una volta e mezzo il Piemonte.
Non trascorse l'anno, che sperimentarono purtroppo a loro spese la innata cattiveria dei Jivari. Bisogna sapere che tempo addietro a Gualaquiza stanziava un picchetto di soldati per tenerli in rispetto, che non molestassero i coloni. Naturalmente gl'indomiti signori della foresta ne avrebbero fatto volentieri carne da macello, se non fosse stato delle carabine, che erano il loro spavento. Allora abitava presso una cappelletta uno zelante P. Pozzi, Missionario della Compagnia di Gesù, che i selvaggi sospettavano essere d'intesa con gli armati per opprimere la loro libertà; onde un bel giorno gl'incendiarono la casa e quanto in essa si conteneva. Per questo e per altri motivi il Gesuita si allontanò di là nè più si fece vedere. Venuti poi i Salesiani, sebbene non vi fossero più militari, tuttavia alcuni Indi entrarono in dubbio che anch'essi avvesero intenzione di attentare alla loro indipendenza; perciò, colto il momento propizio, il 17 dicembre, mentre in chiesa si cantavano le Profezie del Natale, appiccarono il fuoco al laboratorio dei fabbri. Le fiamme investirono il tetto di materia combustibile e in men di dieci minuti invasero l'intera casa, incenerendovi quanto vi stava dentro, come se fosse un gran mucchio di paglia. Per fortuna la cappella, essendo un po' distante, rimase intatta. Ma il peggio si fu che viveri per due mesi, mobilia per una cinquantina di ragazzi interni, una biblioteca dei libri più necessari, una discreta farmacia, i paramenti sacri, strumenti di meteorologia e di astronomia, attrezzi per falegnami, sarti, calzolai, il vino da Messa, quantità di oggetti per gli Indi, tutto, tutto si ridusse in cenere. I bianchi, temendo di essere abbandonati, si diedero subito d'attorno per costruire altre abitazioni e portare alla Missione ogni ben di Dio. Ma l'accaduto non che sbigottire i Missionari, ne accrebbe il buon volere, perchè essi non vedevano nel fatto se non uno sforzo del demonio contro chi veniva a contrastargli il dominio di un luogo, dove aveva signoreggiato per tanti anni.
I Missionari però sospiravano la venuta del Vicario Apostolico, che sapevano non dover tardare, ma non sapevano chi fosse il designato. Don Rua nell'agosto del 1894 aveva comunicato confidenzialmente al suo Capitolo che il Presidente Flores chiedeva per il Vicariato di Mendez Don Giacomo Costainagna, Ispettore nella Repubblica Argentina. Don Costamagna si era fatto conoscere a Quito nel 189o, quando visitava le Case salesiane sul versante del Pacifico. Parlandosi già allora di chiamare in quel Vicariato i figli di Don Bosco, vari Senatori lo avevano pregato di andar a vedere quei luoghi; ma egli, pur desiderando di compiacerli, non potè. Alla sua conferenza salesiana, la prima che si facesse nell'Equatore, eransi recati il Presidente del Senato e parecchie Autorità ecclesiastiche e civili. Era naturale quindi che si pensasse a lui per quell'alta dignità.
Espletate a Roma le formalità che sogliono precedere le nomine dei Vescovi, Don Rua comunicò sotto l'obbligo del segreto la cosa al designato, con l'ordine di partire al più presto possibile per Torino. Don Costamagna ricevette la lettera il 24 novembre e il 3 dicembre diede l'addio al suo tanto caro Collegio di Almagro. Rimesso il governo interinale dell'Ispettoria a Don Vespignani, conforme alle istruzioni avute, per evitare emozioni a sè e disturbi agli altri, scomparve di nascosto. Fece poi le scuse da Montevideo, spiegando come fosse stato chiamato di Don Rua a Torino...
Poneva piede nell'Oratorio proprio nella notte di Natale. Nel Concistoro segreto del 18 marzo 1895 Leone XIII lo preconizzò Vescovo della sede titolare di Colonia nell'Armenia. Fu consacrato il 23 maggio nella chiesa della sua fanciullezza, in Maria Ausiliatrice, da Mons. Riccardi, Arcivescovo di Torino, con l'assistenza dei Monsignori Leto e Bertagna. Oggi ab assuetis non fit passio; ma allora un terzo Vescovo Salesiano suscitò nell'Oratorio e nei Collegi grandi manifestazioni di gioia.
