BOLLETTINO SALESIANO

ANNO LXXI NUMERO 8 - 15 APRILE 1947

Educazione cristiana = Conferenze Salesiane e Feste di S. G. Bosco: Castellammare di Stabia, Torre Annunziata, Napoli= Vomero, Roma, S. Agnello, Ponticelli. Chieri, Pescia, Baschi, Burlano, Genova, Luino, Napoli = Un vero amico dei lavoratori.

Educazione cristiana.

Anche un semplice sguardo al capo VIII del Regolamento della Pia Unione dei Cooperatori e delle Cooperatrici Salesiane, mette subito in evidenza la preoccupazione di Don Bosco: di intonar la loro vita allo spirito cristiano, più che di impegnarli in pratiche di pietà straordinarie.

E questa discrezione ci riporta ai suoi criteri pedagogici che troviamo precisati in un bel capitolo della nuova edizione del Don Bosco con Dio del nostro Don Ceria (1). Dopo aver accennato alla vocazione pedagogica del Santo con le superne illustrazioni ben note - dal sogno tra i nove e i dieci anni, ai successivi - Don Ceria ne specifica il fine ed il metodo con le pagine che riportiamo:

Se di lassù era venuta la missione, è evidente che fine ultimo dell'opera educativa di Don Bosco non poteva essere di dar solo buoni cittadini alle patrie terrene, ma di preparare buoni cristiani per la patria celeste. Ecco perchè egli nel 1868, prendendo la parola dopo l'accademia del suo onomastico, affermò categoricamente: - L'unico scopo dell'Oratorio è di salvare anime. - Sta bene che buon cittadino e buon cristiano non furono per Don Bosco due termini incompatibili, ma che con questo va necessariamente unito quello, e che Don Bosco non trascurò nulla di quanto la sana pedagogia e il suo intuito psicologico gli dettavano per trarre dal fanciullo il futuro professionista e il futuro operaio, che si facessero onore; si spiega pure facilmente com'egli di fronte alle autorità dello Stato mettesse in rilievo di preferenza il lato civile dell'educazione da lui impartita: ma egli non concepiva l'educazione di un giovane battezzato senza l'obbligo di far convergere ogni attività pedagogica allo sviluppo della vita soprannaturale. Ecco il punto che interessa qui a noi di studiare per conoscere il particolare atteggiamento di Don Bosco dinanzi al gran problema. Dice egregiamente Mons. Cavigioli (1): «La vita etica dell'uomo, dopo Cristo, deve svolgersi nella sfera del soprannaturale; l'educazione che pretendesse di arrestarsi nella zona naturale, sarebbe un abbassamento di livello. Chi scende dal piano della grazia sconta subito l'errore, perchè non fa sosta al pianterreno della natura, ma capitombola più in giù ».

E c'era bisogno di chi alzasse risolutamente il vessillo dell'educazione cristiana integrale, massime tra la classe più numerosa della società. Quando il nostro Santo scese in campo, il naturalismo invadente s'impadroniva sempre più dell'anima giovanile nella scuola aperta a tutti. Le teorie pedagogiche più in voga prescindevano affatto da qualsiasi presupposto di elevazione a un ordine superiore, se pure non vi si levavano contro ostili. Non di rado anche i buoni, trascinati dalla corrente, sacrificavano chi più chi meno alle tendenze del tempo. Don Bosco, nulla sdegnando del buono che la modernità gli offriva, poneva molto più in alto il suo ideale.

