ANNO LXXI NUMERO 10 - 15 MAGGIO 1947
Educazione cristiana = Note e corrispondenze: Montodine = Un vero amico dei lavoratori.
Per la Festa di Maria Ausiliatrice.
La prossima data della Festa di Maria Ausiliatrice offre propizia occasione ai rev.mi Direttori Diocesani e Decurioni non solo per raccogliere i Cooperatori e le Cooperatrici per la Conferenza prescritta dal Regolamento; ma anche per diffondere la divozione alla Madonna sotto questo titolo. Oggi la cristianità ha più che mai bisogno della materna assistenza dell'Ausiliatrice, mentre tutte le potenze delle tenebre congiurano contro la Chiesa e contro il Papa, tentando di rovesciare la civiltà cristiana per sostituirvi la barbarie di un nuovo paganesimo peggiore dell'antico. La missione specifica dell'Ausiliatrice - come ce lo documenta la storia - è proprio la difesa della società dei credenti, della Chiesa, del Papa, della civiltà cristiana. Infervoriamo adunque il popolo a buttarsi nelle braccia di Maria Santissima, invocandola con il bel titolo di Ausiliatrice del popolo cristiano.
(Continuazione 15 aprile, pag. 86).
Nella sua Vita del giovane Francesco Besucco, pubblicata nel 1864, Don Bosco parla ben chiaro, non curando quello che potessero pensare i pedagogisti: « Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi d'educazione: ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della Confessione e Comunione: e credo di non dir troppo, asserendo che, omessi questi due elementi, la moralità resta bandita*. Tale convincimento lo accompagnò per tutta la vita. Nel 1878 lo dichiarò francamente ad un alto funzionario governativo: - Si dice che Don Bosco vuol troppa religione. E infatti io ritengo che senza religione nulla si possa ottenere di buono fra i giovani. - E nel 1885, con un senso di sconforto, usciva a tal proposito in questo lamento: - Vecchio e cadente me ne muoio col dolore di non essere stato abbastanza compreso (1). - Non specificò da chi; ma non è difficile indovinarlo.
Lo comprese assai bene il Papa Pio XI. Dopo averlo proclamato « grande propugnatore dell'educazione cristiana», indicò nell'omelia della canonizzazione quale fosse il segreto per cui il sistema educativo di S. Giovanni Bosco ottenne frutti così copiosi e mirabili. «Egli attuava, disse il Pontefice, quei princìpi che si ispirano al Vangelo e che la Chiesa Cattolica ha sempre raccomandato » (2). In sintesi felice il citato Cavigioli ritrasse con poche frasi l'unico e vero ideale pedagogico di Don Bosco: «Dio, rivelato nel Cristo Redentore, vivente nella sua Chiesa ed operante con i suoi carismi su tutta l'opera educatrice » (3).
Plasmare cristianamente le coscienze giovanili fu in ogni tempo il proposito degli educatori cristiani; Don Bosco vi si accinse in un momento storico, nel quale impellente più che mai ne era la necessita. A dire del come procedesse ci sarebbe materia non per qualche pagina, ma da riempire un grosso volume. Riassumerò il molto intorno a due punti soli: nel campo dell'educazione egli operò prodigi mediante la bontà sacerdotale e la pietà cristiana, l'una e l'altra sotto forme senza precedenti.
A dire della prima prendo le mosse da una sentenza che egli proferì a Parigi nel 1883 in un convegno di illustri signori. Disse allora (4):
« Le anime giovanili nel periodo della loro formazione han bisogno di sperimentare i benifici effetti della dolcezza sacerdotale ». Dolcezza o amorevolezza sacerdotale è emanazione di sacerdotale bontà: di una bontà che, nata e alimentata dall'amor di Dio, si appalesa paterna e confidente per il bene delle anime e in chi visse sotto il suo influsso fin dalla tenera età lascia un ricordo duraturo e salutare. Questa bontà, sapientemente e soavemente adattata all'età giovanile, Don Bosco scelse per suo metodo educativo e a buon diritto Don Rua lo definì un uomo, nel quale Dio elevò la paternità spirituale al più alto grado.