Giacomo Costamagna nacque a Caramagna di Piemonte il 23 marzo 1846. La svegliatezza dell'ingegno mosse la buona madre a farlo studiare; ma, non permettendole la scarsità dei mezzi di sobbarcarsi a spese, lo condusse da Don Bosco, che nel 1858 lo annoverò tra i suoi figli dell'Oratorio. Durante il ginnasio imparò dal Cagliero la musica, per la quale sentiva una tendenza innata. Dopo il ginnasio, obbedendo a un'ultima voce del Signore, scelse di star sempre con Don Bosco. Trascorsi i primi sei anni di sacerdozio, fu dal Santo mandato Direttore spirituale alla Casa Madre delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Mornese, quando la Beata Mazzarello veniva quivi maturando la sua santìtà. Nel 1877 prese parte alla terza spedizione missionaria. Della sua operosità nell'Argentina abbiamo detto nell'altro volume. Dio gli largì il dono della parola che ebbe efficace specialmente nel predicare gli esercizi a religiosi e a religiose, e il dono del consiglio soprattutto per dirigere nello spirito comunità di Suore. Introdusse a Buenos Aires le Letture Cattoliche in lingua spagnola. Durante il suo Ispettorato ingrandì mirabilmente le Scuole Professionali di Almagro, eresse chiese e fondò nella Repubblica Argentina dodici Case, parte di Salesiani e parte di Suore. Fece lunghi viaggi come visitatore dei Salesiani nella Patagonia, nell'Uruguay, nel Cile, nel Perù, nell'Equatore, donde tornò attraverso la Bolivia per trattare colà di una fondazione. Infervorato per le cose del culto divino, zelava l'esatta osservanza delle prescrizioni liturgiche. Cultore di musica, non solo propugnò dappertutto lo studio del canto ecclesiastico e propagò l'uso dei dìvoti canti popolari, ma compose per chiesa, per teatrino, per trattenimenti accademici. La nuova dignità aperse un campo più vasto al suo zelo. Don Bosco gli aveva detto dodici anni prima che sarebbe stato Vescovo; ma egli non ne fece. mai parola ad anima viva prima della nomina. Chi lo praticò da vicino e a lungo, pensa che solamente un tale preannuncio abbia avuto forza di vincere la sua reale modestia, inducendolo ad accettare la dignità vescovile.
Mentre a Torino Mons. Costamagna nella chiesa e nella festa di Maria Ausiliatrice faceva il suo primo pontificale, la Madonna di Don Bosco prendeva possesso del suo Vicariato Apostolico. Premetto che laggiù i Missionari si sforzavano con ogni mezzo di sviluppare la vita cristiana fra i coloni e i pochi Indi battezzati; celebravano quindi con la maggior solennità possibile le feste e le funzioni liturgiche, comprese le cerimonie della settimana santa. Anche i selvaggi non battezzati vi assistevano con curiosità, sgranando gli occhi e, benchè chiacchieroni per natura, osservandovi perfetto silenzio. Ora nel 1895, fatto il mese mariano più o meno secondo il consueto e celebrata solennemente la novena, ecco alla vigilia della festa spuntare una piccola banda musicale, ma di grossi strumenti, e far echeggiare suoni mai uditi in quelle valli e foreste. L'aveva chiamata da Sigsig un benefattore per nome Guglielmo Vega, il quale più volte aveva sovvenuto i Missionari. Fu un fragoroso richiamo per gli Indi.