Com'egli concepisse l'educazione, lo dava a conoscere fin dal momento, in cui riceveva i giovani che venivano a lui: li riceveva come dalla mano di Dio. - Dio ci ha mandato, diceva, Dio ci manda, Dio ci manderà molti giovani. - Sapeva bene che i loro parenti e benefattori glieli affidavano, perchè li facesse istruiti nella letteratura, nelle scienze, nelle arti e nei mestieri, ed egli rispondeva a tale aspettazione; ma nelle istruzioni a' suoi aiutanti andava ripetendo: - Il Signore ce li manda, affinché noi ci interessiamo delle loro anime ed essi qui trovino la via dell'eterna salute. Perciò tutto il resto deve qui da noi considerarsi come mezzo; il nostro fine supremo è di farli buoni e salvarli eternamente. - Onde subito nel primo incontro parlava loro dell'anima; anzi su questo punto aveva un'opinione, che forse cagionerà qualche sorpresa. Riteneva che se all'entrata di un giovane il Superiore non dimostra amore per la sua eterna salvezza, se teme di parlargli prudentemente delle cose di coscienza, se parlandogli dell'anima usa mezzi termini o gli dice in modo vago, ambiguo di farsi buono, di farsi onore, di ubbidire, studiare, lavorare, non produce effetti durevoli, ma lascia le cose come sono e non se ne guadagna l'affezione. È un passo falso ed essendo il primo, riesce difficile correggerlo ; tanto gli aveva insegnato una lunghissima esperienza. - Il giovane, soleva dire, ama più che non si creda di sentirsi parlare dei suoi interessi eterni e capisce da ciò chi gli vuole e chi non gli vuole veramente bene. - Nè a far ciò dev'essere soltanto il Superiore della casa; ma raccomandava che segnatamente in principio dell'anno tutti gli altri nell'insegnare, nell'assistere, nel correggere, nel premiare facessero vedere ai giovani essere là unico movente il bene dell'anima loro.

Dai maestri voleva che si considerasse la scuola come un mezzo per fare del bene. - Voi siete, diceva loro, come i parroci nella propria parrocchia, come i missionari nel campo del proprio apostolato. Perciò di quando in quando mettete in risalto le verità cristiane, parlate dei doveri verso Dio, dei sacramenti, della divozione alla Madonna. - Voleva insomma che le loro lezioni fossero cristiane e che nell'esortare gli alunni ad essere buoni cristiani si mostrassero franchi e amorevoli. - Ecco, diceva, il gran segreto per affezionarsi la gioventù e acquistarne tutta la confidenza. Chi ha vergogna di esortare alla pietà, è indegno d'essere maestro; ed i giovani lo disprezzano ed egli non riuscirà ad altro che a guastare i cuori che la divina Provvidenza gli ha affidati (1).

Ogni superiore, ogni maestro doveva ricorrere costantemente a Dio per aiuto e tutto a Dio riferire il bene operato. Quando taluno si lamentava della sua scuola, d'ordinario egli cominciava a domandargli: - Preghi tu per i tuoi scolari? - Nei Ricordi confidenziali ai Direttori raccomandava a ognuno di essi: « Nelle cose di maggior importanza fa' sempre breve elevazione della mente a Dio prima di deliberare ». E nel Regolamento delle Case, a conclusione degli articoli preliminari o generali, dichiara essere a tutti indipensabile con la pazienza e la diligenza molta preghiera, senza la quale egli crede inutile ogni buon Regolamento. Quando poi si fosse soddisfatti dei risultati ottenuti, il suo pensiero era: - Bisogna umiliarci davanti a Dio, riconoscere tutto da lui, pregare e specialmente nella santa Messa, all'elevazione dell'Ostia, raccomandare sè, le proprie fatiche, i propri alunni. - Dal canto suo, dopo la ripresa regolare delle lezioni, incominciava a illustrare variamente e sapientemente i tre articoli fondamentali del suo programma: fuga del peccato, frequente confessione, frequente comunione. Introdurre e mantenere Dio nell'anima dei giovani costituiva la massima delle sue sollecitudini.

L'argomento potrebbe condurci ancora molto lontano. Dal fin qui detto però appare già abbastanza quanto per Don Bosco l'elemento religioso nell'educazione fosse essenziale, anzi prevalente; senza quello l'educazione, secondo lui, non solo era senza efficacia, ma non aveva nemmeno significato. In un Avviso Sacro, dal medesimo stampato e diffuso nel 1849, si legge questa sentenza: «La sola religione è capace di cominciare e compiere la grand'opera di una vera educazione ». Così dicendo non intendeva certo una religiosita vaporosa, astratta senza pratiche...   (Continua).

