BOLLETTINO SALESIANO

ANNO LXXI NUMERO 4 - 15 FEBBRAIO 1947

Organizzazione . Note e Corrispondenza: Acqui, Udine, San Donà di Piave, Finalmarina. Un vero amico dei lavoratori.

Organizzazione.

Nel pubblicare il « Regolamento » della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, Don Bosco premise una breve prefazione per spiegare che il libretto «non contiene regole per Oratori festivi e per Case di educazione » sibbene «un vincolo con cui i cattolici, che lo desiderano, possono associarsi ai Salesiani e lavorare con norme comuni e stabili, affinchè stabili ed invariabili se ne conservino lo scopo e la pratica tradizionale ». La prefazione porta la data del 12 luglio 1876. Evidentemente, il Santo era preoccupato di coordinare la cooperazione dei soci in una forma organica che ne garantisse la continuità e ne moltiplicasse l'efficacia. Perchè ogni attività umana, che richiede collaborazione, ha il segreto del suo successo nell'organizzazione. Lo vediamo oggi più che mai, mentre la congiura delle potenze delle tenebre scatena all'improvviso ondate di diffamazione, di terrorismo, di corruzione e di empietà che raggiungono vertigini capillari. Il Santo, cresciuto sotto le prime raffiche dell'anticlericalismo nazionale che lo fece bersaglio dei suoi strali virulenti anche quando Don Bosco rendeva alla patria i migliori servigi (basta leggere il volume X delle Memorie Biografiche, capo V), dedicò il primo paragrafo a questa tesi: È necessario che i cristiani si uniscano nel bene operare. E la svolse con brevi ma decise parole che giova ricordare:

In ogni tempo si giudicò necessaria l'unione tra i buoni per giovarsi vicendevolmente nel fare il bene e tener lontano il male. Così facevano i Cristiani della Chiesa primitiva, i quali alla vista dei pericoli, che ogni giorno loro sovrastavano, senza punto sgomentarsi, uniti in un cuor solo ed un'anima sola, animavansi l'un l'altro a stare saldi nella fede e pronti a superare gli incessanti assalti da cui erano minacciati. Tale pure è l'avviso datoci dal Signore quando disse: Le forze deboli, quando sono unite, diventano forti, e se una cordicella presa da sola facilmente si rompe, è assai difficile romperne tre unite: Vis unita fortior, funiculus triplex difficile rumpitur. Così sogliono eziandio fare gli uomini nei loro affari temporali. Dovranno forse i figliuoli della luce essere meno prudenti, che i figliuoli delle tenebre ? No, certamente. Noi cristiani dobbiamo unirci in questi difficili tempi, per promuovere lo spirito di preghiera, di carità con tutti i mezzi che la religione somministra e così rimuovere o almeno mitigare quei mali, che mettono a repentaglio il buon costume della crescente gioventù, nelle cui mani stanno i destini della civile società.

Sottolineiamo lo scopo: promuovere lo spirito di preghiera e di carità con tutti i mezzi che la religione somministra. È qui tutta la missione della Pia Unione dei Cooperatori e delle Cooperatrici Salesiane. Chiaro il fine; precisi i mezzi. Ne tratteremo ampiamente nei numeri seguenti. Ora vorremmo ricordare ai rev.mi Direttori Diocesani e Decurioni che l'attuazione pratica dipende tutta dal loro zelo. Ma lo zelo che procede senza criteri di organizzazione va a rischio di sperperare molte risorse provvidenziali senza trarne tutti i frutti che potrebbero dare. Vorremmo quindi pregarli a curare l'organizzazione dei singoli centri di azione salesiana ed il loro funzionamento. Chi non avesse l'elenco dei Cooperatori e delle Cooperatrici, abbia la bontà di richiederlo alla nostra Direzione Generale. Personalmente poi, o per mezzo di zelatori e zelatrici, si faccia premura di rivederlo e di aggiornarlo. Si studi infine di stimolare opportunamente gli iscritti a compiere la missione loro affidata. Per questo gioverà radunare con una certa frequenza Cooperatori e Cooperatrici, e prospettar loro le forme più adatte e le iniziative più urgenti e più sicure. Il Regolamento fissa solo due volte all'anno le conferenze salesiane, per non essere di peso a nessuno. Son però già numerosi i Direttori Diocesani e i Decurioni che riescono a convocare i più pii anche una volta al mese ed a svolgere un buon programma di formazione spirituale con le divozioni del 1° Venerdì del mese o del 24, e con l'Esercizio della buona morte. Così realizzano l'ideale del Santo, il quale nel fondare la Pia Unione non ha avuto soltanto di mira di avere aiuti per l'Opera salesiana; ma soprattutto di formare cattolici di azione: praticanti ed attivi. Certo, oggi la cura d'anime impone tal mole di lavoro, con le associazioni specializzate che devono fiorire in ogni parrocchia, che non resta molto tempo da dedicare ad altre particolari. Ma i Cooperatori e le Cooperatrici fan pur parte del gregge affidato ai solerti Pastori. E, coltivandoli come voleva Don Bosco, se ne possono fare non solo dei cristiani ferventi ed esemplari, ma anche preziosi collaboratori delle svariate attività della vita parrocchiale e dell'azione cattolica. La cura della Pia Unione non è quindi una distrazione dall'assillo del ministero pastorale, ma una risorsa delle più efficaci per l'incremento della vita cristiana nelle parrocchie e nelle diocesi. L'esprienza di quasi un secolo sta a dimostrare quanto abbiano giovato i nostri Cooperatori e le nostre Cooperatrici, formati secondo lo spirito di Don Bosco, a « rimuovere o almeno a mitigare quei mali che mettono a repentaglio il buon costume della crescente gioventù, nelle cui mani stanno i destini della civile società ».