Il 24 accorsero coloni anche da punti lontani e Jivari dalle Jivarie dei dintorni. Alla prima Messa, comunione generale e quattro prime comunioni; a quella cantata, intervento del Governatore con tutte le Autorità: poichè da poco tempo Galaquiza era stata eretta a provincia; dopo, gran processione con statua di Maria Ausiliatrice, scortata da picchetti di soldati, che ogni cinquanta passi sparavano il fucile. Infine il Governatore passò in rivista la truppa al suono dell'inno nazionale; appresso Don Mattana e tutti si radunarono intorno a lui per un atto di sommo rilievo. Il Governo nazionale aveva decretato che la capitale della nuova provincia fosse costituita dalla popolazione, la quale dimorava o sarebbe venuta a dimorare là dove risiedeva il centro della Missione e che pigliasse il nome dal fiume Gualaquiza. Bisognava allora dare alla città un celeste Protettore. Si stabilì dunque che Maria Ausiliatrice ne fosse la Patrona e che il 24 maggio fosse festa ecclesiastica e civile. Della cosa si redasse lo strumento, a cui i presenti apposero le loro firme. Ecco il testo del documento tradotto dallo spagnolo:
Nella città di Maria Ausiliatrice di Gualaquiza, ai ventiquattro di maggio del mille ottocento novanta cinque, presieduti dal Governatore della Provincia Sig. Antonio Moscoso C., si radunarono i RR. Sacerdoti Salesiani D. Francesco Mattana, Superiore della Missione e del Collegio, e D. Gioachino Spinelli, Parroco il primo e Viceparroco il secondo della chiesa matrice di questa nuova città, unitamente al consiglio dei Sig. Giudici Nicola Guillen e Gioachino Bravo e l'infrascritto Segretario, con lo scopo di deliberare sopra al titolare civile e religioso, sotto cui debba rimaner fondata questa città di recente erezione e per unanime consentimento risolvettero: - Che la nuova capitale Gualaquiza resti dedicata d'or innanzi politicamente e religiosamente al Patrocinio della Santissima Vergine conosciuta ed onorata col titolo e sotto il nome di Maria Ausiliatrice dei Cristiani, la cui festa si deve celebrare al 24 maggio di ciascun anno; e con tal fine la si dichiara festa civile provinciale in azione di grazie alla Madre di Dio, patrona di questa città, ed in memoria della fondazione ufficiale di questa data; doversi per conseguenza portare a conoscenza del Supremo Governo per la sua approvazione e pubblicazione con editto nel primo giorno festivo.
La fanciullesca curiosità dei Jivari aspettava con ansia di sapere che cosa stessero a fare là certe file di globi appesi a fili di ferro, certe ruote attaccate a pali e altre cose per loro piene di mistero. Lo compresero a notte, quando videro l'illuminazione, quando trasalirono agli scoppi improvvisi e gagliardi, quando restarono abbagliati dai bengala e dai lanci di stelle e seguirono con l'occhio i razzi nell'aria e accompagnarono con lo sguardo attonito i vortici delle girandole. Tutta quella fantasmagoria impresse nelle loro immaginazioni puerili un ricordo indelebile della giornata, contribuendo a ispirar loro una straordinaria idea dei Missionari e della Missione.
La Madonna prese possesso della Missione, ma non lo potè prendere per sette anni Mons. Costamagna. Condotto seco in America un centinaio di Missionari da ripartirsi in vari luoghi, si sentì dire che per lui non c'era posto nella Repubblica Equatotoriana. Una di quelle frequenti rivoluzioni, in cui i partiti politici mettono sossopra le Repubbliche Sudamericane, aveva sollevato al potere un Governo anticlericale, il cui programma portava il bando delle Congregazioni religiose. Dovremo parlarne più innanzi.
Giunto dunque a Buenos Aires il 25 novembre, Mons. Costamagna fu ricevuto al porto da Mons. Cagliero, da Mons. Fagnano e da Madre Daghero, Superiora Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, venuta a visitare le sue Suore nell'America. Quando vide che tutte le porte dell'Equatore per allora gli stavano chiuse, domandò a Roma istruzioni sul da farsi. Gli fu risposto che, finchè durasse il divieto, aveva facoltà di dimorare in un luogo di sua scelta. Egli, avvezzo a una docilità di novizio verso i Superiori, si rimise interamente alle loro deci sioni, ed essi determinarono che risiedesse a Santiago del Cile, come Visitatore delle Case Salesiane dalla parte del Pacifico. Cure di governo, brighe amministrative, visite ai novizi, organizzazione degli studi, conferenze morali e liturgiche, scuola di canto sacro, corrispondenza con le Case dei Salesiani e delle Suore, viaggi lunghi e frequenti non gli lasciavano un momento di riposo. Sua preoccupazione continua era di tener in fiore dappertutto lo spirito genuino di Don Bosco. I suoi scritti contengono tesori di quella dottrina schiettamente salesiana, che andava spargendo a voce nelle comunità, infiorata di ricordi personali su Don Bosco e l'Oratorio.