(1) Sac. EUGENIO CERIA, DON BOSCO CON DIO. Nuova edizione ampliata. Libreria della Dottrina Cristiana - Colle Don Bosco (Asti).

(1) San Giovanni Bosco e la Scuola, in «Virtù, ecc. », pagine 207-8.

(1) Mem. Biogr., v. X, pag. 1018.

Conferenze Salesiane e Feste di S. Giovanni Bosco

Clero, associazioni cattoliche e fedeli di CASTELLAMMARE DI STABIA vollero esprimere al loro amato Vescovo, S. E. Monsignor Federico Emanuel, la loro devozione e riconoscenza in occasione del primo decennio del suo ingresso in diocesi.

E lo zelante Pastore salesiano, per associare alla filiale dimostrazione l'omaggio al Sommo Pontefice e a S. G. Bosco che ebbe guida, maestro e padre nell'Oratorio di Torino, dispose una serie di predicazioni e di conferenze con proiezioni luminose che tenne con successo il Segretario della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, Don Fasulo: il 24 gennaio a S. Antonio Abate; il 25 e il 26 a Castellammare nel cinema Italia e nella sala della Democrazia Cristiana; il 27 e il 28 nella parrocchia di Gragnano affollatissima; il 29 e il 30 nell'Istituto Salesiano di Scanzano.

Dal 30 gennaio al 2 febbraio nella chiesa attigua all'Oratorio Don Bosco si svolsero triduo e festa del Santo con predicazione del Direttore e del Vice-rettore del Seminario prof. don Oscar Scering.

La domenica 26, nel cinema Savoia di Castellammare fu anche commemorato il centenario dell'Oratorio di Valdocco di cui Mons. Emanuel fu alunno.

Il nostro instancabile don Fasulo tenne altre conferenze con proiezioni: il 31 gennaio, festa di S. G. Bosco, a TORRE ANNUNZIATA nel cinema Italia gremito di alunni delle scuole pubbliche; sabato e domenica 1 e 2 febbraio a NAPOLI-VOMERO negli Istituti dei Salesiani e delle Figlie di M. A.; e nei giorni seguenti a ROMA negli Istituti Salesiani del S. Cuore, di S. Tarcisio e Pio XI e negli Istituti delle Figlie di M. A. di Gesù Nazareno, di S. Cecilia, della Sacra Famiglia e della Beata Mazzarello.

La domenica 16 febbraio, altra suggestiva conferenza a Tor dei Specchi, nella casa delle Nobili Oblate di S. Francesca Romana.

La figura di don Bosco illuminata dalla luce del Sovrannaturale in quel luogo santificato dalla sua presenza e dalla sua parola e dove il Santo, sotto gli auspici di Pio IX, iniziò il movimento salesiano nell'eterna Città, ebbe un particolare, interessante rilievo.

Degna corona a queste consolanti manifestazioni in onore di S. Giovanni Bosco furono le feste promosse dallo zelante Direttore Diocesano di Sorrento, rev. prof. don Arnaldo Auletta, e celebratevi dal 20 al 23 febbraio a S. AGNELLO, nella chiesa di S. Giuseppe, colla partecipazione di S. E. Mons. Emanuel e dell'Arcivescovo Diocesano S. E. Mons. Carlo Serena. La statua del Santo, dono del benemerito Cooperatore, comm. Guglielmo D'Esposito, apparve in un trionfo di luci e di fiori.

Il triduo si svolse con sempre più larga e più viva partecipazione di fedeli alle prediche del mattino, alle conferenze della sera e ai santi Sacramenti.

La domenica, Mons. Emanuel venuto da Castellammare, celebrò la Messa dei giovani e, rievocando con personali ricordi le virtù e le predilezioni di S. G. Bosco, li dispose alla Comunione generale. Alla Messa cantata pontificò S. E. l'Arcivescovo di Sorrento, assistito dai Canonici della Cattedrale.