Vescovi e Parroci ce ne hanno dato testimonianze lusinghiere. Ed i Sommi Pontefici han largheggiato in benedizioni, grazie e favori spirituali, proprio in vista di questa consolante esperienza.

Noi auguriamo di gran cuore a tutti i nostri Direttori Diocesani e Decurioni lo stesso conforto, mentre raccomandiamo loro la cura di questi nostri cari Cooperatori e Cooperatrici, su cui contiamo, più che per gli aiuti materiali, per la diffusione dello spirito di preghiera e di carità, che equivale al vero fervore della vita cristiana.

(Continua).

Note e Corrispondenza

ACQUI - Azione salesiana.

Con la nomina del nuovo Direttore Diocesano nella persona del rev.mo Can. Galliano, la Pia Unione dei Cooperatori e delle Cooperatrici salesiane ha intensificato il suo fervore di apostolato. La Direttrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice dell'Istituto Santo Spirito ne ha aggiornato l'elenco, ed, alla prima riunione, lo stesso ecc.mo Vescovo Mons. Dell'Omo si è degnato di distribuire i nuovi diplomi incoraggiando la ripresa dell'azione salesiana adeguata ai bisogni del momento attuale. Il nostro D. Ettore Carnevale portò il diploma di nomina al nuovo Direttore Diocesano ed intrattenne gli intervenuti sullo sviluppo dell'Opera di Don Bosco.

Il rev.mo Can. Galliano adunò poi i Cooperatori e le Cooperatrici nell'accogliente sala dell'Istituto Santo Spirito, il 29 gennaio, per la conferenza annuale e, ricordando lo zelo di Don Bosco, illustrò il programma della Pia Unione, proponendo per la primavera un pellegrinaggio alla basilica di Maria Ausiliatrice. La proposta venne accolta con grande entusiasmo. Fecero gli onori di casa le Figlie di Maria Ausiliatrice che reggono l'Istituto.

UDINE - Don Bosco nel Friuli.

Il nostro Don Sisto Carnelutti ha compiuto un altro giro nel Friuli ad illustrare con proiezioni luminose la figura e l'opera di S. Giovanni Bosco. Cominciò ad Udine nel cortile del «Rifugio Bearzi » che accoglie un centinaio di orfanelli, assistiti dall'affettuosa simpatia di tutta la cittadinanza. Poi si recò a Forni Avoltri, a Rigolato, a Urbignano, a Rivignano. Chiuse il ciclo ad Udine, alla Scuola di Cultura Cattolica. Ci è giunta relazione dettagliata soltanto di Forni Avoltri, di cui diamo cenno ben volentieri.

«Durante il soggiorno degli orfanelli del " Bearzi " in montagna nel ridente paese di Forni Avoltri si fece una bella festa in onore di Don Bosco. L'organizzò lo zelantissimo parroco D. Gottardis; ed il nostro Don Sisto Carnelutti, colle sue belle proiezioni luminose, tenne sospeso il numeroso pubblico per tre sere coronando poi la celebrazione, alla domenica, con un brillante panegirico.

» Prima della Messa solenne, furono benedette due artistiche statuette: una di Don Bosco, l'altra di S. Teresina, che in un tripudio di anime festanti, vennero poi portate in trionfo per le vie del paese.