Nell'aprile del 1897 gli parve scorgere un barlume di speranza, che le barriere stessero per venire rimosse; ma fu illusione. Allora chiese a Roma il permesso di prolungare la sua permanenza nel Cile. Il Procuratore Don Cagliero presentò a suo nome la domanda il 18 maggio, dando di lui alla Santa Sede le seguenti notizie: «Mentre queste dolorose circostanze lo tengono lontano dalla sua Missione, Mons. Costamagna non resta inattivo. Da una parte tiene l'alta direzione delle Case del Cile, Perù e Bolivia e, per lettere, anche dell'Equatore; dall'altra è a intera disposizione degli Ordinari di quelle Repubbliche, facendo là da vero apostolo in tutti i suoi viaggi. Basti dire che nell'anno decorso cresimò nel Perù e Bolivia più di 40 mila persone, in luoghi dove gli Ordinari non avrebbero potuto arrivare ». La risposta non poteva essere che affermativa. Così egli continuò nella descritta sua attività fino al 1902, nè per questa lontananza del Pastore la Missione di Mendez e Gualaquiza fu abbandonata dai Salesiani, come vedremo... (continua).
Sac. PERSIANI ARNALDO, da Castel S. Angelo (Macerata), a Roma, il 3-XII-1943
Zelante della gloria di Dio e del bene delle anime, fedele allo spirito di Don Bosco ed alla disciplina religiosa, fu ben presto chiamato alla direzione del nostro Istituto di Castellammare di Stabia, finchè nel 1923 fu nominato Ispettore dell'Ispettoria Napoletana. Di là passò a reggere l'Ispettoria Subalpina e, dopo una breve parentesi alla nostra Procura generale a Roma, l'Ispettoria Sicula, che lasciò due anni or sono per assumere la direzione del nostro Collegio di Brindisi. I disagi della guerra inasprirono le sofferenze di salute che da tempo lo travagliavano e ne affrettarono la morte. Lasciò ovunque caro ricordo della sua abilità pedagogica, della sua pietà e del suo zelo.
Sac. GALLIA FRANCESCO, da Sampierdarena (Genova), † a Bordighera-Vallecrosia il 10XII-1943 a 64 anni.
Tenne per oltre un ventennio la direzione di vari collegi-convitti della nostra Ispettoria Ligure, prodigandosi particolarmente alla cura della gio ventù delle pubbliche scuole che nelle Case di Don Bosco cerca una seconda famiglia per compiere la propria educazione mentre attende agli studi. D. Gallia sapeva far le veci dei genitori e si cattivava la stima delle famiglie e la gratitudine dei giovani.
Sac. FERRERO PIETRO, da Lu Monferrato (Alessandria), † a Chieri, Villa Moglia, il 28-XI-1943.
Condotto dal compianto Don Filippo Rinaldi al Collegio S. Giov. Evangelista di Torino per gli studi ginnasiali, vi ricevette la benedizione di Don Bosco che confermò la sua vocazione alla Società Salesiana. Carattere mite, umile, pio, prestò il suo primo apostolato nelle nostre case della Francia meridionale, poi nelle nostre scuole agrarie d'Italia ove, nonostante la sua scarsa salute, diede costante esempio di edificante osservanza religiosa, di spirito di povertà, di sacrifizio e di lavoro.
Sac. ORRU RAFFAELE, da Isili (Nuoro), † a Pordenone (Udine) il 4-X-1943 a 43 anni.
Minato troppo presto nella salute, esercitò soprattutto l'apostolato della preghiera e della sofferenza edificando tutti colla sua conformità alla volontà di Dio.
Coad. STELLA PASQUALE, da Torino, † a Piossasco (Torino), il 12-XI-1943 a 26 anni.
FOZZER LUCIANO, † a Trento il 6-XII-1943 a 79 anni.
Comunione quotidiana fin dalla giovinezza, partecipazione attiva ad ogni opera di beneficenza e operosità instancabile nella sua professione edile, formano il tessuto della sua vita di cristiano e di professionista, coronata da una morte santa, dopo nove anni di sofferenza.