Ai vespri solenni l'Oratore del triduo, don Fasulo, disse il panegirico del Santo la cui reliquia fu data a baciare ai fedeli che gremivano la chiesa.

Unendoci ai voti della diocesi di Castellammare rivolgiamo anche noi a S. E. Mons. Emanuel il fervido augurio ad multos annos!

PONTICELLI (Napoli) - Per iniziativa del Comitato presieduto dal fervente Cooperatore sig. Leopoldo Demarco, il 23 febbraio u. s., la Parrocchia ha festeggiato solennemente S. Giovanni Bosco con Messa solenne e Comunione generale, vespri e panegirico recitato dal rev.do P. Pinto, benedizione Eucaristica e bacio della Reliquia del Santo. Gran concorso di popolo e molta divozione.

CHIERI - Anche quest'anno il magnifico Duomo, gentilmente offerto dallo zelante Arciprete e dal venerando Capitolo, ha accolto una folla imponente di Cooperatori e di Cooperatrici per la Conferenza Salesiana tenuta dal nostro Don Fogliasso, il quale ha illustrato specialmente l'attività del dopoguerra e l'opera di assistenza ai ragazzi della strada.

PESCIA (Pistoia) - Preceduta da un triduo di preparazione, l'attesa ricorrenza ha avuto un esito che ha superato di lunga l'aspettativa.

Il mattino del 31 gennaio alla Messa conventuale delle 7,30 parteciparono numerosi devoti. La Messa delle 8,30 fu accompagnata da canti liturgici magistralmente eseguiti dalle educande del Conservatorio S. Michele, diretto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Tutte le alunne interne ed esterne del Conservatorio si sono accostate alla Mensa Eucaristica. Lo spettacolo commovente si è ripetuto alla Messa dei fanciulli della città, che gremirono la vasta chiesa, cantando inni al loro Santo. Alle 11, altra S. Messa solennizzata da mottetti eseguiti dal coro delle educande, con l'intervento di gran numero di fedeli e degli alunni dell'Avviamento Professionale e dell'Istituto Agrario. Alla sera, dopo il canto del Vespro, il Can. Dott. Vincenzo Pagni tenne una smagliante conferenza ai Cooperatori Salesiani e subito dopo impartì la Benedizione Eucaristica, alla quale fece seguito il bacio della Reliquia di San Giovanni Bosco.

Ancora una volta Pescia ha voluto dare una prova tangibile del suo attaccamento all'Istituto Magistrale di San Michele, di devota riconoscenza alle infaticabili e degne Cooperatrici di Maria Ausiliatrice e particolarmente di devozione all'inclito Santo, amico e protettore della gioventù.

BASCHI (Todi) - Per iniziativa dell'Arciprete e dei dirigenti dell'Azione Cattolica Parrocchiale il 23 febbraio u. s. la Parrocchia del capoluogo ha celebrato la festa in onore di S. Giovanni Bosco insieme a quella della Madonna di Lourdes. Predicò il triduo il salesiano Don Arnaldo Pedrini, il quale tenne pure varie conferenze alle associazioni parrocchiali. Consolante l'affluenza ai SS. Sacramenti specialmente da parte della gioventù.

Nel pomeriggio l'oratore coronò la festa con una conferenza sul Papa ed una su Don Bosco illustrata da proiezioni luminose.

BURLANO (Grosseto) - La parrocchia di Buriano, che lo zelo del Parroco e la pietà dei Cooperatori ha dotato di un altare dedicato a Maria SS. Ausiliatrice ed a S. Giovanni Bosco, ha celebrato con molto fervore la festa del Santo, il 26 gennaio u. s.

Devotissima la Messa della Comunione generale dei giovani. E folla di fedeli a quella solenne, cantata dalla locale scuola di canto. Fece il panegirico il parroco di Vetulonia D. Arturo Capitani. La festa si chiuse, dopo il canto dei vespri, con la Benedizione Eucaristica e la benedizione dei bambini con la reliquia del Santo.