Nell'Oratorio la bontà di Don Bosco s'irradiava in ogni parte. Era come il sole, che diffonde luce e calore anche dove non si vede. Essa manteneva nell'ambiente il sereno e nei giovani il desiderio di renderlo contento; onde al comparire di lui nel cortile gli correvano incontro per baciargli la mano e stargli vicino, ed egli a parlare, a sorridere, a faceziare, volgendo in qua e in là lo sguardo e accostando l'orecchio alle labbra di chi accennava di aver qualche cosa da dirgli e le labbra all'orecchio di chi egli desiderava di ammonire, esortare, incoraggiare. Non perdeva mai di vista tre massime ispirategli dal suo cuore sacerdotale e ricordate costantemente ai suoi per cattivarsi l'affetto e la confidenza dei giovani: amare quello che essi amano e così ottenere che amino loro pure quello che amiamo noi per loro bene; amarli in modo che conoscano di essere amati; porre ogni studio, affinchè mai nessuno di essi parta da noi malcontento. Si fa presto a enunciare simili aforismi, più presto ancora ad applaudirvi; l'attuarli invece costa continui e non lievi sacrifici. Ma Don Bosco insegnava pure che l'educatore è un individuo consacrato al bene de' suoi allievi e che perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine. In ciò la forza e la costanza sono possibili solo a chi nella grande opera dell'educazione cerca unicamente la gloria di Dio e il vantaggio delle anime, cosa da lui predicata con la parola e con l'esempio. Venne bensì il tempo, in cui altre occupazioni ne diminuivano l'assiduità fra i giovani; ma allora si era creato intorno uno stato maggiore, che, quale sua longa manus, arrivava dove non poteva più lui e agiva in suo nome e con l'identico suo spirito.
Detto ciò quasi in genere, scendiamo ad alcuni particolari, omettendone tanti altri che esigerebbero troppo lungo discorso.
La sacerdotale bontà di Don Bosco si rivelava agli alunni fin dal loro por piede nell'Oratorio. I suoi modi paterni, la serenità del suo viso, l'amabilità del suo sorridere svegliavano subito in essi rispetto e confidenza. Bisognerebbe poter qui riferire le svariate e abili interrogazioni che rivolgeva ai nuovi arrivati, secondochè ne intuiva l'indole e l'umore. Al momento buono veniva fuori l'immancabile domanda: - Vuoi essere amico di Don Bosco ? - E questa gli apriva la via a parlare di anima e ad insinuare il pensiero della confessione. A chi non conosce Don Bosco, parrà strano questo che dico; eppure egli usava qui tanta naturalezza, che i novellini, uscendo, gli lasciavano nelle mani la chiave del proprio cuore.
Don Bosco parlava ogni sera ai giovani riuniti dopo le orazioni nella così detta «buona notte ». Erano pochi minuti di intima familiarità e di paterna effusione, nei quali stampava in tutti l'ultima impressione della giornata. I suoi uditori ci tramandarono buon numero di tali parlate. A titolo di saggio ne riporterò una, che fa proprio al caso nostro. Ogni 31 dicembre soleva dare a quell'ora la strenna, ossia qualche ricordo spirituale per il nuovo anno. Nel 1859 esordì in questo modo: « Miei cari figliuoli, voi sapete quanto io vi amo nel Signore e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, sanità, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio. In qualunque giorno e per qualunque cosa fate pure capitale su di me, ma specialmente nelle cose dell'anima. Per parte mia, per strenna vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me ». Dati poi i ricordi, continuava: « Voglio che si finisca l'anno con perfetto amore e santa allegrezza. Perciò io perdono a voi qualunque mancanza possiate aver fatta, e anche voi perdonatevi a vicenda le offese, che per caso abbiate ricevute. Voglio cominciare l'anno 186o senza malumore e senza malinconie ». E su questo tono di amorevolezza condusse a termine il sermoncino.
I giovani sapevano di poter andare da lui ogni volta che volessero, e come li riceveva bene! Fattili sedere sul sofà, egli, seduto al tavolino, li ascoltava attentamente, come si ascolta chi ha cose importanti da dire, e dava loro tutta la soddisfazione possibile. Dopo il colloquio, li accompagnava fino alla soglia, apriva loro la porta e li congedava con il suo solito: - Siamo sempre amici, eh! - È inutile dire che i giovani discendevano dalla scala sereni e contenti come pasque.