Il parroco, molto soddisfatto dell'ottima riuscita, volle offrire un pranzo a tutti i " Bearzini ". E tutto il popolo concorse a renderlo più lauto ».

SAN DONA' DI PIAVE - La prima pietra.

A quasi un anno di distanza ci è giunta la relazione della posa della prima pietra dell'erigenda Parrocchiale, dedicata a Maria SS. Ausiliatrice e a S. Giovanni Bosco, in frazione Fossà. Compì il sacro rito, il 12 marzo 1946,

S. Ecc. rev.ma Mons. Giuseppe Zaffonato, Vescovo di Vittorio Veneto, assistito dallo zelantissimo Parroco, Don Pietro Zaros, e da Don Silvio Barbisan, Decurione dei Cooperatori Salesiani. Alla fine l'illustre Presule spiegò il significato della cerimonia e fece l'augurio che il nuovo magnifico tempio, su disegno di L. Candiani, giunga quanto prima al suo compimento.

Erano presenti il dott. D. Renato Ziggiotti del Capitolo Superiore, Mons. Luigi Saretta, Arciprete di San Donà ed il Direttore del locale Oratorio Salesiano.

Il buon popolo di Fossà ama tanto Don Bosco ed ha voluto esposto nella cappella provvisoria, che da qualche anno funziona da Parrocchiale, l'effigie del santo Patrono in mezzo ai bimbi.

FINALMARINA - Conferenza salesiana.

In occasione dell'annuale festa di S. Giovanni Bosco, che il Can. Valentino Cogno, ex allievo, continua a curare con tanto zelo, quest'anno si è tenuta anche la conferenza salesiana ai Cooperatori ed alle Cooperatrici. Nonostante l'inclemenza eccezionale del tempo, intervennero abbastanza numerosi. Impartì la Benedizione eucaristica il rev.mo Arciprete Mons. Basso.

UN VERO AMICO DEI LAVORATORI

In quest'aspro dopoguerra in cui la questione operaia è in primo piano, non sarà superfluo ricordare le benemerenze di Don Bosco nel campo del lavoro.

Ecco alcuni appunti che potranno servire ai rev.di Direttori Diocesani e Decurioni.

Il « Santo del lavoro ».

Don Bosco è stato definito anche il « Santo del lavoro ».

Pio XI, che lo conobbe personalmente e l'osservò da vicino in « una vita di lavoro colossale che dava l'impressione della oppressione » (pur essendo ormai sul declino, 1883) non esitò a conferirgli la palma del martirio nel campo del lavoro, ed a proporlo più volte come grande lavoratore, come amico dei lavoratori, come apostolo del lavoro.

Parlando, nel 1929, a duecento bancari della Banca Nazionale di Credito, egli disse: « Don

Bosco fu un grande lavoratore, di un lavoro immensamente benefico e ben concepito; che per lui fu sorgente di premio, di grandi meriti, non solo dinanzi a Dio, ma dinanzi agli uomini».

Ed il 13 aprile dell'anno seguente, ricevendo degli operai pugliesi provenienti dal nord-America sotto la guida di S. E. Mons. Coppo, consegnò loro una medaglia di Don Bosco con queste parole: « Questa medaglia reca l'effigie di Don Bosco che è stato non solo un grande educatore cristiano, ma anche un glorioso figlio della Patria sua ed un vero amico dei lavoratori di tutto il mondo. Siamo dunque ben lieti, mentre benediciamo alle vostre fatiche ed ai vostri lavori, di darvi un tale ricordo, nella ferma speranza che la figura di Don Bosco ricorderà a voi sempre il dovere di santificare il lavoro e tutta la vita ».

In verità, Don Bosco fu suscitato da Dio nel secolo del lavoro e dei lavoratori per salvarne la dignità e la grandezza, per organizzare e sublimare il lavoro alla sua più alta funzione pedagogica e sociale.

È storia di ieri. Mentre appassionati sociologi affrontavano il problema con competenza illuminata ed accreditata da alto senso di responsabilità, ideologi dilettanti e mestatori andavano esasperando la questione operaia che ormai assurgeva a questione sociale. Formule paradossali, anzichè favorire l'intesa, sconcertavano i rapporti ed accrescevano l'attrito tra capitale e lavoro accelerandone la fase cruciale. Interessati per l'una o per l'altra parte, anche i meglio intenzionati non avvertivano che la questione sociale era sostanzialmente una questione morale. I Governi, per lo più, illudendosi di trar vantaggio dalla lotta, lungi dal prevenirla, intervenivano quasi solo a soffocarne il parossismo nei turbamenti dell'ordine pubblico. Pochi comprendevano che la necessaria evoluzione avrebbe potuto evitare di esplodere in rivoluzioni, solo in un sistema di giusta conciliazione che importava la discrezione dell'onestà nei capitalisti ed una adeguata educazione nella classe operaia: sopratutto, poi, la coscienza comune dell'armonico concorso al benessere sociale sulle basi della legge naturale e divina.