Il Cooperatore Augusto Pinsuti - anima della divozione - pensò anche a rallegrare i giovani cantori, i quali prestarono ancora la loro voce, il 31 gennaio, alla funzione serale indetta dal parroco Don Carresi.

A GENOVA, S. E. l'Arcivescovo Mons. Siri non allietò soltanto la festa dei Salesiani, ma si recò pure a celebrare la Santa Messa, il 30 gennaio, all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Corso Sardegna, indirizzando alle alunne ed alle ex-allieve preziose esortazioni e benedicendole ancora insieme ai bimbi dell'Asilo al termine di un filiale omaggio musico-letterario.

A LUINO, quest'anno, i devoti di Don Bosco, i Cooperatori e le Cooperatrici furono infervorati alla festa anche dalla proiezione del film «Don Bosco ».

A NAPOLI si è tenuto anche un Congresso degli Educatori, nella parrocchia dell'Ascensione, alla presenza del sindaco on. Buonocore, del Provveditore agli Studi, del vice Provveditore, dell'on. Notarianni, del Console argentino, del prof. L. De Simone, del segretario dell'Ambasciata argentina presso la S. Sede dott. Guemes appositamente giunto da Roma, che parlò per primo in spagnolo illustrando la missione svolta da S. G. Bosco e dai Salesiani in Argentina mettendo in risalto anche l'opera di italianità che essi vi coordinarono. Quindi il vice parroco P. Burdaglio, illustrò lo scopo del congresso e l'amicizia italo-argentina. Il dottor Azzariti e la signorina Maria La Rovere parlarono sui temi: « Domenico Savio nella luce del sistema educativo di Don Bosco ». - «Il metodo educativo di S. G. Bosco luce e direttiva della Scuola italiana nella sua opera di ricostruzione ». Chiuse il Congresso la Schola Cantorum che eseguì scelti canti corali.

UN VERO AMICO DEI LAVORATORI

(Continuazione 15 febbraio, pag. 41).

Educatori lavoratori.

Don Bosco si preoccupò sommamente di formare la coscienza dei fanciulli all'apprezzamento ed all'amor del lavoro nel fondare la Società Salesiana, nel preparare la schiera dei suoi educatori.

Quando stava per disporsi alla fondazione, alcuni membri del clero, piuttosto scettici sulla realizzazione dei suoi sogni, gli chiedevano con insistenza quale divisa avrebbe dato ai futuri salesiani. Ed egli, dopo aver stuzzicato alquanto la loro curiosità, ripose: «Li manderò tutti in maniche di camicia ». Fu una risata! Ma, sotto quel velo, egli non volle solo indicare il voto di povertà a cui avrebbe legato i suoi religiosi; bensì anche quella « gloriosa divisa » che Pio XI esaltò, il 3 giugno 1929, nell'udienza concessa alle rappresentanze di tutta la triplice Famiglia spirituale di Don Bosco sparsa pel mondo, quando, raccomandando loro di continuare l'opera del Santo senza misurare il lavoro, ricordò di aver udito dalle sue stesse labbra questa categorica discriminazione: « Chi non sa lavorare, non è salesiano ».

Infatti a coloro che facevano domanda di ammissione o che egli stesso invitava alla Società Salesiana, Don Bosco soleva promettere tre cose: «pane, lavoro e Paradiso ». Se qualche volta peccò mai, non dico di orgoglio, ma di fierezza paterna, Don Bosco, fu quando potè compiacersi della passione del lavoro dei suoi Salesiani. Il 10 dicembre del 1875, scriveva: «Nei membri della Congregazione c'è proprio una gran voglia di lavorare*.

In una conferenza ai direttori dei primi collegi salesiani nel 1877, esclamò, commosso: «Debbo rallegrarmi con voi che lavorate e che avete lavorato, e che manterrete ferma la volonta di continuare nel lavoro. Debbo ringraziare Maria SS. che sempre ci ha assistiti. Io come superiore della Congregazione ringrazio i direttori delle fatiche personali e morali. Dico ad essi: portate in ciascuna casa queste mie parole di riconoscenza, i miei ringraziamenti; e dite a tutti che io sono soddisfatto di loro, che il loro Padre non è indifferente per quello che essi hanno operato e sofferto; dite loro che esso si raccomanda nello stesso tempo affinchè tutti vogliano prestare l'obolo del sacrificio delle loro forze; che li prega ad unirsi tutti insieme per il guadagno delle anime nostre ed altrui ».