E com'erano felici d'imbattersi in lui, andando per casa! Il suo animo paterno gli metteva ogni volta sulle labbra qualche affettuosa parola, che tornava gradita quanto un bel regalo ; tanto più che egli soleva allora ricordare amabilmente qualche cosa che interessasse l'incontrato. Gli ammalati poi ricevevano le sue visite nell'infermeria non da lontano e di sfuggita, ma al proprio letto e a tutt'agio. S'informava del loro stato, ne sollevava l'animo e, occorrendo, dava ordini o provvedeva direttamente. (Continua).
(1) D. F. CERRUTI, Le idee di Don Bosco sull'educazione e sull'insegnamento e la missione attuale della scuola. S. Benigno Canavese, 1886.
(2) Cfr. Mem. Biogr., v. XIX, pag. 71 e 274. (3) L. c., pag. 207.
(4) L. c., v. XVI, pag. 169.
MONTODINE - Il Vescovo di Crema alle feste di Don Bosco.
Quest'anno Montodine (Cremona) ha esaltato Don Bosco in modo grandioso.
Si preparò lontanamente la festa, insegnando i canti di Don Bosco ai fanciulli nelle scuole. Dalla scuola i bimbi portarono alle famiglie i primi rintocchi della solennità.
Per il triduo serale, la chiesa fu sempre rigurgitante; al mattino, alla messa del fanchiullo, notevole il gruppo degli scolaretti.
Per quattro giorni si susseguirono piccoli e grandi al confessionale, senza lascarsi attirare da divertimenti esterni.
Domenica 27 aprile, celebrò e distribuì la prima Comunione ai fanciulli, Sua Ecc. Mons. Francesco Maria Franco, Vescovo di Crema.
Alla messa solenne con assistenza pontificale, S. E. esaltò con fervido entusiasmo Don Bosco, dipingendo con sobrie sapienti pennellate la mamma terrena e la Mamma Celeste di Don Bosco, quindi l'amore di Don Bosco alla Patria e al Papa.
I Novizi Salesiani disimpegnarono con onore la parte musicale.
La processione colla reliquia del Santo portata dai suoi figli, fu solenne e affollatissima.
All'entrare del clero nella chiesa, l'entusiasmo proruppe in un potente « Giù dai colli » di mille e mille voci. Prima della santa Benedizione, Sua Eccellenza sorridendo invitò i Montodinesi a giocare al lotto i due numeri che suggeriva Don Bosco: 10 e 5 (Comandamenti di Dio e della Chiesa), e assicurò che Don Bosco avrebbe pagato la sua festa colla vittoria.
Dalla chiesa la folla si riversò nel cortile del Noviziato Salesiano, attratta dall'albero cuccagna. Piccoli e grandi si entusiasmarono nei giochi. Anche qualche uomo non si vergognò di farsi fanciullo e di affrettarsi col suo biglietto a ritirare il premio conseguito.
A sera i piccoli dell'incipiente oratorio festivo sostennero con impegno la recita «Cine vivo », di D. Uguccioni. Don Bosco avrebbe dovuto allargare le mura del piccolo teatrino salesiano per contenere tanta gente. Perchè fosse duraturo il frutto della festa si provvide a che fosse aperta per tutta la giornata un'edicola con vite di Don Bosco, libretti Lux, immagini, quadri... Molti signori si iscrissero tra i Cooperatori salesiani.
A cent'anni dalla fondazione del secondo oratorio festivo, Don Bosco benedica il novello promettente oratorio di Montodine in cambio di tanto amore per lui e i suoi figli.
(Continuazione 15 aprile, pag. 89).
Il culto del lavoro.
Evidentemente egli intese il lavoro nel senso più ampio della parola: come impiego di tutte le energie personali e delle risorse peculiari di cui ogni uomo dispone. Ma, per convincerci del posto fatto al lavoro manuale, basterà una confidenza. Parlando ai Superiori, nel 1876, egli disse: « Noi abbiamo bisogno che ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifici di volontà... Perciò dev'esser pronto ora a salire in pulpito ed ora ad andare in cucina; ora a far scuola ed ora a scopare... ora a comandare ed ora ad obbedire*.
Ecco il segreto della versatilità dei Salesiani, della loro elasticità di rispondenza a tutte le esigenze del progresso, della loro intraprendenza, e della molteplicità e grandiosità di opere compiute in così breve tempo. Il dinamismo impresso dal Fondatore, finora non è venuto meno. Frutto del « culto » del lavoro cui Don Bosco li ha voluti informare.