La preoccupazione dell'unità nazionale ritardò in Italia l'ora della crisi. Ma il problema urgeva anche da noi fin dagli albori del secolo passato, e gli eventi internazionali non fecero che precipitarne la maturazione.

L'esperienza di civiltà che non può vantare nessun altro popolo e la dote di criterio pratico, di senso della misura, d'intuizione dell'onesto, di spirito cristiano, di cui Dio l'ha privilegiata da quella Roma «onde Cristo è Romano », han consentito alla Patria nostra di avviarsi ad una delle soluzioni più razionali di cui attendiamo gli sviluppi.

Epperò, nel secolare processo di maturazione è evidente ed imponente il contributo recato da Don Bosco colle sue Scuole Professionali.

Anche perchè egli non fu un teorico, nè un idealista; ma un organizzatore eminentemente pratico, temprato alla più rude scuola della vita.

Bambino, fanciullo, giovanotto, Don Bosco condì il suo pane coi suoi sudori, in un progresso di lavori proporzionati allo sviluppo dell'età, ma imposti ed assunti colla energia dei contadini piemontesi di antico stampo. Si adusò alle fatiche dei campi, sul proprio, come figlio di famiglia; sgobbò come garzone, servitore di campagna, in casa d'altri. A quindici anni suonati, riuscì a frequentare le pubbliche scuole ottenendo l'ammissione all'ultima classe elementare, preparatoria al ginnasio, nel comune di Castelnuovo d'Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco. E, mentre faceva fruttare le lezioni private avute dal cappellano della sua borgata, occupava tutti i ritagli di tempo nella bottega di un sarto, nell'officina di un fabbro, addestrandosi all'uno ed all'altro mestiere, e rallegrando la fatica con esercizi di armonia sull'organo della parrocchia e sulle corde di un violino in casa dello stesso sarto che era anche organista e si intendeva di strumenti musicali.

Fece poi il ginnasio, in quattro anni, nella città di Chieri. Ma, il primo e secondo anno, dovette guadagnarsi pane, tasse e testi scolastici facendo il servitore in casa di una certa Lucia Matta; il terzo anno, adattandosi come garzone di caffè, al « Caffè Pianta »; l'ultimo anno, come stalliere presso un tal Cumino, in piazza San Bernardino. Nei ritagli di tempo, stretta amicizia con un falegname ed un calzolaio, apprese anche un po' di questi mestieri. Tra i resti dei mobili della sua casa natìa, si conservano tuttora una madia di legno ed una tavola fatte da lui.

Il biografo che ci documenta queste sue applicazioni professionali, ad un certo punto si arresta e si chiede chi mai gli avesse messo in animo, mentre aspirava al sacerdozio, la tendenza all'apprendimento di arti e mestieri così alieni, all'apparenza, dalla vocazione sacerdotale. Noi, oggi, abbiam pronta la risposta: - Quel Dio che suscita i figli dei campi al fastigio del trono, al governo ed alla guida dei popoli: quel Dio che nell'ora opportuna avrebbe esaltato alla Cattedra di Pietro il genio legislatore del Papa della Rerum novarum, Leone XIII, e del Papa della Quadragesimo anno, Pio XI: colla sua indefettibile divina provvidenza volgeva per istinto alla necessaria competenza il genio del futuro apostolo dell'educazione giovanile, per farne, nel secolo del lavoro e dei lavoratori - tra le opposte aberrazioni dell'idolatria e dello schiavismo del lavoro - il « Santo del lavoro », il maestro, il padre dei lavoratori.

Così predisposto ed attrezzato, Don Bosco giunse ai vent'anni con una tempra eccezionale alla fatica, coll'esperienza personale dell'efficacia pedagogica della palestra del lavoro, col giusto concetto del valore formativo e redditizio del lavoro, e con un amore al lavoro che fu una delle sue più nobili passioni. Chierico, non ritenne di doversi dispensare dai lavori manuali, nè credette mai di avvilire la talare che indossava. E la vigilia della sua Ordinazione sacerdotale, tra gli altri propositi fissò sulla carta anche questo: Il lavoro è un'arma potente contro i nemici dell'anima. Perciò non darò al corpo più di cinque ore di riposo per notte. Lungo il giorno, specialmente dopo il pranzo, non prenderò alcun riposo. Farò eccezione in caso di malattia.