Educò alla pietà ed al lavoro dieci figli; e ne offerse cinque al Signore, tutti religiosi.
Don Rua, che lo aveva conosciuto quale impresario della costruzione dell'Istituto Salesiano nella sua visita a Trento nel 1897, lo rivide a Torino l'anno dopo, presso il Santuario di Maria Ausiliatrice, che era stata la mèta del suo viaggio di nozze.
E in quell'incontro, tra gli auguri e le felicitazioni, gli disse: « Bravo! Bravo! Ha edificato l'Istituto Salesiano e poi darà due dei suoi figli a D. Bosco ».
Così fu. Dei cinque religiosi un figlio è Salesiano, ed una figliola è Figlia di Maria Ausiliatrice.
Della sua carità lasciò segreta testimonianza verso tutte le istituzioni benefiche di Trento. I figli di Don Bosco gli sono particolarmente grati per la sua beneficenza a favore delle Missioni Salesiane.
MARIA CANEPA Ved. BOCCOLERI, † a Modena il 25-XI-1943 a 93 anni.
Madre dell'Ecc.mo Arcivescovo di Modena Mons. Cesare Boccoleri, dopo aver spesa la vita nell'educazione esemplarmente cristiana dei numerosi figliuoli rimase accanto al « suo Vescovo » godendo delle sue gioie e trepidando con lui per le sante sofferenze della missione Episcopale. Quasi sempre sola, nella raccolta austerità della sua vita, « mamma Maria » aveva il cuore ed il pensiero teso verso la folla dei figli affidati alle cure pastorali del figlio.
La guerra mondiale aveva chiesto anche a lei il tributo di preghiere e di sofferenze: aveva trepidato per quattro dei suoi figli chiamati al servizio della Patria. In questi ultimi anni aveva seguito con angoscia la dura vita di guerra partecipando anche alle sofferenze degli altri ed intensificando le sue preghiere per alleviare tante sventure. Fu zelante Cooperatrice salesiana, e quando a Terni S. Eccellenza chiamò i Salesiani per la fondazione di una importante opera a pro della gioventù, non si stancò di prodigarsi con ogni mezzo perchè il bene iniziato si consolidasse e si affermasse con successo.
Maestra REGIS BIANCHETTO ERNESTA, † a Lessona (Biella) il 4-VII-1943.
Fervente Cooperatrice da più di 5o anni, ispirò il suo apostolato educativo al sistema di S. Giovanni Bosco, accreditando il suo insegnamento colla pratica delle virtù cristiane che resero la sua vita altamente edificante.
BORGOGNO GIOV. BATTISTA, † a Canelli (Asti) il 30-IX-1943
Fervente Cooperatore fu benedetto da Dio colla vocazione di un figlio alla Società Salesiana.
Altri Cooperatori defunti:
Antonietti Rina, Cantù (Como) - Barrel Emilio, Valgrisenza (Aosta) - Bellero Felice, Tonco Monferrato (Asti) - Binda Virginia, Besnate (Varese) - Borsatto D. Giuseppe, Sandon (Venezia) - Buccelli Erminia, Campomorone (Genova) - Cabbia Maria, Sandon (Venezia) - Carraro Gregorio, Sandon (Venezia) - Chiesa Dott. Luigi, Castagnole Lanze (Asti) - Davini Celestina, Rezzato (Brescia) - Debarbora Giovanni, Trieste - Ferrero Don Pietro, Mati (Torino) - Gazelli Lovera C.ssa Maria, Torino - Ghiglione Giambattista, Castellamonte (Aosta) - Girotto Can. Francesco, Revigliasco Torinese (Torino) - Lanfranchi Belotti Caterina, Ponte S. Pietro (Bergamo) - Martelli Carlo, Commessaggio (Mantova) - Molteni Antonio, Lamburgo (Como) - Perotti Caterina, Gropello Cairoli (Pavia) - Riviera Giovanna, Brescia - Rossi Galotti Nena, Bastida Panc. (Pavia) - Sala Milani Agnese, Olginate (Como) - Sartirana Macchi Teresa, Urio (Como).
Borse complete.
Borsa TOSO ING. PIETRO E OTTAVIA. Borsa MARIA AUSILIATRICE E S. GIOVANNI
BOSCO (171), per grazia ricevuta in Russia, a cura di N. N. Somma prec. 10.000 - A compimento 10.000 - Tot. 20.000.