Due anni dopo, mandando a Roma la prima relazione triennale alla Santa Sede, scriveva: « Il lavoro supera le forze ed il numero degli individui; ma niuno si sgomenta, e pare che la fatica sia un secondo nutrimento dopo l'alimento materiale ».

Nè eran solo parole. Il cumulo di lavoro, che egli addossava a sè ed agli altri, provocò più volte insistenze di moderazione da quanti lo sapevano misurare. Un giorno, un insigne benefattore lo ammonì decisamente:

- I suoi figli lavorano troppo.

- Siamo qui per lavorare, sa! - rispose il Santo.

- Sta bene; ma la corda troppo tesa si spezza: essi avrebbero bisogno di quando in quando di un po' di riposo.

- Si riposeranno in Paradiso.

- Ma, intanto, pel troppo lavoro essi perdono la sanità.

- Non è una perdita; ma è un guadagno. - Ma non vede che taluni si accorceranno la vita e morranno giovani?

- Avranno più presto il premio. Fortunato colui che muore per così bella cagione!

Non si creda tuttavia che egli mancasse di discrezione. Nella succitata relazione del 1879 - dopo aver confessato che era vero che « alcuni eran rimasti vittima del loro zelo tanto in Europa quanto nelle Missioni estere» e che quello non aveva fatto altro « che accrescere l'ardore di lavorare » negli altri salesiani - soggiunse subito: « Si è però provveduto che niuno lavori oltre le sue forze con nocumento della sanità ».

Soleva infatti ammonire gli indiscreti: « Un uomo solo vale per uno. Niuno deve sforzarsi a fare per due, altrimenti si logora troppo presto e si riduce ad essere incapace di lavorare proprio quando sarebbe tempo di fare il miglior bene » (Memorie Biografiche, vol. VII, p. 413). Ma, gli premeva tanto di formar la coscienza al dovere ed al valore del lavoro, che pareva non avesse altra consegna da dare quando lanciava i suoi figli sul campo assegnato. A Don Cagliero, in procinto di risalpar per l'America, il 24 dicembre 1877, non finiva di ripetere: « Ti raccomando di dire a tutti i Salesiani che lavorino con zelo. Lavoro, lavoro». A Don Rua, sei giorni dopo, per quelli d'Italia: «Ai Salesiani dirai che loro raccomando il lavoro, il lavoro».

«Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione», egli lasciò scritto. Per questo non si peritava di infervorarli ad affrontare - quando occorresse - anche il rischio di abbreviarsi la vita, incoraggiandoli coll'esempio del suo braccio destro, Don Michele Rua, che, magro come un chiodo, reggeva ad un lavoro senza concorrenza: « Sì, è vero, - osservava ai suoi intimi - ed io ne vado glorioso, tra noi si lavora molto. Ma, ognuno di noi che morisse sul lavoro ne attirerebbe cento altri... Del resto, chi si potrebbe chiamar vittima del lavoro sarebbe Don Rua; ebbene, noi vediamo che il Signore finora ce l'ha conservato abbastanza in forze » (1).

A fissare per sempre la giusta estimazione del sacrificio della vita nel lavoro, Don Bosco vergò, nel testamento preparato durante la prostrazione del 1884, questa solenne dichiarazione: « Quando avverrà che un Salesiano soccomba e cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo, e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del Cielo ».

L'unico rimpianto che egli manifestò all'approssimarsi della morte fu questo: « Io non posso più lavorare. Ora tocca a voi ».

(Continua).

(1) Lo conservò addirittura oltre la morte del Santo a raccogliere il governo dell'intera Famiglia salesiana, che tenne per 22 anni, fino al 1910.