PROTAGONISTI
di Antonio Alessi junior
La scomparsa di un missionario dal cuore grande, pioniere della penetrazione salesiana nel grande continente indiano.
Lo chiamavano un "miracolo vivente". Nonostante la salute precaria, fu instancabile nel suo impegno di carità verso i più poveri.
Era nato a Nove, presso Bassano del Grappa (Vicenza), don Antonio Alessi, ed era primo di nove fratelli. Dopo la quinta elementare, malgrado il suo desiderio di studiare "per farsi prete", a causa della povertà dovette seguire il padre nel lavoro dei campi e quando il padre fu richiamato alle armi durante il primo conflitto mondiale, divenne capo-famiglia. Solo dopo la guerra, a 14 anni, potè seguire la vocazione, entrando come aspirante a Faenza. Qui bruciò le tappe, studiando anche di notte e durante le vacanze per ricuperare gli anni perduti. Diventato salesiano nel 1923, due anni dopo, a 19 anni, chiese di partire per le missioni e fu mandato in India, dove trascorse tutta la vita.
Ordinato sacerdote, durante i primi tredici anni di apostolato fu missionario itinerante nella vallata del Brahmaputra, accostando tribù primitive, fondando numerose stazioni missionarie, alcune delle quali diverranno negli anni seguenti fiorenti diocesi. Dal 1939 al 1951 fu chiamato a fondare la missione salesiana in Birmania, che faceva parte a quel tempo dell'impero inglese. Si trovò subito immerso nel turbine della seconda guerra mondiale, con l'invasione del paese da parte delle truppe giapponesi. Tutto il territorio divenne un grande campo di battaglia: esodi di centinaia di migliaia di persone verso l'India, bombardamenti sistematici, epidemie di tifo, colera, vaiolo, feroci rappresaglie da parte della famigerata "Kempei Tai", la Gestapo giapponese. «Per tre lunghi anni», raccontava don Alessi, «ci siamo nutriti di erbe, germogli di bambù, qualche pugno di riso acquistato a prezzi enormi ». Trascorse l'ultimo periodo del lungo conflitto in un lazzaretto con i lebbrosi, tra incredibili sofferenze e pericoli. Intanto si prodiga oltre ogni limite per lenire le sofferenze della popolazione rimasta nella città di Mandalay, ridotta a un cumulo di macerie: seppellisce i morti, raccoglie e cura i feriti, divide i magri pasti con coloro che non hanno più nulla. La guerra si prolungherà oltre il conflitto, degenerando in una lotta senza quartiere tra le opposte fazioni per la conquista del potere, fino alla cacciata di tutti i missionari stranieri, decretata nel 1966.
Dopo un breve ritorno in patria, venne eletto ispettore (1952-1965) e sarà il superiore di tutte le opere salesiane nelle due grandi ispettorie di Calcutta e di Gahuati. In questo posto di grande responsabilità, continua a prodigarsi per favorire le vocazioni, aprire nuove opere, costruire chiese, orfanotrofi, scuole di ogni grado, incitando con la parola e con l'esempio i confratelli a diffondere il messaggio evangelico nel grande territorio che la Provvidenza gli ha affidato. Per altri tredici anni lo troviamo animatore e promotore di vocazioni sacerdotali e religiose nel Maharastra. Dal 1978 trascorre la vita con padre Maschio, a servizio del santuario di Maria Ausiliatrice e nell'assistenza a tempo pieno ai poveri, agli ammalati, agli emarginati. Non è facile raccontare per intero la vita di padre Alessi, un uomo dalla biografia avvincente come un romanzo di avventure. Un uomo che ha detto sempre sì a Dio e agli uomini. Lo chiamavano "il miracolo vivente", non fosse altro per un record difficilmente raggiungibile: per ben 14 volte, spacciato dai medici, ha ricevuto l'Unzione degli infermi. Il suo ultimo desiderio fu quello di "diventare terra indiana". E morto ed è stato sepolto nel paese che ha amato.
Qualche tempo fa don Antonio Alessi era ritornato in Italia per ringraziare i suoi numerosi benefattori. In quella occasione gli abbiamo strappato questa breve intervista. Com'è nata, don Alessi, la sua vocazione missionaria? Non avevo ancora vent'anni e dovevo andare a Parma per il tirocinio pratico. Avevo appena finito gli studi di filosofia. Chiesi di partire per le missioni e mi mandarono in India. Di che cosa si occupa ora a Bombay? Mi curo dei santuario di Maria Ausiliatrice. L'ho costruito insieme a padre Maschio e 'ne sono orgoglioso. È la chiesa più grande e più bella della città e favorisce la devozione alla Madonna. Ogni giorno passo un'ora al confessionale; il sabato e la domenica tutta la giornata. Come me c'è anche padre Maschio. Lei e padre Maschio siete conosciuti nel mondo per la distribuzione del pane ai poveri di Bombay... In questa città ci sono tanti ricchi e tanti poveri. Ogni sabato alle 4 del mattino distribuiamo lungo la strada che conduce al santuario due pagnottelle e due rupie a ogni povero che si presenta. Vengono circa duemila. Alla domeni- ca invece distribuiamo soltanto le due rupie, che sono sufficienti per un pasto. Perché alle quattro del mattino?, Perché in città ogni distribuzione è proibita. La polizia invece chiude un occhio se la strada è libera verso le 5.30. Ma sono tante albe le opere benefiche di cui si occupa... Alla periferia della città mi prendo cura di un lebbrosario. Sono duemila persone poverissime che vengono assistite da sei Suore del sorriso. lo, con l'aiuto dei benefattori, penso al necessario. Chi sono le Suore del sorriso? In realtà si chiamano Helpers of Mary e sono state fondate da una suora tedesca. Quando si trovarono in difficoltà, io mi impegnai ad aiutarle. Oggi sono 350, tutte di bassa casta, e hanno una quindicina di conventi a Bombay e dintorni. Sono loro a mandare avanti oltre al lebbrosario, anche una scuola di 325 figli di lebbrosi. Vuoi dire qualcosa ai suoi benefattori? Noi aiutiamo solo la povera gente. E contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, sono numerosi anche i benefattori indiani. Gli italiani con noi sono sempre stati generosissimi. Li invito a continuare ad aiutarci. Preghiamo e faremo pregare per loro.