Borsa SS. CUORI DI GESÙ E MARIA (3a), in suffragio dei suoi morti benedetti, a cura di N. N. Borsa RUSPOLI PRINCIPE, ROMA. Borsa PANTOLI LODOVICO. Borsa S. CRISTOFORO, in suffragio del Babbo e cari defunti a cura di Maria Musso-Piantelli. Borsa GUALA AGOSTINO E BUSTI GIOVANNA CONIUGI, a cura di D. Domenico Guala, come da disposizione testamentaria.
Borse da completare.
Borsa N. S. DEL BOSCHETTO E S. CECILIA - Somma prec. 10.060 - Cap. Prospero Schiaffino 15o; P. L. 10 - Tot. 10.220.
Borsa PEDUSSIA DON LUIGI - Somma prec. 17.443,40 - Cassetta libreria L'Araldo in Volterra 206,25; Pedussia Michele zoo; Famiglia Fivizzoli 22; Dott. Aldo Conti 25, Bruni Ester 5o; Donati Sandrina 1o; Bartoli Assunta S; Murri Rosa 5 ; Spugnoli Gilda 6 - Tot. 17.972,65.
Borsa POLLA D. EZIO, a cura della madre Irma Masino ved. Polla - Somma prec. 930 - Nuovo versamento 40; nipote Liliana Giorda 16o; Dott. Giuseppe Coppola 50 - Tot. 118o.
Borsa PERARDI LUIGI CAPITANO DEGLI ALPINI - Somma prec. 5315 - Perardi Avv. Emilio 5oo - Tot. 5815.
Borsa PICCOLI AMICI DI DON BOSCO - Somma prec. 3786 - P. L. 10 - Tot. 3796.
Borsa PUPPO D. GIUSEPPE, a cura dell'Avv. Battù - Somma prec. 400 - G. B. Caniglione 100; Tot. 5oo.
Borsa PASTORINO DON PAOLO, a cura di Foresti Ezia - Primo versamento 200.
Borsa POGLIO D. GIOVANNI, Parroco di Tigliole, in suffragio, a cura di G. L. - 1° versamento 1000.
Borsa RICALDONE DON PIETRO (4a) - Somma prec. 3839,50 - Tenente Paschero Elmo 5o; Garavello Annibale 25; P. L. 3924,50.
Brosa RUA DON MICHELE (4a) - Somma prec. 8493 - Chiappo Silvio 500; Pietro Cassanello 10; Podio Giuseppe 200; Famiglia Bertolino Zoo; P. L. 10 - Tot. 9313.
Borsa REGINA PACIS DI MONDOVÌ (2a) - Somma prec: 6227,10 - Prof. Domenici Valla SoFam. Danni io; Rossi Giorgio 100; P. L. 10; Danni Teresa 10; M. Teresa Micca 10 - Tot. 6417,10.
Borsa RINALDI DON FILIPPO (7a) - Somma prec. 15.535 - 1° Oratorio D. Bosco 1500; P. L. 10 - Tot. 17.045.
Borsa RINALDI RODOLFO E PALMIRA, in memoria e suffragio, a cura del Comm. Rag. Antonio Rinaldi - Primo versamento 10.000.
Borsa S. CUORE DI GESÙ, MARIA AUSILIATRICE E S. GIOVANNI BOSCO, M'AFFIDO A VOI, a cura di Luisa Devoto - Somma prec. 6590 - Terzo versamento 4000 - Tot. 10.590.
Borsa SACRA FAMIGLIA (8a) - Somma prec. 9381,50- D. Eusebio Bressan 1500 - Tot. 10.881,50.
Borsa S. CUORE DI GESÙ (2a), a cura della Parrocchia di Corneno Eupilio - Primo versam. 400.
Borsa S. CUORE DI GESÙ, MARIA AUSILIATRICE E D. BOSCO -,Somma prec. 6926, - Bazzè Elisa 50: Vodopivec Vincenzo 100; Fiorasi Maria 110; Riva Navire 300; Fornassero Paola 5o; P. L. 10 - Tot. 7546.