Culto del lavoro: sottolineo la parola. Perchè Don Bosco ha saputo instillare il giusto concetto del lavoro, il concetto cristiano. La ragione l'ha intuito colla sola sua potenza naturale; ma la Rivelazione ci ha autorevolmente confermato che la legge provvidenziale del lavoro - anche se, dopo la caduta, importa la fatica dello sforzo come elemento di espiazione e di redenzione - è la legge che valorizza l'uomo. Per esso egli ha la gioia di azionare le meravigliose potenze di cui Dio l'ha dotato e di applicarle, nel piano universale della dinamica vitale, a vantaggio individuale e collettivo. Per esso egli riconquista la sua sovranità sulla natura, dominandola e costringendola a rispondere alle esigenze umane. Per esso l'uomo si rivela, si afferma, si sublima alle funzioni competenti nell'organismo sociale, sfuggendo all'onta del parassita ed alla corruzione dell'ozio, e concorrendo effettivamente allo sviluppo della civiltà. Fonte di benessere materiale e morale, il lavoro gli è pur fonte di capitalizzazione soprannaturale, di meriti inestimabili presso il suo Creatore, quando lo si faccia assurgere a servizio divino; e, lungi dal sostituirlo al dovere inderogabile della preghiera, lo si trasformi e lo si elevi colla rettitudine di intenzione e coll'amor di Dio, ad omaggio filiale della creatura al Creatore. Si ha, in tal caso, la preghiera vitale, di cui fu apostolo, caro sovra tutti a Don Bosco, San Francesco di Sales.
Don Bosco ha manovrato la leva del lavoro, da educatore cristiano: facendolo apprezzare in tutta la sua nobiltà ed in tutto il suo valore: in funzione individuale e collettiva; in funzione preservativa, formativa e produttiva, al fine naturale e soprannaturale.
È superfluo indugiarci su quest'ultimo concetto. Bastino tre delle sue più calde esortazioni: Ritieni che in terra lavoriamo per il Cielo. - Lavora, ma lavora per amore di Gesù. - Lavora, ma sempre colla dolcezza di San Francesco di Sales e colla pazienza di Giobbe. Così insegnava a santificare il lavoro ed a farlo rendere non solo per la vita del tempo, ma anche per l'eternità; mentre agli educatori inculcava quella pazienza dell'amore che sola può portare all'eroismo della dedizione e far raggiungere la perfezione nell'arte dell'educare. Questo spirito soprannaturale indusse Papa Pio XI a concedere ai Salesiani alle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai loro allievi, ex allievi e Cooperatori l'eccezionale indulgenza che farà epoca nella storia: « l'indulgenza del lavoro santificato »: per cui, attendendo a qualsiasi lavoro, anche il più materiale e grossolano, essi possono acquistare 400 giorni di indulgenza ogni volta che lo accompagnano con una pia invocazione od anche con una semplice aspirazione della mente a Dio ; indulgenza plenaria, una volta al giorno.
L'organizzazione della scuola del lavoro.
Ma, facciamoci a precisare come Don Bosco abbia educato i giovani al lavoro e come abbia provveduto alla loro formazione ed abilitazione professionale. Chi ha letto qualcuna delle numerose biografie del Santo, avrà notato che egli si è trovato subito di fronte alla questione operaia fin dall'inizio dell'opera sua. I primi giovani che la Provvidenza fece accorrere al suo cuore paterno, infiammato di zelo sacerdotale, furono poveri garzoni, orfani o derelitti ed abbandonati: sfruttati, per lo più, da padroni poco onesti che speculavano sulla loro miseria e sulla loro sventura. La piccola industria non giungeva ancora alla meccanizzazione dell'operaio che è la piaga morale congenita della grande industria; ma, colla svalutazione della mano d'opera e la tracotanza del capitalismo, avviliva la classe operaia fino all'esasperazione ed all'odio. Le vittime sentivano, più che il peso della fatica, l'abiezione di una condizione ingiusta ed umiliante di cui erano assolutamente innocenti. Urgeva quindi una duplice redenzione: del lavoro e degli operai.
Don Bosco, colle sole risorse - lo ripeto - della sua esprienza, del suo spirito cristiano, del suo genio italiano e del suo buon senso piemontese, affrontò il problema risolutamente e fornì uno degli apporti più preziosi per la sua soluzione (1).