A questo proposito fu fedele per tutta la vita; anzi, per molti anni, continuò a vegliare al lavoro un'intera notte per settimana. E quando gli strapazzi di una vita sì operosa muovevano a compassione salesiani, cooperatori ed allievi, che lo scongiuravano a risparmiarsi ed a riposare, dava sempre la stessa risposta: Ci riposeremo in Paradiso.

Don Bosco sofferse assai nel corso della sua vità; ma morì di una sola malattia: di sfinimento per l'eccesso di lavoro. Nel 1884, quattro anni prima di morire, mentre si trovava a Marsiglia a questuare per le sue opere, il direttore della Casa salesiana, Don Albera, che fu poi il suo secondo successore, allarmato per le sue condizioni di salute, pregò una celebrità di fama internazionale, il dottor Combal, dell'Università di Montpellier, di fargli una visita. Il dottore viaggiò tutta la notte del 25 marzo per rispondere colla massima sollecitudine; lo esaminò accuratamente per un'ora, e poi concluse: « Voi avete consumato la vita nel troppo lavoro. Siete un abito logoro, perchè fu sempre indossato, i giorni di festa e i giorni feriali; non mi pare che i guasti si possano riparare. Tuttavia per conservare quest'abito ancora un po' di tempo, l'unico mezzo sarebbe di riporlo in guardaroba: voglio dire che la principal medicina per voi sarebbe il riposo assoluto ».

«Ed è l'unico rimedio - rispose il Santo - al quale non posso assoggettarmi. Come è possibile riposare, quando c'è tanto lavoro ? » (Memorie Biografiche, vol. XVII, p. 57).

Era troppo viva in lui la coscienza del dovere del lavoro; ne sentiva tutta l'importanza morale e sociale; ne provava la gioia; ne valutava la potenza non solo di produzione, ma di educazione, di elevazione e di santificazione.

«Quello che io fo lo debbo fare per dovere: - rispose un giorno a persona autorevole che voleva imporgli un giusto riposo - sono prete, e, quand'anche io dessi la vita, non farei che il mio puro dovere » (Memorie Biografiche, vol. VI, p. 847)

A Don Barberis che gli augurava una lunga vita: «Eh, penso bene che se il Signore mi concedesse di toccare gli 80 ovvero gli 85 anni, delle cose se ne vedrebbero ! Lavoro quanto posso, in fretta, perchè vedo che il tempo stringe, e, per molti anni che si viva, non si può mai fare la metà di quello che si dovrebbe. Quando la campana col suo dan dan mi darà il segnale di partire, partiremo. Chi resterà a questo mondo compirà ciò che io avrò lasciato di compiere. Ma, finchè non oda il mio dan dan, io non mi arresto» (Memorie Biografiche, vol. XII, p. 39).

La sua grande massima era questa: « Ciò che si può far oggi non dobbiamo differirlo a domani. Bisogna operare come se non si dovesse mai morire, e vivere come se si dovesse morire ogni giorno ».

Naturalmente, egli, cristiano e sacerdote, stimava anche il valore soprannaturale del lavoro e la sua funzione nel programma della Redenzione: «Oh, fortunato - diceva nel 1862 ad un gruppo di chierici - fortunato quel chierico che abbia gustato quanto sia dolce lavorare per la salute delle anime » (Memorie Biografiche, vol. IV, p. 146).

« Il nostro riposo - conchiuse un giorno estasiandosi - il nostro riposo sarà in Paradiso. Oh, Paradiso, Paradiso! Chi pensa a te in questo mondo non patisce stanchezza... L'uomo è veramente infelice in questo mondo. L'unica cosa che lo potrebbe consolare sarebbe il poter vivere senza mangiare, senza dormire, per occuparsi unicamente per il Paradiso » (Memorie Biografiche, vol. IV, p. 525).

(Continua).

L'ISTITUTO SALESIANO PER LE MISSIONI con sede in TORINO, eretto in Ente Morale con Decreto 13 gennaio 1924, numero 22, può legalmente ricevere Legati ed Eredità. Ad evitare possibili contestazioni si consigliano le seguenti formule:

Se trattasi di un Legato;

« ... lascio all'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino a titolo di legato la somma di Lire... (oppure) l'immobile sito in... ».

Se trattasi, invece, di nominare erede di ogni sostanza l'Istituto, la formula potrebbe esser questa:

« ... Annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria.

Nomino mio erede universale l'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino, lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo ».

(Luogo e data).   (Firma per esteso).