Borsa SOLARO -DON GAETANO, a cura di alcuni parrocchiani di Airuno - Somma prec. 7500 - N. N. Airuno 10.000; Villa G. 200; Sala G. 400; Teodoro 1,50; Cavaluccia o,8o; Andreina R. 120; Tochetti A. 15o - Tot. 18.372,30.
Borsa S. CUORE DI GESÙ CONFIDO IN VOI (3a) - Somma prec. 17.468,60 - D. Vincenzo Scarzello 5 - Tot. 17,473,60.
Borsa S. GIUDA TADDEO - Somma prec. 10.350 - P. L. 10 - Tot. 10.360.
Borsa S. GIOVANNI BOSCO, a cura di C. I. - Somma prec. 13.025 - Nuovo versam. 1000 - Tot. 14.025.
Borsa S. CARLO PER OTTENERE LA PACE - Somma prec. 2288 - Sorelle Scolari 43,85; Mario Nave 15o - Tot. 2481,85.
Borsa S. TERESINA, Santu Lussurgiu (Cagliari) - Somma prec. 2000 - Zoffi Luigi 100; Casetta Bice 5; Maria Chieco Tabacchi 100 - Tot. 2205.
Borsa S. ANTONIO DA PADOVA - Somma prec. 4770 - Gatti Virginia 100 - Tot. 4870.
Borsa SAVIO DOMENICO (4a) - Somma prec. 13.248 - Antonietta Nardore 20; P. L. 10; Luzzatto Caterina 50 - Tot. 13.328.
Borsa S. GIUSEPPE, ALTO ORINOCO, a cura di Mons. De Ferreri - Somma prec. 15.528 - Gatti V. 300; P. L. 10 - Tot. 15.838.
Borsa S. SIRO VESCOVO DI PAVIA, a cura di R. A. R. M. 1° Versamento 11.6oo.
Borsa S. GABRIELE DELL'ADDOLORATA - Somma prec. 1135 - Giuseppina Pellegrini 70 - Tot. 1205.
Borsa S. RITA DA CASCIA - Somma prec. 3663,50 - P. L. 10 - Tot. 3673,50.
Borsa S. GIOVANNI BOSCO (9a) - Somma prec. 825 - Fam. Conte Falicetto in suff. del figlio Stefano caduto in Grecia 1000; Lucia Giani 100; Rigoletti Rina 12; Cussotti Angela 5o; Credaro F. 50 - Tot. 2037.
Borsa SACRA FAMIGLIA E S. GIOVANNI BOSCO, a cura di B. M. - Somma prec. 16.8oo - Nuovo vers. 2500 - Tot. 19.300.
Borsa S. GIUSEPPE E S. ANNA, a cura di B. G. A. - Somma prec, 7000 - Nuovo versamento 3000 - Tot. 10.000.
Borsa S. ELENA, a cura del Parroco di S. Martino Freddana (Lucca) - Somma prec. 2000 - P. L. 10 - Tot. 2010.
Borsa S. GIORGIO a cura di Cornero Maria - Primo versamento 1000.
Borsa S. PANCRAZIO, in memoria di Angela Borello - Primo versamento 5000.
Borsa S. PAOLO, a cura del prof. Pastore Enrico in onore della mamma Paolina - 1° versamento 8000.
Borsa S. PIETRO, a cura di P. P. D. Z. - 1o versamento 10.000.
Borsa TUTTI I SANTI E ANIME PURGANTI - Somma prec. 515 - N. N. 6; P. L. 20; Luzzatto C. 62 - Tot. 603.
Borsa TRIONE DON STEFANO - Somma prec. 19.337,05 - Cuorgnè C. M. 10; Zelatrici salesiane 5o; Famiglia Beltramo 100; P. L. 10; N. N. 10; Marchetti Coniugi 20; Gallione F. 5; Sig.ra Peila 15; Gianotti Prascorsano 5o; Ferrari M. Ronchi So; Serena Quinzio S. 50 - Tot. 19.707,05.
Borsa ULLA SILVIO, a cura della Madre - Somma prec. 950 - Nuovo versamento 200 - Tot. 1150.
Borsa VOSTI DON SAMUELE - Somma prec. 7438 - Maioli Maria 50 - Porcelli Marianna in Pugliese 1000; Balma, oratoriani e Pozzi 100 - Tot. 8588. (Segue).