Finchè non ebbe a disposizione una sede stabile - 1841-1846 - dovette limitarsi alla redenzione morale; ma, appena si potè sistemare, egli organizzò con successo anche quella che possiamo chiamare «redenzione tecnica ».
Il problema sociale si imponeva. Marx aveva già lanciato il suo manifesto ai proletari. La scuola liberale si attardava in vane polemiche. Urgeva andare incontro ai lavoratori in un'ora in cui l'industria si sviluppava con ritmo crescente. Don Bosco aprì per i figli del popolo le sue scuole professionali, dove essi furono educati insieme ad apprendere il mestiere e ad amarlo, avendo di mira la perfezione dell'opera e l'attuazione della volontà di Dio, che non può essere se non la perfezione anche dell'abilità tecnica che impegna le energie morali, plasmando il carattere.
Il problema dell'orientamento e dell'educazione al lavoro fu dall'Educatore sentito in funzione della questione sociale, che l'industrialismo aveva aggravata e dinanzi alla quale il liberalismo economico ed il socialismo marxista si levavano in battaglia, incapaci di dare una soluzione vitale.
Nell'opera di Don Bosco è evidente fin dall'inizio una presa di coscienza del sociale con le sue realtà e le sue esigenze. L'istituto educativo ch'egli attua, in cui la macchina entra accanto al libro, la tecnica insieme alla cultura umanistica, è esempio di una comunità fraterna, dove, fin dalla radice, il distacco fra le classi sociali è superato dal vincolo della carità ». M. AGOSTI V. CHIZZOLINI, Magistero, Brescia, «La Scuola», vol. III, p. 522.
Nel periodo ambulante e randagio del suo Oratorio - quinquennio suaccennato - cominciò ad esercitare un'amorevole tutela dei suoi birichini con gradite sorprese sul lavoro ed efficaci raccomandazioni ai giovani ed ai padroni. Se si accorgeva di vero sfruttamento e di pericoli morali, non si dava pace finchè non avesse trovato loro altri padroni od altro lavoro. Nelle adunanze festive e serali indirizzava la catechèsi a far comprendere ai giovani: la dignità e nobiltà del lavoro, il dovere di trafficare i talenti avuti dal Signore, di fuggir l'ozio, di concorrere alla vita sociale, di guadagnarsi onestamente il pane qui in terra ed il premio eterno, un giorno, in Paradiso. Avvalorava le sue esortazioni con sussidi di ragione, con ammonimenti scritturali e con esempi tolti dalla storia e dalla esperienza stessa dei suoi uditori. Colle scuole serali li portava ad una cultura elementare adeguata e li dotava di nuove risorse di credito presso i datori di lavoro. Per essi preparò e pubblicò nel 1845 l'opuscoletto sul Sistema metrico decimale e, l'anno seguente, quello intitolato L'enologo italiano che furono una provvidenza nel campo della volgarizzazione e della propaganda popolare... Appena potè fissar le sue tende alla «tettoia Pinardi », pensò senz'altro a raccogliere in un ospizio i senza-tetto. E, nel 1847 - cento anni fa - prese in affitto altre stanze dello stabile, aperse le porte ai primi ricoverati.
Studiandone e seguendone le inclinazioni - con quella preoccupazione di giusto e tempestivo orientamento che fece del Santo un precursore anche in questo campo - Don Bosco, mentre forniva loro alloggio, vitto ed assistenza religiosa e morale, li collocava come apprendisti presso i migliori padroni che conosceva in città. Ma, colla cura e coll'autorità di un padre. Volta per volta egli stipulava per essi un vero e proprio contratto di lavoro col quale impegnava i padroni, non a far tirare il carretto da mattina a sera, ma ad abilitarli progressivamente a tutti i gradi del mestiere. Conserviamo ancora qualcuno di quei moduli di contratto nei nostri archivi. Ed è commovente vedere come Don Bosco fissasse tutti i particolari, dalla retribuzione, al rispetto morale, al progresso tecnico, supplendo in pieno al difetto dei genitori. Sullo stesso foglio, egli si rendeva pure mallevadore, colla propria firma, della buona condotta e dell'applicazione dei giovani garzoni; cose che inculcava poi in casa coll'efficacia persuasiva universalmente riconosciuta. (Continua).
(1) « Don Bosco, che attese a rendere più formativa la scuola umanistica, ebbe una chiara coscienza dell'importanza della scuola del lavoro.